di Elena Marisol Brandolini
Il Domani, 28 marzo 2021
Il parlamento spagnolo ha approvato a larga maggioranza, col solo voto contrario del Partito popular e dell'estrema destra Vox, la legge sull'eutanasia, facendo diventare la Spagna il settimo paese nel mondo, quarto in Europa, a riconoscere il diritto alla morte dignitosa. Questa legge conferma l'attitudine del paese a essere pioniere nella legislazione sul terreno dei diritti di cittadinanza. L'apice è stato sicuramente raggiunto nel 2005, con l'approvazione del matrimonio omosessuale sotto il governo socialista di José Luis Rodríguez Zapatero. Da quel momento in poi i governi progressisti si sono fatti portatori delle istanze valoriali provenienti dalla società, fino a farne il principale motivo di scontro con lo schieramento conservatore.
"La richiesta di una legge sull'eutanasia esisteva da oltre quarant'anni e i dati dimostrano che più del 70 per cento della popolazione spagnola la considerava necessaria", dice Marc Monguilod, ragionando sulla portata sociale del provvedimento. Suo padre si chiamava Antoni. Malato di Parkinson è morto nel 2019, a 74 anni, senza essere riuscito a far valere il suo diritto a una morte dignitosa. In Catalogna Antoni è diventato un simbolo della lotta per ottenere questo riconoscimento. E come lui sono diventati dei simboli tanti altri malati cronici o terminali, a volte aiutati a morire da medici o amici che poi sono stati perseguitati dalla giustizia. A metà degli anni Novanta un caso in particolare aveva toccato la coscienza dei cittadini spagnoli: quello dello scrittore galiziano Ramón Sampedro, rimasto tetraplegico da giovane per un incidente e aiutato da una sua amica a morire. La sua storia è stata raccontata dal regista Alejandro Amenábar nel film Mar adentro del 2004, vincitore dell'Oscar come miglior film straniero.
"Si deve differenziare tra clamore sociale e coscienza individuale" dice Monguilod, perché "nessuno vuole patire o vedere qualcun altro soffrire e questo è un desiderio umano. Il clamore sociale è invece la politicizzazione di questo desiderio. E quando si parla di un diritto politico si finisce col contrapporre princìpi conservatori a princìpi progressisti".
"La divisione della destra in più partiti consente di vederne le diverse tendenze - sottolinea - Ciudadanos ha votato a favore della legge perché è un partito liberale e privilegia i diritti individuali. Il Pp si è sempre opposto invece, perché è un partito conservatore dove il peso del cattolicesimo è molto importante. Mio padre sarebbe contento di questa legge. La sua situazione è diventata una testimonianza, un'occasione per migliorare la società. È importante che altre famiglie in situazioni analoghe a quella in cui si è trovata la nostra, abbiano il cammino più facile".
"La società spagnola era tradizionalmente tollerante rispetto ai comportamenti individuali; poi venne il franchismo. Quando saltò il tappo della dittatura, ci fu un'esplosione di dinamismo sociale e di esteriorizzazione della libertà di comportamento che anni dopo è arrivato sulla scena politica", dice il politologo Joan Botella, ordinario di
Scienze politiche alla Universitat Autònoma de Barcelona. Si spiega così il motivo per cui la Spagna è diventata un paese all'avanguardia su questo tipo di legislazione. "Ma c'è anche una seconda ragione: il campo relativo ai comportamenti, come il matrimonio omosessuale, permette di differenziarsi politicamente tra destra e sinistra senza doversi trovare a discutere delle grandi opzioni del modello socio-economico. Zapatero al governo ha fatto la stessa politica economica di Aznar, ma rivestita di un discorso egualitario e progressista".
Un'opinione condivisa dalla sociologa della Universitat de Girona, Cristina Sánchez Miret: "Noi siamo arrivati tardi a questo tipo di legislazione perché siamo usciti dalla dittatura molto dopo rispetto al resto dei paesi europei e quindi negli anni Ottanta siamo stati costretti a rivedere tutto l'impianto legislativo. I socialisti hanno fatto una bandiera dei temi del femminismo e dei diritti di cittadinanza perché è il terreno che li differenzia dalla destra".
Zapatero è stato il teorico del socialismo dei cittadini, quello secondo cui l'estensione dei diritti di cittadinanza rappresenta la più trasformatrice delle leve sociali. Durante il suo mandato la Spagna si è dotata, oltre che della legge sul matrimonio omosessuale che prevede la possibilità di adozione, di una moderna legge sull'interruzione di gravidanza, di una legge sulle pari opportunità piuttosto innovativa e di una sul sostegno alle persone non autosufficienti.
L'attuale governo di coalizione tra Psoe e Unidas podemos ha già legiferato, o ha in programma di farlo, oltre che sull'eutanasia, in difesa delle donne contro la violenza maschilista, sull'eguaglianza dei permessi per madri e padri, sui diritti dell'infanzia, sui diritti delle persone trans e Lgbt. "È importante avere una legge perché offre un quadro di riferimento.
Ma per quanto riguarda il femminismo abbiamo delle sentenze molto retrograde, come nel caso della manada (un caso di stupro di gruppo considerato in primo grado un abuso ndr) " dice Sánchez Miret. "In Spagna la distanza che c'è tra il testo di una legge e la sua applicazione è molto grande" le fa eco Botella.
"Il ruolo giocato dai movimenti sociali, dalle piattaforme di cittadini per affermare i diritti di cittadinanza è stato molto importante perché ha dato loro visibilità. C'è un "brodo di coltura" nella società spagnola favorevole all'apertura, perché l'esperienza dell'emigrazione di massa è molto recente. Nel nostro paese la politica va dietro alla società. La società è quella che normalmente propone i progetti innovativi. Dopo arrivano le istituzioni" spiega Botella.
"La cittadinanza è vissuta in maniera differente da chi è in condizioni minoritarie come gli omosessuali o i cittadini di altri paesi. Questi ultimi hanno formato una sorta di "ghetti" negli spazi urbanizzati, veri e propri quartieri divisi per etnia. La conseguenza è la creazione di organizzazioni, comunità, associazioni, laboratori" che ne rivendicano le istanze.
"Il ruolo del movimento femminista è stato capitale, è stato il movimento delle donne a far inserire nell'agenda politica questi temi - dice Sánchez Miret - Perché il movimento femminista parla della vita, non solo dell'uguaglianza dei diritti. E nel momento in cui parla dell'uguaglianza di diritti rivisita tutti i diritti che esistono e come si amministrano. Parlare del diritto all'aborto e del diritto all'eutanasia è dare diritti alla vita". Perciò "la reazione dell'estrema destra contro la battaglia delle donne è viscerale, è una reazione da secolo XIX, del tempo delle suffragette. Le donne e il collettivo Lgbt sono l'obiettivo della reazione di Vox perché l'estrema destra riproduce la realtà tradizionale più antica. La divisione del mondo in ruoli differenziati tra donne e uomini e il connubio sesso e genere che non lascia spazio alle persone Lgbt sono il suo tratto identitario".
"Poiché nel fondo c'è un grande consenso sulle politiche socio-economiche in Spagna, allora il terreno di differenziazione è quello dei valori di cittadinanza", insiste Botella. "E quanti più partiti ci sono, più le posizioni devono essere estreme per riuscire ad arrivare all'opinione pubblica. Con la nascita a destra di più partiti, le posizioni conservatrici sono diventate più dure per una ragione di competizione interna.
Quello dei diritti di cittadinanza diventa il principale terreno di scontro nella politica spagnola. Per tornare alla logica di Zapatero, ma che potrebbe essere anche quella di Obama: se il cambiamento sociale ed economico è impossibile per la Ue e la globalizzazione, si possono proporre solo iniziative sul terreno etico e dei valori. Una sorta di progressismo dei costumi che lascia indietro i poveri e offre uno spazio all'estrema destra, com'è successo con la Brexit o Trump. È il problema con cui si misurano oggi le sinistre mondiali".
Questi cambiamenti non riguardano i soli Stati Uniti d'America, ma sono oggetto di analisi e discussione globale, soprattutto in occidente. Ne sono testimonianza anche le profonde divisioni che si sono prodotte in seno al cattolicesimo a seguito del pronunciamento della Congregazione per la dottrina della Fede sulla benedizione delle coppie dello stesso sesso.
La discussione, dunque, non è solo politica, ma antropologica e teologica. Diviene politica solo in un secondo momento. Riguarda la grande rottura prodottasi in occidente negli anni Sessanta del Novecento, che ha segnato il rigetto della legge e della morale "naturale", non più condivise. Come ha scritto Olivier Roy: "La libertà dell'individuo è più importante di ogni norma trascendentale, non esiste più una morale naturale, comune a tutti".
Le istituzioni statunitensi erano già da tempo pronte alla svolta culturale e, paradossalmente, l'avevano già anticipata. La Corte suprema degli Stati Uniti, già nel 2015, con la decisione nel caso Obergefell versus Hodges aveva sancito il diritto al matrimonio dello stesso sesso. Immediatamente, a seguito di quella decisione, la Casa Bianca si era colorata con i colori dell'arcobaleno e l'amministrazione Obama aveva avviato tutta una serie di iniziative per la promozione e la protezione dei diritti Lgbt nella politica estera degli Stati Uniti.
Sono l'individualismo e la libertà di scelta i valori su cui costruire la narrazione del nuovo secolo americano, anche per contrapporsi all'avanzare degli "stati civilizzatori" che costruiscono le loro identità sul tradizionalismo, spesso di natura religiosa. Per ottant'anni le storie di Capitan America hanno rappresentato i valori e l'identità degli Stati Uniti nel mondo.
Ora assistiamo a una mutazione di quella identità incarnata nel corpo di Aaron Fischer. Non è ancora chiaro se Fischer sarà l'eroe designato di Rogers o, come hanno sottolineato alcuni critici vicini alla comunità queer, "sarà solo un comprimario". Quello che però ci sembra di poter cogliere è che la nuova serie, come la precedente, non sarà particolarmente popolare in Russia.
di Andrea De Lotto
pressenza.com, 28 marzo 2021
Torniamo a parlare col dottor Francesco Maisto, Garante per i Detenuti per il Comune di Milano, dopo che la volta precedente ci aveva promesso che avremmo toccato il tema dei Centri per il Rimpatrio.
Qual è la situazione attuale del CPR di Milano?
Il CPR di Milano è una struttura che innanzitutto è stata aperta in modo improvvido, sia perché i regolamenti erano imprecisi, sia perché l'adattamento del complesso non era ancora ultimato. Potremmo dire che è un cantiere aperto; in soli cinque mesi la Prefettura ha redatto quattro versioni del regolamento interno. Ci sono state molte richieste da parte del Garante Nazionale per i Detenuti, da parte mia e da parte della cittadinanza attiva milanese; diverse sono state accolte, ma c'è ancora molto da fare. Ci sono stati dei cambiamenti di fronte a richieste che non erano certo velleitarie, anzi, chiedevano il rispetto di una normativa vigente. Per esempio la collocazione di telefoni fissi e la convenzione con l'ATS, o il caso gravissimo, che inizialmente si è verificato, quando sono stati internati dei minorenni.
Soltanto da una settimana io ricevo i reclami da parte degli "ospiti" del CPR. Soltanto da 15 giorni c'è una regolamentazione per le telefonate - di mattina si fanno le telefonate in Italia e nel pomeriggio all'estero - e da una settimana, a seguito di un'ordinanza del Tribunale di Milano, sono stati restituiti i cellulari. Inoltre gli "ospiti" hanno diritto alla privacy durante le telefonate e quindi è stato istituito un luogo protetto dove poter fare le telefonate. Riteniamo inoltre che dovrebbe esserci un wifi all'interno del centro.
Da quanto abbiamo capito dal CPR di Milano passano soprattutto tunisini arrivati da poco, che quasi "non fanno in tempo a mettere piede in Italia". Ovvero, la sensazione è che non siano stati rispettati i loro diritti rispetto alla possibilità di richiedere la protezione internazionale. È così?
È vero, gran parte di loro sono tunisini e il loro rimpatrio è il frutto di un accordo tra Tunisia e Italia, dal quale dipende molto di ciò che avviene. Arrivano spesso a Lampedusa, dove vengono date loro tutte le informazioni rispetto alla richiesta di protezione internazionale. Da lì, arrivano al CPR di Milano, da dove periodicamente vengono accompagnati all'aeroporto e rimandati in Tunisia. Quando sono al CPR hanno già il provvedimento di espulsione e dunque sono già destinati all'imbarco. Quindi il giudice per la convalida non si reca al CPR, perché lo ha già fatto quando erano a Lampedusa. La permanenza media è davvero ridotta, si tratta di giorni, al massimo di qualche settimana. Credo che la funzione del CPR di Milano sia fondamentalmente questa: accogliere e portare all'imbarco i tunisini. La rotazione è molto alta. Se si va una volta si incontrano dei visi, se si torna dopo una settimana se ne vedono altri.
Quante volte l'ha visitato?
Di fatto una sola volta, circa un mese fa. In una prima fase la normativa non era chiara e nel primo regolamento c'era addirittura una discriminazione: il Garante Nazionale poteva entrare in tutti i CPR, quello locale no. Per visitare il CPR di Milano avrei dovuto fare richiesta alla Prefettura. Questo non era ammissibile. L'autorità di garanzia deve poter accedere in qualsiasi momento ai luoghi per cui la legge prevede la sua vigilanza. Adesso il regolamento è cambiato e ho libero accesso.
I detenuti, reclusi, ospiti l'hanno contattata?
Ho ricevuto delle richieste scritte, via mail, mandate dall'ente gestore.
Cosa ne pensa dell'importanza che entrino nel CPR la società civile e i giornalisti, in modo da rendere trasparente un luogo che non sembra esserlo?
In questi luoghi, come nelle carceri, bisogna che tutti capiscano che più trasparenza c'è, meno difficoltà relazionali ci sono. Molto dipende dalla cultura locale e dal clima che si instaura dentro queste istituzioni. È una conquista da realizzare. Da quello che so nel CPR di via Corelli sono entrate due testate giornalistiche; non so se altri hanno fatto la stessa richiesta.
Lei cosa pensa delle tante richieste di chiusura del CPR che vengono dall'associazionismo milanese?
Io non credo che sia questa la soluzione di fronte al fenomeno migratorio. Secondo me i CPR non dovrebbero esistere, ma la legge dello Stato li prevede. Io comunque sostengo il coordinamento milanese "Io accolgo", che ha steso di recente un appello. Lo ius migranti si è affermato nel corso della storia; ultimamente si sono alzate di nuovo le barriere e io non amo la politica dei muri. Nel frattempo bisogna fare il possibile perché le condizioni migliorino per le persone in quella condizione. I CPR per certi versi sono peggio di un carcere. Faccio solo un esempio: un detenuto può rivolgersi al magistrato di sorveglianza, che tutela i suoi diritti, ma nei CPR questa figura non c'è, non è prevista dalla legge. Non si può nemmeno avere carta e penna. Anche la presenza dei mediatori linguistici è inadeguata. Comunque da più di una settimana gli ospiti hanno il numero di telefono del mio ufficio e possono chiamare direttamente e fare richieste precise.
Il Garante Nazionale ha visitato più volte il CPR di Milano?
Lo ha visitato tre volte, perché fin dal decreto Minniti ha libero accesso a queste strutture. Quando visita un CPR ha diritto agli interpreti, mentre il Comune di Milano non ha risorse per fornirmi un interprete fisso.
Quindi lo conosce meglio di lei?
Sicuramente.
Immagino speri che presto non dovrà più occuparsi di CPR...
Sì, lo spero sicuramente.
di Paolo Maddalena*
Il Fatto Quotidiano, 27 marzo 2021
Alla gravissima crisi sanitaria ed economica si aggiunge oggi il fatto che, nell'orientamento politico dominante che si preoccupa più della tutela dei singoli anziché della tutela della collettività, l'Avvocatura dello Stato, mutando il suo precedente atteggiamento, ha chiesto alla Corte Costituzionale di accogliere quanto prospettato dalla Corte di cassazione contro l'attuale divieto di concedere la libertà condizionale al condannato all'ergastolo per reati di mafia che abbia negato di voler collaborare con la giustizia.
di Nicola Quaranta e Michele Passione*
Gazzetta del Mezzogiorno, 27 marzo 2021
Sulla "Gazzetta" il prof. Musacchio interviene sulla decisione della Corte costituzionale in merito alla possibilità di concedere la liberazione condizionale ai condannati all'ergastolo ostativo. Vogliamo fornire maggiore chiarezza e verità sull'argomento.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 27 marzo 2021
La ministra al lavoro su come utilizzare i 3 miliardi del Recovery: previsti ammodernamento o costruzione ex novo di una quarantina di sedi. Nelle stanze della ministra Marta Cartabia sta prendendo corpo la giustizia che verrà. Un intervento complesso, su più piani, evitando quello che lei stessa ha definito "l'equivoco per il quale l'obiettivo di una giustizia più effettiva ed efficiente, oltre che più giusta, possa essere raggiunto solo attraverso interventi riformatori sul rito del processo o dei processi". No, per trasformare la giustizia italiana, oltre le riforme sul penale, il civile e il Consiglio superiore della magistratura di cui si discuterà in Parlamento, occorrono carne e sangue, nel senso di grandi investimenti, migliaia di nuovi assunti, ristrutturazioni edilizie e un massiccio ricorso al digitale.
di Maria Brucale
Il Domani, 27 marzo 2021
Il 31 marzo la Cassazione deciderà se, come richiesto dal ministero della giustizia, negare a un detenuto in 41bis l'acquisto di riviste per adulti. Il sesso in carcere non entra. I colloqui con i familiari avvengono sotto il controllo visivo degli agenti e se ci si avvicina cercando un'intimità con la propria compagna o con il proprio compagno l'incontro viene subito bruscamente interrotto.
di Luca Cereda
Vita, 27 marzo 2021
Sovraffollamento, situazione sanitaria riferita al Covid-19, tecnologie, volontariato, un dialogo a 360 gradi con il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà, coinvolto nel primo incontro pubblico della Ministra della Giustizia Marta Cartabia a inizio marzo, per ripensare il carcere del domani. "Con la ministra il carcere torna nell'alveo costituzionale"
di Errico Novi
Il Dubbio, 27 marzo 2021
Hanno senso l'Anm e in generale il correntismo se, come la guardasigilli Marta Cartabia scrive nelle sue linee programmatiche, si devono assolutamente "scoraggiare logiche spartitorie che poco si addicono alla natura di organo di garanzia che la Costituzione attribuisce al Csm"? Forse sì, e la soluzione del rebus può essere nel ruolo di "vigilanza" dell'associazionismo togato rispetto a un'idea di giustizia che non deve tradire i principi della Carta. Proprio l'idea che la ministra vuole affermare.
Molti danno per scontato che l'impresa di Marta Cartabia consista nel riformare la prescrizione senza favorire l'uscita dei 5 stelle dal governo. Ma chi ha compreso di quale spessore siano la guardasigilli e i componenti del suo gruppo di lavoro sulla riforma penale avrà già capito che la missione non è impossibile. Basti citare il presidente di quella "commissione agile", Giorgio Lattanzi, cioè il numero uno della Consulta, e predecessore dunque di Cartabia, che ha portato la Corte in viaggio negli istituti di pena, faccia a faccia con i carcerati. La vera impresa, per la ministra, in realtà è un'altra: è la riforma del Csm.
Difficilissima, e non solo per le complicazioni di quello che viene banalizzato nel "caso Palamara". Gli ostacoli sono due, anzi è la difficoltà di rimuoverli insieme. Cartabia ricorda nelle sue "Linee programmatiche" la "fisiologica e peraltro ineliminabile pluralità delle culture della magistratura" e la necessità di rifuggire "dalla semplificazione che confonde il valore del pluralismo con le degenerazioni del correntismo". Ma nello stesso testo, la guardasigilli scrive, e ha detto testualmente nelle commissioni Giustizia del Parlamento: "Si prevede una profonda riforma del sistema elettorale" del Csm, "con l'obiettivo di ridurre il peso delle correnti nella scelta dei candidati e nella determinazione" degli eletti.
Non solo: ha persino ipotizzato una avveniristica asincronia nell'elezione dei consiglieri, in modo rinnovare "ogni due anni la metà dei laici e la metà dei togati". Sia per "assicurare una maggiore continuità dell'istituzione" sia per "scoraggiare logiche spartitorie che poco si addicono alla natura di organo di garanzia che la Costituzione attribuisce al Csm".
Non è un algoritmo. Cartabia sostiene che il pluralismo delle correnti va salvato e nello stesso tempo che le correnti non devono comportarsi a Palazzo dei Marescialli come se fossero partiti. Certo, per la soluzione c'è da scervellarsi. Tanto che finora l'Anm non si è spinta a polemizzare per il rischio ridimensionamento politico nel Consiglio. E non è solo perché Giuseppe Santalucia, nuovo presidente dell'Associazione, è un galantuomo, ma anche perché non c'è una chive a portata di mano.
Lo sa benissimo anche l'altra figura di prestigio scelta dalla guardasigilli per scrivere gli emendamenti dei ddl Bonafede: quel Massimo Luciani che, tra l'altro, ha presieduto l'Associazione costituzionalisti, ambito da cui proviene la stessa ministra. Luciani guiderà il gruppo di lavoro deputato alla riforma del Csm.
E, come ha ricordato ieri il Sole 24 Ore, ha espresso mesi fa considerazioni sul correntismo analoghe a quelle di Cartabia: "La riforma del sistema elettorale del Csm", ha detto a un convegno delle toghe di "Area", "non può essere l'occasione per stroncare la libertà di associazione dei magistrati, specie a fronte di un associazionismo nato e prosperato anche perla spinta di legittime pulsioni ideologiche e culturali".
Insomma, la direzione è chiara: le correnti non devono morire ma neppure devono comandare. E però, perché mai dovrebbero continuare a esistere? La risposta in apparenza si complica se si considerano le riflessioni proposte da una delle voci più attive e culturalmente consapevoli dell'associazionismo giudiziario: Magistratura democratica.
La segretaria del gruppo, Mariarosaria Guglielmi, ha pubblicato nei giorni scorsi un articolo sulla propria rivista-house organ, Questione giustizia. Ha riconosciuto la "crisi" e le "cadute" nel "governo della magistratura", ma ha anche puntato l'indice contro il rischio che la riforma degradi il Csm "in senso burocratico, come organo di amministrazione e di governo del "personale"". Vuol dire che nel cuore profondo della cultura togata l'ammissione degli errori non si traduce in spirito remissivo rispetto al ruolo "politico".
Si preannuncia dunque uno scontro, fra la ministra- presidente emerita e i magistrati? Forse no. Forse una possibile via d'uscita, e persino un'ipotesi di alleanza ideale, è sempre nelle riflessioni di Guglielmi. Che alla fine del citato intervento affida alla sua corrente la missione di esercitare una "vigilanza sulla tenuta del ruolo costituzionale della giurisdizione".
La risposta può essere qui, nel fatto cioè che, come dice Guglielmi, le correnti non dovranno spartirsi le nomine al Csm, ma devono però dire la loro sullo scivolamento del Paese lontano dalla cultura costituzionale. Cioè anche su tutto quello che negli ultimi anni è avvenuto nell'opinione pubblica "grazie" alla distorsione mediatica del processo, alla soppressione sostanziale della presunzione di innocenza. In questo le toghe potrebbero essere eccome alleate di Cartabia. Che crede così tanto nel primato, e persino nella forza pedagogica della Costituzione, da essere convinta di poter cambiare la prescrizione senza litigare coi cinque stelle.
di Guido Vitiello
Il Foglio, 27 marzo 2021
Oggi la congiuntura astrale-governativa, per una revisione in senso garantista, è propizia: succede una volta ogni vent'anni. Non buttiamola al vento (ancora). Le occasioni per una riforma garantista della giustizia sono rare quasi quanto le eclissi di sole. Serve un allineamento perfetto di corpi non celesti ma terrestri - un ceto politico forte e legittimato, una magistratura ammaccata, un clima di opinione propizio. Cose che capitano sì e no ogni vent'anni.
Ricordo i noviluni più recenti. 1987: l'uomo più popolare d'Italia, Enzo Tortora, è vittima di una campagna di macelleria giudiziaria; promuove un referendum per la responsabilità civile che si trasforma in un plebiscito, ma una classe politica vile si piega all'impuntatura dei pm, e di lì a poco i pianeti si disallineano tragicamente. 2000: l'uomo più votato d'Italia, Silvio Berlusconi, è il bersaglio di un tiro a segno giudiziario; ha in canna i tre colpi dei referendum radicali - elezione del Csm, separazione delle carriere, incarichi extragiudiziari - ma decide di spararli in aria, promettendo che si armerà fino ai denti per le elezioni dell'anno dopo; le vince, ma anche con una maggioranza enorme non fa nulla, e i pianeti si disallineano di nuovo. 2021: il governo meno ricattabile della storia repubblicana, sostenuto da tutti i partiti meno uno, ha davanti a sé una magistratura più screditata della stessa politica; il ministro Cartabia ha le idee chiare, e... vi prego, stavolta dateci un finale diverso. Non aspettate la prossima eclissi.
di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 27 marzo 2021
Matteo Gorelli, 29 anni, oggi è un educatore per ragazzi difficili nella comunità Kayròs. Sua mamma e la vedova del militare hanno stretto un patto per salvarlo: "Doveva vedere e ascoltare le vittime".
Arriva puntualissimo di primo mattino in comunità, entra dritto nella "casa arancione" dove ci sono gli adolescenti che gli sono stati affidati. Di solito li sveglia con una battuta e quel suo accento toscano che fa subito simpatia. Sono ragazzi tosti, arrivano dal penale. Molti sono stati messi alla prova dal Tribunale per i minorenni: refrattari alle regole, poco rispetto dell'autorità, bassa autostima. Devono trovare un talento su cui fare leva per riscattarsi e lui, Matteo Gorelli, 29 anni, li sa prendere. È diventato educatore da poco ma ha una empatia particolare. Nel cortile della comunità Kayròs guidata da don Claudio Burgio, mentre prepara le colazioni, sorride: "Ero come loro, li capisco proprio tanto".
Il suo straordinario percorso inizia tanto tempo fa. Riavvolge il nastro, e non senza fatica ricorda.È la notte del 25 aprile del 2011. A un rave party due carabinieri vicino a Grosseto fermano un'auto con quattro adolescenti. Lui, diventato da poco maggiorenne, era il più grande. Il test alle sostanze che risulta positivo, il ritiro della patente, la rabbia feroce che si scatena contro i due appuntati. Uno aggredito a sprangate e calci perde un occhio, l'altro entra in coma farmacologico. Si chiama Antonio, e muore un anno dopo. Matteo ricorda con esattezza la data: "L'11 maggio 2012, il giorno più brutto della mia vita. Ho pensato che il gesto che avevo compiuto, per quando potessi sforzarmi di rimediare, conteneva l'irreparabile". Dal carcere Matteo viene trasferito alla comunità Exodus di don Mazzi e lì arriva la sentenza che lo condanna all'ergastolo: "Avevo negato la vita a un'altra persona, loro la negavano a me. Mi pareva ormai tutto deciso, finito". Il suo cammino doveva ancora iniziare, invece. Da quel momento ha scontato la sua pena (poi ridotta a 20 anni) senza mai passi falsi. Anzi.
Al carcere di Bollate - dove da poco è arrivato il nuovo direttore Giorgio Leggieri - ha preso la laurea in Pedagogia alla Bicocca, 110 e lode. Gode dei permessi di lavoro con cui ogni giorno va da Kayròs, a esercitarsi come educatore. Si è iscritto per una seconda laurea in Economia. E insieme a tre ragazzi (Chiara, Yassa e l'ultimo si chiama proprio Antonio) ha appena vinto un bando della Scuola dei quartieri del Comune: il loro progetto - Attitude Recordz - prevede un nuovo centro giovanile che previene la devianza e dove si insegnerà la musica, la scrittura, il video-making, la poesia. "Stiamo cercando una sede e una sala di registrazione che ci ospiti", si entusiasma Matteo.
Se questo ragazzo è cambiato lo si deve senz'altro alla sua forza di volontà ma anche alle due donne che si sono strette intorno a lui e non lo hanno mollato mai: Irene, sua mamma, e Claudia, vedova del carabiniere ucciso. Il loro è un sodalizio nato sull'orlo dell'abisso che si è spalancato quella notte ed è cresciuto negli anni in un vero e proprio percorso di giustizia riparativa. All'inizio Irene si è avvicinata a Claudia soprattutto per aiutare suo figlio: "Ero gli occhi e le orecchie di Matteo, mio figlio doveva vedere e ascoltare le vittime, per potersi pentire fino in fondo. Lui era recluso in carcere, così andavo io da loro", racconta. E Claudia: "Forse non è un caso che quella notte abbia incontrato proprio il mio Antonio. Credeva con tutto se stesso nel recupero degli adolescenti, per questo faceva il carabiniere. Pensando a come questo ragazzo è diventato oggi, un senso a tutto questo ora lo trovo".
Matteo è un tipo schivo, sobrio, di pochi fronzoli. Vorrebbe che questo articolo fosse intitolato semplicemente: "Una storia possibile". Sta prendendo coscienza del suo valore, cresciuto tra mille sbagli. Alla comunità Kayròs il responsabile don Claudio lo ringrazia: "Riesce a instaurare un legame anche con i ragazzi più refrattari all'autorità; magari ammorbidisce le regole, ma crea con loro un sistema di norme che a quel punto sono condivise e a quel punto nessuno tradisce il rapporto di fiducia". Il suo nuovo progetto è il centro giovanile. Proprio ieri ha costituito la cooperativa e l'ha chiamata Atacama: "È il deserto più arido del mondo e più vicino al cielo, in Cile. Lì dove la vita pare non possa esserci nascono rose che durano un giorno, ma forti e bellissime".
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