di Gian Carlo Caselli
Corriere della Sera, 20 marzo 2021
La legge funziona, ma le risorse messe a disposizione delle Regioni rimangono troppo spesso inutilizzate. Gentile professore Mario Draghi, presidente del Consiglio, prima che lei assumesse l'attuale incarico, più volte - trattando di mafia - mi sono "appoggiato" a una sua riflessione, che per me equivale a un assioma: "Più legalità=meno mafie; meno mafie=più sviluppo". Una prospettiva che vale per ogni politica di buon governo. Quella giusta per fronteggiare la perversa continua espansione dell'economia mafiosa.
Lei sa meglio di me che le mafie sono la negazione assoluta (oltre che di un'economia "pulita") dei valori costituzionali di libertà e uguaglianza. Sono, per la qualità della nostra democrazia, un nemico esiziale, da contrastare senza soluzione di continuità, difendendo i risultati importanti della magistratura e delle forze dell'ordine.
Proprio di questa "difesa" c'è assoluto bisogno in un settore nevralgico dell'antimafia, quello dei beni confiscati ai mafiosi. Non possiamo permetterci che qualcuno approfitti delle disfunzioni per sminuire la fiducia nello Stato, bestemmiando che "la mafia dà lavoro" o che "andava meglio prima". Anzi, dei beni confiscati dobbiamo fare un volano per lo sviluppo.
La legge 109/96 nei suoi 25 anni di vita ha funzionato bene. Una quantità imponente di beni confiscati, in ogni regione italiana, sono stati destinati ad attività socialmente o istituzionalmente utili: dalle scuole ai centri per disabili. Così da avviare - parafrasando il prefetto Dalla Chiesa - la trasformazione dei sudditi della mafia in alleati dello Stato. Ma insieme alle luci ci sono anche molte ombre. Per esempio, importanti risorse finanziarie europee e nazionali, messe a disposizione delle Regioni dalle politiche di coesione per la valorizzazione dei beni confiscati, rimangono troppo spesso inutilizzate. E solo alcune Regioni si sono date, a tutt'oggi, gli strumenti che consentirebbero di accelerare le procedure di impiego delle risorse, attraverso intese con i Comuni, le altre amministrazioni e gli uffici giudiziari. I fondi inutilizzati potrebbero essere impiegati anche per azioni di "tutoraggio" a favore di cooperative di giovani disponibili a svolgere nuove attività imprenditoriali su terreni confiscati. Sono obiettivi - questi - che potrebbero rientrare nelle competenze dei ministri Gelmini e Orlando.
Ma le ombre si fanno decisamente più cupe se dal settore delle risorse inutilizzate si passa a quello in cui le risorse mancano. Fissiamo tre punti:
1) I beni, immobili e aziende, presi in carico dall'Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati - non ancora destinati ai Comuni - sono tantissimi; inevitabilmente l'Agenzia, pur profondendo ogni impegno in condizioni a volte proibitive, fatica a gestire una tale massa di beni; ciò per mancanza di risorse adeguate e di esperienze specifiche.
2) Molti Comuni non ne vogliono sapere di prendere in carico un immobile confiscato, nonostante il loro territorio possa trarne vantaggi: per indifferenza verso il significato dell'antimafia sociale o dei diritti, ma anche per insufficienza di risorse.
3) I tre gradi di giudizio necessari per la confisca definitiva vanno sommati alla durata delle successive procedure per l'assegnazione: ne risultano tempi terribilmente lunghi. E quanto acquisito spesso resta abbandonato e va in malora, con la necessità di risorse finanziarie ingenti per farlo ripartire, se non si vuole che la credibilità dello Stato sia umiliata. Dopo Gelmini e Orlando, a essere interessati - questa volta - potrebbero essere i ministri Franco, Cartabia (per lo snellimento delle procedure) e Lamorgese.
Comunque sia, il problema è sempre il medesimo: risorse mancanti o insufficienti. Non possiamo arrenderci! Non possiamo perdere un'importante opportunità di sviluppo. Qualcosa del recovery plan dovrà pure essere destinato, nel Pnrr, alla migliore operatività di questo settore della legislazione anti-mafia. Ma oltre all'ammontare, conta che allo stanziamento si accompagni un progetto, basato su idee chiare e priorità precise. Sarebbe un gran bel segnale. Un modo efficace e concreto per comunicare che i problemi di mafia sono ben presenti nell'agenda del suo governo. E che si cerca di risolverli anche nell'ottica di un rilancio dell'economia.
Tanto più che il problema dei beni confiscati alla mafia sta rimontando nell'opinione pubblica, come testimonia - tra l'altro - un recente convegno del Cnel e della Fondazione Polis, dove si è sottolineata (Borgomeo) la necessità di un cambio di passo e di una organizzazione degli interventi più attenta e specifica. Nessuna pretesa - come usa dire - di insegnare ai gatti ad arrampicarsi, ma è evidente che sotto la sua direzione i ministri interessati dovranno coordinarsi e integrarsi per massimizzare i risultati. Senza aspettare esperti stranieri che magari di mafia non sanno nulla.
di Frank Cimini
Il Riformista, 20 marzo 2021
Ha fatto nove mesi di galera gratis tra Spagna e Italia, Francesca Cerrone, anarchica accusata di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo. Lunedì sera la corte di assise di Roma l'ha scarcerata dopo che la Cassazione, ribaltando le decisioni del gip e del Riesame, aveva spiegato che non c'era motivo di far scattare le manette perché non c'erano gravi indizi e perché l'imputazione faceva acqua da tutte le parti. La Cassazione rimandava indietro le carte al Riesame per una nuova udienza. Cerrone restava in cella per un cosiddetto reato fine, il furto di tre sacchi di cemento, valore complessivo trenta euro.
A quel punto l'avvocato difensore Ettore Grenci si rivolgeva alla corte di assise ottenendo la liberazione senza nessun obbligo cautelare. Ma non è questa l'unica decisione che ridimensiona l'operazione Bystrock sfociata negli arresti del giugno dell'anno scorso. La Suprema Corte infatti ha rimandato al Riesame annullando con rinvio le ordinanze di custodia cautelare in carcere per altri quattro militanti che restano detenuti in attesa del giudizio bis. "L'atteggiamento antagonista e di esacerbata contrapposizione all'autorità costituita non è anche idoneo a concretare la finalità di terrorismo" scrivono i giudici citando la giurisprudenza della Corte Costituzionale secondo cui non basta l'astratta adesione a una ideologia per supportare l'accusa relativa all'articolo 270 bis.
Del resto la Cassazione già in altre occasioni aveva messo dei paletti ben precisi per la contestazione dell'associazione sovversiva.
Al punto da azzerare in pratica l'indagine del pm bolognese Stefano Dambruoso dando ragione al Riesame che aveva liberato tutti gli arrestati. Va ricordato che sia l'operazione romana sia quella bolognese sono state citate come "successi investigativi" dalla recente relazione annuale dei servizi di sicurezza nonostante i flop di cui però i giornaloni hanno scritto poco e niente. Le notizie sul caso Cerrone si fermano per esempio all'arresto e all'estradizione dalla Spagna evidentemente un altro "successo" degli inquirenti. La Cassazione rileva che gli indagati si sono resi protagonisti di episodi di assembramenti non autorizzati, porto di oggetti atti a offendere, travisamenti, imbrattamenti di muri con scritte che incitano alla violenza, incendi, danneggiamenti, diffusione di volantini. Insomma il terrorismo è altra cosa.
"La rabbiosa conflittualità ambiguamente evocata nel documento "Dire e se dire" sembra essersi materializzata in comportamenti che pur illeciti hanno mantenuto una connotazione essenzialmente dimostrativa e solidaristica" aggiunge la motivazione che rispedisce al Riesame le carte ridicolizzando il passaggio in cui i giudici territoriali si aggrappavano persino alla "potenzialità sovversiva" della musica Hip-Hop. Le manifestazioni inquisite erano tutte incentrate sulla solidarietà con i reclusi alle prese con l'emergenza Covid. In occasione del sit in di Bologna i dimostranti avevano le mascherine e rispettavano la distanza di un metro. "Terroristi".
redattoresociale.it, 20 marzo 2021
Umberto Cignoni, è il direttore sanitario del carcere di Porto Azzurro. Dall'aprile 2018 è il responsabile della salute di 290 detenuti sull'Isola d'Elba più altri 11 che si trovano a Pianosa. Un ruolo delicato in tempo di pandemia da Covid 19. Perché se il virus entra in un istituto di pena le conseguenze possono essere serie. Gestire un focolaio che si dovesse sviluppare fra celle, mense e spazi comuni sarebbe un'operazione difficile e impegnativa.
Quindi meglio prevenire che curare. Così quando finalmente nei giorni scorsi i medici e gli infermieri distaccati presso il carcere elbano hanno portato a termine la vaccinazione di 260 detenuti e 61 poliziotti penitenziari, il dottor Cignoni ha sentito la necessità di ringraziare uno per uno chi ha fattivamente contribuito a raggiungere questo obiettivo: i medici Ambra Giusti, Lorenzo Conticelli Serena, Michele Tararà e gli infermieri Lillia Malano, Loredana De Biasi, Lorella Anselmi, Paolo Roma, Lorenzo Frediani e Niccolò Balatti, con un ringraziamento particolare alla direzione e a tutta la Polizia penitenziaria, in particolare modo agli assistenti capo Marcello Olla e Mario Trovato.
"Oggi tutti e 11 i detenuti che si trovano a Pianosa sono vaccinati - spiega Cignoni- e si potrebbe dire che l'isola è diventata Covid free. Mentre a Porto Azzurro ne abbiamo vaccinati 260 su 290, partendo dai più fragili. Alcuni hanno espresso la volontà di non fare il vaccino, ma possiamo dire che adesso al carcere di Porto Azzurro si sia quasi raggiunto l'effetto gregge, che sarà ulteriormente rafforzato dalla vaccinazione di tutto il personale impegnato in compiti di sorveglianza o amministrativi".
"Da quando è scoppiata la pandemia abbiamo avuto due casi di Covid tra i detenuti curati qui - aggiunge il direttore sanitario - esiste un protocollo da seguire e lo abbiamo fatto. Chi doveva isolarsi perché positivo è stato messo in una cella a parte. Lo stesso abbiamo fatto con i contatti del positivo, che hanno passato la quarantena in un reparto separato dagli altri detenuti. Tutto è andato bene e il contagio non ha preso piede. Merito anche delle altre misure che sono state prese: le visite sono state sospese, i detenuti sono controllati periodicamente ogni mese e chi rientra in carcere da permessi o licenze deve fare la quarantena".
Quello di Porto Azzurro è uno delle carceri più importanti della Toscana e ha la particolarità di avere a Pianosa una sezione distaccata: qui i detenuti non vivono in cella, ma contribuiscono fattivamente alla valorizzazione dell'isola grazie ad un progetto sperimentale che li vede impegnati nella manutenzione delle strutture murarie, nell'agricoltura e nei servizi ai turisti, come il ristorante.
di Viola Giannoli
La Repubblica, 20 marzo 2021
Abrogato l'articolo della legge 26 marzo del 1962. Il reato era punito anche con l'arresto. Ora scatterà una multa fino a 3mila euro. Locali sporchi che non rispettano le norme igieniche e vendono cibi avariati, scaduti, insudiciati o pieni di parassiti, alimenti alterati o in cattivo stato di conservazione, farciti di additivi chimici non autorizzati o residui di pesticidi tossici per l'uomo. Tutto questo fino a oggi era punito con la denuncia, l'arresto, una ammenda fino a 60 mila. la chiusura dello stabilimento per frodi tossiche, la revoca della licenza. Dal 26 marzo la legge del 1962 che tutelava gli alimenti e dunque clienti e consumatori cadrà. E così anche il divieto di importare alimenti non conformi alle attuali disposizioni. Niente più denuncia penale, ma solo una multa da massimo 3 mila euro.
Un duro colpo alla sicurezza alimentare causato dall'entrata in vigore di un decreto legislativo, il numero 27 del 2 febbraio 2021, pubblicato in Gazzetta ufficiale l'11 marzo. Decreto che adegua la normativa nazionale a un regolamento dell'Unione europea che si occupano solo di disciplinare i controlli ufficiali lungo la filiera agroalimentare ma, nella sua formulazione originaria, non prevedeva l'abrogazione dell'articolo 5, quello contestato.
A sollevare il caso sono stati alcuni magistrati come il procuratore aggiunto del pool per la tutela del consumatore Vincenzo Pacileo che da Torino ha spiegato: "Per sessant'anni quella legge ha fatto il suo onesto servizio. Svolgeva una funzione importante di tutela preventiva. Ora, invece, con una soluzione inopinata e sorprendente, viene cancellato. E non si vede come colmare questo vuoto, visto che non si tratta di una depenalizzazione e non è prevista una trasformazione della norma in illecito amministrativo".
La norma era applicata, per esempio, nei casi in cui le ispezioni nei negozi o nei ristoranti portavano alla luce prodotti con parassiti o in pessimo stato di conservazione. Solo a Torino il 70% dei procedimenti in materia di sicurezza alimentare si riferiva all'articolo 5 della legge del '62. L'intensificazione dei controlli da parte di Asl e forze dell'ordine aveva portato a un aumento dei fascicoli stimato del 30-40% all'anno.
Come si sia arrivati a questa abrogazione, non è chiaro. Perché non era contenuta nella bozza di decreto trasmessa dal governo Conte al Parlamento per il parere prima dell'approvazione definitiva. Né era immaginabile dal discorso del neo ministro per le Politiche agricole, alimentari e forestali, Stefano Patuanelli, il quale, due giorni prima della pubblicazione del decreto, il 9 marzo, illustrando alla Commissione Agricoltura del Senato, le linee programmatiche del governo Draghi, si impegnava a rivedere "il quadro di regole sulle sanzioni in modo da renderle più efficaci, maggiormente proporzionate agli illeciti nonché più organiche a livello settoriale", riformando "il quadro penale dei reati agroalimentari, oggi fermo alle norme del codice del 1930 e alla legge sull'igiene degli alimenti del 1962". Non però a un colpo di spugna sulle tutele di quella legge. "Appare indispensabile rimediare prima che il paese ne paghi le conseguenze - ha scritto anche l'ex procuratore di Civitavecchia, Gianfranco Amendola - Lo si può fare con un decreto legge correttivo; da emanare, però, subito, prima che il nuovo provvedimento diverrà operativo".
di Simona Musco
Il Dubbio, 20 marzo 2021
Una denuncia per diffamazione prescritta dopo essere rimasta ferma per cinque anni e mezzo. Per i giudici di Strasburgo si tratterebbe di una "condotta negligente" del pm.
Indagini preliminari troppo lunghe? C'è violazione del diritto ad un processo equo. A stabilirlo è la Corte europea dei diritti dell'uomo, che nella causa Petrella contro Italia ha riconosciuto anche l'assenza di un ricorso finalizzato a denunciare la violazione di tale diritto.
Il caso è quello di Vincenzo Petrella, avvocato ed ex patron della Casertana calcio, che nel 2001 aveva presentato una querela al Tribunale di Salerno contro il Corriere di Caserta, reo, a suo dire, di diffamazione aggravata. Tra il 22 e il 25 luglio 2001, infatti, il quotidiano aveva gettato ombre sulla sua attività, accusandolo di frode grave e corruzione. Petrella ha quindi presentato una denuncia il 28 luglio 2001, sottolineando che tali articoli avevano messo in dubbio il suo onore e la sua reputazione. Nella sua querela, l'avvocato Petrella ha chiarito la sua intenzione a partecipare al procedimento come parte civile e chiedere un risarcimento di dieci miliardi di lire italiane (circa cinque milioni di euro). Il 10 settembre 2001 il caso è arrivato alla Procura della Repubblica del Tribunale di Salerno, dove è rimasto fermo fino al 9 novembre 2006, quando il pubblico ministero ha infine deciso di ritirare le accuse in quanto prescritte. Il cerchio si è chiuso il 17 gennaio 2007, quando il giudice per le indagini preliminari di Salerno ha interrotto il procedimento. E ciò impedendogli, dunque, anche la possibilità di agire civilmente, in quanto ai sensi dell'articolo 79 del codice di procedura penale, "la costituzione di parte civile può avvenire per l'udienza preliminare", fase del procedimento in cui il giudice è chiamato a decidere se rinviare a giudizio l'imputato. Insomma, per la Cedu i suoi diritti sono stati violati, anche perché l'uomo non aveva a disposizione nessun ricorso per far velocizzare la procedura.
La prescrizione, dunque, è maturata proprio nel corso delle indagini preliminari, pur trattandosi di un caso semplicissimo, che non richiedeva sforzi eccessivi per arrivare alla chiusura delle stesse. Ma nonostante ciò sono durate comunque circa cinque anni e mezzo. Una durata eccessiva, secondo la Corte, che ha comportato la violazione del requisito della ragionevole durata. E solo a causa di questo ritardo da parte della procura Petrella non è stato in grado di presentare una richiesta di risarcimento. La vicenda, dunque, sembra dare ragione ai penalisti italiani, che poco prima della norma Bonafede, che di fatto cancella la prescrizione, hanno tentato di sfatare la leggenda secondo cui l'estinzione dei reati sarebbe da addebitare alle tecniche dilatorie degli avvocati. Una posizione - sostenuta ad esempio anche da Piercamillo Davigo - che l'Unione delle Camere penali ha fortemente contestato: "Secondo i dati di fonte ministeriale - si legge in una nota - la stragrande maggioranza dei casi di prescrizione matura nel corso delle indagini preliminari, laddove chi "manovra" è solo il pm, il che dimostra che la prescrizione viene utilizzata in maniera patologica di fronte ad un uso altrettanto patologico del principio di obbligatorietà dell'azione penale, e che comunque la difesa non c'entra nulla".
Un concetto ribadito anche a fine 2019, poco prima dell'approvazione della norma sulla prescrizione: "I processi che si concludono per prescrizione sono il 10% del totale - contestava Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Ucpi -. In questo 10%, quelli in cui la prescrizione matura prima della sentenza di primo grado sono il 70%".
Ma c'è un altro fatto evidenziato dalla Cedu: Petrella non ha potuto nemmeno fare ricorso alla "Legge Pinto", che disciplina il diritto di richiedere un'equa riparazione per l'irragionevole durata di un processo, in quanto la stessa non si applica fuori dallo stesso, sottolineando come nel diritto interno non vi sia alcuno strumento che avrebbe consentito a Petrella di lamentarsi della durata del procedimento. Una condotta "negligente da parte delle autorità" che ha privato il ricorrente della possibilità di rivendicare i propri diritti. E ciò anche perché "a un attore non può essere richiesto di intentare una nuova azione in un tribunale civile, per gli stessi scopi della responsabilità civile, laddove il procedimento penale idoneo ad affrontare la domanda fosse scaduto per colpa delle autorità penali". Ciò comporterebbe, probabilmente, la necessità di raccogliere nuovamente le prove, "e stabilire un'eventuale responsabilità potrebbe rivelarsi estremamente difficile a lunga distanza dall'evento". Nel caso Petrella, dunque, sono stati violati l'articolo 6 (diritto ad un processo equo e all'accesso a un tribunale) e l'articolo 13 (diritto ad un ricorso effettivo). Per tale motivo, la Cedu ha condannato l'Italia a risarcire i danni morali, con una somma pari a 5.200 euro, ai quali si sommano 2mila euro di spese legali.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 marzo 2021
Ai tempi della pandemia, quando l'urgenza di snellire la popolazione carceraria si fa ancor più preminente, c'è un migrante che si trova in carcere per scontare una pena di soli cinque mesi. Eppure, oltre che ha un suo diritto previsto dalla legge, ha tutti i requisiti per avere la detenzione domiciliare. Non solo. È recluso nel carcere di Siano, a Catanzaro, dove da pochi giorni sono risultati positivi al Covid 19 numerosi detenuti e agenti penitenziari. Lui è proprio in quel reparto ed è stato messo in isolamento precauzionale.
Tutto qui? Oltre al danno, la beffa. Come se non bastasse, essendo recluso, la questura ha avviato nei suoi confronti l'iter per revocare il permesso di soggiorno. Parliamo di Seye Bathie, un senegalese che ha commesso un piccolissimo reato, tanto da essere stato condannato definitivamente a cinque mesi di reclusione, oltre la pena pecuniaria di soli 150 euro. Ad assisterlo è l'avvocata Chiara Penna del foro di Cosenza.
Quando è arrivato l'ordine di esecuzione, è scaduto il termine per richiedere la misura alternativa a causa del ritardo del senegalese nel dare una procura speciale al difensore di fiducia. Il 17 gennaio, il giorno dopo l'ordine di esecuzione, ha varcato le soglie del carcere di Catanzaro. Fortunatamente è consentito richiedere una seconda sospensione dell'ordine di esecuzione della pena detentiva, qualora la pena medesima non sia superiore ai 18 mesi, anche nei confronti di quei soggetti per i quali sia già spirato infruttuosamente il termine di 30 giorni per proporre istanza per la concessione delle misure alternative alla detenzione.
Ma iniziano i primi problemi. Alla prima istanza per chiedere la detenzione domiciliare, la magistratura di sorveglianza ha risposto che secondo le informazioni pervenute dalla polizia di Catanzaro non era idoneo il domicilio. E questo nonostante sia stato allegato il contratto di affitto. A quel punto, l'avvocata Penna si è messa in moto con il presidente dell'associazione senegalesi italiani di Bergamo e sono riusciti a trovare una sua parente che risiede a Napoli, la quale si è resa disponibile ad ospitare Seye. Tutto risolto quindi? No, perché nonostante l'istanza dove si è fatto presente di aver trovato un domicilio idoneo, non c'è stato alcun riscontro. Dopo l'ulteriore sollecito, visto che la risposta ha tardato ad arrivare, l'ufficio di sorveglianza ha comunicato che il fascicolo risulta essere tuttora in istruttoria in quanto la Questura di Catanzaro non ha trasmesso ancora alcuna informazione in merito alla pericolosità sociale di Seye.
Ebbene, ribadiamo, parliamo di un uomo condannato per contraffazione, cinque mesi di pena e 150 euro di sanzione. Quanto tempo ci vuole per un uomo che ha il diritto a espiare la pena presso il domicilio documentato agli atti? Ancora oggi, dopo due mesi che è ancora in carcere, la risposta della magistratura di sorveglianza tarda ad arrivare. "È inconcepibile - spiega a Il Dubbio l'avvocata Chiara Penna che un essere umano che deve giustamente scontare una pena detentiva di soli cinque mesi, debba attendere altrettanti mesi in carcere per una decisione da parte dell'organo deputato ad applicare la legge". E aggiunge: "Tra l'altro in un momento in cui vi è la forte esigenza di evitare il sovraffollamento carcerario ed in una ipotesi in cui al soggetto interessato possono essere applicate misure alternative alla detenzione medesima".
di Mauro Ravarino
Il Manifesto, 20 marzo 2021
Un progetto, quello dell'Alta velocità Torino-Lione, che ha avuto un sostegno bipartisan ma sonore bocciature tecniche. In quegli 80 chilometri, incastonati tra le montagne, che dividono l'area metropolitana di Torino dalla Francia c'è una storia di resistenza che va avanti da 30 anni. Ed è quella contro il controverso progetto di alta velocità ferroviaria tra Torino e Lione in Val di Susa. Ad opporvisi vi è un movimento popolare, i No Tav, sopravvissuti a governi, cambi di linea (la vecchia Lisbona-Kiev, per dirne uno, è tramontata da tempo) e repressione giudiziaria.
Nel mirino delle proteste, che si sono accese più volte dal 2005 in poi, vi è in particolare la sezione transfrontaliera, compresa tra le stazioni di Saint-Jean-de-Maurienne in Francia e di Susa-Bussoleno in Italia, con il tunnel di base del Moncenisio lungo 57,5 chilometri scavato in montagne amiantifere, nonostante, qui, ci sia già in funzione una linea ferroviaria internazionale sottoutilizzata.
Quello del Tav è un progetto che ha avuto un sostegno bipartisan ma sonore bocciature tecniche, basti pensare al documento della Corte dei Conti Ue di meno di un anno fa che ha sottolineato i benefici sovrastimati, le previsioni di traffico gonfiate, i costi lievitati (da 5,2 miliardi di euro a 9,6 per il mega tunnel), nonché i ritardi infiniti. Senza dimenticare l'impatto ambientale, che difficilmente può essere considerato coerente al Green deal europeo che, promosso dalla commissione von der Leyen, ha posto nel 2050 l'obiettivo della neutralità carbonica: lo scavo del tunnel internazionale comporterebbe, secondo i proponenti, un'emissione complessiva di 10 milioni di tonnellate di Co2.
Sono stati anni intensi, vissuti in prima linea, quelli dei No Tav. Un ostinato e tenace movimento che dopo lo sgombero delle forze dell'ordine riuscì a riprendersi, l'8 dicembre del 2005, il presidio di Venaus impendendo l'insediamento del cantiere del tunnel geognostico. Cinque anni e mezzo dopo ci furono i mesi della Libera Repubblica della Maddalena a Chiomonte nell'area dell'attuale cantiere Tav. Il presidio fu sgomberato il 27 giugno del 2011; ne seguirono scontri, soprattutto il 3 luglio dopo una partecipata manifestazione. Innumerevoli sono state le iniziative contro gli espropri, come nel 2012 o come le attuali contro l'allargamento del cantiere.
Sono stati anni segnati anche da arresti e processi. Da quello che il movimento e non solo considera un vero e proprio "accanimento giudiziario". Le storie di Nicoletta Dosio, già insegnante di liceo a Bussoleno nonché una delle fondatrici dei No Tav, e Dana Lauriola, tuttora in carcere, sono l'apice ma non le uniche. Dana deve scontare una pena di due anni di detenzione per un episodio avvenuto nel 2012 durante un'azione dimostrativa sulla A32, quando al megafono spiegava le ragioni della manifestazione. Una condanna sproporzionata come sottolineato anche da Amnesty International.
di Roberto Di Biase
emiliaromagnanews24.it, 20 marzo 2021
L'assessora Susanna Zaccaria ha risposto, in seduta di Question Time, alle domande d'attualità delle consigliere Mirka Cocconcelli (Lega nord) e Addolorata Palumbo (gruppo misto-Nessuno resti indietro), sul sovraffollamento del carcere Dozza.
La domanda della consigliera Cocconcelli - "Dozza sovraffollata con 750 detenuti al posto di 492. Secondo i sindacati di Polizia Penitenziaria la situazione è al limite con una tensione che monta, con detenuti ubriachi che feriscono due agenti. Gli operatori sono preoccupati per i numerosi episodi di violenza all'interno della Casa Circondariale. Nicola D'amore del Sinappe chiede di predisporre una sezione per la gestione temporanea dei detenuti "difficili" garantendo percorsi adeguati rieducativi per i detenuti. Chiedo al Sindaco ed alla Giunta una valutazione politico-amministrativa nel merito e quali misure intendano adottare per contrastare questi episodi di violenza che quotidianamente colpiscono gli operatori che lavorano all'interno della Casa Circondariale".
La domanda della consigliera Palumbo - "Visti gli articoli di stampa apparsi in merito all'allarme lanciato dal Garante dei detenuti, Antonio Iannello, sul tasso di sovraffollamento del carcere Dozza che è nuovamente salito raggiungendo quota 750 presenze a fronte di una capienza regolamentare di 492 ospiti. Visto che durante la seduta di commissione consiliare del 27 gennaio u.s. sul sovraffollamento del carcere in relazione anche all'epidemia da Covid 19, la dott.ssa Claudia Clementi, Direttrice della Casa Circondariale di Bologna, ha dichiarato quanto segue: "Ad oggi non sussistono particolari criticità, e sono riprese alcune delle attività a carattere individuale per i detenuti, sempre nell'osservanza del triage all'ingresso e del monitoraggio", oltre al problema di sovraffollamento continuano ad emergere episodi di violenza e di autolesionismo è stato emanato un provvedimento di sospensione di nuovi ingressi al carcere della Dozza e i nuovi arresti verranno dirottati al carcere di Modena. Pone la seguente domanda di attualità per conoscere il pensiero del Sindaco e della Giunta sull'argomento. Per sapere dall'Amministrazione: se ritiene sufficiente il provvedimento preso dalla competenti autorità di sospendere gli ingressi alla Dozza; se ritiene necessario adottare altre misure per far fronte all'emergenza del sovraffollamento che va avanti da anni".
La risposta dell'assessora Zaccaria - "Gentili consigliere, grazie della domanda che ci permette di riportare l'attenzione su un tema di cui ci occupiamo spesso, il carcere, per i motivi che avete evidenziato, in particolare la difficoltà in questo momento di rispettare il distanziamento. L'elemento di novità è che per limitare il sovraffollamento dell'istituto, lo scorso 11 marzo il provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria Emilia-Romagna e Marche ha adottato un provvedimento orientato a sospendere i nuovi ingressi - i nuovi arresti vengono dirottati a Modena - in ragione della saturazione degli spazi detentivi, anche dovuta alla contemporanea chiusura in via precauzionale di diverse sezioni detentive, per i casi di positività riscontrati all'interno. Il numero delle persone detenute positive è al momento limitato, sono sei, ma le condizioni interne richiedono molta attenzione, vista la contagiosità delle nuove varianti del virus. Il provvedimento è sicuramente efficace, è analogo a quello che era già stato assunto nel mese di dicembre, in quel caso a seguito di numerosi casi positivi presenti, in una situazione emergenziale, mentre in questo caso il provvedimento è stato assunto anticipatamente, in via precauzionale, anche a fronte di un limitato numero di casi. Non è sufficiente non fare entrare nuove persone, è evidente, l'ideale sarebbe poter applicare quei provvedimenti che consentono l'esecuzione della pena con misure alternative, che come sapete non hanno avuto molto successo quando sono stati introdotti lo scorso anno, per i requisiti formali stringenti che si dovevano avere per avere accesso alle misure. Questa è la strada che come Comune abbiamo sollecitato.
Siamo a conoscenza anche degli episodi di violenza che aumentano molto la tensione e aggravano ulteriormente le condizioni del personale, perché noi quando parliamo di carcere teniamo sempre presente i detenuti e il personale che ci lavora. Per quanto riguarda il consumo di bevande alcoliche, che ovviamente è vietato dal regolamento, continuano a verificarsi episodi di produzione di distillati alcolici il cui consumo non responsabile ha comportato situazioni di tensione all'interno di questa sezione. Da tempo il nostro Garante comunale ha sollecitato l'Ausl ad attivare degli incontri sull'uso responsabile di sostanze alcoliche e un'attenzione specifica con percorsi dedicati a chi è in questa situazione che peggiora le condizioni per tutti.
Rispetto alla condizione sanitaria generale, sottolineo una cosa importante: è operativo il protocollo di gestione e prevenzione del contagio, sottoscritto dall'Ausl di Bologna e dalla direzione del carcere, che ha definito l'individuazione degli spazi detentivi da destinare all'isolamento sanitario, anche prevedendo più netti percorsi differenziati per la gestione dei soggetti portatori di infezioni da Covid-19. Questo ha portato a un contenimento dei casi, che come dicevo sono sei, potenzialmente pericolosi, ma contenuti rispetto al numero di persone presenti. L'applicazione del protocollo, il provvedimento che blocca nuovi ingressi sono utili, l'unico ulteriore tema su cui puntare è proprio il ricorso alle misure alternative. Non è a mia conoscenza l'intenzione di modificare i requisiti di quei provvedimenti, ma sicuramente noi lo facciamo presente il più possibile. Il nostro Garante comunale, lo vedete anche dai giornali, monitora quotidianamente la situazione, mi tiene aggiornata per avere sempre la massima attenzione su ogni situazione potenzialmente pericolosa".
lanuovaprovincia.it, 20 marzo 2021
Lo comunica la Camera Penale di Asti. Non è più possibile incontrare i reclusi da ieri, data in cui è emerso l'alto numero di contagiati. La diffusione rapidissima del Covid al carcere di Quarto ha portato ad una prima conseguenza riferita dal segretario della Camera Penale di Asti, avvocato Alberto Avidano: sono stati sospesi da ieri i colloqui con i detenuti.
"Questa mattina la Camera Penale di Asti ha immediatamente preso contatti con la direzione del carcere e con il Garante dei Detenuti del Piemonte, on. Bruno Mellano.
Le notizie fornite dalla casa di reclusione sono giunte in tarda mattinata, e sono le seguenti: effettivamente, all'interno di una delle sezioni, sono risultate positive 28 persone, tutte al momento asintomatiche. A causa di ciò la direttrice ha disposto che tutti i presenti - detenuti e personale - fossero sottoposti a tampone molecolare e ha precauzionalmente adottato misure restrittive per i movimenti all'interno del carcere e i collegamenti con l'esterno. Al momento non sono noti i risultati della tamponatura generale di cui si è detto. La situazione, assicura la direttrice, è sotto controllo ed è costantemente seguita dal Responsabile del Presidio Sanitario interno in sinergia con i referenti ASL; precisa che sono state adottate tutte le misure previste a livello ministeriale e con le circolari del D.A.P. (Dipartimento della Amministrazione Penitenziaria) dell'ottobre scorso".
di Claudia Brunetto
La Repubblica, 20 marzo 2021
A gestire la struttura alberghiera saranno quattro ragazzi migranti e otto fra detenuti ed ex detenuti. Gli occhi di Ousmane Kante raccontano che anche un'impresa impossibile si può realizzare. Lui che ha 22 anni ed è arrivato dal Mali fino alla Sicilia a bordo di un barcone è uno dei ragazzi coinvolti nel progetto "Aiutiamoli a casa San Francesco" che ha l'ambizione di realizzare 16 alloggi turistici fra stanze singole e mini appartamenti nel cuore dell'itinerario arabo- normanno a un passo dalla Cattedrale. In tutto, a gestire la struttura alberghiera, saranno quattro ragazzi migranti e otto fra detenuti ed ex detenuti. Un'impresa non impossibile, ma di certo ambiziosa in un periodo segnato dalla pandemia che ha dato un duro colpo al settore turistico. "Può sembrare difficile - dice Kante che lavora come aiuto cuoco - Ma io invece dico che si può fare. Voglio lavorare sodo per dare il mio contributo. E sono felice di fare parte di questa squadra che guarda al futuro".
"Cotti in fragranza", impresa sociale della cooperativa Rigenerazioni, ha avviato il progetto grazie al supporto della fondazione San Zeno e fondazione con il Sud. Adesso si attende di potere cominciare i lavori a Casa San Francesco, edificio storico del 1600 che fu l'infermeria dei padri francescani, dove è già attivo il secondo nucleo operativo per la produzione di cibo fresco su commissione di "Cotti in fragranza" per i poli che accolgono i senza dimora in città e per il giardino bistrot "Al fresco". Il primo traguardo possibile è provare ad aprire i battenti almeno per la fine dell'estate. "Sappiamo bene che il periodo è davvero difficile per avviare un progetto turistico - dice Nadia Lodato, una delle socie fondatrici di " Cotti in Fragranza" insieme con Lucia Lauro - Ma non molliamo. Sarebbe bello riuscire già quest'estate ad accogliere persone in arrivo a Palermo dal resto della Sicilia ".
Casa San Francesco ha tutte le carte in regola per diventare un polo di attrazione. È in pieno centro storico con una terrazza panoramica sulla città e anche un grande giardino dove saranno servite le colazioni, i brunch e gli aperitivi per i clienti. Le stanze, poi, saranno dotate di tutto: impianto di climatizzazione, tv e bagno privato. Ma la cosa più importante è che "Aiutiamoli a casa San Francesco", come è nel Dna di "Cotti in fragranza", mette in circolo sostenibilità e impegno sociale. Il benessere dei turisti che arriveranno incontrerà il benessere dei ragazzi migranti e detenuti che si sono rimessi in gioco dopo percorsi difficili fatti di emarginazione.
"È una bella occasione - dice Jennifer, nigeriana di 32 anni che vive a Palermo da 3 anni che nella struttura si occuperà del settore delle pulizie insieme con un'altra ragazza nigeriana - Un modo per confrontarsi con il mondo del lavoro e costruire esperienze nel settore alberghiero e turistico ". L'associazione "Il pellegrino della terra" e "Clean Sicily" hanno collaborato al progetto per l'orientamento dei ragazzi da coinvolgere. "Abbiamo già avuto altre belle esperienza con le ragazze nigeriane del "Pellegrino della terra" - dice Giorgia Puleo di "Clean Sicily" - Il progetto di Casa San Francesco può permettere davvero di rimettersi in gioco".
Jennifer e un'altra ragazza sono già state assunte da Cotti in fragranza. "Lavorare nel settore turistico è un'opportunità molto importante - dice Graziella Scalzo, coordinatrice del "Pellegrino della terra" - Anche se adesso è tutto fermo, sono certa che il turismo ripartirà e le nostre ragazze potranno mettersi in gioco".
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