di Gennaro Totorizzo
La Repubblica, 23 marzo 2021
Arriva lo sportello comunale dei servizi demografici. Approvato lo schema di protocollo d'intesa tra Comune e Casa circondariale: i detenuti potranno ottenere anche certificati, carte di identità, atti di riconoscimento di paternità. Uno sportello per i servizi demografici nel carcere di Bari: i detenuti potranno ottenere anche certificati, carte di identità, atti di riconoscimento di paternità. E si potrà pure celebrare il matrimonio. La giunta comunale ha approvato lo schema di protocollo d'intesa con la casa circondariale di Bari, in corso Alcide De Gasperi, per l'apertura dello sportello nella casa circondariale.
"Il Comune di Bari, l'ufficio del garante regionale e la casa circondariale di Bari, nel corso dell'ultimo triennio, hanno intrapreso una serie di interlocuzioni finalizzate a favorire l'esercizio dei diritti e delle opportunità di partecipazione alla vita civile delle persone private della libertà personale - raccontano dal Comune - è emersa proprio la necessità di assicurare un'adeguata e tempestiva fruizione dei servizi comunali di anagrafe e di stato civile".
Lo sportello, in particolare, sarà attivo a cadenza periodica, alla presenza di un ufficiale di anagrafe o di stato civile incaricato. La postazione di lavoro, in un ufficio messo a disposizione dalla casa circondariale, sarà collegata alla rete comunale per l'accesso ai Sistema informativo settoriale della popolazione e alla banca dati anagrafica. "Crediamo che portare all'interno della Casa circondariale i servizi anagrafici, come pure i riti civili tra cui il matrimonio, sia un modo per agevolare la vita di tante famiglie che hanno un proprio congiunto in stato di detenzione e, così facendo, portare l'istituzione in un luogo deputato, oltre che all'applicazione della pena, anche e soprattutto alla reintegrazione sociale dei detenuti", ha spiegato il vicesindaco e assessore comunale ai Servizi demografici Eugenio Di Sciascio.
"Sono molto contenta di questa opportunità, che rappresenta un'esperienza attualmente attiva solo in pochissimi altri istituti italiani - aggiunge Valeria Pirè, direttrice della casa circondariale - Si tratta di un'iniziativa di grande valore anche a livello simbolico perché, riconoscendo la non extraterritorialità del carcere rispetto alla città, la comunità e le sue istituzioni si fanno carico dei detenuti e del loro diritto di cittadini".
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 23 marzo 2021
Nel nord del Paese, la situazione più critica riguarda la provincia ricca di petrolio di Marib. A Taiz i civili esposti a mine, ordigni e cecchini. L'inviato Onu: una battaglia inutile. Sei anni di guerra e un conflitto che si allarga mentre i civili sono allo stremo. Lo Yemen prosegue nella sua spirale verso una nuova escalation di violenza che sta coinvolgendo sempre più fronti: dallo scontro tra ribelli sciiti Houthi e governo riconosciuto di Aden, al confronto tra filo-sauditi e separatisti del sud, alla guerra per procura tra Arabia Saudita e Iran. Sullo sfondo di questa crisi, il divario sempre più ampio tra l'Arabia Saudita e gli Stati Uniti, in particolare dopo la decisione dell'amministrazione Biden di sospendere il sostegno alla coalizione araba guidata da Riad nella lotta contro i ribelli sciiti e cancellare dalla lista dei gruppi terroristici il gruppo Ansar Allah a cui fanno riferimento gli insorti sciiti filo-iraniani.
Nel nord del Paese, la situazione più critica riguarda la provincia ricca di petrolio di Marib, ultima roccaforte del governo sostenuto dall'Arabia Saudita nella parte settentrionale del Paese. Dall'inizio di gennaio, i ribelli sciiti hanno avviato le operazioni per prendere il controllo della provincia, con attacchi che si sono intensificati proprio a partire dal 16 febbraio, con la cancellazione del gruppo Ansar Allah dalla lista dei gruppi terroristici stranieri degli Stati Uniti, a poco meno di un mese dal loro inserimento fatto dall'amministrazione uscente di Donald Trump.
La crisi umanitaria dunque non si ferma, con oltre 18.557 vittime civili segnalate tra marzo 2015 e novembre 2020, 4,3 milioni di sfollati e una forte recessione economica che ha lasciato più di 24,3 milioni di persone (80% della popolazione) bisognosa di assistenza umanitaria. Solo nel 2020 i fronti sono aumentati da 33 a 49, provocando 172mila nuovi sfollati interni in un anno. In totale oggi sono 4milioni gli sfollati interni, di cui il 76% sono donne e bambini. Il conflitto è la causa della povertà e miseria cronica in cui vive il paese da anni, a questo si aggiungono le inevitabili conseguenze di una totale assenza di controllo statale, servizi infrastrutturali inefficaci o inesistenti, carenza di beni primari come acqua, cibo e medicinali. Secondo la comunità internazionale, nel 2021 si prevede che 16,2 milioni di persone nello Yemen dovranno affrontare alti livelli di insicurezza alimentare acuta.
"Il sistema sanitario nazionale è al collasso", è l'allerta lanciata da Medici Senza Frontiere. La popolazione non ha accesso a cure mediche di base e servizi essenziali e la situazione è aggravata dalla crisi economica e problemi di sicurezza. "A Taiz (altro fronte dello scontro tra i ribelli Houthi e i gruppi separatisti fedeli al governo di Aden, ndr) i civili sono esposti a colpi di mortaio, mine, tiro di cecchini. E gli ospedali sono bersaglio in piena violazione del diritto internazionale", spiega al telefono Marco Puzzolo, coordinatore di Msf, unica organizzazione umanitaria che ha mantenuto lo staff internazionale sul campo a Taiz. Dall'inizio dei combattimenti nel marzo del 2015, le strutture di Msf sono state colpite 6 volte, ma da allora i team di MSF hanno trattato più di 80 mila pazienti. "Uno dei più grossi problemi è che nella maggior parte degli ospedali le cure non sono gratuite e a causa di svalutazione e disoccupazione quasi nessuno può permettersi le cure", spiega ancora Puzzolo. Il conflitto impedisce alla popolazione di accedere ad acqua potabile e cure tempestive, e malattie curabili e prevenibili diventano cause di morte. Tra queste ci sono epidemie di morbillo, colera o decessi in gravidanza.
Ma non solo. Anche il Covid mette a rischio la popolazione. In Yemen, il primo caso di COVID-19 è stato accertato il 10 aprile 2020. La situazione è molto diversa tra nord e sud del paese: le autorità nel nord non riportano né confermano casi. A sud, informazioni sui contagiati sono rese pubbliche giornalmente e, sebbene in forma molto limitata, vi è capacità di testare la popolazione. "I dati disponibili parlano di un tasso di letalità attorno al 25%, vale a dire che una persona su quattro che contrae il virus muore. Vi sono stati alcuni tentativi di lockdown e le organizzazioni umanitarie continuano a diffondere messaggi su buone pratiche di igiene e misure di prevenzione, ma in una società fortemente comunitaria dove le persone vivono per strada e sopravvivono alla giornata con lavori saltuari in mercati, strade e luoghi pubblici, risulta difficile applicare qualsiasi tipo di misura contenitiva. Mentre il numero dei casi ha ripreso drammaticamente a salire da fine febbraio 2021, vi è preoccupazione per la capacità di tenuta del sistema sanitario, che sei anni di conflitto hanno portato molto vicino al collasso e che un aumento incontrollato dei contagi rischia di travolgere inesorabilmente", sottolinea Stella Pedrazzini, coordinatrice programmi Nord Yemen di Intersos, una delle organizzazioni internazionali che non ha abbandonato il paese dopo l'inizio del conflitto.
In questo quadro lo scorso 16 marzo, l'inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Martin Griffiths, ha avvertito di un "drammatico" deterioramento del conflitto nel Paese, sollevando l'allarme per l'espansione dei combattimenti su più fronti e un peggioramento della crisi umanitaria. Parlando a un briefing mensile del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Griffiths ha dichiarato che "le forze di entrambe le parti hanno subito pesanti perdite in questa battaglia inutile", ha dichiarato Griffiths, condannando i rapporti "scioccanti" di "bambini sempre più coinvolti nello sforzo bellico e privati del loro futuro". Griffiths ha anche lanciato l'allarme per l'aumento degli attacchi transfrontalieri nelle ultime settimane, sottolineando la preoccupazione che gli attacchi missilistici e di droni abbiano preso di mira le infrastrutture civili e commerciali nella vicina Arabia Saudita e intorno alla capitale dello Yemen, Sana'a, controllata dagli Houthi.
di Roberto Di Biase
emiliaromagnanews24.it, 23 marzo 2021
Primo dei sei appuntamenti online del ciclo "Tra diritto e società. La questione penitenziaria" organizzato dall'Università. Mercoledì 24 marzo, con inizio alle 15, si terrà il primo incontro del ciclo "Tra diritto e società. La questione penitenziaria" organizzato in modalità online dal Dipartimento di Giurisprudenza, Studi Politici e Internazionali dell'Università di Parma. Marcello Bortolato, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze, e Monica Moschioni, referente dell'Osservatorio carcere della Camera penale del Foro di Parma, tratteranno il tema "La tutela dei diritti fondamentali del detenuto oltre i luoghi comuni e gli stereotipi".
I sei incontri del ciclo, ideato e organizzato dai docenti dell'Ateneo Fabio Cassibba e Chiara Scivoletto, sono strutturati come tavole rotonde e vedranno la partecipazione di docenti universitari di atenei italiani ed esteri, di avvocati, di magistrati, di operatori socio-sanitari del sistema penitenziario, oltre che dei Garanti per la tutela delle persone private della libertà di livello nazionale, regionale e comunale.
Gli incontri si rivolgono principalmente alle studentesse e agli studenti iscritti ai Corsi di laurea del Dipartimento di Giurisprudenza ma, per l'importanza dei temi trattati e dei relatori coinvolti, saranno aperti, senza necessità di iscrizione, anche alla partecipazione degli studenti degli istituti scolastici superiori e della cittadinanza tutta. I link per partecipare ai webinar si trovano nella locandina del ciclo di incontri, nella home page dell'Università di Parma.
di Paola Cisternas Navarro e Manuela Mascolo
napolimonitor.it, 23 marzo 2021
L'attività di sportello per i diritti che come Antigone Campania portiamo avanti nel carcere femminile di Pozzuoli è considerata attività "fondamentale", e per questo continua nonostante le restrizioni della zona rossa. In queste ultime settimane abbiamo incontrato diverse ragazze al primo ingresso in carcere.
Se già normalmente tra i detenuti si riscontrano disturbi psicologici che possono essere legati all'arresto, all'imprigionamento, al rimorso per il delitto commesso, alla previsione della condanna o all'evoluzione di disturbi preesistenti, in questa fase assistiamo ancora più frequentemente allo svilupparsi di forme di depressione che sembrano scaturire non solo dalla situazione di detenzione, ma anche dalle ulteriori restrizioni dovute alla pandemia, come la sospensione di alcune attività e prima tra tutte l'interruzione dei colloqui con i familiari.
Da questo punto di vista, rispetto ai padri detenuti, le detenute madri sembrano vivere con maggiore difficoltà il distacco dai figli, che riescono a sentire o vedere solo saltuariamente. Ansia da separazione, ansia reattiva da perdita e crisi di identità sono le conseguenze più immediate. All'inizio della carcerazione, in particolare, i disturbi d'ansia possono manifestarsi come crisi; se poi il disadattamento persiste, possono sopraggiungere attacchi di panico e claustrofobia, spesso aggravate dal terrore di essere allontanate definitivamente dai propri figli.
Molte tra le centottantuno persone attualmente detenute a Pozzuoli sono madri private della responsabilità genitoriale, in conseguenza di una pena accessoria o di una decisione del tribunale dei minori. Alcuni casi risultano più complicati, soprattutto quando queste madri sono straniere e hanno difficoltà a comprendere quanto scritto sui provvedimenti che le riguardano.
P. è una donna di origini nigeriane e la sua è una delle tante storie di maternità negata per chi fa ingresso in carcere. Madre di un bambino che rappresenta il suo unico legame col mondo esterno e che non vede da almeno due anni, vede notificarsi un provvedimento dal tribunale dei minori e si rivolge a noi perché non ne comprende il contenuto. Quando la incontriamo, P. stringe tra le mani la decadenza della responsabilità genitoriale, inoppugnabile perché il termine per porre reclamo, di appena dieci giorni, è già decorso. In seguito alla condanna di sei anni di reclusione per sua madre, e alla sospensione della responsabilità genitoriale, suo figlio T. è stato affidato temporaneamente a una coppia di coniugi, che ne hanno ottenuto ora l'affido definitivo.
P. non riesce a rassegnarsi a un provvedimento che segna la fine del rapporto con suo figlio. Se è vero che - non avendo familiari in Italia - aveva prestato consenso all'affido temporaneo di T., pensava di poter continuare a sentirlo e a vederlo durante i colloqui e i permessi premio, fino al momento in cui, una volta fuori, sarebbero potuti tornare insieme.
Gli affidatari hanno iniziato invece a farle sentire sempre meno la voce di T. al telefono, a non portare il piccolo ai colloqui, a non lasciarglielo vedere durante i permessi. Nonostante gli anni di distacco imposti dagli affidatari, dal tribunale e dal sistema carcerario, T. aveva espresso la richiesta di conservare il rapporto con sua madre, ma ora le parole del provvedimento di decadenza mettono fine a ogni speranza di ricongiungimento. Non sarà P. a poter spiegare, un giorno, a suo figlio, i motivi della sua lontananza. Al momento delle sue dimissioni dal carcere non ci sarà lui ad attenderla, ma un provvedimento di espulsione dal paese.
Nel provare a consolare P., le sue compagne di le spiegano che è questo il destino delle madri in carcere, in particolar modo di quelle migranti. La storia è comune anche a E., nigeriana, che in carcere ci ha già trascorso dieci anni su ventuno totali da scontare. Suo figlio, ormai maggiorenne, è stato adottato, lei ha prestato il suo consenso perché gli affidatari gli avrebbero garantito un buon futuro e gli avrebbero permesso di restare in contatto con lei. I due si vedono durante i colloqui e talvolta a riescono a sentirsi, ma per il suo ventunesimo compleanno E. aveva sperato di fargli una sorpresa: sarebbe uscita in permesso e sarebbe andata a trovarlo.
La sua speranza di sentirsi madre per qualche giorno è stata però disattesa: E. è condannata per un reato ostativo e nonostante la liberazione anticipata non ha trascorso in carcere il tempo considerato necessario dalla legge per accedere al beneficio. Sebbene i calcoli del magistrato non tornino né a lei né a noi, il termine per fare reclamo è, ancora una volta, già decorso, ed E. deve rinunciare a vedere suo figlio e a poter festeggiare con lui il suo compleanno.
Sul piano civilistico, la privazione della responsabilità genitoriale deriva dalla fisiologica assenza del genitore recluso, che raramente riesce ad ottemperare ai suoi obblighi. La possibilità di esercitare i suoi diritti-doveri è confinata infatti nei rari colloqui e nelle conversazioni telefoniche, tenuti per lo più in presenza di terzi e in un ambiente inadeguato (questo perché gli spazi destinati all'affettività sono inesistenti nella maggior parte degli istituti di pena, e i luoghi in cui si svolge la vita detentiva costituiscono un trauma, in primis per il minore). Tuttavia, l'azione educativa di genitori consapevoli passa attraverso l'attenzione e la sollecitudine con la quale questi si occupano dei loro figli, e sotto quest'aspetto la relazione madre-figlio va preservata. Un approccio che propone la totale deresponsabilizzazione delle persone detenute andrebbe sostituito quindi con un altro basato sull'assunzione di responsabilità e la formazione all'interno del nucleo familiare. La dimensione affettiva connessa alla maternità dovrebbe essere considerata elemento di trattamento e punto di partenza nel processo di risocializzazione all'interno del carcere. La sua assenza, al contrario, non può che produrre una destrutturazione del contesto familiare.
La possibilità, per le madri detenute, di continuare ad esercitare la responsabilità genitoriale prendendo decisioni centrali per la vita e la cura della loro prole, dovrebbe essere inoltre fondamentale alla luce del principio di rieducazione della pena. La negazione del rapporto familiare, invece, in virtù di un automatismo legislativo, risponde a una logica meramente retributiva della stessa, oltre a costituire la violazione di un diritto garantito indistintamente ai liberi e ai ristretti. Ogni qualvolta in cui lo Stato non predispone gli strumenti che consentono al detenuto di continuare a essere genitore, si verifica una violazione di questo diritto.
Dal momento, in sostanza, che nel nostro ordinamento la tutela del minore ha un ruolo prioritario tanto quanto la funzione rieducativa della pena, occorre individuare strumenti altri per preservare il rapporto madre-figlio e incrementare l'utilizzo di quelli esistenti. Le misure alternative alla detenzione appositamente introdotte per le madri in carcere ricevono infatti allo stato una scarsissima applicazione, a causa dei requisiti particolarmente rigorosi previsti, e i percorsi di accompagnamento alla genitorialità in carcere sono attivi soltanto in pochi istituti. Percorsi virtuosi di questo genere si avvalgono del lavoro di psicologi che seguono il genitore detenuto, creando un ponte con il figlio, la famiglia e con i servizi territoriali, per sostenere la relazione genitoriale anche attraverso il supporto durante le visite. Alla stessa logica risponde l'intento di creare spazi destinati all'interazione tra genitori e figli diversi da quelli in cui si tengono i colloqui ordinari. I fatti (e i dati), tuttavia, ci dicono che l'attenzione dell'istituzione carceraria rispetto a queste tematiche così delicate è ancora minima.
di Rosario di Raimondo
La Repubblica, 23 marzo 2021
In carcere si avvicinò alle Brigate Rosse. Condannato all'ergastolo, era libero dal 2000. "Venni dal Sud con la mia valigia di cartone". Con questo suo verso in molti ricordano sui social Sante Notarnicola, morto oggi a 82 anni: rapinatore, "bandito", come lui stesso si definì quando venne arrestato, comunista senza partito, poeta, scrittore, oste del Pratello, la strada dei locali nel centro di Bologna dove la festa più importante è quella del 25 aprile.
Non c'è un'etichetta che basti a descriverlo, lui che nel 1978 fu il primo della lista di tredici nomi indicati dalle Brigate rosse (si avvicinò in carcere) come detenuti da liberare in cambio del rilascio di Aldo Moro. Il sito Contropiano.org racconta che nelle scorse settimane aveva sconfitto il Covid, era tornato a Bologna, diventata negli anni la sua casa. Se n'è andato per complicanze di salute emerse successivamente.
Lascia la moglie Delia mentre i suoi amici del Mutenye, il pub che gestì, sono senza parole per la notizia, volata di bocca in bocca nel pomeriggio. Notarnicola, nato nel 1938 a Castellaneta, in provincia di Taranto, "fra miseria ed emarginazione sociale", recita la sua biografia, a 13 anni raggiunse la madre a Torino, dove visse in un "quartiere-ghetto". Militò nella Fgci e nel Pci per poi allontanarsi dal partito inseguendo le "speranze rivoluzionarie".
Che lo portarono, con Pietro Cavallero, a formare una banda che collezionò una serie di rapine sanguinarie. Nel '67 venne arrestato dopo una brevissima latitanza e condannato all'ergastolo per l'ultimo colpo finito nel sangue: la banda assaltò il Banco di Napoli, a Milano. Ci fu una sparatoria con la polizia tra la folla, a terra rimasero quattro morti. In carcere Notarnicola fu protagonista delle rivolte per migliorare le condizioni dei detenuti e in cella studiò, lesse, scrisse. Nel '95, in semilibertà, divenne oste, dal duemila era libero. Nel 1972 pubblicò per Feltrinelli "L'evasione impossibile". La sua figura ha ispirato il cinema e la musica. Nel film "Banditi a Milano", di Carlo Lizzani, che racconta la storia della banda Cavellero, è interpretato da Don Backy. "La nostalgia e la memoria", uno dei suoi libri, è diventato il titolo di una canzone dell'album "Terra di nessuno" degli Assalti Frontali.
La Repubblica, 23 marzo 2021
Negato l'accesso a diplomatici e giornalisti. Kovrig è detenuto dal 2018 con un altro connazionale: il processo è visto dagli osservatori come una rappresaglia della Cina per l'arresto su richiesta degli Usa avvenuto a Vancouver di Meng Wanzhou, direttore finanziario di Huawei.
Il processo a carico di Michael Kovrig, il canadese detenuto da più di due anni in Cina con l'accusa di spionaggio, ha avuto inizio questa mattina alla Intermediate Peoplès Court di Pechino, pochi giorni dopo l'analogo procedimento che si è tenuto a Dandong contro il connazionale Michael Spavor. All'udienza, anche in questo caso, è stato negato dopo più tentativi l'accesso ai giornalisti e soprattutto ai diplomatici, come invece permesso dal diritto internazionale. Un portavoce del tribunale ha citato, a giustificazione della mossa, l'art.188 del codice di procedura penale cinese che impone un processo a porte chiuse per i casi riguardanti "segreti nazionali".
Kovrig e Spavor, rispettivamente un ex diplomatico e un uomo d'affari, sono in arresto da dicembre 2018, in quella che è vista dagli osservatori come una vera rappresaglia della Cina per l'arresto su richiesta degli Usa avvenuto a Vancouver all'inizio dello stesso mese di Meng Wanzhou, direttore finanziario di Huawei, per la violazione delle sanzioni americane all'Iran.
Jim Nickel, incaricato d'affari dell'ambasciata canadese a Pechino, ha riferito fuori dal tribunale che "l'accesso era stato negato" e che erano attesi 28 diplomatici in rappresentanza di 26 Paesi, quasi tutti europei, tra cui l'Italia, più Usa, Australia e Nuova Zelanda.
"Siamo molto preoccupati per la mancanza di accesso e la carenza di trasparenza nel processo", ha aggiunto. Gli Stati Uniti sono "profondamente preoccupati per la mancanza di protezioni procedurali minime concesse ai due cittadini canadesi", ha detto da parte sua William Klein, vicecapo missione dell'ambasciata Usa a Pechino.
La scorsa settimana, dopo l'udienza a porte chiuse, il premier canadese Justin Trudeau è tornato all'attacco, definendo la detenzione dei due uomini "del tutto inaccettabile, così come la mancanza di trasparenza riguardo a questi procedimenti giudiziari", ultimo scorso di una crisi tra Ottawa e Pechino che ha portato i rapporti bilaterali ai minimi degli ultimi decenni. La Cina ha ribadito la sua posizione: l'arresto dei due cittadini canadesi è legale, mentre quello di Meng è "un incidente puramente politico".
di Ezio Menzione*
Il Dubbio, 23 marzo 2021
Il presidente Erdogan prima abbandona la Convenzione di Istanbul poi avvia la procedura per rendere illegale il partito filocurdo HDP. La notizia ha fatto in un attimo il giro del mondo, Erdogan con un decreto presidenziale ha ritirato l'adesione del proprio paese alla Convenzione di Istanbul del 2011, sottoscritta dal parlamento turco all'unanimità nel 2012. La Turchia era stata il primo firmatario della convenzione, seguita da 33 paesi su 37 del Consiglio d'Europa.
La Convenzione e i suoi 81 articoli è unanimemente considerata la migliore tutela che le donne abbiano raggiunto in questi anni per difenderle dagli atti di violenza di genere e di discriminazione: nuovi reati come lo stalking, la violenza psicologica, il matrimonio, l'aborto e la sterilizzazione forzati e altri ancora e costringe gli stati firmatari ad approntare rimedi contro la violenza di genere.
Violenza che proprio in Turchia raggiunge vette e numeri di fronte ai quali impallidiscono quelli degli altri paesi: un recente studio ha dimostrato che una donna su tre ha subito una vera e propria violenza sessuale in vita sua. Basti poi dire i numeri dei femminicidi: negli ultimi anni sono su una media attorno ai 300 l'anno (324 nel 2019, 284 nel 2020, 33 nel solo febbraio 2021, ultimo dato pervenuto), con punte di più di 400. Se c'è un paese che ha bisogno più di ogni altro della Convenzione di Istanbul, questo è la Turchia. Del resto, questo decreto era stato anticipato dalla decisione dell'anno scorso quando, per alleggerire un po' le carceri per far fronte al Covid, si fecero uscire tutti gli assassini di donne, mentre son rimasti in galera, per dire, tutti gli oppositori politici.
Il Ministro della Famiglia ed il portavoce di Erdogan, nell'intervenire sul decreto presidenziale, hanno affermato che la Turchia non ha bisogno di una norma internazionale, che la famiglia e la cultura della famiglia bastano a tutelare le donne, soprattutto "bastano i valori tradizionali che fanno della famiglia un asse portante della società turca". Questo richiamo ai "valori tradizionali" è la chiave per comprendere la mossa di Erdogan: l'attacco è sì principalmente contro le donne, ma tiene d'occhio anche (se non soprattutto) il movimento LGBT+, molto forte nelle grandi città e che vede in primissima fila lesbiche e trans, su posizioni di chiara opposizione al governo. Facile prevedere come prossima mossa una messa fuori legge di tale movimento, che trovava proprio nell'articolo 4 della Convenzione una difesa dagli atti discriminatori delle persone sulla base degli orientamenti sessuali.
Ma quale è l'obiettivo politico di una mossa simile? Ci sta dentro, naturalmente, l'insofferenza tipica del sultano ad ogni norma e legame pattizio e proveniente da qualche altra fonte, pur se recepita dall'ordinamento interno. Ma ci sta pure la sudditanza ai voleri del partito MHP, alleato fondamentale della coalizione di governo (da solo lo AKP, il partito di Erdogan, non avrebbe avuto il 50% dei voti alle ultime politiche e al referendum costituzionale). Lo MHP è un partito islamista integralista, che mira alla reintroduzione della sharia (la legge islamica) per governare le questioni familiari: era stata bandita da Ataturk nel 1923 al momento della costituzione della repubblica. È su questo che si gioca la partita in Turchia. La rimoscheizzazione di Santa Sofia e di Chora a Istanbul, non erano che l'assaggio.
La disdetta dell'adesione della Turchia alla Convenzione di Istanbul ha suscitato sdegno in tutta Europa (eccetto di Di Maio). Ma ha sollevato proteste soprattutto in patria sia per le modalità con cui è avvenuta: un decreto presidenziale che abroga una legge approvata unanimemente dall'intero parlamento; sia perché il movimento delle donne considera la convenzione una conquista necessaria. Difatti in tutto il paese si sono convocate in piazza e, c'è da giurarci, la questione non finirà qui.
Il giorno prima, la Procura Generale presso la Cassazione ad Ankara ha iniziato la procedura per mettere fuorilegge il secondo partito di opposizione: lo HDP. Questo partito, che ha sempre superato la soglia del 10% necessaria per entrare in Parlamento, ha sempre fatto una seria opposizione al governo dell'AKP di Erdogan. Nacque come partito radicato nei territori del kurdistan turco, vincendo sempre a man bassa le amministrative in quella parte del paese. Esso però man mano è riuscito a raccogliere vasti consensi anche fra la popolazione turca, grazie ad un programma che potremmo definire socialdemocratico e molto attento ai diritti delle donne, oltreché, naturalmente, ai diritti e all'autonomia del popolo curdo. Alle politiche del 2016 la sua affermazione fece sì che Erdogan non avesse la maggioranza assoluta che gli era necessaria per la riforma costituzionale in senso presidenziale e autoritario. Tant'è che, a pochi mesi di distanza, Erdogan fece ripetere le elezioni, lo HDP riuscì ugualmente, sia pure di stretta misura, a superare di nuovo la soglia del 10%; e poi Erdogan riuscì, grazie all'alleanza con il partito di ultradestra MHP a far passare la riforma costituzionale.
Sia la Germania che gli Stati Uniti sono usciti con dichiarazioni che stigmatizzano la richiesta di messa fuorilegge dello HDP come un gravissimo colpo alla democrazia. Tanto più che vi è anche la volontà di inibire l'attività politica a 687 membri del partito, fra cui il segretario Demirtas (in carcere da molti mesi, nonostante che la CEDU abbia riscontrato la illegittimità della sua detenzione) nonché i parlamentari e decide e decine di amministratori locali. Del resto, il 42% dei sindaci del HDP eletti alle ultime amministrative nella Turchia del Sud Est sono già stati rimossi dal loro incarico e sostituiti con governatori designati dal governo centrale.
La richiesta di messa fuorilegge era stata preceduta dalla decadenza dal ruolo di parlamentare di Omer Gergerlioglu, uno dei più agguerriti rappresentanti dello HDP in seno al Parlamento: la ragione? un tweet considerato eversivo. Non una maggiore consistenza sta alla base della richiesta formulata contro lo HDP: esso favorirebbe il terrorismo. Concetto del tutto evanescente in Turchia. La sostanza, come ha detto Human Rights Watch Turkey è il fatto che milioni di elettori si troverebbero senza più alcuna rappresentanza. Ora decidere spetta alla Corte Costituzionale, che ha 15 giorni dal ricevimento della domanda da parte della Procura Generale per stabilire se vi siano elementi sufficienti per procedere oppur no. In caso affermativo, si instaura un vero e proprio giudizio dominato, nei tempi e nei modi, dalla Corte stessa.
Non si creda che la Corte non possa accogliere una simile domanda, anche se palesemente infondata. Nella storia della Turchia, da quando c'è la Corte, ben 20 partiti sono stati messi fuorilegge, mentre la richiesta è stata rigettata nei confronti di altri 17. Fra quelli chiusi ci fu anche il partito dell'attuale presidente Erdogan, che fu veloce nel riciclarsi sotto altre bandiere. Durante i vari colpi di stato militari degli anni 80, furono chiusi addirittura tutti i partiti. Altri tempi, potrebbe dire qualcuno: ma no, siamo allo stesso punto.
*Osservatore Internazionale Ucpi
di Francesca De Benedetti
Il Domani, 23 marzo 2021
In Polonia i diritti civili sono sotto pressione e una sentenza della Corte costituzionale ha ristretto ancora di più il diritto all'aborto. Mentre l'opinione pubblica europea si indigna per la scelta della Turchia di Erdogan di ritirarsi dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne, un pezzo d'Europa non solo progetta di fare altrettanto, ma già lavora a un progetto alternativo: una convenzione ultraconservatrice a difesa della famiglia tradizionale. In Polonia, un'azione sinergica tra la destra ultracattolica e l'organizzazione pro-life Ordo Iuris è riuscita a far sbarcare in questi giorni alla Camera dei deputati il progetto. Prevede di uscire dalla Convenzione di Istanbul e lanciare un nuovo piano; l'ala più estremista del governo lavora già da tempo per trascinare nella "convenzione alternativa" altri paesi, a cominciare da quelli dell'est Europa. Da mesi sono in corso contatti con Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Croazia. "La Polonia è l'unica del gruppo di Visegrád ad aver ratificato la controversa Convenzione di Istanbul", recita un documento dell'organizzazione pro-life che spinge per smantellarla. La tesi è che la Convenzione sia incostituzionale perché rinnega i principi della famiglia tradizionale: si basa "sull'idea che all'origine della violenza sulle donne ci sia un problema di disuguaglianze". La proposta alternativa, la "Convenzione sui diritti della famiglia", è un inno oltranzista alla "famiglia tradizionale", con le conseguenze del caso: vietati aborto e unioni omosessuali. A fine mese, il piano arriverà a una svolta decisiva.
Un piano ultraconservatore - La Convenzione di Istanbul è "una minaccia alla famiglia tradizionale" secondo Ordo Iuris. Questa influente organizzazione pro-life fa parte del network del Congresso mondiale delle famiglie (lo stesso che tre anni fa si riunì a Verona, scatenando le proteste). La rete è presidiata e finanziata anche da oligarchi vicini a Putin, e Ordo Iuris si nutre di queste connessioni. L'influenza di questa pro-life sul governo polacco si può ritrovare in molte iniziative degli ultimi anni. Jarosław Kaczyński, il leader ultracattolico del Pis, ha ammesso che è stata proprio questa organizzazione a ispirarlo, quando nel 2016 il partito ha provato a inasprire il divieto di aborto; gli effetti di queste spinte si vedono tuttora. Formalmente Ordo Iuris si definisce "istituto indipendente per la cultura giuridica".
Certo è che tra le sue file ci sono avvocati e giuristi, i quali, per loro stesso dire, "partecipano attivamente nel processo di elaborazione delle leggi". Nel 2018 Ordo Iuris si batteva per "la protezione della famiglia" minacciata dalla "ideologia del gender" e elaborava la Convenzione alternativa a quella di Istanbul. Trova un formidabile alleato nel politico di destra Marek Jurek, che all'epoca era europarlamentare, e che predicava "il ritorno alla civiltà cattolica", in netta opposizione con aborto e unioni gay. Il contributo di Jurek era la spinta politica, quello di Ordo Iuris le competenze giuridiche. È nato così un progetto di convenzione "per la famiglia tradizionale". A breve presero il via gli incontri con gli esponenti del governo.
"Un progetto internazionale che dà forza ai valori conservatori è buono", cominciavano a dire gli esponenti del Pis. Il piano per sostituire la Convenzione di Istanbul con un documento di stampo ultraconservatore è diventato così una iniziativa di legge popolare, che ha ottenuto le 150mila firme necessarie e il sostegno esplicito dell'ala più estremista del governo. Il ministro della Giustizia Zbigniew Ziobro, il "polarizzatore" della destra polacca, ha annunciato lo scorso luglio l'intenzione di far uscire la Polonia da Istanbul e ha chiesto al resto del governo di avviare l'iter, suscitando le proteste della società civile e del giurista Adam Bodnar, difensore civico.
In aula ora - Ziobro non si è fermato: ha presentato il progetto di convenzione alternativa agli altri paesi dell'Europa orientale. Nella lettera rivolta a loro, scrive che bisogna difendere la famiglia come unione eterosessuale; il matrimonio "è solo tra un uomo e una donna", è da escludersi quello omosessuale. La Convenzione di Istanbul va contestata e con essa "l'idea che la violenza sulle donne derivi da uno squilibrio di potere e da una dominazione maschile".
Ecco perché Varsavia propone un progetto alternativo che difende la famiglia tradizionale, con tanto di previsione di "crimini contro la famiglia". Il premier Mateusz Morawiecki, di fronte a queste spinte, da una parte ha criticato a sua volta Istanbul, dall'altra ha congelato la questione, rinviandola alla Corte costituzionale. Questa stessa Corte di recente ha portato a termine il progetto di irrigidire il divieto di aborto, riuscendo laddove il Pis nel 2016 per vie politiche non aveva avuto successo. Nel frattempo, al parlamento polacco a febbraio è sbarcato il progetto di Ordo Iuris con le sue 150mila firme e un titolo, "Sì alla famiglia, no al gender".
Il 17 marzo è cominciato il dibattito, che prosegue il 30; quel giorno ci sarà anche un voto, che determinerà il futuro del progetto, ovvero se verrà rinviato o meno a ulteriori lavori in commissione. Mercoledì scorso femministe e attivisti hanno fatto sentire la loro opposizione manifestando davanti alla Camera, che stava analizzando la bozza di Ordo Iuris. Uscire dalla Convenzione di Istanbul, "costruita sulla gender ideology", è solo l'inizio, poi è prevista la creazione di una commissione che entro tre anni dia vita a una nuova convenzione.
Ordo Iuris ha già progettato anche quella. "La famiglia è alla base dell'ordine sociale, è basata sul matrimonio - si legge - quest'ultimo è fra uomo e donna, la differenza fra sessi è biologica, il bambino va tutelato anche prima della nascita, la sua educazione può essere di stampo confessionale". La lettera di Ziobro agli altri paesi conteneva proprio frammenti di questo testo, che è un tentativo di fissare i principi del Congresso delle famiglie in una vera e propria Convenzione internazionale.
di Davide Lemmi e Marco Simoncelli
La Repubblica, 23 marzo 2021
La rabbia è esplosa dopo l'arresto del principale leader d'opposizione. Ma le ragioni della protesta sono più profonde: disoccupazione e una crisi economica accentuata dal coronavirus. E riparte la voglia di scappare dal Paese sfidando l'Oceano. In un incrocio del quartiere Medina, a poca distanza dal Palazzo di Giustizia di Dakar, decine di elmetti neri delle forze antisommossa si stringono per impedire il passaggio a una folla di giovani manifestanti che freme a pochi centimetri dai loro scudi. Un cartello emerge dal fragore. "Vi abbiamo chiesto democrazia e sviluppo! Avete preferito la ricchezza e i vostri interessi. Siete la vergogna!". Una voce strozzata nell'aria rovente urla: "Vogliamo poter decidere! Non ci fermerete!". A una settimana da quegli eventi, i segni della rabbia delle proteste rimangono impressi sul cemento della capitale senegalese. Nell'atmosfera di calma apparente detriti, cumuli di cenere, vetri rotti e relitti d'auto sono ancora accatastati ai lati delle strade.
La scintilla che ha fatto scoppiare le manifestazioni nei principali centri abitati del Senegal è l'arresto di Ousmane Sonko, avvenuto il 3 marzo. Il giovane leader del partito di opposizione Pastef-Les Patriotes, arrivato terzo alle ultime elezioni del 2019, doveva infatti presentarsi in udienza al palazzo di giustizia per rispondere alla gravissima accusa di violenza sessuale ai danni di una giovane ragazza di un centro massaggi, ma la scelta di cambiare tragitto rispetto a quello prestabilito dalle autorità, generando così una manifestazione spontanea, è stata giudicata un intralcio all'ordine pubblico e tentata insurrezione. Accusa che è valsa la custodia cautelare per il politico a cui il 26 febbraio era stata inoltre tolta l'immunità parlamentare.
In questo senso Ousmane Sonko ha sempre rigettato le imputazioni, definendole un "complotto" teso ad eliminarlo dalla scena politica. Il giovane parlamentare anti-sistema è considerato infatti il principale antagonista del presidente Macky Sall. Un outsider della politica amato dalle giovani generazioni e, dunque, uno dei principali concorrenti in vista del voto del 2024 al quale Sall, in carica da nove anni, non potrà ricandidarsi a causa del limite di due mandati.
Per quattro giorni gli scontri tra manifestanti e la polizia hanno interessato Dakar e altre località del Paese tra cui, in particolare, la regione della Casamance, provocando almeno 10 morti e 590 feriti. Tra il 4 e l'8 marzo, periodo di maggiore intensità delle proteste, sono stati inoltre incendiati e saccheggiati decine di centri commerciali Auchan e stazioni Total principalmente perché legate alla Francia, con cui Sall ha ottimi rapporti e la cui presenza è ritenuta "scomoda" e "opprimente" da molti senegalesi.
La svolta nell'impasse avviene l'8 marzo. La mattina i giudici, dopo la prima udienza di Sonko, decidono per la liberazione dalla custodia cautelare del politico, mentre la sera il presidente Sall si rivolge per la prima volta alla popolazione dichiarando di aver compreso le inquietudine e le preoccupazioni dei giovani. Intervengono inoltre, con un messaggio distensivo, i leader religiosi delle potenti confraternite Sufi. Il caso giuridico però resta ancora aperto e il politico, ufficialmente libero ma sotto controllo giudiziario, continua ad accusare Sall di aver "tradito la nazione" e ad esortare la mobilitazione dei sostenitori.
In questo contesto di alta tensione, che in Senegal non si vedeva da quasi dieci anni, nasce il Movimento di difesa della democrazia (M2D), formato da parlamentari dell'opposizione e organizzazioni della società civile con l'obiettivo di resistere alle "pratiche dispotiche del governo". Proprio il M2D, sotto l'hashatag #FreeSenegal che è dilagato sui social, ha organizzato grandi mobilitazioni pacifiche per sabato, poi rinviate a data da destinarsi, dopo un ulteriore intervento di pacificazione di una delegazione della confraternita islamica Mouridyya, la più importante del Paese.
Eppure nonostante un ritorno alla calma, le ragioni della rabbia rimangono sul campo. Nelle voci dei manifestanti emerge un senso di regressione del pluralismo democratico. Durante il mandato di Sall, oltre a Sonko, ci sono stati altri due importanti episodi di oppositori estromessi dalla politica per casi giudiziari: nel marzo 2013, Karim Wade, ex ministro e figlio dell'ex-presidente Abdoulaye Wade, e nel marzo 2017, Khalifa Sall, ex-sindaco di Dakar, condannati entrambi per appropriazione indebita e corruzione. "Devono smetterla di incarcerare e imbavagliare oppositori e chiunque la pensi diversamente. È uno schema che usano sempre ormai", sostiene ancora insoddisfatto il giovane Cherif, mentre si allontana dal Palazzo di Giustizia.
Ma se il caso Sonko è stato il motore politico iniziale, le vere cause della collera sono più profonde. Si radicano nell'esasperazione e nel senso di abbandono che esiste da tempo tra i giovani. Incertezza, mancanza di opportunità, difficili condizioni di vita sono il cocktail di un contesto economico già critico che si è poi aggravato per via del fattore Covid. La pandemia e le sue conseguenze hanno intaccato settori economici importanti per il Paese. Tra cui la pesca artigianale, l'allevamento, il commercio informale e il turismo, col suo indotto praticamente azzerato. Il quadro generale in Senegal racconta oggi di un calo del 16% nelle esportazioni e una contrazione del 30% nelle importanti rimesse della diaspora all'estero, che nel 2019 valevano il 10% del Pil.
"Non abbiamo lavoro. Non c'è impiego, al massimo sono occupazioni occasionali. Noi giovani siamo senza fare niente e lo Stato non fa nulla", sostiene Diouf, un altro ragazzo incontrato in una delle notti di collera a Ngor. Non esistono dati aggiornati sul tasso di disoccupazione nel Paese. Il più recente è del 2019 in cui la percentuale era pari al 19%, ma già in aumento da due anni consecutivi. "Quindi le soluzioni sono due: o scappare all'estero o provare a riprendersi il Paese", conclude il giovane.
Il tema immigrazione torna quindi al centro del dibattito. Se negli ultimi anni era stato registrato un assestamento delle partenze, nel 2020 i numeri sono tornati a crescere. In particolare sono esemplificativi i dati sugli arrivi di migranti sulle coste spagnole delle Isole Canarie. Nel 2020 una sequela di naufragi ha provocato più di 1.800 morti e riacceso l'attenzione sulla poco conosciuta "ruta canaria". L'anno scorso sulle isole sono sbarcate quasi 20mila persone arrivate con imbarcazioni di fortuna, spesso piroghe provenienti dal nord del Senegal attorno a Saint Louis o da M'bour, città costiera a sud di Dakar. Un dato enorme se comparato ai 2.700 arrivi del 2019 e sintomo di una crisi sociale imperante.
A Thiaroye sur mer, cittadina di pescatori della cintura di Dakar, tutti conoscono almeno una persona che ha tentato di migrare in Europa. Qui la ruta canaria è stata battezzata col motto "Barça ou Barsakh", "Barcellona o morte". "La prima volta mi hanno fermato in Libia, la seconda, la barca è affondata non lontano dalle isole. Ho rischiato di morire e ho rinunciato per ora", il racconto di Cheikh che ha vissuto sulla sua pelle l'esperienza del viaggio, concludendo "in quel percorso lungo 1.500km tra Senegal e Spagna ci sono gran parte delle ragioni delle proteste".
Se quindi oggi le manifestazioni si sono sgonfiate per l'intervento di attori politici e religiosi influenti, in Senegal la tensione resta alta. L'attesa è per gli investimenti post Covid e il modo in cui il governo agirà in vista delle elezioni del 2024.
di Emilio Robotti
psychiatryonline.it, 22 marzo 2021
I provvedimenti ad interim della Corte Europea dei Diritti Umani sono misure cautelari che possono essere destinati ad uno Stato membro del Consiglio di Europa per impedire la violazione di un diritto fondamentale durante il tempo occorrente alla Corte per valutare un ricorso o anche per consentire all'interessato di proporre il ricorso.
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