di Gianpaolo Contestabile e Simone Scaffidi
Il Manifesto, 30 marzo 2021
Nel giorno in cui il lavoratore dell'Onu morto in Colombia avrebbe compiuto 34 anni il Festival Internazionale di Giornalismo Civile dà voce ai familiari, agli amici e alle legali che seguono il caso per ricordare il suo lavoro e rileggere le sue parole. Domenica 28 marzo il lavoratore delle Nazioni Unite Mario Paciolla, morto in Colombia il 25 luglio scorso durante la Missione di Verifica degli Accordi di Pace, avrebbe compiuto 34 anni. La piattaforma "Imbavagliati", che coordina il Festival Internazionale di Giornalismo Civile, ha dato voce ai familiari, agli amici di Mario e alle legali del caso per ricordare il suo lavoro, rileggere le sue parole e ribadire la determinazione nella ricerca della verità e della giustizia.
In occasione della "Giornata mondiale per il diritto alla verità per gravi violazioni dei diritti umani e per la dignità delle vittime", istituita dalle Nazioni Unite nella data simbolica del 24 marzo, il giorno in cui monsignor Oscar Romero veniva assassinato in Salvador nel 1980, il Centro Regionale di Informazione delle Nazioni Unite (Unric) ha condiviso il video-messaggio di Alessandra Ballerini, legale del caso Paciolla, oltre che difensora della famiglia di Giulio Regeni e di Andy Rocchelli, in cui l'avvocata sostiene quanto la verità rappresenti una parte fondamentale della riparazione per i familiari e gli amici e dunque uno dei passi fondamentali verso la giustizia.
Domenica scorsa, in occasione del compleanno di Mario Paciolla, Alessandra Ballerini ha ribadito che il diritto alla verità "è un diritto di ciascuno di noi, non solo della famiglia" e ha aggiunto che "è curioso che proprio l'Onu abbia istituito la giornata per il diritto alla verità, quella verità che noi cerchiamo anche da parte dell'Onu". Parole a cui si sommano quelle di Emanuela Motta, l'altra legale del caso, che insieme al collega colombiano, la Procura di Roma e gli investigatori dei Ros sta lavorando incessantemente perché venga fatta giustizia. Emanuela Motta ricorda che le vicende come quelle di Mario "non sono affari di altri, sono affari che ci riguardano tutti", sottolineando come questo modo di pensare fosse caratteristico proprio di Mario.
Durante l'incontro sono intervenuti anche Claudio Silvestri, segretario del Sindacato Unitario dei Giornalisti della Campania, e Giuseppe Giulietti, presidente della Federazione Nazionale Stampa Italiana, che hanno ricordato la professionalità di Mario Paciolla come giornalista. Mario aveva infatti ottenuto il patentino di giornalista pubblicista dell'ordine della Campania e aveva iniziato a scrivere per un giornale di quartiere, Chiaia News, raccontando la realtà napoletana e denunciando le sue ingiustizie. Grazie ai suoi viaggi, gli studi e il suo impegno in progetti sociali in Italia e all'estero, e all'esperienza di Café Babel, aveva sviluppato capacità analitiche profonde che lo hanno portato a scrivere articoli per le più importanti testate italiane di geopolitica, come Eastwest e Limes, dove, tra le altre cose, raccontava la Colombia all'indomani degli Accordi di Pace e l'aumento degli omicidi di difensori dei diritti umani.
Le dichiarazioni di impegno per la ricerca della verità sul caso di Mario Paciolla da parte delle istituzioni sono state tempestive, all'indomani dell'accaduto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, il presidente della Camera Roberto Fico, il sindaco di Napoli Luigi De Magistris e il senatore Sandro Ruotolo hanno da subito comunicato il loro impegno nella ricerca della verità e della giustizia. Recentemente il Presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, Erasmo Palazzotto, è intervenuto per sollecitare azioni decise e trasparenti. Abbiamo provato in varie occasioni, attraverso comunicazioni telefoniche con l'ufficio stampa, ad ottenere informazioni e dichiarazioni da parte del Ministero degli Esteri senza successo. "Le istituzioni si sono palesate all'inizio ma non abbiamo avuto più grandi contatti", ricorda Alessandra Ballerini durante l'incontro.
"Non era uno sprovveduto" ripetono da mesi gli amici di Mario, non si trovava in Colombia per caso, e contro ogni retorica semplificatoria ribadiscono quanto Mario fosse invece "l'esempio di una generazione, che si è trovato al posto giusto nel momento giusto per risolvere una problematica delicatissima".
Hanno chiuso l'incontro i genitori, Anna Motta e Giuseppe Paciolla, accompagnati dalla figlia Raffaella, condividendo alcuni ricordi di gioventù di Mario e leggendo una sua poesia. Lo hanno descritto come un bambino curioso, sempre pronto a esprimere solidarietà, anche agli sconosciuti, un ragazzo perseverante che si dava sempre da fare. "Lui correva sempre, questa è l'immagine che ho di lui - ricorda la madre - di uno che corre, di uno che va sempre alla ricerca di qualcosa".
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 30 marzo 2021
L'oppositore politico russo sostiene di aver ricevuto sei ammonizioni per piccole infrazioni compiute nelle due settimane di detenzione in una colonia penale. Tra i comportamenti censurati aver indossato una t-shirt all'incontro con i legali ed essersi alzato dieci minuti prima della sveglia.
L'oppositore russo in carcere Aleksej Navalnyj ha scritto di aver ricevuto "sei ammonizioni in due settimane" nella colonia penale Ik-2 di Pokrov, a circa 100 chilometri da Mosca, dove sta scontando una pena detentiva di due anni e mezzo. E rischia perciò di essere rinchiuso in una cella d'isolamento.
"Nelle carceri russe, ci sono due tipi principali di sanzioni: ammonizione e posizionamento in una cella d'isolamento. E con due ammonizioni, puoi essere mandato lì. E questa cosa non è conveniente: le condizioni di detenzione sono vicine alla tortura lì", ha scritto l'attivista anti-corruzione in un messaggio pubblicato sul suo profilo Instagram, accompagnato dalla prima foto dalla prigionia. Benché non abbia accesso a Internet, Navalnyj pubblica regolarmente sui suoi profili social, ma i suoi avvocati si rifiutano di spiegare come riesca.
Nell'ultimo messaggio, l'avvocato spiega di essere stato oggetto di "venti denunce disciplinari", in particolare per essersi "alzato dal letto 10 minuti" troppo presto, aver indossato una maglietta per incontrare i suoi avvocati o essersi "rifiutato di partecipare" agli esercizi fisici mattutini obbligatori. La scorsa settimana aveva spiegato di essere svegliato "otto volte a notte" dai suoi carcerieri e aveva paragonato la privazione del sonno a "tortura" e lamentava dolori alla schiena e alla gamba destra. I suoi collaboratori, gli avvocati e la moglie Julija Navalnaja avevano espresso timori per la sua "vita e salute".
Vittima lo scorso agosto di un avvelenamento con l'agente nervino Novichok e trasferito in Germania in stato di coma, dopo cinque mesi di convalescenza, è rientrato in Russia lo scorso gennaio ed è stato arrestato subito dopo l'atterraggio. In febbraio è stato condannato a due anni e mezzo di prigione per un caso di frode del 2014 che la Corte europea dei diritti umani ha definito "politicamente motivato".
di Marina Catucci
Il Manifesto, 30 marzo 2021
Stati uniti. Iniziato ieri il processo all'ex agente di polizia Chauvin, accusato dell'omicidio che ha acceso le città Usa al grido "Black lives Matter". Interviene anche la Casa bianca: l'agenda Biden cambiata dopo il caso, serve equità. A Minneapolis è iniziato, in un tribunale blindatissimo per via della pandemia e del timore di proteste, il processo a Derek Chauvin, l'ex agente di polizia che ha ucciso George Floyd, soffocandolo, il 25 maggio 2020. Per la prima volta un processo dell'era Black Lives Matter viene trasmesso in diretta televisiva nella sua interezza, ogni giorno dalle 9 alle 16, per quattro settimane.
"Questo è un processo a un singolo agente, non al corpo di polizia", ha detto nella sua dichiarazione iniziale il procuratore Jerry Blackwell ed ha esposto il caso contro Chauvin. Ha presentato alla giuria le prove video del giorno in cui George Floyd è stato ucciso: si vede Chauvin inginocchiato sul collo di Floyd che dice "Non riesco a respirare". "Potete vedere con i vostri occhi che si tratta di omicidio - ha detto Blackwell - Potete sentire la sua voce diventare più profonda e pesante, le sue parole più distanti, il suo respiro più superficiale. Lo vedete quando perde conoscenza e scuotersi senza controllo quando non respira più".
Dopo aver visto ancora una volta il filmato è evidente che il compito dei difensori dell'ex agente non è semplice. Nella stessa deposizione hanno affermato che schiacciare Floyd al terreno per otto minuti era necessario perché l'uomo era grande e forte, ma anche tanto debole e fragile da morire a causa "di un uso di routine della forza da parte della polizia"; e che il loro assistito, come gli altri tre poliziotti presenti, ha reagito stando sulla difensiva perché "si sono sentiti in pericolo, la folla che aveva assistito al soffocamento di Floyd diventava via via più cattiva".
Durante la conferenza stampa quotidiana che si è svolta in contemporanea a una parte del processo, l'addetta stampa della Casa Bianca Jen Psaki ha detto: "Il presidente Biden sta osservando da vicino l'udienza, così come gli americani di tutto il Paese. Al momento della morte di George Floyd, il presidente ne aveva parlato come di un evento che ha davvero aperto una ferita nel popolo americano e che ha portato alla luce il dramma di molte persone in questo Paese, vissuto solo a causa del colore, l'ingiustizia e la disuguaglianza che molte comunità vivono ogni singolo giorno".
Psaki ha sottolineato come la morte di Floyd abbia avuto un impatto sull'agenda di Biden. L'uccisione e le proteste che ne sono derivate "hanno sicuramente influenzato il modo in cui ha formato il suo governo, rendendo l'equità il centro di ciò che facciamo", ha detto Psaki osservando che l'ingiustizia razziale è una priorità per Biden e una delle "crisi chiave che crede di avere di fronte", e che la Casa bianca sta spingendo il Congresso a lavorare a una legge che riformi la polizia, chiamata espressamente "legge George Floyd".
L'avvocato della famiglia Floyd, Ben Crumb, prima di entrare in aula ha dichiarato: "Questo è un referendum su due sistemi di giustizia in America, uno per bianchi e uno per neri. L'obiettivo oggi è giustizia equa per gli Usa". Fuori la famiglia, insieme a tanti manifestanti Blm, si inginocchiava, il gesto che ha accompagnato le proteste esplose pressoché ovunque nell'ultimo anno.
agensir.it, 30 marzo 2021
Da questa settimana è online un nuovo servizio multilingue della Caritas, rivolto ai figli dei detenuti nelle carceri tedesche. Sostituisce una precedente offerta, poiché le restrizioni nate dalla pandemia del Covid-19 hanno reso più complicati i contatti genitori detenuti-figli in ambito carcerario. In tempi di pandemia le visite in carcere sono spesso proibite e i contatti con i detenuti sono estremamente limitati, e per i bambini coinvolti le informazioni sulla vita dei loro genitori incarcerati divengono sempre più preziose e rare.
Sono circa 100mila i bambini che in Germania hanno un genitore in carcere. La Caritas tedesca e l'Associazione federale cattolica per l'aiuto ai detenuti lanciarono nel 2014 il sito http://besuch-im-gefaengnis.de con l'obiettivo di informare in bambini sulla vita in carcere. Giochi e tutorial psicologici preparavano i bambini all'incontro coi genitori. Ma dal 2020, con la pandemia, le visite dei parenti avvengono principalmente in streaming, se le strutture lo permettono, e la videochiamata non sostituirà mai una visita dal vivo.
"Se un genitore è in custodia, i bambini sono spesso turbati, si preoccupano, possono anche vergognarsi, e la pandemia non fa che intensificare questi sentimenti. Una visita a mamma o papà in prigione fa male ai tempi del coronavirus, perché il contatto personale diretto è spesso impedito da uno schermo protettivo. Molti bambini e giovani hanno domande che non possono porre a nessuno nel loro ambiente familiare", afferma don Peter Holzer, cappellano della prigione di Bruchsal. Il sito è stato ripresentato completamente rinnovato, con i servizi nelle lingue più parlate nelle carceri tedesche: inglese, francese, turco, arabo e russo.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 30 marzo 2021
"She was just walking home" ("Stava solo tornando a casa"). Con questo slogan il 13 marzo scorso centinaia di persone si erano radunate, per una veglia a lume di candela, nel parco di Clapham Common a Londra. La manifestazione era stata indetta in memoria di Sarah Everard, una ragazza scomparsa dieci giorni prima e poi ritrovata il 10 marzo, con il corpo smembrato, in una zona boscosa della città di Ashford, nel Kent.
L'assassinio di un serial killer? Forse sì. Ma il fatto che l'omicida sia stato rapidamente individuato e riconosciuto come un agente di polizia (Wayne Couzen del Comando di protezione parlamentare e diplomatica) ha ben presto fatto assumere alla vicenda una valenza diversa da quella di un tragico fatto di cronaca. Con il pretesto del divieto di assembramento per le restrizioni anti Covid, le forze dell'ordine sono intervenute in forze e si sono scontrate con i dimostranti e la manifestazione ha avuto un epilogo tumultuoso; 4 donne sono state arrestate provocando però lo sdegno generalizzato, anche a livello politico.
In molti hanno visto lo spropositato intervento come il segno dello sgomento che attraversa la polizia e la diffidenza o ostilità manifesta che sempre di più si sta condensando contro i suoi appartenenti. Tutto questo mentre in Parlamento sta andando in scena una battaglia legislativa su un gigantesco disegno di legge che a metà di marzo è passato, in seconda lettura, alla Commissione preposta all'esame con 359 voti a favore contro 263. Il provvedimento, fortemente voluto dal Ministero dell'Interno e dal Segretario generale del Dipartimento alla sicurezza, la dura Priti Patel, va sotto il nome di legge su "polizia, crimini, condanne e tribunali, 300 pagine che includono le proposte del governo Johnson per riformare l'intero sistema di giustizia penale.
In realtà si tratta di un dispositivo che mette insieme aree disparate, dai crimini violenti fino alle proteste di piazza. Così i giudici potrebbero aumentare le pene per gravi reati introducono nuove regole di libertà su cauzione, prendere in considerazione la possibilità di incarcerare a vita anche i bambini protagonisti di omicidio, raddoppiare gli anni di prigione per le aggressioni ai danni degli operatori d'emergenza.
Ma è il punto 3 che promette di scatenare l'opposizione a livello sociale in maniera macroscopica. Attualmente infatti la polizia prima di imporre qualsiasi tipo di restrizione ad una manifestazione deve dimostrare fattivamente che una protesta può determinare "gravi disordini pubblici, gravi danni alla proprietà o gravi interruzioni della vita della comunità".
Con la nuova legge invece esisterebbero specifici percorsi alle marce, cosa che solitamente viene discussa settimane prima con gli organizzatori, toccando anche le manifestazioni statiche. Regole inerenti anche per sit in composti da una sola persona. Chi si rifiutasse di seguire le indicazioni della polizia potrebbe essere multato fino a 2.500 sterline. Diventerà anche un crimine non seguire le restrizioni di cui i manifestanti ' avrebbero dovuto' sapere, anche se non hanno ricevuto un ordine diretto da un ufficiale.
Verrebbe introdotta anche una nuova fattispecie di reato e cioè di ' provocare intenzionalmente o incautamente molestia pubblica'. Una norma evidentemente diretta ad impedire l'occupazione di spazi pubblici. Una parte sembra fortemente desiderata dalla polizia metropolitana sconfitta dalle azioni dell'organizzazione ambientalista Extinction Rebellion nel 2019. Ma probabilmente il punto più contestato è quello che riguarda la pena prevista per chi danneggia statue o memoriali, 10 anni di carcere. Non a caso la città dove si sono svolte le manifestazioni più partecipate e violente contro il disegno di legge è stata Bristol dove è nato il movimento "Kill the Bill" e dove lo scorso anno è stata divelta la statua del mercante di schiavi Edward Colston.
Se è vero che contro la norma sono schierati i Laburisti, le organizzazioni femministe, i movimenti sociali, avvocati per i diritti umani e diversi intellettuali, anche il fronte della Polizia non è compatto. Se la Federazione della Polizia si è detta soddisfatta, così non è per l'Associazione dei Commissari che proprio sul tema delle proteste ha rilasciato una posizione ufficiale tramite il proprio presidente Paddy Tipping: "Penso che i politici farebbero bene a lasciare le decisioni alle persone responsabili... devono lasciare che le persone prendano decisioni locali in circostanze locali".
di Carlo Ciavoni
La Repubblica, 30 marzo 2021
In una terra di povertà estrema, diffusa e minacciosa. Nel mirino il gruppo jihadista di Al-Shabaab, i cui metodi per contrastarlo da parte del governo keniano sono analizzatati da Human Rights Watch con la lente "omogenea" del rispetto dei diritti basilari. La lotta al terrorismo nel Corno d'Africa, che ha come principale obiettivo il gruppo jihadista armato di Al-Shabaab, viene analizzata da Human Rights Watch (Hrw) con la lente giustamente "omogenea" del rispetto dei diritti umani basilari, oltre che del della legalità e della trasparenza.
Un approccio ineccepibile, non c'è dubbio, ma che purtroppo, come spesso accade, si scontra con la durezza incorreggibile di alcuni contesti politici, sociali, culturali, geopolitici. Il Daily Maverick - un quotidiano online sudafricano, fondato nel 2009, curato da Branko Brkic, pubblicato da Styli Charalambous e gestito da una società privata indipendente - ha pubblicato recentemente (poi rilanciato da Hrw) i risultati di un'inchiesta di Declassified UK, un media investigativo online, sul ruolo dei servizi di intelligence degli Stati Uniti e del Regno Unito nella campagna antiterrorismo in corso. Campagna considerata da HRW "altamente abusiva" da parte del Kenya, Paese confinante della Somalia, dove Al Shabaab imperversa ormai da anni, contribuendo a mantenere in stallo ogni possibile superamento della condizione di anarchia e insicurezza per la popolazione civile, in endemica estrema povertà.
Il ruolo crescente del Kenia nella regione. Alcune delle accuse documentate dalle organizzazioni per i diritti umani negli ultimi anni evidenziano un problema di fondo: quello della pericolosa mancanza di trasparenza nel sostegno straniero alla battaglia antiterrorista del Kenya. Un Paese da anni oggetto di critiche da parte di organizzazioni in difesa dei diritti e di alcuni Paesi partner per i suoi metodi di contrasto decisamente contrari ai principi e ai valori della legalità e della trasparenza. Va comunque ricordato come gli attacchi di Al Shabaab, alcuni dei quali risalenti a molti anni fa, siano stati cruenti e destabilizzanti. Ne accenniamo solo un paio: la bomba nel 1988 di Al-Qaeda (organizzazione affiliata ad Al Shabaab) alle ambasciate statunitensi a Nairobi e nella vicina città di Dar es Salaam, in Tanzania; l'attacco missilistico del 2002 su un hotel di proprietà israeliana a Mombasa, anch'esso sospettato di essere stato compiuto da Al-Qaeda. Il ruolo del Kenya, dunque, è andato acquisendo valore strategico e influenza costante in appoggio agli Stati Uniti e ad altri Paesi occidentali uniti contro la minaccia terroristica nell'Est e nel corno d'Africa.
Il terrore nella povertà e nella disuguaglianza. Ma gli Al-Shabaab somali hanno messo a segno anche una serie di attacchi mortali e rapimenti in Kenya contro turisti. Tra i più sanguinosi c'è quello al centro commerciale Westgate a Nairobi, nel settembre 2013, in cui rimasero uccise almeno 68 persone. Altre aggressioni armate con armi leggere e granate ci sono state a Mpeketoni, nella contea di Lamu, nel giugno 2014, dove ci furono 87 vittime, altri morti all'Università di Garissa, nell'aprile 2015, dove persero la vita 148 persone.
Lo scorso gennaio, infine, Al-Shabaab ha attaccato una base militare che ospitava truppe statunitensi a Manda Bay, ancora una volta nella città costiera di Lamu, in Kenya, dove hanno trovato la morte tre agenti di sicurezza statunitensi.
Tutto questo avviene in due Paesi dell'Africa orientale dove, come nel caso della Somalia, il 73% della popolazione vive in condizione di povertà assoluta, con meno di 2 dollari al giorno, e dove le frequenti carestie uccidono persone a centinaia di migliaia, come avvenuto nel 2011. Ma anche in Kenya che, pur essendo una delle più vivaci economie dell'Africa centrale e orientale, registra spaventose disparità nella distribuzione della ricchezza e segrega la metà della popolazione a vivere sotto la soglia di povertà.
I mali endemici dell'Africa orientale. Sono così la malnutrizione, la malaria, le patologie trasmesse dall'acqua inquinata i principali, gravissimi sintomi di una povertà diffusa e minacciosa, in due Paesi con un numero enorme di esseri umani coinvolti in questo stato di cose. Povertà, dunque, disuguaglianze, malattie, conseguenze pesanti e dirette dei cambiamenti climatici in atto: il tutto aggravato da sistemi politico-istituzionali evanescenti, fragili, autoreferenziali, corrotti e sistemi sanitari inesistenti, come in Somalia oppure, seppur altrettanto inesistenti, super-selettivi appannaggio solo di pochi abbienti, come in Kenya.
L'Ong Azione contro la Fame - ad esempio - è da molti anni impegnata nella realizzazione di programmi di nutrizione, sicurezza alimentare, accesso all'acqua potabile, ai servizi sanitari e all'igiene nell'area. La terribile situazione sanitaria in Somalia ha inoltre subìto un crollo ulteriore dal 2011, l'anno in cui una siccità spaventosa e la conseguente scarsezza di cibo hanno ucciso migliaia di persone e messo in pericolo la vita e i mezzi di sopravvivenza di quasi 4 milioni di esseri umani.
Il ruolo di Human Rights Watch. L'organizzazione che ha sede a New York, indaga e riferisce sugli abusi che avvengono fin negli angoli più remoti del mondo. Si avvale del lavoro di circa 450 persone di oltre 70 nazionalità, tutti esperti tra avvocati, giornalisti e di altre categorie per proteggere i più a rischio, dalle minoranze vulnerabili e ai civili in tempo di guerra, ai rifugiati e ai bambini che hanno bisogno di assistenza e cura.
Indirizzano i loro stimoli ai governi, ai gruppi armati, alle imprese, invitandoli a cambiare condotta, a rispettare e far rispettare le loro stesse leggi. Per garantire la sua indipendenza, Hrw rifiuta finanziamenti governativi e assicura di controllare le donazioni ricevute per assicurarci che siano coerenti con le nostre loro politiche, la missione, i valori. Frequenti sono le collaborazioni con altre organizzazioni che hanno la stessa missione, sia grandi che piccole in tutto il mondo, per proteggere gli attivisti in guerra e indurre gli autori di abusi a rendere conto, per rendere giustizia alle vittime.
Il Dubbio, 29 marzo 2021
La protesta proclamata dalla Giunta dell'Unione Camere Penali per "ottenere il regime transitorio del deposito cartaceo degli atti, in attesa che si risolvano le criticità dell'entrata a regime del portale telematico". Tre giorni di astensione da ogni attività giudiziaria dal 29 al 31 marzo. Comincia domani lo sciopero proclamato il 12 marzo dalla Giunta dell'Unione Camere Penali Italiane in seguito ai continui disservizi del Portale telematico, denunciati a più riprese dagli avvocati attraverso gli appelli al governo. Per il primo giorno di astensione l'Unione ha organizzato la manifestazione nazionale dal titolo "Il Difensore e il PPT. Criticità e soluzioni possibili". L'evento online, in programma dalle 10 alle 13 di domani, sarà disponibile in diretta streaming sul canale Youtube delle Camere penali.
"La macchina del processo penale - spiegano i penalisti italiani- versa in una condizione drammatica, in un contesto e in un clima che sono ancora più preoccupanti. La Magistratura italiana sta attraversando una grave crisi di autorevolezza ed è incapace di una seria riflessione sul sistema di potere costruito negli ultimi vent'anni. La politica è messa all'angolo: impegnata nella ristrutturazione e nel riposizionamento dei suoi gruppi dirigenti, non pare avere al momento progetti di modifica della prescrizione, dei meccanismi capaci di incidere sui tempi del processo e dell'ordinamento giudiziario". "In questo clima il portale penale telematico, o meglio il portale delle Procure, nasce già obsoleto, ma soprattutto presenta continui guasti e inconvenienti tecnici che mettono a repentaglio - denuncia la Giunta dell'Ucpi - il rispetto dei termini processuali e la tempestiva contezza delle iniziative della difesa. La soluzione ragionevole proposta, quale la previsione di un regime transitorio, non è stata presa in considerazione".
Del 13 marzo scorso l'incontro tra l'Ucpi e la ministra della Giustizia Marta Cartabia, in seguito al quale i penalisti hanno "soddisfazione per i significativi contenuti dell'incontro e per il clima di autentica cordialità in cui esso si è svolto". In quell'occasione i penalisti hanno illustrato alla Guardasigilli le ragioni dell'astensione dalle udienze "volta ad ottenere il regime transitorio del deposito cartaceo degli atti, in attesa che si risolvano le criticità dell'entrata a regime del portale telematico" e la ministra della Giustizia - ha riferito l'Ucpi in una nota - ha "manifestato viva attenzione alle ragioni della protesta, riservandosi nei tempi più brevi di valutare possibili interventi volti a risolvere le denunciate criticità".
La guardasigilli era intervenuta sul tema della digitalizzazione in un passaggio del suo intervento al Festival della Giustizia dell'11 marzo: "L'utilizzo degli strumenti informatici si è rivelato fondamentale nella pandemia e continuerà a esserlo, per dare un volto nuovo alla giustizia - ha evidenziato - Contiamo anche di migliorare le disfunzioni che persistono nel portale telematico di deposito degli atti".
Da parte loro i penalisti sottolineano come le carenze strutturali e continui malfunzionamenti - in una fase di digitalizzazione inevitabile - mettano a rischio il diritto di difesa. "Il deposito nel portale non è corredato da idonea certificazione comprovante l'esito positivo delle operazioni - spiegano. Spesso, intervenuto il deposito della nomina, è comunque impossibile accedere al fascicolo". A ciò si aggiunge l'esclusività dello strumento per il deposito degli atti difensivi, nonché l'estensione del suo utilizzo - sempre esclusivo - anche al deposito della querela, degli atti di opposizione alla richiesta di archiviazione e dell'atto di nomina, con l'introduzione di un "atto abilitante" che carica i difensori "di un ulteriore incombente non previsto dalla legge".
di Luca Mantiglioni
La Nazione, 29 marzo 2021
Nel 2011 Matteo uccise un militare, oggi ha due lauree e fa l'educatore di comunità mentre sconta la pena. Il 25 aprile di dieci anni si macchiò di un delitto che avrebbe potuto sancire l'addio alla vita sociale. Oggi, pur ancora nel pieno del suo percorso di recupero, è un punto di riferimento per i ragazzi difficili che, come lui, sono finiti nelle tenebre.
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 29 marzo 2021
Forse ci siamo. Dalli e dalli - cito il detto partenopeo - si spezza pure il metallo. Nessuna illusione soverchia, per carità, ma vedo che il tema della responsabilità professionale del magistrato, e dunque della assurda automaticità della sua progressione in carriera, comincia a varcare il recinto di indifferenza e di silenzio nel quale noi pochi sostenitori della questione siamo stati a lungo confinati. Quando addirittura il vice-Presidente del Csm David Ermini, con tutte le prudenze del caso, ha espresso l'opinione che, forse, nella valutazione professionale quadriennale dovrebbe trovare posto anche un bilancio dei risultati conseguiti dal magistrato nella sua attività giudiziaria, abbiamo compreso che non saremmo stati più soli, noi delle Camere Penali Italiane, insieme al prof. Giuseppe Di Federico e pochi altri.
di Conchita Sannino
La Repubblica, 29 marzo 2021
Dopo la protesta dell'Anm, la rassicurazione sullo stato di emergenza. Ma del resto per ora non si parla. Un braccio di ferro che ruota intorno al funzionamento della giustizia ai tempi del Covid. Prime scintille tra magistrati e governo. Prima il drastico appello dell'Associazione nazionale magistrati, per la quale suscita "disagio e sconcerto" la decisione di eliminare il comparto di tutti gli operatori dei tribunali "dalle categorie cui offrire il vaccino in via prioritaria": le toghe rivolgono quindi un invito a tutti i dirigenti degli uffici affinché, "senza adeguate tutele sanitarie" e allo scadere delle regole per il processo al tempo della pandemia, vada "limitata tutta l'attività giudiziaria e sospesa quella non urgente".
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