di Pierpaola Meledandri
L'Opinione, 26 marzo 2021
Una tematica importante, oggetto d'esame, è riscontrabile nelle tutele patrimoniali per gli eventuali danni biologici, a medio e lungo termine, che si dovessero verificare a seguito della vaccinazione. Per quanto attiene all'efficacia dei vaccini, i dati disponibili sulla immunizzazione dopo sei mesi dalla loro somministrazione ancora non sono stati resi pubblici, così come i dati sulla sua sicurezza nel medio e lungo termine.
di Liana Milella
La Repubblica, 26 marzo 2021
La commissione Giustizia fissa al 23 aprile la scadenza per presentare le modifiche al processo penale, il centrodestra spinge per il 15. Ma la Guardasigilli ha chiesto tempo fino alla fine del mese prossimo e intanto ha insediato i tre gruppi di studio per le riforme civile, penale e del Csm.
Come il gatto e il topo. A colpi di inseguimenti.
Da una parte la Guardasigilli Marta Cartabia, dall'altra la commissione Giustizia della Camera che sarà il primo interfaccia per ben due strategici e attesi disegni di legge, la riforma del processo penale, con dentro la prescrizione, ma anche quella del Csm e dell'ordinamento giudiziario. Mentre la ministra, in via Arenula, insedia le tre commissioni che dovranno fare il tagliando ai testi dell'ex ministro Alfonso Bonafede e preparare gli emendamenti che la ministra stessa presenterà alla Camera. Sulla linea della "discontinuità nella continuità".
Il 9 marzo, nell'unico vertice politico sulla giustizia che finora si è tenuto in via Arenula, Cartabia ha chiesto collaborazione ai partiti, ma ha anche garantito che le riforme di Bonafede sarebbero state il punto di partenza da emendare, il tutto però senza fughe in avanti, nello spirito di corretta collaborazione tra il governo e il Parlamento. Cartabia, insomma, delineava un quadro di dialogo costruttivo.
E invece la prima fuga in avanti c'è già stata, quasi a fotografare che comunque la collaborazione non può far rinunciare affatto alla concorrenza. Tant'è che ieri, nella commissione Giustizia della Camera, si è scatenato un vero putiferio sulla data in cui fissare la scadenza per il deposito degli emendamenti al processo penale. Il vecchio termine del 29 marzo deve andare in soffitta, proprio perché Cartabia ha chiesto più tempo per i suoi gruppi di studio e per i suoi emendamenti. Convinta che la Camera non l'avrebbe scavalcata. E invece non è andata così.
Soprattutto perché c'è un tecnicismo che va spiegato. Se in commissione vengono presentati gli emendamenti al processo penale di Bonafede, l'atto camera 2435, e poi la ministra a sua volta presenta i suoi emendamenti, a quel punto sarà necessario fare dei subemendamenti, quindi ci sarà un ulteriore passaggio parlamentare.
In commissione, appena si apre la questione, il presidente di M5S Mario Perantoni propone che il termine del 29 marzo slitti direttamente al 3 maggio, quindi dopo che la ministra Cartabia ha presentato i suoi emendamenti. Ma Forza Italia, Lega ed Enrico Costa di Azione contrappongono un'altra data, il 15 aprile, quindi "prima" del passo in avanti di Cartabia. Anche Italia viva sposa la soluzione del 15 aprile. Sempre con il dichiarato scopo di anticipare gli emendamenti della ministra. E soprattutto anche per la possibilità di sub-emendare il testo su cui influirà poi il lavoro della commissione ministeriale. All'opposto il Pd con Alfredo Bazoli la pensa all'opposto. Chiede di non fare giochetti sulle date e soprattutto di non assumere comportamenti scorretti nei confronti di Cartabia, che non solo ha garantito di presentare i suoi l'emendamenti, ma ha chiesto piena collaborazione ai parlamentari. Anche M5S condivide questa linea e fa asse con il Pd.
Un gioco a rimpiattino. Nel quale la commissione Giustizia della Camera vuole esercitare appieno le sue funzioni e "tenere sotto controllo" la Cartabia e le due riforme che le competono. Con un scontro duro all'interno della maggioranza, da una parte Pd e M5S, dall'altra Italia viva con Forza Italia, Lega e Azione. Tant'è che in commissione ieri se n'è discusso per oltre due ore. Alla fine passa la data del 23 aprile, quindi prima degli emendamenti ministeriali, di fatto una sorta di "tradimento" rispetto agli accordi presi nell'ultimo e unico vertice sulla giustizia.
In questo lavorio ai fianchi, in via Arenula partono i tre gruppi di studio chiamati a "riformare" la legge di Bonafede. Per il processo penale ecco il vertice affidato all'ex presidente della Consulta Giorgio Lattanzi, con due vice di peso, come l'ex presidente della Cassazione Ernesto Lupo e il docente di diritto penale Gian Luigi Gatta. Mentre per la riforma dell'ordinamento giudiziario e del Csm la guida del gruppo sarà del costituzionalista Massimo Luciani.
Ma con lui anche Renato Balduzzi, docente di diritto costituzionale ed ex componente laico del Csm, nonché Nello Nappi, giudice in Cassazione, anche lui un ex Csm molto battagliero, autore di un libro che ha fatto molto discutere - "Quattro anni a Palazzo dei Marescialli. Idee eretiche sul Csm - proprio sulle dinamiche del Consiglio e sulla "guerra" tra le correnti.
La riforma del civile sarà in mano a Francesco Paolo Luiso, ordinario di questa materia a Pisa. Dalle prime riunioni esce già qualche indiscrezione tecnica sui dettagli dei futuri emendamenti che però, pur rilanciati mediaticamente, vengono del tutto smentiti da via Arenula. Visto anche che siamo solo alle prime mosse delle riunioni che si svolgono a distanza.
di Astolfo Di Amato
Il Riformista, 26 marzo 2021
Il vicepresidente del Csm, in una intervista, ha dichiarato che nel valutare la professionalità di un magistrato vi sia anche il controllo sulla qualità e tenuta dei suoi provvedimenti. Ma questo confonde due questioni e non basta.
I vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, David Ermini, ha tra l'altro dichiarato, in una intervista rilasciata al Messaggero (21 marzo) "personalmente, sono dell'avviso che nel valutare la professionalità di un magistrato vi sia anche un controllo sulla qualità e sulla tenuta dei suoi provvedimenti: se ad esempio la gran parte dei processi chiesti da un pm finiscono in assoluzione o se le sentenze di un giudice civile vengono riformate in quantità, va considerato o no in una valutazione di professionalità?".
Si tratta di una tesi, che è affiorata più volte nel dibattito pubblico sulle modifiche da apportare all'ordinamento giudiziario e che, sinora, non ha trovato il consenso di gran parte della magistratura associata. Può essere la soluzione per evitare il continuo ripetersi di inchieste all'apparenza esplosive, che si risolvono dopo anni in un nulla di fatto, o l'agonia di una giustizia civile, in cui non infrequentemente sentenza di primo grado, sentenza di appello e sentenza di legittimità dicono tre cose diverse ed il giudizio diventa eterno? Certamente no! Ed è singolare che la proposta venga da chi, avendo vissuto in presa diretta i veleni della vicenda Palamara, dovrebbe rendersi conto delle implicazioni di una proposta che si risolve, in definitiva, in una commistione di due temi egualmente sensibili, ma profondamente diversi: carriera dei magistrati e merito dei processi.
Lo scandalo Palamara e le rivelazioni contenute nel libro intervista, scritto con Sallusti, hanno rivelato l'esistenza, nell'ambito del inondo giudiziario, di alcuni magistrati mossi da un carrierismo sfrenato e di altri legati da solidarietà politica anche nella gestione delle vicende processuali. Per fortuna, la maggior parte degli appartenenti all'ordine giudiziario non è assoggettata a questa logica. Tuttavia, nel momento in cui vi sono le condizioni perché quel rischio concretamente esista, è razionale ed accettabile introdurre nei giudizi un ulteriore possibile condizionamento legato alla valutazione di sé ed in che misura la decisione potrebbe influire sulla carriera del pubblico ministero o del giudice di grado inferiore?
La pervasività dei collegamenti utilizzati per fare carriera, emersa a seguito della vicenda Palamara, non rischia, con una riforma del genere, di tradursi in un fattore di potente condizionamento delle decisioni giudiziarie? A ben vedere, è pacifico che, per i giudici, le conseguenze dell'esito del processo sulla affermazione professionale degli avvocati sono del tutto indifferenti. Si tratta, difatti, di soggetti che, pur appartenendo allo stesso mondo, quello della giustizia, non possono lecitamente appartenere a cordate comuni o coltivare interessi personali convergenti. Questa considerazione porta, allora, a ritenere che una riforma del genere, con riguardo al pm, può avere senso e non tradursi in un aggravamento della situazione esistente, solo se si affianca alla separazione delle carriere.
Quanto, poi, alla rilevanza della mancata conferma delle sentenze e, perciò, al rapporto tra giudici collocati nei diversi gradi di giudizio, la proposta di Ermini, oltre a presentare i rischi indicati, non terrebbe altresì conto del fatto che la percentuale delle riforme potrebbe non avere un nesso diretto con la preparazione e la capacità di giudizio.
Più convincente, sarebbe, allora affrontare con coraggio il fatto che, anche in magistratura, la regola uno vale uno è priva di base razionale: vi sono magistrati molto preparati ed altri meno, cosi come vi sono magistrati molto equilibrati ed altri meno. Ed allora, la via maestra non può che essere quella di una valutazione, da eseguire con tutte le garanzie e le cautele del caso, dell'attitudinale sulla base delle sentenze scritte.
Si tratterebbe di una valutazione, i cui elementi di tensione sarebbero alleggeriti dalla circostanza che essa non influirebbe, comunque, sulla progressione economica, che come è noto è legata alla anzianità. Si aggiunga che la funzione del decidere mantiene inalterata la sua nobiltà a prescindere dal grado nella quale la si esercita.
di Errico Novi
Il Dubbio, 26 marzo 2021
Il deputato di Azione: "Disposto a ritirare le proposte di dettaglio se c'è intesa sui principi" Perantoni, presidente m5s della commissione Giustizia: "Fiducioso in un esito positivo". Lodo giustizia secondo atto. Marta Cartabia stavolta resta in "rispettosa attesa". Ma con esiti favorevoli. Perché è la maggioranza a essere "spontaneamente" vicina a un nuovo accordo sul diritto penale, dopo il piccolo "miracolo" sulla prescrizione. Parlare di pace forse è troppo, ma si può evocare la tregua, a fronte di una tensione gravissima che rischiava aprire una frattura fra i partiti di governo ben prima del mezzogiorno di fuoco sulla norma Bonafede.
Garantisti e Movimento 5 Stelle sono dunque vicini all'intesa sulla presunzione di innocenza. Martedì prossimo, quando i capigruppo Giustizia della maggioranza torneranno a incontrarsi in videocall con la guardasigilli, dovrebbe essere siglato l'accordo che prevede il "recepimento secco", con un emendamento condiviso, della direttiva europea 2016/234. Il testo dell'Europarlamento e del Consiglio europeo vincola appunto le "autorità pubbliche", e dunque gli stessi magistrati, a non presentare "la persona come colpevole" fino a quando la colpevolezza di un indagato o imputato "non sia stata legalmente provata".
La direttiva sarà recepita dalla maggioranza all'interno della più ampia legge di delegazione europea. In cambio però i parlamentari di centrodestra, e soprattutto Enrico Costa di Azione e Lucia Annibali di Italia Viva, si impegnerebbero a ritirare le altre loro proposte di modifica. Quelle per intenderci con cui Costa vorrebbe tradurre in modo particolareggiato il testo Ue. A cominciare dal vincolo di sobrietà imposto alle Procure nelle conferenze stampa.
Miracolo di Cartabia? Non proprio. In realtà i passi avanti sono stati, appunto, spontanei. Da una parte il Movimento 5 Stelle si è reso conto che arroccarsi su un rifiuto totale di adesione alla direttiva Ue sarebbe stato incomprensibile, visto che lo stesso principio è già contenuto all'articolo 27 della Costituzione italiana. Ma ai 5 stelle non piaceva che fossero anticipati in una disposizione di principio, qual è la ratifica di una direttiva comunitaria, norme che, secondo il Movimento, andrebbero accolte in una più ampia riforma del processo.
La tregua è già certa? Alcuni contatti ci sono stati. Certo, manca il sigillo definitivo. E tra gli altri, la stretta di mano fra la capogruppo 5 Stelle nella commissione Giustizia di Montecitorio, Carla Giuliano, e il ricordato Costa. Ma interpellato dal Dubbio, il deputato di Azione la mette così: "Se davvero ci fosse disponibilità al recepimento secco della direttiva, non avrei alcun problema ad accantonare gli altri emendamenti. Non per rinunciarvi, ovviamente: li riproporrei in un altro provvedimento". Disponibilità che ha tutta l'aria di essere decisiva.
Perché se la legge di delegazione europea, il veicolo principale a cui agganciare la direttiva, è ancora in commissione, è pur vero che Costa non avrebbe avuto alcun problema a sfidare il no pentastellato e la cautela dem nell'Aula della Camera. Lì cioè dove è possibile chiedere il voto segreto e mandare sotto persino il governo, se dà parere sfavorevole. Siamo ai protocolli preliminari. Martedì prossimo si metteranno le carte sul tavolo.
Ma uno che è abituato a parlare con chiarezza come il presidente M5S della commissione Giustizia, Mario Perantoni, fa notare al Dubbio un aspetto essenziale. Premessa: "Sono fiducioso sul fatto che la prossima settimana la maggioranza supererà le criticità sulla legge di delegazione europea". E aggiunge: "Ricordo che la direttiva sulla quale si è tanto discusso non è una novità del momento: era stata introdotta nel 2017, nel 2018 il governo Gentiloni comunicò all'Europa che l'Italia non aveva nessun bisogno di recepire il contenuto della direttiva in quanto già compreso nel nostro ordinamento". Tutto vero. Ciononostante Costa ritiene di potersi considerare soddisfatto, visto che, come detto, già il testo "secco" dell'Ue è abbastanza esplicito.
Lo ha ben ricordato peraltro sul Dubbio di ieri il professor Giorgio Spangher, punto di riferimento dell'avvocatura penale italiana, che ha definito nel suo intervento "surreale" la lite in corso alla Camera. Il bello della vicenda è che tutti sembrano avvertire il profumo di una mezza vittoria. Gli stessi pentastellati considerano comunque positivo aver fatto slittare alla fase degli emendamenti sul ddl penale (che i deputati dovranno depositare in commissione entro il 23 aprile) la discussione su norme come quelle che vorrebbe inserire Costa.
E Cartabia? In "rispettosa attesa", è la posizione espressa da via Arenula. Con una postilla che si può liberamente aggiungere: visto che nella riunione di martedì scorso la guardasigilli aveva chiesto ai partiti di "trovare un'intesa", se l'intesa consisterà nel recepimento secco della direttiva, la ministra della Giustizia, la prossima settimana in commissione, sarà ben lieta di esprimere il parere favorevole a nome di tutto il governo.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 26 marzo 2021
L'incontro tra il suo avvocato e un consigliere alla vigilia dell'audizione. L'audizione di Luca Palamara torna a scuotere il Consiglio superiore della magistratura. Non tanto per ciò che ha detto ieri l'ex consigliere davanti alla prima commissione del Csm, quanto per il singolare incontro, alla vigilia dell'interrogatorio, tra il suo avvocato e uno dei componenti di quella stessa commissione. Si tratta di Alessio Lanzi, avvocato anche lui e consigliere "laico" in rappresentanza di Forza Italia, che dà una spiegazione del tutto banale e lecita della visita effettuata nello studio di Roberto Rampioni, uno dei legali che assiste Palamara imputato di corruzione a Perugia. Tuttavia quando al Consiglio s'è venuto a sapere, in maniera casuale, di questa curiosa coincidenza, i malumori sono arrivati fino al Comitato di presidenza, che ha incontrato la commissione prima dell'audizione di Palamara.
La convocazione dell'ex presidente dell'Associazione magistrati espulso dall'ordine giudiziario (nel quale spera di essere riammesso, dopo aver presentato ricorso in Cassazione contro la radiazione) era stata decisa e comunicata all'interessato mercoledì, senza svelare gli argomenti sui quali gli sarebbero state fatte domande. Poi, all'ora di pranzo, Lanzi è andato a trovare il collega che difende Palamara, e nel pomeriggio la commissione che si occupa degli eventuali trasferimenti d'ufficio per presunte incompatibilità ambientali, s'è riunita nuovamente deliberando a maggioranza (con il voto favorevole pure di Lanzi) di allargare l'oggetto dell'audizione: non solo la posizione del procuratore di Milano Francesco Greco, come inizialmente previsto, ma anche quella del procuratore aggiunto di Roma Angelo Racanelli.
Due pratiche aperte da tempo e apparentemente destinate all'archiviazione (per Racanelli c'era già una proposta che il plenum ha rimandato in commissione), che però potevano fornire a Palamara lo spunto per tornare su argomenti affrontati spesso nelle interviste televisive seguite alla pubblicazione del suo libro intitolato Il sistema.
A decisione presa, al Csm s'è venuto a sapere dell'incontro tra Lanzi e Rampioni, e nel palazzo c'è chi l'ha messa in relazione all'audizione di ieri, nonché all'0perazione politico-editoriale innescata dal libro di Palamara. Una fuga di notizie anticipata, insomma, che Lanzi invece ha negato con decisione. E anche dopo l'interrogatorio dell'ex magistrato ribadisce: "Con il collega Rampioni c'è un'antica amicizia e frequentazione, abbiamo parlato di problemi legati all'università dopo che lui è andato in pensione. Palamara non c'entra niente, e nell'audizione io ho avuto un ruolo del tutto passivo, tant'è che non ho fatto alcuna domanda".
Il comitato di presidenza e la prima commissione hanno preso atto della versione di Lanzi, ma il disappunto della presidente della commissione Elisabetta Chinaglia (che fa parte di Area, il gruppo della "sinistra giudiziaria") e di altri consiglieri resta ed è "agli atti". Se ci saranno strascichi e conseguenze si vedrà nelle prossime settimane.
Sul contenuto dell'audizione, svoltasi a porte chiuse come avviene normalmente, Palamara - giunto a palazzo dei Marescialli con Rampioni - si limita a dire: "Ho parlato di fatti specifici, e in particolare degli uffici giudiziari di Roma e Milano; ho parlato di quanto emergeva dalle chat, ma il discorso si è poi allargato al trojan". Durante la deposizione l'ex consigliere si sarebbe soffermato più sulle vicende romane che su quelle milanesi, e il riferimento al trojan (che trasformò il suo telefonino in una microspia) riguarderebbe soprattutto un'intercettazione tra lui e Racanelli alla vigilia del voto del Csm per la successione all'ex procuratore Giuseppe Pignatone.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 marzo 2021
Alla vigilia della conclusione dell'appello del processo trattativa Stato-mafia spunta il giallo del cellulare di uno dei referenti di Provenzano. Si parte da capi d'accusa ben precisi nei confronti degli imputati al processo presunta trattativa Stato-mafia, ma strada facendo spuntano fuori altri elementi. Ma sono sempre gli stessi.
Quelli che fanno giri immensi, ma che poi ritornano. Sì, perché nonostante i processi clone nei confronti degli ex Ros, poi finiti con l'assoluzione, le tesi giudiziarie medesime riaffiorano in corso d'opera. L'ultimo atto del processo d'appello della trattativa Stato-mafia, ora agli sgoccioli perché a maggio dovrebbe finalmente iniziare la discussione, riguarda la vicenda della perquisizione di Giovanni Napoli.
Parliamo di un veterinario, arrestato per essere stato un referente mafioso di Mezzojuso e soprattutto per aver dato sostegno logistico a Bernardo Provenzano. Una vicenda che si inquadra nel discorso della mancata cattura di quest'ultimo. Un argomento, questo, in realtà già sviscerato dalla sentenza di assoluzione del processo Mori-Obino. I due ex ufficiali erano stati accusati di aver favorito la mancata cattura dell'allora superlatitante, ma assolti definitivamente dall'accusa sostenuta dal procuratore generale Roberto Scarpinato e l'allora sostituto pg Luigi Patronaggio.
I floppy furono consegnati a Gioacchino Genchi - Ma i procuratori generali del processo d'appello sulla trattativa Stato-mafia, hanno delegato degli accertamenti alla Direzione investigativa antimafia. Hanno ritenuto sospetto il fatto che la perquisizione in casa di Napoli e la prima, non riuscita, analisi dei floppy sia stata affidata a due carabinieri, uno da poco arrivato al Ros e un altro appena ventenne senza alcuna esperienza. Un giallo? In realtà non c'è stato alcun insabbiamento, dal momento in cui i Ros - di comune accordo con la procura di Palermo - hanno consegnato i floppy disk a uno dei più qualificati e conosciuti esperti informatici dell'epoca, ovvero Gioacchino Genchi. Lui stesso si lamenta di averli tuttora in casa, nonostante abbia più volte sollecitato la Procura a ritirare il materiale e a liquidare la parcella per la consulenza. Sicuramente c'è una spiegazione plausibile, ma i Ros cosa c'entrano in tutto ciò?
Un altro mistero che mistero non è - Si aggiunge però un altro mistero, che come vedremo più avanti mistero non è. Dopo pochi giorni dall'arresto di Giovanni Napoli, i Ros restituirono alla moglie due telefonini e un rilevatore di microspie satellitari. Ed è qui che nasce un dubbio. Come mai? Hanno almeno fatto delle analisi?
Non è questione di poco conto e per capire meglio bisogna fare un passo in dietro. Durante il processo trattativa Stato-mafia di primo grado, l'allora pubblico ministero Antonino Di Matteo interroga il pentito Ciro Vara, il quale racconta di avere ricevuto delle confidenze da Giovanni Napoli: "... in certi dischetti avevano registrato delle cose interessanti che conservava il Napoli, tanto è che quando hanno fatto la perquisizione a casa del Napoli, poi il comandante della stazione dei carabinieri di Mezzojuso poi dopo qualche giorno ha consegnato questi dischetti e effettivamente mi diceva il Napoli c'era qualche, qualche cosa interessante da estrapolare... qualche cosa che poteva essere utile agli inquirenti... mi ha detto soltanto queste testuali parole, che c'erano questi dischetti, sono stati sequestrati e che c'erano delle cose interessanti che riguardavano Provenzano, e che sono stati restituiti dopo pochi giorni. Solo questo".
Ora sappiamo che i floppy disk non sono mai stati restituiti, ma fatti analizzare da Genchi. Infatti i procuratori generali che rappresentano l'accusa al processo d'appello trattativa Stato-mafia, dicono che il pentito Ciro Vara potrebbe aver fatto confusione quando ha parlato delle confidenze ricevute da Napoli. Quest'ultimo parlò di floppy disk, ma in realtà si trattava dei telefonini. E in effetti tutto torna. Sono stati i telefonini a essere restituiti. Tutto scritto nero su bianco dalle note che i Ros hanno mandato all'allora procuratore aggiunto di Palermo Maria Teresa Principato, magistrata seria e che da anni è stata impegnata nella cattura del super latitante Matteo Messina Denaro, tanto da fargli terra bruciata con arresti e sequestri di beni.
Dalle note inviate in procura, emerge che, prima di restituire il telefonino, i Ros lo hanno analizzato ricavando ben 96 utenze. Nella nota datata 10 novembre 1998 e sottoscritta dal capitano Michele Sini, si legge infatti che "nel corso dell'operazione di perquisizione (l'abitazione di Napoli, ndr), il personale di questa sezione anticrimine riveniva apparati cellulari nella disposizione del prevenuto".
E aggiunge che "da un successivo esame della memoria del Motorola micro tac avente nr. di serie 5802YG1P7S si riusciva ad estrarre nr. 96 numeri telefonici". Prosegue: "Si trasmette, pertanto, l'unito verbale di restituzione materiale, nonché l'annotazione redatta e comprensiva dei numeri telefonici esistenti in memoria".
Tutto alla luce del sole - I Ros hanno spiegato tutto quello che hanno fatto, ogni singola operazione, alla procura competente. Ma ritornando alla confidenza che Napoli fece al pentito Vara, c'erano elementi importanti che potessero destare preoccupazione ai mafiosi, in particolare a Provenzano, visto che si parla del suo tesoro? Ebbene sì.
I Ros hanno analizzato tutte le utenze telefoniche e fatto visure per ognuno delle società legate ai nomi che erano entrati in contatto telefonico con Giovanni Napoli. Tutto scritto nero su bianco, tant'è vero che emerge una incredibile mappatura riguardante gli affari. Parliamo degli appalti. Compaiono diverse società che già erano attenzionate (il dossier mafia-appalti) dai Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno quando Falcone e Borsellino erano ancora in vita. In queste utenze analizzate erano usciti fuori i nomi di chi si adoperò per costringere aziende nazionali a fare affari con i corleonesi.
Anche Provenzano aveva il suo "ministro dei lavori pubblici" - Solo un esempio per far necomprendere la portata. Nella nota dei Ros dove si annota l'analisi fatta al telefonino, si legge testualmente di presunte responsabilità di uno degli utenti in contatto con Napoli nell'appalto delle forniture al sistema di Telecontrollo del consorzio Basso Belice Carboj. "In particolare- si legge nella nota dei Ros inviata alla procura di Palermo - gli indiziati, avvalendosi della forza intimidazione del vincolo associativo e delle condizioni di assoggettamento, avrebbero, attraverso forme di corruzione costate al gruppo Gal - Isytech - Motorola oltre trecento milioni di lire, già pagati sotto forma di viaggi in Israele e negli Stati Uniti oltre che con soldi consegnati in contanti, consentito l'aggiudicazione della fornitura del Sistema di Telecontrollo del consorzio Basso Belice Carbo, a favore della Motorola".
Precisiamo. Parliamo di presunti fatti risalenti agli anni 90, ma che rendono bene l'idea dell'importanza degli affari con gli appalti. Sappiamo che anche Provenzano aveva il suo "ministro dei lavori pubblici", ed era Giuseppe Lipari. Tutto questo serve per dire che non c'è alcun giallo sulla perquisizione dell'appartamento di Giovanni Napoli. L'operazione è stata trasparente e senza tenere nulla all'oscuro della Procura.
L'unico dato negativo che emerge è la smemoratezza dei Ros che parteciparono all'operazione, tant'è vero che - sentiti come testimoni al processo trattativa Stato-mafia in corso - non si ricordavano nemmeno cosa hanno firmato o meno. Non ricordarlo dà adito a non poche suggestioni. Ma quello che conta in un'aula di tribunale, almeno in uno Stato di diritto, sono le prove. Se trattativa c'è stata, bisogna capire quali favori avrebbe ricevuto in cambio la mafia. Finora sono oggettivamente difficili da visualizzare. Vedremo cosa diranno i pg durante la discussione e cosa risponderà la difesa. La sentenza potrebbe arrivare a ridosso dell'anniversario della strage di Via D'Amelio.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 26 marzo 2021
A guidare il gruppo di lavoro sarà il costituzionalista Massimo Luciani. Dovrà scrivere la riforma del Csm e, più in generale, dell'intero ordinamento giudiziario. Si completa la squadra della ministra della Giustizia Marta Cartabia per affrontare le prossime riforme. Dopo il gruppo di lavoro sul penale, guidato dal presidente emerito della Corte costituzionale Giorgio Lattanzi, e quello sul civile, presieduto dal processualista Francesco Paolo Luiso, ora è la volta di quello deputato a scrivere la riforma del Csm e, più in generale dell'intero ordinamento giudiziario.
A guidarlo sarà il costituzionalista Massimo Luciani, docente alla Sapienza e in campo da tempo con riflessioni e proposte anche sul tema "caldo" del sistema elettorale. Dove da Luciani, intervenendo pochi mesi fa a un convegno di Area, è arrivato l'avvertimento a monte, perché "la riforma del sistema elettorale del Csm non può essere l'occasione per stroncare la libertà di associazione dei magistrati qua talis, specie a fronte di un associazionismo nato e prosperato anche per la spinta di legittime pulsioni ideologiche e culturali. Un simile intento sarebbe, puramente e semplicemente, distonico con l'apertura pluralistica dell'impianto costituzionale".
E tuttavia, a valle, ha spiegato lo stesso Luciani "che vi sia o non vi sia un'organizzazione di tipo associativo, non esiste alcun procedimento elettorale complesso nel quale non si confrontino gruppi comunque organizzati di opinione".
L'appartenenza però non deve andare a detrimento della qualità degli eletti, così per Luciani. E per Luciani la preferenza deve andare a un sistema che preveda la trasferibilità del voto singolo, eliminando le distorsioni del maggioritario, aumentando il potere dell'elettore e favorendo la qualità dei candidati a scapito dei giochi correntizi.
Quanto di questa impostazione si tradurrà nelle proposte del gruppo di lavoro si vedrà; di certo la presenza di outsider come Nello Nappi, consigliere in Cassazione, ex componente del Csm e autore di un libro deliberatamente provocatorio come "4 anni a Palazzo dei Marescialli - Idee eretiche per la riforma del Csm" e del costituzionalista della Cattolica di Milano, ma anche ex ministro della Salute nel Governo Monti e componente del Csm, Renato Balduzzi, potrebbero fare emergere soluzioni innovative per una riforma strettamente collegata alla necessità di un recupero di credibilità della magistratura dopo lo scandalo delle nomine pilotate ai vertici degli uffici giudiziari (ieri Luca Palamara è stato ascoltato dal Csm).
Soluzioni innovative per molti prefigurate dalla stessa Cartabia che, nelle linee guida della sua amministrazione esposte al Parlamento, ha aperto, per esempio, all'ipotesi di un rinnovo biennale dei componenti del Csm, sia laici sia togati. Di certo non sarà facile calibrare le scelte del ministero e le aspettative delle forze politiche che sostengono la maggioranza, come plasticamente dimostrato in commissione Giustizia alla Camera, dove un asse tra Lega, Forza Italia, Italia Viva e Azione, ha permesso di fissare una data, il 23 aprile, per la presentazione degli emendamenti alla riforma penale antecedente a quella che vedrà formalizzate le proposte del Governo. Uno sgarbo a Cartabia che così si è vista scavalcata.
Il Sole 24 Ore, 26 marzo 2021
I penalisti denunciano la "sistematica, atavica e non più tollerabile compressione dei diritti dei detenuti" e preannunciano "iniziative di protesta". Sul piede di guerra le Camere Penali di Napoli, Benevento, Irpina, Napoli Nord, Nola, Santa Maria Capua Vetere e Torre Annunziata, che in maniera unanime denunciano "le gravissime condizioni in cui versa il Tribunale di Sorveglianza partenopeo". "Le gravissime e croniche disfunzioni del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, rese ancora più acute dall'attuale contesto emergenziale - tuonano - oramai non sono più tollerabili. Da troppi anni nel distretto di Corte di Appello di Napoli viene sistematicamente mortificato il diritto dei detenuti ad espiare la pena secondo principi e modalità conformi al dettato costituzionale".
"La sistematica, atavica e non più tollerabile compressione dei diritti dei detenuti da parte dell'Ufficio di Sorveglianza di Napoli - incalzano le Camere Penali - necessita di risposte ferme e tempestive e di un'assunzione di responsabilità da parte di tutti i protagonisti della giurisdizione". E invitano "tutti i magistrati e lo stesso presidente del Tribunale di Sorveglianza, che peraltro in numerose occasione hanno pubblicamente evidenziato le gravissime condizioni in cui versa il Tribunale di Sorveglianza partenopeo, a rendere note le eventuali ragioni ostative all'adempimento ed a valutare ogni forma di sollecitazione, ivi inclusa la possibilità di autosospendersi dal servizio per impossibilità di rispettare le norme codicistiche e costituzionali, affinché il governo disponga con assoluta urgenza tutti i provvedimenti necessari per l'immediato ripristino nella legalità costituzionale della pena".
Tra le problematiche sollevate: il tempo che intercorre tra la presentazione delle richieste di accesso ai benefici penitenziari e la loro registrazione; il tempo che intercorre tra la registrazione dell'istanza e la fissazione dell'udienza; l'elevato numero di rinvii delle udienze per carenza o assenza di istruttoria; la tempistica di invio delle impugnazioni alla Suprema Corte di Cassazione; la tempistica di decisione in merito ai permessi premio; la tempistica per la valutazione delle istanze di liberazione anticipata; la tempistica per la decisione delle istanze di riabilitazione; la tempistica per la fissazione delle udienze di reclamo; la mancata e/o tardiva registrazione delle informazioni nei sistemi informatici. In assenza di un'effettiva risoluzione delle problematiche o dell'avvio di una congiunta azione di protesta, le Camere Penali distrettuali preannunciano iniziative "di protesta necessarie per garantire ai detenuti il rispetto della dignità e dei diritti allo stato intollerabilmente calpestati".
di Riccardo Polidoro
Il Riformista, 26 marzo 2021
Il mare in burrasca della giustizia italiana continua a fare danni. Oltre a stravolgere la vita di cittadini ritenuti colpevoli, dopo molti anni assolti, a condannare altri a distanza di un lasso di tempo enorme dal fatto-reato, a non riuscire a soddisfare le richieste delle persone offese, a non garantire una detenzione rispettosa dei principi costituzionali, disperde anche enormi risorse finanziarie. Alcuni dei principi fondanti del nostro ordinamento, come la presunzione d'innocenza e la ragionevole durata del processo sono affondati negli abissi di queste acque mai calme e a volte inquinate.
Il Riformista ha evidenziato l'esborso legato alle riparazioni per ingiusta detenzione a Napoli e dintorni, il che non riguarda solo "coloro che cadono a mare" o "vi vengono gettati", ma coinvolge tutta la comunità in quanto le risorse finanziarie che garantiscono il (mal)funzionamento dell'amministrazione giudiziaria provengono dalle nostre tasche.
Lo tsunami-giustizia, dunque, colpisce l'intero Paese e lo danneggia anche perché non attira investimenti dall'estero. Alla lentezza cronica dei processi - destinati a diventare "senza fine" se non si riforma la prescrizione - e al loro costo elevato in termini di risorse umane e finanziarie, si aggiungono i risarcimenti che lo Stato è condannato a pagare agli imputati per la lunghezza dei processi e le ingiuste detenzioni.
A tali spese si sommano quelle per mantenere un sistema penitenziario non efficiente e dai costi elevati. Se la giustizia fosse un'azienda privata sarebbe fallita da tempo. Questo è il parametro che manca del tutto nelle organizzazioni statali. Non si è abituati a ragionare in termini di costi-benefici e quello che vale per i privati non è detto venga applicato anche al pubblico.
Un esempio attualissimo sono i numerosi procedimenti fissati - nonostante l'emergenza sanitaria - alla stessa ora in quasi tutte le sezioni del Palazzo di Giustizia di Napoli. Manca una visione concreta delle situazioni e a pagarne le conseguenze sono avvocati e parti private, costrette ad attendere fuori dalle aule. Tutti concordano sul fatto che il sistema non funzioni, ma non si adottano provvedimenti adeguati. Un imprenditore che vede il proprio prodotto non venire alla luce nei tempi stabiliti e/o che lo vede difettato, corre immediatamente ai ripari. Concentra tutte le risorse umane e finanziarie per migliorare la produzione, responsabilizzando dirigenza e maestranze. Non avviene così a livello statale.
Il personale è costantemente sottodimensionato e si consente ad alcuni di essere posti fuori ruolo per il distacco presso Ministeri o altrove. Inoltre alla funzione ricoperta può aggiungersi un'altra, come far parte delle Commissioni tributarie, con evidenti sottrazioni di tempo all'attività principale. Non si pensa di rimediare a queste paradossali situazioni, ma si progettano riforme per diminuire le garanzie degli indagati e degli imputati, già caduti nelle onde tempestose e consapevoli di doverci restare per molto tempo. Occorre, dunque, un cambio di passo.
Una vera e propria inversione di rotta che possa calmare le acque e restituire un minimo di fiducia in una giustizia uguale per tutti, ma efficiente. In diritto non esiste il principio del mal comune mezzo gaudio. A curare questi mali vi è oggi un ministro della Giustizia, di grande competenza che ha sempre indicato la nostra Costituzione come la bussola da seguire per ogni decisione.
Nelle linee programmatiche, appena sottoscritte dalla guardasigilli, sono indicati principi che fanno sperare in un futuro migliore per la giustizia italiana. In tema di esecuzione penale è stato precisato - contrariamente a quanto sostenuto dal precedente ministro - che la certezza della pena non è la certezza del carcere, che per gli effetti desocializzanti che comporta dev'essere invocato quale extrema ratio e che occorre valorizzare piuttosto le alternative alla reclusione, già quali pene principali. In questo pensiero che ci riporta al vero diritto e non a quello del "bar sport", c'è anche la concretezza e ragionevolezza che prima è mancata a chi ha tentato, senza riuscirci, di fermare le onde di un mare continuamente in tempesta. Al giudice di merito va data la possibilità di infliggere anche misure alternative al carcere, condannando l'imputato a un percorso punitivo-rieducativo che potrà successivamente essere rimodulato dal magistrato di sorveglianza.
Tale soluzione potrebbe anche riempire di contenuti "rieducativi" la sospensione condizionale della pena, istituto privo di elementi sanzionatori e punitivi. Occorrerà far comprendere all'opinione pubblica le ragioni del necessario cambiamento, per attuare quella rivoluzione culturale che nel 1975 non accompagnò l'entrata in vigore dell'ordinamento penitenziario e, ai giorni nostri, il suo progetto di riforma. E precisare che le misure alternative sono comunque anch'esse delle pene che comportano una restrizione della libertà e, in larga percentuale, evitano il pericolo di recidiva a un costo per la collettività di gran lunga più basso. Un'equazione costi-benefici di facile comprensione.
di Nadia Cozzolino
agenziadire.com, 26 marzo 2021
È la richiesta del Garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello che ieri ha presentato la relazione finale del progetto "Corso di alfabetizzazione per detenuti stranieri nelle carceri campane". "I detenuti che non conoscono l'italiano rischiano di essere detenuti invisibili. Non sono a conoscenza dei loro diritti e questo li costringe a vivere una condizione di doppia reclusione. Oggi chiediamo alle autorità nazionali di inserire in ogni carcere, accanto alla figura dell'educatore e dello psicologo, anche quella del mediatore culturale e linguistico".
È la richiesta del garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello che oggi, nella sala multimediale del Consiglio regionale, ha presentato la relazione finale del progetto "corso di alfabetizzazione per detenuti stranieri nelle carceri campane".
Per nove mesi i mediatori sono entrati nei penitenziari di Fuorni a Salerno, Poggioreale e Secondigliano a Napoli per mettere a conoscenza i detenuti stranieri dei loro diritti. Tra febbraio e ottobre 2020 i mediatori multilingue hanno incontrato complessivamente 167 detenuti stranieri, prevalentemente africani ed europei. Ma in totale sono 877 i reclusi di origine straniera presenti in 15 istituti per adulti della Campania, prevalentemente nigeriani, marocchini e rumeni. Senza una figura di supporto tanti detenuti non sanno, ad esempio, che è possibile attivarsi per il rinnovo del permesso di soggiorno anche in carcere.
"Il ruolo del mediatore - rileva Ciambriello - è fondamentale perché funge da collegamento tra il detenuto e il carcere, lo aiuta a integrarsi nel contesto e a comprenderne le regole. Sarebbe auspicabile investire maggiormente nell'insegnamento dell'italiano e incentivare la partecipazione a questi corsi".
"Con l'alfabetizzazione - sottolinea la vicepresidente del Consiglio regionale della Campania Loredana Raia - i detenuti hanno la possibilità di integrarsi meglio nella società. Una volta usciti dal carcere, saranno uomini e donne libere di potersi costruire un futuro migliore. Questo progetto è finanziato dall'assessorato alle Politiche sociali della Regione Campania che ha voluto scommettere su un progetto che si propone di umanizzare le condizioni di vita dei detenuti".
"Può succedere che la non conoscenza della lingua - dice Antonio Fullone, provveditore della Campania - causi situazioni di ulteriore emarginazione. È necessario pensare all'integrazione partendo proprio da questi segmenti, quelli già di per sé più emarginati".
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