di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 marzo 2021
Il chiarimento dopo che si era diffuso l'allarme per lo stop delle dosi ai detenuti. Proprio nel giorno in cui i Garanti regionali denunciano la lentezza nelle vaccinazioni, da fonti interne si era appreso che Francesco Paolo Figliuolo, il Commissario straordinario per l'emergenza Covid-19, avrebbe stoppato la campagna nelle carceri e avrebbe chiesto che vengano autorizzati i vaccini solo in presenza di focolai. In serata da fonti del Commissariato straordinario è stato fatto trapelare che "a chiarimento di erronee interpretazioni si precisa che l'attuale piano di vaccinazione contempla e prevede la vaccinazione della popolazione, la quale rientra nelle categorie prioritarie previste dal ministero della Salute".
di Gian Carlo Caselli
Il Fatto Quotidiano, 24 marzo 2021
Il mondo è cambiato, ma la mafia non ha fatto che adattarsi; essa è oggi quella che è sempre stata fin dalla sua origine: una società segreta cementata dal giuramento che insegue il potere e il denaro coltivando l'arte di uccidere e di farla franca".
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 24 marzo 2021
Oggi la Corte Costituzionale deciderà sull'ergastolo ostativo. Cioè stabilirà se sia o no costituzionale l'articolo 4bis dell'ordinamento penitenziario che impedisce ad alcuni detenuti di uscire dal carcere, anche dopo aver scontato 26 anni, e di ottenere i benefici carcerari se non si pentono e non collaborano con la magistratura.
di F.A.
quotidianosanita.it, 24 marzo 2021
L'iniziativa promossa dalla Smspe e sostenuta da Healthcare prevede di eseguire test rapidi congiunti come screening Hiv-Covid-19, seguiti da test di conferma molecolari/genetici in caso di positività degli stessi, oltre ad incontri, anche in remoto tramite webinar, di educazione sanitaria sulla patologia da coronavirus e sulla malattia da HIV sia con la popolazione detenuta che con il personale sanitario e l'amministrazione penitenziaria.
Ci sono tante sfaccettature che, giorno dopo giorno, impariamo a conoscere nella lunga maratona della pandemia Covid-19. Esistono esigenze specifiche per le diverse popolazioni, con manifestazioni di patologia che variano, aspetti sintomatologici sempre diversi, studi sui meccanismi fisiopatologici che offrono evidenze nuove, da integrare con le conoscenze acquisite.
Poi esiste una dinamica di "setting", ovvero di realtà in cui occorre affrontare la pandemia attraverso modelli di formazione e informazione mirati, per poter rispondere alle necessità di una determinata popolazione. Gli Istituti Penitenziari rappresentano un "mondo" in questo senso.
"Le misure di contenimento applicate hanno permesso di superare la Fase 1 della pandemia - spiega Luciano Lucania, Presidente della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria (SIMSPe). Ma durante il lockdown sono state sospese le consulenze specialistiche, anche infettivologiche e le attività di screening sulle malattie a trasmissione ematica (HIV, HCV, HBV) che, come è noto, sono presenti nella popolazione detenuta in percentuali maggiori rispetto alla popolazione generale. E la seconda ondata sta proponendo problematiche nuove, diverse ma estremamente impattanti".
C'è bisogno insomma di sviluppare strategie specifiche per la popolazione carceraria, sia per i detenuti che per gli operatori. "Come SIMSPe abbiamo chiesto di attivare le vaccinazioni per Covid-19 e puntiamo sul progetto E.D.I.SON. (frEe coviD hIv priSON), sostenuto da ViiV Healthcare, come pilota per ampliare poi il modello formativo sul territorio nazionale - sottolinea Lucania".
L'iniziativa prevede di eseguire test rapidi congiunti come screening HIV-COVID 19, seguiti da test di conferma molecolari/genetici in caso di positività degli stessi, oltre ad incontri, anche in remoto tramite webinar, di educazione sanitaria sulla patologia da coronavirus e sulla malattia da HIV sia con la popolazione detenuta che con il personale sanitario e l'amministrazione penitenziaria. E.D.I.SON, in questa fase pilota che andrà avanti per 12 mesi, si baserà su diversi strumenti di connessione e di interazione, per favorire lo scambio di informazioni ed esperienze, e coinvolgerà inizialmente alcuni Istituti di Lazio, Abruzzo e Molise.
Un impegno che dura nel tempo - L'impegno di SIMSPe nel promuovere progettualità di questo tipo non inizia però solo ora ma fa parte di un percorso di attenzione e formazione nei confronti delle persone in carcere portato avanti con il sostegno non condizionato di ViiV Healthcare.
Basti ricordare in questo senso "Free to live well with HIV in Prison", una partnership tra SIMSPe, NPS Italia Onlus e Università Ca' Foscari Venezia, mirata a prevenire il contagio e migliorare la gestione delle persone con HIV in un ambiente complesso com'è quello del carcere, grazie all'informazione sui rischi e all'offerta di test e assistenza. Serena Dell'Isola dell'Unità di Medicina Protetta-Malattie Infettive dell'Ospedale Belcolle di Viterbo e coordinatrice del progetto, racconta quali sono stati gli obiettivi di un'iniziativa unica ed innovativa, perché basata sull'educazione tra pari ma soprattutto perché ha introdotto per la prima volta in Italia i test rapidi per HIV negli istituti penitenziari.
"Il progetto è volto ad implementare le conoscenze dei detenuti, per consentire loro di compiere scelte responsabili e consapevoli riguardo alla propria salute già durante la detenzione, promuovendone il benessere fisico soprattutto nell'ottica del loro ritorno in società oltre ad offrire al personale sanitario, agli agenti di polizia penitenziaria, agli educatori e ai volontari presenti in carcere la possibilità di sviluppare esperienze e competenze per un'adeguata gestione in sicurezza del loro lavoro quotidiano - spiega Dell'Isola. In forma non tradizionale siamo riusciti ad offrire adeguate informazioni sui comportamenti a rischio nell'ambito di una convivenza forzata anche su temi ancora oggi molto difficili da trattare, perché permeati da stigma, come l'HIV, grazie all'alleanza tra società civile, comunità scientifica, attivisti nella lotta all'HIV e personale penitenziario".
Una visione al femminile - "Free to live well with HIV in Prison" è stato seguito da un progetto espressamente dedicato alla popolazione femminile. Si chiama ROSE-HIV ed è basato sulla realizzazione di un network nazionale di infettivologi che seguono le donne detenute con infezione da HIV. Nel primo anno del progetto sono stati raggiunti 17 istituti penitenziari, campione rappresentativo del 43% dell'intera popolazione carceraria femminile; è stato possibile osservare una prevalenza del 5% dell'infezione da HIV (circa il doppio di quella osservata negli uomini detenuti e quasi 30 volte la percentuale delle donne non detenute) con la presenza di coinfezione da HCV del 30%.
"Abbiamo raccolto dati che ci hanno aiutato a conoscere l'infezione da HIV in questo specifico setting per poter poi agire sulle criticità rilevate, come ad esempio il 10% di rifiuto della terapia antiretrovirale"- segnala Elena Rastrelli, medico infettivologo dell'Unità di Medicina Protetta-Malattie Infettive dell'Ospedale Belcolle di Viterbo, ideatrice della rete nazionale sulla salute delle donne detenute nell'ambito della Società di Medicina e Sanità Penitenziaria (RoSe, rete donne simspe) e coordinatrice responsabile del progetto RoSe-HIV. Dal primo progetto, che ha offerto risultati tanto significativi, è stata proseguita l'osservazione con il progetto ROSE-HIV 2 che, sebbene abbia subito delle forti limitazioni nella parte di formazione e comunicazione proattiva, ha potuto osservare l'evoluzione dell'infezione da HIV di pari passo a quella della terapia antiretrovirale, ed ha permesso un ampliamento del network dei centri partecipanti allo studio stesso".
L'importanza della responsabilità sociale del mondo Pharma - "A sostegno di questoprogetto all'interno degli Istituti penitenziari, c'è la disponibilitàdi un'azienda come ViiV Healthcare. "Occorre combattere lo stigma attraverso la formazione e l'informazione: da qui la nostra decisione di sostenere queste iniziative di SIMSPe a favore della popolazione carceraria, consci che in questi ambiti la prevenzione e il trattamento dell'HIV e di altre malattie infettive sono particolarmente difficili - afferma Maurizio Amato, Amministratore delegato di ViiV Healthcare. La nostra strategia, dalla ricerca fino all'impegno di responsabilità sociale, prevede che "nessuno resti indietro" e consideriamo fondamentale supportare attività che fanno realmente la differenza per le persone che vivono con HIV".
di Francesco Grignetti
La Stampa, 24 marzo 2021
Il capo dello Stato: "Soluzioni condivise per diritti comuni". Cartabia: "Leale cooperazione". Il nome, Eppo, nel tempo ci diventerà familiare, come per Ema, l'agenzia europea del farmaco. Eppo sta per procura europea. È. il primo passo di una magistratura della Ue, ovvero segna l'affacciarsi dell'Europa unita anche nel settore delle inchieste giudiziarie.
Non è un caso, allora, se per un parere del Csm ieri, che doveva deliberare il trasferimento di venti magistrati a Eppo, si siano mossi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la ministra Marta Cartabia per dare massimo risalto a questo passaggio che a suo modo sarà storico. "Uno spazio di comuni diritti impone la ricerca di pervenire a soluzioni condivise", rimarca il Capo dello Stato, sottolineando che quello europeo "è un percorso ancora in atto", senza perdere di vista la necessità di una riforma della giustizia italiana.
Mattarella, con l'occasione, encomia le capacità della ministra, sia per "gli adempimenti nell'ambito del Recovery plan sul settore della giustizia, sia per quanto riguarda le attese di necessari e importanti interventi riformatori oggetto di confronto in Parlamento". "A livello europeo - aggiunge il vicepresidente David Ermini - è un momento fondamentale nella cooperazione giudiziaria.
Non si pecca di enfasi nell'affermare che anche attraverso l'istituzione della Procura europea passa la costruzione di un'Europa finalmente libera da gelosie nazionali". Spetta alla ministra Marta Cartabia sintetizzare: "Il modello di pubblico ministero europeo venutosi a delineare nel corso della lunga gestazione si configura come Ufficio unico a struttura decentrata, organizzata in un livello centrale e un livello locale. Quest'ultimo è, appunto, affidato ai procuratori europei delegati, aventi sede negli Stati membri e tributari di uno "status speciale", una sorta di "doppio cappello"". Saranno 20 magistrati, dunque, che si divideranno l'Italia in nove macroregioni, incardinati in altrettanti uffici giudiziari, ma dipendenti da Bruxelles.
Avranno la competenza esclusiva di portare avanti indagini e poi eventualmente celebrare processi per ogni reato che colpisca gli "interessi finanziari" della Ue. Dice la Cartabia: "I procuratori delegati europei sono magistrati nazionali ad alta specializzazione, interpreti, nella dimensione interna, dell'esigenza di un dialogo diretto con le autorità nazionali, ma anche protagonisti della vocazione sovranazionale".
Sarà una novità assoluta, la procura europea. Che avrà subito il suo battesimo del fuoco con la vigilanza sul Recovery Plan. E si dovrà registrare in corsa la coabitazione con la magistratura ordinaria; a questo proposito sono già al lavoro presso la procura generale della Cassazione, come ha spiegato il procuratore generale Giovanni Salvi, per dirimere i prevedibili conflitti di potere. "La leale cooperazione - conclude Cartabia - sarà la condizione indispensabile per sciogliere tutti i nodi e tutti i possibili intrecci e le sovrapposizioni di competenze che inevitabilmente l'immissione della nuova struttura potrà determinare".
Tanti i problemi all'orizzonte. Uno su tutti: dato che spesso l'aggressione ai fondi europei è opera delle mafie, come si divideranno il lavoro i magistrati? Il consigliere Nino Di Matteo, che per anni è stato a Palermo, si è astenuto perché non sottovaluta i rischi.
"Dobbiamo evitare - ha osservato - che l'avvio delle attività della procura europea rappresenti in concreto nel nostro Paese un depotenziamento dell'altissimo livello di contrasto alle mafie finora assicurato dall'attribuzione in via esclusiva alle competenze delle direzioni distrettuali e della procura nazionale antimafia".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 marzo 2021
Il carcere può alimentare il circolo vizioso della sofferenza psichica? Può diventare una sorta di amplificatore dei disturbi mentali e dove non si è in grado di assistere i detenuti adeguatamente? Alcuni fatti possono darci qualche indizio. "Ho chiesto di poter andare in bagno a fumare, mi hanno dato un accendino. Sono controllato a vista da tre uomini della polizia penitenziaria. Mi siedo sul water e mi metto a fumare a torso nudo, i pantaloni tirati su. Vedo sul mio braccio destro la ferita del giorno prima, due punti di sutura che mi sono fatto pugnalandomi con una penna".
Così scrive Fabrizio Corona in una missiva indirizzata a Massimo Giletti, conduttore di Non è l'Arena. Dopo essersi provocato delle ferite in segno di protesta contro le decisioni del giudice di revocargli gli arresti domiciliari, Corona ha iniziato a mordersi la ferita provocandosi altro sanguinamento. Era piantonato e sorvegliato 24 ore su 24 nel reparto di psichiatria dell'Ospedale Niguarda, poi lunedì sera è stato riportato in carcere a Monza.
Il suo avvocato Ivano Chiesa ha chiesto al Tribunale di Sorveglianza, che gli ha revocato i domiciliari, la sospensiva dell'esecuzione e ha anche fatto ricorso in Cassazione sul provvedimento. Aggiungendo: "Vorrei parlare con la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, perché ho delle cose da dirle e non riguardano solo Fabrizio Corona, ma anche gli altri detenuti come lui. "Fabrizio può far male solo a se stesso. Non mangia da 12 giorni e non stava in piedi: erano 8 contro uno, come se lui fosse pericolosissimo".
A chi gli chiedeva se l'ex fotografo dei vip sia intenzionato a continuare lo sciopero della fame, l'avvocato Chiesa ha risposto: "Lo conosco, so come è fatto e so che è un uomo che non si piega. Va a morire. Perché ritiene di essere vittima di un'ingiustizia. L'ho supplicato di bere o mangiare almeno qualcosa perché ho bisogno che lui sia in forze". Il legale fa presente infine: "Non ho ancora visto il foglio di dimissioni, spero che ce lo daranno. Questo Tribunale di Sorveglianza lo ha rimesso in carcere senza nemmeno una perizia psichiatrica".
Il caso di Corona e il clamore mediatico che ne è conseguito fa emerge ancora una volta il problema della patologia psichiatrica e della possibilità di cura nei contesti carcerari. Su questo punto interviene Carlo Lino, Garante dei detenuti di Regione Lombardia. "Ricordo - commenta il garante regionale - che la salute e la dignità delle persone ristrette in carcere è affidata all'Istituzione e farsene carico nel migliore dei modi è un dovere e, al contempo, un indice che qualifica la nostra società".
Lio prosegue: "L'esperienza che ho maturato mi porta ad affermare che, all'interno degli istituti di pena, le persone a cui è stato diagnosticato un disturbo psichiatrico difficilmente riescono ad ottenere trattamenti adeguati".
Sempre il garante rileva come "i Garanti sono costantemente impegnati nel tentativo di risolvere le criticità che si riscontrano nelle strutture carcerarie e alcuni macroproblemi impongono di riflettere non sulla gestione del quotidiano ma sul sistema nel suo complesso. La finalità della pena è sempre la riabilitazione degli individui ed è orientata, per principio, al reinserimento dei condannati in un possibile contesto socio- lavorativo". In realtà, il tema della psichiatria in carcere è ritornato alla ribalta anche con un caso denunciato dall'associazione Antigone e riportato da Il Dubbio. Qualche mese fa un famigliare di M. si rivolge al Difensore civico di Antigone. L'uomo è detenuto nel reparto di osservazione psichiatrica, "Il Sestante" del carcere di Torino.
Verso la fine di agosto, la famiglia di M. viene informata di un tentativo di suicidio del ragazzo a seguito del quale sembrerebbe essere trasferito in una 'cella liscia', denudato, senza materasso né coperta e con l'acqua chiusa. La 'cella liscia' si chiama così perché è vuota e i detenuti vengono lasciati senza niente che non siano le quattro mura lisce della stanza. M., stando a quanto riferito, avrebbe passato diversi giorni in questa cella, e con l'acqua chiusa, ci è stato riferito, avrebbe addirittura bevuto dallo scarico del wc. La situazione peggiora, si agita, e la prassi che ci viene narrata è quella di frequenti iniezioni intramuscolari per cercare di sedare il detenuto.
M. subisce un trattamento sanitario obbligatorio che non risponderebbe a nessuna perizia psichiatrica. Trascorre nove mesi continuativi nella sezione dedicata a soggetti in acuzie del reparto di osservazione psichiatrica, in cui la permanenza massima prevista dalla legge è invece di trenta giorni. Del caso si è subito interessato il Garante nazionale delle persone private della libertà effettuando una visita ad hoc nel carcere di Torino.
Si è recato nel penitenziario per incontrare una rappresentanza delle persone ristrette nella sezione femminile che avevano indirizzato nei giorni scorsi una lettera - pubblicata recentemente su Il Dubbio - con osservazioni sulla realtà della propria esecuzione penale e con proposte circa la possibilità di ridurre il persistente sovraffollamento.
Come scrive il Garante, "l'occasione ha fornito la possibilità di verificare anche la permanenza di condizioni assolutamente inaccettabili nella parte dell'Istituto che ospita persone in osservazione psichiatrica". Più volte, infatti, il Garante nazionale ha segnalato che le condizioni previste per chi si trova in condizioni di disagio psichico, spesso molto rilevante, all'Interno della sezione prevista non sono rispettose né della dignità e della sofferenza delle persone coinvolte, né della dignità di coloro che operano nella sezione con compiti di garanzia e sicurezza in una situazione di grave difficoltà.
di Cristina D'Armi
laquilablog.it, 24 marzo 2021
La sfida della Dad entra nelle carceri. La didattica a distanza ha stravolto la routine di moltissimi studenti, come già detto e ridetto. Ciò su cui invece si è posta poca attenzione, è l'istruzione dei 20mila e 263 studenti detenuti presso le case circondariali d'Italia. Il 33% del totale dei carcerati della nostra penisola, infatti, è rimasto escluso dal diritto all'istruzione.
Una delle principali attività all'interno delle carceri, quale la scuola, è stata interrotta rischiando l'oblio.
Con l'arrivo del Coronavirus tutte le scuole hanno cambiato il proprio modus operandi, cosa che è venuta meno all'interno degli istituti penitenziari dove le attività si sono semplicemente interrotte. Per monitorare l'andamento delle attività durante la prima ondata, il Centro Studi per la Scuola Pubblica (Cesp) ha svolto un'indagine secondo cui, durante il primo lockdown, sono state erogate 1.410 ore di lezione su 38.520 previste, solo il 4%. Di queste il 3,16% riguardava classi finali, e lo 0,76% le altre classi.
Antigone, l'associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale, insieme al Centro Studi per la Scuola Pubblica e alla Rete delle scuole ristrette, ha interpellato 82 insegnanti presenti in 61 istituti di pena. Dalle testimonianze dei professori è emerso che, mentre le scuole tornavano presenza, per il 45,1% degli istituti monitorati le lezioni non sono state riprese. Nel 27% degli istituti le lezioni si sono svolte regolarmente tramite le piattaforme Meet, Zoom ecc. La didattica sincrona era presente solo per l'8% delle classi. Nel restante 62% dei casi non c'era didattica sincrona.
La sfida della Dad entra nelle carceri - I docenti si sono mobilitati fornendo agli alunni materiale cartaceo quale dispense, compiti e fotocopie. Tale metodo ha riguardato l'84% degli istituti in cui non c'era didattica in presenza (in alcuni caso vi è stata sovrapposizione con la didattica a distanza sincrona). Molti detenuti sono rimasti esclusi anche negli istituti in cui si faceva didattica a distanza a causa della difficoltà a garantire il distanziamento sociale nelle classi. La situazione epidemiologica incide anche sul tasso di abbandono scolastico all'interno delle carceri che, in generale, è più alto rispetto all'esterno.
di Simona Musco
Il Dubbio, 24 marzo 2021
L'avvocatura dello Stato: "Stop agli automatismi". L'avvocata Araniti: "Non è possibile pensare di buttare la chiave per alcune tipologia di detenuti". L'avvocatura dello Stato "apre" alla liberazione condizionale per i condannati all'ergastolo ostativo, anche in assenza di collaborazione. Una disponibilità non totale, ma subordinata alla valutazione, da parte del magistrato di sorveglianza, delle ragioni "che non consentono di realizzare quella condotta collaborativa nei termini auspicati dallo stesso giudice decidente".
di Mario Chiavario
Avvenire, 24 marzo 2021
Da molti punti di vista, e forse ancor più di quanto fosse prevedibile, l'avvento di Marta Cartabia alla guida del Ministero della Giustizia ha fatto segnare un notevole cambiamento nei modi di gestire quel ruolo. Da non trascurare neppure il diverso uso di certe parole, pur intrinsecamente d'obbligo sulla bocca di qualsiasi ministro della Repubblica italiana. Prendiamone due: Europa e Costituzione, fino a ieri impugnate sovente (per non dire soprattutto), dentro e fuori del Parlamento, come clave per distruggere idee e progetti altrui ed esaltare i proprii, in una logora contrapposizione tra 'garantisti' e 'giustizialisti'.
Oggi Europa e Costituzione, restano ovviamente imprescindibili punti di riferimento, per la ricchezza di princìpi che ne sgorga; ben più di prima, però, sembra che se ne riscopra il valore, anche e anzi soprattutto, nei loro risvolti problematici, suscettibili di sviluppi a volte ancor più importanti e positivi, purché li si sottragga al fuoco delle polemiche strumentali. Lo si è potuto constatare già dai contenuti e dai toni del primo intervento della ministra davanti alla Commissione giustizia della Camera dei deputati: senza anatemi, senza propositi di far tabula rasa di quanto lasciato in eredità dal predecessore, ma non senza il coraggio di mettersi in gioco con opinioni e proposte innovative, pur a rischio di impopolarità quali quelle sulle alternative al carcere e sula giustizia riparativa e, d'altra parte, con la larga disponibilità a offrire alle scelte parlamentari, su parecchi temi, un'ampia gamma di alternative, sorrette anche da raffronti non improvvisati con leggi ed esperienze straniere: così, particolarmente, su progetti di riforma scottanti quali quelli sulla prescrizione o sul Csm. C'è però un'altra parola che ha particolarmente colpito, anche per il contesto in cui è stata pronunciata dalla ministra.
È la parola "riserbo", scolpita come caratteristica essenziale della corretta conduzione di un'indagine penale, "lontano dagli strumenti mediatici". Il tutto, proprio con richiami alla Costituzione e all'Europa: l'una, per quell'articolo 27, secondo cui l'imputato "non può essere considerato colpevole fino alla condanna definitiva "; l'altra, principalmente per via di una direttiva della Ue, del 2016, intitolata alla più classica "presunzione d'innocenza", così come nelle principali Carte internazionali dei diritti (ma, sia detto per inciso, la diversità dei modi di esprimere il concetto, ben nota agli addetti ai lavori e sotto più di un profilo non indifferente neppure ad effetti pratici, è del tutto irrilevante dal punto di vista qui evocato).
Semmai c'è da aggiungere che la direttiva europea dà esplicito svolgimento a tutta una serie di princìpi nei quali quella presunzione deve prendere corpo maggiormente definito; princìpi che per la più gran parte, a dire il vero, possono dirsi già ampiamente attuati in Italia perché assorbiti in ciò che già è garantito dalle leggi e dalla Corte costituzionale. Non è così, tuttavia, sul punto specifico, giacché nessuno può illudersi che da noi sia scontato quanto si legge nell'art. 4 della direttiva: "Gli Stati membri adottano le misure necessarie per garantire che, fino a quando la colpevolezza di un indagato o imputato non sia stata legalmente provata, le dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorità pubbliche [...] non presentino la persona come colpevole".
La parola "riserbo" lì non c'è ma è chiaramente implicita. Per di più, insieme a un'altra parola, non meno preziosa ("discrezione"), essa si trova al centro di una tra le più storiche pronunce della Corte europea dei diritti dell'uomo (la sentenza, del 1995, è etichettata "Allenet de Ribemont", dal nome del ricorrente del caso di specie). Il brano che le contiene entrambe merita tuttora di venire riportato per intero: non si tratta di "impedire alle autorità di informare il pubblico sulle inchieste penali in corso, ma occorre che lo facciano con tutta la discrezione e tutto il riserbo imposti dal rispetto della presunzione d'innocenza".
Un autentico modello di comportamento per magistrati e ufficiali di polizia, nell'equilibrio con un altro caposaldo del moderno Stato di diritto: dove non è secondario il contributo che alla completezza e alla correttezza di indagini e processi può dare una stampa libera e indipendente, 'cane da guardia' di una giustizia trasparente non meno che della democrazia in generale. Ce n'è, dunque, anche per un giornalismo che sia più incline a sollecitare e a celebrare anticipazioni di condanne (magari indulgendovi specialmente quando a esserne colpito o sfiorato è l'avversario politico) più che a vigilare, senza guardare in faccia a nessuno, contro inerzie, insabbiamenti e depistaggi. Com'è invece suo diritto e dovere.
di Massimo Malpica
Il Giornale, 24 marzo 2021
L'invito di Mattarella raccolto dal Guardasigilli. Fumata nera sul recepimento della direttiva Ue sulla presunzione d'innocenza. Un sì alla procura europea e un avvertimento al Csm, con il capo dello Stato e il nuovo Guardasigilli che, a Palazzo dei Marescialli, confermano l'urgenza di una riforma della giustizia e dello stesso organo di autogoverno della magistratura.
L'occasione è il plenum straordinario del Csm, alla presenza di Sergio Mattarella e Marta Cartabia, che vede l'approvazione della proposta del ministro della Giustizia sulla procura europea. Una proposta che individua le nove sedi di servizio per i 20 procuratori europei italiani: Roma, Milano, Napoli, Bologna, Palermo, Venezia, Torino, Bari, Catanzaro. Il nuovo organismo si occuperà in via esclusiva dell'azione penale per tutti i reati che ledono gli interessi finanziari della Ue.
Il via libera del plenum arriva a maggioranza, con l'astensione del magistrato antimafia Nino Di Matteo che teme un depotenziamento del contrasto alle mafie - e dei due membri laici in quota Lega, Emanuele Basile e Stefano Cavanna. Ma, come detto, fuori dall'ordine del giorno del plenum, a tenere banco è stato il tema delle riforme. A introdurre la questione è stato proprio il Capo dello Stato, che nel suo intervento ha ricordato l'importanza "primaria" del ministero della Cartabia, "particolarmente in questo periodo, sia per gli adempimenti nell'ambito del Recovery plan sul settore della giustizia, sia per quanto riguarda le attese di necessari e importanti interventi riformatori oggetto di confronto in Parlamento". E la Guardasigilli ha concluso raccogliendo l'invito del vicepresidente David Ermini a tornare a Palazzo dei Marescialli per "parlare di riforme". "Lo faremo senz'altro", ha tagliato corto.
Così il via libera alle sedi italiane dei procuratori europei delegati è stato l'innesco per tornare a battere sul tasto delle riforme. E l'invito di Mattarella e la "promessa" della Cartabia guadagnano il plauso di Giorgia Meloni, con la leader di Fdi che "condivide" le parole del presidente della Repubblica e ricorda che sulle "necessarie e attese" riforme della giustizia il suo partito si è già confrontato nei giorni scorsi con la Cartabia, presentando "un pacchetto di proposte sul quale siamo pronti a confrontarci in Parlamento" e rilanciando "il sorteggio dei membri del Csm" come "unico strumento per spezzare il correntismo e il sistema della lottizzazione". E auspica "una soluzione condivisa" per risolvere "i problemi emersi sul Csm" e combattere "il fenomeno correntizio" nella nomina dei vertici anche il sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto. Tutto rinviato per l'altro tema caldo di giornata, il recepimento della Direttiva Ue che rafforza la presunzione di innocenza, e che vede la maggioranza spaccata con il solo M5s contrario. Ieri alla riunione dei capigruppo della commissione Giustizia, presente in videoconferenza anche la Cartabia, le posizioni non sono mutate. La Guardasigilli ha chiesto di "evitare forzature", ma al momento nessuno degli emendamenti tesi ad accogliere la direttiva è stato ritirato.











