L'Adige, 31 marzo 2021
La Garante Menghini ha fatto il punto della situazione in Quarta commissione. Sono 294 (dati aggiornati il 22 marzo) i detenuti presenti nella Casa circondariale: 22 donne e 272 uomini. Lo ha detto ieri mattina, 30 marzo, la garante dei detenuti Antonia Menghini illustrando alla Commissione la condizione della Casa Circondariale di Spini di Gardolo a partire dall'inquadramento del settore negli interventi governativi più rilevanti connessi alla diffusione dell'epidemia da Covid19, che hanno comportato una flessione significativa delle presenze negli istituti, in particolare nei mesi di marzo ed aprile.
La situazione - Venendo alla Casa Circondariale di Trento Menghini ha rilevato una serie di criticità legate al superamento del numero delle presenze, alla crescita delle presenze di detenuti protetti e alla sospensione dei trasferimenti su richiesta delle persone detenute dal 10 novembre 2020. La Garante ha poi illustrato alcuni dati, rilevando un trend negativo con riferimento al lavoro in carcere, che registra una riduzione del 20% rispetto al 2017. Le criticità legate a questo aspetto sono connesse alla carenza di risorse, al fatto che l'offerta occupazionale per i detenuti "protetti" sia largamente inferiore a quella dei detenuti comuni e alla sospensione delle attività formative per i detenuti protetti, in attesa del nuovo bando dell'Agenzia del Lavoro. Fortunatamente in generale Menghini ha detto che l'emergenza Covid ha inciso solo marginalmente sul versante occupazionale.
Tra le criticità connesse all'epidemia la Garante ha sollevato il condizionamento sui corsi scolastici, con la sospensione dell'attività in presenza, cui si è aggiunta la difficoltà della realizzazione della connessione delle aule alla rete Internet per l'attivazione della Dad in modalità digitale, che entrerà presumibilmente a regime entro la fine di aprile. Allo stesso modo, nel periodo di emergenza, sono stati prima sospesi e poi ridotti i contatti con l'esterno, rimpiazzati solo parzialmente con il sistema delle video chiamate WhatsApp, pur avendo purtroppo attualmente a disposizione solo un dispositivo per ognuna delle sei sezioni. Sospese a più riprese anche le attività collettive e l'ingresso degli operatori per i gruppi di confronto e gli sportelli informativi.
Situazione del Covid in carcere - Quanto al Covid nella casa di Gardolo, nella prima ondata si registrarono solo 7 casi di contagio, mentre a inizio dicembre si raggiunse la punta massima di 32 casi, fortunatamente asintomatici o paucisintomatici, e al 22 marzo non si registrano contagi né tra la popolazione detenuta, né tra la polizia penitenziaria.
Il 15 marzo è iniziata la campagna vaccinale in carcere, ma Menghini ha rilevato un'adesione inferiore alle aspettative nonostante l'attività di informazione e sensibilizzazione svolta dall'area sanitaria, probabilmente collegata al caso Astrazeneca. Gli spunti dei consiglieri: percentuale di stranieri detenuti più alta che altrove, didattica a distanza, carenze di organico, misure di avvicinamento detenuti-famigliari ecc.
L'intervento di Alessia Ambrosi - Alessia Ambrosi (Fratelli d'Italia) ha chiesto cosa ci si debba aspettare nel post Covid in termini di presenze e perché in Trentino c'è un'inversione di tendenza rispetto al dato italiano, nell'incidenza di detenuti stranieri sul totale della popolazione carceraria.
La richiesta di Ferrari, Marini, Cia e Marini - Sara Ferrari ha sollecitato maggiori informazioni sulla Dad e Paolo Zanella (Futura) ha chiesto se ci sono prospettive a breve termine nell'introduzione di misure per consentire l'avvicinamento del detenuto ai famigliari.
Alex Marini (5 Stelle) ha posto la questione dei limiti dell'organico chiedendo se queste limitino la Garante nello svolgimento delle sue funzioni. Infine, Claudio Cia ha chiesto maggiori informazioni sulle poche adesioni al vaccino, ovvero se ci sia maggiore incidenza tra detenuti o personale carcerario.
La replica di Menghini - Nella replica, Menghini ha detto che è difficile una valutazione sul post Covid in termini di presenze, perché i provvedimenti varati non possono essere potenzialmente risolutivi della situazione di sovraffollamento delle carceri: se non ci saranno misure specifiche e dedicate, i dati si manterranno probabilmente costanti. Quanto alle presenze straniere Menghini ha osservato che in molti istituti di confine c'è una presenza più significativa di stranieri, però rispetto a Trento probabilmente molto è legato al meccanismo dei trasferimenti da carcere a carcere, perlopiù detenuti stranieri, dal Veneto e non solo.
I numeri non entusiasmanti delle adesioni al vaccino riguardano anche gli operatori di polizia penitenziaria, non solo la popolazione carceraria. Sulla Dad, Menghini ha precisato che i tempi per la predisposizione della strumentazione necessaria, la progettazione e i lavori, non sono stati immediati e allo stato attuale la didattica a distanza non è attiva, ma verrà messa a punto entro fine aprile. L'avvicinamento agli affetti e la possibilità di contatto con il nucleo famigliare è fondamentale per il detenuto, ha detto Menghini che ha chiarito di aver posto l'attenzione su questa tematica all'assemblea dei garanti regionali, però le difficoltà non sono poche e le situazioni sono tra le più variegate.
Infine, la Garante ha detto che la contingenza epidemiologica ha creato una situazione particolarmente pesante e difficile, dal momento che è la sola a poter entrare in carcere dall'inizio dell'emergenza. A questo si aggiunge il parziale distaccamento dell'unica risorsa formata e capace a sua disposizione: la mole di lavoro dell'ufficio del garante è molto significativa, il numero di colloqui e di adempimenti sono cospicui e le risorse umane in questo senso sono fondamentali.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 31 marzo 2021
Per la morte di otto dei nove detenuti nella rivolta di Modena è stata chiesta l'archiviazione, ma i legali di Hafedh Chouchane si sono opposti. Come già riportato da diversi giornali, ai primi di marzo la Procura di Modena ha chiesto l'archiviazione per la morte di otto dei nove detenuti che hanno perso la vita l'anno scorso durante la rivolta di Modena dentro la casa circondariale di Sant'Anna. "A seguito degli accertamenti medico legali e chimico tossicologici l'individuazione delle cause del decesso conduce per tutti alle complicazioni respiratorie causate dall'assunzione massiccia di metadone e altri farmaci. Viene esclusa per tutti l'incidenza concausale di altri fattori di carattere violento", così in sostanza la procura ha liquidato la questione. In realtà, nessuno ha messo in discussione la causa della morte. Senza dubbio è overdose di metadone e altre sostanze. Ma da sola non basta, anche perché, sia pure prendendo atto che la Polizia penitenziaria si è trovata ad affrontare era complicata e delicata, si tratta di una rivolta all'interno di un carcere: un evento prevedibile e, nei limiti del possibile, evitabile.
Ad Hafedh Chouchane mancavano poche settimane per la fine della pena - Ad esempio c'è stata una pronta opposizione alla richiesta di archiviazione per il caso di Hafedh Chouchane. La sua vicenda è stata resa pubblica da Il Dubbio appena qualche giorno dopo i decessi a seguito delle rivolte. Una storia amara, visto che al ragazzo mancavano solo due settimane per finire di scontare la pena. Ma non ha fatto in tempo. Contestualizziamo. L'impatto della pandemia ha generato paura e spaesamento nei reclusi. Ogni giorno su tv, radio, giornali, si chiedeva di mantenere il distanziamento sociale e di evitare assembramenti: due cose inconciliabili nelle nostre carceri. Queste preoccupazioni e la chiusura dei colloqui, hanno portato poi a far esplodere gli animi e alle proteste che ad inizio marzo del 2020 hanno interessato decine di istituti in tutto il Paese.
Quattordici morti tra Modena e Rieti - Durante quelle proteste quattordici detenuti morirono nelle carceri di Modena e Rieti. Nove solo nella rivolta di Modena. Tranne il caso di Salvatore Piscitelli, per tutti gli altri è stata chiesta l'archiviazione. Tra di loro c'è, appunto, il tunisino Chouchane.Ma quali aspetti sono stati poco considerati dalla Procura relativamente al caso del ragazzo tunisino, ma che si possono estendere anche nei confronti di tutti gli altri? La richiesta di archiviazione a cui perviene la Procura appare censurabile sia riguardo alle questioni processuali, sia per ciò che attiene alle questioni di merito.
Punto primo. Il carcere, come altre strutture pubbliche richiede l'adozione di tutte le misure idonee a evitare qualsiasi tipo di danno o pericolo. Esiste una posizione di garanzia in capo a chi gestisce tali strutture, su cui grava l'obbligo di protezione del diritto alla salute, ancor di più in un luogo come il carcere a forte rischio di situazione di pericolo e la sicurezza.
La situazione del carcere di Modena era di sovraffollamento carcerario particolarmente grave, con una percentuale pari al 147%. Era prevedibile uno sviluppo così violento, quello della rivolta, in presenza di parametri fortemente lontani da quelli ordinari? Proprio la posizione di garanzia richiesta a tutto il personale presente in Istituto impone che negli istituti penitenziari i medicinali (quali il metadone) siano messi al sicuro e contenuti all'interno di casseforti o armadi blindati. Si ha quindi il dovere di non lasciare incustodito questo tipo di sostanza poiché l'uso scorretto può portare ad una overdose. È stato fatto tutto ciò?
L'armadio blindato che conteneva il metadone era stato chiuso? - L'amministrazione penitenziaria, come suo dovere, ha vigilato affinché il detenuto non compia determinati atti che, soprattutto se tossicodipendente, sono prevedibili in situazioni di rivolta? Il metadone si trovava all'interno di un armadio blindato, trovato aperto e non scassinato, di cui manca la prova che fosse stato chiuso a chiave quella mattina e la cui chiave si trovava, comunque, all'interno di una presunta cassetta di sicurezza. Tra l'altro alla facile portata dei detenuti che in pochi minuti ne sono entrati in possesso.
Vi sono poi delle discrepanze temporali tra i racconti delle infermiere presenti durante la rivolta di Modena, che davano contezza della chiusura dell'armadio contenente il metadone fino alle 16 circa, e l'intervento del 118, che già dalle 14 e 30 operava su soggetti in preda ad overdose. Inoltre, come già emerge dalla lettura della richiesta di archiviazione, le due infermiere non hanno mai dichiarato di aver, una volta iniziata la fase concitata della rivolta, messo a riparo il metadone - sul quale stavano lavorando - nell'armadio blindato e chiuso a chiave. Non dicono di averlo fatto durante la fase concitata e nemmeno quando sono uscite pacificamente scortate dai detenuti: danno una descrizione precisa di ogni singolo avvenimento e stato d'animo di quei momenti, ma mai dicono di aver chiuso a chiave l'armadio blindato.
Incongruenze tra le dichiarazioni dei detenuti e quelle degli agenti - Altre criticità emergono dalla lettura delle ultime ore di vita di Chouchane, durante la rivolta di Modena. Anche in questo caso, questi elementi si desumono già dalla lettura della richiesta di archiviazione.
Infatti dal confronto tra le dichiarazioni dei detenuti, nonostante molti incomprensibilmente non siano stati sentiti (seppur identificati), e le dichiarazioni degli agenti emergono diverse incongruenze, anche molto evidenti, sul luogo, le modalità e l'orario in cui è stato portato il detenuto agli agenti affinché ricevesse le cure del caso.
Il comandante Pellegrino, in una prima versione dichiara che il corpo di Hafedh è stato portato al passo carraio alle ore 19.30 da detenuti rimasti non identificati e di averlo poi immediatamente sottoposto alle cure mediche: in realtà, risulta dagli atti che solo alle 20 e 20 il medico del 118 lo hanno soccorso e constatato il decesso.
Dunque 50 minuti dopo, seppure la distanza tra il passo carraio interno e l'esterno è di poche decine di metri. In una seconda versione, del 19 marzo, lo stesso Comandante dice che il corpo di Hafedh è stato portato all'attenzione degli agenti penitenziari nel piano terra (dunque all'interno del carcere), nei pressi del sottoscala dell'ingresso 88. Dunque in un posto differente. Il detenuto citato nella richiesta di archiviazione dice invece di averlo portato, insieme ad altri detenuti non sentiti ma identificati, alla rotonda del carcere.
Gli orari dei soccorsi al ragazzo tunisino non coincidono - Quindi sempre all'interno del carcere e in un orario che dalle sue dichiarazioni si ricostruisce intorno alle ore 14.30. Gli orari non tornano: parliamo di cinque ore prima delle 19.30 indicate nella prima versione del Comandante e sei ore prima il soccorso del 118. Qual è la versione giusta?
Differenze di alcune ore che hanno giocato un ruolo di primo ordine nella morte dello stesso. Infatti, come evidenziato dalla dottoressa Del Borrello nella sua perizia di parte, un intervento maggiormente tempestivo avrebbe potuto salvare la vita al soggetto. Tutto questo non viene affrontato dalla Procura nella richiesta di archiviazione. Eppure sono elementi da approfondire, bisogna dipanare tutte le evidenti contraddizioni.
Due sono i temi da affrontare. Il primo tema è la mancata custodia dei detenuti, soprattutto quei soggetti vulnerabili come i tossicodipendenti che sono riusciti ad accedere con facilità al metadone. Il secondo tema è la contraddizione sugli orari e il luogo dove è stato portato il corpo del tunisino in stato comatoso. Senza approfondire ulteriormente le indagini, non si potrà mai chiarire davvero cosa sia successo in quei giorni nel carcere durante la rivolta di Modena.
lavocetorino.it, 31 marzo 2021
Accade all'istituto di detenzione Cerialdo di Cuneo, dove in totale si registrano 11 positivi tra i detenuti oltre a 6 agenti. Detenuti in regime di "carcere duro" (41bis) positivi al Covid. Accade all'istituto di detenzione Cerialdo di Cuneo, dove si registrano 11 detenuti positivi al virus oltre a 6 agenti. Nelle carceri piemontesi ci sono positivi anche ad Asti (un focolaio con 51 detenuti su 298, oltre a 8 agenti) e Saluzzo, sempre in provincia di Cuneo, con 27 detenuti (su 409 ospiti) e 4 tra agenti e personale positivi. Solo il carcere di Vercelli è "Covid-free".
"Nelle tre carceri piemontesi sono in corso le vaccinazioni anche sulla popolazione carceraria - osserva Bruno Mellano, garante regionale dei detenuti -. Il Piemonte ha scelto una strategia sbagliata, inseguendo il contagio con le vaccinazioni, senza prevenirlo. Nelle prossime ore il comitato tecnico scientifico nazionale invierà linee guida dettagliate per le immunizzazioni nella popolazione carceraria, che include popolazione, agenti e operatori
di Annalisa Romano
vesuviolive.it, 31 marzo 2021
Lanciato dalla Pastorale Carceraria della Diocesi Arcivescovile di Napoli, il giornale, "Liberi di informare, dentro ma fuori dal carcere" si ripresenta con una redazione nuova, con l'obiettivo di donare sostegno ai detenuti. Protagonisti di scrittura e comunicazione, i detenuti raccontano i pensieri, le storie, e le attività della loro quotidiana vita carceraria. Don Franco Esposito, ministro religioso a cui venne affidata la ufficiatura dell'Istituto penitenziario di Poggioreale, consegnò il progetto nelle mani dell'Associazione Liberi di Volare Onlus, che attraverso l'aiuto di volontari affiancati da un gruppo di professionisti, oggi, organizza attività laboratoriali-espressive.
Il giornale vuole soddisfare la necessità di intraprendere una vera e propria opera di sensibilizzazione dell'intera comunità. Lo fa attraverso la promozione di nuove proposte di formazione, e rieducazione come unico fine un completo e sano reinserimento, credendo fermamente che "il mensile può essere per i detenuti un modo per sentirsi ancora parte della comunità ed è anche un modo per far entrare nel carcere la comunità esterna." Lo racconta lo stesso Don Franco in questo video:
Il carcere nella sua enormità non riesce a dare una risposta di miglioramento a tutti coloro che stanno scontando una pena detentiva, ma soprattutto un senso di accoglienza da parte della Società una volta fuori. La scrittura diventa così lo strumento per uscire dal guscio della solitudine e raccontarsi.
È Emanuela Scotti a dirigere la testata, che con grande passione e tenacia ha trasformato l'informazione in una vera e propria forma di comunicazione: "Ho partecipato per la prima volta al corso organizzato, nell'anno 2018, presso la Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale a Capodimonte, su incarico del giornale online con cui collaboro, di seguire, tutte le lezioni, e scrivere un reportage. In quell'occasione, mi colpì il legame intenso che esiste tra i detenuti e i volontari carcerari, anch'essi partecipanti al corso. Mi sembrarono, da subito, una sola famiglia, con un grande papà, don Franco Esposito, che era tra gli organizzatori del corso. Capii che per fare volontariato carcerario occorrono competenza, coraggio ma soprattutto un grande cuore e una grande apertura mentale, per essere vicini agli ultimi, "gli esclusi come inclusi".
Nelle parole della giornalista si leggono emozioni forti: un progetto nutrito da un profondo ottimismo, la voglia di far respirare normalità. "Conosco la realtà carceraria attraverso le testimonianze dei detenuti e delle loro lettere. Appena me le ritrovo tra le mani, mi emoziono, mi commuovo nel leggerle. E questo grazie anche alla speranza che traspare dagli scritti, speranza che una volta usciti da quelle mura, si possa realmente rinascere a nuova vita. Ecco, la sofferenza che si conclude in speranza, è il filo conduttore di ogni scritto e ogni loro testimonianza".
Nell'attesa, l'amicizia tra fede e scrittura riesce ad alleggerire "il mondo buio del penitenziario". Decidendo di uscire fuori dagli schemi, Emanuela Scotti e Don Franco hanno predisposto la stampa dell'intero giornale categoricamente non in bianco e nero: "per colorare, anche solo attraverso le pagine di un giornale, le vite dei principali lettori, i detenuti".
Il coinvolgimento e la partecipazione attiva, sono segnali di un esito fruttuoso, che sicuramente trova le sue radici nella presenza di un uomo di chiesa: "Don Franco è la luce in fondo al tunnel, come il miraggio per i detenuti che in lui trovano guida e sostegno; il prete degli ultimi, il prete di strada per eccellenza, che parla e racconta di fede con coraggio, ponendo il condannato, non solo come colui che va perdonato, ma soprattutto aiutato nella reintegrazione sociale. Io ringrazio don Franco per la fiducia che mi ha dato, affidandomi la direzione di un giornale originale e coraggioso, e sicuramente la sua "presenza" è il sigillo di garanzia alla buona riuscita del giornale. Rappresenta per me che lo dirigo sicurezza e tranquillità... immagino per i "redattori - detenuti" cosa possa rappresentare, a questo punto".
Ma qual è la gratificazione più grande che si possa ottenere da un lavoro che prende piede in un luogo dove il concetto di cultura molto spesso entra in antitesi con il concetto di umanità? "Per la presentazione del giornale ai detenuti, nella cappella del carcere di Poggioreale, il 31 dicembre durante una celebrazione eucaristica presieduta dal cardinale Crescenzio Sepe. Fui accolta dai detenuti presenti con una gioia che non dimenticherò mai più. Mi ringraziavano, applaudivano, cantavano i loro inni di fede, entusiasti del giornale appena nato... il loro giornale, con la voglia di parlare, ascoltare e farsi ascoltare".
2500 furono le copie stampate per la prima edizione del gennaio 2019. Purtroppo, "in questo tempo di pandemia, dove la distribuzione del giornale è ridotta, la tiratura, resa possibile grazie al contributo volontario della Fondazione di San Gennaro Onlus, è di circa 1000 copie", testimonia la Direttrice.
Questo non è però l'unico danno che ha causato l'arrivo dell'epidemia da Covid-19. Infatti, la mancata possibilità di sentirsi ascoltati, di sentirsi persone, è stata aggravata dalla decisione del governo di sospendere non solo ogni attività di volontariato, ma anche l'incontro con i propri cari, nelle carceri.
"A farne le spese in questo modo è stata la socialità dei detenuti, e quindi il loro benessere psicologico e fisico. Posso dire che in questo periodo di vita sospesa per ciascuno di noi, sia vissuto anche per loro come un tempo di sospensione, soprattutto di profonda sofferenza e con scelte di solitudine." Racconta Emanuela Scotti.
Dal laboratorio alla scoperta di nuove forme d'espressione e talenti: "la più grande innovazione è quella di rendere i detenuti redattori, attraverso la pubblicazione integrale dei loro scritti. In particolare, ricordo la pubblicazione di una serie di fumetti disegnati dai detenuti, a valle di un laboratorio creativo tenuto presso il carcere di Poggioreale, da Chiara Ferrara, che è anche redattrice del giornale, sul tema della "cura", da rappresentare nel fumetto". Un monito affinché realmente la reclusione smetta di essere nei fatti esclusione. Con l'augurio che Liberi di informare "possa riprendere a pieno regime, non smettendo mai di informare "da fuori a dentro le mura del carcere".
di Giovanni Gioioso
ilmattinodifoggia.it, 31 marzo 2021
Riscontrate 40 positività tra la popolazione detenuta su 46 tamponi molecolari. Torna attuale la situazione delle carceri, che già soffrivano storicamente di endemici problemi oltre a quelli pandemici. Il "focolaio penitenziario" di Melfi rischia di far sprofondare l'arancione Basilicata anzitempo in rosso.
La gravità della situazione era già stata attenzionata da Leo Beneduci (segretario generale dell'Osapp) due settimane fa a seguito del focolaio riscontrato nel carcere di Asti. "Abbiamo più volte indicato l'urgenza che per le carceri Italiane si effettuassero con priorità assoluta le necessarie vaccinazioni sia nei confronti dell'utenza e sia riguardo al personale dipendente, mentre, invece constatiamo che tali iniziative, come detto irrinunciabili, vengono effettuate a macchia di leopardo e con modalità assolutamente dissimili da regione a regione per cui tuttora esistono strutture penitenziarie del tutto prive di interventi". Erano le parole del sindacalista, il quale sosteneva anche l'importanza di comprendere l'origine, oltre che le modalità di diffusione: "Fermo restando che per quanto riguarda emergenze pandemiche quali quelle che si stanno verificando ad esempio oltre che ad Asti presso gli Istituti penitenziari di Volterra, Pescara, Orvieto, Rovigo, Padova, Pavia e Milano Bollate e San Vittore non si è in grado di comprendere se le stesse siano determinate da inadempienze interne, anche rispetto ai protocolli vigenti ovvero riguardino ritardi ascrivibili al servizio sanitario nazionale ribadiamo, anche richiedendo l'esplicita considerazione della Guardasigilli Cartabia, la necessità di fare il più presto possibile per le carceri Italiane".
Già. Fare il più presto possibile per le carceri italiane, le quali a macchia di leopardo già soffrivano storicamente di endemici problemi oltre a quelli pandemici dell'ultimo anno. A Melfi, in provincia di Potenza, l'ennesimo "focolaio penitenziario" rischia - a ragion veduta - di far sprofondare l'arancione Basilicata anzitempo in rosso, prima del weekend pasquale. Da fonti interne si apprende che nel tardo pomeriggio di ieri sono stati effettuati 46 tamponi molecolari ai detenuti in alta sicurezza e sono state riscontrate 40 positività.
Si apprende, inoltre, che la gran parte dei detenuti positivi è al momento asintomatica e non desta preoccupazione, salvo tre o quattro detenuti che, costantemente monitorati, accusano febbre alta. Domani mattina le operazioni di screening saranno intensificate e sarà effettuato il tampone a tutta la popolazione detenuta che supera le cento unità, oltre agli agenti della polizia penitenziaria che ammontano ad una cinquantina.
Ad oggi non risultano agenti positivi, i quali con non poche difficoltà, garantiscono con i più alti dispositivi di protezione individuale, il corretto funzionamento della sezione "non Covid free". Uno screening totale, pertanto, al fine di avere un quadro chiaro della situazione e porre in essere tutti gli strumenti correttivi del caso per mitigare la diffusione del Covid-19.
romatoday.it, 31 marzo 2021
Il virus è tornato nel carcere femminile di Rebibbia. Da quanto appreso sembra siano risultate positive al tampone molecolare 40 detenute e 3 unità di Polizia Penitenziaria. Il numerico evidenziato pare sia in crescita. A darne notizia è Aldo Di Giacomo segretario generale del sindacato di Polizia Penitenziaria S.PP.: "L'entità del focolaio desta preoccupazione e non poche criticità. Ci siamo confrontati sin dall'inizio con i vertici del carcere ed abbiamo scritto all'autorità sanitaria competente chiedendo prontamente di effettuare un diffuso screening. Ci è stato comunicato in tempi rapidi di aver attivato con diligenza la sorveglianza sanitaria".
"Sono stati effettuati tamponi al personale ed a tutta la popolazione ristretta, ma il dato dei contagi resta allarmante e sembra crescere di giorno in giorno. Vista la grossa entità, potrebbero paradossalmente iniziare a mancare i posti in isolamento sanitario. Dal principio della pandemia - prosegue Di Giacomo - abbiamo chiesto alle autorità nazionali competenti che venissero fatti screening periodici a tutto il personale penitenziario, cosa non avvenuta, eppure probabilmente si sarebbero potuti evitare nelle carceri diversi focolai, con più accuratezza e maggiore organizzazione, senza sottovalutare gli effetti del virus e salvaguardando in tal modo sia il Personale che i detenuti, nonché il mondo esterno tenendo in considerazione che chi lavora nelle carceri o vi fa visita a qualsivoglia titolo, ha poi contatti al di fuori di esse".
Seguono a Di Giacomo le dichiarazioni del vice-segretario generale Gina Rescigno e responsabile sindacale nazionale S.PP. del comparto Polizia Penitenziaria femminile: "Lo sforzo messo in atto dalla nuova gestione del carcere è massimo, lo si denota a cominciare dalla giusta e dovuta distribuzione dei necessari DPI che avviene da diverso tempo, tuttavia anche nel Lazio ancora tarda il via alla somministrazione dei vaccini ed è inconcepibile che ciò avvenga proprio per chi sin dagli albori della pandemia ha lavorato e lavori a tutt'oggi in prima linea, continuando a prestare il proprio servizio sebbene rischi consapevolmente la vita e nel rischio potrebbe coinvolgere anche la sua stessa famiglia".
"Sono ormai imprescindibili interventi seri da parte delle autorità competenti perché di risposte apparentemente certe, o che per tali si vestono, non sappiamo più che farcene, non bastano più ai Poliziotti Penitenziari dispiegati su tutto il territorio nazionale. Esprimiamo la nostra solidarietà e diamo il nostro massimo sostegno a chi presta servizio a Rebibbia - conclude - o in una realtà analoga a quella che si vive in queste ore all'interno delle mura del suddetto carcere romano".
varesenews.it, 31 marzo 2021
Saranno quattro i detenuti che parteciperanno ad un nuovo corso di cucina organizzato in sinergia con l'Agenzia Formativa di Varese. In carcere a Varese in vista della Pasqua si impara a cucinare la pastiera. Saranno quattro i detenuti che parteciperanno ad un nuovo corso di cucina organizzato in sinergia con l'Agenzia Formativa di Varese.
L'idea è nata nei primi mesi del 2021 quando sono intercorsi i primi contatti tra il responsabile dell'Area Pedagogica della Casa Circondariale di Varese, Domenico Grieco, la direttrice dell'istituto penitenziario Carla Santandrea e il responsabile di sede dell'Agenzia Formativa di Varese, Ivan Cardaci, per poter collaborare ad iniziative condivise, tese sia a favorire il reinserimento nel contesto sociale dei detenuti di Varese che a valorizzare la mission istruttivo-formativa dell'Agenzia. Così si è deciso di organizzare la prima iniziativa in favore dei detenuti dell'Istituto penitenziario cittadino, denominata: "Una pastiera per una Pasqua solidale".
Nel corso di tre pomeriggi della settimana Santa sarà realizzato un corso di 8 ore, rivolto a 4 detenuti presenti nell'Istituto, ai quali il professor Stefano Aloe dell'Agenzia Formativa della provincia di Varese - Sede di Varese, coadiuvato dallo studente Marco Soldo, illustrerà la preparazione e realizzerà insieme agli stessi detenuti partecipanti di una pastiera monodose (per 65 porzioni) che sarà consumata per Pasqua. Tale attività rientra nel quadro di successive future collaborazioni che saranno promosse con l'obiettivo di favorire sia il reinserimento dei detenuti, che il perseguimento della dignità della vita detentiva.
di Mauro Magatti
Corriere della Sera, 31 marzo 2021
La complessità ha bisogno di competenza e livelli adeguati di decisione. Ma questo tende a portare verso una maggiore concentrazione delle facoltà decisionali. La pandemia è a tutti gli effetti uno "stress test" per le democrazie contemporanee che devono simultaneamente gestire l'emergenza medica, alleviare la grave sofferenza sociale ed economica, portare a termine in fretta la campagna vaccinale. Occorre tanto pragmatismo (come ha detto Draghi) ma anche visione: più che una spiacevole parentesi, questi mesi di inaudita complessità sono definiti da ciò che viene demolito, piuttosto che da ciò che si sta costruendo.
In un mondo in cui la ricerca e la scienza sono beni essenziali, le istituzioni pubbliche - che pure devono avere un ruolo regolativo - sono apparse spesso in ritardo, qualche volta inadeguate. Gli Stati inseguono l'innovazione servendosi di comitati tecnici e autorità indipendenti - nazionali e internazionali - che però non sono sempre all'altezza, specie quando le questioni hanno scala planetaria (vedi Oms). D'altro canto, le grandi imprese - tecnostrutture sempre più evolute, come le aveva chiamate K. Galbraith - sovrastano le capacità delle burocrazie pubbliche. E in qualche caso persino dei governi. Col risultato che, sempre più spesso, i grandi gruppi privati si trovano a trattare direttamente questioni che hanno un enorme impatto pubblico (vedi ad esempio i vaccini, ma lo stesso si potrebbe dire per l'AI).
Un problema che si complica in rapporto al tema della raccolta dei dati: una volta monopolio pubblico (con gli istituti di statistica), al tempo della digitalizzazione la datificazione è diventato un bene diffuso, vero e proprio fattore produttivo. Indubbiamente la grande disponibilità di informazioni è di grande aiuto per il governo dei fenomeni complessi, rendendo possibili decisioni meglio fondate e più tempestive. Ma il dato - che è sempre un costrutto - rimane faccenda delicata: le questioni legate alla privacy, alla accuratezza della raccolta, alla sua trasparenza e alla libera circolazione, alle tecniche di elaborazione sono tutti aspetti molto delicati.
In questi 12 mesi - un anno fa con le mascherine, oggi con i vaccini - è stato altresì evidente quanto la logistica e più in generale l'efficienza organizzativa facciano la differenza. Gli inceppamenti che quotidianamente affiorano (si pensi alle tante difficoltà di una regione simbolo come la Lombardia) rivelano quanto lavoro c'è ancora da fare per far sì che i nostri sistemi pubblico/privato raggiungano quegli standard di cui abbiamo bisogno. In un ginepraio di regole contrattuali, logiche autorizzative, rigidità burocratiche.
Il fattore comunicativo accresce ulteriormente la complessità. Contemperare il diritto a essere informati con l'esigenza di non finire vittime di psicosi collettive - magari generate da cattiva informazione (se non vera e propria disinformazione) - è impresa tutt'altro che facile. Se, come insegna il "teorema di Thomas", "cio che è definito come reale, è reale nelle sue conseguenze", allora è necessaria una gestione molto competente della comunicazione pubblica per ridurre pericolose oscillazioni emotive e percettive dell'opinione pubblica: AstraZeneca docet.
Senza dimenticare il piano delle relazioni internazionali che, nella fase della globalizzazione "matura", contano sempre di più. Sui vaccini, ad esempio, la concorrenza tra i big player mondiali si è giocata prima nella innovazione (con un grave ritardo della Ue), poi nella produzione e infine nella distribuzione: la disponibilità del vaccino è un'arma per il consenso interno quanto per l'influenza internazionale.
Da tutto questo derivano almeno due considerazioni. La prima ha a che fare con gli assetti istituzionali e la nostra attuale capacità di governo. Stati, burocrazie, imprese, università, autorità indipendenti, organismi sovranazionali costituiscono un'ampia gamma di soggetti dotati di competenza e autorevolezza che si muovono su ambiti e spazialità diverse. Il problema è la coerenza e il coordinamento di tali soggetti. Non solo perché gli ordinamenti sovranazionali rimangono fragili e farraginosi; ma anche perché le distinzioni a cui siamo abituati (privato/pubblico, nazionale/sovranazionale) sono sempre più sfumate. Al di là dell'emergenza, l'inadeguatezza degli assetti di governo e di governance rispetto alle grandi questioni contemporanee (riscaldamento globale, approvvigionamento idrico, migrazioni, contrasto alla criminalità, etc.) rimane un nervo scoperto su cui si dovrà cercare di lavorare.
La seconda questione riguarda la verticalizzazione dei processi decisionali: la complessità ha bisogno di competenza e livelli adeguati di decisione. Ma ciò verosimilmente porterà verso una maggiore concentrazione di potere. In un pianeta interdipendente e digitalizzato abbiamo bisogno di più Stato e più mercato. In effetti, la pandemia ha messo fuori gioco i populismi che hanno cercato di sfruttare il semplicismo definito come "l'attribuzione non ambigua di cause e rimedi singoli per fenomeni a più fattori". Le ricette dei populisti si sono rivelate inadeguate e ciò ne ha (provvisoriamente) fatto scemare il consenso. Ma il fuoco cova sotto la cenere, dato che la sfiducia verso le élite rimane molto alta. L'attesa per il vaccino ha ridotto la tensione con l'opinione pubblica. Ma, di nuovo, superata l'emergenza (vedremo come) la mediazione tra le esigenze di efficienza dei sistemi - che guardano i grandi numeri - e la concreta esperienza di molti tornerà a farsi sentire. Reclamando nuove risposte. Che le democrazie non potranno eludere. Così, nel portare alla luce la complessità del mondo che abbiamo costruito, la pandemia è lo stampo in cui si vanno formando e sperimentando i modelli sociali e istituzionali del futuro.
di Elena Kaniadakis
La Repubblica, 31 marzo 2021
La guerriglia seguita al pestaggio di un giovane da parte della polizia è solo l'ultimo episodio. Ad Atene lo scontro è sempre più radicale e la società più divisa. Come negli anni Settanta. "Chi semina vento raccoglie tempesta". La signora Diamantoula legge la scritta che brilla per la vernice fresca sulla facciata dell'edificio e prova a scherzarci su: "Ci siamo trasferiti dal centro per non avere più la casa ricoperta dai graffiti, ma non è servito". Intorno a lei il quartiere residenziale di Nea Smyrni, Sud di Atene, si risveglia dopo una notte di inedita guerriglia urbana. Alcuni abitanti si fanno strada per andare a comprare il giornale tra le barricate dei cassonetti dati alle fiamme, mentre altri attendono il taxi sotto le palme e gli alberi di mandarino risparmiati dalle molotov.
Numerose le scritte sui muri apparse nella notte, tipo "Fuori gli sbirri dal nostro quartiere" e la firma "Panthers" degli ultras antifascisti della squadra di calcio del Panionios. Nella piazza principale, abitualmente frequentata da famiglie con bambini, la sera del 9 marzo si è consumato uno degli scontri più violenti degli ultimi mesi tra forze dell'ordine e manifestanti. Nel pomeriggio oltre cinquemila persone avevano protestato contro la polizia, responsabile di avere picchiato un ragazzo durante un controllo anti-assembramenti.
Quando la manifestazione ha lasciato il posto agli scontri un agente, disarcionato dalla moto su cui stava fuggendo inseguito dal lancio delle molotov, è stato preso a calci e ferito alla testa. La pattuglia di poliziotti responsabile di aver pestato il ragazzo del quartiere aveva dichiarato, in un primo momento, di essere stata attaccata da un gruppo di anarchici ma è stata presto smentita dalle riprese con i cellulari fatte dai passanti. Il video dell'aggressione è diventato virale su internet accompagnato dall'hashtag #Ponao, l'espressione utilizzata dal ragazzo aggredito che in greco significa "Mi fa male".
La violenza delle forze dell'ordine non è un problema nuovo per la società greca, ma Amnesty International ha registrato un incremento degli abusi della polizia da quando, nell'estate del 2019, si è insediato il governo conservatore di Kyriakos Mitsotakis. Secondo il Difensore civico - autorità indipendente che si occupa dei reclami dei cittadini - nell'ultimo periodo le denunce di questo tipo di violenze sono cresciute del 75 per cento. Un dato che coincide anche con l'aumento delle manifestazioni: dal febbraio scorso il centro semideserto di Atene si è trasformato nel luogo di scontro tra poliziotti e dimostranti, e sotto le finestre del Parlamento, in piazza Syntagma, lo scoppio dei lacrimogeni della polizia e delle molotov degli antagonisti è tornato a scandire lo scorrere della giornata. I cortei, inizialmente organizzati contro una nuova legge che istituisce un apposito corpo di polizia universitaria, si sono poi allargati al cosiddetto MeToo greco: il direttore del Teatro nazionale di Atene, scelto dall'attuale governo, è stato arrestato con l'accusa di avere abusato di due minorenni.
L'agente autore del pestaggio del 9 marzo a Nea Smyrni è stato sospeso dal servizio, ma secondo l'avvocato Thanasis Kampagiannis, che da settimane si raduna assieme a centinaia di persone fuori dal Parlamento, resta il fatto che "le forze dell'ordine sono abituate ad agire nell'impunità garantita dal governo". Kampagiannis è stato arrestato nel dicembre scorso, assieme ad altre sessanta persone, per avere infranto le norme anti-Covid mentre deponeva un fiore in ricordo di Alexandros Grigoropoulos, un quindicenne ucciso dalla polizia nel 2008.
Il "ripristino dell'ordine" è sempre stato un tema caro al governo Mitsotakis: poco dopo essere stato eletto ha assunto mille nuovi agenti e abolito la legge sull'asilo universitario che impediva alla polizia di entrare nei campus. La norma, approvata dopo l'irruzione dei carri armati nel Politecnico al tempo della dittatura dei colonnelli, era da molti considerata intoccabile. Da allora gli abitanti dei quartieri intorno all'Università e al Parlamento si sono abituati ai poliziotti in tenuta antisommossa che perlustrano le strade, con il volto coperto dal passamontagna e la granate stordenti sopra il giubbotto antiproiettile. Durante gli scontri, il rumore degli elicotteri della polizia che sorvola quartieri come quello universitario di Exarchia è diventato familiare quasi quanto il traffico cittadino.
Le proteste di queste settimane hanno coinvolto anche il mondo dell'informazione: dopo gli episodi di Nea Smyrni un altro quartiere, nella notte, è stato svegliato dallo scoppio di alcune molotov, questa volta dirette verso l'emittente televisiva privata Skai. Su internet, infatti, il video delle violenze della polizia è stato spesso accompagnato dall'invito a "boicottare i media greci", ritenuti responsabili, in larga parte, di coprire gli abusi della polizia.
Fino ad oggi il governo e l'opposizione si sono accusati reciprocamente di fomentare gli scontri che stanno avvenendo nel Paese. Nel mese in cui festeggia il bicentenario della sua guerra di indipendenza e la nascita dello Stato moderno, la Grecia si scopre un Paese sempre più diviso. Per Tasos Gaitanis, portavoce di Nea Dimokratia, il partito di Mitsotakis, "la sinistra sta cercando di convertire la stanchezza dei cittadini per la pandemia in rabbia contro il governo". Il Paese è stretto nella morsa di un confinamento che va avanti da novembre, mentre le terapie intensive dell'Attica hanno esaurito i posti letto disponibili. Alcuni cartelli tra quelli esposti dai manifestanti di fronte al Parlamento recitavano "Polizia ovunque, terapie intensive da nessuna parte".
Gli scontri più violenti sono avvenuti durante le manifestazioni a sostegno di Dimitris Koufontinas, terrorista di estrema sinistra, condannato a 11 ergastoli e responsabile dell'uccisione, nel 1989, del giornalista e deputato Pavlos Bakoyannis, marito della sorella del premier Mitsotakis e padre dell'attuale sindaco di Atene. Per più di un mese il detenuto ha portato avanti uno sciopero della fame per chiedere il trasferimento in un'altra prigione accusando il governo di aver scritto una legge ad personam per tenerlo in un carcere più duro. E quando l'esecutivo ha detto di non essere disposto "ad assecondare il ricatto di un condannato per terrorismo" decine di bombe incendiarie sono state indirizzate verso vari commissariati della polizia da parte di simpatizzanti del terrorista.
Il caso Koufontinas sembra appartenere a un passato troppo recente per essere archiviato. Secondo Mary Bossis, docente dell'Università del Pireo ed esperta di terrorismo greco, rappresenta la vivida fotografia della Grecia contemporanea. "Il dibattito politico si sta radicalizzando di nuovo e la società è sempre più polarizzata. Il lascito della guerra civile e della dittatura degli anni Settanta, quando esplose il terrorismo in Grecia, rappresenta ancora un nodo irrisolto per i partiti, abituati ad attribuirsi l'un l'altro la responsabilità delle violenze ogni volta che si ripresentano".
A Nea Smyrni, intanto, la calma sembra essere tornata nella piazza: le scritte sono ancora lì ma i cittadini hanno ripopolato le panchine. Il signor Michalis legge il giornale non lontano dal punto in cui il ragazzo è stato aggredito dalla polizia. "Nessuno di noi aveva mai assistito a una cosa del genere" commenta. "Il governo ha lasciato che alcuni poliziotti si comportassero come uno Stato nello Stato, ma i greci sono stanchi. Quando il vento soffia, devi sempre sapere come ammainare le vele".
di Susanna Ronconi
Il Manifesto, 31 marzo 2021
Dopo 60 anni di fallimenti globali, sembra arrivato il tempo di invertire la direzione di marcia. Il 30 marzo 1961 a New York, l'Onu approvava la Single Convention on Narcotic Drugs, la convenzione in tema di droghe che da allora - integrata da altre due convenzioni, del 1971 e del 1988 - orienta le politiche globali sulle droghe illegali a guida Unodc. L'approccio penale e proibizionista sancisce l'illegalità delle sostanze elencate nelle tabelle della Convenzione per eliminarne produzione e consumo al di fuori del controllo medico.
I primi obiettivi erano azzerare le produzioni illegali di oppio in 15 anni e quelle di cannabis e coca in 25. Sappiamo che non è avvenuto. Ma, nonostante anno dopo anno i dati di produzione e consumo rendessero gli obiettivi via via sempre meno credibili, nel 1998 la Sessione Speciale dell'Assemblea Generale Onu sulle droghe, a guida di Pino Arlacchi, azzarda l'obiettivo di "un mondo senza droghe" entro il 2008. Inutile dire che la Commission on Narcotic Drugs (Cnd) riunita a Vienna nel 2009 non farà che registrarne il fallimento e che così farà anche quella del 2019.
Gli stessi dati Unodc dicono che in vent'anni chi consuma droghe illegali è aumentato del 54%, e che in dieci anni la produzione di coca è aumentata del 25% e quella di oppio del 125%, e la cannabis non ha registrato flessioni. I rapporti a cura delle Ong aggiungono dati su dati, a colmare i troppi silenzi dell'Onu in tema di valutazione delle proprie politiche. Tuttavia, anche nel 2019 la strategia globale non cambia, la potente inerzia del sistema globale Onu, gli interessi geopolitici e quelli interni dei governi tengono duro nonostante le evidenze.
Eppure, non si può dire che le acque siano stagnanti. Ci sono due diverse correnti che le agitano. La più potente è certamente quella che scorre fuori dagli auditorium di Vienna e di New York, quella degli ormai numerosi stati che, pure aderenti alle Convenzioni, esercitano la propria autonomia riformando le politiche nazionali nella direzione di una regolazione legale delle droghe.
Gli Stati che hanno legalizzato la cannabis hanno potuto farlo senza essere estromesse dalle Convenzioni, e questo significa che la flessibilità del sistema è una via praticabile: sono lontani i tempi in cui l'Olanda veniva messa sotto processo (per altro senza poi conseguenze) per le Stanze del consumo, cioè per una misura di Riduzione del danno.
La seconda corrente, certo più debole, è quella che punta a modificare il sistema stesso, sotto la spinta della società civile e di alcuni stati: sono aperture - come alcuni passaggi del documento finale della sessione Ungass del 2016 o la Common position a cura di diverse agenzie Onu - che spingono verso una parziale depenalizzazione (ma non decriminalizzazione) e per un maggior rispetto dei diritti umani. E sono cambiamenti di processo, come il "movimento degli indicatori" che preme per una valutazione indipendente dell'impatto della strategia Onu, o la spinta per sottrarre all'Unodc l'esclusiva delle politiche sulle droghe, per includervi le agenzie che hanno a che fare con diritti umani, salute, sviluppo sostenibile.
Tra i cambiamenti importanti c'è anche il recente voto sulla cannabis terapeutica, dopo anni di blocco imposto alla ricerca scientifica: sebbene dimezzate e a maggioranza risicata, le raccomandazioni dell'Oms sulle proprietà mediche della cannabis sono passate, cosa che per 60 anni non è stata possibile. Va preso come un buon segno.
Dopo 60 anni di fallimenti globali, sembra arrivato il tempo di invertire la direzione di marcia. Ieri si è svolto un seminario internazionale, "Un fallimento epico", per ricordare una data che ha condizionato le scelte della politica e per rinnovare l'impegno per la riforma.
*Presidente del Comitato Scientifico Forum Droghe











