di Antonio Stango
La Repubblica, 27 marzo 2021
Kiev ha invitato tutti gli Stati partner a partecipare a un forum che adotti un percorso strategico per porre fine all'occupazione della penisola. Il lancio è previsto per il 23 agosto. Un passo necessario: l'alternativa sarebbe solo l'accettazione di una "legge del più forte".
In uno scenario globale su cui sembrano soffiare venti di una nuova guerra fredda, sono passati sette anni da quando, il 18 marzo 2014, Vladimir Putin firmò un "Trattato sull'annessione della Crimea alla Federazione Russa": solo due giorni dopo il preteso "referendum" inscenato nella penisola ucraina militarmente occupata, considerato illegittimo dal Consiglio d'Europa, dall'Unione Europea, dall'Assemblea Generale dell'Onu e dalla maggior parte degli Stati membri.
Nell'anniversario, i ministri degli Esteri del G7 e l'Alto rappresentante dell'Unione Europea per la politica estera e di sicurezza comune hanno condannato "le continue azioni della Russia per minare la sovranità, l'integrità territoriale e l'indipendenza dell'Ucraina", aggiungendo che i tentativi della Russia di legittimare l'annessione "non sono e non saranno riconosciuti", con la conferma delle sanzioni in atto contro la Russia. La dichiarazione del G7 e dell'UE condanna inoltre le violazioni dei diritti umani da parte delle forze occupanti, in particolare contro i tatari di Crimea: il gruppo etnico considerato indigeno, la cui etnogenesi in quel territorio risale al XIII secolo.
Il khanato di Crimea - Il khanato di Crimea era stato per circa trecento anni uno Stato indipendente, anche se a lungo sotto protettorato ottomano. In effetti, già la prima annessione da parte di quello che allora era l'impero russo, nel 1783, avvenne in violazione di un accordo internazionale: il trattato di pace di Küçük Kaynarca, che poneva fine a una lunga guerra russo-turca e affermava l'indipendenza del khanato. Ai tatari restava però almeno la possibilità di rimanere nella propria terra ancestrale, seppure presto ridotti a minoranza; ma nel 1944 tutti i circa 193.000 tatari di Crimea (come altre popolazioni accusate collettivamente di collaborazione con gli invasori tedeschi) furono deportati da Stalin in Asia centrale. Decine di migliaia di loro morirono durante il trasferimento o in pochi anni per le durissime condizioni di vita.
Il movimento per il ritorno in Crimea delle famiglie deportate, iniziato dopo la morte di Stalin, poté divenire consistente solo dal 1989. In quell'anno ebbi l'opportunità di ospitare in un convegno a Roma sulla crisi sovietica della politica delle nazionalità la leader di quel movimento, Aishe Seitmuratova - perseguitata in epoca sovietica e ancora oggi, a 84 anni, un punto di riferimento per il suo popolo. Con l'indipendenza dell'Ucraina, nel 1991, i tatari di Crimea - che intanto erano tornati ad essere circa 150.000, ovvero intorno al 10 per cento della popolazione di allora della penisola - ne divennero cittadini, mentre la regione ebbe lo statuto di "Repubblica autonoma".
I tatari perseguitati - Da sette anni, se l'amministrazione occupante reprime qualsiasi cenno di protesta come se si trattasse di "terrorismo", la minoranza tatara è oggetto più degli altri di arresti, processi iniqui, pesanti condanne, trasferimenti in centri detentivi in territorio russo. Su 230 prigionieri politici e perseguitati penalmente durante questo periodo, 158 sono tatari (71 detenuti in centri dell'Fsb - l'ex Kgb); e il Crimean Tatar Resource Center ha segnalato 13 sparizioni e 21 uccisioni di membri della loro comunità.
Tutto questo ha portato a un'ondata di spostamenti di tatari verso altre regioni dell'Ucraina (almeno 40.000, oltre a circa 100.000 ucraini), mentre sono giunti ufficialmente circa 247.000 russi: in realtà, secondo il governo ucraino, centinaia di migliaia in più - in gran parte militari, burocrati, operai nella cantieristica, con le rispettive famiglie. È quindi in corso un drastico cambiamento della composizione demografica di un territorio occupato, in violazione di precise norme di diritto internazionale; e fra le conseguenze della sovrappopolazione indotta c'è anche una grave insufficienza delle risorse idriche in una terra piuttosto arida, con l'incapacità dell'amministrazione occupante di garantire approvvigionamenti sufficienti.
La Piattaforma della Crimea - In questo quadro, l'Ucraina ha invitato tutti gli Stati partner a partecipare a una "Piattaforma della Crimea": un forum di analisi e di discussione, aperto dal livello dei capi di Stato e di governo a quello di parlamentari, esperti e associazioni non governative, che adotti un percorso strategico di azioni congiunte per la fine dell'occupazione e l'effettivo ristabilimento in Ucraina della Repubblica Autonoma di Crimea e della città a statuto speciale di Sebastopoli. Il lancio è previsto per il 23 agosto - trentennale della stesura della Dichiarazione di Indipendenza dell'Ucraina dall'Unione Sovietica. I princìpi e lo spirito di allora sono oggi aggrediti da più parti; ma occorre ormai riportarli con decisione al centro della politica internazionale, poiché l'alternativa alla prevalenza del Diritto sarebbe solo l'accettazione di una "legge del più forte" che l'umanità ha già tragicamente sperimentato.
leggo.it, 27 marzo 2021
La Brexit potrebbe portare diversi problemi in campo giudiziario all'interno dell'Unione europea. Almeno 10 Paesi membri dell'Ue infatti non estraderanno più i propri cittadini per affrontare un processo nel Regno Unito: si tratta di Croazia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Slovenia e Svezia. Secondo quanto ammesso dallo stesso governo britannico, questi 10 Paesi "invocheranno le regole costituzionali come motivo per non estradare i loro cittadini" in Gran Bretagna.
Oltre a questi 10 Paesi, ce ne sono anche altri due - l'Austria e la Repubblica Ceca - che estraderanno i propri cittadini sono col loro consenso. Prima della Brexit il Regno Unito faceva parte dei Paesi che utilizzavano il mandato d'arresto europeo, che consente un'estradizione semplificata tra gli Stati dell'Ue ed è stato utilizzato per assassini, trafficanti di droga e terroristi. Ma nell'ambito degli accordi post Brexit, con l'uscita del Paese dall'Unione, è cambiato tutto: ora, secondo quanto scrive il quotidiano britannico Independent, la strategia dovrebbe essere quella, nel caso si abbia a che fare con criminali da mettere nel mirino, di farli viaggiare liberamente in Paesi in cui non ci sono problemi di estradizione, per poi arrestarli. Una sorta di tuffo nel passato a metodologie da guerra fredda.
Oltre all'estradizione, i cui nuovi accordi dovranno essere "testati", così come la loro "efficacia operativa", la Brexit potrebbe portare farraginosità e scarsa cooperazione anche nelle norme sulla protezione dei dati (la privacy) e sui diritti umani. Restando all'estradizione stessa, il Regno Unito uscendo dall'Ue ha perso l'accesso al database del SIS II, il sistema d'informazione Schengen che era integrato con i database della polizia, che include informazioni sui passeggeri aerei, casellario giudiziario, DNA e impronte digitali e consente la continua condivisione dei dati di polizia e di giustizia penale. Un nodo da sciogliere presto per le autorità britanniche, per non far cadere la giustizia nel caos.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 marzo 2021
Attualmente, soprattutto grazie all'effetto pandemia, ci sono circa 300 migranti trattenuti nei dieci centri di permanenza e rimpatrio (Cpr) dislocati in Italia. Per l'esattezza si trovano a Bari, Brindisi, Caltanissetta, Gradisca d'Isonzo (GO), Macomer (NU), Palazzo San Gervasio (PZ), Roma, Torino, Trapani e recentemente a Milano con la sua riapertura. Per ora non risulta nessun piano vaccinale per gli ospiti, ma teoricamente basterebbe una giornata visto il numero esiguo.
Cpr è l'acronimo più recente affibbiato dalla legge ai centri di identificazione ed espulsione per migranti irregolari presenti sul territorio italiano, che sono stati istituiti e costantemente implementati da tutti i governi degli ultimi vent'anni. La creazione di queste strutture carcerarie risale al 1998, quando - a seguito di alcune direttive europee in vista dell'entrata nell'area Schengen - Livia Turco e Giorgio Napolitano, con il T. U. sull'immigrazione 286/ 1998, stabilirono il trattenimento coatto delle persone straniere da identificare o in attesa di espulsione, per un massimo di 30 giorni: periodo che venne poi raddoppiato con la Legge Bossi- Fini (L. 189/ 2002), la quale introdusse anche il reato di non ottemperanza all'ordine di espulsione, cui sarebbe seguito il reato di clandestinità (L. 94/ 2009). Il nome attuale Cpr risale alla Legge Minniti- Orlando (L. 46/ 2017), che prevedeva la costruzione di un centro in ogni regione.
Il decreto legge del 21 ottobre 2020 ha introdotto diverse disposizioni sul trattenimento del cittadino straniero nei centri di permanenza per i rimpatri (articolo 3), tra queste si ricordano: la riduzione dei termini massimi di trattenimento da 180 a 90 giorni, prorogabili di ulteriori 30 giorni qualora lo straniero sia cittadino di un Paese con cui l'Italia ha sottoscritto accordi in materia di rimpatri; la previsione che il trattenimento deve essere disposto con priorità nei confronti degli stranieri che siano considerati una minaccia per l'ordine e la sicurezza pubblica; siano stati condannati, anche con sentenza non definitiva, per gravi reati; siano cittadini o provengano da Paesi terzi con i quali risultino vigenti accordi in materia di cooperazione o altre intese in materia di rimpatri; l'estensione dei casi di trattenimento del richiedente protezione internazionale limitatamente alla verifica della disponibilità di posti nei centri; l'introduzione della possibilità, per lo straniero in condizioni di trattenimento di rivolgere istanze o reclami al Garante nazionale ed ai garanti regionali e locali dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale e, per il Garante nazionale, di formulare specifiche raccomandazioni all'amministrazione interessata.
Ad oggi i cittadini stranieri possono essere trattenuti in una struttura di fatto carceraria senza aver compiuto alcun reato e il loro trattenimento - che non è formalizzato come detenzione - garantisce loro meno diritti e a chi li trattiene maggiore arbitrarietà che se fossero carcerati. In più, la gestione dei Cpr è appaltata a privati tramite bandi gestiti dalle Prefetture: la privatizzazione della gestione dei centri di internamento per migranti rischia di essere un business simile a quello del sistema carcerario americano.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 marzo 2021
Grazie all'ordinanza del tribunale di Milano, è stato riconsegnato il cellulare a un migrante trattenuto nel centro per il rimpatrio (Cpr) di Milano. Il giudice, nell'accogliere il ricorso presentato dal ragazzo, appena 18enne nato in Tunisia e difeso dall'avvocata Giulia Vicini, ha richiamato non solo la normativa nazionale e internazionale ("la particolare rilevanza che nel corso del trattenimento assume la libertà di corrispondenza telefonica con l'esterno" si evince già, secondo il Tribunale, dalla "frequenza con cui essa compare nelle norme"), ma anche le raccomandazioni espresse dal Garante Nazionale per i diritti delle persone private della libertà con riferimento al trattenimento dei cittadini stranieri.
In sostanza, come sottolinea l'Asgi che si occupa degli studi giuridici sull'immigrazione, l'ordinanza riconosce che la libertà di corrispondenza telefonica costituisce un diritto fondamentale stabilito dall'art. 15 della Costituzione che deve essere garantito all'interno del Cpr. Un piccolo passo in avanti, visto che i migranti, pur non avendo commesso nessun reato, di fatto sono meno tutelati dei detenuti in carcere. Non c'è nessun ordinamento come quello penitenziario e quindi non hanno garanzia alcuna.
Ma ritorniamo all'ordinanza, a partire dalle vicissitudini che ha dovuto affrontare il migrante. Vale la pena narrarle per comprendere quanta difficoltà e palesi violazioni incorrono le persone che giungono nel nostro Paese. Parliamo di un ragazzo che è giunto in Italia, da minorenne, il 4 novembre scorso.
Appena messo piede a Lampedusa, gli è stato notificato un decreto di respingimento. La questura di Siracusa gli ha disposto il trattenimento presso il Cpr di Ponte Galeria, a Roma. A causa delle misure di quarantena imposte dalla pandemia, l'udienza di convalida del trattenimento si è tenuta soltanto un mese dopo, il 7 dicembre 2020, e il giudice di pace di Roma, nonostante che lo straniero avesse dichiarato di essere minorenne, ha convalidato il suo trattenimento.
Il 31 dicembre, a seguito della procedura medica di accertamento dell'età del migrante, il giudice di pace ne ha ordinato il rilascio. È stato quindi portato in un Centro di accoglienza, dove vi è rimasto fino al 5 gennaio 2021. È accaduto che in quel contesto non gli è stato permesso di contattare amici o familiari, né il suo avvocato, che non hanno più avuto notizia di lui fino all' 8 gennaio, nonostante le richieste inoltrate dal legale di fiducia, avvocata Cristina Cecchini del foro di Roma, alla Questura. L'avvocata, non avendo avuto riscontro, ha inviato una segnalazione anche al Garante.
Si è venuto quindi a scoprire che il 5 gennaio stesso, il prefetto di Roma ha notificato al ragazzo un nuovo decreto di espulsione, con accompagnamento alla frontiera. Il questore ha disposto il suo trattenimento presso il Cpr di Milano, essendo necessario acquisire un documento valido per l'espatrio. Ed è lì che non gli è stato restituito il suo cellulare. Non ha potuto chiamare nessuno, soprattutto il suo avvocato per chiedere di essere assistito visto che nel frattempo ha fatto richiesta di protezione internazionale e avevano già fissato l'udienza. Ecco quindi spiegato il motivo del ricorso. Secondo il tribunale di Milano, l'impossibilità di accedere al proprio telefono cellulare costituisce una limitazione del diritto alla libertà di comunicazione dei trattenuti che non trova fondamento nel nostro ordinamento ed è anzi contraria alle norme costituzionali e sovranazionali che presidiano tale diritto.
La limitazione delle comunicazioni con l'esterno, che necessariamente consegue all'impossibilità di accedere al proprio telefono cellulare, è altresì idonea a configurare una violazione del diritto di difesa dei trattenuti. Tale circostanza, come riconosciuto dal Tribunale, risulta particolarmente evidente nel caso del richiedente asilo ricorrente, a cui non è stato consentito di comunicare con il proprio difensore di fiducia prima dell'udienza di convalida del trattenimento, con la conseguenza di non potersi avvalere della sua assistenza in tale sede.
Il Tribunale ha quindi ordinato alla Prefettura, alla Questura di Milano e all'ente gestore del Cpr di consentire al ricorrente la detenzione e l'utilizzo del proprio telefono cellulare secondo le modalità indicate dall'articolo 7 del Regolamento Unico Cie (Regolamento Ministeriale 20 ottobre 2014) per le visite all'interno del centro, ovvero in base a turni quotidiani, in locali sottoposti a sorveglianza ma nel rispetto della riservatezza della persona e per un tempo sufficiente, che l'ordinanza indica in almeno due ore.
di Giulia Cannizzaro
Il Domani, 27 marzo 2021
Nonostante l'esecutivo nato sotto l'egida dell'Onu e le sanzioni dell'Unione europea, il territorio rimane sotto il controllo delle bande armate che torturano i cittadini. Come il fratello di Hakim, scomparso da tre anni. "Se vado a Tarhuna, uccideranno anche me, me l'hanno detto". Abdul Hakim Amer Abu Naama vive a Tripoli ma la sua famiglia di abita a Tarhuna, una piccola cittadina agricola a circa 90 chilometri dalla capitale libica. Il fratello di Hakim, Abu Bakr Amer Abu Naama, è scomparso proprio lì il 14 novembre 2019 in circostanze tutt'altro che misteriose. Hakim e la sua famiglia sanno bene chi sono i responsabili. "Alle 6 del mattino ha squillato il telefono. Ho risposto ed era mio fratello minore che, in maniera concitata, mi ha detto che Abu Bakr non era tornato a casa e non riuscivano a rintracciarlo. Ho subito pensato al peggio", dice Hakim. "La sera prima era andato da un amico e non ha fatto più ritorno a casa". Abu Bakr Amer Abu Nama ha 37 anni, vive a Tarhuna, è sposato, ha due figli e risulta ancora scomparso. "Appena ho saputo della sua sparizione, ho cominciato a chiamarlo compulsivamente al telefono - racconta Hakim -. Dopo molte chiamate, però, qualcuno finalmente mi ha risposto e non era mio fratello". Il sospetto che sia stato fatto sparire diventa quasi subito una certezza. "La chiamata è durata pochissimo. Ho chiesto di parlare con mio fratello e chi stava dall'altra parte, sghignazzando, mi ha chiuso il telefono in faccia. Ho capito subito che Abu Bakr era stato rapito e che erano stati loro. Agiscono così".
Il clan - Le persone alle quali Hakim si riferisce sono membri della famiglia Al-Kani, che hanno formato il clan noto come Kaniyat, una milizia vicina al generale Khalifa Haftar che ha esercitato il controllo sulla città libica di Tarhuna fra il 2015 e il giugno 2020. Tre dei sette fratelli Al-Kani sono morti mentre gli altri sono stati costretti a fuggire dalle forze fedeli al precedente governo riconosciuto dalle Nazioni Unite. Nonostante questo ancora oggi molti residenti di Tarhuna hanno paura di parlarne. Due giorni fa il Consiglio dell'Unione europea ha sanzionato i fratelli Mohammed e Abdelrahim Al-Kani, due figure di vertice della milizia Kaniyat, per le torture, le sparizioni forzate e le uccisioni extragiudiziali commesse proprio a Tarhuna in quel periodo. Questi provvedimenti, che includono il congelamento dei beni e il divieto di transito all'interno dell'Unione europea, rientrano nell'ambito di una serie di misure che l'Europa ha preso nei confronti di undici persone e quattro entità (fra cui i vertici militari responsabili del colpo di stato in Myanmar dello scorso febbraio e funzionari del governo dello Xinjiang) che "devono essere incluse nell'elenco di persone fisiche o giuridiche, entità o organismi soggetti a misure restrittive per le gravi violazioni dei diritti umani e gli abusi in diverse parti del mondo".
Per l'Europa, quindi, gli esponenti di spicco della milizia Kaniyat sono responsabili della morte di centinaia di civili, fra cui moltissime donne e bambini, come testimoniato dal ritrovamento di 27 fosse comuni a Tarhuna e dalla sparizione di almeno 338 cittadini libici avvenuta proprio fra il 2015 e il 2020. Fra loro c'è anche il fratello di Hakim. "A distanza di tre anni non sappiamo ancora che fine abbia fatto Abu Bakr e noi ci sentiamo sempre in pericolo. Io non posso tornare a Tarhuna perché mi hanno minacciato di morte".
Un problema irrisolto - Hakim è riuscito a entrare in contatto con Mohammed Al-Kani attraverso Facebook. "Gli ho scritto. Gli ho chiesto di dirmi dov'era mio fratello e lui mi ha risposto che se non l'avessi piantata mi avrebbero fatto fare la sua stessa fine. Sono dei criminali". Le sparizioni forzate e le uccisioni arbitrarie da parte del clan Kaniyat in Libia sono all'ordine del giorno, al punto che lo scorso dicembre, a seguito del ritrovamento dell'ennesima fossa comune, la popolazione locale, esasperata, è scesa in strada e ha cominciato a prendere a sassate le abitazioni dei membri della milizia. Il problema del disarmo dei miliziani in Libia rimane ancora irrisolto, eppure sarebbe la prima cosa da fare per uscire dal caos e ricostruire il paese. Solo una settimana fa, il nuovo governo di unità nazionale presieduto dall'imprenditore misuratino Abdul Hamid Dbeibeh, ha giurato a Tobruk.
Nonostante l'accordo raggiunto tra le parti dopo mesi di trattative, la situazione della sicurezza sul territorio rimane precaria. L'esecutivo creato sotto l'egida dell'Onu e degli attori internazionali che direttamente e indirettamente sono intervenuti nel conflitto fra Tripoli e Bengasi, non ha ancora preso il controllo di tutte le istituzioni, né delle carceri, sia a est che a ovest. Pochi giorni fa fonti di Libya Observer hanno riportato la notizia del ritrovamento di 11 corpi, alcuni dei quali ammanettati, abbandonati per strada dietro a una fabbrica di cemento nel quartiere di Hawari, a Bengasi. Il decesso di queste persone risalirebbe a più di dieci giorni fa, quando ancora il tentativo di arrivare a una mediazione politica era in fase di svolgimento e quindi il nuovo governo non era in carica. In Libia operano centinaia di milizie, schegge impazzite che possono vanificare il lavoro diplomatico di mesi in poco tempo, mosse dalla sete di potere e denaro. La milizia Kaniyat dei fratelli Al-Kani è una di queste. "La famiglia Al-Kani è una mafia crudele e organizzata che tiene sotto scacco la gente e se non assecondi le sue richieste, sei automaticamente un nemico da fare fuori come è capitato a noi - racconta Hakim - Ci siamo opposti, non abbiamo permesso che uccidessero delle persone innocenti e li abbiamo denunciati alle autorità. Così siamo diventati loro nemici. Ecco perché ho pensato fin da subito che a mio fratello fosse capitato qualcosa di brutto".
La scelta dell'Ue di sanzionare i membri della milizia Kaniyat è un passo importante per lo meno dal punto di vista simbolico. "Sono contento che l'Unione europea abbia riconosciuto ufficialmente i responsabili di queste gravi violazioni dei diritti umani e li abbia sanzionati - dice Hakim - ma chiediamo giustizia per i crimini che hanno commesso e vogliamo la verità. Ogni giorno io e la mia famiglia controlliamo gli elenchi delle persone ritrovate in quelle fosse, e ogni giorno speriamo di non vedere il nome di mio fratello". Ieri sono stati identificati i corpi di altre 13 persone ritrovate in una delle fosse comuni di Tarhuna e tra loro non c'è il fratello di Hakim.
di Elena Cimmino*
Il Dubbio, 26 marzo 2021
Attendiamo l'esito della Consulta che è stata nuovamente invocata per dirimere il "problema strutturale" che l'Italia da 30 anni circa presenta nel suo ordinamento giuridico, vale a dire, la compatibilità tra l'ergastolo ostativo e l'art. 27 della Costituzione che prevede il divieto di pene disumane e la finalità rieducativa della pena.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 26 marzo 2021
Ha creato il "pentitificio" e il regime di tortura del 41bis. Sarà prima di Pasqua o sarà dopo Pasqua, ma una cosa è certa. Che l'ergastolo ostativo, quello del "fine pena mai" debba essere dichiarato incostituzionale. E che i tempi sono ormai maturi perché si spazzi via l'intera legge voluta nel 1992 dal governo Andreotti dopo l'uccisione di Giovanni Falcone, quella destinata a creare il "pentitificio" e anche il regime di tortura del 41bis. Quella normativa che il giudice assassinato, contrariamente a quanto affermano oggi i magistrati "antimafia", non avrebbe mai voluto.
di Stefania Limiti
Il Fatto Quotidiano, 26 marzo 2021
Non vorrei essere un magistrato di sorveglianza chiamato a valutare la concessione dei benefici penitenziari ad un detenuto condannato all'ergastolo per reati di mafia. Nessuno di noi vorrebbe, perché quel magistrato potrebbe trovarsi nella condizione di essere minacciato, di subire interferenze odiose. Eppure è quel che potrebbe accadere se la Consulta deciderà di assecondare l'Avvocatura generale dello Stato in merito alla decisione di cancellare il cosiddetto "ergastolo ostativo", cioè quello che impedisce ad un mafioso in carcere di venirne fuori solo se decide di pentirsi e collaborare con lo Stato, provando la rottura del patto mafioso con la rete di criminalità di cui era parte.
di Marco Billeci
fanpage.it, 26 marzo 2021
Nei giorni scorsi erano filtrate sulla stampa indiscrezioni sulla possibile scelta del governo di sospendere le somministrazioni di vaccini all'interno delle carceri. Un'ipotesi poi smentita dal commissario per l'emergenza Covid Figliuolo. Ma qual è la situazione dei contagi e dei piani di vaccinazione negli istituti penitenziari? Ne abbiamo parlato con il Garante Nazionale dei Detenuti, Mauro Palma.
di Elena Seishin Viviani*
Il Dubbio, 26 marzo 2021
Quante volte risuonano nella nostra mente le parole che compongono l'articolo 27 della nostra Costituzione: "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato"? Sono parole che non possono lasciarci indifferenti in nessuna occasione, ancora di più in questo periodo di pandemia.
Il vuoto, la solitudine della popolazione carceraria è oggi più che mai opprimente. La "sete" dei carcerati non è solo quella di avere il vaccino contro il Covid, ma è quella di trovare chi è capace di ascoltarli, di raccogliere la loro storia e di confessarsi, di mettere a nudo la propria vita. È la mia personale esperienza vissuta per due anni presso il carcere di Saluzzo; venni chiamata dalla direzione del carcere perché si pensava che con la meditazione buddhista si potesse far fronte alla depressione, all'asocialità e alle tendenze suicide che molti ospiti di quella struttura andavano manifestando. Ciò non rispondeva al vero perché quelle persone avevano un disperato bisogno di sentirsi uomo, rispettato per la sua umanità e per questo ascoltato e accolto. Certo, in più occasioni, ci siamo seduti in silenzio meditando.
Ma non era la meditazione in sé stessa; era il bisogno di trovare un luogo, un momento dedicato al silenzio rispetto al sordo rumore che spesso risuona nel carcere. Recenti rapporti - non ultimo quello di Antigone- hanno messo in luce come in Italia vi sia un'assenza di cappellani nelle carceri di confessioni diverse dalla cattolica. È un fatto importante considerando come la nostra società si sta sempre più arricchendo di differenti vissuti religiosi.
Dario Doshin Girolami, abate del tempio Zenmon Ji di Roma da oltre vent'anni opera all'interno del carcere di Rebibbia ed è impegnato in prima persona nella creazione di una rete di "cappellani buddhisti" a livello europeo perché vi possa essere un fattivo scambio di esperienze e la generazione di "pratiche virtuose" all'interno dei luoghi di sofferenza.
Egli ci ricorda come: "l'unica risposta possibile all'insensatezza della realtà nella quale viviamo è la compassione, volerci bene, sostenerci, senza distogliere lo sguardo dalla sofferenza di tutti gli esseri viventi.... il carcere è un buco nero che nessuno vede, la società lo rimuove, ma lì ci sono umani sofferenti; troppo facile condannarli; che vita han fatto per finire li?". È quanto mi sono sempre chiesta lasciandomi alle spalle il carcere di Saluzzo confrontandomi con le vite di volta in volta incontrate.
Unione Buddhista Italiana crede fortemente nell'importanza di essere presenti nelle carceri come negli ospedali: dal prossimo mese di aprile UBI avvierà un programma di formazione specifico rivolto agli Assistenti Spirituali, una delle figure - con i cappellani- espressamente prevista nell'Intesa sottoscritta con lo Stato italiano.
È bene che chi andrà a condurre il proprio ministero all'interno delle carceri abbia alle spalle una preparazione solida per la conduzione di gruppi per persone detenute sulla base del programma Cultivating Emotional Balance (Ceb), ossia le sette emozioni universali quali rabbia, paura, tristezza, sorpresa, disgusto, disprezzo e gioia e i quattro equilibri emotivi.
Come Ubi crediamo tantissimo in questo progetto. Ci crediamo ancora di più alla luce della tragedia legata alla pandemia che stiamo ancora oggi vivendo. Dobbiamo prenderci cura l'uno e dell'altro considerato come questo periodo ha reso tutti più fragili. È un impegno ancora più forte verso le persone che vivono la comunità carceraria.
Ci auguriamo che la Ministra Marta Cartabia- la quale non ha mancato in passato di avere una particolare sensibilità verso il mondo carcerario - possa favorire al meglio la presenza di cappellani di diverse religioni all'interno dei penitenziari. È anche questo un passo per una compiuta attuazione dell'articolo 27 della Costituzione.
*Vicepresidente Unione Buddhista Italiana











