di Valentina Stella
Il Dubbio, 3 aprile 2021
"Se nella fase della pandemia è stato necessario ricorrere alle udienze a distanza, tale eventualità rimanga una parentesi resasi necessaria nei mesi della pandemia ma, terminata l'emergenza, rappresenti solo un ricordo". A parlare così al Dubbio è il dottor Nello Rossi, già magistrato, direttore della rivista Questione giustizia.
"Nell'ambito della giurisdizione prosegue - c'è bisogno di digitalizzare tutto ciò che è possibile e legittimo informatizzare: mi riferisco alle attività a valle e a monte dei procedimenti. Tuttavia, quello che va preservato intatto è il nucleo centrale del processo, che deve continuare ad avere le caratteristiche dell'oralità, dell'immediatezza, deve lasciare spazio alle repliche, al contraddittorio". Una piena convergenza dunque con quanto da sempre ribadisce l'avvocatura.
Diverso è per il processo civile: "Anche in quest'ambito vi sono esigenze di oralità: penso ad esempio al processo del lavoro oppure ai giudizi sulla posizione dei migranti. È però evidente che nei processi più sofisticati e tecnici uno scambio di memorie può essere molto utile e quasi esaustivo". Tuttavia quello dell'informatizzazione resta un problema ma su questo Rossi è ottimista: "Nel Recovery Plan, per quanto concerne il settore della giustizia, non solo vengono garantiti nuovi investimenti e nuove assunzioni ma c'è anche la promessa di assumere nuove professionalità per immettere informatici, tecnici, ingegneri, figure diverse da quelle tradizionali che daranno un impulso alla digitalizzazione e alla complessiva innovazione del sistema giustizia".
Un altro tema di attualità che interessa il mondo dell'avvocatura è senza dubbio quello della presenza degli avvocati nei Consigli giudiziari. L'analisi di Rossi prende in considerazione tre elementi: "Partiamo dal fatto che a mio parere, come detto più volte, le valutazioni di professionalità possono essere rese migliori e più fedeli a due condizioni. La prima: responsabilizzando maggiormente i dirigenti degli uffici che scrivono il primo rapporto sul magistrato. La seconda: rendendo effettivo il diritto di Tribuna degli avvocati nei Consigli giudiziari. Si badi bene che tale diritto deve essere considerato come "diritto di parlare alla Tribuna", cioè di partecipare attivamente alla discussione, non un semplice "diritto di stare in Tribuna", presenziando silenziosamente ai lavori". La questione si fa più complessa per quanto concerne il voto: "La questione non è all'ordine del giorno e una scelta di questo genere susciterebbe molte preoccupazioni. Ne indico due: i pubblici ministeri potrebbero trovarsi a dover essere giudicati da loro contraddittori; oppure un avvocato potrebbe, quale captatio benevolentiae, assumere un atteggiamento di piaggeria nei confronti di un magistrato. Al di là di questo ritengo importante valorizzare l'apporto di conoscenza degli avvocati".
A proposito di avvocati, c'è stato apprezzamento per l'ordine del giorno accolto dal governo in merito alla necessità dell'autorizzazione del gip per l'acquisizione dei tabulati telefonici. Su questo punto Rossi mostra delle perplessità: "Mi auguro che se introdotta, questa modalità procedurale non si traduca in un appesantimento della fase delle indagini. Spesso si può avere la necessità di acquisire un tabulato ad horas per lo sviluppo stesso delle indagini. Le faccio un esempio: immagini un'inchiesta su un traffico di stupefacenti durante la quale emerge il cellulare di un soggetto indagato. In quel caso avere immediatamente il tabulato di quella persona può aiutare a individuare la rete dei suoi contatti. Quindi auspico che rimanga l'opportunità di acquisire con la massima tempestività possibile i tabulati su iniziativa del solo pubblico ministero, prevedendo semmai una convalida da parte del gip".
Rossi invece accoglie positivamente il recepimento della direttiva europea che rafforza il rispetto della presunzione di innocenza: "Giusto ribadire il concetto", ci dice ancora il direttore di Questione giustizia, che ci partecipa la sua personale esperienza come procuratore aggiunto a Roma per 8 anni: "Io, come tanti altri colleghi, ho partecipato a conferenze stampa, che ritengo siano fondamentali in presenza di misure cautelari, per spiegare le ragioni di tali provvedimenti. Gli arresti segreti e immotivati si fanno solo nelle dittature. Naturalmente io, al pari di altri colleghi, non ho mai presentato i risultati raggiunti come una verità assoluta. Innanzitutto rappresentano risultati di una indagine di parte e, anche quando i fatti fossero evidenti, la loro lettura giuridica da parte del giudice potrebbe essere completamente diversa".
Sul ruolo del pm, la cui comunicazione dovrà seguire nuove regole data la direttiva Ue, ci precisa: "È evidente che il pm alla fine delle indagini abbia una storia da narrare, mentre il processo, che verrà dopo, è oggi molto frammentario. Questo complica anche l'operato della stampa che spesso si trova a raccontare solo le indagini e non gli sviluppi del processo. Probabilmente processi più rapidi e scadenzati potrebbero offrire la possibilità di una narrazione altrettanto compiuta".
Spesso però il racconto è chiaramente colpevolista da parte dei magistrati requirenti: "È sempre importante fare un richiamo alla presunzione di non colpevolezza e dare ragione della parzialità dei risultati raggiunti che sono elementi di prova da sottoporre al vaglio del dibattimento. Chi, tra i pubblici ministeri, non lo fa, e c'è qualcuno che non lo fa, sbaglia. Però mi lasci dire che la stragrande maggioranza dei magistrati rispetta questa regola aurea, senza rappresentare il proprio lavoro come una verità assoluta o parte di una crociata diretta a debellare fenomeni criminali. Abbiamo un sistema penale improntato al rispetto delle garanzie: osserviamo le regole per lavorare al meglio nell'interesse della giustizia".
Ultimo punto che affrontiamo è quello delle correnti: la ministra Cartabia ha detto che bisogna combattere le degenerazioni, preservando il pluralismo: "Condivido il pensiero della signora Ministro. Le correnti non sono state né sono solo brutali macchine di potere descritte nell'attuale vulgata. Pensi al vasto panorama delle riviste della magistratura: rappresentano un mondo di pensieri e di proposte che sono un riflesso del pluralismo culturale del mondo dei giudici.
Perché dovremmo perdere questa enorme ricchezza? Che ci siano state delle degenerazioni, che si debba andare a fondo è innegabile ma non si può rinunciare alla fertilità delle idee e del confronto. I laudatores temporis acti che credono che ci sia stata un'età dell'oro dovrebbero ricordare che anche nel passato i conflitti tra le correnti erano molto aspri e le critiche nei loro confronti non meno dure di quelle attuali".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 aprile 2021
Chi è al 41bis, a causa della pandemia, a differenza dei detenuti "ordinari" non può effettuare i video colloqui con i figli minori. Il caso è stato sollevato alla Consulta, ma quest'ultima ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale della norma.
Il motivo? Riguarda l'incompetenza del giudice remittente in materia di autorizzazione ai colloqui. A sollevare il caso è stato il Tribunale minorenni di Reggio Calabria che si occupa dei minori i cui genitori sono stati dichiarati decaduti dalla potestà genitoriale anche quando questi ultimi chiedono al Tribunale di autorizzare i colloqui con i figli tramite strumenti informatici. Però, secondo l'articolo 18 dell'ordinamento penitenziario, fino a sentenza di primo grado spetta solo al giudice procedente. Dopo la sentenza di primo grado, si chiede l'autorizzazione al direttore e in caso di diniego, va fatto reclamo alla magistratura di sorveglianza.
Il diritto all'affettività, causa pandemia, è di fatto negato ai figli minorenni dei detenuti al 41bis. La Corte costituzionale ha semplicemente dichiarato l'inammissibilità per un discorso di competenza, non entrando, quindi, nel merito delle possibili questioni che fondano dubbi di incostituzionalità. La Consulta osserva che l'eventuale idea di una competenza diversa di due autorità (e cioè il Tribunale minorenni da un lato e le autorità individuate dall'ordinamento penitenziario) in rapporto al medesimo provvedimento di autorizzazione ai colloqui, provocando l'eventuale e conseguente rischio di decisioni contrastanti, si presenterebbe confliggente con la "logica di sistema".
La questione, quindi, rimane aperta. La legislazione vede il colloquio solo come una richiesta del detenuto e non come diritto del minore a tutelare la sua affettività. Eppure, al di là della "logica di sistema", chi meglio del Tribunale dei minorenni che conosce il bambino, potrebbe giudicare l'essenzialità del colloquio anche e soprattutto del suo benessere psicofisico? Pensiamo proprio al caso specifico sollevato dal Tribunale dei minorenni. In particolare c'è il figlio di appena 14 anni che necessita di parlare con il padre recluso al 41bis. Dalla relazione psicologica emerge la grave sofferenza del ragazzino recante "segni di trauma dovuti alla separazione dal padre e tratti di rigidità, collegati a difese emotive, con la conseguenza che il medesimo adolescente vive uno stato di lutto non completamente elaborato sia per l'assenza del genitore che per le situazioni esistenziali che si trova a vivere".
Non solo. Il ragazzino è anche affetto da una importante patologia cronica (diabete) che, durante l'emergenza epidemiologica, sconsigliava (e sconsiglia) assolutamente i suoi spostamenti, oltretutto molto complessi per le restrizioni governative in atto. Ma niente da fare. Non gli è permesso fare una videochiamata tramite skype.
Ma tanti sono i casi simili. Il Dubbio ha raccolto la testimonianza della moglie di E. Romeo, un detenuto recluso al 41bis di Tolmezzo. "Da più di un anno che i miei figli non fanno un colloquio con il padre - ci racconta Caterina Di Pietro - nemmeno tramite skype. Il magistrato di sorveglianza di Udine aveva dato il via libera, ma il Dap si è opposto. Non ho parole. I miei figli non leggono neanche più le lettere del padre. Soffrono tanto e non ho più parole di conforto".
Perché punire anche i figli piccoli? Ricordiamo la proposta avanzata dall'Osservatorio Lucio Bertè, nata sulla scorta di un'esperienza già fatta dall'avvocata e componente dell'Osservatorio Simona Giannetti, per la minore figlia di un suo assistito detenuto.
Si tratta di un protocollo esteso a tutti i detenuti, non solo quelli "ordinari", per attivare una serie di colloqui telefonici quotidiani, fra i minori e i genitori detenuti, ai quali è impedita - in questo periodo - qualsiasi visita. L'obiettivo è la tutela del minore, della sua salute, del diritto di affettività col genitore, della non discriminazione rispetto ai coetanei.
di Laura Biarella
orizzontescuola.it, 3 aprile 2021
La Corte di Cassazione (Sezione VII Penale, Ordinanza n. 12199 del 31.03.2021) ha precisato che, nonostante i contemperamenti con le caratteristiche imposte dal particolare regime carcerario dell'art. 41bis Ord. Pen., il diritto allo studio resta comunque garantito e tutelato. Le limitazioni sono giustificate dal peculiare regime del 41bis, ed attengono esclusivamente a determinate modalità di esercizio del diritto stesso.
Cos'è il 41bis Ord. Pen. - I detenuti sottoposti al regime 41bis, applicabile per i delitti più gravi (commessi per finalità di terrorismo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, commessi avvalendosi delle condizioni previste dall'associazione mafiosa, di riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù, e via dicendo) sono ristretti in carceri a ciò dedicate, o in reparti separati dal resto dell'istituto penitenziario. La custodia avviene in sezioni specializzate della polizia penitenziaria. L'applicazione del cd. "carcere duro" comporta limitazioni ulteriori rispetto ai carcerati in regime ordinario, tra cui: vengono adottate misure di elevatissima sicurezza interna ed esterna; è previsto un solo colloquio al mese, in locali attrezzati in modo da impedire il passaggio di oggetti, e solo con familiari e conviventi; somme ed oggetti che possono essere ricevuti dall'esterno sono limitati; è previsto un visto di censura della corrispondenza (ad eccezione di quella coi membri del Parlamento o con autorità europee o nazionali che hanno competenza in materia di giustizia); la permanenza all'aperto non può svolgersi in gruppi superiori a quattro persone e la durata massima è di due ore al giorno; sono adottate le misure necessarie per impedire la comunicazione tra detenuti appartenenti a diversi gruppi di socialità e scambiare oggetti.
La vicenda - Il Tribunale di sorveglianza aveva respinto il reclamo proposto da un detenuto contro il provvedimento col quale il Magistrato di sorveglianza aveva rigettato il reclamo formulato dallo stesso detenuto, mirante ad ottenere: l'autorizzazione ad iscriversi presso un istituto scolastico superiore di Ragioneria; che l'Amministrazione penitenziaria provvedesse alla fornitura dei libri di testo necessari; che l'Amministrazione consentisse l'accesso al carcere di un insegnante almeno due volte alla settimana per assisterlo nel percorso di studio; o, in subordine, che gli venisse consentito per due volte alla settimana di collegarsi attraverso la rete internet con un insegnante; che le ore di sostegno scolastico non gli venissero decurtate dalle ore di socialità o di aria.
Il Tribunale escludeva che potesse ravvisarsi, in danno del reclamante, un pregiudizio grave e attuale all'esercizio del diritto allo studio ed alla formazione, osservando: che al detenuto non era preclusa dalla normativa di riferimento la possibilità di iscriversi ad un corso di scuola media superiore, che poteva aver luogo con l'unica limitazione dell'obbligo d'iscrizione nell'istituto scolastico più vicino al luogo di detenzione; che, ai sensi della circolare D.A.P. del 02.10.2017, il detenuto poteva anche fruire degli strumenti informatici necessari per lo studio e per la preparazione degli esami a conclusione del percorso; che il diritto allo studio non poteva dirsi violato dal diniego opposto dall'Amministrazione alla richiesta della fornitura gratuita dei libri di testo, atteso che la legge penitenziaria non prevedeva tale possibilità, ma contemplava dei sussidi e dei premi che potevano essere erogati ai detenuti in presenza di determinati presupposti, in particolare, nel caso in cui essi versassero in condizioni di indigenza; che, per quanto concerneva l'ingresso in maniera costante nell'istituto di pena di un insegnante o, comunque, l'utilizzo del sistema Skype per il sostegno scolastico, trattavasi di modalità non previste dalla normativa penitenziaria, anche per intuibili esigenze di sicurezza, atteso che concretizzavano un elevato rischio di veicolazione di messaggi da o verso l'esterno.
In conclusione, il Tribunale condivideva il tenore del provvedimento reclamato, affermando che il diritto allo studio del detenuto, garantito da norme di legge nazionali e sovranazionali, doveva essere necessariamente contemperato con le esigenze di ordine e di sicurezza sottese al regime differenziato ex art. 41bis Ord. Pen., con la conseguenza che non era individuabile alcuna lesione grave ed attuale del diritto allo studio e alla formazione, laddove questo fosse garantito e assicurato, come nel caso di specie, seppure con alcune limitazioni rese indispensabili dall'interesse pubblico al mantenimento della sicurezza.
Permane il diritto allo studio, nonostante la sottoposizione al regime 41bis - Il detenuto si è rivolto alla Cassazione, che tuttavia, al pari dei precedenti giudici, ha escluso la ricorrenza del pregiudizio grave ed attuale all'esercizio del diritto allo studio in danno del detenuto, posto che tale diritto che resta, in ogni caso, tutelato, seppure con le inevitabili limitazioni giustificate dal particolare regime del 41bis cui egli è sottoposto, e che attengono esclusivamente a determinate modalità di esercizio del diritto stesso.
La Stampa, 3 aprile 2021
Per Mauro Palma non si può intervenire laddove i focolai di contagio si sono già sviluppati e serve un calendario certo. La strategia del Piemonte sulla vaccinazione dei detenuti non funziona. Lo denuncia il garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma, che ha bacchettato il presidente Alberto Cirio per i ritardi e la strategia seguita nelle vaccinazioni.
I due hanno avuto uno scambio epistolare che evidentemente non è piaciuto al garante che ha rilevato alcune perplessità. Innanzitutto - dice Palma - "perché non è assolutamente condivisibile una strategia che si basi sugli interventi laddove i focolai di contagio si sono già sviluppati". Come successo per esempio nelle carceri di Asti, Cuneo e Saluzzo citati dal governatore. "Ma anche perché tra le sue parole (di Cirio, ndr) non riesco a intravvedere date certe di avvio della fase di diffusa e capillare vaccinazione delle persone ristrette e di coloro che in carcere operano".
Il garante ha ricordato che in base al Piano Nazionale "polizia penitenziaria, personale carcerario e detenuti rappresentano categorie e setting prioritari "a prescindere dall'età e dalle condizioni patologiche". Posizione del resto opportunamente riportata dalla stessa ministra della Giustizia, proprio per chiarire la direzione della strategia adottata".
Il garante ha avvertito che ha intenzione di mantenere sotto controllo l'evolversi della situazione. "Evoluzione che sono certo sarà positiva e riporterà la Regione Piemonte in linea con quanto sta avvenendo nelle altre parti del territorio nazionale".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 3 aprile 2021
Cade un altro paletto del giustizialismo dopo la decisione della Corte Costituzionale di consentire ai detenuti ultrasettantenni di ottenere gli arresti domiciliari anche se condannati con l'aggravante della recidiva. La sentenza depositata l'altro giorno, di cui è relatore il giudice Francesco Viganò, ha infatti dichiarato incostituzionale la norma dell'ordinamento penitenziario che di fatto lo impediva. È una svolta che in Campania, secondo i dati diffusi dal garante regionale Samuele Ciambriello, potrebbe potenzialmente far aprire le porte del carcere per un centinaio di detenuti, mentre in tutta Italia se ne contano 851.
Il condizionale è d'obbligo perché sarà comunque la magistratura di Sorveglianza a valutare ogni singolo caso e stabilire di volta in volta se il condannato sia o meno meritevole di accedere alla misura alternativa, tenuto conto anche della sua eventuale residua pericolosità sociale. La sentenza della Consulta è comunque destinata a segnare un percorso. "Più che un grande elemento di novità, questa sentenza va nella linea seguita dalla Corte costituzionale di ritenere illegittimi meccanismi di esclusione automatica di misure alterative, come quella della possibilità della detenzione domiciliare per ultrasettanetenni condannati con recidiva", spiega Francesco Marone, docente di Diritto costituzionale all'università Suor Orsola Benincasa di Napoli.
La norma dell'ordinamento penitenziario che la Consulta ha annullato era troppo punitiva perché faceva riferimento alla recidiva semplice e neanche legata alla sentenza in esecuzione. Ha dunque prevalso la tesi per cui la recidiva è determinante ai fini della quantificazione della condanna da infliggere, ma non anche rispetto alle ragioni che potrebbero giustificare l'espiazione della pena in detenzione domiciliare.
"Un elemento da sottolineare - aggiunge il professor Marone - è che la sentenza della Corte Costituzionale ripristina la discrezionalità del giudice. Vuol dire che non c'è un automatico diritto degli ultrasettantenni a scontare la pena ai domiciliari, ma c'è il potere discrezionale del magistrato di Sorveglianza di valutare se ricorrono o meno le circostanze per decidere se concedere al condannato anziano il beneficio della misura alternativa.
In altre parole la sentenza della Corte Costituzionale non crea alcun automatismo, semplicemente rimuove un automatismo contrario". Restano tuttavia esclusi i casi di reati che generano maggiore allarme sociale: "La parte dell'articolo 47 ter dell'ordinamento penitenziario che viene annullata è solo quella che fa riferimento alla recidiva - spiega Marone - ma tutta la parte che fa riferimento ai condannati per reati di mafia o contro la libertà sessuale, ai delinquenti abituali o per tendenza, non viene toccata". A ogni modo è un nuovo passo verso il rispetto del valore costituzionale della pena.
"Questa sentenza va infatti nella direzione giusta - commenta il docente di Diritto costituzionale - Il tema dello sviluppo delle misure alternative alla detenzione è la strada sensata da seguire, che poi era quella individuata dal ministro Andrea Orlando all'epoca del governo Gentiloni: quella riforma aveva bisogno solo dei decreti attuativi ma fu abbandonata dal governo successivo. Sicuramente la soluzione per rendere le pene più umane e più aderenti al fine rieducativo non è quella di tenere gli ottantenni in carcere".
L'obiettivo da raggiungere è la garanzia di una pena umana e finalizzata alla riabilitazione sociale. "La previsione per un condannato anziano di poter scontare la pena in detenzione domiciliare risponde a una duplice esigenza che fa riferimento alla duplice caratteristica della pena prevista dall'articolo 27 della Costituzione: umanità e fine rieducativo.
Da un lato - conclude Marone - si presume che ci sia una minore pericolosità sociale del condannato anziano e, dall'altro, che l'avanzare dell'età renda sempre più faticoso il suo soggiorno in carcere. Per i condannati anziani, quindi, il fine rieducativo passa in secondo piano rispetto al fatto che la pena non sia contraria al senso di umanità".
di Giulia Beneventi
Il Resto del Carlino, 3 aprile 2021
L'Ausl fa il punto sulla situazione dopo il nostro servizio: tre dei trasferiti in ospedale si sono stabilizzati, uno invece preoccupa Il virus continua a colpire duramente il carcere reggiano. Dopo il nostro scoop sui 74 detenuti risultati positivi e 2 ricoverati, ieri è emerso che altri due carcerati sono stati ricoverati in ospedale. In tutto quindi i casi che si sono aggravati sono quattro. Due sono stati ricoverati in pneumologia, altri due nel reparto infettivi del Santa Maria Nuova.
"Per tre di queste persone le condizioni di salute si sono stabilizzate - ha dichiarato ieri il direttore del presidio provinciale, Giorgio Mazzi. Un caso invece resta abbastanza grave". Quella della Pulce è una circostanza che rimanda a situazioni purtroppo note, contesti comunitari in cui il virus si espande rapidamente, in maniera implacabile. Su circa 350 detenuti 90 sono stati contagiati, mentre su 120 dipendenti della Polizia penitenziaria una cinquantina, tra isolamenti e quarantene, sono fuori servizio.
Tra l'altro, in questa fase della campagna il personale del carcere ha diritto al vaccino: stando a quanto dichiarato dalla dirigenza Ausl, le somministrazioni di AstraZeneca alle forze dell'ordine sono quasi al completo. Tranne, appunto, la polizia penitenziaria, che conta solo 35 vaccinati e su cui si sta registrando un consistente ritardo proprio in conseguenza al focolaio Covid.
Bisognerà aspettare che i non-contagiati concludano il periodo di isolamento precauzionale e valutare la vaccinazione posticipata per chi ha contratto il virus e, quindi, sarà per diversi mesi naturalmente immune. La vicenda che sta travolgendo il carcere in questo periodo ha però anche aperto un capitolo spinoso.
Le familiari di due detenuti, ora ricoverati, hanno raccontato di essere rimaste all'oscuro di cosa stesse succedendo. Già da una decina di giorni non avevano notizie, rispettivamente del padre e del marito, e hanno scoperto del ricovero solo diverse ore dopo. Hanno poi descritto la struttura come "fatiscente, con topi ovunque, infiltrazioni e cure inesistenti", in cui i detenuti sono tenuti "in isolamento assieme ad altri potenziali positivi al Covid, quasi ammassati".
Accuse prontamente smentite da Giovanni Battista Durante, segretario generale della Sappe (sindacato della polizia penitenziaria). Ieri tuttavia i rappresentanti di Fp Cgil, Fns Cisl e Uil Pa hanno incontrato il sindaco Luca Vecchi e il prefetto, Iolanda Rolli, per riferire "la gravissima situazione dei contagi esplosa all'interno del carcere" scrivono in una nota, dove si parla però di sei ricoverati tra i detenuti.
I sindacati hanno messo l'accento sulle "problematiche a livello organizzativo", come l'assenza di protocolli chiari e i ritardi nella fornitura di dispositivi di protezione. La mancanza più significativa, segnalata nel corso dell'incontro, riguarda "un'adeguata organizzazione della presenza sanitaria in carcere, col presidio di dirigenti sanitari che possano efficacemente mettere in pratica i protocolli e le disposizioni che l'Ausl ha predisposto per contenere i focolai". I numeri dei casi positivi e dei ricoverati forniti dai sindacati non coincidono poi con quelli dell'Ausl: 6 in ospedale e cento contagiati.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 3 aprile 2021
Il viaggio etno-musicale di Joe Perrino dentro gli istituti penitenziari della Sardegna. E il libro di Sergio Abis, "Chi sbaglia paga", con le lettere dei detenuti a don Ettore Cannavera, fondatore della comunità La Collina. Le prigioni dell'isola sono ormai utilizzate come un confino: per esempio ad Arbus Is Arenas e Onanì gli stranieri sono circa il 78%, rispetto a una media nazionale del 32%.
Please Governor Neff mi lasci libero. E il Governatore del Texas Pat Morris Neff, effettivamente lo lascio liberò e lo graziò. Eravamo negli anni Trenta del secolo scorso. Senza i blues di Leadbelly non ci sarebbe stata buona parte della musica folk e rock dei decenni successivi. E senza il viaggio etnomusicale di John Lomax e di suo figlio Alan nessuno avrebbe avuto modo di assaporare quei blues di Leadbelly che parlano all'anima. La Library of Congress aveva incaricato i Lomax di registrare la musica degli Stati Uniti del Sud, che fino ad allora si tramandava oralmente e rischiava di andare perduta. John Lomax capì che le prigioni negli anni Trenta americani erano posti preziosi dove si potevano incontrare biografie musicali meravigliose, proprio come quella di Leadbelly.
Altrettanto straordinario è il viaggio etno-musicale di Joe Perrino in Sardegna in giro per le dieci carceri dell'isola. Un viaggio che per ora è un disco - "Canzoni di malavita n. 3. Per grazia non ricevuta" - ma che diverrà a breve anche un film girato insieme a Giovanna Maria Boscani, artista musicale sassarese. Joe Perrino, rocker cagliaritano, diciotto dischi sulle spalle, ha dato vita a un eccezionale progetto di recupero di una tradizione musicale che nasce dietro le sbarre, così raccogliendo e tramandando racconti di vita, gelosie, lamentele, sogni, frustrazioni. In alcuni casi ha fatto proprio la stessa cosa dei Lomax, ossia è andato a recuperare una tradizione musicale galeotta che fino ad allora non aveva mai avuto occasione di diventare testo scritto e cantato da non detenuti. Joe Perrino ha sia tradotto in canzoni scritti, disegni, dipinti e piccole sculture di detenuti dai quali ha estrapolato il cuore pulsante, ha sia restituito vita a brani tradizionali, come nel caso della traccia Milano-Livorno-Binario 21.
"Annuncio ritardo: sono quasi due ore, il treno non parte, chiedo a un passante cosa è successo, un drogato è morto nel cesso". Una canzone che racconta di un ragazzo che dalla Sardegna finisce a Milano. A lui gli è andata male a causa dell'eroina. Quell'eroina che ti portava a dire che la prima volta era bello. "Gli è andata male con la fortuna. Rubava non per quattrini. Gli spacciatori bastardi e assassini". Una canzone che nel cuore degli anni Settanta era cantata dai gruppi anarchici milanesi.
In Ricominciare da capo c'è invece un riassunto di emozioni di vita carceraria: la paura del dopo, il dolore, la non rassegnazione, la naturale ricerca della felicità di chi ora sta dentro, ma poi starà fuori. Non c'è auto-commiserazione né esaltazione di violenza, ma solo vita vera, fatta di sentimenti di vendetta non sopiti. Si percepisce lo scorrere inesorabile, lento, tragico, ripetitivo, ossessionante del tempo. "Sono rinchiuso in una cella dimenticato. Viene l'inverno. Il freddo che morde. Tristi pensieri... Arriva l'estate, affaticato stanco e sudato mentre il borghese si gode la vita".
Tempo e spazio sono categorie classiche che definiscono la pena moderna. Il tempo e lo spazio della prigione si ritrovano in questa raccolta musicale, terzo capitolo di un progetto che meriterebbe di diventare patrimonio bibliotecario pubblico così come avvenne per il lavoro di ricerca di padre e figlio Lomax nelle prigioni degli Stati Uniti del Sud.
Joe Perrino ha lavorato dal basso a una tradizione musicale che solo in parte è assimilabile alla musica neo-melodica napoletana o barese. Quest'ultima riesce meno a scavare nella zona grigia dei sentimenti, che non è fatta solo da espressioni dalle tinte forti, come quando il mio omonimo Patrizio, cantante morto per overdose a 24 anni a Napoli, scrive a canta che non vuole "l'attenuante minorenne, perché je l'aggio acciso comme a n'ommo gruosso".
Nelle storie cantate da Joe Perrino, al pari di quelle di Tom Waits in "Orphans: Brawlers, Bawlers and Bastards", c'è l'intensità della vita trascorsa in prigione; non c'è dunque solo l'affresco di un mondo criminale sublimato a mondo perfetto, fondato sulla cultura machista della violenza. C'è anche lo sguardo antropologico alla vita di galera. Per questo il progetto musicale di Joe Perrino è anche una via attraverso cui conoscere le dieci carceri sarde con i suoi due mila detenuti.
Finire in carcere in Sardegna non è come stare in continente. C'è l'isolamento forzato determinato dalla lontananza, dalla difficoltà di tenere in piedi legami affettivi, visto che non sempre sono lì reclusi i sardi di origine. La Sardegna, un tempo perché ci si mandava i terroristi e i mafiosi, ora perché è luogo privilegiato di trasferimento degli stranieri provenienti dalla terraferma, tende ad assomigliare a un confino. Vi sono istituti con una presenza percentuale di detenuti stranieri elevatissima; si pensi che ad Arbus Is Arenas e Onanì gli stranieri sono intorno al 78%, rispetto a una media nazionale pari al 32% circa.
Per capire cosa accade nelle carceri sarde e per conoscere un'alternativa possibile alla prigione quale pena, ci si può affidare oltre che a un disco, anche a un libro scritto da Sergio Abis, Chi sbaglia paga (Ed. Chiarelettere). Abis raccoglie le lettere scritte in un ampio arco di tempo dai detenuti a un sacerdote, don Ettore Cannavera, fondatore della Comunità "la Collina", a Cagliari. Le lettere dei detenuti a don Ettore costituiscono uno spaccato sociologico attraverso cui conoscere il carcere vero, che purtroppo tende a non coincidere con quello descritto nelle norme dell'ordinamento penitenziario. Il carcere reale è fatto di sofferenze, isolamento relazionale ed affettivo, disagio, paura, preoccupazioni stratificate, abbandono emotivo e sociale. Don Ettore gestisce nelle bellissime colline cagliaritane una comunità dove ragazzi, giovani adulti e non solo scontano parte della loro pena in misura alternativa alla detenzione.
Ho avuto la fortuna di trascorrervi alcune giornate insieme a don Ettore, ai suoi educatori e a i suoi ospiti. Si respira un'aria non di afflizione, sofferenza, abbandono, solitudine. La pena recupera così quel suo senso costituzionale che invece sembra tragicamente perso leggendo le lettere dei detenuti che ha così mirabilmente raccolto Sergio Abis. È un libro duro che tocca le corde anche di chi tante ne ha lette e tante ne ha viste. Don Ettore non è il classico sacerdote che raccoglie la confessione dei peccatori; lui è la speranza di uscita dal buio, verso quella che dovrebbe essere una riconversione ecologica della pena.
Un disco e un libro ci portano dentro le prigioni di quella bellissima terra che è la Sardegna. L'arte e la letteratura costituiscono una forma di conoscenza non scontata del reale, in quanto libere da schemi precostituiti e da stereotipi interpretativi. Joe Perrino e don Ettore Cannavera (la cui opera traspare dal lavoro di scrittura e di archivio di Sergio Abis) sono due volti bellissimi di una Sardegna che - va ricordato - è la terra di Zirichiltaggia, ossia di quella poesia in dialetto grazie alla quale Fabrizio De André ci ha condotto per mano nell'isola, facendoci scoprire l'umanità di luoghi che possono essere raccontati solo se intensamente vissuti.
di Maria Vittoria Corrado
gnewsonline.it, 3 aprile 2021
Nel giorno della vigilia di Pasqua, è stato presentato il trailer del cortometraggio cinematografico Stabat Mater. Il dramma poetico, liberamente tratto dalla raccolta Madri di Grazia Frisina, regia di Giuseppe Tesi, è interpretato da attori professionisti, tra i quali Melania Giglio e Giuseppe Sartori, e da dodici detenuti di diversa nazionalità, lingua e cultura della casa circondariale di Santa Caterina in Brana di Pistoia.
La scelta del testo, ispirato alla preghiera tradizionalmente attribuita a Jacopone da Todi, al teatro medievale e alla tragedia greca, intende dare voce a tutti coloro che solitamente non hanno la possibilità di esprimersi, simbolicamente rappresentati dal pianto della Vergine Maria. In tal senso, hanno potuto manifestare il proprio disagio un gran numero di attori detenuti, grazie alla presenza del Coro e della Corifea, suggeriti dall'opera quali controcanto all'azione. "Il teatro in carcere - ha dichiarato la guardasigilli Marta Cartabia nel giorno della Giornata mondiale del teatro, celebrata lo scorso 27 marzo - non è mero intrattenimento, riempitivo di un tempo vuoto, ma un'occasione significativa in un percorso di acquisizione di consapevolezza".
Le riprese dello Stabat Mater, partite prima dell'inizio della pandemia, hanno avuto come scenario l'interno del carcere toscano e alcuni luoghi caratteristici della provincia: la saletta anatomica dell'Ospedale del Ceppo, di architettura settecentesca, la fontana di Daniel Buren a Villa La Magia e la spiaggia della Lecciona in Versilia. Il progetto, promosso dall'associazione culturale Electra Teatro, punta a valorizzare la persona e lo sviluppo della sua autonomia, attraverso un percorso formativo che potenzi capacità creative e culturali dei singoli, con un'attenzione particolare al miglioramento del lessico linguistico dei detenuti stranieri, essenziale alla loro integrazione sociale e al necessario reinserimento nella cittadinanza attiva.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 aprile 2021
Per i medici questa condizione acuisce le sue patologie con il rischio di autolesionismo. Al carcere di Parma c'è un detenuto con problemi psichici - tanto da commettere atti autolesionistici come cucirsi la bocca - che da cinque mesi è in isolamento totale. Nonostante l'indicazione dei medici, è perennemente chiuso in cella, senza l'ora d'aria e attività trattamentali. Il caso è stato sollevato da Sandra Berardi, presidente dell'associazione Yairaiha Onlus.
Si chiama Carmelo Latino e risulta preso in carico dai servizi psichiatrici già dal 2009 con tali scompensi emotivi da rendere necessarie frequenti visite psichiatriche. Dalle relazioni mediche che l'associazione Yairaiha ha allegato nella segnalazione al ministero e Dap, si evince che il principale motivo di ansia e scompenso, da sempre ma acuitosi negli ultimi mesi, è l'ipotesi di dover condividere la cella con altra persona al punto che tutti gli specialisti che lo hanno visitato hanno sempre raccomandato la collocazione in cella singola. Latino si trova in isolamento, continuatamente, dall' 11 novembre 2020. Inizialmente l'isolamento è stato volontario in relazione alla comunicazione da parte degli agenti preposti che avrebbe dovuto "lasciare la sua cella e cercarsi un compagno", onde evitare discussioni che avrebbero potuto compromettere il precario equilibrio psichico, oltre che prendere un rapporto disciplinare.
Il 17 novembre gli viene comunicata una sanzione disciplinare con l'esclusione dalle attività in comune per 15 giorni. A questa ne sono seguite altre fino a determinare l'isolamento totale con l'esclusione dalle attività e dall'ora d'aria. "Uno stato di isolamento che ha esasperato oltremodo la fragilità psichica del sig. Latino che in data 3 febbraio è arrivato a cucirsi la bocca per riuscire ad essere ascoltato", osserva l'associazione Yairaiha.
Il 18 febbraio, il detenuto, durante un video collegamento, avrebbe avuto modo di far presente al direttore e a due funzionari dell'istituto i motivi del suo gesto estremo, ribadendo la necessità di stare in cella da solo, dato il conclamato disagio psicologico e chiedendo, contestualmente, di poter effettuare le ore d'aria anche da solo, sebbene non dovrebbe esserci nessun divieto di incontro con la restante popolazione detenuta.
La questione è seria. Dalle numerose relazioni mediche si evince che l'isolamento forzato sta determinando un acuirsi delle patologie psichiatriche pregresse con elevati rischi autolesivi. Tutti i medici che lo hanno visitato raccomandano "l'allocazione in cella singola (anche in sezione Iride) e la garanzia del mantenimento di tutti i diritti e possibilità (attività, ora d'aria e socialità) che il paziente aveva nella sezione ordinaria", e ancora: "Si ribadisce la necessità di allocazione in cella singola in sezione ordinaria al fine di ridurre l'irritabilità e gli elementi stressanti in paziente con fragilità di adattabilità, al fine di garantire il miglior adattamento possibile alla vita detentiva residua (fine pena 2025 con detraibilità)".
La Repubblica, 3 aprile 2021
Il Garante dei detenuti e la Camera penale: "Provvedere alla vaccinazione nel più breve tempo possibile". Il Garante dei detenuti del Comune di Parma, Roberto Cavalieri, e la Camera Penale di Parma con il suo Osservatorio carcere, in persona della responsabile avvocato Monica Moschioni, dopo essersi incontrati per un confronto circa le recenti notizie provenienti dal penitenziario, dal quale provengono dati che evidenziano un peggioramento della situazione sanitaria dovuta al focolaio Covid-19 attivato la scorsa settimana, hanno deciso di rendere pubblica l'informazione condivisa a tutela di coloro che accedono alla struttura e a sostegno delle iniziative per la prevenzione dell'ulteriore diffusione del contagio.
"Ad oggi i dati sul contagio da Covid-19 di detenuti e personale della Polizia penitenziaria manifestano un incremento tale da destare preoccupazione. Il numero dei detenuti ristretti al regime differenziato 41bis positivi è passato da 11 a 18, di cui uno risulta essere ricoverato nel padiglione Covid presso l'Ospedale maggiore. Anche in altri reparti detentivi risultano essere stati rilevati casi positivi, al momento 1 in Media sicurezza e 2 in Alta sicurezza. Quarantacinque sono, invece, gli agenti della Polizia penitenziaria ad oggi positivi.
Il quadro del focolaio oggi conta complessivamente 66 persone coinvolte e, considerate le caratteristiche della popolazione detenuta (240 persone detenute assegnate a Parma per motivi sanitari, persone anziane e spesso portatori di gravi patologie), il dato non può che elevare il livello di allarme.
Il Garante dei detenuti del Comune di Parma e l'Osservatorio carcere della Camera penale di Parma danno atto che il Direttore Valerio Pappalardo e la Direzione Sanitaria degli Istituti Penali, in persona del Dott. Faissal Choroma, hanno attivato tutte le necessarie misure per il contenimento del contagio, operando in coordinamento con il comandante Domenico Gorla, e nei confronti degli stessi si esprime sincero apprezzamento e solidarietà, soprattutto perché operano in condizioni decisamente critiche, dato l'elevato numero della popolazione detenuta.
Tuttavia è necessario che il processo di vaccinazione dei detenuti, che ad oggi ha riguardato solo 12 reclusi ultraottantenni, venga sostenuto dalla Sanità Regionale con maggiore determinazione, accelerando la somministrazione dei vaccini. La comunità penitenziaria conta circa mille persone tra detenuti e personale della polizia penitenziaria e, considerata la fragilità di larga parte dei detenuti, è atteso un segnale forte e deciso da parte della Sanità. Infine, i firmatari esprimono la propria vicinanza ai detenuti e alle loro famiglie, rendendosi disponibili per le eventuali necessità di informazioni, cooperando in tal senso con l'Amministrazione Penitenziaria".
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