di Liana Milella e Conchita Sannino
La Repubblica, 27 marzo 2021
Sarà il comitato di presidenza a decidere sul destino del laico di Forza Italia. È stato il Pg Salvi, che abita nel palazzo dove ha lo studio l'avvocato Rampioni, a scoprire casualmente l'incontro. In cui non c'era Palamara. Un ampio fronte di consiglieri togati e laici vuole lo spostamento. Cresce, al Csm, il caso Lanzi. Perché un ampio fronte - Area, Unicost, Autonomia e indipendenza, ma anche molti laici - chiede adesso che l'avvocato milanese lasci subito la Prima commissione, che decide quali magistrati devono essere trasferiti per incompatibilità ambientale. No, a questa ipotesi, dall'ex pm Di Matteo. Il comitato di presidenza - composto dal vice presidente David Ermini, dal primo presidente della Cassazione Pietro Curzio, dal procuratore generale Giovanni Salvi - si sarebbe riunito già oggi se non fosse stato assente, per suoi impegni, Curzio.
Il vertice del Csm avrebbe dovuto affrontare il comportamento di Alessio Lanzi, il laico indicato da Forza Italia che mercoledì, un'ora dopo la convocazione di Luca Palamara in prima commissione, si è recato nello studio di Roberto Rampioni, nel quartiere Prati. Non era presente Palamara, sotto inchiesta a Perugia, ex, nell'ordine, dell'Anm, del Csm, della procura di Roma dov'è stato pm e dove correva per procuratore aggiunto. Ma quell'incontro tra l'interrogante e il difensore dell'interrogato, tra il componente del Csm e l'avvocato del protagonista del "Sistema" delle correnti, alla vigilia della prima e probabilmente unica audizione di Palamara al Consiglio per entrare nel merito delle sue chat, è apparso subito del tutto inopportuno.
Un clamoroso passo falso. Una sgrammaticatura istituzionale scoperta per caso, ma che ha turbato fortemente un Consiglio che porta tuttora le ferite dello stesso caso Palamara e degli incontri impropri tra componenti del Csm e figure estranee, come quelle dei politici Luca Lotti (renziano rimasto nel Pd e a processo per il caso Consip) e Cosimo Maria Ferri (magistrato fuori ruolo, ex sottosegretario alla Giustizia con tre governi, deputato prima Pd e poi di Renzi).
Un incontro peraltro ricostruito per una pura coincidenza, perché in quel palazzo dove Rampioni ha lo studio, vive invece il Pg Giovanni Salvi. Un suo parente che era andato da lui gli ha chiesto se per caso avesse visite, avendo incrociato Lanzi. E così l'incontro è venuto alla luce. La notizia, al Csm, ha creato sin da subito - era mercoledì pomeriggio - sconcerto e preoccupazione. Ma non ha influito sulla seduta della commissione di giovedì, che si è tenuta ugualmente e nella quale Lanzi (per effetto del turbamento provocato tra i colleghi membri) si è astenuto dal porre domande. Furibonda invece la reazione di Rampioni che, in agenzia, parla di "un incontro alla luce del sole, tra professori amici per ragioni accademiche ed editoriali". Incontro che lo stesso Lanzi, durante la commissione, ha minimizzato.
Ma il giorno dopo, gli umori al Consiglio sono pessimi nei suoi confronti. La sinistra di Area, Unicost, una parte di Autonomia e indipendenza, molti consiglieri laici, sono convinti che - almeno - Lanzi debba lasciare il suo posto in prima commissione, avendo tenuto un comportamento improprio per un membro del Csm, soprattutto nei confronti dei suoi colleghi. Perché comunque, a poche ore dall'audizione dell'ex leader Anm, oggi imputato a Perugia, è quantomeno ipotizzabile il sospetto che tra Rampioni e Lanzi si sia affrontato l'argomento Palamara, tra temi e domande giuste da fare.
Per questo il caso finisce all'attenzione dell'Ufficio di presidenza del Csm. Che dovrà decidere la linea da seguire. Anche senza fretta, tenendo conto che la prossima settimana, a Palazzo dei Marescialli, è "bianca": cioè non vi sono lavori, tranne quelli della commissione disciplinare. Dove, proprio da lunedì, vengono giudicati i cinque consiglieri, poi dimessisi, che erano all'hotel Champagne, la sera dell'8 maggio, con Palamara, Lotti e Ferri.
Una coincidenza negativa per Lanzi, perché chi oggi lo critica e ne chiede la testa, ragiona sul fatto che questo Csm, proprio per il suo coinvolgimento nel caso Palamara, dovrebbe avere un surplus di attenzione e di cautela nei contatti con l'esterno.
Saranno Ermini, Curzio e lo stesso Salvi in prima battuta a dover verificare se il comportamento dell'avvocato in quota Fi deve essere censurato, e quindi stabilire in che modo farlo, e in quale misura. Nell'immediatezza del fatto c'è chi ha parlato anche di sue dimissioni dal Csm. Alcuni ritengono sia necessario discuterne. E già l'idea che il caso Lanzi finisca in plenum, di fronte al medesimo consigliere laico, sarebbe davvero imbarazzante.
di Davide Varì
Il Dubbio, 27 marzo 2021
Chi ha ordinato il pedinamento del consigliere del Cms Alessio Lanzi? E per quale motivo? Di certo, per le sue idee, non si era fatto molti amici tra le truppe giustizialiste. Lasciateci fare i complottisti, almeno per una volta. E come in ogni complotto che si rispetti dobbiamo provare a rispondere alla domanda delle domande: a chi giova? E per mantenere un certo mistero - ché gli articoli complottisti, è noto, vivono nella penombra, fioriscono nel non detto o nel detto tra le righe - potremmo prima chiederci il contrario, ovvero: a chi non giova, chi vuol colpire e chi mira a delegittimare questo complotto? Ecco, di certo il dossieraggio contro il consigliere laico Alessio Lanzi, perché è di quello che stiamo parlando, colpisce l'ala più garantista del Csm. E questo è un fatto.
Ora, una volta seminati un po' di interrogativi, passiamo ad elencare gli eventi. La Repubblica di ieri pubblica un lungo articolo nel quale parla di un incontro tra il consigliere Lanzi e Roberto Rampioni. Il Rampioni in questione, veniamo a sapere, è un avvocato, ma non un avvocato qualsiasi: è il legale difensore di Luca Palamara. E qui si spalanca un universo. È sufficiente citare quel nome, Palamara, per evocare in chi legge il grumo mediatico giudiziario che ha paralizzato la nostra Giustizia, la tossina che ha avvelenato la magistratura italiana, il groviglio correntizio che in questi anni ha giocato al risiko delle procure nei salotti dei più esclusivi hotel romani.
Ora, sembra che l'incontro tra i due sia avvenuto poche ore prima che Palamara venisse ascoltato - "torchiato", abbiamo titolato noi - dal Csm. E dunque la domanda è legittima: perché mai un membro del Csm decide di incontrare il legale difensore di Palamara alla vigilia "dell'interrogatorio" del suo assistito? E qui ognuno può trovare la risposta che più lo soddisfa anche perché difficilmente sapremo con certezza di cosa abbiano parlato i due. E allora passiamo a porci la seconda interessantissima domanda: chi ha ordinato il pedinamento dell'avvocato di Palamara e Lanzi? E a quale scopo è stato deciso? E chi ha passato l'informazione a Repubblica? E infine: è normale che un membro del Csm, organo di rilevanza Costituzionale sacro quasi quanto il nostro Parlamento, subisca questo genere di pedinamenti?
E qui occorre fare un passo indietro e tracciare un breve profilo del professor Alessio Lanzi. Avvocato e giurista di altissimo livello, Lanzi era il nome più accreditato per diventare vicepresidente del Csm. Poi è intervenuto qualcuno o qualcosa che ne ha frenato la corsa e quando venne proposto il nome di Ermini - questo lo scrive Palamara nel suo libro - i "poteri forti" della magistratura (vedete come siamo complottisti?) reagirono stupiti: "Ermini chi?". Ma alla fine "l'anonimo Ermini" vinse sul profilo decisamente troppo garantista dell'avvocato Lanzi. Il quale, però, ha portato la sua formazione, la sua sensibilità di giurista e le sue battaglie a palazzo dei Marescialli. Separazione delle carriere, responsabilità civile dei magistrati e così via. Lanzi finì poi nel mirino delle toghe milanesi e del Fatto di Travaglio quando osò criticare le perquisizioni mediatiche ordinate dalla procura di Milano nelle Rsa Lombarde.
Una lesa maestà intollerabile che spinse Giuseppe Cascini, capo delegazione di Area a Palazzo dei Marescialli, a tuonare indignato: "Il compito del Csm è quello di tutelare l'autonomia e l'indipendenza della magistratura; i componenti del Csm non dovrebbero mai esprimere giudizi sul merito di una iniziativa giudiziaria in corso e certamente mai dovrebbero farlo con quei toni e quelle espressioni, che delegittimano il ruolo dell'autorità giudiziaria e dell'ufficio procedente". Poi la "minaccia": se Lanzi non smentisce le "dichiarazioni chiederemo l'apertura di una pratica a tutela dell'autorità giudiziaria di Milano".
Insomma, a questo punto del racconto complottista dovrebbe essere chiaro a tutti che Lanzi è stato scelto come bersaglio per delegittimare e zittire una delle poche voci di dissenso e non arruolate nel variegato esercito guidato dalle procure di cui Palamara parla nel suo libro. Ma ripetiamo, questo è solo becero complottismo.
La realtà è senza dubbio più semplice: qualcuno passando casualmente dalle parti dello studio romano di Lanzi deve aver riconosciuto il legale di Palamara decidendo di avvisare Repubblica. La quale ha deciso di darne conto non perché sia un giornale arruolato ma per puro amore della verità giornalistica. In ogni caso è facile prevedere che il risultato del complotto sarà esattamente opposto: chi intendeva delegittimare Lanzi ben presto si renderà conto che avrà contribuito a gettare una nuova manciata di fango contro la magistratura italiana. Si chiama eterogenesi dei fini.
di Angela Stella
Il Riformista, 27 marzo 2021
La denuncia dell'avvocato Capano: "Il magistrato di sorveglianza mi ha autorizzato a sentire Brusca a settembre, ma la Dna si mette di traverso". Non è accettabile che le dichiarazioni dei pentiti siano utilizzate solo quando sono funzionali alle tesi accusatorie, mentre siano ostacolate quando potrebbero servire per esigenze difensive": a parlare è l'avvocato Michele Capano, membro del Consiglio Generale del Partito Radicale, e difensore di Stefano Genco, condannato in via definitiva nel 2000 per concorso esterno in associazione mafiosa a 4 anni di reclusione.
L'avvocato Capano, nell'ambito dell'attività propedeutica al deposito di un'istanza di revisione della condanna4117 settembre 2020 ha chiesto di escutere il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, detenuto al momento nel carcere romano di Rebibbia.
Il 28 settembre il magistrato di sorveglianza di Roma autorizzava il legale a sentire Brusca, per poi precisare che la modalità per lo svolgimento del colloquio con Brusca sarebbe dovuta avvenire in video collegamento, secondo le indicazioni dettate dal Servizio Centrale di Protezione, che fa capo al Ministero dell'Interno. "Da quel momento, nonostante il sollecito dello stesso Magistrato di sorveglianza al Servizio Centrale di Protezione e al carcere di Rebibbia, non ci è stato consentito di effettuare l'investigazione difensiva.
A sei mesi di distanza dall'autorizzazione - prosegue Capano - dobbiamo prendere atto della condotta eversiva di importanti articolazioni dello Stato, che si ostinano a ignorare il disposto di un provvedimento giurisdizionale, come un qualunque latitante. Ben due Ministeri - Giustizia per il carcere e Interni per il Servizio Centrale - si fanno beffe della decisione di un Magistrato di Sorveglianza, alla faccia della divisione dei poteri.
Mi chiedo, sempre alla faccia della divisione dei poteri, da chi queste articolazioni del potere esecutivo prendano effettivamente ordini. Mentre la Direzione Nazionale Antimafia interviene "a monte" della procedura, rilasciando un parere che viene richiesto dal magistrato prima di autorizzare, tali articolazioni del potere esecutivo, "a valle", aspettano il definitivo benestare della stessa Direzione Nazionale Antimafia, al di fuori di ogni norma.
Mi chiedo, ed ho chiesto nei giorni scorsi al Ministro della Giustizia Marta Cartabia ed al Ministro dell'Interno Luciana Lamorgese inviando loro una nota, se viviamo in un Paese nel quale le Istituzioni siano libere di non rispettare provvedimenti giudiziari o se sia possibile pretendere la concreta vita dello Stato di Diritto".
Tale condotta, secondo Capano, lede il diritto di difesa del suo assistito: l'istanza di revisione serve infatti a sottoporre al vaglio di alcuni magistrati acquisizioni utili ad evidenziare un possibile errore commesso ai danni del Genco dai giudici dell'epoca, avvalendosi anche del contributo di verità che potrebbe fornire Giovanni Brusca.
"Brusca, a quanto pare, invece è "Cosa Loro": neanche a venticinque anni di distanza dall' inizio della sua collaborazione, quando hanno avuto ogni agio nel chiedere ed ottenere dal collaboratore tutte le informazioni di cui avevano bisogno, si consente ad un difensore di valersi di quella fonte di prova per un contributo di verità. un'esperienza, l'ennesima, che induce a riflettere sul reale "stato" della possibilità del difensore di fiducia di svolgere attività investigativa a beneficio del proprio cliente, secondo la disciplina che la legge 397 del 2000 interi nel corpo del nuovo codice del 1988".
Alla prova dei fatti, una volta di più, "si rivela l'ipocrisia di apparenti "poteri difensivi" che necessiterebbero - per rendersi concreti - della collaborazione di quelle stesse Procure che hanno interesse contrario alle investigazioni stesse è un sistema che non funziona. Ci vuole un'Autority per queste investigazioni: un soggetto terzo che garantisca la difesa in evenienza di questo genere: lo dico e propongo all'Unione delle Camere Penali.
Proprio nel corso del lavoro per quest'istanza di revisione, mi sono imbattuto in una chiusura assoluta (priva di tutela giurisdizionale rispetto ai dinieghi) a richieste documentali da parte della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, cioè di quella Procura i cui errori secondo la prospettazione difensiva - noi vorremmo sottolineare attraverso la revisione". In conclusione, ci dice Capano: "Voglio pensare che contributi utili all'accertamento della verità abbiano un valore anche quando propiziati da esigenze difensive tese a pronunce assolutorie, oltre che quando necessitati da ragioni accusatorie tese all'individuazione di reati. Questo vorrebbero il codice di procedura penale ed il Magistrato di Sorveglianza di Roma che ci ha coraggiosamente autorizzato, questo non vogliono "altrove". Mi auguro che l'alto intervento delle Ministre cui mi sono rivolto possa risolvere questa situazione incancrenita.
di Federico Berni
Corriere della Sera, 27 marzo 2021
Tra le persone coinvolte il giornalista spagnolo David Beriain. A novembre 2019 era andato in onda il servizio, con le immagini di una presunta raffineria della coca: ma un carabiniere ha riconosciuto il palazzo. L'intervista fatta a tu per tu con un boss latitante della 'ndrangheta in un casolare isolato nei boschi tra Como e Varese. Incontro preceduto, seguendo il copione del reportage "sofferto" e "dentro la notizia", da una lunga contrattazione fatta di attese, contatti, e appuntamenti fissati ma andati poi a vuoto. Nello stesso servizio appare anche un sicario - fisico atletico, cappello con visiera e scaldacollo alzato a nascondere il viso - che parla senza troppe remore di come trascorre la vita di chi uccide e punisce per conto di una delle organizzazioni criminali più potenti al mondo.
E non finisce qui: la troupe che ha girato le immagini del servizio osserva anche i viaggi dei corrieri della droga da Nord verso Milano, riprendendoli in compagnia di un malavitoso che li segue a distanza in macchina per sorvegliare le loro mosse. Ma è nel momento in cui la telecamera che filma il documentario indugia su un palazzo, spacciato come un "centro di raffinazione della droga" destinata al mercato milanese, che un carabiniere della stazione Porta Monforte, uno dei tanti telespettatori della puntata di "Clandestino" trasmessa a novembre 2019 sul canale "Nove", si accorge che c'è qualcosa che non torna.
Il militare è uno che il territorio lo conosce sul serio, lo frequenta registrando nella propria mente realtà e problemi e sa che quella che viene spacciata come una raffineria di coca, in realtà, è un'anonima palazzina in zona Barona, estranea ai radar degli investigatori antimafia (quelli veri). Da quel passaggio in televisione è nata l'indagine che ha portato nei giorni scorsi il sostituto procuratore della Repubblica Alessandra Cerreti a notificare l'atto di conclusione delle indagini, con contestuale avviso di garanzia, nei confronti di quattro persone accusate di truffa in concorso, tra le quali figura anche il giornalista spagnolo David Berian Amaitrain, 43 anni, il volto della serie televisiva incentrata sulle realtà criminali più pericolose del pianeta: dai cartelli messicani ai trafficanti di droga albanesi.
Storie appassionanti e terribili di gangster e narcos servite il sabato sera a un pubblico interessato e convinto di assistere a clamorose immagini e rivelazioni. Voci artefatte, visi coperti, numerose riprese marcatamente nascoste e di fortuna, come si conviene per un reportage dai contenuti difficili e pericolosi. Ma per i magistrati e i carabinieri la puntata di novembre sulla mala calabrese in Lombardia, che aveva lo scopo di mostrare il radicamento del malaffare a Milano e l'egemonia delle cosche nel mercato delle sostanze stupefacenti, era un falso. Secondo la procura, infatti, quelli che venivano presentati come veri affiliati alla 'ndrangheta (che peraltro è nota per la sua assoluta impenetrabilità) non erano altro che attori e comparse, ingaggiati per una messinscena.
Dopo le indagini assieme al reporter iberico sono indagati altri due stranieri (Rosaura Romero Trejo, venezuelana 43enne, Franck Belhieu Nahmias, 33 anni, spagnolo) responsabili della società "93 Metros", e l'italiano Giuseppe Iannini, brindisino domiciliato in provincia di Caserta, ex appartenente alle forze dell'ordine con un passato (secondo quanto riferito) di reati di corruzione, favoreggiamento, accesso abusivo a sistema informatico, rivelazione di segreto d'ufficio. La "93 metros", stando alla ricostruzione portata a termine dagli inquirenti, ha violato il contratto con Discovery Corporate Services, società londinese del gruppo Discovery Italia (che in questa vicenda è parte offesa), dove era stato stabilito "espressamente" che i fatti oggetto del contratto dovessero essere "veritieri". Invece gli organizzatori della truffa avrebbero venduto un documentario artefatto per la somma di 425mila euro.
Iannini, secondo i reati ipotizzati dai pm, avrebbe fatto da trait d'union fra produzione e comparse, mettendo in contatti Berian, e gli altri componenti della società spagnola, con "gli attori ingaggiati allo scopo di realizzare il reportage" e avrebbe contribuito, "assieme ai componenti della 93 Metros", alla "realizzazione" della puntata finita sotto inchiesta. Nelle condotte contestate dai magistrati al giornalista David Berian, tra le altre, emerge quella di aver falsamente dichiarato di "ricorrere a personale qualificato" e con precedenti esperienze relative alla "realizzazione di programmi televisivi in ambienti ostili e a contatto con sospetti criminali".
di Ilario Ammendolia
Il Dubbio, 27 marzo 2021
Ma Iacona ha mai parlato con un innocente finito in galera? La trasmissione Rai ripropone l'inchiesta di Gratteri Rinascita-Scott a processo ancora aperto. Nessuno in Rai si è accorto della gravità?
La Rai ha rimandato in onda nel pomeriggio di sabato scorso la trasmissione "Presa diretta" che già il lunedì precedente aveva puntato i riflettori sull'inchiesta "Rinascita Scott". È l'ultima manifestazione di arroganza di un potere mediatico giudiziario che (ignorando le perplessità sollevate da Il Dubbio prima di ogni altro e poi da altri) ha dimostrato di disporre di una straordinaria potenza di fuoco utilizzando uno schema di attacco efficace ma vecchio come il cucco: chi critica la trasmissione è contro il giornalismo d'inchiesta, chiunque muova rilievi ai Pm impegnati in Rinascita Scott, se mafioso non è poco ci manca. Il rischio è cadere nella trappola ed accettare un tale schema di gioco. Alle provocazioni bisogna rispondere con la forza dei fatti. Per esempio: è vero o non è vero che nella precedente puntata di "Presa diretta", dedicata all'inchiesta "New Bridge", sono stati presentati come delinquenti persone che sono stati assolti da ogni accusa e come 'ndranghetisti alcuni indagati che i giudici - ribadiamo i giudici - hanno stabilito che tali non sono? Come è potuto succedere?
C'è una sola spiegazione, "Presa diretta" ha utilizzato come unico punto di osservazione dei fatti la procura della Repubblica. Lo aveva fatto in "New Bridge", l'ha riproposto in "Rinascita Scott". Se il grande giornalismo d'inchiesta avesse utilizzato la stessa postazione, Peppino Impastato sarebbe ricordato come un folle estremista intento a mettere bombe sui binari, la storia di Giuliano sarebbe stata quella d'un bandito ucciso in un conflitto a fuoco con i carabinieri e l'anarchico Pinelli sarebbe passato alla storia come un complice degli autori (?) della strage di Piazza Fontana.
Infine un giornalismo d'inchiesta qualche domanda sul perché la Calabria sia in assoluto la prima regione d'Italia (e Catanzaro la prima città) per fondi destinati alle vittime di ingiusta detenzione l'avrebbe pur posta. Invece niente di tutto questo. Ed il perché lo spiega il procuratore capo di Catanzaro: "siamo in guerra" e quindi "Presa diretta" si comporta come un bollettino dal fronte di battaglia. Le telecamere fanno vedere cadaveri di morti ammazzati, testimonianze di persone intimidite dai mafiosi o il volto sofferente delle vittime di usura.
Tutte cose vere e tutte cose da far vedere. Anzi i crimini sono molti di più e molto più gravi di quanto Presa diretta non abbia detto o fatto intendere. Aggiungiamo che molto spesso i responsabili dei crimini più efferati non vengono individuati e lo "Stato" (ed i corrispondenti dal "fronte") farebbero bene a domandarsi il perché. Quello che è comunque certo è che non si onorano le vittime di mafia aggiungendo ad esse le vittime della "giustizia". Non avranno conforto le madri, i bambini, le mogli delle vittime di mafia se altre madri o altri bambini piangeranno senza colpa per i loro cari buttati nelle carceri da innocenti. Non ha bambini Gian Luca Callipo, ex sindaco di Pizzo, arrestato in Rinascita Scott e che, secondo la Cassazione, non andava arrestato?
Non ha figli l'ex sindaco di Marina di Gioiosa tenuto 5 anni in carcere e riconosciuto innocente? Un sano giornalismo di inchiesta darebbe certamente spazio (e tanto) alle vittime di mafia ma anche (almeno altrettanto) a coloro che sono stati stritolati dalla giustizia sommaria. E sono tanti. Ma anche se fosse stata una sola persona ad avere la vita spezzata dalla "giustizia" che ha bisogno di grandi numeri per avere spazio sui media, non è accettabile, e non è umano, che ciò venga accettato senza batter ciglia.
Non è compatibile con la direttiva UE del 2016 che vuole sia garantita nei fatti la presunzione di innocenza. Ed è inquietante che il dottor Gratteri, ancora oggi, su "Famiglia Cristiana" tracci un collegamento tra garantismo e collusione con la ndrangheta. Comprenda il dottor Gratteri: non ci sentiamo secondi a nessuno nella lotta contro la mafia ma senza mai prescindere dalla verità.
E dire la verità non significa attaccare questo o quel magistrato (tutt'altro) ma solo impegnarsi affinché la Calabria resti in Europa e sia una Regione italiana tutelata dalla Costituzione e non una terra "all'ovest del Pecos" in cui vige la "Legge dei sette capestri".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 27 marzo 2021
Procedimenti pendenti o condanne definitive non impediscono la consegna ma giustificano rinvio, consegna temporanea o esecuzione nello Stato richiedente. In materia di estradizione la Cassazione, con la sentenza n. 11649/2021, ha chiarito che non è competenza della Corte di appello, bensì del ministro della Giustizia, la scelta di consegnare o meno allo Stato richiedente chi sia sottoposto a processo o stia scontando una pena in Italia.
La Cassazione ha respinto il ricorso di un cittadino straniero colpito da mandato di arresto europeo, per un reato in materia di stupefacenti, che si opponeva alla propria estradizione verso la richiedente Confederazione svizzera. Sosteneva il ricorrente che, essendo stato ammesso a una misura alternativa per scontare una condanna passata in giudicato in Italia, la Corte di appello non poteva legittimamente affermare l'esistenza dei presupposti per l'estradizione, ma avrebbe dovuto prendere atto della sospensione della consegna, a norma dell'articolo 709 del Codice di procedura penale. La norma di procedura in effetti, nel caso di condanna da eseguire in Italia, affida espressamente al ministro della Giustizia la possibilità di optare per un rinvio temporale o per una consegna in via temporanea dell'estradato o anche di disporre che questo sia sottoposto all'esecuzione della pena nello stesso Stato estero richiedente. Il Ministro decide sentito il giudice procedente o quello dell'esecuzione.
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 27 marzo 2021
Secondo quanto precisato dalla Cassazione con ordinanza n. 8606/21 nel Paese di provenienza (Pakistan) c'era una situazione socio-politica difficile. Un elevato grado d'integrazione nel tessuto sociale italiano nonché la pericolosità nel paese d'origine, garantiscono allo straniero il riconoscimento della protezione internazionale. Lo chiarisce la Cassazione con l'ordinanza n. 8606/21.
Venendo ai fatti uno straniero ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza della Corte d'appello di Catanzaro che ha respinto il gravame in tema di protezione internazionale. Tra i motivi di ricorso la violazione dell'articolo 132 cpc per omessa valutazione dei documenti prodotti a proposito dell'integrazione socio-lavorativa. Con altro motivo d'appello lo straniero denunciava la violazione o falsa applicazione dell'articolo 5 del testo unico sull'immigrazione e dell'articolo 32 del Dlgs 25/2008 essendosi proceduto al diniego della protezione umanitaria senza svolgimento di un adeguato giudizio comparativo.
La Corte di cassazione ha ritenuto i motivi manifestamente fondati in relazione alla domanda di protezione umanitaria. I Supremi giudici, infatti, hanno dato grande importanza all'integrazione raggiunta dal richiedente a fronte del non adeguato vaglio (dai giudici di merito) in termini comparativi di tale integrazione rispetto alla situazione esistente nel paese d'origine (Pakistan).
La Corte d'appello dopo aver descritto la situazione di instabilità del Pakistan e dopo aver dato atto di giudicare in base alla norma del testo unico sugli immigrati, aveva respinto (immotivamente) il gravame osservando che nessuna allegazione era stata fornita in termini di specifica vulnerabilità e che comunque per lacunosità e incongruenza delle dichiarazioni e per la mancanza di altri elementi di riscontro, non erano emersi "fatti e accadimenti" sulla cui base ragionevolmente ritenere la sussistenza di una condizione soggettiva tale da determinare il riconoscimento dell'invocata misura.
L'affermazione - a detta della Cassazione - risulta essere del tutto impersonale e generica e non soddisfa l'onere motivazionale. Dal ricorso risulta, infatti, che l'appellante avesse giustificato la domanda sostenendo di essersi impegnato fattivamente per integrarsi avendo frequentato corsi di lingua e trovato una certa stabilità lavorativa e abitativa, con alloggio dignitoso e aveva finanche aperto un conto presso le Poste italiane. La Cassazione, quindi, ha accolto il ricorso proposto dallo straniero alla stregua del principio secondo cui ai fini del riconoscimento della protezione, occorre operare la valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d'origine, in raffronto alla situazione d'integrazione nel Paese di accoglienza.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 27 marzo 2021
È scontro durissimo tra penalisti e magistrati a Napoli: da un lato le Camere Penali del Distretto di Corte di Appello, dall'altro il Tribunale di Sorveglianza e la giunta dell'Anm. Il casus belli, come vi abbiamo raccontato due giorni fa, è rappresentato da un documento dei penalisti campani in cui denunciano gravissime e non più tollerabili criticità degli uffici di sorveglianza: "Inaccettabile" è per loro il tempo tra la presentazione delle richieste di accesso ai benefici e la loro registrazione, il tempo tra quest'ultima e la fissazione dell'udienza, l'elevato numero di rinvii delle udienze per carenza o assenza di istruttoria, la tempistica di invio delle impugnazioni alla Cassazione, di decisione sui permessi premio, di valutazione sulle istanze di liberazione anticipata, reclamo e riabilitazione.
"Da troppi anni nel distretto di Napoli viene sistematicamente mortificato il diritto dei detenuti a espiare la pena secondo principi e modalità conformi al dettato costituzionale", ci aveva detto Marco Campora, Presidente della Camera Penale di Napoli. E invero lo stesso Presidente della Corte di Appello di Napoli, Giuseppe de Carolis di Prossedi, all'ultima inaugurazione dell'anno giudiziario aveva sottolineato le disfunzioni riguardanti gli uffici di sorveglianza: "Risulta significativamente aumentata del 21 per cento la pendenza dei procedimenti del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, passati da 28.039 a 33.983; così anche nell' Ufficio di Sorveglianza di Napoli, anche qui è aumentata la pendenza, e nell'ufficio di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere. Mentre invece risulta ridotta la pendenza negli uffici di sorveglianza di Avellino, passando da 2.372 a 2.042.
Nel complesso però gli uffici di sorveglianza sono in grande sofferenza. Siccome sono un ufficio molto delicato, questo sicuramente è un dato che ci fa riflettere". Tuttavia la miccia che ha fatto scoppiare lo scontro è stata la richiesta che concludeva il documento dei penalisti: cari magistrati di sorveglianza o "ripristinate la legalità costituzionale della pena", risolvendo tutte le criticità evidenziate, oppure "vi autosospendete dal servizio per impossibilità di rispettare le norme codicistiche e costituzionali".
Proposta irricevibile da parte della Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, Angelica Di Giovanni, che ha richiesto l'apertura di una pratica a tutela al Csm, la cui attività istruttoria rimarrà non pubblica fino al suo esito nel plenum. A tale iniziativa, replica così la Camera Penale di Napoli: "Il senso del nostro documento era - ed è chiarissimo e non suscettibile di fraintendimenti: le condizioni in cui versa il Tribunale di Sorveglianza sono gravissime e producono la sistematica violazione dei principi costituzionali e dei diritti dei detenuti. Avevamo invitato i magistrati di sorveglianza a partecipare con noi ad una battaglia per il ripristino delle condizioni minime di legalità e giustizia. La risposta fornitaci è stata invece una chiusura corporativa netta, intrisa di riflessi pavloviani laddove si riesuma l'istituto vintage del "fascicolo a tutela".
Per i penalisti partenopei l'invocazione della "carenza di mezzi e risorse" è un "mero alibi deresponsabilizzante. Sarà forse impopolare dirlo ma la carenza di mezzi e di risorse impone a ciascuno di noi, a seconda dei propri ruoli e delle proprie responsabilità, di fare qualcosa di più". Nel dibattito, come anticipato, è intervenuta anche la giunta dell'Anm di Napoli, il cui Presidente, Marcello De Chiara, dice al Dubbio: "La magistratura di sorveglianza napoletana è da sempre avanzato baluardo nella tutela dei diritti dei detenuti; mi pare che, con grande onestà, ciò sia stato riconosciuto dagli stessi avvocati, ma con la stessa onestà debbo dire che attribuire ai magistrati di sorveglianza la sistematica violazione delle norme costituzionali è un'accusa ingiusta ed in alcun modo aderente alla realtà dei fatti".
E prova a distendere i toni: "Auspico che con la Camera Penale di Napoli possano esservi al più presto occasioni di reale confronto. Le proposte di collaborazione non possono però essere veicolate attraverso comunicati stampa o accompagnate da richieste di autosospensione che rischiano di assumere il significato di una inutile, anche se involontaria, provocazione: bisogna invece al più presto incontrarsi, ragionare insieme, unire le nostre alte professionalità per individuare tutte le possibili soluzioni; in questa direzione va il mio auspicio ed intendo adoperarmi personalmente".
palermotoday.it, 27 marzo 2021
Dopo sei mesi si chiude la vertenza. La Uiltucs Sicilia ha firmato l'accordo con la Fabbro Food, ditta che si è aggiudicata l'appalto subentrando nella gestione alla Cot ristorazione. Il segretario generale Marianna Flauto: "Conserveranno tutti i diritti maturati". Salvi i 70 dipendenti in servizio nelle mense delle carceri siciliane. La Uiltucs Sicilia ha firmato l'accordo con la Fabbro Food, ditta che si è aggiudicata l'appalto subentrando nella gestione alla Cot ristorazione
Dal primo aprile il servizio mensa ripartirà e tutto il personale transiterà presso il nuovo soggetto per proseguire l'attività rivolta al personale di polizia penitenziaria. "I dipendenti - spiega Marianna Flauto, segretario generale della Uiltucs Sicilia - conserveranno tutti i diritti maturati relativi ad esempio all'anzianità, alla qualifica, alla mansione e alla retribuzione. È una vertenza che finalmente dopo sei mesi trova soluzione".
Nei giorni scorsi i sindacati avevano protestato contro la sospensione del servizio mensa, avvenuto lo scorso 25 settembre e non ripreso nonostante l'avvenuta assegnazione del servizio alla nuova azienda. A rischio erano una settantina di lavoratori in tutta l'Isola di cui una ventina solo a Palermo. Il dipartimento di polizia penitenziaria era così intervenuto rassicurando sulla decorrenza del nuovo contratto. Con la firma dell'accordo tutto il personale manterrà il posto di lavoro e i diritti maturati.
"Siamo stati vigili e - afferma Mimma Calabrò segretario generale Fisascat Cisl Sicilia - abbiamo tenuto i riflettori sempre puntati sulla vertenza affinché tutte le parti interessate si facessero carico di una problematica che si è protratta fino alla data odierna. Abbiamo apprezzato il sostegno - continua la sindacalista - ricevuto dagli agenti penitenziari che, in tutti questi mesi, hanno subito le conseguenze di tale mancato servizio. Tornare sul posto di lavoro - conclude Calabrò - significherà, per circa 70 lavoratori, riconquistare dignità lavorativa e tranquillità economica per le loro famiglie".
La Repubblica, 27 marzo 2021
"Sono iniziate le vaccinazioni al personale di polizia penitenziaria, con oltre 260 somministrazioni già fatte". "La settimana scorsa, con la positività al coronavirus riscontrata in due agenti del Gom, il corpo speciale dedicato alla sorveglianza della sezione 41bis degli istituti penitenziari di Parma, è subito scattato il protocollo per la gestione dell'emergenza covid-19 - spiega Romana Bacchi, sub-commissaria sanitaria dell'Azienda Usl di Parma -. Sono quindi state realizzate tutte le azioni mirate a ricercare casi di positività e mettere in quarantena o in isolamento i soggetti coinvolti per interrompere la catena del contagio. Tutto ciò - conclude la sub-commissaria - in stretto raccordo e in collaborazione con la direzione del carcere, da subito informata al pari di tutte le autorità competenti". L'Ausl spiega quindi le azioni messe in campo per contenere il contagio e mettere in sicurezza agenti e detenuti. a seguito del focolaio di coronavirus che si è sviluppato nel carcere di Parma nei giorni scorsi.
I detenuti della sezione del 41bis sono stati sottoposti a tampone antigenico rapido. In seguito, il tampone molecolare ha confermato la positività al coronavirus in 11 di loro. Queste persone sono quindi state trasferite all'ultimo piano del nuovo padiglione del carcere che è stato adibito a reparto covid, dove sono allestite 17 stanze singole con bagno e doccia. Sul fronte delle vaccinazioni, in linea con quanto disposto dal piano nazionale e regionale, è stata offerta la somministrazione delle dosi ai detenuti in base all'età (over 75) e alle condizioni di salute (elevata vulnerabilità).
Sono stati formati infermieri dedicati alla vaccinazione e potenziato il personale sanitario dedicato all'attività in carcere. Gli agenti ad oggi risultati positivi al Covid-19, dopo gli accertamenti eseguiti, sono 37 (tra personale del Gom e della polizia penitenziaria). Per uno è stato necessario il ricovero in ospedale in altra provincia, mentre gli altri sono in hotel covid o al proprio domicilio. Sono iniziate le vaccinazioni al personale di polizia penitenziaria, con oltre 260 somministrazioni già fatte".
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