di F.A.
quotidianosanita.it, 24 marzo 2021
L'iniziativa promossa dalla Smspe e sostenuta da Healthcare prevede di eseguire test rapidi congiunti come screening Hiv-Covid-19, seguiti da test di conferma molecolari/genetici in caso di positività degli stessi, oltre ad incontri, anche in remoto tramite webinar, di educazione sanitaria sulla patologia da coronavirus e sulla malattia da HIV sia con la popolazione detenuta che con il personale sanitario e l'amministrazione penitenziaria.
Ci sono tante sfaccettature che, giorno dopo giorno, impariamo a conoscere nella lunga maratona della pandemia Covid-19. Esistono esigenze specifiche per le diverse popolazioni, con manifestazioni di patologia che variano, aspetti sintomatologici sempre diversi, studi sui meccanismi fisiopatologici che offrono evidenze nuove, da integrare con le conoscenze acquisite.
Poi esiste una dinamica di "setting", ovvero di realtà in cui occorre affrontare la pandemia attraverso modelli di formazione e informazione mirati, per poter rispondere alle necessità di una determinata popolazione. Gli Istituti Penitenziari rappresentano un "mondo" in questo senso.
"Le misure di contenimento applicate hanno permesso di superare la Fase 1 della pandemia - spiega Luciano Lucania, Presidente della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria (SIMSPe). Ma durante il lockdown sono state sospese le consulenze specialistiche, anche infettivologiche e le attività di screening sulle malattie a trasmissione ematica (HIV, HCV, HBV) che, come è noto, sono presenti nella popolazione detenuta in percentuali maggiori rispetto alla popolazione generale. E la seconda ondata sta proponendo problematiche nuove, diverse ma estremamente impattanti".
C'è bisogno insomma di sviluppare strategie specifiche per la popolazione carceraria, sia per i detenuti che per gli operatori. "Come SIMSPe abbiamo chiesto di attivare le vaccinazioni per Covid-19 e puntiamo sul progetto E.D.I.SON. (frEe coviD hIv priSON), sostenuto da ViiV Healthcare, come pilota per ampliare poi il modello formativo sul territorio nazionale - sottolinea Lucania".
L'iniziativa prevede di eseguire test rapidi congiunti come screening HIV-COVID 19, seguiti da test di conferma molecolari/genetici in caso di positività degli stessi, oltre ad incontri, anche in remoto tramite webinar, di educazione sanitaria sulla patologia da coronavirus e sulla malattia da HIV sia con la popolazione detenuta che con il personale sanitario e l'amministrazione penitenziaria. E.D.I.SON, in questa fase pilota che andrà avanti per 12 mesi, si baserà su diversi strumenti di connessione e di interazione, per favorire lo scambio di informazioni ed esperienze, e coinvolgerà inizialmente alcuni Istituti di Lazio, Abruzzo e Molise.
Un impegno che dura nel tempo - L'impegno di SIMSPe nel promuovere progettualità di questo tipo non inizia però solo ora ma fa parte di un percorso di attenzione e formazione nei confronti delle persone in carcere portato avanti con il sostegno non condizionato di ViiV Healthcare.
Basti ricordare in questo senso "Free to live well with HIV in Prison", una partnership tra SIMSPe, NPS Italia Onlus e Università Ca' Foscari Venezia, mirata a prevenire il contagio e migliorare la gestione delle persone con HIV in un ambiente complesso com'è quello del carcere, grazie all'informazione sui rischi e all'offerta di test e assistenza. Serena Dell'Isola dell'Unità di Medicina Protetta-Malattie Infettive dell'Ospedale Belcolle di Viterbo e coordinatrice del progetto, racconta quali sono stati gli obiettivi di un'iniziativa unica ed innovativa, perché basata sull'educazione tra pari ma soprattutto perché ha introdotto per la prima volta in Italia i test rapidi per HIV negli istituti penitenziari.
"Il progetto è volto ad implementare le conoscenze dei detenuti, per consentire loro di compiere scelte responsabili e consapevoli riguardo alla propria salute già durante la detenzione, promuovendone il benessere fisico soprattutto nell'ottica del loro ritorno in società oltre ad offrire al personale sanitario, agli agenti di polizia penitenziaria, agli educatori e ai volontari presenti in carcere la possibilità di sviluppare esperienze e competenze per un'adeguata gestione in sicurezza del loro lavoro quotidiano - spiega Dell'Isola. In forma non tradizionale siamo riusciti ad offrire adeguate informazioni sui comportamenti a rischio nell'ambito di una convivenza forzata anche su temi ancora oggi molto difficili da trattare, perché permeati da stigma, come l'HIV, grazie all'alleanza tra società civile, comunità scientifica, attivisti nella lotta all'HIV e personale penitenziario".
Una visione al femminile - "Free to live well with HIV in Prison" è stato seguito da un progetto espressamente dedicato alla popolazione femminile. Si chiama ROSE-HIV ed è basato sulla realizzazione di un network nazionale di infettivologi che seguono le donne detenute con infezione da HIV. Nel primo anno del progetto sono stati raggiunti 17 istituti penitenziari, campione rappresentativo del 43% dell'intera popolazione carceraria femminile; è stato possibile osservare una prevalenza del 5% dell'infezione da HIV (circa il doppio di quella osservata negli uomini detenuti e quasi 30 volte la percentuale delle donne non detenute) con la presenza di coinfezione da HCV del 30%.
"Abbiamo raccolto dati che ci hanno aiutato a conoscere l'infezione da HIV in questo specifico setting per poter poi agire sulle criticità rilevate, come ad esempio il 10% di rifiuto della terapia antiretrovirale"- segnala Elena Rastrelli, medico infettivologo dell'Unità di Medicina Protetta-Malattie Infettive dell'Ospedale Belcolle di Viterbo, ideatrice della rete nazionale sulla salute delle donne detenute nell'ambito della Società di Medicina e Sanità Penitenziaria (RoSe, rete donne simspe) e coordinatrice responsabile del progetto RoSe-HIV. Dal primo progetto, che ha offerto risultati tanto significativi, è stata proseguita l'osservazione con il progetto ROSE-HIV 2 che, sebbene abbia subito delle forti limitazioni nella parte di formazione e comunicazione proattiva, ha potuto osservare l'evoluzione dell'infezione da HIV di pari passo a quella della terapia antiretrovirale, ed ha permesso un ampliamento del network dei centri partecipanti allo studio stesso".
L'importanza della responsabilità sociale del mondo Pharma - "A sostegno di questoprogetto all'interno degli Istituti penitenziari, c'è la disponibilitàdi un'azienda come ViiV Healthcare. "Occorre combattere lo stigma attraverso la formazione e l'informazione: da qui la nostra decisione di sostenere queste iniziative di SIMSPe a favore della popolazione carceraria, consci che in questi ambiti la prevenzione e il trattamento dell'HIV e di altre malattie infettive sono particolarmente difficili - afferma Maurizio Amato, Amministratore delegato di ViiV Healthcare. La nostra strategia, dalla ricerca fino all'impegno di responsabilità sociale, prevede che "nessuno resti indietro" e consideriamo fondamentale supportare attività che fanno realmente la differenza per le persone che vivono con HIV".
di Francesco Grignetti
La Stampa, 24 marzo 2021
Il capo dello Stato: "Soluzioni condivise per diritti comuni". Cartabia: "Leale cooperazione". Il nome, Eppo, nel tempo ci diventerà familiare, come per Ema, l'agenzia europea del farmaco. Eppo sta per procura europea. È. il primo passo di una magistratura della Ue, ovvero segna l'affacciarsi dell'Europa unita anche nel settore delle inchieste giudiziarie.
Non è un caso, allora, se per un parere del Csm ieri, che doveva deliberare il trasferimento di venti magistrati a Eppo, si siano mossi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la ministra Marta Cartabia per dare massimo risalto a questo passaggio che a suo modo sarà storico. "Uno spazio di comuni diritti impone la ricerca di pervenire a soluzioni condivise", rimarca il Capo dello Stato, sottolineando che quello europeo "è un percorso ancora in atto", senza perdere di vista la necessità di una riforma della giustizia italiana.
Mattarella, con l'occasione, encomia le capacità della ministra, sia per "gli adempimenti nell'ambito del Recovery plan sul settore della giustizia, sia per quanto riguarda le attese di necessari e importanti interventi riformatori oggetto di confronto in Parlamento". "A livello europeo - aggiunge il vicepresidente David Ermini - è un momento fondamentale nella cooperazione giudiziaria.
Non si pecca di enfasi nell'affermare che anche attraverso l'istituzione della Procura europea passa la costruzione di un'Europa finalmente libera da gelosie nazionali". Spetta alla ministra Marta Cartabia sintetizzare: "Il modello di pubblico ministero europeo venutosi a delineare nel corso della lunga gestazione si configura come Ufficio unico a struttura decentrata, organizzata in un livello centrale e un livello locale. Quest'ultimo è, appunto, affidato ai procuratori europei delegati, aventi sede negli Stati membri e tributari di uno "status speciale", una sorta di "doppio cappello"". Saranno 20 magistrati, dunque, che si divideranno l'Italia in nove macroregioni, incardinati in altrettanti uffici giudiziari, ma dipendenti da Bruxelles.
Avranno la competenza esclusiva di portare avanti indagini e poi eventualmente celebrare processi per ogni reato che colpisca gli "interessi finanziari" della Ue. Dice la Cartabia: "I procuratori delegati europei sono magistrati nazionali ad alta specializzazione, interpreti, nella dimensione interna, dell'esigenza di un dialogo diretto con le autorità nazionali, ma anche protagonisti della vocazione sovranazionale".
Sarà una novità assoluta, la procura europea. Che avrà subito il suo battesimo del fuoco con la vigilanza sul Recovery Plan. E si dovrà registrare in corsa la coabitazione con la magistratura ordinaria; a questo proposito sono già al lavoro presso la procura generale della Cassazione, come ha spiegato il procuratore generale Giovanni Salvi, per dirimere i prevedibili conflitti di potere. "La leale cooperazione - conclude Cartabia - sarà la condizione indispensabile per sciogliere tutti i nodi e tutti i possibili intrecci e le sovrapposizioni di competenze che inevitabilmente l'immissione della nuova struttura potrà determinare".
Tanti i problemi all'orizzonte. Uno su tutti: dato che spesso l'aggressione ai fondi europei è opera delle mafie, come si divideranno il lavoro i magistrati? Il consigliere Nino Di Matteo, che per anni è stato a Palermo, si è astenuto perché non sottovaluta i rischi.
"Dobbiamo evitare - ha osservato - che l'avvio delle attività della procura europea rappresenti in concreto nel nostro Paese un depotenziamento dell'altissimo livello di contrasto alle mafie finora assicurato dall'attribuzione in via esclusiva alle competenze delle direzioni distrettuali e della procura nazionale antimafia".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 marzo 2021
Il carcere può alimentare il circolo vizioso della sofferenza psichica? Può diventare una sorta di amplificatore dei disturbi mentali e dove non si è in grado di assistere i detenuti adeguatamente? Alcuni fatti possono darci qualche indizio. "Ho chiesto di poter andare in bagno a fumare, mi hanno dato un accendino. Sono controllato a vista da tre uomini della polizia penitenziaria. Mi siedo sul water e mi metto a fumare a torso nudo, i pantaloni tirati su. Vedo sul mio braccio destro la ferita del giorno prima, due punti di sutura che mi sono fatto pugnalandomi con una penna".
Così scrive Fabrizio Corona in una missiva indirizzata a Massimo Giletti, conduttore di Non è l'Arena. Dopo essersi provocato delle ferite in segno di protesta contro le decisioni del giudice di revocargli gli arresti domiciliari, Corona ha iniziato a mordersi la ferita provocandosi altro sanguinamento. Era piantonato e sorvegliato 24 ore su 24 nel reparto di psichiatria dell'Ospedale Niguarda, poi lunedì sera è stato riportato in carcere a Monza.
Il suo avvocato Ivano Chiesa ha chiesto al Tribunale di Sorveglianza, che gli ha revocato i domiciliari, la sospensiva dell'esecuzione e ha anche fatto ricorso in Cassazione sul provvedimento. Aggiungendo: "Vorrei parlare con la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, perché ho delle cose da dirle e non riguardano solo Fabrizio Corona, ma anche gli altri detenuti come lui. "Fabrizio può far male solo a se stesso. Non mangia da 12 giorni e non stava in piedi: erano 8 contro uno, come se lui fosse pericolosissimo".
A chi gli chiedeva se l'ex fotografo dei vip sia intenzionato a continuare lo sciopero della fame, l'avvocato Chiesa ha risposto: "Lo conosco, so come è fatto e so che è un uomo che non si piega. Va a morire. Perché ritiene di essere vittima di un'ingiustizia. L'ho supplicato di bere o mangiare almeno qualcosa perché ho bisogno che lui sia in forze". Il legale fa presente infine: "Non ho ancora visto il foglio di dimissioni, spero che ce lo daranno. Questo Tribunale di Sorveglianza lo ha rimesso in carcere senza nemmeno una perizia psichiatrica".
Il caso di Corona e il clamore mediatico che ne è conseguito fa emerge ancora una volta il problema della patologia psichiatrica e della possibilità di cura nei contesti carcerari. Su questo punto interviene Carlo Lino, Garante dei detenuti di Regione Lombardia. "Ricordo - commenta il garante regionale - che la salute e la dignità delle persone ristrette in carcere è affidata all'Istituzione e farsene carico nel migliore dei modi è un dovere e, al contempo, un indice che qualifica la nostra società".
Lio prosegue: "L'esperienza che ho maturato mi porta ad affermare che, all'interno degli istituti di pena, le persone a cui è stato diagnosticato un disturbo psichiatrico difficilmente riescono ad ottenere trattamenti adeguati".
Sempre il garante rileva come "i Garanti sono costantemente impegnati nel tentativo di risolvere le criticità che si riscontrano nelle strutture carcerarie e alcuni macroproblemi impongono di riflettere non sulla gestione del quotidiano ma sul sistema nel suo complesso. La finalità della pena è sempre la riabilitazione degli individui ed è orientata, per principio, al reinserimento dei condannati in un possibile contesto socio- lavorativo". In realtà, il tema della psichiatria in carcere è ritornato alla ribalta anche con un caso denunciato dall'associazione Antigone e riportato da Il Dubbio. Qualche mese fa un famigliare di M. si rivolge al Difensore civico di Antigone. L'uomo è detenuto nel reparto di osservazione psichiatrica, "Il Sestante" del carcere di Torino.
Verso la fine di agosto, la famiglia di M. viene informata di un tentativo di suicidio del ragazzo a seguito del quale sembrerebbe essere trasferito in una 'cella liscia', denudato, senza materasso né coperta e con l'acqua chiusa. La 'cella liscia' si chiama così perché è vuota e i detenuti vengono lasciati senza niente che non siano le quattro mura lisce della stanza. M., stando a quanto riferito, avrebbe passato diversi giorni in questa cella, e con l'acqua chiusa, ci è stato riferito, avrebbe addirittura bevuto dallo scarico del wc. La situazione peggiora, si agita, e la prassi che ci viene narrata è quella di frequenti iniezioni intramuscolari per cercare di sedare il detenuto.
M. subisce un trattamento sanitario obbligatorio che non risponderebbe a nessuna perizia psichiatrica. Trascorre nove mesi continuativi nella sezione dedicata a soggetti in acuzie del reparto di osservazione psichiatrica, in cui la permanenza massima prevista dalla legge è invece di trenta giorni. Del caso si è subito interessato il Garante nazionale delle persone private della libertà effettuando una visita ad hoc nel carcere di Torino.
Si è recato nel penitenziario per incontrare una rappresentanza delle persone ristrette nella sezione femminile che avevano indirizzato nei giorni scorsi una lettera - pubblicata recentemente su Il Dubbio - con osservazioni sulla realtà della propria esecuzione penale e con proposte circa la possibilità di ridurre il persistente sovraffollamento.
Come scrive il Garante, "l'occasione ha fornito la possibilità di verificare anche la permanenza di condizioni assolutamente inaccettabili nella parte dell'Istituto che ospita persone in osservazione psichiatrica". Più volte, infatti, il Garante nazionale ha segnalato che le condizioni previste per chi si trova in condizioni di disagio psichico, spesso molto rilevante, all'Interno della sezione prevista non sono rispettose né della dignità e della sofferenza delle persone coinvolte, né della dignità di coloro che operano nella sezione con compiti di garanzia e sicurezza in una situazione di grave difficoltà.
di Cristina D'Armi
laquilablog.it, 24 marzo 2021
La sfida della Dad entra nelle carceri. La didattica a distanza ha stravolto la routine di moltissimi studenti, come già detto e ridetto. Ciò su cui invece si è posta poca attenzione, è l'istruzione dei 20mila e 263 studenti detenuti presso le case circondariali d'Italia. Il 33% del totale dei carcerati della nostra penisola, infatti, è rimasto escluso dal diritto all'istruzione.
Una delle principali attività all'interno delle carceri, quale la scuola, è stata interrotta rischiando l'oblio.
Con l'arrivo del Coronavirus tutte le scuole hanno cambiato il proprio modus operandi, cosa che è venuta meno all'interno degli istituti penitenziari dove le attività si sono semplicemente interrotte. Per monitorare l'andamento delle attività durante la prima ondata, il Centro Studi per la Scuola Pubblica (Cesp) ha svolto un'indagine secondo cui, durante il primo lockdown, sono state erogate 1.410 ore di lezione su 38.520 previste, solo il 4%. Di queste il 3,16% riguardava classi finali, e lo 0,76% le altre classi.
Antigone, l'associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale, insieme al Centro Studi per la Scuola Pubblica e alla Rete delle scuole ristrette, ha interpellato 82 insegnanti presenti in 61 istituti di pena. Dalle testimonianze dei professori è emerso che, mentre le scuole tornavano presenza, per il 45,1% degli istituti monitorati le lezioni non sono state riprese. Nel 27% degli istituti le lezioni si sono svolte regolarmente tramite le piattaforme Meet, Zoom ecc. La didattica sincrona era presente solo per l'8% delle classi. Nel restante 62% dei casi non c'era didattica sincrona.
La sfida della Dad entra nelle carceri - I docenti si sono mobilitati fornendo agli alunni materiale cartaceo quale dispense, compiti e fotocopie. Tale metodo ha riguardato l'84% degli istituti in cui non c'era didattica in presenza (in alcuni caso vi è stata sovrapposizione con la didattica a distanza sincrona). Molti detenuti sono rimasti esclusi anche negli istituti in cui si faceva didattica a distanza a causa della difficoltà a garantire il distanziamento sociale nelle classi. La situazione epidemiologica incide anche sul tasso di abbandono scolastico all'interno delle carceri che, in generale, è più alto rispetto all'esterno.
di Simona Musco
Il Dubbio, 24 marzo 2021
L'avvocatura dello Stato: "Stop agli automatismi". L'avvocata Araniti: "Non è possibile pensare di buttare la chiave per alcune tipologia di detenuti". L'avvocatura dello Stato "apre" alla liberazione condizionale per i condannati all'ergastolo ostativo, anche in assenza di collaborazione. Una disponibilità non totale, ma subordinata alla valutazione, da parte del magistrato di sorveglianza, delle ragioni "che non consentono di realizzare quella condotta collaborativa nei termini auspicati dallo stesso giudice decidente".
di Mario Chiavario
Avvenire, 24 marzo 2021
Da molti punti di vista, e forse ancor più di quanto fosse prevedibile, l'avvento di Marta Cartabia alla guida del Ministero della Giustizia ha fatto segnare un notevole cambiamento nei modi di gestire quel ruolo. Da non trascurare neppure il diverso uso di certe parole, pur intrinsecamente d'obbligo sulla bocca di qualsiasi ministro della Repubblica italiana. Prendiamone due: Europa e Costituzione, fino a ieri impugnate sovente (per non dire soprattutto), dentro e fuori del Parlamento, come clave per distruggere idee e progetti altrui ed esaltare i proprii, in una logora contrapposizione tra 'garantisti' e 'giustizialisti'.
Oggi Europa e Costituzione, restano ovviamente imprescindibili punti di riferimento, per la ricchezza di princìpi che ne sgorga; ben più di prima, però, sembra che se ne riscopra il valore, anche e anzi soprattutto, nei loro risvolti problematici, suscettibili di sviluppi a volte ancor più importanti e positivi, purché li si sottragga al fuoco delle polemiche strumentali. Lo si è potuto constatare già dai contenuti e dai toni del primo intervento della ministra davanti alla Commissione giustizia della Camera dei deputati: senza anatemi, senza propositi di far tabula rasa di quanto lasciato in eredità dal predecessore, ma non senza il coraggio di mettersi in gioco con opinioni e proposte innovative, pur a rischio di impopolarità quali quelle sulle alternative al carcere e sula giustizia riparativa e, d'altra parte, con la larga disponibilità a offrire alle scelte parlamentari, su parecchi temi, un'ampia gamma di alternative, sorrette anche da raffronti non improvvisati con leggi ed esperienze straniere: così, particolarmente, su progetti di riforma scottanti quali quelli sulla prescrizione o sul Csm. C'è però un'altra parola che ha particolarmente colpito, anche per il contesto in cui è stata pronunciata dalla ministra.
È la parola "riserbo", scolpita come caratteristica essenziale della corretta conduzione di un'indagine penale, "lontano dagli strumenti mediatici". Il tutto, proprio con richiami alla Costituzione e all'Europa: l'una, per quell'articolo 27, secondo cui l'imputato "non può essere considerato colpevole fino alla condanna definitiva "; l'altra, principalmente per via di una direttiva della Ue, del 2016, intitolata alla più classica "presunzione d'innocenza", così come nelle principali Carte internazionali dei diritti (ma, sia detto per inciso, la diversità dei modi di esprimere il concetto, ben nota agli addetti ai lavori e sotto più di un profilo non indifferente neppure ad effetti pratici, è del tutto irrilevante dal punto di vista qui evocato).
Semmai c'è da aggiungere che la direttiva europea dà esplicito svolgimento a tutta una serie di princìpi nei quali quella presunzione deve prendere corpo maggiormente definito; princìpi che per la più gran parte, a dire il vero, possono dirsi già ampiamente attuati in Italia perché assorbiti in ciò che già è garantito dalle leggi e dalla Corte costituzionale. Non è così, tuttavia, sul punto specifico, giacché nessuno può illudersi che da noi sia scontato quanto si legge nell'art. 4 della direttiva: "Gli Stati membri adottano le misure necessarie per garantire che, fino a quando la colpevolezza di un indagato o imputato non sia stata legalmente provata, le dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorità pubbliche [...] non presentino la persona come colpevole".
La parola "riserbo" lì non c'è ma è chiaramente implicita. Per di più, insieme a un'altra parola, non meno preziosa ("discrezione"), essa si trova al centro di una tra le più storiche pronunce della Corte europea dei diritti dell'uomo (la sentenza, del 1995, è etichettata "Allenet de Ribemont", dal nome del ricorrente del caso di specie). Il brano che le contiene entrambe merita tuttora di venire riportato per intero: non si tratta di "impedire alle autorità di informare il pubblico sulle inchieste penali in corso, ma occorre che lo facciano con tutta la discrezione e tutto il riserbo imposti dal rispetto della presunzione d'innocenza".
Un autentico modello di comportamento per magistrati e ufficiali di polizia, nell'equilibrio con un altro caposaldo del moderno Stato di diritto: dove non è secondario il contributo che alla completezza e alla correttezza di indagini e processi può dare una stampa libera e indipendente, 'cane da guardia' di una giustizia trasparente non meno che della democrazia in generale. Ce n'è, dunque, anche per un giornalismo che sia più incline a sollecitare e a celebrare anticipazioni di condanne (magari indulgendovi specialmente quando a esserne colpito o sfiorato è l'avversario politico) più che a vigilare, senza guardare in faccia a nessuno, contro inerzie, insabbiamenti e depistaggi. Com'è invece suo diritto e dovere.
di Massimo Malpica
Il Giornale, 24 marzo 2021
L'invito di Mattarella raccolto dal Guardasigilli. Fumata nera sul recepimento della direttiva Ue sulla presunzione d'innocenza. Un sì alla procura europea e un avvertimento al Csm, con il capo dello Stato e il nuovo Guardasigilli che, a Palazzo dei Marescialli, confermano l'urgenza di una riforma della giustizia e dello stesso organo di autogoverno della magistratura.
L'occasione è il plenum straordinario del Csm, alla presenza di Sergio Mattarella e Marta Cartabia, che vede l'approvazione della proposta del ministro della Giustizia sulla procura europea. Una proposta che individua le nove sedi di servizio per i 20 procuratori europei italiani: Roma, Milano, Napoli, Bologna, Palermo, Venezia, Torino, Bari, Catanzaro. Il nuovo organismo si occuperà in via esclusiva dell'azione penale per tutti i reati che ledono gli interessi finanziari della Ue.
Il via libera del plenum arriva a maggioranza, con l'astensione del magistrato antimafia Nino Di Matteo che teme un depotenziamento del contrasto alle mafie - e dei due membri laici in quota Lega, Emanuele Basile e Stefano Cavanna. Ma, come detto, fuori dall'ordine del giorno del plenum, a tenere banco è stato il tema delle riforme. A introdurre la questione è stato proprio il Capo dello Stato, che nel suo intervento ha ricordato l'importanza "primaria" del ministero della Cartabia, "particolarmente in questo periodo, sia per gli adempimenti nell'ambito del Recovery plan sul settore della giustizia, sia per quanto riguarda le attese di necessari e importanti interventi riformatori oggetto di confronto in Parlamento". E la Guardasigilli ha concluso raccogliendo l'invito del vicepresidente David Ermini a tornare a Palazzo dei Marescialli per "parlare di riforme". "Lo faremo senz'altro", ha tagliato corto.
Così il via libera alle sedi italiane dei procuratori europei delegati è stato l'innesco per tornare a battere sul tasto delle riforme. E l'invito di Mattarella e la "promessa" della Cartabia guadagnano il plauso di Giorgia Meloni, con la leader di Fdi che "condivide" le parole del presidente della Repubblica e ricorda che sulle "necessarie e attese" riforme della giustizia il suo partito si è già confrontato nei giorni scorsi con la Cartabia, presentando "un pacchetto di proposte sul quale siamo pronti a confrontarci in Parlamento" e rilanciando "il sorteggio dei membri del Csm" come "unico strumento per spezzare il correntismo e il sistema della lottizzazione". E auspica "una soluzione condivisa" per risolvere "i problemi emersi sul Csm" e combattere "il fenomeno correntizio" nella nomina dei vertici anche il sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto. Tutto rinviato per l'altro tema caldo di giornata, il recepimento della Direttiva Ue che rafforza la presunzione di innocenza, e che vede la maggioranza spaccata con il solo M5s contrario. Ieri alla riunione dei capigruppo della commissione Giustizia, presente in videoconferenza anche la Cartabia, le posizioni non sono mutate. La Guardasigilli ha chiesto di "evitare forzature", ma al momento nessuno degli emendamenti tesi ad accogliere la direttiva è stato ritirato.
di Giacomo Salvini
Il Fatto Quotidiano, 24 marzo 2021
Un mese fa, appena insediata in via Arenula, aveva sventato il blitz contro "la blocca-prescrizione" di Alfonso Bonafede. Ma stavolta, la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, non è riuscita a fermare l'assalto dei "garantisti", ma solo a rinviarlo di una settimana.
Perché il nodo politico che ruota intorno al principio della presunzione di innocenza dentro la maggioranza resta. E la Guardasigilli se n'è resa conto ieri durante la riunione con i capigruppo in commissione Giustizia per provare a evitare il voto sugli emendamenti alla legge di Delegazione europea 2019-2020 presentati dal deputato di Azione, Enrico Costa, ma anche da Lega, Forza Italia e Italia Viva.
L'obiettivo del centrodestra più i renziani è quello di recepire la direttiva europea che impone all'Italia di adeguarsi sul principio della presunzione di innocenza aggiungendo a essa degli emendamenti in funzione anti-pm: limitazione delle dichiarazioni dei magistrati durante le inchieste, lo stop alla diffusione di intercettazioni, audio e video, ma anche il divieto di pubblicare "integralmente" le ordinanze di custodia cautelare.
Inoltre Costa ha presentato un emendamento secco per chiedere di recepire la direttiva del Parlamento Ue del 2016 "sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali". Ma su un tema così delicato la maggioranza si sarebbe spaccata in aula per la contrarietà del M5S.
Così ieri è intervenuta Cartabia convocando la riunione e chiedendo alla maggioranza di "esprimersi" e provando a mettere in campo la sua moral suasion per far ritirare gli emendamenti e inserire le modifiche nella riforma del processo penale di cui si sta occupando la task force di via Arenula.
Oltre alla pressione del ministro dei Rapporti col Parlamento, Federico D'Incà, per far ritirare gli emendamenti, anche il sottosegretario alle Politiche Ue del Pd Enzo Amendola ha chiesto che la legge di Delegazione sia approvata il prima possibile per evitare una procedura d'infrazione evitando un nuovo passaggio in Senato: cosa che avverrebbe nel caso in cui gli emendamenti di Costa & C. venissero approvati. Ma nessuno ha deciso di ritirare le proposte di modifica.
Lega e Fi hanno fatto sapere che avrebbero ritirato i propri emendamenti se lo avessero fatto tutti, ma il niet è arrivato da Costa e da Maria Elena Boschi di Iv. Quest'ultima ha detto che sulla presunzione di innocenza "non possono esserci ambiguità" legando il ritiro degli emendamenti a una legge con corsia preferenziale. Ma Costa va avanti: "Io non ritiro niente - spiega - se ci sono incertezze sulla presunzione di innocenza è un problema politico che va risolto". Così Cartabia ha detto: "Mettetevi d'accordo". Il voto di oggi è stato rinviato. Ma il nodo politico resta.
di Liana Milella
La Repubblica, 24 marzo 2021
M5S contro tutti: non vuole il principio europeo, ma alla fine del vertice resta isolato. La legge di delegazione prevista domani alla Camera slitta alla prossima settimana. Niente da fare. M5S è coriaceo. Non vuole il principio di presunzione d'innocenza che, una volta declinato, imporrebbe comportamenti garantisti per i magistrati nei confronti degli imputati. Si tiene un vertice. La Guardasigilli Marta Cartabia, che condivide quel principio sancito in una direttiva europea del 2016, capisce che un accordo è impossibile e che neppure l'ipotesi di piazzarlo in una qualsiasi legge alla fine passerebbe, e chiude l'incontro con una "bocciatura". E dice a tutti, come riferisce più di un partecipante: "Come Guardasigilli io devo esprimere un parere sugli emendamenti. Trovate un punto di accordo e io lo valuterò. Ma preferirei non respingerlo. Quindi è necessario che troviate un'intesa prima". Che, ovviamente, la ministra giudici accettabile.
Tira brutta aria sulla presunzione d'innocenza, il principio introdotto nel 2016 in una direttiva europea, e finora mai recepito nella giurisdizione italiana. Poi ecco, in aula alla Camera la legge di delegazione europea, che recepisce a sua volta una serie di norme della Ue, contenitore di per sé omogeneo per la direttiva. A piazzare più di un emendamento ci prova Enrico Costa di Azione. Non da oggi in verità, ma addirittura, prima in commissione, dal novembre dell'anno scorso. Già allora fu M5S, con il voto determinante del presidente grillino Mario Perantoni, a bloccarlo. Poi riecco che Costa, con Riccardo Magi di Più Europa, ripropone lo stesso testo, ampliandolo a norme fortemente garantiste (del tipo niente conferenze stampa dei procuratori). Lo segue Forza Italia. E ieri anche Italia viva e Lega presentano i loro testi, giusto alla vigilia del dibattito in aula alla Camera previsto per mercoledì.
Qui entra in scena Federico D'Incà, il ministro dei Rapporti con il Parlamento, di M5S, che convoca alle 13 una call e chiede di soprassedere sulla presunzione d'innocenza perché altrimenti la legge dovrebbe ritornare al Senato. Mentre - come ha ribadito ieri durante il vertice il sottosegretario Pd agli Affari europei Vincenzo Amendola - la legge è proprio urgente perché l'Italia rischia delle procedure d'infrazione. L'asse M5S-Pd è compatto, via agli emendamenti sulla presunzione d'innocenza in questa legge, anche nella versione short che accetterebbe Costa, cioè solo il richiamo al titolo stesso della direttiva europea.
Ma a questo punto ecco - durante la stessa call - la duplice sorpresa. Perché la grillina Carla Giuliano, capogruppo di M5S in commissione Giustizia alla Camera, insiste sulla mancanza di tempo per far tornare la legge al Senato, cioè la stessa tesi che D'Incà propugna da giorni, ma fa anche capire chiaramente che proprio sul principio stesso non c'è alcuna apertura. Non deve entrare né in quella legge, né in altre. Stop.
È il punto di snodo della riunione. Quello che produce il fallimento di una possibile trattativa. Anche perché si arrabbiano tutti. Interviene Costa chiedendo che l'emendamento "short" entri, ma senza più discutere, "perché è una questione di principio inderogabile sulla quale non sono ammessi dinieghi". A seguire, sulle sue orme, stesse affermazioni di Forza Italia. Mentre a scendere pesantemente in campo è Maria Elena Boschi, la capogruppo di Italia viva alla Camera, che chiede l'inserimento del principio che Lucia Annibali ha già presentato il giorno prima per la discussione in aula. Soprattutto perché, dice Boschi, l'eventuale "navetta" al Senato determinerebbe un rinvio di pochi giorni, sicuramente compatibile con eventuali contestazioni dell'Europa per il ritardo nel recepire alcune direttive. Da Maurizio Lupi arriva la stessa richiesta.
Ed è a questo punto che Marta Cartabia mette un punto netto. Il suo parere è che quel principio debba essere recepito, ma anche che non debba diventare la scusa per una prova di forza dentro la maggioranza. Se ne potrebbe discutere in una legge ad hoc. Malvista però da Costa e dagli altri perché "avrebbe tempi troppo lunghi e finirebbe nel dimenticatoio".
Cosa fa Cartabia? Prende atto delle distanze e di una mediazione che risulta impossibile. Ma anche del rifiuto di un "metodo", perché la sua idea è che quel principio vada sì inserito nell'ordinamento, ma non debba diventare l'oggetto di una forzatura per pesare le forze tra i partiti di governo. E dunque lei chiede ai gruppi di soprassedere in questo momento, di riflettere, di mettersi d'accordo, anche se alla fine sarà la stessa Cartabia a esprimere un parere, ovviamente importante, sull'emendamento stesso.
Finisce inesorabilmente come doveva finire, in un fallimento. Nella prima vera spaccatura della maggioranza sulla giustizia. In cui, per chiudere, D'Incà è costretto a inviare un messaggio che recita esattamente così: "Buongiorno a tutti. Dopo la riunione di oggi pomeriggio con la ministra Cartabia, il sottosegretario Amendola e tutta la maggioranza, abbiamo riscontrato la necessità di prendere del tempo sulla legge di delegazione europea per arrivare a una soluzione condivisa. Mi sembra che la soluzione prevalente sia, quindi, il rinvio alla settimana prossima". Nella speranza che qualcuno abbia voglia di fare il primo passo.
di Errico Novi
Il Dubbio, 24 marzo 2021
Gli autori dei due "lodi anti Bonafede", Enrico Costa di Azione e Lucia Annibali di Italia viva, spingono su un nuovo dossier: la presunzione di innocenza. Metodo e tempi. È lì il nodo. È sul metodo della massima condivisione possibile e sulla necessità di trovare i tempi giusti che la più garantista delle ministre si trova distante dai due garantisti più "intransigenti" del Parlamento.
Da una parte la guardasigilli Marta Cartabia confida nella elevata competenza del suo "gruppo di lavoro" sulla giustizia penale, guidato da Giorgio Lattanzi, e ritiene di poter sciogliere diversi nodi nel ddl sul processo, da emendare a fine aprile. Dall'altra parte, Enrico Costa di Azione e Lucia Annibali di Italia viva la vedono un po' diversamente. Sono gli autori dei due principali "lodi anti Bonafede": ebbene, dopo aver accettato di ritirare i loro emendamenti sulla prescrizione non intendono fare un ulteriore passo indietro su un altro dossier: la presunzione di innocenza.
Succede che a Montecitorio è in corso di approvazione la legge di delegazione europea. Un provvedimento ampio, non declinato esclusivamente sulla giustizia, ma nel quale Costa e Annibali chiedono di introdurre appunto specifici richiami alla direttiva della stessa Ue in materia di presunzione d'innocenza.
Tra le altre, il deputato di Azione ed ex viceministro alla Giustizia chiede di inserire norme (descritte anche in un'intervista al Dubbio) che vincolino le Procure a un rigoroso contegno pubblico nella fase delle indagini, a non attribuire nomi suggestivi alle inchieste, a non diffondere video para-polizieschi, insomma a evitare di servirsi della giustizia mediatica per impressionare l'opinione pubblica, condizionare il giudice e ottenere una condanna virtuale immediata e assurda prima ancora che si verifichi la consistenza delle loro accuse. "Confidiamo che i nostri emendamenti alla legge di delegazione europea, che richiedono il recepimento della direttiva Ue sulla presunzione di innocenza, siano approvati al più presto", dice Costa.
"Nella maggioranza di cui facciamo parte non si può indugiare, né prendere tempo su principi inaggirabili della nostra Costituzione". Annibali gli dà man forte: "È inaccettabile il ritardo che il nostro Paese continua ad accumulare rispetto all'attuazione della direttiva: dopo tre anni non possiamo continuare a compromettere la salvaguardia di un principio costituzionale". Poi aggiunge: "Come segnalato anche dalla ministra Cartabia durante l'esposizione delle linee programmatiche, è necessaria una piena attuazione della direttiva europea attraverso un rafforzamento della presunzione di innocenza". Verissimo: la ministra è stata tutt'altro che elusiva sul punto. Tanto è vero che Costa per primo, dopo l'audizione della guardasigilli alla Camera, ha esclamato: "Sento musica per le mie orecchie". Qual è il punto? Cartabia sa delle ritrosie di una parte della maggioranza, dei Cinque Stelle innanzitutto. Ritrosie emerse anche nella riunione lampo di ieri, che lei stessa presiede in videoconferenza coi capigruppo Giustizia della maggioranza. La ministra chiede dunque di evitare forzature, ma non per accantonare il tema: vuole che le proposte sul penale, sia quelle della "commissione Lattanzi" che le modifiche elaborate dai partiti, confluiscano a breve nel ddl delega, in modo da farne l'epitome della nuova giustizia, nella più ampia condivisione possibile. E d'accordo con lei il sottosegretario agli Esteri Enzo Amendola, che è del Pd e che sovrintende al dossier sulla legge di delegazione europea, divenuta imprevedibilmente occasione di attrito.
Alla fine la mediazione è sui tempi: il ministro 5s ai Rapporti col Parlamento Federico D'Incà chiede e ottiene che la riunione si aggiorni alla settimana prossima. Nella speranza di trovare un'intesa sul merito e sui tempi: accogliere nel ddl penale, dunque a fine aprile, parte delle proposte di Costa e Annibali. Si vedrà. I due deputati sono convinti che il dissenso 5 stelle è destinato a emergere, e preferiscono giocare d'anticipo. Cartabia sa che va ricercata l'intesa migliore possibile. E perciò non condivide l'idea di precorrere i tempi. Resta il fatto che il nodo giustizia prima o poi arriverà al pettine della nuova maggioranza. E ci vorrà tutta la cultura costituzionale della ministra per evitare che si trasformi in una mina esplosiva per il governo.
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