di Jessica Masucci
L'Espresso, 26 marzo 2021
Da vent'anni non investiamo una quota adeguata del budget sul disagio psichico. E ora servono più psicologi nelle scuole e nelle Asl. Se si cercano le parole "salute mentale" nelle 168 pagine del Piano nazionale di ripresa e resilienza del 12 gennaio scorso, il Recovery plan italiano, non si ottiene alcun risultato. Eppure attivisti globali e locali, familiari dei pazienti, psichiatri, psicologi, tutti coloro che a vario titolo si occupano di questo tema sono d'accordo: investire nel benessere mentale dei cittadini è necessario per la ripresa sociale ed economica delle comunità, soprattutto dopo la pandemia di Covid-19. E conviene, perché fa risparmiare.
La questione nel dibattito internazionale è stata posta già a fine gennaio 2020, quando l'organizzazione United for global mental health ha lanciato la campagna #Timetoinvest durante il World economic forum di Davos, per sensibilizzare i leader mondiali sul tema.
L'Italia da oltre vent'anni non investe una quota adeguata del suo budget sanitario per la salute mentale. Nel 2001 i presidenti delle Regioni si sono impegnati a destinare almeno il 5 per cento dei fondi sanitari regionali alla sua tutela. Da allora quell'obiettivo non è mai stato raggiunto: la media nazionale è inchiodata ancora oggi a poco più del 3,5 per cento.
"Francia, Germania, Regno Unito stanziano almeno il 10 per cento e in alcuni casi vanno oltre", sottolinea Fabrizio Starace, presidente della Società italiana di epidemiologia psichiatrica, che nel 2020 ha fatto parte della task force di Vittorio Colao per l'emergenza coronavirus. In quella sede aveva proposto un incremento del budget di almeno il 35 per cento, pari a circa un miliardo e mezzo di euro. Con il Recovery fund in arrivo dall'Unione europea, si potrà fare di più per un settore della sanità pubblica cronicamente sotto finanziato? "Sarebbe veramente ingenuo attendersi che una iniezione di denaro in un sistema che non funziona possa risolverne i problemi", ammonisce lo psichiatra, ricordando che bisogna verificare cosa funziona e cosa va cambiato in ogni Regione e aggiornare il Piano di azioni nazionale per la salute mentale, redatto nel 2013.
L'arrivo, sette anni dopo, della pandemia ha reso evidenti le contraddizioni presenti nel sistema. Valerio Canzian, presidente di Urasam, il coordinamento delle associazioni di familiari di pazienti psichiatrici in Lombardia, racconta come negli ultimi mesi sia stata ancor più complicata la vita di queste famiglie. Nei periodi di massima criticità sono mancate le visite a domicilio, i centri diurni sono stati parzialmente o del tutto chiusi, era difficile per un parente visitare chi si trovava in una comunità ed è aumentato l'uso dei farmaci. L'esigenza principale, secondo chi vive su questo fronte della trincea della salute mentale, è assumere più infermieri, più psichiatri, più educatori, più psicologi e soprattutto passare "da una cura di attesa - spiega Canzian - a una cura di iniziativa", con i medici che, invece di aspettare che i pazienti psichiatrici vadano in ospedale, li raggiungano dove vivono. Ma per inviare medici e infermieri a casa di chi ha bisogno, non serve solo più personale, servono gli adeguati mezzi di trasporto per i Dsm, Dipartimenti di salute mentale.
Il rinnovo del parco auto fa parte della lista di priorità per gli investimenti nel settore, anche in vista dell'arrivo degli aiuti europei, stilata dal presidente della Società italiana di psichiatria (Sip), Massimo Di Giannantonio. Oltre ai mezzi per i Dsm, l'elenco include i sistemi informatici e di telemedicina per mantenere il contatto con il paziente anche quando non è possibile visitarlo in presenza e l'edilizia sanitaria. La Sip ha inoltre stimato che servirebbe assumere 800 professionisti della salute mentale - non solo medici - perché i Dsm garantiscano ai cittadini almeno i livelli essenziali di assistenza previsti. Nel complesso, secondo Di Giannantonio, servono 2 miliardi e mezzo di euro per rimettere in moto la psichiatria italiana. "Il mancato finanziamento corretto della salute mentale - aggiunge - porta a un aumento dei casi clinici, un peggioramento del loro decorso e un aumento dei costi che se fossero affrontati a tempo debito avrebbero un esito assolutamente migliore". Non finanziare significa anche non diagnosticare in tempo: sono circa 837mila i pazienti dei Dsm (secondo i dati dell'ultimo rapporto del ministero della Salute, riferiti al 2018), ma ci sarebbero altre 300mila persone con disturbi psichiatrici gravi non ancora intercettate dal sistema. E tutti questi numeri riguardano solo una parte degli italiani che presentano un disagio mentale.
Uno dei problemi con i quali ci si confronta quando si parla di questo tema è infatti quello dei dati. Quelli disponibili, certificati dai rapporti annuali del ministero della Salute, fanno riferimento, appunto, all'assistenza psichiatrica. A questo calcolo sfugge tutta la fascia di popolazione che soffre di un malessere psicologico che può essere affrontato con delle sedute di psicoterapia private, possibili solo per chi se le può permettere economicamente.
Proprio nel 2021 è difficile pensare che la ripresa anche economica di un paese possa prescindere dall'aiutare le persone a stare meglio. "Vedersi è la cosa che è mancata di più, soprattutto per coloro che già hanno pochi momenti di contatto con altre persone", racconta Cristina Ardigò, presidente dell'associazione milanese di pazienti psichiatrici e loro familiari Aiutiamoli. Quest'ultimo anno in tanti li hanno cercati anche via Facebook per chiedere aiuto, persone che prima non avevano mai avuto contatti con loro.
Secondo un'indagine condotta dall'Istituto Piepoli per il Consiglio nazionale dell'ordine degli psicologi (Cnop), lo "stressometro" degli italiani lo scorso 8 marzo ha segnalato che solo il 16 per cento dei cittadini si sente poco stressato, gli altri avvertono livelli di stress medi (46 per cento) oppure alti (38 per cento). "Occorre un uso pubblico della psicologia oltre a quello privato", rimarca David Lazzari, presidente del Cnop. Il rappresentante degli psicologi è stato ascoltato il 27 gennaio scorso in audizione dalla commissione Affari sociali della Camera dei deputati sul Pnrr, dove ha proposto dei voucher per consentire a chi non può permetterselo un certo numero di sedute di psicoterapia privata. Ma ci sarebbe, a suo dire, soprattutto bisogno di intervenire su sanità, scuola, lavoro, welfare.
Stiamo parlando di assunzioni di psicologi nelle Asl, che da 5.000 dovrebbero arrivare a essere almeno 15.000; più psicologi nelle scuole, dove ne servirebbero circa 2.000 in più e quelli che ci sono dovrebbero poter fare più ore; di istituire presidi psicologici nei centri per l'impiego e punti di consulenza a livello provinciale per le piccole e medie imprese. "Se si aiutano le persone in tempo, si impedisce che lo stress degeneri e si trasformi, con ulteriori costi a carico del Sistema sanitario nazionale", spiega Lazzari, il quale aggiunge che "mediamente ogni euro speso per interventi psicologici ne produce due di risparmio". Ma il guadagno nell'investire sul benessere delle persone non è solo quello economico. La risposta del rappresentante delle associazioni di familiari, Valerio Canzian, è senza esitazioni: investire in salute mentale consente di "prendere la sofferenza là dove nasce".
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 26 marzo 2021
L'attivista denuncia "torture" e "privazioni del sonno", ma il servizio penitenziario federale smentisce. L'avvocato: "Ha forte dolore alla schiena e alla gamba destra". La moglie Julija: "Liberatelo e lasciate che lo curino medici di cui si fida". Il Fondo anti-corruzione raccoglie adesioni per una nuova manifestazione.
La "vita e la salute" dell'oppositore russo Aleksej Navalnyj in carcere è in pericolo, dichiarano i suoi collaboratori in una denuncia indirizzata all'amministrazione penitenziaria e all'ufficio del procuratore generale diffusa oggi online. L'attivista ha spiegato di essere svegliato "otto volte a notte" dai suoi carcerieri. "Mi privano del sonno, è un uso de facto della privazione del sonno come tortura", ha scritto Navalnyj, chiedendo di "ricevere cure".
"Per me il suo stato di salute è ovviamente estremamente problematico", ha detto alla tv indipendente Dozhd la sua avvocata Olga Mikhailova che solo ieri è riuscita a incontrare Navalnyj in carcere. L'oppositore soffrirebbe di "forti dolori" alla schiena e alla gamba destra e mercoledì sera sarebbe stato sottoposto a una risonanza magnetica presso un "ospedale pubblico" senza però ricevere una diagnosi. Un neurologo gli avrebbe prescritto il solo ibuprofene, un comune anti infiammatorio.
Il Servizio penitenziario federale (Fsin) della regione di Vladimir, vicino a Mosca, dove è imprigionato Navalnyj, ha smentito problemi di salute assicurando che sono state effettuate le visite mediche e che le condizioni di Navalnyj sono state "considerate stabili e soddisfacenti". "Non seguiamo il caso, il monitoraggio della salute dei prigionieri è di competenza delle autorità penitenziarie", ha dichiarato il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov.
Il quarantaquattrenne è sopravvissuto all'avvelenamento da Novichok. Finito in coma e trasferito in Germania, dopo cinque mesi di convalescenza, lo scorso gennaio era rientrato a Mosca, ma era stato arrestato non appena atterrato. Condannato in febbraio a due anni e mezzo di carcere per un caso di frode risalente al 2014 giudicato "motivato politicamente" dalla Corte europea per i diritti umani, è detenuto dall'inizio di marzo nella colonia penale Pokrovskaya Ik-2, a 100 chilometri dalla capitale russa. Da allora Navalnyj ha pubblicato solo due messaggi su Instagram.
"Chiedo l'immediato rilascio di mio marito, Aleksej Navalnyj, e che gli venga data l'opportunità di essere curato da medici di cui si fida", ha scritto su Instagram la moglie dell'oppositore russo, Julija Navalnaja. "Putin lo ha spinto illegalmente in prigione. Lo ha spinto perché ha paura della competizione politica e vuole sedere sul trono per il resto della sua vita. Quello che sta accadendo sotto i nostri occhi è una vendetta personale e una rappresaglia contro una persona. Deve essere fermata immediatamente".
Per chiederne il rilascio il Fondo anti-corruzione ha creato il sito free.navalnyj.com dove sta raccogliendo le adesioni per una nuova manifestazione. Raggiunta quota 500mila adesioni, verranno resi noto il luogo e la data dell'evento.
di Carlo Tecce
L'Espresso, 26 marzo 2021
Avviata una trattativa da Fincantieri per il "supporto logistico", pezzi di ricambio e di riserva per le due Fremm già vendute al regime di Al Sisi. E il generale vuole esercitare l'opzione, come previsto dal contratto per un'altra coppia di fregate. Per l'Italia, nonostante Regeni e Zaki, il Cairo è un cliente e un alleato necessario.
Si può dire che l'Italia abbia deciso, senza dirlo agli italiani, di armare ancora il regime egiziano di Abdel Fattah al Sisi. Il generale ha ottenuto le due fregate di classe Fremm a lungo bramate, una l'ha ricevuta lo scorso dicembre, l'altra è pronta a salpare dalle officine liguri e da buon cliente soddisfatto - questa è la novità - si prepara a ordinarne altre due, come previsto da una postilla inserita nel contratto firmato lo scorso anno e sottaciuta dal governo giallorosso di Giuseppe Conte. Nell'attesa, negozia con gli italiani il costo del "supporto logistico", pezzi di ricambio e di riserva, per la prima coppia di fregate. Al Sisi viene reputato un compratore facoltoso e un alleato necessario in quel lembo di Africa e soprattutto di Mediterraneo in cui si concentrano gli interessi e le debolezze di Roma. Lo si può dire perché lo dicono i fatti. Invece il baratto fra le commesse belliche e la verità su Giulio Regeni o la liberazione di Patrick Zaki - proditoriamente vaticinato dai partiti - non ha funzionato. Le fregate sono arrivate, la giustizia no.
Il capo di Fincantieri si chiama Giuseppe Bono. Chi gestisce un'azienda statale per quasi vent'anni non è soltanto un amministratore delegato. Bono non ha pensato mai di portare la pace con le bombe. Fincantieri fabbrica navi civili e militari. Così retribuisce i suoi operai. Un paio di anni fa l'Egitto si è fiondato sul mercato per rinforzare la sua flotta. Voleva delle fregate, le voleva subito. Con una manovra azzardata, e la copertura politica del governo giallorosso, Bono propose al Cairo le fregate assegnate alla Marina italiana, già bardate col tricolore, le due intitolate ai palombari Emilio Bianchi e Spartaco Schergat, medaglie d'oro al valore militare. La "Bianchi" e la "Schergat" erano gli ultimi esemplari prodotti dal consorzio italiano Orizzonte sistemi navali, controllato da Fincantieri col 51 per cento e partecipato da Leonardo (ex Finmeccanica). Bono ha scatenato una rivolta ai massimi livelli dello Stato maggiore della Marina italiana e l'imbarazzo dei ministri e dei partiti inchiodati alle proprie responsabilità.
E sebbene la legge 185 del '90 impedisca di cedere materiale bellico ai Paesi che non rispettano i diritti umani, che sono invischiati in un conflitto o che aggirano embarghi internazionali, la Orizzonte sistemi navali è riuscita a sottoscrivere con l'Egitto un accordo per due fregate più due da "opzionare".
Le leggi si interpretano, non si applicano, se prevale una determinata ragione di Stato. Questo dimostra che la commessa realizzata lo scorso anno non era un rapporto occasionale, ma un sodalizio più profondo fra il Cairo e Roma. Tant'è che qualche settimana fa, non più tardi di due mesi dalla denuncia contro il governo italiano della famiglia Regeni proprio per le presunte violazioni della legge 185 del '90, il consorzio ha presentato l'ennesima richiesta all'Autorità nazionale (Uama) che fornisce le licenze per le esportazioni di armamenti. Stavolta Orizzonte sistemi navali ha notificato l'apertura di una trattativa per il "supporto logistico" agli egiziani per le due fregate.
Un contratto naturale per un acquirente di Fremm, però non esattamente scontato, comunque necessario per consentire ai fornitori di Orizzonte sistemi navali e pure al socio Leonardo di guadagnarci dall'operazione con Al Sisi. Bono ha lavorato per sé, per allungare il programma Fremm, che era vincolato alla Marina italiana e di fatto in scadenza nel 2021, dunque il prezzo per il Cairo era un prezzo di favore, scarsi 1,2 miliardi di euro tutto incluso. Come ha svelato l'Espresso, c'era anche l'intoppo da 140 milioni di euro per la conversione tecnica delle fregate, cioè le spese sostenute per smontare l'apparecchiatura destinata a un membro Nato come l'Italia e montare quella ordinata da un regime estraneo al patto Atlantico come l'Egitto.
Fincantieri ha avviato un mese fa il complesso percorso per costruire le due fregate alla Marina italiana. Ci si impiega dai quattro ai cinque anni. Per sedare le proteste dei militari, che addirittura si erano appellati con lettere ufficiali al ministero della Difesa, si era pronosticato il varo nel 2024. Già oggi si può posticipare l'evento al 2025. Al Sisi non deve temere di restare in coda, può annunciare l'opzione per le altre due fregate. Fincantieri garantisce la stessa data degli italiani, il 2025, anche per gli egiziani.
Lo Stato maggiore della Marina italiana ha più volte esposto i danni patiti per l'addio alla Schergat e alla Bianchi: mezzi obsoleti, denaro già investito, perdita di prestigio, "ricadute sulla capacità dello strumento aeronavale di adempiere ai compiti istituzionali in campo nazionale e internazionale". Niente ha evitato o rallentato l'intesa con l'Egitto. Non era possibile, nonostante i proclami delle istituzioni persino dinanzi alla commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Giulio Regeni. Per l'Italia è un'intesa preziosa. Irrinunciabile. Quanto inconfessabile. Si fa, non si dice. Ora lo dicono i fatti. Quantomeno, loro, non sono ipocriti.
di Roberto Prinzi
Il Manifesto, 26 marzo 2021
La visita dei ministri degli esteri di Italia, Francia e Germania, nel mirino la ricostruzione del paese e la lotta all'immigrazione. Nessun accenno all'uccisione del comandante delle Forze speciali al-Saiqa al-Werfalli, ricercato dall'Aia. Se l'Unione Europea voleva mandare un messaggio di vicinanza al nuovo Governo di unità nazionale (Gun) libico di Dabaiba e contrastare l'influenza di attori regionali (Turchia e Russia in primis), la missione di ieri dei ministri degli Esteri di Francia, Germania e Italia non poteva avere un significato più chiaro.
Nel vertice sono stati toccati molti temi: dalla lotta alle migrazioni illegali, ai progetti delle imprese europee nella ricostruzione del Paese, alla missione Irini per monitorare il cessate il fuoco e al sostegno di Bruxelles per l'organizzazione delle elezioni libiche entro il 24 dicembre. Il primo risultato tangibile è stato l'annuncio delle riaperture delle ambasciate in Libia di Francia e Germania fatto da Najla el-Mangoush, la prima donna a guidare il dicastero degli Esteri libico.
Baldanzoso era ieri soprattutto Luigi Di Maio, il primo ministro europeo a essere ricevuto (domenica) a Tripoli da esponenti del Gun e al suo settimo viaggio nel Paese nordafricano in meno di due anni. "La nostra presenza - ha detto il titolare della Farnesina - testimonia l'unità d'intenti dei Paesi europei più impegnati per la stabilizzazione della Libia. L'Europa continuerà a restare al fianco del popolo libico e a sostenerlo nel suo cammino verso la pace". La "vicinanza" di cui parla di Di Maio è però soprattutto per gli interessi economici italiani come apparso evidente domenica quando il ministro, insieme all'ad di Eni Descalzi (Eni che proprio ieri ha patteggiato per induzione indebita in Congo nell'indagine nata dall'esposto di Re:Common - ha incontrato il premier Debaiba.
Di Maio ha poi lodato le autorità libiche per la loro "lotta ai trafficanti di esseri umani e per il presidio delle frontiere marittime" aggiungendo, non senza ipocrisia, di attendersi "che venga compiuto il massimo sforzo per garantire il rispetto dei diritti umani fondamentali". Come se non fosse già noto chi gestisce i lager in cui sono rinchiusi i migranti e quale sia la biografia degli appartenenti della cosiddetta Guardia costiera libica. Di Maio ha inoltre rimarcato come l'operazione Irini a guida italiana fornisca un "contributo efficace all'attuazione dell'embargo sulle armi". Parole che stridono con la realtà perché gli armamenti continuano ad arrivare a Tripoli e a Bengasi dai rispettivi sponsor regionali.
Senza dimenticare poi la questione dei mercenari stranieri per cui ieri il Governo di unità nazionale libico ha chiesto con forza che lascino il Paese "immediatamente". Un tema toccato anche dal ministro degli Esteri tedesco Maas mentre il suo omologo francese Le Drian ha sottolineato il "messaggio di sostegno" lanciato dagli europei alle nuove autorità locali. La Francia è quanto mai attiva in queste settimane sul dossier libico come testimonia tre giorni fa la visita del neo capo del Consiglio presidenziale libico Menfi da Macron.
Incassato il sostegno dell'Eliseo, Menfi è volato ieri in Egitto alla corte del "Faraone" al-Sisi. Una visita significativa (la sua prima in un Paese arabo) che ribadisce la centralità che gli egiziani vogliono avere nelle vicende dello Stato "fratello". Tra sorrisi e strette di mano tra Tripoli e il Cairo, nessun accenno è stato fatto all'uccisione l'altro ieri a Bengasi del comandante delle Forze speciali al-Saiqa, il salafita al-Werfalli. Un assassinio su cui restano molte ombre: solo pochi giorni fa la città cirenaica era stata teatro di un'esecuzione di massa di 11 persone. I corpi erano stati ritrovati dietro a un cementificio e presentavano colpi di pistola alla testa. Una modalità che ha ricordato le esecuzioni proprio di Saiqa. Werfalli era ricercato dalla Corte penale internazionale (Cpi) per presunti crimini di guerra, perpetrati in particolare durante il conflitto con le milizie islamiste di Bengasi. A più riprese la procuratrice della Cpi Bensouda ha sottolineato come il comandante libico fosse ancora libero contrariamente a quanto affermavano le autorità militari cirenaiche.
Corriere della Sera, 26 marzo 2021
La richiesta a Baku: rispettate la convenzione di Ginevra dopo il cessate il fuoco. Pubblichiamo l'appello al governo dell'Azerbaigian per il rilascio dei prigionieri di guerra cui hanno aderito tra gli altri Dacia Maraini, Antonia Arslan, Laura Efrikian, Carlo Verdone e Giovanni Donfrancesco. Per aderire
È estremamente allarmante che, nonostante la Dichiarazione tripartita di cessate il fuoco firmata dai leader di Armenia, Azerbaigian e Russia il 9 novembre 2020, centinaia di prigionieri di guerra armeni e civili, tra cui anche donne, restino prigionieri e non siano ancora stati rilasciati dall'Azerbaigian. Molti di loro sono stati catturati dopo la fine delle ostilità.
Ci appelliamo all'Azerbaigian perché restituisca immediatamente e incondizionatamente tutti i prigionieri di guerra e tutte le altre persone catturate alle loro famiglie in conformità con le Convenzioni di Ginevra e con la Dichiarazione tripartita. Tutti gli ostacoli per il rilascio dei prigionieri di guerra armeni politicizzano il processo di ripresa umanitaria postbellica. La diffusione sui social media dei video che dimostrano il trattamento degradante e disumano nei confronti dei prigionieri di guerra armeni è profondamente preoccupante.
Inoltre, il trattamento disumano dei prigionieri di guerra e di altre persone catturate costituisce una flagrante violazione dei principi del Diritto Internazionale. Crediamo fermamente che il rilascio immediato di tutte le persone catturate sia una questione puramente umanitaria e non debba essere soggetto ad alcuna manipolazione e politicizzazione. Pertanto, sollecitiamo l'Azerbaigian ad astenersi dall'utilizzo di questa questione per scopi politici e a permettere a tutti i prigionieri di riabbracciare i loro cari al più presto possibile. Il rilascio immediato di tutte le persone catturate contribuirebbe a rafforzare la fiducia tra i due paesi, essenziale per la stabilità della regione e nell'auspicio di una pace duratura.
La Stampa, 26 marzo 2021
Un uomo di 37 anni è il quarto aborigeno a morire in stato di detenzione in meno di tre settimane in Australia, durante un inseguimento della polizia nella cittadina mineraria di Broken Hill, 1.150 km nell'entroterra di Sydney. Secondo un rapporto della polizia, l'uomo della nazione Brakindji, Anzac Sullivan, è morto dopo "un episodio medico" il 18 marzo e gli agenti hanno tentato invano di rianimarlo. Lo riferisce il quotidiano The Australian. La morte di quattro persone aborigene in custodia della polizia o in prigione in un periodo di 16 giorni causa allarme in coincidenza con il 30/o anniversario della Commissione nazionale d'inchiesta sulle morti di aborigeni "in custodia".
Il 2 marzo è morto un uomo di circa 30 anni nell'ospedale di un carcere di Sydney, il 5 marzo una donna in una cella di un altro carcere di Sydney, e due giorni dopo un uomo in carcere presso Melbourne. E la morte di Anzac Sullivan durante un inseguimento della polizia, secondo la legge è considerata "morte in custodia" anche se in quel momento non era in stato di arresto.
"La morte di quattro persone nello spazio di poco più di due settimane è un forte segnale d'allarme, che qualcosa è seriamente sbagliato con i sistemi di polizia e carcerari in Australia", ha detto l'avvocata Sarah Cresslin del Servizio legale aborigeno di Sydney, che rappresenta la famiglia di Sullivan. "Chiediamo che la morte di Anzac Sullivan sia investigata urgentemente da un ente indipendente, che l'indagine sia trasparente e responsabile verso la sua famiglia e verso la comunità aborigena di Broken Hill".
L'eccessiva presenza di aborigeni in custodia della polizia e in detenzione significa che le persone aborigene hanno una probabilità di morire in carcere o in stato di arresto in assai più alta del resto della popolazione. Nel 1991 la commissione nazionale d'inchiesta ha investigato le morti di aborigeni in custodia in un periodo di 10 anni e ha dato 339 raccomandazioni, di cui solo due terzi sono state pienamente implementate.
di Angela Stella
Il Riformista, 25 marzo 2021
Doveva arrivare oggi la decisione della Corte Costituzionale in merito all'ergastolo ostativo ma è slittata a dopo Pasqua. Ma è già polemica e anche molto aspra. A finire sotto attacco è stata la posizione assunta dall'Avvocatura dello Stato che, pur chiedendo di non dichiarare l'incostituzionalità della norma che vieta la liberazione condizionale per l'ergastolano ostativo che non può o non vuole collaborare, allo stesso tempo ha prospettato la possibilità di "far decantare ogni forma di automatismo", assicurando al giudice di sorveglianza la possibilità di "verificare le ragioni di quella mancata collaborazione che è condizione per ottenere il beneficio".
di Liana Miella
La Repubblica, 25 marzo 2021
È stato l'attuale presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia a porre alla Corte costituzionale la questione. Nel 2019, dalla stessa Corte, era arrivata l'apertura sui permessi premio. Salvatore Borsellino: "Colpo di grazia a Falcone e a mio fratello Paolo dopo averli uccisi".
La Consulta deciderà dopo Pasqua sull'ergastolo "ostativo". Un tema che riapre ferite e riaccende l'antica polemica: tra chi sostiene che debba restare così com'è per non favorire in alcun modo i mafiosi e chi, all'opposto, vuole lasciare al giudice di sorveglianza un margine di giudizio, e quindi di libertà, nell'accogliere un'eventuale richiesta del condannato.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 marzo 2021
L'ergastolo ostativo venne adottato sull'onda delle emozioni e dell'allarme sociale suscitato dalla morte di Giovanni Falcone. Alcuni magistrati antimafia sono ancora rimasti fermi ai primi anni 90. Eppure, lo stragismo della mafia corleonese è stato sconfitto quasi 30 anni fa con il sacrificio dei giudici trucidati dal tritolo e di tutti quei carabinieri e poliziotti uccisi perché davano la caccia ai boss corleonesi e messo mano ai loro affari miliardari.
di Paola Severino
La Repubblica, 25 marzo 2021
La richiesta di revisione dell'ergastolo ostativo formulata dall'Avvocatura dello Stato alla Corte Costituzionale può essere meglio compresa e valutata solo se si chiariscono almeno 4 punti: quali sono i presupposti dell'ergastolo ostativo; quale è il quesito sottoposto al Giudice delle leggi; quali sono le ragioni portate da chi sostiene il permanere del regime cui si ispira questa misura antimafia; quali sono le ragioni addotte da chi ne propone la modifica.











