di Massimo Malpica
Il Giornale, 21 marzo 2021
La giustizia come spartiacque, il garantismo come bandiera da contrapporre ai grillini. All'assemblea di Italia Viva Matteo Renzi tende la mano al "nuovo" Pd di Enrico Letta, ma chiede di accordarsi sui paletti per camminare insieme, tornando a rimarcare le distanze dai Cinque Stelle.
di Davide Varì
Il Dubbio, 21 marzo 2021
Al bando canzoni che strizzano l'occhio alla criminalità organizzata. Il De Andrè di "Don Raffaè" avrebbe rischiato l'ergastolo. "La mafia vive di messaggi e certi messaggi vanno fermati. Qualsiasi sia il canale di cui si servono".
di Alberto Gentili
Il Messaggero, 21 marzo 2021
Intervista al vicepresidente del Csm: "Se troppo spesso l'accusa non regge o la sentenza è annullata, deve incidere sulla valutazione. Palamara? Responsabilità di singoli". La carriera dei giudici va legata alla fondatezza dei "processi". David Ermini, vicepresidente del Csm, ritiene necessaria "la riforma e una rifondazione etica della magistratura".
di Giuliano Santoro
Il Manifesto, 21 marzo 2021
Don Ciotti alla giornata in ricordo delle vittime della criminalità. "È necessario un pensiero nuovo, radicale e rigeneratore nella lotta alle mafie: se non rigeneriamo rischiamo di degenerare": il grido di allarme viene da don Luigi Ciotti, che ha partecipato all'evento romano della Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie è promossa da Libera ormai da ventisei anni e da quattro è riconosciuta per legge nazionale come ricorrenza ufficiale.
Ciotti ha parlato a Roma, all'Auditorium della musica, dove è stato letto l'elenco delle 1031 vittime della mafia censite dall'associazione, alla presenza di esponenti delle istituzioni e della società civile. "La lotta alle mafie non è una questione da delegare solo a forze dell'ordine, magistrati, prefetture, cui va la nostra riconoscenza - ha proseguito Ciotti - La repressione deve arrivare alla fine di un percorso".
Il presidente di Libera ha parlato anche delle Ong che soccorrono i migranti nel Mediterraneo, finite nel mirino di diverse procure. "Sostenere le Ong è un dovere - ha detto - vuol dire permettere loro di proseguire nell'attività di soccorso e far parte di quell'Italia che si oppone al naufragio delle coscienze".
Il tema riguarda la "legalità", che non può prescindere dalla giustizia: "Ci sono leggi inadeguate, funzionali a tutelare i potenti. Siamo chiamati a lottare contro impunità per i diritti umani calpestati, violati. Dobbiamo colpire impunità economica che perpetua le ingiustizie". Da qui il riferimento allo Ius Soli, di recente tornato nei radar del dibattito dei partiti. Per Ciotti "è una vergogna respingere lo ius soli, ancora una volta una grave emorragia di umanità".
A Napoli, il lungo elenco dei nomi delle vittime ha risuonato all'interno della sala sociale della fabbrica Whirlpool, luogo simbolo delle crisi e della precarietà. La città di Milano ha ricordato le vittime delle mafie con una cerimonia a Palazzo Marino. Dalla facciata del comune sono state stese otto lenzuola con i nomi di altrettante vittime della mafia uccise a Milano.
I nomi delle vittime sono stati proiettati sul campanile di Piazza San Marco a Venezia e della Mole Antonelliana a Torino. Molte iniziative si sono tenute nei luoghi della cultura chiusi per la pandemia: a Palermo al Teatro Massimo, a Locri al Teatro Greco di Portigliolo, a Torino in Piazza del Conservatorio Giuseppe Verdi.
Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale, ha scritto a Libera per lanciare l'allarme: "Con la pandemia, le mafie, e la sottocultura mafiosa, si stanno rafforzando". Dunque, dice il presidente della Camera, Roberto Fico, "lo stato deve arrivare prima". Per il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, "la lotta alla mafia deve coinvolgere tutti", istituzioni, società civile e "soprattutto i più giovani".
di Simona Lorenzetti
Corriere della Sera, 21 marzo 2021
Il diario drammatico narrato dalla famiglia del giovane, 24 anni, in carcere per una tentata rapina. Poi il trasferimento in una cella di osservazione del reparto psichiatrico, dove avrebbe dovuto trascorrere solo poche notti. La "liscia", così la chiamano al carcere Lorusso e Cutugno.
Non è una cella come le altre: è la numero 150 e si trova all'interno del Sestante, il reparto psichiatrico. Una stanza completamente vuota, priva di mobili e suppellettili. Le uniche parvenze di arredo sono un materasso, una coperta e il bagno a vista con lo scarico attivato dall'esterno. M., 24 anni, nella "liscia" avrebbe dovuto trascorrere solo poche notti, invece vi sarebbe rimasto per molto più tempo: oltre i limiti stabiliti dai regolamenti. "È rimasto nudo, con la luce sempre accesa e senza acqua corrente", denuncia il padre.
Il giovane entra in carcere nel dicembre del 2019: deve scontare due anni di reclusione per una tentata rapina. Prima viene mandato all'istituto penitenziario di Verbania, poi trasferito a Torino perché ha problemi psichici: la diagnosi è disturbo borderline della personalità. "Una patologia che è possibile curare con la psicoterapia", racconta il papà. In carcere, però, le sue condizioni di salute si aggravano ed M. tenta il suicidio. Basta questo per trasferirlo in una cella di osservazione del reparto psichiatrico: lì non c'è nulla con cui possa provare a mettere fine alla propria vita. Quel trasferimento avrebbe dovuto essere temporaneo. Invece M. ci rimane per diversi mesi. Uscirà nel febbraio del 2021, quando i genitori riescono a riportarlo a casa (sta scontando il resto della pena ai domiciliari). Un risultato raggiunto al temine di una strenua battaglia a suon di carte bollate, istanze davanti al giudice di Sorveglianza, perizie psichiatriche e interventi del garante dei detenuti.
"Mio figlio è stato sottoposto a un trattamento disumano. È stato denudato e abbandonato in una cella - spiega il padre. Per calmarlo lo hanno imbottito di psicotici. A nulla è servito insistere sul fatto che avesse bisogno di psicoterapia e non di trattamenti farmacologici, che per altro come effetti collaterali portano a depressione e suicidio". È un diario drammatico quello narrato dalla famiglia del giovane. "Mio figlio ha riportato anche alcune ustioni: si era rotta la finestra e non l'hanno riparata. Così in pieno inverno e con solo una coperta addosso per scaldarsi, si è rannicchiato vicino al termosifone fino a bruciarsi. Per quattro giorni, poi, non gli hanno fornito acqua in bottiglia e così quando dall'esterno attivavano lo scarico dei bagni, lui la raccoglieva prima che finesse negli escrementi. Lo hanno mortificato, insultato, umiliato".
Una perizia psichiatrica ha anche stabilito che M. era sottoposto a trattamento psicofarmacologico "esagerato" e "abnorme", con il rischio "non solo di aggravare e perpetuare la sintomatologia psichica e comportamentale, ma anche di ostacolare e compromettere le possibilità di recupero". "Da quando è a casa sta meglio, ma è uscito distrutto dal carcere. Ancora adesso ha gli incubi per quello che ha subito". Della vicenda di M. si è occupata anche Emilia Rossi, componente del collegio del Garante nazionale dei detenuti. Nel luglio dello scorso anno ha fatto un'ispezione. "Abbiamo riscontrato il disagio di questo giovane - spiega. Sono anni che denunciamo l'inadeguatezza del Sestante e soprattutto della camera liscia".
In un rapporto del 2017, il Garante ne chiedeva l'abolizione rilevando non solo le pessime condizioni igienico-sanitarie, ma anche "l'illegittimità dello stato di isolamento del detenuto" per un periodo superiore al limite di 15 giorni previsto dalla legge. E ora la storia di questo ragazzo è anche racchiusa nell'ultimo rapporto di Antigone, l'associazione che dagli anni Ottanta si occupa di diritti nell'ambito del sistema carcerario e alla quale la famiglia si è rivolta per chiedere aiuto. È stata scelta perché rappresenta un caso limite, la cui crudezza mette a nudo "quanta strada ancora c'è da fare per garantire diritti e protezione a chi vive all'interno delle carceri italiane", si legge nel documento.
di Carlotta Rocci
La Repubblica, 21 marzo 2021
Aveva 41 anni, era originario di Torino: aperta un'inchiesta. Un detenuto nel supercarcere Cerialdo di Cuneo si è suicidato questa notte impiccandosi con un lenzuolo nella sua cella. L'uomo, 41 anni, di Torino, è stato trovato dagli agenti di polizia penitenziaria che hanno dato l'allarme. Nemmeno il tentativo di salvarlo da parte di un'equipe del 118 è servito.
Ora sulla sua morte è stata aperta un'indagine. Il detenuto era stato trasferito a Cuneo da altri carceri ed era tenuto separato dagli altri detenuti perché già in passato si era dimostrato aggressivo nei confronti degli altri carcerati e degli agenti della polizia penitenziaria. Anche nelle altre case circondariali in cui era stato detenuto si erano verificati episodi violenti. Ora le indagini dovranno capire che cosa abbia spinto il carcerato al suicidio e come l'uomo sia riuscito a portare a termine il suo piano senza che nessuno riuscisse a impedirglielo.
La Nazione, 21 marzo 2021
In una lettera il primo cittadino ringrazia la direzione carceraria e tutto il personale impegnato nella gestione del focolaio esploso nella struttura penitenziaria. Un ringraziamento che il sindaco Giacomo Santi invia alla direzione carceraria, ai detenuti, alla polizia penitenziaria, al personale sanitario e agli operatori del carcere dopo i giorni della grande paura per lo scoppio di un focolaio Covid nel Maschio di Volterra.
"Un grazie alla direzione, a tutto il corpo di polizia penitenziaria, al personale sanitario, all'area educativa, a tutto il personale, agli operatori e a tutta la popolazione reclusa del carcere di Volterra - scrive il sindaco - Sono state giornate molto dure, e fronteggiare l'emergenza dovuta al cluster di contagio scoppiato, in maniera così repentina e inattesa, nella casa di reclusione di Volterra non è stato assolutamente facile. Sento di dover ringraziare, anche a nome di tutta l'amministrazione comunale, la direzione, il personale e gli operatori, il personale sanitario, l'area educativa e tutto il corpo di polizia penitenziaria per l'abnegazione, la professionalità e la tempestività massima con le quali hanno saputo affrontare questa grave criticità, mostrando grande spirito di sacrificio e attaccamento alla missione del loro lavoro. Il mio pensiero va anche a tutte le persone contagiate, alle loro famiglie e a tutti i ristretti, che rappresentano la parte più fragile della nostra comunità. A tutti - conclude il sindaco - faccio gli auguri di una pronta guarigione".
di Alberto Vivarelli
reportpistoia.com, 21 marzo 2021
"Sarebbe opportuno che il Comune di Pistoia, quanto prima, nominasse il garante per i diritti dei detenuti e delle persone della libertà personale". È quanto ha detto la consigliera regionale del Partito Democratico, Federica Fratoni, durante l'ultima seduta della terza commissione, "Sanità", che prevedeva l'audizione del garante regionale Giuseppe Fanfani.
L'audizione è stata l'occasione giusta per fare il punto sull'affollamento delle carceri in Toscana in un momento storico particolare come quello che stiamo vivendo ed alla luce anche del moltiplicarsi, in tutta Italia, di casi di positività proprio negli istituti di pena. Nella Casa circondariale di Pistoia, secondo gli ultimi dati aggiornati a pochi giorni fa, sono presenti 64 persone (delle quali 42 di nazionalità straniera) a fronte di una capienza di 56 posti e sorvegliati da 68 addetti. Secondo il monitoraggio effettuato sui positivi al Covid-19, relativo allo scorso 8 marzo, fra i detenuti si registra un solo caso di contagio mentre ce ne sono ben 10 fra gli addetti che rappresenta, in proporzione alle presenze, la percentuale più alta di tutta la regione.
"Gli effetti della pandemia si vedono anche dentro le nostre carceri - ha aggiunto Fratoni - soprattutto perché con la limitazione degli ingressi e la sospensione delle attività di supporto da parte del volontariato sono aumentate anche le fragilità psichiche. Nell'attesa di ricevere il report annuale nel quale ci sarà una ricerca specifica delle problematiche per affrontare il tema in profondità, sarebbe opportuno quanto prima che il Comune di Pistoia nominasse il garante per i diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale, figura tra l'altro prevista dallo specifico regolamento approvato dal consiglio comunale. A questo proposito, presenterò un atto in Consiglio regionale per sollecitare la copertura di questo ruolo delicato ed importantissimo in tutti quei comuni della Toscana nei quali è presente una Casa circondariale e che ne sono attualmente sprovvisti".
di Ambra Prati
Gazzetta di Reggio, 21 marzo 2021
Lo rivelano i sindacati Cgil e Cisl "In centinaia in quarantena". Malorni, segretario del Sappe fa un appello ai colleghi "Vaccinatevi appena si potrà". "Nell'istituto penitenziario di Reggio Emilia il Covid corre tra dipendenti e detenuti. Necessari esami e vaccinazioni per evitare disordini e il dilagare del virus".
A lanciare l'allarme sull'impennata di casi di positività all'interno del carcere della Pulce è il sindacato Fp-Cgil e Fns-Cisl, che rende noto un incremento dell'epidemia potenzialmente esplosivo nella struttura: una decina di positivi tra i detenuti e un numero imprecisato in quarantena, altrettanti positivi tra gli agenti (due i ricoverati) più 24 in quarantena fiduciaria. "Registriamo un numero di casi positivi che desta preoccupazione - dichiarano Fp-Cgil e Fns-Cisl - Ad oggi si contano dieci casi di positività tra il personale della polizia penitenziaria (di cui due ricoverati nel reparto Infettivi) e ventiquattro casi di quarantena fiduciaria, mentre sono duecento i detenuti, in ben quattro sezioni, chiusi nelle celle in quarantena per la presenza accertata di alcuni casi positivi".
Numeri che, secondo il sindacato, "rendono sempre più evidente come, alla luce del prolungarsi della situazione pandemica, nelle carceri ci sia terreno fertile per la diffusione del virus: sia per la promiscuità delle condizioni sia per gli spazi molti ristretti. Chiediamo si proceda speditamente al monitoraggio della popolazione detenuta ma anche di tutto il personale, e alla vaccinazione sia dei dipendenti sia dei detenuti. Siamo consapevoli della gravità della situazione generalizzata ma i rischi, anche di disordini come avvenuto in passato, richiedono un intervento immediato".
Concorda con i sindacati Federico Amico, consigliere regionale Emilia-Romagna Coraggiosa: "Tutta la popolazione carceraria e il personale deve essere sottoposto con urgenza a monitoraggio. Presenterò un'interrogazione in Regione nelle prossime ore".
Il carcere di via Settembrini è una città dentro la città che conta circa 200 agenti di polizia penitenziaria, 40 amministrativi e 378 detenuti, ai quali occorre aggiungere le figure che ogni giorno gravitano intorno alla struttura (volontari, fornitori, docenti, infermieri, medici, due sacerdoti, parenti). E, se finora la Pulce era stata graziata rispetto ad altre carceri, ora è allarme.
"È una situazione nota", sottolinea Michele Malorni, segretario del Sappe, il sindacato di polizia penitenziaria che come ricetta contro l'impennarsi della curva ha presentato precise richieste all'amministrazione penitenziaria: "Tampone molecolare ripetuto nel tempo per gli agenti e per tutte le persone che orbitano intorno al pianeta carcere nonché sospensione immediata e temporanea di tutte le attività, servizio mensa e servizio bar per il personale". Alla situazione attuale si aggiunge il caos vaccinazioni: per la polizia penitenziaria la vaccinazione, iniziata sabato 13 marzo, è stata interrotta dopo tre giorni a causa della sospensione nei confronti di AstraZeneca (poi revocata giovedì). Risultato: appena una ventina di agenti hanno ricevuto la prima dose e tra coloro che erano in lista le defezioni sono state numerose. "Io sono stato il primo a vaccinarmi - prosegue Malorni. Il mio personale appello va ai colleghi che hanno revocato l'assenso alla vaccinazione: oggi, a seguito delle delibere Ema (Agenzia europea dei medicinali) e Aifa (Agenzia italiana del farmaco), dovrebbero farsi avanti, a tutela della loro e dell'altrui salute. Sono convinto che in un ambiente particolare come il nostro, dove tra l'altro siamo chiamati a un servizio pubblico, il vaccino dovrebbe essere d'obbligo. Appena superata questa emergenza chiederò il vaccino per la totalità del personale e dei detenuti".
di Annamaria Peragine
Corriere Nazionale, 21 marzo 2021
A conclusione del corso di formazione "Tecniche di sartoria", svoltosi presso la sezione femminile della Casa Circondariale di Trieste "Ernesto Mari" dal 20.07.2020 al 19.11.2020, presso la Sala riunioni dell'istituto si è tenuta, nel pieno rispetto dei protocolli anti-covid, la presentazione dell'attività trattamentale con relativa consegna di circa 100 manufatti, creati da dieci detenute, impegnate nell'acquisizione di competenze tecnico professionali in ambito sartoriale.
Accolti dal Direttore Dr. Paolo Bernardo Ponzetta, Capo Area Trattamentale Anna Bonuomo e dalla Vice Comandante Annamaria Peragine, sono intervenuti all'incontro Francesco Russo- Vicepresidente del Consiglio Regionale FVG, Paola Stuparich e Carola Duranti, rispettivamente Direttrice Generale Enaip e Coordinatore Enaip Formazione Svantaggio-area detenuti Trieste, Viviana Taberni e Maria Stachel - operatrici della Fondazione Lucchetta Ota D'Angelo-Hrevatin, Rita Ceccherini e Carla Dellach, quali Responsabile e referente presso SC Centro Sociale Oncologico (CSO) - Oncologia Senologica e dell'Apparato riproduttivo Femminile (Ssd Osarf) ed Elisabetta Burla - Garante dei Detenuti per la Provincia di Trieste.
La consapevolezza del delicato momento storico, in uno con le vive emozioni che alimentano le giornate trascorse all'interno del carcere e la speranza, sempre più sentita, di un superamento definitivo dell'emergenza pandemica in atto, ha rappresentato per le detenute uno stimolo forte, cresciuto in modo spontaneo, di offrire un piccolo contributo solidaristico ad una parte fragile della società. È nata così l'idea di avviare un corso, durante il quale si potessero anche produrre di mascherine di protezione, in stoffa, da donare alla Fondazione Lucchetta Ota D'angelo Hrovatin e al SC Centro Sociale Oncologico (CSO) - Oncologia Senologica e dell'Apparato riproduttivo Femminile (Osarf) di Trieste.
Le allieve si sono dimostrate, da subito, interessate e pronte ad apprendere le tecniche di realizzazione delle mascherine e ad affiancare questa competenza a quelle già previste come obiettivi formativi del progetto, ovvero lo studio sulla creazione di copricapi, dedicati alle donne colpite da patologie oncologiche.
Il livello di interesse, partecipazione e coinvolgimento delle detenute è stato elevato, tanto che sono state le stesse corsiste ad individuare i destinatari della donazione ed a dotare ogni singola confezione di mascherine della loro dedica "Questo oggetto è stato pensato, progettato e realizzato con le nostre mani e vuole essere un modo per sentirci vicine senza toccarci.
Non sei sola". Con uno sguardo verso progettualità future, che promuovano competenze trasversali e percorsi orientati all'auto imprenditorialità, Paola Stuparich - Direttrice Generale Enaip - ha spiegato come questo corso sia la testimonianza della precisa richiesta di questo carcere ad avere una formazione di "qualità", ben lontana dall'idea di una formazione come "riempitivo", interna e chiusa all'interno del carcere stesso, ma finalizzata al reinserimento sociale, utile alla crescita personale e soprattutto professionale delle persone, con acquisizione di competenze spendibili durante e dopo il periodo di carcerazione, che fosse in grado di comunicare con la realtà esterna, con il mercato e che producesse risultati.
L'iniziativa riceve il plauso anche di Francesco Russo - Vicepresidente del Consiglio Regionale FVG - che formula apprezzamenti per la compiuta organizzazione, garantita dalla presenza attenta e costante della Polizia Penitenziaria e per il lavoro svolto dalle detenute, ribadendo il valore imprescindibile della formazione in un luogo che si va, pian piano e fortunatamente, affrancando dal ruolo di "istituzione totale" che l'ha connotato per troppo tempo, per trasformarsi in uno spazio aperto al dialogo con l'esterno.
Questo percorso è stato, sin dalle prime battute, abbracciato dalla Direzione della Casa Circondariale di Trieste che, a fine 2020, ha direttamente conosciuto l'estenuante lavoro di contrasto dell'emergenza sanitaria, a causa di un importante focolaio scoppiato al suo interno, che ha interessato 85 detenuti e 35 agenti di Pol. Pen. risultati positivi al Covid 19.
La criticità ha imposto un'urgente e precisa rimodulazione della gestione ordinaria del carcere, ben riuscita grazie alla sinergia profonda che si è mantenuta tra le professionalità operanti nell'istituto che, congiuntamente, hanno adottato misure volte al contenimento del contagio, a salvaguardia della salute di detenuti e di tutti gli operatori penitenziari.
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