di Giacomo Salvini
Il Fatto Quotidiano, 24 marzo 2021
Un mese fa, appena insediata in via Arenula, aveva sventato il blitz contro "la blocca-prescrizione" di Alfonso Bonafede. Ma stavolta, la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, non è riuscita a fermare l'assalto dei "garantisti", ma solo a rinviarlo di una settimana.
Perché il nodo politico che ruota intorno al principio della presunzione di innocenza dentro la maggioranza resta. E la Guardasigilli se n'è resa conto ieri durante la riunione con i capigruppo in commissione Giustizia per provare a evitare il voto sugli emendamenti alla legge di Delegazione europea 2019-2020 presentati dal deputato di Azione, Enrico Costa, ma anche da Lega, Forza Italia e Italia Viva.
L'obiettivo del centrodestra più i renziani è quello di recepire la direttiva europea che impone all'Italia di adeguarsi sul principio della presunzione di innocenza aggiungendo a essa degli emendamenti in funzione anti-pm: limitazione delle dichiarazioni dei magistrati durante le inchieste, lo stop alla diffusione di intercettazioni, audio e video, ma anche il divieto di pubblicare "integralmente" le ordinanze di custodia cautelare.
Inoltre Costa ha presentato un emendamento secco per chiedere di recepire la direttiva del Parlamento Ue del 2016 "sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali". Ma su un tema così delicato la maggioranza si sarebbe spaccata in aula per la contrarietà del M5S.
Così ieri è intervenuta Cartabia convocando la riunione e chiedendo alla maggioranza di "esprimersi" e provando a mettere in campo la sua moral suasion per far ritirare gli emendamenti e inserire le modifiche nella riforma del processo penale di cui si sta occupando la task force di via Arenula.
Oltre alla pressione del ministro dei Rapporti col Parlamento, Federico D'Incà, per far ritirare gli emendamenti, anche il sottosegretario alle Politiche Ue del Pd Enzo Amendola ha chiesto che la legge di Delegazione sia approvata il prima possibile per evitare una procedura d'infrazione evitando un nuovo passaggio in Senato: cosa che avverrebbe nel caso in cui gli emendamenti di Costa & C. venissero approvati. Ma nessuno ha deciso di ritirare le proposte di modifica.
Lega e Fi hanno fatto sapere che avrebbero ritirato i propri emendamenti se lo avessero fatto tutti, ma il niet è arrivato da Costa e da Maria Elena Boschi di Iv. Quest'ultima ha detto che sulla presunzione di innocenza "non possono esserci ambiguità" legando il ritiro degli emendamenti a una legge con corsia preferenziale. Ma Costa va avanti: "Io non ritiro niente - spiega - se ci sono incertezze sulla presunzione di innocenza è un problema politico che va risolto". Così Cartabia ha detto: "Mettetevi d'accordo". Il voto di oggi è stato rinviato. Ma il nodo politico resta.
di Liana Milella
La Repubblica, 24 marzo 2021
M5S contro tutti: non vuole il principio europeo, ma alla fine del vertice resta isolato. La legge di delegazione prevista domani alla Camera slitta alla prossima settimana. Niente da fare. M5S è coriaceo. Non vuole il principio di presunzione d'innocenza che, una volta declinato, imporrebbe comportamenti garantisti per i magistrati nei confronti degli imputati. Si tiene un vertice. La Guardasigilli Marta Cartabia, che condivide quel principio sancito in una direttiva europea del 2016, capisce che un accordo è impossibile e che neppure l'ipotesi di piazzarlo in una qualsiasi legge alla fine passerebbe, e chiude l'incontro con una "bocciatura". E dice a tutti, come riferisce più di un partecipante: "Come Guardasigilli io devo esprimere un parere sugli emendamenti. Trovate un punto di accordo e io lo valuterò. Ma preferirei non respingerlo. Quindi è necessario che troviate un'intesa prima". Che, ovviamente, la ministra giudici accettabile.
Tira brutta aria sulla presunzione d'innocenza, il principio introdotto nel 2016 in una direttiva europea, e finora mai recepito nella giurisdizione italiana. Poi ecco, in aula alla Camera la legge di delegazione europea, che recepisce a sua volta una serie di norme della Ue, contenitore di per sé omogeneo per la direttiva. A piazzare più di un emendamento ci prova Enrico Costa di Azione. Non da oggi in verità, ma addirittura, prima in commissione, dal novembre dell'anno scorso. Già allora fu M5S, con il voto determinante del presidente grillino Mario Perantoni, a bloccarlo. Poi riecco che Costa, con Riccardo Magi di Più Europa, ripropone lo stesso testo, ampliandolo a norme fortemente garantiste (del tipo niente conferenze stampa dei procuratori). Lo segue Forza Italia. E ieri anche Italia viva e Lega presentano i loro testi, giusto alla vigilia del dibattito in aula alla Camera previsto per mercoledì.
Qui entra in scena Federico D'Incà, il ministro dei Rapporti con il Parlamento, di M5S, che convoca alle 13 una call e chiede di soprassedere sulla presunzione d'innocenza perché altrimenti la legge dovrebbe ritornare al Senato. Mentre - come ha ribadito ieri durante il vertice il sottosegretario Pd agli Affari europei Vincenzo Amendola - la legge è proprio urgente perché l'Italia rischia delle procedure d'infrazione. L'asse M5S-Pd è compatto, via agli emendamenti sulla presunzione d'innocenza in questa legge, anche nella versione short che accetterebbe Costa, cioè solo il richiamo al titolo stesso della direttiva europea.
Ma a questo punto ecco - durante la stessa call - la duplice sorpresa. Perché la grillina Carla Giuliano, capogruppo di M5S in commissione Giustizia alla Camera, insiste sulla mancanza di tempo per far tornare la legge al Senato, cioè la stessa tesi che D'Incà propugna da giorni, ma fa anche capire chiaramente che proprio sul principio stesso non c'è alcuna apertura. Non deve entrare né in quella legge, né in altre. Stop.
È il punto di snodo della riunione. Quello che produce il fallimento di una possibile trattativa. Anche perché si arrabbiano tutti. Interviene Costa chiedendo che l'emendamento "short" entri, ma senza più discutere, "perché è una questione di principio inderogabile sulla quale non sono ammessi dinieghi". A seguire, sulle sue orme, stesse affermazioni di Forza Italia. Mentre a scendere pesantemente in campo è Maria Elena Boschi, la capogruppo di Italia viva alla Camera, che chiede l'inserimento del principio che Lucia Annibali ha già presentato il giorno prima per la discussione in aula. Soprattutto perché, dice Boschi, l'eventuale "navetta" al Senato determinerebbe un rinvio di pochi giorni, sicuramente compatibile con eventuali contestazioni dell'Europa per il ritardo nel recepire alcune direttive. Da Maurizio Lupi arriva la stessa richiesta.
Ed è a questo punto che Marta Cartabia mette un punto netto. Il suo parere è che quel principio debba essere recepito, ma anche che non debba diventare la scusa per una prova di forza dentro la maggioranza. Se ne potrebbe discutere in una legge ad hoc. Malvista però da Costa e dagli altri perché "avrebbe tempi troppo lunghi e finirebbe nel dimenticatoio".
Cosa fa Cartabia? Prende atto delle distanze e di una mediazione che risulta impossibile. Ma anche del rifiuto di un "metodo", perché la sua idea è che quel principio vada sì inserito nell'ordinamento, ma non debba diventare l'oggetto di una forzatura per pesare le forze tra i partiti di governo. E dunque lei chiede ai gruppi di soprassedere in questo momento, di riflettere, di mettersi d'accordo, anche se alla fine sarà la stessa Cartabia a esprimere un parere, ovviamente importante, sull'emendamento stesso.
Finisce inesorabilmente come doveva finire, in un fallimento. Nella prima vera spaccatura della maggioranza sulla giustizia. In cui, per chiudere, D'Incà è costretto a inviare un messaggio che recita esattamente così: "Buongiorno a tutti. Dopo la riunione di oggi pomeriggio con la ministra Cartabia, il sottosegretario Amendola e tutta la maggioranza, abbiamo riscontrato la necessità di prendere del tempo sulla legge di delegazione europea per arrivare a una soluzione condivisa. Mi sembra che la soluzione prevalente sia, quindi, il rinvio alla settimana prossima". Nella speranza che qualcuno abbia voglia di fare il primo passo.
di Errico Novi
Il Dubbio, 24 marzo 2021
Gli autori dei due "lodi anti Bonafede", Enrico Costa di Azione e Lucia Annibali di Italia viva, spingono su un nuovo dossier: la presunzione di innocenza. Metodo e tempi. È lì il nodo. È sul metodo della massima condivisione possibile e sulla necessità di trovare i tempi giusti che la più garantista delle ministre si trova distante dai due garantisti più "intransigenti" del Parlamento.
Da una parte la guardasigilli Marta Cartabia confida nella elevata competenza del suo "gruppo di lavoro" sulla giustizia penale, guidato da Giorgio Lattanzi, e ritiene di poter sciogliere diversi nodi nel ddl sul processo, da emendare a fine aprile. Dall'altra parte, Enrico Costa di Azione e Lucia Annibali di Italia viva la vedono un po' diversamente. Sono gli autori dei due principali "lodi anti Bonafede": ebbene, dopo aver accettato di ritirare i loro emendamenti sulla prescrizione non intendono fare un ulteriore passo indietro su un altro dossier: la presunzione di innocenza.
Succede che a Montecitorio è in corso di approvazione la legge di delegazione europea. Un provvedimento ampio, non declinato esclusivamente sulla giustizia, ma nel quale Costa e Annibali chiedono di introdurre appunto specifici richiami alla direttiva della stessa Ue in materia di presunzione d'innocenza.
Tra le altre, il deputato di Azione ed ex viceministro alla Giustizia chiede di inserire norme (descritte anche in un'intervista al Dubbio) che vincolino le Procure a un rigoroso contegno pubblico nella fase delle indagini, a non attribuire nomi suggestivi alle inchieste, a non diffondere video para-polizieschi, insomma a evitare di servirsi della giustizia mediatica per impressionare l'opinione pubblica, condizionare il giudice e ottenere una condanna virtuale immediata e assurda prima ancora che si verifichi la consistenza delle loro accuse. "Confidiamo che i nostri emendamenti alla legge di delegazione europea, che richiedono il recepimento della direttiva Ue sulla presunzione di innocenza, siano approvati al più presto", dice Costa.
"Nella maggioranza di cui facciamo parte non si può indugiare, né prendere tempo su principi inaggirabili della nostra Costituzione". Annibali gli dà man forte: "È inaccettabile il ritardo che il nostro Paese continua ad accumulare rispetto all'attuazione della direttiva: dopo tre anni non possiamo continuare a compromettere la salvaguardia di un principio costituzionale". Poi aggiunge: "Come segnalato anche dalla ministra Cartabia durante l'esposizione delle linee programmatiche, è necessaria una piena attuazione della direttiva europea attraverso un rafforzamento della presunzione di innocenza". Verissimo: la ministra è stata tutt'altro che elusiva sul punto. Tanto è vero che Costa per primo, dopo l'audizione della guardasigilli alla Camera, ha esclamato: "Sento musica per le mie orecchie". Qual è il punto? Cartabia sa delle ritrosie di una parte della maggioranza, dei Cinque Stelle innanzitutto. Ritrosie emerse anche nella riunione lampo di ieri, che lei stessa presiede in videoconferenza coi capigruppo Giustizia della maggioranza. La ministra chiede dunque di evitare forzature, ma non per accantonare il tema: vuole che le proposte sul penale, sia quelle della "commissione Lattanzi" che le modifiche elaborate dai partiti, confluiscano a breve nel ddl delega, in modo da farne l'epitome della nuova giustizia, nella più ampia condivisione possibile. E d'accordo con lei il sottosegretario agli Esteri Enzo Amendola, che è del Pd e che sovrintende al dossier sulla legge di delegazione europea, divenuta imprevedibilmente occasione di attrito.
Alla fine la mediazione è sui tempi: il ministro 5s ai Rapporti col Parlamento Federico D'Incà chiede e ottiene che la riunione si aggiorni alla settimana prossima. Nella speranza di trovare un'intesa sul merito e sui tempi: accogliere nel ddl penale, dunque a fine aprile, parte delle proposte di Costa e Annibali. Si vedrà. I due deputati sono convinti che il dissenso 5 stelle è destinato a emergere, e preferiscono giocare d'anticipo. Cartabia sa che va ricercata l'intesa migliore possibile. E perciò non condivide l'idea di precorrere i tempi. Resta il fatto che il nodo giustizia prima o poi arriverà al pettine della nuova maggioranza. E ci vorrà tutta la cultura costituzionale della ministra per evitare che si trasformi in una mina esplosiva per il governo.
di Giuliano Santoro
Il Manifesto, 24 marzo 2021
Se n'è andato il giorno dopo l'inizio della primavera, Sante Notarnicola. Aveva compiuto nello scorso mese di dicembre 82 anni. Di recente si era ammalato di Covid. Era guarito ma ne era uscito acciaccato, prima che un'infezione lo portasse via. La vita del bandito Notarnicola è un impressionante affresco del Novecento, uno spaccato dei suoi conflitti e un esempio, controverso quanto si vuole eppure cristallino, di come anche nei momenti più bui, dentro una cella umida in mezzo al niente di un carcere speciale, grazie al fatto di sentirsi comunisti ci si possa immaginare come parte del motore della storia.
Era nato nel 1938 a Castellaneta, in provincia di Taranto. Da lì, dopo anni in un orfanotrofio, a 13 anni era riuscito a raggiungere sua madre a Torino. Gli anni Cinquanta nelle città operaie, soprattutto Torino e Milano, sono anni di passaggio. La base comunista, come racconterà Primo Moroni ricostruendo quella composizione di classe, non ha ancora smesso di attendere l'ora X. Nelle intercapedini delle fabbriche che erano state occupate alla fine del fascismo sono nascosti piccoli arsenali: intemperanze che il Pci togliattiano tollera appena confidando nella lenta evoluzione del suo popolo verso la lotta democratica. In questo clima, dieci anni prima del Sessantotto e molto prima che nascessero le formazioni armate, Sante Notarnicola si unisce a Pietro Cavallero. Rapinano banche e gioiellerie, dirà in seguito, "per raccogliere denaro a favore dei movimenti di liberazione nei paesi coloniali" e "mettere in risalto l'inefficienza della polizia, ridicolizzarla".
Le azioni della banda finiscono tragicamente nel '67, con il colpo al Banco di Napoli di Largo Zandonai, a Milano, che culmina con un inseguimento della polizia e una sparatoria tra la folla al termine del quale rimangono uccise tre persone. Notarnicola viene arrestato e condannato all'ergastolo e qui comincia la sua terza vita, dopo quella di bambino del sud e bandito metropolitano. Conosce il carcere e vive da dietro le sbarre le trasformazioni sociali di quegli anni. Dalle galere quasi medioevali in cui finiscono soprattutto i soggetti dimenticati dalla modernizzazione, i figli di un'Italia contadina che subisce arretratezza o mutamenti vertiginosi, assiste allo scoppio dei movimenti e conosce i primi detenuti che si dichiarano prigionieri politici. Non è organico a nessuna formazione, ma è rispettato e ha un ruolo nelle lotte e nelle rivolte dei dannati della terra. In una lettera a Lotta Continua fa un bilancio (autocritico) della sua esperienza ma afferma: "Posso riprendermi anche nel luogo in cui meno credevo fosse possibile mantenere una linea rivoluzionaria, il carcere. Ho scoperto quanto ci sia da fare anche in questo luogo per un comunista. Questo è il mio impegno verso la mia vecchia classe: vivere in carcere da comunista, perché per me non vi è altro modo di sentirsi uomini che essere comunista". Nel 1972 Feltrinelli pubblica L'Evasione impossibile, il libro (poi ristampato da Odradek) in cui Sante ripercorre la sua storia e lancia un gancio ai movimenti della sinistra rivoluzionaria.
Racconta che quando gli agenti penitenziari gli comunicano che gli è consentito di tenere soltanto un volume in cella lui sceglie di conservare il dizionario della lingua italiana. Si aggrappa alle parole, le cesella, gli dà peso e infonde forza come solo i poeti riescono a fare. Anni dopo, invia a Primo Levi una sua raccolta di componimenti. L'autore di "Se questo è un uomo" gli scrive una lettera. Gli contesta l'equiparazione tra carcere e lager ("Solo ad Auschwitz morivano 10mila persone al giorno", sottolinea) ma gli riconosce la patente di poeta. "Le tue poesie sono belle, quasi tutte - scrive Levi - alcune bellissime, altre strazianti. Mi sembra che nel loro insieme costituiscano una specie di teorema, e ne siano anzi la dimostrazione: cioè che è poeta solo chi ha sofferto o soffre e che per ciò la poesia costa cara". Levi considera "memorabile", "miracolosa per concisione e intensità" la poesia che si intitola Posto di guardia. Eccola: "Il guardiano più giovane/ ha preso posto/ davanti alla mia cella./ 'Dietro quel muro - mi ha/ indicato - il mare è azzurrissimo'./ Per farmi morire un poco/ il guardiano più giovane,/ mi ha detto questo".
Il carteggio con Primo Levi risale al 1979, l'anno prima Sante era finito in cima alla lista dei possibili detenuti politici da liberare per ottenere la liberazione di Aldo Moro. Come è noto non se ne fece nulla e lui continuò assieme ad altri la peregrinazione lungo il Circuito dei Camosci, la rete delle carceri speciali nei quali venne rinchiuso un pezzo della generazione successiva alla sua.
Il suo destino doveva essere ancora quello di fare da ponte, di scolpire la parola a caro prezzo e consegnarla ad altre generazioni. Pur essendo un personaggio che nulla a fatto per rendersi compatibile, per rinnegare la sua storia, incrocia la cultura popolare, che nasce dal basso ma arriva anche al grande pubblico. Quando finiscono gli anni Ottanta, Onda Rossa Posse pubblica Batti il tuo tempo, il primo album rap italiano che segna l'uscita dal ghetto dei centri sociali. Militant A, animatore della posse, scova un componimento di Sante sulle pagine di Politica e Classe, una delle riviste che in quegli anni erano pensate per costruire sbocchi politici ai reduci delle sconfitte degli anni Settanta. Il brano diventa una canzone, Omaggio a Sante, che racconta il momento in cui dopo 21 anni esce di galera: è in semilibertà, ma si impegna a non dimenticare chi è rimasto dentro: "Questi miei compagni vanno amati/ giovani generosi/ questi compagni vanno amati rispettati/ liberati".
Nel 1991 i "Gang" registrano "Le radici e le ali", il disco con il quale fondono le radici combat rock e la canzone popolare italiana. Contiene una canzone che resterà appiccicata adosso alla band e che ripropone per immagini, lungo un arco di tempo che va da Gaetano Bresci a Joe Strummer, il mito-archetipo del bandito sociale analizzato dallo storico Eric Hosbawm e decantato da decine di canzoni rock'n'roll. Il brano si intitola Bandito senza tempo ed è evidentemente anche un omaggio a Sante Notarnicola: "Un tempo fu a Milano/ Dove si va a lavorare/ C'erano tante bande/ Quante banche da rapinare/ Forse fu per caso/ Che con Pietro Cavallero/ Fece la comparsa/ In un film in bianco e nero".
È il momento in cui una nuova generazione di militanti, usciti dalla Pantera e alla ricerca di nuove forme di attivismo, riprende in mano i libri di Notarnicola. Lui decide di vivere a Bologna e apre una birreria, il Mutenye. Si trasferisce al Pratello, quartiere a ridosso del centro nel quale il popolo autoctono delle osterie e della piccola criminalità si mescola a studenti ed artisti. Qui non smette di fare attività culturale e diventa una presenza costante, discreta ma imprescindibile. La sua postazione è in una saletta appartata del locale: chi lo conosce sa che può trovarlo lì. Dispensa consigli da vecchio saggio e lascia trasparire la sua storia con discrezione, conservando La nostalgia e la memoria (come si intitola una sua raccolta di componimenti) ma senza caricarla sulle giovani generazioni. "Veniva con la pioggia e se ne andava via col vento", cantano i Gang. Questa volta Sante Notarnicola, il bandito senza tempo con un vocabolario sottobraccio, se n'è andato davvero.
Ci saranno due occasioni per dare l'ultimo saluto a Sante Notarnicola, a Bologna. Venerdì 26 marzo, dalle 14 alle 15 alla camera mortuaria dell'ospedale Sant'Orsola-Malpighi, Padiglione 18, ingresso da Viale Ercolani. Nel pomeriggio, dalle 15.30 alla Sala del commiato del Polo crematorio del cimitero di Borgo Panigale.
di Simona Musco
Il Dubbio, 24 marzo 2021
La dura requisitoria di Francesca Ceroni: teoria priva di fondamento scientifico, ignorati completamente i bisogni del bambino. L'alienazione parentale, come il plagio, è incostituzionale. È quanto emerge tra le righe della requisitoria della sostituta procuratrice generale della Cassazione Francesca Ceroni, che nel chiedere l'annullamento di una sentenza della Corte d'Appello di Roma, che imponeva il collocamento in una casa famiglia di un bambino vietando ogni contatto con la madre, ha fortemente criticato la teoria. Recentemente, anche l'Organizzazione mondiale della sanità ha escluso la Pas dall'elenco delle patologie riconosciute, così come non trova posto all'interno del Dsm 5, il manuale diagnostico utilizzato da psichiatri e psicologi di tutto il mondo.
Formalmente, dunque, non esiste. Ma, ha denunciato recentemente Valeria Valente, presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno del femminicidio, tale argomento viene spesso utilizzato in tribunale per ridurre la violenza tra le mura familiari a semplice conflitto tra genitori, con conseguenze dannose per donne e bambini. Opinione diametralmente opposta a quella del senatore leghista Simone Pillon, autore di un ddl "in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità", basato proprio sulla teoria della "alienazione genitoriale", formulata dallo psichiatra forense Richard Gardner, accusato di appoggio alla pedofilia.
La requisitoria di Ceroni, ora, avvalora la tesi di Valente. Stigmatizzando fortemente il comportamento dei giudici d'appello di Roma, che non avrebbero minimamente tenuto in considerazione, nel caso in questione, le dichiarazioni fatte dal bambino ai carabinieri circa le violenze subito dal padre. Il bambino ha infatti dichiarato di "essere stato picchiato più volte", con schiaffi e pugni, specie quando dichiarava di voler raccontare alla madre quanto accadeva col padre. Il principio di bigenitorialità, afferma la magistrata, non ha dignità costituzionale. Al primo posto, in ogni caso, c'è e ci deve essere sempre il supremo interesse del minore. Qualsiasi diritto del genitore, dunque, cede il passo al diritto fondamentale del bambino all'integrità fisica e alla sicurezza.
Argomento, questo, sul quale "i giudici di merito omettono qualsiasi accertamento e valutazione". Anzi, gli stessi non indicano alcun fatto o circostanza per argomentare la tesi secondo cui la madre rappresenterebbe un rischio per il bambino, parlando, genericamente, di "eccessivo invischiamento" e "rapporto fusionale", argomenti senza "base oggettiva o scientifica", ma frutto di una mera valutazione soggettiva. Si tratta, dunque, di un pregiudizio, sulla cui base si accusa la madre di "verosimili problematiche di personalità (...) gravemente inficianti la genitorialità", nonostante il bambino non soffra di alcun disturbo della personalità. I giudici di merito sono però convinti che la madre abbia "indotto al convincimento che l'interazione con un genitore (la madre) dovesse determinare l'esclusione dell'altro e del di lui ramo familiare".
Ma nessuna verifica è stata fatta sull'effettivo tentativo di allontanare il minore dal padre, né sono state tenute in considerazioni le ragioni del suo rifiuto a stare con lui, ragioni che emergono chiaramente dalle annotazioni dei carabinieri. Per Ceroni, la decisione "viola il diritto del fanciullo a mantenere la continuità affettiva e di cura con la madre" e quello al mantenimento dell'habitat domestico. Decisione assunta in violazione alla Convenzione di Istanbul - recentemente tornata alla ribalta per il ritiro della Turchia dalla stessa -, secondo la quale l'affidamento condiviso va escluso nel caso in cui emergano casi di violenza, così come ogni contatto con l'autore stesso delle violenze. "La Corte - continua la requisitoria - non ha neppure riportato in modo sintetico i bisogni, le opinioni, le aspirazioni espressi dal minore", basandosi, probabilmente, sull'idea di una "totale adesione" del bambino al pensiero della madre.
E qui, citando l'incostituzionalità del plagio, Ceroni ricorda che affinché una norma possa essere determinata la stessa deve regolare un fenomeno "effettivamente accertabile dall'interprete in base a criteri razionalmente ammissibili allo stato della scienza e dell'esperienza attuale". Cosa che, nel caso della Pas, non avviene. "Solo condizionamenti accertabili su un piano scientifico a partire da comportamenti concretamente posti in essere possono costituire la ragione per confinare nell'irrilevante giuridico la volontà chiaramente e consapevolmente espressa dal minore, che il diritto vivente vuole al centro di ogni decisione che lo riguardi", conclude la requisitoria.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 24 marzo 2021
Il mondo delle toghe deve saperlo: ecco che il metodo del governo "poche parole-molti fatti" si fa strada, e si coglie la determinazione ad intervenire presto e sul serio. Nessuna "rivoluzione" epocale come quelle periodicamente declamate in passato, fino a ieri, e poi rimaste nei cassetti a futura memoria. Decisioni operative, di ampia visione, capaci di incidere con immediatezza, plasticamente, sul settore della Giustizia. Ecco il pacchetto che si sta preparando.
E del resto nel discorso del premier Draghi alle Camere il vasto e controverso tema non era affatto un inciso ma anzi rivestiva un impegno preciso su entrambi i fronti della giustizia, civile e penale. Senza chiasso, silenziosamente, in ambiti diversi, attraverso contributi originali ecco i primi passi nell'era Draghi-Cartabia.
Tanta la carne al fuoco ma solo poche portate sembrano destinate a divenire servizio attivo in tempi brevi. Il ministro della Giustizia Marta Cartabia, avvolta in un operoso silenzio, si muove con determinazione verso una figura di magistrato dalla potente formazione giuridica, affiancata da una altrettanto forte capacità organizzativa. Gli uffici funzionano perché guidati da metodologie collaudate, serie e severe, catene di montaggio giuridico-giudiziario intelligenti, nemiche delle lentezze e delle lungaggini: le istruttorie e i processi si muovono con cadenze verificate, le risposte attese dalla società giungono in tempi ragionevoli, l'arretrato si assottiglia, quasi si prosciuga.
Lo "scandalo Giustizia", inadeguata ai tempi e perciò inadempiente, si trasforma in "macchina della Giustizia". Se per un verso il vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, David Ermini, accarezza l'idea di istituire delle pagelle da aggiornare periodicamente e finalizzate alla verifica della fondatezza di provvedimenti e sentenze dei magistrati, (proposta che trova ammiratori e acerrimi nemici in dosi uguali), la ministra Guardasigilli mette in campo, e vedremo quanto seguito avrà, l'idea di istituire corsi obbligatori con aumentata attenzione per i profili organizzativi e amministrativi. Verrebbero tirati in ballo anche docenti e testimoni esterni al circuito giudiziario.
E quindi? Alla fine dei corsi ecco prendere corpo le valutazioni serie del profilo attitudinale dei partecipanti. Un magistrato, dunque, che sa fare squadra, che si abitua a utilizzare la statistica e la giurisprudenza consolidata. Nasce "l'Ufficio del processo", modello clerks inglesi, che classificano i casi, cercano i precedenti e i contributi dottrinali, uno staff di supporto al giudice.
Qualcosa che richiama il team della Formula Uno, dove ogni ruolo è finalizzato a rendere macchina e pilota un tutt'uno vincente. È chiaro che, su questa strada, vecchie e arcigne modalità culturali e comportamentali andranno smantellate.
Il giudice agirà dentro i confini dettati dalla legge ma fatalmente con minori margini di discrezionalità, anche riguardo ai tempi di produzione delle sentenze. Se ne sono viste e lette di incredibili, interminabili nelle implicazioni culturali e nello sfoggio di nozioni. Già in passato è stato dimostrato che la struttura organizzativa di certi uffici giudiziari ha quasi azzerato il contenzioso ed esibito primati di efficienza. Dunque, si può. Per ora non si capiva bene come. Qui si punta alla concretezza, alla produttività dei risultati, sulla base di criteri organizzativi manageriali, ispirati all'efficienza, collaudati e adeguati nel tempo.
Marta Cartabia sembra voler dire che questa strada non soltanto è percorribile da subito, con la possibilità in breve tempo di cominciare a trarre valutazioni sulla qualità dei dirigenti degli uffici in carica, ma è forse l'unica che evita di impaludarsi nell'infido territorio degli schieramenti. Il filtro tecnico politico utilizzato dal Guardasigilli mira anche a sventare un'altra insidia: quella di incartarsi nel groviglio delle ideologie, delle contrapposizioni partitiche e correntizie. Gli ingredienti velenosi che ci hanno portato alla triste realtà di oggi. Situazione che ha tenuto la questione della Giustizia all'ordine del giorno senza mai fissare la data di inizio dei lavori. Poi, s'affronteranno anche le altre questioni sempre calde: la prescrizione, la separazione delle carriere, la riforma del Csm. Ma, intanto, l' "Ufficio del processo" potrebbe cominciare a dare segni di efficienza e sollevare la macchina dalla attuale asfissia.
Efficienza vuol dire fiducia: che è quella che scarseggia adesso.
calabrianews.it, 24 marzo 2021
La segreteria regionale Fp Cgil ha inviato una lettera al direttore della Casa Circondariale Ugo Caridi di Catanzaro (e per conoscenza al Provveditore Prap Calabria) per ottenere con la massima urgenza "gli opportuni chiarimenti e relativa informativa sindacale sulle misure adottate per assicurare il contenimento del contagio da Covid 19 per il personale di Polizia Penitenziaria, del personale del comparto ministeri e dei detenuti". Al centro della preoccupazione della Fp Cgil regionale c'è il focolaio da Covid che in questi giorni ha fatto registrare numerosissimi casi nell'istituto penitenziario del capoluogo e che sta allarmando il sindacato.
"Da ultimo, in ordine di tempo - scrive il sindacato - va segnalata la presa di posizione di un deputato della Repubblica che ha inoltrato una interrogazione parlamentare ai ministri della Giustizia e della Salute, nel cui comunicato stampa parla di contagi che riguardano decine di agenti positivi e 45 detenuti il che, ovviamente, preoccupa non poco la scrivente organizzazione sindacale", si legge nella nota inviata ieri. La segreteria Fp Cgil mette in luce che è venuta a conoscenza di "Sue disposizioni che avrebbero "imposto" al personale di Polpen di assicurare i colloqui in videoconferenza dei detenuti posti in isolamento in attesa di tampone di verifica". La Fp chiede di conoscere "se tali disposizioni siano effettive, se le stesse siano in linea con le disposizioni ministeriali ed in quale misura prevengano il contagio del personale di polizia penitenziaria impegnato nella procedura".
La Repubblica, 24 marzo 2021
La deputata Cavandoli sottolinea il cronico sovraffollamento degli istituti penitenziari. Nel carcere di Parma quattro detenuti in regime di 41bis e almeno 16 agenti dei Gom, specializzati nel servizio di custodia dei detenuti sottoposti al regime differenziato, sono risultati positivi al Covid. Laura Cavandoli, deputata parmigiana della Lega, ha depositato un'interrogazione in merito al ministro della Giustizia. "A causa del cronico sovraffollamento degli istituti penitenziari, a Parma come altrove, la maggiore contagiosità delle varianti del Coronavirus - scrive Cavandoli - ha determinato una situazione preoccupante. Ho portato all'attenzione del ministro l'opportunità di rivedere le linee guida e i protocolli delle misure anti contagio alla luce delle nuove varianti e la necessità di dotare agenti e operatori di dispositivi di protezione più performanti.
Inoltre, alla luce della recente relazione annuale della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (Dna), che esplicitamente qualifica il regime del 41bis come 'un ruolo che va potenziato con nuovi investimenti per la creazione di strutture adatte allo scopo e non certo depotenziato', "ho proposto anche di valutare la possibilità di individuare nel piano carceri nuove strutture idonee per l'assolvimento della funzione prevista dall'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario, e da destinare in via esclusiva a tale scopo".
Il Mattino di Padova, 24 marzo 2021
Nelle carceri di alcune regioni italiane si registra «un alto tasso di non partecipazione alla campagna vaccinale». Lo denuncia la Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà secondo cui «appare evidente la necessità di un'adeguata campagna d'informazione tra la popolazione carceraria».
Il Portavoce della Conferenza dei Garanti, Stefano Anastasìa, al termine dell'assemblea che si è svolta in modalità telematica ha dichiarato: «In carcere c'è bisogno di un'adeguata informazione da parte dei servizi sanitari interni».
La situazione, infatti, si mostra a macchia di leopardo. In alcune regioni, come la Lombardia, la campagna vaccinale è iniziata sia tra le persone detenute che tra il personale della polizia penitenziaria, in altre ancora no. Nel Lazio, si spiega, l'assessorato alla Sanità ha scelto di utilizzare il vaccino della Johnson & Johnson, disponibile da aprile, per semplificare le procedure, in quanto non è necessaria la seconda somministrazione. In Veneto un terzo della popolazione carceraria non vorrebbe vaccinarsi. Anche in Sicilia la percentuale di astensioni sarebbe intorno al trenta per cento. La situazione dei positivi al virus nelle carceri italiane «è preoccupante ma non allarmante». Nel corso della riunione sono emerse anche altre problematiche come la difficoltà della didattica a distanza, a causa della mancata validazione, per ragioni di sicurezza, da parte del ministero della Giustizia delle piattaforme messe a disposizione dal ministero della Pubblica istruzione. Infine, il Garante della Calabria, Agostino Siviglia, ha riferito dell'imminente apertura di una Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) per quaranta ospiti, mentre è stabilito che le Rems dovrebbero essere pensate per un massimo di venti posti.
di Lanfranco Caminiti
Il Dubbio, 24 marzo 2021
"Figli dell'officina / O figli della terra / Già l'ora s'avvicina / Della più giusta guerra. / La guerra proletaria / Guerra senza frontiere / Innalzeremo al vento / Bandiere rosse e nere".
Quando in aula - è l'8 luglio 1968 - viene letta la sentenza della Corte di Assise di Milano, dopo un processo iniziato il 3 giugno e protrattosi per ventuno udienze, che li condanna all'ergastolo, Cavallero, Rovoletto e Notarnicola intonano la canzone proletaria e alzano i pugni.
D'altronde, figli dell'officina lo erano davvero, prima di darsi alle rapine: Pietro Cavallero, detto il Piero, torinese, veniva dal quartiere della Barriera di Milano, era figlio di un falegname e era stato un militante comunista; Adriano Rovoletto, di origini venete, era stato partigiano, era figlio di un operaio, e apprendista falegname; Sante Notarnicola, di origini pugliesi (veniva da Castellaneta, Taranto), diploma di quinta elementare, ex segretario della FGCI di Biella, ex venditore ambulante di fiori, ex facchino.
E poi c'era Donato Lopez, di diciassette anni, uno dei sei figli di un operaio emigrato dal sud a Torino, disoccupato, che fu condannato, proprio per la giovane età, a dodici anni. Cavallero e Rovoletto sono morti, entrambi di cancro, l'uno nel 1997, l'altro nel 2015. Ieri l'altro è morto Sante Notarnicola, che dal carcere era uscito nel 2000, stabilendosi a Bologna dove ha gestito per anni il pub Mutenye nel centro città. I figli dell'officina non ci sono più. Si erano messi assieme a Torino in una piòla di Corso Vercelli, all'estrema Barriera di Milano, che era il quartiere dove erano cresciuti tutti e dove si ritrovavano spesso disoccupati, senza un lavoro fisso, operai che passavano il tempo a discutere di politica, di rivendicazioni sociali, giocando a scopone o a tressette, con un buon bicchiere di vino, magari sognando la rivoluzione. Bruciava un'ansia di giustizia sociale - ma bisognava andare per le spicce. È così che nasce la banda.
Li accusarono di 23 rapine, 5 sequestri di persona, 21 tentati omicidi e 5 omicidi. La prima rapina era stata all'istituto Bancario San Paolo a Torino, l'8 aprile 1963; l'ultima, al Banco di Napoli a Milano, il 25 settembre 1967. Quattro anni e mezzo in cui misero in scacco le polizie delle due capitali del boom economico. C'era anche questo aspetto della sfida, che li spinse fino a effettuare una tripletta, tre rapine di fila, come a irridere la polizia che, nei fatti, non era preparata. "Tu chi sei?", chiese il carabiniere, puntando il mitra. E quello: "Sante Notarnicola, bandito".
Li avevano circondati, Cavallero e Notarnicola, all'alba del 3 ottobre 1967, in una caccia all'uomo che aveva mobilitato cinquecento carabinieri e poliziotti, dentro un casello ferroviario abbandonato di Valenza Po, nell'Alessandrino: l'informazione era arrivata da un commerciante della zona che li aveva riconosciuti quando erano andati a acquistare delle provviste nel suo negozio.
Era una fuga disperata - forse sapevano che chiunque li avrebbe venduti, troppa la pressione per catturarli, le loro foto segnaletiche erano sulle prime pagine di tutti i giornali - soprattutto considerando che non avevano una "cassa" per la latitanza: i soldi delle rapine li avevano spesi tutti. Era durata una settimana la loro fuga.
Alle 15.20, Cavallero, Notarnicola e Rovoletto entrarono in banca con le pistole spianate. Lopez li attendeva in auto con il motore acceso. L'azione fu veloce e il bottino cospicuo: dodici milioni di lire. Che allora erano proprio soldi. Un impiegato però riuscì a dare l'allarme e, da quel momento, si scatenò il finimondo. Una volante della polizia, a cui subito se ne aggiunsero altre, intercettò la Fiat 1100 nera dei rapinatori e iniziò l'inseguimento. Per seminare la polizia, Cavallero e gli altri cominciarono a sparare ad altezza d'uomo. In mezz'ora appena, vennero colpite a morte tre persone: in viale Pisa l'autista di una cartiera sul suo furgoncino; in piazza Stuparich un automobilista, e in piazzale Lotto uno studente liceale di 17 anni.
Ci fu poi una quarta vittima, che morì d'infarto qualche ora dopo essersi scontrato con uno dei rapinatori (Rovoletto, subito catturato) in fuga a piedi con il bottino sottobraccio. Dodici chilometri era durata quella fuga in auto, che era terminata con uno schianto contro un muro. Lopez fu catturato il giorno dopo, a Torino. Il bilancio di quel giorno fu tragico: quattro morti e una ventina di feriti tra civili e agenti. Tutta la storia ebbe un clamore enorme, e Carlo Lizzani "a caldo" ci fece un film, "Banditi a Milano", con Gian Maria Volontè, Don Backy, Tomas Milian.
Poi, in carcere, i percorsi si divisero. Cavallero si tirò fuori da tutto, scoprì la pittura e, più tardi, il cattolicesimo. Notarnicola, invece, fece parte di quella generazione di detenuti che nei primi anni Settanta "intercettarono" i militanti politici, in particolare quelli di Lotta Continua: è proprio dallo scioglimento del "fronte carceri" di LC che dopo il 1973 nasceranno i NAP. Sante diventa un'icona del movimento carcerario e della sinistra antagonista di quegli anni. Nel 1972 Feltrinelli gli pubblica il suo primo libro L'evasione impossibile, a cui seguiranno altri. Nel 1978, il suo nome è il primo nella lista di tredici detenuti che le Brigate rosse intendono "scambiare" con Moro.
Ho rivisto Sante a Bologna due anni fa circa - mentre andavo 'in tour' a presentare il mio librino sull'indipendentismo. La presentazione era in un'aula dell'università e Sante arrivò, qualche minuto prima, con un giovane compagno. Lucido ma affaticato - sarebbe andato via subito, mi disse. Ci sedemmo su una panca e scambiammo un po' di saluti e di chiacchiere - non ricordo davvero di cosa parlammo. Non era importante. L'ultima volta che avevo visto Sante - quarant'anni prima - era nella sua cella, forse a Badu e Carros o forse a Palmi. Parlammo, con Sante, in quella cella - avevo rispetto ma anche le mie idee e molte cose non mi garbavano in quei "comitati di lotta prigionieri" egemonizzati dalle Br: però, anche di questo ho un ricordo vago.
Poi, le cose andarono come andarono. Ritrovarlo lì, su una panca, dopo quarant'anni - mi sembrò, da parte sua, un segno di affetto verso di me. E per tanti, tanti versi - lo considerai una cosa preziosa.
- Campania. Svuotare le carceri conviene innanzitutto alle casse dello Stato
- Aversa (Ce). Il dramma degli internati nella Casa di Lavoro
- Bologna. Cristiani e musulmani in carcere
- Pistoia. "Stabat Mater", il dramma poetico che unisce attori e detenuti
- Malta. Delitto di Daphne Caruana, i killer chiedono la grazia in cambio dei nomi dei mandanti











