di Simone Scaffidi e Gianpaolo Contestabile
Il Manifesto, 20 marzo 2021
Morto otto mesi fa mentre lavorava per le Nazioni unite. Il portavoce di Guterres: "Ci dispiace per Mario, ma abbiamo collaborato alle indagini". E Palazzotto (Si) scrive al segretario generale: "Dite quello che sapete per rispetto del lavoro straordinario fatto in Colombia".
"Prima di tutto, i nostri cuori, ancora una volta, sono con la famiglia Paciolla per la terribile perdita che hanno subito. Abbiamo lavorato il più duramente possibile per collaborare alle indagini in corso. Siamo molto dispiaciuti se si sentono in questo modo, e non spetta a me metterlo in discussione. Ma posso dire che abbiamo collaborato il più possibile con le indagini penali pertinenti".
Lo ha dichiarato durante il Daily Briefing del 16 marzo il portavoce del segretario generale delle Nazioni unite, Stéphane Dujarric, sollecitato ancora una volta dal giornale La Voce di New York che ha riportato le parole dei genitori di Mario Paciolla contenute nell'intervista rilasciata a il manifesto.
Anna Motta e Giuseppe Paciolla si lamentavano di non essersi sentiti accompagnati dall'Onu in questo grave lutto e che fin qui hanno potuto percepire mancanza di umanità da parte di una delle organizzazioni più autorevoli riguardo la tutela dei diritti umani nel mondo. Le autorità e le istituzioni italiane non si sono ancora pronunciate pubblicamente sul caso, se non nei giorni immediatamente successivi alla morte di Mario Paciolla, assicurando impegno e azione per la ricerca di verità e giustizia.
Nei giorni scorsi Erasmo Palazzotto, deputato di Sinistra italiana e presidente della Commissione d'inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, dopo aver letto e rilanciato le parole dei genitori di Mario Paciolla si è espresso nuovamente e pubblicamente sul caso: "È molto grave che, a otto mesi dalla sua tragica morte, l'Onu abbia scelto di non collaborare proattivamente con i legali della famiglia di Mario Paciolla, non condividendo tutte le informazioni preziose di cui l'agenzia dispone".
Il deputato si è poi rivolto direttamente al segretario generale delle Nazioni unite, António Guterres: "Sulla morte di Mario Paciolla l'Onu deve dire tutto quello che sa, e lo deve fare per rispetto del lavoro straordinario dall'organizzazione in Colombia e per dimostrare la totale estraneità dell'agenzia a chi invece sta colpevolmente depistando le indagini". Palazzotto inoltre invita la Farnesina ad esercitare "le pressioni diplomatiche necessarie affinché si accelerino le indagini, per fare luce su quanto accaduto e per trovare la verità sulla morte di Mario".
Al di là delle dichiarazioni e delle intenzioni espresse dal rappresentante delle Nazioni unite, rimane il silenzio sullo stato attuale delle indagini interne avviate dall'Onu, una procedura che era stata menzionata da Mariangela Zappia, rappresentante permanente d'Italia presso la sede delle Nazioni unite a New York e ambasciatrice italiana negli Stati uniti. Fare chiarezza sul lavoro svolto da Mario Paciolla nei giorni antecedenti alla sua morte e sulle dinamiche che hanno preceduto il suo tentativo di ritornare in Italia può essere un tassello fondamentale per ricostruire la vicenda e comprendere perché il lavoratore dell'Onu abbia deciso di abbandonare la Missione. La ricerca della verità e giustizia, dopo otto mesi dalla morte violenta di Mario Paciolla, non gode ancora di una spiegazione pubblica al riguardo.
redattoresociale.it, 20 marzo 2021
Amnesty International lancia il rapporto "Dimenticati dietro le sbarre" sulle condizioni di detenzione nell'emergenza sanitaria e chiede che siano inseriti nei piani vaccinali nazionali. "Provvedimenti per contrastarla producono violazioni dei diritti umani".
Sono oltre 11 milioni i detenuti nel mondo: Amnesty International, nel rapporto "Dimenticati dietro le sbarre", lancia l'allarme sulle condizioni di detenzione in pandemia e chiede che i reclusi siano inseriti nei piani vaccinali nazionali. "Mentre la pandemia da Covid-19 continua a diffondersi nelle prigioni di tutto il mondo, - sottolinea Netsanet Belay, direttore delle ricerche di Amnesty International - i provvedimenti adottati dai governi per contrastarla producono violazioni dei diritti umani: ad esempio, per mantenere la distanza fisica si ricorre eccessivamente all'isolamento, senza adottare misure per mitigarne le conseguenze",
L'impatto effettivo dei contagi da Covid-19 e delle relative morti in carcere è difficile da misurare, sottolinea l'organizzazione, poiché i governi non rendono pubbliche informazioni attendibili e aggiornate. Ma quelle disponibili "mostrano preoccupanti modelli di diffusione del contagio e, mentre i piani vaccinali prendono forma, molti governi non dicono se intenderanno vaccinare i detenuti ad alto rischio di contrarre il virus". Negli Stati Uniti, a metà febbraio 2021, sono state oltre 612 mila le infezioni denunciate nelle prigioni, negli istituti penitenziari o nei centri detentivi e almeno 2.700 decessi fra detenuti e guardie carcerarie, sottolineano gli osservatori. In India erano segnalati contagi in un quarto (351 su 1350) delle prigioni presenti nei 25 stati e territori del paese alla data del 31 agosto 2020; in Pakistan, almeno 2313 carcerati sono stati trovati positivi al Covid-19 ad agosto 202.
Sovraffollamento pericoloso - È uno dei principali problemi odierni che affliggono le strutture detentive: 102 stati hanno riferito di tassi di occupazione delle carceri di oltre il 110 per cento, con una percentuale notevole di detenuti in attesa di giudizio o condannati per reati di natura non violenta. Sebbene siano state prese misure per individuare prigionieri da rilasciare, Amnesty International ha verificato che gli "attuali tassi di scarcerazione non bastano per contrastare gli elevati rischi posti dal virus". "Molti stati con livelli pericolosamente alti di sovraffollamento carcerario come Bulgaria, Egitto, Nepal e Repubblica Democratica del Congo non hanno preso misure adeguate per fronteggiare la diffusione della pandemia. In altri stati, come Iran e Turchia, centinaia di prigionieri che mai avrebbero dovuto entrare in carcere, compresi i difensori dei diritti umani, sono stati esclusi dalle misure di decongestionamento", ha commentato Belay.
La crisi sanitaria - La pandemia da Covid-19 ha fatto emergere anni di riduzione degli investimenti e di vero e proprio diniego dei servizi sanitari nelle carceri. Le direzioni delle prigioni non sono state in grado o non hanno voluto fare fronte al crescente bisogno di misure sanitarie di prevenzione e di servizi di medicina per i detenuti. All'inizio della pandemia, Amnesty International ha verificato che in molti stati i prigionieri non hanno potuto essere sottoposti al test di positività a causa dell'enorme carenza di tamponi mentre in stati come Iran e Turchia ai detenuti sono state arbitrariamente negate le cure mediche.
Stati quali Cambogia, Francia, Pakistan, Sri Lanka, Stati Uniti d'America e Togo non hanno posto in essere misure preventive e protettive per contrastare la diffusione della pandemia da Covid-19 nelle strutture detentive. "Non importa chi sei o dove sei: ogni persona deve avere a disposizione mascherine, prodotti igienico-sanitari e acqua pulita a disposizione. Soprattutto nelle prigioni, i dispositivi di protezione personale devono essere forniti gratuitamente e i governi devono accelerare l'accesso ai testi e i trattamenti necessari per prevenire e gestire potenziali diffusioni del virus", ha sottolineato Belay.
Misure di controllo che hanno causato violazioni dei diritti umani - Per contrastare la diffusione della pandemia, in molti stati le direzioni delle carceri hanno adottato provvedimenti pericolosi, come il ricorso eccessivo e arbitrario all'isolamento e alla quarantena, che hanno causato gravi violazioni dei diritti umani, in alcuni casi equivalenti a trattamenti crudeli, inumani e degradanti. In alcuni stati come l'Argentina e il Regno Unito i detenuti sono stati posti in isolamento per 23 ore al giorno, spesso per settimane o per mesi. "Occorrono misure di protezione umane per proteggere i prigionieri", ha ribadito Belay. Misure di lockdown prese nelle prigioni hanno avuto un impatto sulle visite familiari, mettendo a rischio la salute psicofisica dei detenuti. In alcuni casi questi provvedimenti hanno scatenato proteste e rivolte, spesso sedate ricorrendo all'uso eccessivo della forza.
"Se in alcuni casi le visite familiari sono state mantenute adattando le condizioni alla realtà della pandemia, in altri queste sono state vietate del tutto privando i detenuti di una relazione col mondo esterno e compromettendo la loro salute fisica e psicologica", ha aggiunto Belay.
Priorità alla vaccinazione delle persone in carcere - Almeno 71 stati hanno adottato piani vaccinali per almeno un gruppo vulnerabile dal punto di vista della salute, ricorda il rapporto. Alcuni di essi hanno incluso i detenuti e il personale delle carceri tra le categorie prioritarie per la somministrazione dei vaccini ma molti altri stati - tra cui quelli ad alto reddito - tacciono o non hanno chiarito i dettagli dei piani. "Le prigioni sono tra i luoghi più a rischio per la diffusione della pandemia da Covid-19 e non è possibile negare per altro tempo il diritto alla salute ai detenuti. La mancanza di chiarezza sui piani vaccinali e sul trattamento delle persone in carcere sta diventando un problema globale e urgente. - spiega Belay - Se non verrà data priorità alla loro salute, le conseguenze saranno catastrofiche per i detenuti, per le loro famiglie e per i sistemi sanitari pubblici", Amnesty International chiede agli stati di "non discriminare le persone in carcere nei piani e nelle politiche di vaccinazione, di fare il massimo sforzo perché sia data priorità ai detenuti nel contesto dei piani vaccinali, considerando che la loro condizione non rende possibile il distanziamento fisico, e di assicurare che i detenuti che rischiano particolarmente il contagio (come quelli anziani e coloro che hanno problemi cronici di salute) abbiano la priorità tanto quanto gruppi analoghi di persone presenti tra la popolazione generale".
Italia Oggi, 20 marzo 2021
Il governo di centro-destra della Norvegia ha deciso di depenalizzare il possesso e il consumo di piccole dosi di una decina di droghe, fra leggere e pesanti, tra le quali la cannabis, la cocaina e l'eroina. Architetto di questa contestata riforma sugli stupefacenti è Guri Melby, ministro liberale della conoscenza e dell'integrazione, capo del partito liberale Venstre. Il limite fissato per la modica quantità è di 2 grammi per l'eroina, la cocaina e le anfetamine; una dose per Lsd; 0,5 grammi per l'ecstasy e 20 grammi per la cannabis. I norvegesi potranno essere arrestati se trovati in possesso di tre sostanze differenti, ma senza rischiare sanzioni.
L'obiettivo del progetto di legge è quello di passare dalla punizione all'aiuto nei confronti dei tossicodipendenti. È un cambio di paradigma: privilegiare il dialogo alla sanzione. Ammende e condanne saranno rimpiazzate da una convocazione obbligatoria davanti ad un consigliere specialista delle dipendenze senza che questo porti all'iscrizione nel casellario giudiziario. Chi non si presenta, però, dovrà pagare un'ammenda di 2.400 corone (236 euro).
Il ministro è convinto che così per i giovani sarà più facile cercare aiuto. Del resto, ritiene che le sanzioni non abbiano dato prova di efficacia e essere arrestati non offre una soluzione, ha detto citando l'esempio del Portogallo, primo paese ad aver depenalizzato l'uso degli stupefacenti nel 2001 con il risultato che in vent'anni Fuso e le overdose sono diminuite.
Intanto, il ministro conservatore della salute, Bent Noie, ha precisato che il suo governo intende depenalizzare, senza legalizzare, l'acquisto e il consumo di piccole quantità di droga. La polizia dunque, continuerà a ricercare i sospetti, confiscare e sequestrare e dovrà contattare i parenti dei minori trovati in possesso di dosi. Il partito centrista ha proposto un progetto differente che depenalizza l'uso soltanto per le persone che soffrono di dipendenza.
di Carlo Pizzati
La Repubblica, 20 marzo 2021
Nel continente i cittadini chiedono più democrazia e più giustizia. Ma sarà dura vincere contro gli "autoritarismi sofisticati". Negli ultimi due anni una lunga ondata di proteste in difesa della democrazia sta attraversando il continente asiatico. Sono contadini, studenti, operai, femministe e impiegati che scendono in piazza, occupano luoghi simbolici nelle metropoli e si organizzano in file ordinate di fronte ai cordoni di polizia. Ciò che li unisce non sono soltanto le tattiche fluide e digitali, ma una richiesta di giustizia e libertà che cresce speculare al fenomeno dell'autoritarismo sofisticato, come lo ha battezzato il politologo Lee Morgenbesser con il suo saggio The Rise of Sophisticated Authoritarianism in Southeast Asia (2020, Cambridge University Press).
In India, democrazia solo "parzialmente libera" secondo l'indice 2021 di Freedom House, le proteste coinvolgono la minoranza musulmana, la casta dei Dalit, le femministe e gli universitari e ora si esprimono con lo sciopero dei contadini che dal settembre scorso si oppongono a tre leggi di riforma dell'agricoltura di stampo neoliberista. Lo scorso ottobre, in Indonesia, operai e liceali lanciavano pietre verso il palazzo presidenziale per protestare contro una riforma del lavoro che riduce la buonuscita e impone un salario a ore invece che mensile. Il mese scorso, in Nepal, centinaia di femministe sono scese in piazza contro una legge che impone alle donne sotto i 40 anni di chiedere il permesso a familiari e funzionari pubblici prima di poter viaggiare all'estero. Ovunque la rabbia nasce dal basso, radicata in ceti consapevoli dell'erosione dei propri diritti. Gli esempi più clamorosi si sono visti a Hong Kong, in Thailandia e ora in Myanmar, dove i militanti si sono uniti in una Alleanza del Tè al Latte, in contrapposizione al tè liscio cinese, con il sostegno anche di Taiwan. Che sia il bubble tea di Taipei, il tè al latte di Hong Kong, il dolce tè thailandese o il lahpet birmano, ovunque nel Sudest asiatico la bevanda tradizionale è diventata una bandiera contro Pechino, simbolo di repressione delle minoranze e di limitazione delle libertà.
"I militanti si osservano gli uni con gli altri e cercano di trovare nuove idee gli uni dagli altri, ma anche i governi autoritari si stanno osservando e prendendo in prestito stratagemmi", osserva Jeffrey Wasserstrom, storico e autore di Vigil: Hong Kong on the Brink (2020, Columbia Global Reports). Uno dei simboli che accomuna l'Alleanza del Tè al Latte è il saluto a tre dita (indice, medio e anulare uniti e dritti, punta del pollice e del mignolo che si toccano), copiato dal film Hunger Games: spunta per la prima volta a Bangkok nel 2014, poi a Hong Kong e ora a Yangon: "Le tre dita rappresentano i tre valori della Rivoluzione francese: libertà, eguaglianza e fratellanza" ha spiegato il militante thailandese Rittipong Mahapetch. "È un gesto universale" gli fa eco Sombat Boonnagamong, "che non appartiene a una sola nazione ma a tutti coloro che chiedono più libertà".
Quanto alle tecniche di resistenza, quelle già inaugurate a Hong Kong, ispirate allo slogan "Sii acqua" della leggenda del kung-fu Bruce Lee, sono state replicate sia a Bangkok che a Yangon. Non avere mai un leader identificabile. Non rivelare dove si terranno le proteste fino al tardo pomeriggio. Radunare i militanti in diverse stazioni della metro e all'ultimo minuto annunciare nei social due punti di ritrovo, non uno, così da costringere la polizia a dividere le forze. Niente cortei piccoli e facilmente intercettabili ma flash mob improvvisi, dove allinearsi ben ordinati di fronte al cordone di polizia. "Sii acqua", appunto, ma resisti all'acqua degli idranti, ai gas e agli spray urticanti aprendo gli ombrelli e indossando gli impermeabili, oppure, come in Tailandia, usando gigantesche papere gialle gonfiabili come scudi. Se ti arrestano, non opporre resistenza violenta, solo passiva.
"Non abbiamo alcuna paura di mettere in discussione le autorità e di fare domande difficili" ha detto la sedicenne Akkarasor Opilan, una dei leader del movimento che in Tailandia chiede la depenalizzazione della legge contro la lesa maestà (fino a 15 anni di prigione), la diminuzione dei poteri della monarchia e la trasparenza in merito alle spese sostenute per il re: "Le mie tasse! Le mie tasse!" gridavano i manifestanti mentre re Maha Vajiralongkorn sfilava in auto con la consorte. Critica impensabile, fino a pochi anni fa. Ma anche questa è la nuova Asia in cui, come a Myanmar, si affrontano le fucilate dei militari per chiedere venga liberata la leader Aung San Suu Kyi.
Vinceranno? Non sarà facile. Anzi. I regimi autoritari sofisticati non sono in crisi ma in crescita. Hong Kong è già scivolata, e prima del previsto, nell'abbraccio soffocante di Pechino; la monarchia thailandese si avvinghia alla giunta militare golpista; l'esercito Tatmadaw birmano affronta le nuove sanzioni a muso duro, mentre a Delhi non si ferma la tracotanza del fondamentalismo indù.
Nel suo saggio, Morgenbesser spiega come alcuni regimi si siano evoluti dallo stato di autocrazie retrograde, come ad esempio il Brunei. Un Paese come l'India, invece, sta scivolando verso l'autoritarismo sofisticato partendo da uno stato di democrazia in crisi. Più o meno tutti si passano informazioni su come reprimere la richiesta di diritti civili mantenendo una facciata democratica. Spesso si legittimano tenendo elezioni, ma manovrandone il risultato. In Thailandia, Hong Kong e Myanmar ai leader dell'opposizione è stata negata la candidatura con arresti pretestuosi o con cause legali spinte da motivazioni politiche.
In India, giovani militanti ecologiste come Disha Ravi vengono arrestate per "sedizione" solo perché ree di aver suggerito hashtag pro contadini. Ogni critica ai governi è vissuta da questi ultimi come un attentato alla sacralità dello Stato. Si persegue chi non è d'accordo con l'accusa di "diffamazione" o di "assembramento non autorizzato". Oppure, si creano finti partiti di opposizione e si imbriglia Internet con leggi censorie (come in India, Myanmar, Cina) facendo pressioni perché Big Tech diffonda solo notizie positive sui governi. In questo modo "i regimi dell'autoritarismo sofisticato" sostiene Morgenbesser "incrociano la logica interna dell'autocrazia con l'apparenza esterna della democrazia". In Tailandia, l'ex generale Prayut Chan-o-cha si toglie la divisa e riemerge come leader in abiti civili. In Birmania, il generale Min Aung Hlaing ordina nuove elezioni perché frustrato dai risultati di quelle di novembre.
Gli autoritarismi sofisticati sono assai più longevi e molto più difficili da combattere proprio perché si nascondono sotto un mantello di apparente democraticità. Per questo le piazze dell'Asia ribollono di rabbia da due anni in quella che è anche una battaglia generazionale. Gli zoomer della Generazione Z, nati tra fine anni 90 e fine anni 10, sono meno strutturati dal punto di vista ideologico e ciò consente loro di fare causa comune. La loro, da Yangon a Taipei, da Bangkok a Katmandu, è una generazione nata con il telefonino in mano, che nuota nei social network e che sa cos'è un messaggio criptato. Più che destra e sinistra, a loro importa cos'è giusto e cos'è sbagliato. Una grande forza. Per tutti. Ma non basterà "essere acqua" e alzare tre dita di fronte ai fucili e alla censura dell'autoritarismo sofisticato. Inseguendo il modello cinese, al momento è proprio lui quello che sta vincendo la battaglia per il futuro dell'Asia.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 19 marzo 2021
Il 24 marzo la Corte costituzionale deciderà sul "fine pena mai" riservato agli ergastolani ostativi che non collaborano. Parla l'ex ministro di Giustizia e presidente emerito della Consulta Giovanni Maria Flick. "L'ergastolo è una pena costituzionalmente illegittima; è legittima nella esecuzione solo attraverso la valvola di sicurezza della liberazione condizionale. Al contrario, la reclusione è una pena legittima nella proclamazione ma illegittima nella esecuzione soprattutto a causa del sovraffollamento in carcere. In questo periodo, al problema del mancato rispetto della personalità, la pandemia aggiunge quello della salute del detenuto e pubblica. Il sovraffollamento in carcere rischia di far prevalere il diritto alla sicurezza (illusoria) della collettività su quello della salute del singolo perché lo obbliga ad un contatto che favorisce il contagio, è vietato per chi vive fuori dal carcere ed è incostituzionale".
di Liana Milella
La Repubblica, 19 marzo 2021
Audizione al Senato della Guardasigilli che promette un'accelerazione dei tempi dei processi e sulla prescrizione parla di "impegno che deve essere onorato". Alle toghe onorarie promette interventi sulle tutele professionali, retributive e pensionistiche.
di Marco Bouchard
riforma.it, 19 marzo 2021
La giustizia riparativa agisce con rapidità; ci invita a occuparci delle vittime e coinvolge la comunità, considerando la nostra fragilità. Ogni epoca e ogni cultura hanno avuto i loro crimini e le loro pene. Un tempo si poteva finire sul rogo per opinioni religiose eretiche mentre oggi quasi tutti gli Stati riconoscono il principio della libera espressione del proprio credo. Al contrario, molti delitti che oggi consideriamo gravi come le violenze sessuali o le rapine un tempo venivano trattati come questioni private.
di Associazione Yairaiha Onlus
lanuovacalabria.it, 19 marzo 2021
Il carcere dovrebbe essere uno strumento del tutto eccezionale considerando la sua comprovata inutilità e, per fortuna, la neo ministra della giustizia, Marta Cartabia, lo ha evidenziato chiaramente sottolineando la assoluta necessità di superare l'idea di carcere come unica risposta al reato.
di Rita Bernardini
Il Riformista, 19 marzo 2021
Solo il letto e un armadietto senza ante, gli avevano tolto pure la tv. Ha contatti soltanto con gli agenti. È questo il modo migliore di trattare un detenuto difficile? Una cella del carcere di Badu e Carros a Nuoro. Liscia, con unicamente un letto e un armadietto senza ante. Sta lì da più di un anno un uomo di quarant'anni in regime di sorveglianza particolare previsto dall'art. 14-bis dell'Ordinamento penitenziario nei confronti dei detenuti che hanno comportamenti tali da compromettere l'ordine e la sicurezza negli istituti penitenziari.
politicanews.it, 19 marzo 2021
"Abbiamo già avuto modo di condividere le scelte della Ministra Cartabia che sono contenute nel suo messaggio al Parlamento. Condividiamo l'agenda, l'elenco delle priorità, ma anche il metodo con cui la Ministra intende affrontare molte questioni. Penso che sia importante l'attenzione che la Ministra rivolge sempre alla centralità del Parlamento, al fine di conciliare l'urgenza, che abbiamo, di affrontare alcune questioni con la volontà del governo di non intervenire con decretazione d'urgenza.
Serve un'assunzione piena di responsabilità da parte del Parlamento, perché il tema dell'urgenza è reale, in quanto riguarda la vita reale del Paese. Apprezzo molto la coscienza positiva dei limiti (soprattutto temporali) che può avere questa fase. Dobbiamo, però, mettere in campo obiettivi che oggi sono più perseguibili perché, in un Governo di larghe intese come questo, la discussione sarà segnata da meno conflittualità politica, meno necessità di distinguersi, meno contrapposizioni ideologiche.
Si è parlato dell'impatto che ha avuto la pandemia sulla Giustizia. È evidente che la pandemia ha messo a dura prova e metterà a dura prova tutto il sistema della giustizia. Ma insisto sul fatto che alcune scelte che abbiamo fatto in emergenza vanno valutate per capire se hanno funzionato e se possono diventare norme a regime. Sono d'accordo sulla proposta dei cambiamenti nel sistema penale, sulle pene alternative, sulla messa in prova, sulla giustizia riparativa; penso anche alla depenalizzazione di alcuni reati bagattellari.
Sulle questioni del carcere, concordo con le cose dette dalla Ministra, con lo spirito con cui le dice e con la necessità di rispettare la Costituzione, sapendo che bisogna recuperare la funzione educativa del carcere, che è anche la condizione per dare più sicurezza al Paese. Un carcere che riesce a rieducare e produce meno recidività di quella che viene prodotta oggi, rende più sicuri tutti. La qualità del carcere diventa, quindi, fondamentale.
In questo senso, voglio sottolineare la questione dell'edilizia carceraria: su questo dobbiamo fare un lavoro serio, orientato, come ha detto la Ministra, non a fare più celle ma a costruire carceri migliori, con più spazi per il trattamento, per la scuola, per il lavoro, per l'aggregazione.
Se decidiamo di puntare su questo, non bastano le strutture ma serve anche che chi fa vivere i trattamenti interni - i funzionari giuridico-pedagogici - vengano valorizzati nel loro ruolo educativo. Questo deve valere anche per chi fa i trattamenti esterni. Sono figure poco valorizzate. Parliamo sempre di dare una mano alla polizia penitenziaria ma ci sono anche queste figure che vivono situazioni di precarietà e difficoltà: sono spesso sottostimati gli organici e anche il modo in cui si trovano a lavorare non è ottimale.
Il problema di questi funzionari e assistenti sociali deve essere affrontato. C'è poi un altro campo su cui ci dobbiamo misurare che è quello dei diritti dei cittadini. Alla Camera dei Deputati è stato già approvato il disegno di legge contro la transomofobia; penso che debba essere impegno anche del Governo quello di dare seguito, anche al Senato, a quel provvedimento". Così Franco Mirabelli, vice presidente dei senatori del Pd, ha commentato l'audizione della Ministra Marta Cartabia in commissione Giustizia a Palazzo Madama.
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