di Claudio Comirato
Corriere Adriatico, 28 marzo 2021
Si tagliano le vene dopo aver saputo del dramma di un detenuto marocchino, deceduto nel cuore della notte precedente. Quello di ieri è stato un pomeriggio pieno di tensione al carcere di Montacuto dove quattro detenuti di origini marocchine e tunisine si sono tagliati con delle lamette la parte esterna delle braccia.
Un gesto autolesionistico molto probabilmente collegato al decesso di un ragazzo di origini marocchine morto per cause naturali nella notte compresa tra venerdì e sabato. Sta di fatto che i quattro molto probabilmente si sono messi d'accordo in mattinata e nel tardo pomeriggio, in contemporanea, hanno messo in scena questa protesta. Ad accorgersi di quello che stava accadendo è stato il personale della polizia penitenziaria in servizio all'interno del carcere che ha subito avvertito il personale medico presente all'interno della struttura.
Nel frattempo era stata allertata anche la centrale operativa del 118 che ha inviato sul posto l'automedica, due mezzi della Croce Gialla di Ancona e una terza ambulanza della Croce Rossa. I quattro magrebini, una volta medicati e assistiti dal personale medico e infermieristico, sono stati caricati nelle tre ambulanze e trasportati con un codice di media gravità al pronto soccorso dell'ospedale regionale di Torrette. Mezzi di soccorso che durante il trasferimento sono stati scortati dal personale della polizia penitenziaria.
Una volta in ospedale ai quattro sono stati applicati alcuni punti di sutura, essendo le ferite superficiali. Non è la prima volta che al carcere di Montacuto accadono fatti del genere. A gennaio un 34enne di origini tunisine si era procurato delle ferite con alcune lamette arrivando anche ad aggredire due poliziotti, mentre nel novembre del 2019 un altro detenuto si era cucito labbra e palpebre riuscendo ad ingerire anche due pile.
di Elena Del Mastro
Il Riformista, 28 marzo 2021
Quando il perdono vale più di una pena. La storia di Matteo, che vuole aprire una Comunità. Matteo Gorelli ha 29 anni ed è un educatore della comunità Kayròs guidata da Don Claudio Burgio. È giovanissimo ma la sua storia racconta quanto il perdono può essere una lezione più grande di qualsiasi altra pena. Protagoniste insieme a lui sono sua mamma, Irene Sisi e Claudia Santarelli, la moglie del carabiniere che uccise in una notte di follia.
Il nome di Matteo è legato a un'orribile pagina di cronaca nera: l'omicidio del carabiniere Antonio Santarelli, 43 anni, la notte del 25 aprile 2011. Matteo era a bordo di un'auto con altri 4 adolescenti di ritorno da un rave party dalle parti di Grosseto. Due carabinieri li fermarono per un controllo. Matteo era appena 19enne, il più grande della comitiva. Risultò positivo al test delle sostanze per cui gli fu ritirata la patente. Preso da un momento di collera, scattò la violenza sui due carabinieri a colpi di calci e spranghe. Uno dei due perse un occhio, l'altro, Antonio, finì in coma e morì un anno dopo.
Matteo ricorda perfettamente la data: "L'11 maggio 2012, il giorno più brutto della mia vita. Ho pensato che il gesto che avevo compiuto, per quando potessi sforzarmi di rimediare, conteneva l'irreparabile", ha detto intervistato dal Corriere della Sera. Finì in carcere a Bollate. Ed è qui che inizia la seconda vita di Matteo. Ha preso una laurea in Pedagogia alla Bicocca con 110 e lode e si è iscritto per una seconda laurea in Economia. Intanto gode dei permessi di lavoro con cui ogni giorno va alla comunità Kayròs dove è educatore. Lavora a stretto contatto con minori in area penale e con loro ha un bellissimo rapporto.
Insieme a tre ragazzi (Chiara, Yassa e l'ultimo si chiama proprio Antonio) ha appena vinto un bando della Scuola dei quartieri del Comune: il loro progetto, Attitude Recordz, prevede un nuovo centro giovanile che previene la devianza e dove si insegnerà la musica, la scrittura, il video-making, la poesia. "Stiamo cercando una sede e una sala di registrazione che ci ospiti", ha detto con entusiasmo Matteo. In 10 anni è una persona nuova, vive di sogni e si impegna a realizzarli, aiutando chi ora è quello che lui è stato tempo fa.
Tutto questo lo deve a due donne coraggiose che non lo hanno mai lasciato solo: Irene, sua mamma e Claudia, la moglie del carabiniere che uccise. All'inizio fu Irene ad avvicinarsi a Claudia per aiutare suo figlio a capire l'errore fatto: "Ero gli occhi e le orecchie di Matteo, mio figlio doveva vedere e ascoltare le vittime, per potersi pentire fino in fondo. Lui era recluso in carcere, così andavo io da loro", ha raccontato al Corriere della Sera. Claudia negli anni lo ha perdonato, quasi adottato. "Forse non è un caso che quella notte abbia incontrato proprio il mio Antonio. Credeva con tutto se stesso nel recupero degli adolescenti, per questo faceva il carabiniere. Pensando a come questo ragazzo è diventato oggi, un senso a tutto questo ora lo trovo", ha detto Claudia.
ildispaccio.it, 28 marzo 2021
"Con sentimenti di soddisfazione, si constata che, nella giornata odierna sono iniziate le vaccinazioni per la popolazione detenuta presso la Casa circondariale di Crotone. Circa una sessantina di persone recluse hanno avuto la prima dose di somministrazione vaccinale". È quanto afferma in una nota Federico Ferraro, garante delle persone detenute o private della libertà personale del Comune di Crotone.
"La preoccupazione e la doverosità dell'inclusione nel piano regionale anti Covid per la Calabria, espressa sia nell'appello lanciato dal Garante regionale per la Calabria dei detenuti Avv. Agostino Siviglia, e poi dal Garante comunale di Crotone Avv. Federico Ferraro, ha trovato concreta e fattiva risposta nelle prime vaccinazioni in corso. Si esprime ugualmente soddisfazione per l'avvio delle procedure di somministrazione su cui si è soffermato il neocommissario all'emergenza; il Generale Francesco Paolo Figliuolo, considerando i detenuti tra le categorie prioritarie in quanto soggetti in condizione di particolare vulnerabilità, a motivo delle restrizioni alla libertà personale e dunque al distanziamento e movimento in spazi delimitati.
L'attenzione ed il monitoraggio sulla problematica continuerà ad essere comunque costante considerato che, a livello nazionale, la positività al Covid risulta in aumento nelle carceri. Secondo il report settimanale del monitoraggio del Ministero della Giustizia su Carceri e coronavirus, su un totale di 52.572 presenze in cella, sono 576 i detenuti attualmente positivi al Covid, mentre 7 giorni fa risultavano essere 458. In aumento purtroppo sono anche i casi di positività tra gli agenti: 738 su un organico di 36.939 unità, a fronte dei 659 rilevati la scorsa settimana.
di Leonardo Fiorentini
Il Manifesto, 28 marzo 2021
Quest'anno ne occorrerebbero 3 tonnellate ma la produzione nel polo farmaceutico fiorentino è al palo. Allarme degli operatori sanitari. La carenza dei farmaci potrebbe essere risolta dando seguito a una norma del 2017. Tre tonnellate. Questo il fabbisogno italiano di cannabis terapeutica per l'anno in corso (insieme a San Marino e Città del Vaticano) previsto dall'Incb (International narcotics control Board), il cane da guardia delle convenzioni internazionali sugli stupefacenti. In aumento del 50% sull'anno precedente, oltre il doppio di quanto previsto nel 2018. Peccato che probabilmente a fine anno si farà fatica a raggiungere i 1000 kg di cannabis dispensata effettivamente. In Italia la cannabis terapeutica è ormai un miraggio per troppi pazienti.
Sono 16 le Regioni in cui, negli ultimi 60 giorni, ci sono stati problemi di approvvigionamento di cannabis terapeutica, come documentato dagli stessi pazienti su monitorcannabis.it. Del resto, basta farsi un giro nei gruppi specializzati sui social per incappare in messaggi disperati di malati che non trovano la tipologia prevista dal piano terapeutico e rischiano di interrompere la terapia. Un problema irrisolto che persiste oramai dal 2017, nonostante gli impegni e le norme di legge.
"Sto diventando matto, decine di telefonate e centinaia di messaggi di pazienti che non trovano la preparazione che ho prescritto e sono giustamente in ansia per la loro terapia", ci racconta fra un turno e l'altro Francesco Crestani, medico anestesista e presidente dell'Associazione Cannabis Terapeutica che festeggia quest'anno il ventennale. "Ciclicamente manca la materia prima, ed ora è il caso della Fm2 (la varietà prodotta dallo stabilimento farmaceutico militare di Firenze, ndr) che non si trova più. Per me, che avevo dato fiducia alla produzione italiana, suona come una beffa". Il problema non è solo la ricetta: "Sì certo tocca rifare le ricette, ma questo è il minore dei mali. Bediol e Fm2, pur essendo titolati con analoghe percentuali di Thc, sono farmaci diversi perché provengono da piante diverse. Bisogna ricalibrare le dosi, a volte rifare interi piani terapeutici. Questo significa spesso tornare dallo specialista, con un aggravio di tempo e di costi per i malati".
E poi c'è il problema della Circolare ministeriale del 23 settembre 2020, che di colpo ha escluso alcuni tipi di preparazioni. "La circolare ha creato notevoli problemi - ricorda Crestani - ad esempio vietando il collirio per il glaucoma, che è stata una delle prime applicazioni della cannabis medica e che permetteva a chi non risponde ai farmaci tradizionali di tenere sotto controllo la pressione oculare. Bastavano un paio di gocce, con effetti collaterali nulli". Una circolare che "non ha alcun senso dal punto di vista scientifico e normativo", conclude Crestani, ma che nonostante le segnalazioni al ministro Speranza da parte della società civile ed un digiuno con quasi 400 adesioni in corso, non è stata ancora ritirata.
Sulla Circolare ministeriale Marco Ternelli, farmacista galenico ed uno dei punti di riferimento per la preparazione di cannabis terapeutica in Italia, è chiaro. "È un disastro. La spedizione non è più possibile, così alcuni pazienti si sono organizzati con gruppi per prelevare in blocco una serie di ricette. Ma la maggior parte rimane scoperta". E ancora: "Abbiamo sospeso colliri, creme, e tutte le preparazioni non per via orale. Questo ha causato la disperazione di tanti malati". In assenza di qualsiasi riscontro da parte del ministero della Salute alle sollecitazioni, i farmacisti hanno incaricato gli avvocati: "I primi di maggio abbiamo udienza al Tar del Lazio per il ricorso che ho presentato insieme ad altre 12 farmacie", annuncia sconsolato Ternelli.
Dal suo laboratorio, Ternelli conferma poi i problemi di approvvigionamento: "Il 2021 è iniziato malissimo. Prima fornitura solo il 10 febbraio, che ha dovuto coprire una carenza dei 2 mesi precedenti per cui si è esaurita subito. Poi più nulla. La prossima fornitura è attesa per dopo Pasqua, e si preannuncia una riduzione dei quantitativi dall'Olanda". Le prospettive per l'anno in corso sono quindi pessime: "Anche perché va a scadere l'appalto di importazione straordinaria del 2019 (vinto dalla canadese Aurora) che comunque è stato utilizzato con il contagocce". E la produzione italiana? "I militari da novembre non hanno più Fm2 - riporta Ternelli - e la prossima fornitura, inizialmente annunciata a marzo, si dice che arriverà effettivamente a maggio".
E proprio la produzione italiana è il grande interrogativo. Pur avendo avuto finanziamenti e autorizzazioni per arrivare a produrre fino a 500 kg l'anno, la produzione dello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze è al palo. I dati ufficiali dal sito del ministero della Salute sono sconfortanti: nel 2017 lo Stabilimento avrebbe prodotto e distribuito circa 60 kg, nel 2017 e 2018 in media circa 150. Come sottolinea però Ternelli "fra la quantità distribuita c'è anche la cannabis importata con il bando straordinario": quindi l'effettiva produzione nazionale si fermerebbe a soli 60 kg nel 2018 e 140 nel 2019. Nemmeno il 5% del fabbisogno teorico del 2021.
Ma la soluzione esiste ed è legge sin dalla conversione del decreto fiscale 2017: autorizzare anche altri soggetti, pubblici o privati, a coltivare e produrre cannabis terapeutica. Ne gioverebbero i pazienti in primis, ma anche tutto il Paese che così potrebbe disporre di un prodotto di qualità a costi inferiori rispetto a quello importato. Un Paese che storicamente la cannabis l'ha sempre coltivata e che, un secolo dopo, potrebbe tornare ad esserne esportatore, aprendo la strada ad una nuova filiera in un settore ad alta specializzazione e forte espansione globale. Anche l'Onu a dicembre ha rotto il tabù, riconoscendo il pieno valore terapeutico della cannabis: se ne accorgeranno a Palazzo Chigi?
di Dafne Roat
Corriere del Trentino, 28 marzo 2021
Alcuni rinunciano: "Non siamo privilegiati". Personale amareggiato. Il disappunto degli avvocati. L'azienda: erano già nel piano. "Il comparto giustizia non va avanti solo con i magistrati". Il disappunto degli avvocati è espressione chiara del clima di amarezza e malcontento che ieri si respirava a palazzo di giustizia. La decisione dell'azienda sanitaria di smarcarsi dal piano di Draghi, applicando il precedente del governo Conte e procedendo alla vaccinazione dei magistrati e non del personale che lavora all'interno dei tribunali, ha scatenato un terremoto nei palazzi della giustizia. Anche alcuni magistrati, pm e giudici, dopo aver saputo che i cancellieri, gli amministrativi e tutti gli altri lavoratori che ogni giorno danno il proprio contributo per il buon funzionamento della giustizia a ogni livello non erano compresi nel piano, hanno deciso di fare un passo indietro e rinunciare alla somministrazione del siero, prevista per ieri e oggi.
Sono queste le due giornate scelte dall'azienda sanitaria per la vaccinazione di tutti i magistrati trentini, sia del Tribunale ordinario che di quello amministrativo, Corte dei Conti e anche giudici di pace. Sono un centinaio circa. "La categoria dei magistrati non è migliore delle altre o della media dei cittadini italiani", scrive in un post il pm Pasquale Profiti.
"Abbiamo preso consapevolezza che le prenotazioni comunicateci erano solo per noi, per i magistrati, con esclusione di chi ci lavora a fianco, il personale amministrativo, spesso con maggiore esposizione a rischio", continua. Un gesto di responsabilità e grande rispetto verso persone che ogni giorno si spendono al fianco dei pubblici ministeri e dei giudici e anche dei cittadini che attendono con ansia il proprio turno per il vaccino.
"Non siamo dei privilegiati", continua Profiti. Un collega giudice ha inviato un'email alla Croce Rossa, che si occupa delle vaccinazioni nel fine settimana, spiegando le ragioni della propria rinuncia e assicurandosi che le dosi non siano perse ma vengano utilizzate per altre categorie. "Il personale amministrativo - scrive - ha un'età media superiore alla mia (53 anni) e con fattori di rischio, per contatti di lavoro analoghi o superiori al mio".
Una scelta appoggiata dall'Anm sezione del Trentino che, appena saputa la notizia delle dosi "riservate" ai magistrati ha inviato un'email a tutti i colleghi spiegando la situazione. "Come Anm non posso obbligare i colleghi a fare una scelta, ma personalmente ho deciso di rinunciare perché i vaccini devono essere per tutti", spiega la presidente Consuelo Pasquali.
"Giovedì siamo stati contattati per l'adesione, poi ieri (venerdì ndr) ho scoperto che erano riservati solo a noi e così ho avvertito tutti e ho subito contattato l'azienda sanitaria", spiega. L'associazione nazionale magistrati del Trentino aveva chiesto il siero per tutti, come era previsto nel precedente piano. Il governo Conte aveva infatti inserito il comparto della giustizia tra i servizi essenziali, come le forze dell'ordine, e pertanto destinatario di una lista prioritaria, ma con comparto della giustizia si intendeva tutto il personale.
Poi Draghi ha modificato il piano escludendo il sistema giustizia dalle categorie essenziali. La Provincia però ha applicato il piano vecchio. "Quando era stato effettuato l'incontro con le forze dell'ordine c'era anche il procuratore Raimondi - spiega l'assessora Stefania Segnana - nelle altre regioni i magistrati sono già stati vaccinati, erano già in programma per questo abbiamo proceduto, come da piano". Ma l'Anm ribadisce la necessità di vaccinare tutti gli operatori comprese le guardie giurate, tirocinanti e gli addetti alle pulizie.
"I responsabili degli uffici avevano trasmesso la lista completa le convocazioni sono arrivate giovedì pomeriggio, abbiamo pensato fosse solo l'inizio poi solo ieri sera (venerdì ndr) alle 18 abbiamo saputo che la situazione era diversa. Qualche collega ha forse deciso comunque di aderire per non creare disservizi".
Sono amareggiati anche gli avvocati. "Se si decide di vaccinare si devono comprendere nel piano tutti gli attori della giustizia", afferma il presidente dell'Ordine, Michele Russolo. "Vaccinare solo una parte è poco utile, lo scrissi a Fugatti e Benetollo ma alla lettera non mi hanno mai risposto. Vaccinare solo i magistrati non garantisce l'efficienza di un comparto che è già in grande sofferenza e anche gli avvocati hanno un ruolo primario nella giustizia".
di Giovanna Pavesi
it.insideover.com, 28 marzo 2021
Riprogrammare tutto. Dalla lingua al modo di pensare, fino ad arrivare a ridefinire la propria identità culturale. Educare di nuovo, attraverso processi di apprendimento forzato e attività coercitive. Nessun tipo di libertà e una serie di imposizioni che servono a controllare la persona, obbligata a seguire rigide regole su tutto, dalla pulizia personale all'uso del bagno.
Si ottengono punteggi che, in base alla padronanza della (nuova) lingua e al processo d'apprendimento, determinano un eventuale ritorno a casa o un trattamento migliore. La Cina li definisce "Centri di istruzione e formazione professionale" per prevenire forme di terrorismo, ma mezzo mondo li riconosce come veri e propri campi di rieducazione. Per "purificare i cuori", sostenere "il giusto" e "rimuovere ciò che è sbagliato". Al loro interno sono detenute oltre un milione di persone, tutte appartenenti a minoranze etniche, la maggior parte delle quali di fede musulmana. Documenti riservati hanno dimostrato che si tratta di veri e propri centri segreti di forzata rieducazione ideologica e comportamentale. Ma i campi di rieducazione, in Cina, somigliano più a delle prigioni.
Il 24 novembre 2019, il Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi ha pubblicato il China Cables, sei documenti che confermano l'esistenza di un "manuale operativo" per la gestione dei campi e un uso dettagliato dell'intelligence artificiale per colpire le persone e regolare la loro vita all'interno degli istituti di rieducazione. Che esistono ufficialmente dal 2014 e, come riportato da Foreign Policy sono dislocati nella regione autonoma uigura dello Xinjang, appartenente alla Repubblica popolare cinese. Sebbene non esistano dati pubblici verificabili riguardo al numero esatto dei centri, la documentazione relativa ai campi è stata accertata grazie anche ad alcune immagini satellitari e a documenti governativi. Nel novembre del 2018, l'International cyber policy center dell'Australian strategic policy institute ha riferito l'esistenza di 28 campi sospetti nella regione, anche se altre organizzazioni presenti nel Turkestan orientale ne denunciano un numero più alto.
I "gulag etnici" - I campi di rieducazione hanno iniziato a diffondersi nello Xinjiang (la tumultuosa area di confine occidentale del Paese), dopo l'annuncio di Xi Jinping nel 2014 di una "guerra del popolo al terrorismo", dopo che le bombe fatte esplodere da alcuni militanti uiguri avevano distrutto la stazione ferroviaria della capitale della regione, poche ore dopo la sua visita di Stato nell'area. Da quel momento, il Partito comunista cinese ha implementato le strutture che in molti definiscono dei "gulag etnici". "Costruire mura d'acciaio e fortezze di ferro. Installare reti sopra e le trappole sotto. Colpire duramente i terroristi", disse il presidente ai media locali. Chen Quango, un ufficiale della linea dura proveniente dal Tibet, segretario del Partito nello Xinjang e governatore della regione dall'agosto del 2016, è ritenuto l'architetto di questo programma di sicurezza. Che, ufficialmente, doveva servire a soffocare l'attività di alcuni terroristi della zona, ma che invece ha costretto alla privazione della libertà migliaia di persone ritenute innocenti. Così, la guerra al terrore dello Xinjang si è trasformata in una straordinaria campagna di detenzione di massa, con utilizzo di tecnologia di tipo militare. I centri sarebbero gestiti segretamente, al di fuori del sistema legale. I detenuti sono per la maggior parte uiguri, la minoranza etnica turcofona e musulmana oggetto da anni dell'attenzione delle autorità cinesi per varie vicende legate al terrorismo, che conta più di 10 milioni di cittadini. E non solo. Secondo quanto denunciato da Human Rights Watch nel 2018 molti dei prigionieri uiguri sono stati rinchiusi nelle strutture senza alcun processo e soprattutto senza capi d'accusa validi. Le autorità giustificano la detenzione delle minoranze etniche musulmane con lo scopo di contrastare l'estremismo, ma si stima che i funzionari cinesi abbiano rinchiuso in queste strutture migliaia di uiguri, kirghisi, hui e altre etnie turcofone musulmane e cristiane, oltre ad alcuni stranieri con cittadinanza kazaka, come rivelato da Independent. La maggior parte degli edifici che ospitano le "prigioni" sono stati riconvertiti da scuole esistenti o altre strutture ufficiali. Grazie alla sorveglianza capillare che caratterizza la regione, fermare e imprigionare gli uiguri non è stato particolarmente complicato. Nel 2017, per esempio, gli arresti nello Xinjang rappresentavano il 21% di tutti i fermi del Paese, nonostante l'area comprenda meno del 2% della popolazione nazionale. Descritti come luoghi preposti alla rieducazione dei separatisti, i centri di rieducazione ospitano più di frequente persone che poco hanno a che vedere con l'estremismo. Lo ha confermato anche l'economista Victor Shih, il quale, nel luglio del 2019, ha definito gli internamenti di massa formalmente inutili, visto che nell'area non c'era traccia di insorti attivi, ma soltanto episodi terroristici isolati.
L'origine di tutto: il conflitto nello Xinjang - Per comprendere come si è arrivati a questa forma di rigido controllo nei confronti della minoranza uigura in Cina, è necessario conoscere le dinamiche dei conflitti che hanno interessato l'area dello Xinjang nel corso degli anni. La regione moderna passò sotto il dominio cinese a seguito dell'espansione verso ovest della dinastia Qing dei Manciù, con l'annessione di Mongolia e Tibet. Nel 1928, dopo l'assassinio di Yang Zengxin (il governatore del semi-autonomo Khanato Kumul nello Xingjang orientale sotto la Repubblica di Cina), al comando arrivò Jin Shuren. Il quale, alla morte di Kamul Khan nel 1930, abolì completamente il Khanato, prendendo il controllo della regione come "signore della guerra". Nel 1934, la prima repubblica separatista del Turkestan orientale, fondata l'anno prima, fu conquistata da Sheng Shicai con l'aiuto dell'Unione Sovietica. Nel 1944, la ribellione di Ili portò alla costituzione della seconda repubblica del Turkestan orientale, dipendente dai russi per il commercio e le armi. Dagli anni Cinquanta agli anni Settanta, il governo cinese sponsorizzò una migrazione di massa di cinesi Han nella regione e con quei primi movimenti venne promossa un'uniformazione culturale che puniva le espressioni più tipiche dell'identità uigura. Ne conseguì la creazione di una serie di organizzazioni separatiste militanti, spesso appoggiate dall'Unione Sovietica. Durante gli anni Settanta, i russi sostennero il Fronte rivoluzionario unito del Turkestan orientale, che aveva un unico scopo: combattere i cinesi.
Il periodo degli attentati - I rapporti tra Stato centrale e regione rimasero tesi per tutto il corso del secondo Novecento. Nel 1997, una retata della polizia e l'esecuzione di 30 sospetti separatisti durante il periodo di ramadan portarono a un'ondata di manifestazioni, che provocarono, a loro volta, ciò che storicamente è riconosciuto come "l'incidente di Ghulja", ovvero la repressione dell'Esercito popolare di liberazione, che causò diversi morti. Alla fine del febbraio del 1997, un attentato su un autobus a Ürümqi uccise nove persone e ne ferì 68: in quella circostanza, ogni responsabilità venne attribuita ai gruppi esiliati uiguri.
Nel marzo dello stesso anno, un'autobomba uccise due persone e l'attacco venne rivendicato dalla minoranza musulmana e dall'Organizzazione per la libertà del Turkestan orientale, con sede in Turchia. La Cina, per decenni, ha lottato per controllare lo Xinjang, dove gli uiguri contestano l'ingerenza di Pechino. Dopo l'11 settembre, alcuni funzionari cinesi iniziarono a giustificare le dure misure di sicurezza prese nei confronti della minoranza musulmana, come anche le restrizioni religiose, con la scusa di respingere il terrorismo, sostenendo che i giovani sarebbero stati più suscettibili all'influenza dell'estremismo islamico. Nel 2009, le rivolte scoppiate in risposta a una violenta disputa tra uiguri e lavoratori cinesi Han in una fabbrica della regione costarono la vita a oltre cento persone. E fino al 2016, gruppi di estremisti uiguri sarebbero stati i responsabili riconosciuti del decesso di decine di cinesi Han. Molti degli attacchi furono organizzati dal Partito islamico del Turkestan (ex Movimento islamico del Turkestan orientale), ritenuto un gruppo terroristico dalle Nazioni Unite e da diversi Paesi (Russia, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti).
Le imposizioni cinesi sulle minoranze - Il primo a limitare le espressioni culturali più tipiche e la religione locale fu Wang Lequan, che sostituì la lingua uigura (parlata quasi unicamente fino agli anni Novanta) con il mandarino standard e che vietò l'utilizzo di barba per gli uomini e foulard per le donne, il digiuno religioso e la preghiera in orario di lavoro. Il suo successore politico, Zhang Chunxian, rafforzò le sue posizioni repressive e nel 2011 cancellò, di fatto, l'identità uigura dalla cultura locale. Nel 2012 affermò, per la prima volta, di essere intenzionato a eliminare l'estremismo, iniziando a educare gli imam ritenuti "selvaggi" e radicali. Questo accadde anche perché la Repubblica popolare cinese adotta ufficialmente l'ateismo di Stato e ha condotto, nel corso degli anni, vere e proprie campagne antireligiose per riuscire a raggiungere questo scopo. Infine, dal 2014 il Partito comunista cinese ha rafforzato le sue politiche a favore della sinicizzazione totale del Paese e delle minoranze etniche e religiose.
La fuga di notizie e i leaks - Il 16 novembre 2019, il New York Times ha pubblicato un vasto leak di circa 400 documenti provenienti da un membro del governo cinese, il quale chiedeva che Xi Jinping fosse ritenuto responsabile delle sue azioni nei confronti delle minoranze. Il materiale sarebbe stato consegnato al Consorzio internazionale di giornalisti d'inchiesta da una fonte anonima e il l'ICIJ li avrebbe verificati esaminando i resoconti dei media statali e le notizie di fonte aperte dell'epoca, consultando esperti, effettuando un controllo incrociato e confermando le risultanze con ex dipendenti impiegati nei centri di rieducazione. Le carte arrivate a New York consisterebbero in una nota che fornisce le linee guida per i campi, quattro bollettini su come usare la tecnologia per colpire le persone e un caso giudiziario che si è concluso con la condanna a un membro uiguro del Partito comunista a dieci anni di carcere per aver detto ai colleghi di non dire parolacce, di non guardare pornografia e di non mangiare senza pregare. I documenti erano stati distribuiti ai funzionari dall'influente Commissione Affari politici e legali del Partito comunista dello Xinjang, la massima autorità della regione che sovrintende alla polizia, ai tribunali e alla sicurezza dello Stato. Sono stati redatti sotto l'allora capo Zhu Hailun, che li ha firmati personalmente e in base a quanto dimostrato dalla fuga di notizie, il materiale rappresenterebbe una clamorosa conferma di quanto si ipotizzava sui campi. Nei documenti, infatti, spesso è stato riconosciuto che i detenuti nei centri di rieducazione non avevano commesso alcun crimine e che il motivo della loro prigionia era legato al fatto che "il loro pensiero era stato infettato da pensieri malsani". Ma per Pechino, i documenti trapelati rappresenterebbero soltanto false notizie: "Le autorità cinesi sostengono che nello Stato a maggioranza uigura la libertà religiosa e personale dei detenuti è pienamente rispettata".
La struttura dei campi - Nelle aree urbane dello Xinjang, le prigioni sono vecchie scuole professionali e ordinarie, ex istituti appartenuti al partito o altri edifici ufficiali. La situazione cambia nelle aree rurali, dove secondo quanto riportato dal Guardian la maggior parte dei campi è stata appositamente costruita. I centri sono sorvegliati da forze armate o da membri dei corpi speciali di polizia e somigliano molto a un qualsiasi penitenziario, con cancelli e muri che circondano gli edifici, recinzioni di sicurezza, torri di guardia e rigidi sistemi di sorveglianza. Nel 2018, il magazine Bitter Winter, una rivista sulla libertà religiosa in Cina, ha pubblicato tre video girati all'interno di due campi nell'area di Yining. Le immagini mostrano come la struttura abbia le stesse caratteristiche di un carcere, confermando la tesi che non si tratta di scuole o di istituti professionali.
Cosa succede dentro ai campi: le testimonianze - In base a quanto riportato da alcune testimonianze fornite da detenuti ed ex internati, la vita all'interno dei centri di rieducazione non rispetta i diritti umani, nonostante il governo cinese affermi il contrario. L'uso dei telefoni cellulari tra i detenuti (che Pechino chiama "tirocinanti") è severamente vietato per impedire qualsiasi "collusione tra interno ed esterno" e persino l'igiene personale e le pause per i bisogni fisiologici sono monitorate con rigore "per prevenire possibili fughe". Kayrat Samarkand, un cittadino kazako emigrato dallo Xinjang, sarebbe stato detenuto in una di queste strutture per tre mesi a causa di una visita in Kazakistan. Per farlo scarcerare, nel febbraio del 2018, è intervenuto il ministro degli Esteri kazako, Kairat Abdrahmanov, inviando una nota diplomatica al suo omologo cinese. Dopo la sua liberazione, Samarkand avrebbe dichiarato di aver subito umiliazioni, numerosi lavaggi del cervello e di essere stato costretto recitare slogan di propaganda, augurando lunga vita all'attuale presidente Xi Jinping. Come riportato da Rainews24, Erzhan Qurban, di etnia kazaka ora tornato a vivere in Kazakistan, fu arrestato dalla polizia durante un viaggio di ritorno in Cina per far visita alla madre con l'accusa di aver commesso crimini all'estero. Protestò dicendo di essere un semplice pastore e che non era l'autore di alcun reato, ma per le autorità cinesi, il periodo in Kazakistan costituiva già un motivo sufficiente per la detenzione. Qurban, rimasto detenuto per nove mesi, ha raccontato di essere stato "trattato come un animale", rinchiuso in una cella con altre dieci persone, tutte costrette a sedersi su sgabelli di plastica, mantenendo posture rigide per ore. Era assolutamente vietato parlare e a sorvegliarli, per 24 ore al giorno, c'erano due guardie. Gli ispettori verificavano periodicamente che le unghie fossero tagliate e che barba e baffi, tipici della tradizione islamica, fossero rasati. Chi disobbediva era costretto a inginocchiarsi o a trascorrere una giornata di isolamento in una stanza molto fredda.
Il centro di formazione Artux è stato definito un campo di indottrinamento - Nonostante Pechino insista nel dire che le strutture sono soltanto centri di formazione per persone più povere e meno istruite appartenenti alle minoranze etniche, svariati documenti dimostrano come tra i detenuti ci siano anche funzionari di partito e docenti universitari. Solitamente, i resoconti delle persone fermate vengono esaminati attentamente e i sottoposti agli interrogatori, spesso, sono spinti a denunciare i nomi di amici e parenti. Mamattursun Omar, cuoco ugiruo arrestato dopo aver lavorato in Egitto, sarebbe interrogato in quattro strutture di detenzione diverse per nove mesi nel 2017 e ai giornalisti che hanno ascoltato la sua testimonianza avrebbe riferito che la polizia cinese gli chiedeva continuamente di rivelare le identità di altri uiguri in Egitto. Come raccontato dallo chef, Omar sarebbe stato torturato con l'intenzione di indurlo a confessare che altri studenti appartenenti alla sua stessa etnia sarebbero andati nel Paese nordafricano per prendere parte al jihad. Legato a un dispositivo chiamato "sedia da tigre", Omar avrebbe subito l'elettroshock e sarebbe stato picchiato e frustato con dei cavi per il computer.
"Non ne potevo più e gli ho detto ciò che volevano sentirsi dire", ha dichiarato il cuoco. Subito dopo, infatti, altri sei studenti che lavoravano in un ristorante egiziano sono stati individuati e fermati. "Fuggire era impossibile", ha confermato la kazaka Sayragul Sauytbay, membro del Partito comunista, arrestata dalla polizia nell'ottobre del 2017 e costretta a diventare un'insegnante di mandarino all'interno di uno dei centri, che lei ha definito "un campo di concentramento, assai peggio di una prigione".
La donna ha parlato di stupri e di torture e un altro ex prigioniero, Zumrat Dawut, ha detto che agli internati sarebbero state somministrati farmaci in grado di renderli innocui e più "arrendevoli". "Non ci vedevano come esseri umani. Ci trattavano come animali: come maiali, mucche, pecore", ha dichiarato un giornalista ed ex detenuto.
I lavori forzati - Secondo quanto ricostruito dallo studioso Adrian Zenz, i centri di rieducazione funzionerebbero anche come campi di lavoro forzato, dove gli uiguri lavorerebbero a vari prodotti pensati per l'esportazione. Nel 2018, il Financial Times ha riferito che il centro di formazione professionale della contea di Yutian Keriya, tra le più grandi strutture di rieducazione dello Xinjang, aveva aperto una struttura di lavoro forzato che includeva otto fabbriche, le quali si occupavano di calzature, assemblaggio di telefoni cellulari e imballaggi di tè. Ogni detenuto riceveva uno stipendio mensile corrispondente a circa 190 euro. E il problema esiste, non soltanto nell'area della regione autonoma, ma anche in altri punti del Paese.
La "nuova" educazione - Tra gli obiettivi di questi centri di rieducazione c'è quello di reimpostare il pensiero, attraverso un tentativo esplicito di cambiare il modo in cui i detenuti agiscono e ragionano. E, infatti, la prima materia elencata come parte del curriculum di queste strutture è l'educazione ideologica, un'idea radicata già nell'antico credo cinese della trasformazione degli individui attraverso la didattica e l'apprendimento.
Nel mostrare agli "studenti" gli errori compiuti in precedenza, le strutture promuoverebbero "il pentimento e la confessione", come si legge nei documenti arrivati a New York. Oltre a una forma di indottrinamento, è prevista anche l'educazione alle buone maniere, dove il comportamento è improntato a "un cambio regolare dei vestiti", "tagli e rasature tempestive" e a "un bagno una o due volte alla settimana". Un ex membro della televisione della regione dello Xinjang era stato selezionato per insegnare il mandarino durante la sua detenzione di un mese nel 2017: secondo la sua testimonianza, due volte al giorno, i carcerati venivano messi in fila e ispezionati dalla polizia, poi alcuni (scelti a caso) venivano interrogati in mandarino.
Chi non era in grado di rispondere nella lingua ufficiale poteva essere percosso o privato del cibo per giorni. I prigionieri, infatti, sarebbero testati continuamente su lingua, ideologia e disciplina, con una piccola verifica settimanale, un test medio al mese e una prova a fine stagione. I punteggi ottenuti vengono inseriti in un elaborato sistema e chi dimostra di comportarsi correttamente può essere ricompensato con le visite ai familiari o la possibilità di laurearsi. Chi, invece, registra scarsi risultati ha più spesso tempi di detenzione più lunghi e, in alcuni casi, può essere sottoposto a punizioni come la privazione del cibo, le manette, l'isolamento e forme di tortura. Gli internati uiguri più anziani risulterebbero i detenuti più svantaggiati, perché meno inclini all'apprendimento della nuova lingua e delle nuove abitudini.
Cosa accade ai bambini uiguri? Tra le conseguenze delle detenzioni di massa delle minoranze, i primi a essere lasciati soli sono spesso i bambini, cioè i figli dei prigionieri che, senza la presenza dei loro genitori, sono vengono sottoposti al controllo del governo cinese. Il quale provvede alla loro educazione e al loro mantenimento spostandoli in collegi e strutture apposite. L'intento? Rieducare anche loro, cancellando le radici e quel poco di cultura appresa prima dell'arresto dei familiari. Chi è scappato o chi si trova in esilio non sempre è al corrente della sorte dei propri cari, né sa dove siano ubicati i propri figli.
La tecnologia che controlla tutto - Ma è nella gestione tecnologica di questi prigionieri che la Cina si è dimostrata (ancora una volta) all'avanguardia, sfruttando una nuova forma di controllo sociale attraverso l'uso dell'intelligenza artificiale. Come emerso dai documenti in possesso dal consorzio giornalistico, in una sola settimana, attingendo a dati raccolti da queste tecnologie di sorveglianza di massa, i computer avrebbero mostrato i nomi di decine di migliaia di persone da interrogare o da arrestare. Il sistema, che rappresenta il più sofisticato dispositivo di controllo contemporaneo, monitora e classifica intere etnie per sottometterle con la forza.
Si chiama Integrated Joint Operations Platform (IJOP) ed è stato realizzato da una società di proprietà dello Stato legata all'esercito. Nato come uno strumento di intelligence per la condivisione di informazioni, è stato sviluppato dopo che analisti militari cinesi avevano studiato l'uso delle tecnologie informatiche da parte dell'esercito degli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan. "Non c'è nessun altro posto al mondo in cui un computer possa mandarti in un campo di internamento. Si tratta di un sistema senza precedenti", ha spiegato Rian Thum, esperto di Xinjang dell'università di Nottingham, riportato da Rainews24.
La tecnologia cinese è quindi riuscita a riconoscere nomi e identità di persone ritenute sospette dal governo, come migliaia di imam "non autorizzati" perché non registrati. I comportamenti ritenuti estremisti sono stati definiti in modo talmente ampio da poter includere tantissime azioni quotidiane, come per esempio quella di recarsi all'estero, chiedere di pregare o usare applicazioni per cellulari che non potessero essere controllate da Pechino.
La tecnologia ha iniziato a monitorare gli utenti che utilizzavano Kuai Ya, un'applicazione simile ad Airdrop di iPhone, diventata molto popolare nella regione uigura perché consente agli utenti di scambiarsi video e messaggi privatamente. Un resoconto cinese avrebbe mostrato come le autorità siano riuscite a identificare circa 40mila fruitori dell'app, messi poi sotto inchiesta e potenzialmente candidati all'arresto. Di questi 32 sarebbero finiti in una lista di persone appartenenti a organizzazioni terroristiche. Dopo la raccolta di nomi, le liste con le persone oggetto di attenzione passano alle prefetture che, a loro volta, li inoltrano ai capi di distretto.
Poi, i nominativi sono inviati alle stazioni della polizia locale e infine ai vigilanti di quartiere e ai quadri del Partito comunista. Un bollettino, emerso tra i documenti arrivati al consorzio di giornalisti, avrebbe rilevato che, in una sola settimana, nel giugno del 2017, l'IJOP avrebbe identificato 24.612 "persone sospette" nel sud dello Xinjang, con 15.683 cittadini inviati in strutture di "istruzione e addestramento", 706 in carcere e 2.096 agli arresti domiciliari.
Il sistema di controllo cinese ha tenuto sotto stretto controllo anche le persone che ottenevano passaporti o visti stranieri. E ai funzionari sarebbe stato richiesto di verificare le identità anche delle persone al di fuori dei confini nazionali, un fatto che dimostra quanto il Paese osservi gli uiguri anche al di fuori della regione cinese. Negli ultimi anni, Pechino ha esercitato una certa pressione su quei Paesi in cui si sarebbero rifugiate più facilmente le minoranze, come la Thailandia e l'Afghanistan, con lo scopo di estradare i cittadini.
Le reazioni internazionali - Secondo quanto indicato da alcuni dati delle Nazioni Unite, citati da Reuters, nell'agosto del 2018, in tutta la regione dello Xinjiang, sono state trattenute contro la loro volontà all'interno di questi campi da uno a tre milioni di persone. Un fatto inaccettabile per l'Onu, che nel luglio del 2019, tramite i suoi ambasciatori di 22 nazioni, tra cui Australia, Canada, Francia, Germania, Giappone e Regno Unito ha firmato una lettera di condanna della detenzione di massa, esortando il governo a chiudere queste strutture perché allarmati per la diffusa sorveglianza e repressione al loro interno. Al contrario, invece, sempre come segnalato da un altro articolo di Reuters, una dichiarazione congiunta a firma di 37 Stati (tra cui Algeria, Repubblica Democratica del Congo, Russia, Arabia Saudita, Siria, Pakistan, Corea del Nord, Egitto, Nigeria, Filippine e Sudan), che non è mai stata mostrata al pubblico, avrebbe espresso approvazione nei confronti del programma antiterrorismo cinese dello Xinjang. Nell'ottobre del 2019, 23 Paesi hanno firmato un'altra lettera, sollecitando la Cina a chiudere i campi.
Pechino, nel tempo, ha negato la loro esistenza, almeno fino alla loro legalizzazione (nell'ottobre del 2018). Attualmente Pechino rivendica ottimi risultati, visto che, in base a quanto riportano fonti governative, nella regione non si sarebbe verificato alcun attacco terroristico. Tuttavia, l'esperto di Xinjang Zenz, i documenti arrivati ai giornalisti americani confermerebbero un vero e proprio "genocidio culturale" perpetrato ai danni dei musulmani dello Xinjang. "Fin dall'inizio, il governo cinese aveva un piano ben preciso", ha concluso lo studioso.
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 28 marzo 2021
Un centinaio ieri le vittime della repressione. Anche una bimba di 5 anni e una 13enne colpite a morte. Alla sfilata unica presenza di rango la Russia. Venerdì, alla vigilia della giornata delle Forze armate, la tv di stato del Myanmar aveva avvertito i birmani che si "dovrebbe imparare dalla tragedia delle brutte morti precedenti" e che dunque a scendere per strada "si può essere in pericolo di essere colpiti alla testa e alla schiena".
Detto e fatto. Il bilancio dei morti del sabato di sangue di ieri in varie aree del Paese, dove il Movimento di disobbedienza civile ha sfidato il divieto, non ha fatto che salire dalla mattina di una giornata nella quale la giunta al potere dal 1 febbraio ha fatto sfilare nella capitale Naypyidaw oltre 7000 soldati, mentre caccia a reazione accompagnavano la macabra sfilata col senso anche di una dimostrazione di forza. Mentre i soldati sfilavano decine di persone, tra cui una bambina di 5 anni e una 13enne, morivano in diverse zone del Paese: oltre 80 secondo il bilancio di Myanmar Now e 90 secondo l'Assistance Association for Political Prisoners, numeri che fanno salire il totale dei morti dall'inizio delle proteste a oltre 420 vittime con più di 3mila arresti. Cifre che, nella giornata di ieri, hanno visto continue variazioni tra gli oltre 80 sino a oltre 110 morti secondo la Reuters.
Il paradosso è che il 76mo anniversario delle forze armate birmane corrisponde al giorno in cui il Paese iniziò la sua resistenza armata contro l'occupazione giapponese nel 1945. Una resistenza guidata da Aung San, eroe nazionale e padre di Aung San Suu Kyi, la Lady ora nuovamente agli arresti domiciliari. Alla sfilata di solito partecipano funzionari di diverse nazioni ma, testimoniano le agenzie internazionali, il vice ministro della Difesa russo Alexander Fomin sarebbe stato l'unico straniero di rango presente, cosa che gli è valso l'apprezzamento del generalissimo Min Aung Hlaing a capo della giunta: "La Russia è una vera amica" (anche se la Tass ha preferito dare la notizia delle vittime citando il sito di opposizione Myanmar Now).
Non è secondaria infine l'assenza dei cinesi e così per i Paesi Asean, l'associazione regionale del Sudest asiatico che sarebbe impegnata in un'operazione di mediazione sotto traccia di cui per ora non emergono particolari. Quanto ai cinesi, l'agenzia Xinhua si è limitata a una serie di foto della parata mentre il Globaltimes si è accontentato di una fotonotizia di poche righe.
Continuano intanto a giungere dalla periferia notizie di scontri tra le milizie armate delle autonomie regionali e con loro le prese si posizione delle autorità Karen, Kachin e Shan, le più importanti realtà (armate) del Myanmar che rinnegano il golpe, la Costituzione del 2008 (voluta dai militari) e chiedono il ripristino del parlamento democraticamente eletto l'8 novembre scorso e una riedizione della Carta come base per un nuovo Stato federale.
E mentre venerdì è stato reso noto che il movimento di disobbedienza civile nato in Myanmar dopo il golpe è stato nominato per il Premio Nobel per la Pace 2022, sul fronte delle sanzioni, mentre insistono le voci di un nuovo inasprimento da parte dell'Unione europea, l'Office of Foreign Assets Control (Ofac) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha messo giovedi sul libro nero i due conglomerati in mano ai militari, Myanma Economic Holdings Public Company Limited (Mehl) e Myanmar Economic Corporation Limited (Mec), due colossi dell'economia birmana. Lo stesso ha fatto Londra colpendo però solo Mehl.
In Italia intanto sono già due le interrogazioni parlamentari con le quali alla Camera (Palazzotto e Quartapelle) chiedono chiarimenti sulle cartucce italiane Cheddite che si continuano ritrovare nei luoghi degli scontri mortali in Myanmar. Finora senza risposta.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 28 marzo 2021
Intervista all'esperto di sicurezza informatica Claudio Guarnieri: "La sorveglianza di attivisti e giornalisti accompagna persecuzione giudiziaria, campagne di diffamazione, disinformazione orchestrata tramite reti di troll e bot su social media".
Claudio Guarnieri, esperto di sicurezza informatica a capo del Security Lab di Amnesty, nelle sue ricerche ha trattato dettagliatamente l'uso di spyware in Medio Oriente nel controllo sociale e il tracciamento dati. Quanto è cambiata la situazione negli ultimi 10 anni nell'uso e la diffusione di questi strumenti?
L'utilizzo di spyware e di altre forme di attacco informatico è in continuo aumento, in Medio Oriente come in ogni altra parte del mondo. La crescente ubiquità della crittografia nelle comunicazioni, si pensi a WhatsApp come a Signal, è stato forse il fattore più importante. Nonostante sia positivo che le nostre comunicazioni siano più sicure che mai, ha anche inevitabilmente influenzato la crescente popolarità di strumenti più invasivi, come spyware, per poter "rimediare" all'inadeguatezza delle intercettazioni più tradizionali. Casi di telefoni e computer "infettati" con spyware di Stato ormai sono quasi all'ordine del giorno, in particolar modo contro giornaliste/i e attiviste/i di diritti umani che lavorano in zone a rischio.
Tra le pratiche adottate c'è il cosiddetto phishing che ha permesso negli ultimi anni di prendere di mira centinaia, migliaia di attivisti, giornalisti, oppositori. Come funziona, quanto è diffuso e quanto è efficace?
Phishing è una forma di attacco molto comune, che ha lo scopo di ottenere accesso illegitimo ad account online, come email e social media, della vittima. Tipicamente l'attaccante cerca di ingannare la vittima ad autenticarsi in una pagina login verosimile al servizio originale e ottenere così la password di accesso. Può sembrare banale, ma nel nostro lavoro osserviamo spesso attaccanti più risoluti che spendono anche mesi a creare false identità, infiltrare comunità online, creare legami via social media, prima di eventualmente azionare l'attacco senza creare il minimo sospetto. È in assoluto la tattica più diffusa, più "economica" e nonostante ciò abbastanza efficace e per questo spesso utilizzata su larga scala.
In questi anni un prodotto molto ambito è stato l'israeliano Pegasus della Nso, utilizzato da diversi governi della regione, come abbiamo visto in Marocco e il caso di controllo di giornalisti locali. Quanto è diffusa la "messa in comune" di tali strumentie quali sono le società regionali ed europee più presenti in Medio Oriente con i loro prodotti?
L'utilizzo di spyware come Pegasus è ormai quasi la prassi. Sono strumenti sofisticati e costosi, ma comunque sia a buon mercato per governi, forze di polizia, militari e intelligence di tutto il mondo. In Medio Oriente, specialmente in Nord Africa e nel Golfo Persico, il loro utilizzo è quasi tradizione e molti casi di giornaliste/i, attiviste/i e dissidenti spiati con questi spyware sono venuti alla luce già dal 2011 durante il movimento di protesta nella regione e continuano oggi. Al tempo l'italiana Hacking Team e la tedesca FinFisher erano i produttori più conosciuti, oggi Nso forse mantiene il podio, ma è un'industria che esiste nell'ombra in cui operano dozzine e dozzine di società.
La sorveglianza online è considerabile una violazione del diritto internazionale?
L'utilizzo illegittimo della sorveglianza online può essere una violazione dei diritti umani alla privacy e alla libertà di espressione. Se non vengono utilizzate all'interno di un framework legislativo restrittivo, con appropriati controlli e autorizzazioni e se diventano invece strumenti di controllo del dissenso, i rischi di abuso sono molto alti.
È possibile capire quanto la sorveglianza online sia ormai integrata nei sistemi governativi di controllo sociale, accanto alle pratiche più "antiche" e se il suo utilizzo ha condotto a effetti concreti (chiusura di giornali o di ong, arresti e condanne?
È importante capire che la sorveglianza online non è un fenomeno a sé, ma fa spesso parte di meccanismi di repressione più complessi. Voglio ricordare attivisti e giornalisti come Ahmed Mansoor negli Emirati, Omar Radi e Maati Monjib in Marocco, tutti vittime di spyware e a oggi imprigionati per il loro dissenso. La loro sorveglianza ha accompagnato persecuzione giudiziaria, campagne di diffamazione su stampa di Stato, così come disinformazione orchestrata tramite reti di troll e bot su social media. Negli anni ne abbiamo viste di ogni: dall'utilizzo di tracciamento Gps per individuare la posizione di attivisti da molestare e assalire, all'utilizzo di spyware per filmare tramite la webcam momenti intimi di giornaliste e giornalisti usati come ricatto per far chiudere i loro giornali. Pretendere che queste tecnologie siano solo innocui strumenti investigativi è solo un modo per infilare la testa nella sabbia.
di Djarah Kan
L'Espresso, 28 marzo 2021
Quando mi dicono che non possono esistere italiani neri come me, non stanno solo cancellando un'intera esistenza ma stanno riaffermando un'idea di identità basata sulla negazione dell'altro. Apprendere delle recenti dichiarazioni del senatore leghista Simone Pillon, all'indomani delle dichiarazioni del neo segretario del Pd Enrico Letta, è stato come leggere le intime confessioni di un razzista misogino, che al lume di una candela tremolante, confessa su un foglio di pergamena sgualcito le sue più turpi paure sperando che nessuno possa mai comprendere fino in fondo le sue parole.
Solo che questa non è la scena di un film ambientato nel Seicento, bensì la pagina Facebook ufficiale di Pillon che scrive: "Vorrei dire al neosegretario Letta che ogni volta che un politico italiano parla di ius soli, centinaia di ragazze nei villaggi africani vengono convinte dai trafficanti di uomini a partire per il nostro Paese [...] inseguendo fatue illusioni".
Pillon è evocativo. Dipinge scenari apocalittici nei quali "centinaia" di partorienti gravide di feti africani, si imbarcano su bagnarole inaffidabili, pronte a sgravare sulle coste nostrane. Tutto questo dopo aver superato - si suppone da vive - carceri, violenze, abusi sessuali e innumerevoli tentati femminicidi. Secondo questa visione, le "donne africane" sono un gruppo uniforme di soggetti che pur di lasciare l'Africa metterebbero a rischio la loro esistenza.
E questo, solo perché glielo ha detto Enrico Letta. Viene spontaneo chiedersi perché dei soggetti senzienti, con una vita e delle ambizioni debbano stare sintonizzati coi pensieri e le promesse del neo segretario del Partito Democratico, mentre si fa fatica a dargli ascolto persino qui da noi. Chiunque abbia un po' di buon senso sa che cos'è lo ius soli, ovvero quella legge che, se applicata, impedisce al neonato di ereditare lo status giuridico dei genitori immigrati, acquisendo in automatico la cittadinanza del Paese in cui ha emesso il primo vagito.
Il neonato o la neonata, se ci riflettete solo un momento, non hanno compiuto il viaggio di loro spontanea volontà. Non sono immigrati consapevoli. E a meno che il collo dell'utero attraverso il quale passa un bambino appena nato non sia da considerare come una sorta di ambasciata straniera, ha senso che una persona che non ha mai migrato, non venga considerata immigrata, ma cittadina del Paese in cui è nata. In fondo essere immigrato non è una condizione naturale, come l'avere i capelli biondi oppure la pelle scura. È uno status giuridico. Ma allora perché è così controverso parlare di ius soli in questo Paese? E perché mai le parole di Pillon sono parole che a pensare bene, ci ritroviamo sempre, ciclicamente, pronunciate dalla bocca di altri?
In che cosa consiste l'incubo dello ius soli, che non smette mai di appassionare la gente e di infiammare Parlamento e partiti? Per capire il terrore che si nasconde dietro la strumentalizzazione politica dello ius soli dobbiamo calarci nell'incubo del concetto di patria. Un concetto che riesce ad essere straordinariamente razzista e infarcito di patriarcato fino al midollo. La patria è per antonomasia nazione costruita dai padri. Le donne ne sono del tutto escluse.
Nel concetto di patria le donne contano solo quando fanno i figli; figli che devono essere tutti dello stesso colore e condividere in un modo o nell'altro, delle origini comuni, preferibilmente bianche, se guardiamo all'Italia. Non è un caso che gente come Pillon faccia appello alla patria e all'italianità nel senso più puro e nazista del termine. L'italianità esiste come concetto da vendere all'estero. Ma lo sappiamo tutti che l'italianità è un concetto sfuggente che perde e acquista valore, attraversando la penisola da nord a sud.
Ciò nonostante, quando arriva quel momento dell'anno in cui bisogna convincere a tutti i costi gli italiani che il vero problema dell'Italia sono le donne immigrate, coi loro pericolosissimi prodotti del concepimento al seguito, ecco che spunta il patriottismo di destra, il più tossico, quello che non ti fa respirare, e che riduce le molteplici identità di questo paese, a una sola commedia per turisti in cerca di spaghetti al pomodoro. In questo incubo nazioni popolare, sono in realtà le donne straniere e non bianche ad essere la vera minaccia. Dentro di loro nascondono il potere di cancellare la storia e l'identità di intere nazioni. Partoriscono figli non bianchi, trasformando i volti, i corpi e i nomi degli italiani in qualcosa che in nome del razzismo, viene considerato intollerabile, generando di fatto questi ibridi inammissibili nella patria di italiani bianchi che "parlano come noi e si muovono come noi, ma non sono come noi" parafrasando il tipico slogan che si trova come tag-line dei tipici film dell'orrore.
Avete mai sentito parlare di sostituzione etnica? Di piano Kalergi? Oppure di perdita dell'identità che un giorno potrebbe essere la conseguenza di questo continuo flusso migratorio? Non si sforzano nemmeno di utilizzare un termine umanizzante quando si parla di immigrati e dei loro figli. Siamo un flusso, un materiale nero, liquido e tossico che passa per i campi, si insinua nelle case e arriva così a fondo nella società italiana da distruggerne le radici, cancellandone la storia. Pillon mette in campo il terrore delle donne africane incinte, come se il loro grembo fosse una specie di cavallo di Troia, o peggio di navicella aliena pronta ad immettere sul territorio, bambini pericolosamente extraeuropei, quindi non bianchi.
Ma il suo criminalizzare la scelta consapevole di donne che decidono di mettere al mondo un figlio in un ambiente sicuro e con maggiori possibilità di sopravvivenza - se lo facesse una donna bianca e italiana sarebbe semplicemente un'eroina - viene visto e raccontato come l'ennesima prova della dimostrazione che gli immigrati non possono e non devono fare parte dell'Italia. Perché hanno valori diversi. Perché sono crudeli. Perché sono troppi e perché alla fine ci colonizzeranno. Paure inconfessate che riguardano soprattutto uomini bianchi che concetti come nazione e patria non li hanno voluti mai ripensare, al di fuori di questo antagonismo che contrappone le belve colonizzatrici provenienti dal mare, agli indigeni europei.
Un paradigma che secondo i neofascisti si sta ripetendo, ma con gli italiani dalla parte delle vittime. E quale nemico più grande può esserci, secondo questi individui, di un bambino che per il solo fatto di avere origini diverse, deve dimostrare dei meriti che ai suoi coetanei, giustamente immeritevoli, non vengono richiesti? Non possiamo parlare di ius soli senza ridiscutere i termini che utilizziamo per definire la nostra identità.
Gli sporadici e tiepidi tentativi - tutti falliti - del Partito Democratico, gli anni passati a discutere di cosa sia o non sia "un vero italiano" hanno per lungo tempo nascosto il vero problema, ossia la paura, che si costruisce sull'idea che i diritti civili riconosciuti a dei minori siano il preludio alla distruzione dell'Italia, un paese che per sua natura, accettata l'idea di patria come terra dei padri bianchi, non può ammettere italiane e italiani neri, cinesi, indiani o ecuadoregni.
Quando mi dicono che non possono esistere italiani neri come me, non stanno cancellando solo un'intera esistenza, ma al contempo stanno riaffermando un'idea di identità che si basa per forza sulla negazione dell'altro. Un'idea di identità da cui siamo stati infettati tutti, e dal quale l'incubo dello ius soli prende una forza spaventosamente immensa, che travolge vite innocenti di bambini, diritti civili, razionalità, giustizia e finanche la possibilità stessa di vivere in paese dove non sia più necessario il pedigree identitario. Dobbiamo solo scegliere se essere cittadini, o una nazione di cani di razza.
La Nuova Ferrara, 28 marzo 2021
Il terzo e ultimo appuntamento della prima parte della stagione Le Magnifiche Utopie è arrivato al suo Epilogo: così si intitola l'episodio di chiusura della web-serie Album di Famiglia. Il progetto, incentrato sul tema "Padri e figli" individuato dal coordinamento teatro carcere Emilia Romagna, esplora con rielaborazioni biografiche dei detenuti-attori l'eredità familiare, la colpa e il perdono, a partire dalle riscritture contemporanee di Amleto. I dieci corti video-teatrali, trasmessi in diretta sulla pagina Facebook di Teatro Nucleo dal 14 gennaio al 18 marzo, sono adesso disponibili sul canale Youtube ed è possibile inviare commenti e domande all'indirizzo email
I feedback raccolti saranno spunti di riflessione per il proseguimento del laboratorio teatrale all'interno della casa circondariale di Ferrara Satta. L'apertura di uno spazio virtuale in cui scambiare osservazioni sulla web-serie appena conclusa, permette a Teatro Nucleo di festeggiare la Giornata nazionale del teatro in carcere all'insegna dello spazio aperto, cuore pulsante del lavoro pluriennale della compagnia. Il teatro non ha mai chiuso e le sue luci non sono mai state spente, e se oggi Teatro Nucleo non può festeggiare nelle piazze e nelle strade, continua a lavorare quotidianamente a nuove produzioni, progetti europei, nazionali, regionali e locali. La Compagnia aprirà virtualmente le porte sul lavoro quotidiano del teatro, ogni sabato nella rubrica #unteatrosempreaperto, sulla pagina Fb di Teatro Nucleo.
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