di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 19 marzo 2021
Togati contrari pure alle norme che "aprono" ad avvocati e accademia i Consigli giudiziari e l'ufficio Studi di Palazzo dei Marescialli. Lanzi: "Da noi laici un no compatto alle correnti". Difficile sostenere che la riforma del Csm targata Bonafede violi l'indipendenza della magistratura: non prevede il sorteggio della componente togata, né sottrae particolari prerogative.
a Palazzo dei Marescialli. Eppure le correnti intendono stroncare con un parere negativo quel ddl, ora all'attenzione di Marta Cartabia oltre che all'esame della Camera. Stavolta però i laici si coalizzano e ottengono il rinvio a dopo Pasqua del voto sul parere, come spiega uno di loro, il consigliere Alessio Lanzi: "Sono sbagliate anche le chiusure sulle norme del ddl che rafforzano il ruolo degli avvocati nei Consigli giudiziari e nell'ufficio Studi di Palazzo dei Marescialli", spiega al Dubbio.
Se ne parla dopo Pasqua. Il plenum di Palazzo dei Marescialli si è visto costretto a prendersi una lunga pausa di riflessione sul parere relativo alla riforma del Csm. Un ddl targato Bonafede, all'esame della Camera da diversi mesi, ma ormai nelle mani della nuova maggioranza e della nuova guardasigilli Marta Cartabia. I togati del Csm in carica sono favorevoli a un documento di sostanziale stroncatura della riforma: a loro giudizio limiterebbe troppo la discrezionalità sulle nomine. Ma non solo. Non è l'unico problema. Ce n'è uno sottovalutato: nell'articolato proposto dall'ex ministro della Giustizia, ci sono significative aperture al ruolo dei "laici", cioè di avvocati e accademia, in due decisivi contesti. Innanzitutto i Consigli giudiziari, cioè i "mini Csm" istituiti in ogni distretto di Corte d'appello, nei quali la riforma consentirebbe ad avvocati e professori di partecipare anche alle sedute in cui si vota sulla carriera dei magistrati. Un principio di trasparenza, che però le correnti vorrebbero limitare. Come pure vorrebbero contestare l'apertura ad avvocati e accademia dell'ufficio studi di Palazzo dei Marescialli. Non un ingranaggio della burocrazia, ma l'ufficio in cui si redigono materialmente le pratiche sulle nomine, dove cioè si compilano fascicoli decisivi. Ora ci lavorano solo magistrati, scelti dalle correnti. che anche lì non sembrano gradire intrusi.
Sulle paradossali (alla luce del caso Palamara) ritrosie che i togati dell'attuale Csm mostrano persino su questo, parliamo con chi si è opposto, due giorni fa in plenum, alla "reazione": il consigliere Alessio Lanzi, professore di Diritto penale alla Bicocca, che insieme con gli altri laici del plenum ha costretto appunto le correnti a rinviare il voto sul documento- stroncatura. "Il Csm non è la fotocopia dell'Anm e tanto meno è equiparabile ai Consigli giudiziari", dice Lanzi - eletto a piazza Indipendenza su indicazione di Forza Italia - che aveva tentato di frenare la censura al ddl già in commissione. "Il parere è molto articolato e complesso (oltre 190 pagine, ndr). La discussione si annuncia lunga, anche per il gran numero di emendamenti presentati. Noi laici, pur con differenti sfumature, abbiamo però già preso una posizione netta contro l'opinione di alcuni togati. anche sui Consigli giudiziari".
Lanzi ha fatto parte del "mini Csm" del distretto di Milano, dove il "diritto di tribuna", reso obbligatorio da Bonafede ma non espressamente precluso dalle norme in vigore, era già previsto. "Da almeno 15 anni in alcuni Consigli giudiziari gli avvocati hanno questo diritto. Molto dipende dalla sensibilità del presidente della Corte d'appello, che è anche il presidente del Consiglio giudiziario. A Milano l'allora presidente Giovanni Canzio era particolarmente favorevole al fatto che gli avvocati fossero presenti nei Consigli giudiziari e che, anche senza partecipare al voto, fornissero giudizi a proposito delle valutazioni di professionalità dei magistrati".
Nel testo Bonafede si prevede, oltre al diritto di tribuna, la possibilità da parte degli avvocati, in caso di concreti elementi oggettivi a carico del magistrato, di portarli all'attenzione del Consiglio giudiziario. Si tratta di segnalazioni sul comportamento del magistrato, non sul suo operato. "Il parere, che è stato redatto dall'ufficio Studi del Csm, ipotizza criticità già per il semplice diritto di tribuna", ricorda Lanzi. "Evidenzia preliminarmente che con il diritto di tribuna l'avvocato verrebbe a conoscenza di valutazioni nei confronti del magistrato che dovrebbero rimanere segrete. Quando si parla della valutazione di un certo magistrato, dunque, l'avvocato che ha un processo con lui dovrebbe andar via: per supportate questa tesi è stato fatto un parallelo con il Csm", nota ancora il consigliere, "dicono che quando un avvocato va al Csm si deve cancellare dall'Ordine e non può esercitare la professione.
Ma l'avvocato, nel Consiglio giudiziario, è un responsabile territoriale, come il magistrato. Entrambi continuano a fare il proprio lavoro. I magistrati del Consiglio giudiziario non sono messi fuori ruolo come i magistrati al Csm". E ancora: "L'avvocato, al Csm, professionista di area culturale designato dal Parlamento, è un rappresentante della società civile. Il Csm gestisce la magistratura nell'interesse della cittadinanza, non dei magistrati".
L'ufficio Studi ha fatto "confusione", insomma. "Mi sembra molto offensivo nei confronti del Csm. Su un punto bisogna essere chiari: il Csm tutela l'interesse dell'amministrazione della giustizia, a che la cittadinanza abbia una giustizia come si deve. L'organo non deve essere autoreferenziale, non è una corporazione. Inoltre: vi pare possibile che mentre agli avvocati sia vietato anche sentire cosa dicono sui giudici, i pm possano votare le loro valutazioni di professionalità? Il pm, come l'avvocato, è parte del processo: ricordiamoci dell'articolo 111 della Costituzione".
di Errico Novi
Il Dubbio, 19 marzo 2021
Intervista a Enrico Costa, deputato di Azione ed ex viceministro alla giustizia: "Non basta modificare la prescrizione, servono regole per riaffermare la presunzione d'innocenza". "È il lato oscuro del processo penale. Se ne parla poco ma è tempo di farci i conti: nel nostro sistema la presunzione di innocenza è ignorata. Ne discende una lunga serie di abusi, e di vittime. Basti pensare alle centomila persone assolte in primo grado, e che però hanno patito arresti, discredito, gogna mediatica. È tempo di intervenire: e con una ministra dalla sensibilità di Marta Cartabia è possibile".
Enrico Costa ha un'altra riforma penale pronta. "Un contributo alla discussione", lo definisce. Viceministro quando a via Arenula c'era Andrea Orlando, deputato e responsabile Giustizia di Forza Italia fino a pochi mesi fa, ora anche dalle file di Azione resta il punto di riferimento dei garantisti alla Camera. La guardasigilli si riferisce innanzitutto a lui, quando nel proprio discorso alle commissioni Giustizia, ringrazia coloro che hanno ritirato gli emendamenti sulla prescrizione, e favorito così un lavoro comune nella nuova maggioranza. "Adesso però non c'è solo la prescrizione. Si deve intervenire per evitare che, come Cartabia pure ha ricordato, l'uso mediatico e improprio delle indagini continui a rendere ingiusto il nostro processo".
Proporrà emendamenti al ddl Bonafede?
Il primo emendamento è già depositato nella legge di delegazione europea. Riguarda la presunzione di non colpevolezza, di cui una direttiva dell'Unione reclama il rispetto: va applicata. Mi dicono che quella legge è urgente e che non va modificata: si deve evitare di riportarla in Senato. Spero non sia un pretesto. Posso accettare il discorso a condizione che mi si dica in quale vettore normativo va introdotta la norma che dovrà recepire il vincolo europeo sulla presunzione di innocenza.
Ma in cosa può tradursi una norma simile?
Deve consistere in una delega a intervenire su molti aspetti, ma io ho già pronte anche le proposte per i successivi decreti delegati. La prima? Vanno regolate le conferenze stampa delle Procure. Innanzitutto: per quale motivo si devono veicolare visioni assertive sulla colpevolezza dell'indagato? Avete mai sentito un procuratore usare formule del tipo "risulterebbe dalle indagini" o "secondo le nostre valutazioni..."? No. Dicono: "Sono colpevoli, abbiamo sgominato una rete, si sono resi responsabili dei seguenti reati...". Il cittadino comune non ha la sottigliezza per distinguere fra magistrato requirente e giudice: capisce solo che per lo Stato quel cittadino è colpevole. E così al presunto innocente hai già distrutto la vita.
Ma come si impedisce tutto questo?
Mi faccia finire. Non vanno bene i video diffusi dalle Procure o dalle forze di polizia per illustrare le indagini, né i nomi suggestivi dati alle inchieste. Non è accettabile la divulgazione delle intercettazioni e trovo sbagliata la norma dell'ultimo decreto che consente di pubblicare le ordinanze cautelari, con dentro i brani captati. Parliamo di accuse brutalmente e pubblicamente scagliate su chi è solo indagato, accuse dalle quali non si è mai avuta possibilità di difendersi davanti a un giudice terzo. Oltretutto, ogni anno ci sono trentamila arrestati per esecuzione di ordinanze cautelari, almeno il 20 per cento delle quali contro legge. È assolto il 50 per cento di chi va a dibattimento, il 69 per cento di chi si oppone a un decreto penale di condanna. Servono misure serie.
Lei quali ha in mente?
In casi estremi dovrebbe intervenire la rimessione del processo. Il fascicolo passa ad altro ufficio, ad altra sede giudiziaria. Non si può assistere alla continua negazione del principio che impone la cosiddetta verginità cognitiva del giudice: mediatizzare le indagini crea un pregiudizio, un condizionamento in chi deve valutare tesi e richieste dell'accusa. Si deve intervenire anche su altro. Le misure cautelari in carcere vanno limitate ai casi in cui sono davvero motivate e necessarie. Ci sono 8mila persone in cella perché in attesa del giudizio: va introdotta la regola del contraddittorio anticipato.
Cosa comporta?
L'interrogatorio deve precedere l'arresto. Perché tenere in carcere per giorni una persona prima di sentirla, se l'interrogatorio può far emergere elementi che ne dimostrano l'estraneità? Salvo i casi in cui c'è reale pericolo di fuga o di inquinamento delle prove, come si fa a presumere che la persona può reiterare la condotta illecita, se si tratta di un incensurato? E ancora: il processo stesso è una pena. Il rinvio a giudizio ti cambia la vita. Va perciò modificata la regola dell'udienza preliminare: si deve mandare qualcuno a processo se esiste un'alta probabilità di pervenire a una condanna. Ora invece basta che il pm abbia carte sufficienti per sostenere un'accusa in giudizio: vuol dire che se lui stesso ha dei dubbi, usa il Tribunale per liberarsene. Risultato: 100mila assolti in primo grado. Ma sono 100mila assolti che sono stati a dibattimento per 3 o 4 anni, dopo altri 2 o 3 di indagini. Un tempo in cui la tua vita di innocente è stata comunque compromessa. Tanto più che la durata del procedimento vanifica l'effetto dell'assoluzione sulla tua credibilità, sulle tue relazioni private e sociali.
È un'altra idea di processo penale: chi è disposto a condividere con Azione una riforma simile?
Credo che la maggioranza sarebbe disponibile a seguirci. Ho ottenuto che in legge di Bilancio entrasse la norma sul ristoro delle spese legali per gli assolti: sembrava impossibile. Può passare anche una ristrutturazione della fase preliminare compatibile con la presunzione di non colpevolezza. Dietro la prescrizione di Bonafede c'è l'idea per cui, in ultima analisi, se la macchina processuale si rivela inefficiente se ne scarica il peso sull'imputato. Non bastano sanzioni come l'avocazione delle indagini dormienti da parte delle Procure generali, inserita nella riforma Orlando. Sa quante se no contano nell'ultimo anno? Su un milione e 300mila procedimenti penali iscritti, ci sono state 65 avocazioni. Ridicolo.
Ha appena chiesto di cambiare le regole sull'acquisizione dei tabulati telefonici: perché è così urgente?
Una sentenza della Corte di giustizia Ue ci ha ricordato che i tabulati contengono informazioni dettagliatissime, intrusive, sulla vita e le relazioni di una persona, e che non si può lasciare alle Procure la libertà di chiederle alle compagnie telefoniche: deve esserci invece, dice la Corte Ue, l'autorizzazione di un giudice terzo o di un'autorità indipendente. Serve un dettagliato elenco dei reati per i quali una misura pesante come l'acquisizione dei tabulati può essere concessa.
È d'accordo con l'idea che a emendare i ddl sul processo siano gli esperti scelti da Cartabia?
Gli esperti sono necessari, quando una proposta va tradotta in un articolato, ma la sensibilità del parlamentare non può essere surrogata. In ogni caso l'attenzione mostrata dalla ministra a un tema come il necessario riserbo nelle indagini supera di gran lunga la non sempre assoluta coerenza garantista di alcuni partiti dell'attuale maggioranza. E proprio la sensibilità della guardasigilli può favorire una svolta che riaffermi la presunzione d'innocenza reclamata dalla Costituzione.
di Liana Milella
La Repubblica, 19 marzo 2021
La sentenza scritta da Giovanni Amoroso era attesa anche dalla Guardasigilli per affrontare il problema delle 5mila toghe che da anni invocano gli stessi diritti degli ordinari.
Niente da fare. Questa volta, dalla Corte costituzionale, non arriva l'atout che i giudici onorari si aspettavano per superare lo stato di precarietà che affligge un mondo di oltre 5mila anime. Figure indiscutibilmente fondamentali per la giustizia certo - tant'è che proprio su di loro si appoggiano le previsioni del Recovery plan per recuperare lo spaventoso arretrato civile e penale - ma non abbastanza da raggiungere il loro "goal", la stabilizzazione come categoria, lo stop a quei pagamenti a sentenza che umiliano la loro professionalità e riducono a una sorta di cottimo il loro lavoro. Ma le oltre venti pagine scritte dal giudice costituzionale Giovanni Amoroso, che peraltro riguardano la figura del giudice ausiliario impiegato nelle corti di appello, non solo non contengono, ne forse potevano visto il perimetro della decisione, parole in sintonia con l'idea di una possibile parificazione economica tra giudice ordinario e giudice onorario, ma rimarcano all'opposto la netta distinzione tra i due ruoli. Quello del magistrato ordinario che ha sostenuto un concorso per diventarlo. E quello del giudice onorario che svolge sì il lavoro di giudice, ma non ha fatto il concorso, e spesso ha anche un altro lavoro.
Non solo. C'è un altro aspetto che, come vedremo "entrando" nella sentenza, lascia l'amaro in bocca ai giudici onorari e li preoccupa fortemente in vista delle decisioni che la stessa Marta Cartabia dovrà prendere sulla loro categoria e che, prima di farlo, attendeva, come ha dichiarato alla Camera, proprio l'esito di questa sentenza. Perché la Consulta, in ragione della crisi della giustizia, pur accogliendo il ricorso della Cassazione sull'uso dei giudici ausiliari utilizzati nei collegi di corte d'appello, e stabilendo che, nel rispetto dell'articolo 106 della Costituzione, essi vanno utilizzati singolarmente, tuttavia rinvia al 2025 l'effetto pratico e concreto della sua stessa decisione. Dai giudici onorari, che soffrono del loro stato di precarietà, soprattutto dopo la riforma dell'ex Guardasigilli Andrea Orlando del 2016, questa decisione viene letta come una sorta di "condanna" a vivere altri quattro anni di incertezza e, appunto, di lavoro precario.
Ma cosa arriva, con la sentenza che porta il numero 41, dalla Consulta? Come scrive la stessa Corte nel comunicato stampa che l'annuncia, "i giudici hanno affermato che l'articolo 106 della Costituzione, secondo cui è possibile la nomina di magistrati onorari per tutte le funzioni attribuite a giudici singoli, permette solo eccezionalmente e temporaneamente che, in via di supplenza, essi possano svolgere funzioni collegiali di primo grado".
Quindi, nei soli tribunali e non nelle corti d'appello o di Cassazione. Di conseguenza, "l'istituzione dei giudici onorari ausiliari, destinati, in base alla legge del 2013, a svolgere stabilmente e soltanto funzioni collegiali presso le corti d'appello, nelle controversie civili, deve ritenersi in aperto contrasto con l'articolo 106 della Carta". A questo si aggiunge la moratoria fino al 31 ottobre 2025 per consentire "alle Corti di ridurre l'arretrato e finché non si perverrà a una riforma complessiva della magistratura onoraria nel rispetto dei principi costituzionali". Ma è proprio la "temporanea tollerabilità costituzionale" che angoscia le toghe onorarie che hanno vissuto e vivono una vita di lavoro all'insegna della "precarietà" e oggi invece, dalla Cartabia, si aspettano di ottenere un'effettiva stabilità.
Per questo, a sentenza pubblicata, Olga Rossella Barone, la presidente del Coordinamento magistratura giustizia di pace, che appena una settimana fa aveva anche scritto una lettera alla ministra Cartabia dai toni accorati, adesso dice: "La Consulta perde ancora una volta l'occasione di fare chiarezza, e soprattutto di operare una linea di demarcazione chiara e netta, tra l'attuale magistratura in regime transitorio, nei cui confronti lo Stato ha sbagliato, e i futuri magistrati onorari che rientrano nell'inquadramento normativo disposto dalla riforma Orlando, proprio al fine di evitare il reiterarsi di nuove sacche di precariato".
Rossella Barone parla di "una classica soluzione all'italiana", di "una sentenza pilatesca che mentre afferma l'illegittimo utilizzo dei magistrati ausiliari nelle corti d'appello, sostanzialmente salva i tribunali e le stesse corti d'appello consentendo, quasi questo fosse costituzionalmente legittimo, di utilizzare in maniera precaria e senza alcuna tutela giuslavoristica, questi magistrati in virtù del grave pregiudizio che ne avrebbe, soprattutto nella situazione attuale, l'amministrazione della giustizia".
Se la Corte, in base all'articolo 106 della Costituzione - "La legge sull'ordinamento giudiziario può ammettere la nomina, anche elettiva, di magistrati onorari per tutte le funzioni attribuite a giudici singoli" - conferma che, appunto, la Carta prevede il ruolo della magistratura onoraria senza limiti di tempo, allora una giudice di pace come la Barone, che lavora a Napoli da oltre 25 anni senza prospettiva di pensione, senza ferie pagate, senza assistenza sanitaria, si aspetta che l'ex presidente della Consulta Cartabia faccia un passo in avanti e "inquadri fino all'età pensionabile, con la loro dignità, i magistrati che hanno lavorato fino ad oggi". Toghe che invece - ed è questo l'oggetto dello scontro - secondo la legge Orlando, che entrerà stabilmente in vigore nel 2025, dovrebbero ridurre il loro lavoro a due udienze a settimana, e dopo quattro anni anche andare a casa. Mentre prospettive differenti si aprirebbero per chi si affaccia da quell'anno in poi in questo stesso lavoro.
Se una giudice di pace si esprime in questo modo, anche dal fronte dei Got, i giudici onorari di tribunale, la reazione non è diversa. Basta sentire le parole di Sandra Leo, giudice onoraria a Milano che aderisce all'Assogot e che dice: "Ho letto la sentenza ed esprimo la mia preoccupazione come avvocata e come cittadina, non come magistrato onorario. Purtroppo vedo che la realpolitik conquista la Consulta e ispira quella che potremmo chiamare una sorta di sanatoria di sentenze illegittime, passate, presenti e future. Quel riferimento al bilanciamento mi pare improprio perché accentua un relativismo giuridico che ritengo sia tra i mali del Paese, nonché tra le cause principali dello stato disastroso in cui versa la nostra giustizia".
E nel merito Sandra Leo aggiunge: "Dire che migliaia di sentenze sono state e saranno emesse almeno per i prossimi 4 anni e mezzo da giudici che palesemente non hanno alcuna legittimazione costituzionale, ma che in questo momento fanno comodo allo Stato, che altrimenti dovrebbe riorganizzarsi e pagare indennizzi sulla base della legge Pinto, mi pare non sia un bel vedere".
È un mondo in allarme quello delle toghe onorarie, soprattutto perché Marta Cartabia ha detto anche alla Camera, e certo ripeterà al Senato, che attendeva proprio questa sentenza della Consulta per muovere i suoi passi sulla magistratura onoraria.
Sulla quale, a palazzo Madama, pende una riforma che l'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede, su richiesta del Pd, sarebbe stato disposto a trasformare in un decreto legge, mentre Cartabia è contraria. Progetto di legge che il Pd, con la relatrice Valeria Valente e con il capogruppo in commissione Giustizia Franco Mirabelli, considera un passo avanti accettabile. Mentre le toghe onorarie lo bocciano senza appello.
Per le ragioni che stanno nella lettera che Olga Rossella Barone, protagonista con tante altre colleghe prima di Natale di scioperi della fame e flash mob davanti ai tribunali peraltro del tutto inascoltati dalla politica, ha inviato a Cartabia già il 25 febbraio: "Io sono una giudice di pace, una lavoratrice per l'Europa che da vent'anni pronuncia sentenze In nome del popolo italiano, ma al contempo un fantasma. Le chiedo solidarietà, le chiedo di intervenire concretamente con una decretazione d'urgenza che nel rispetto dei principi costituzionali e della raccomandazione del 17 novembre 2010 del Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa, inquadri economicamente e normativamente la mia categoria nei cui confronti lo Stato, rappresentato dai governi che l'hanno preceduta, come afferma anche l'Europa, stella polare di questo esecutivo, ha sbagliato".
di Federico Fubini
Corriere della Sera, 19 marzo 2021
Per ricevere i bonifici di Next Generation EU, l'Italia deve dimostrare di avere progetti credibili per accelerare in due aree fondamentali: pubblica amministrazione e giustizia civile. La prima è affidata al ministro Renato Brunetta, che punta a rafforzare le strutture dello Stato assumendo migliaia di esperti e ad allargare le competenze ai vertici dei ministeri con centinaia di chiamate dirette.
Nella seconda, tocca alla ministra della Giustizia Marta Cartabia delineare in poche settimane un piano che sia efficace, ma politicamente praticabile e tale da non aprire conflitti con gruppi e settori della società. Perché, almeno in questa fase di emergenza, l'approccio del governo di Mario Draghi ai mali del sistema Italia sembra avere esattamente questa priorità: ogni riforma nella cornice Recovery Plan va perseguita senza creare tensioni di gruppi sociali fra loro o verso l'esecutivo. Non adesso. Con decine di migliaia di nuovi contagi ogni giorno e la campagna vaccinale da rilanciare, questi sono i paletti che il premier sembra aver dato ai ministri: il massimo di efficacia raggiungibile senza generare strappi, che sarebbero deleteri alla tenuta del Paese.
Nei suoi piani sulla giustizia civile, Cartabia applica esattamente questo approccio. "Sarebbe sleale impegnarsi nel contesto attuale a delineare programmi inattuabili", ha detto la ministra in parlamento. Intanto però la parte del Recovery riservata alla giustizia prende corpo sulla base di un budget da poco più di tre miliardi di euro.
Di questi, 2,3 miliardi saranno impegnati per assumere con contratti triennali ventiduemila nuovi dipendenti nel sistema giudiziario dal gennaio prossimo. Almeno 16.500 addetti, laureati in Legge o Economia, devono dare forma al nuovo istituto dell'Ufficio del processo: di fatto assistenti e collaboratori di giudici e magistrati, sul modello dei clerk anglosassoni, con compiti di ricerca e stesura delle bozze dei provvedimenti. Sono poi previsti 1.660 nuovi posti con funzioni tecniche e amministrative per laureati sulla base di contratti triennali, 750 per diplomati specializzati e tremila per non specializzati.
Servono anche perché Cartabia punta a investire 350 milioni del Recovery nella digitalizzazione degli archivi dei casi pendenti, nella sicurezza per il lavoro da casa e di una banca dati su cui lavorare con sistemi di intelligenza artificiale. Per accelerare i tempi della giustizia civile e smaltire i milioni di casi pendenti, la ministra vuole anche rafforzare il ricorso alla mediazione e l'imitazione delle pratiche più efficaci di altri tribunali. Inoltre per chi si candida a incarichi direttivi è previsto l'obbligo di una formazione gestionale, mentre 426 milioni del Recovery vanno all'edilizia giudiziaria.
È un piano provvisorio, se non altro perché lascia nell'incertezza il futuro degli Uffici del processo quando saranno esauriti i fondi europei. Ma forse è l'unico piano praticabile oggi. Per sciogliere altri nodi della giustizia lenta, quelli che si trascinano da decenni, non basteranno i prossimi mesi.
quotidianogiuridico.it, 19 marzo 2021
Cassazione penale, sezione I, sentenza 8 marzo 2021, n. 9309. Pronunciandosi sul ricorso proposto avverso la ordinanza con cui il tribunale di sorveglianza aveva rigettato il reclamo proposto da un detenuto avverso il decreto con cui il magistrato di sorveglianza aveva disposto il trattenimento di una missiva indirizzatagli da un altro detenuto, ristretto in diverso istituto penitenziario, con cui gli venivano chiesto consigli giuridici, la Corte di Cassazione (sentenza 8 marzo 2021, n. 9309) - nell'accogliere la tesi difensiva, secondo cui illegittima doveva ritenersi la decisione di vietare l'inoltro della corrispondenza non potendo essere sanzionata la richiesta di ausilio rivolta da un detenuto ad altro soggetto che, versando nella medesima condizione, abbia maggiore familiarità con la materia giuridica e processuale - ha affermato il principio che l'invio, da parte di un detenuto, di una singola missiva che contiene una istanza di ausilio rivolta a persona che, grazie allo studio, ha maturato competenze giuridiche, è un elemento in sé non in grado di dimostrare le ravvisate potenzialità offensive dei beni giuridici tutelati dall'art. 18- ter, l. 26 luglio 1975, n. 354.
di Eduardo Savarese
Il Dubbio, 19 marzo 2021
Da tempo, e da ultimo in occasione dell'insediamento del governo Draghi, sentiamo ripetere uno dei mantra della lamentazione sul declino italico: la giustizia lenta è un macigno su pil e commercio estero; per trasformare la macchina arrancante in motore performante ci vuole il manager che assicura decisioni veloci e prevedibili.
Dinanzi a questa tesi (piuttosto trita) constato tre reazioni. La prima, di parte della magistratura, vuole che si dimostri che, soprattutto nell'era post-Palamara, sia stato intrapreso un nuovo corso, più attento alle necessità della giustizia, a beneficio di magistrati e cittadini. La seconda reazione è insofferente al discorso del manager in tribunale. La terza, pur ritenendo inadeguato il richiamo salvifico al manager, non vuole neppure arroccarsi nella difesa d'ufficio delle inefficienze della giustizia. Ogni posizione ha un fondo di verità. Resta al centro della vicenda, tuttavia, una drammatica torre di Babele che non è però frutto della punizione divina. Non è questione di volere o meno l'efficienza, ma di che efficienza si vuole per la giustizia e dunque, a monte, di che giustizia vogliamo.
Un obiettivo di mera quantità può fare a meno di un ordine giudiziario prescelto per concorso e attingere a strumenti burocratici, ivi compresa l'intelligenza artificiale. Non credo sia questa un'idea di giustizia condivisa. Tra i diritti umani fondamentali c'è il diritto al giudice: lo dice magistralmente nel 2012 uno dei giudici della Corte internazionale di giustizia, Cançado Trindade, quando, in minoranza, dà ragione ai giudici italiani che avevano negato l'immunità dello Stato tedesco, condannandolo a risarcire gli eredi delle vittime dell'occupazione nazista.
Le comunità umane aspirano alla decisione giusta tra due contendenti e tra vittima e carnefice: le condizioni per attuarla sono la competenza di chi giudica e la sua imparzialità, che si traduce nell'ascolto delle parti, nella ponderazione, nella motivazione del risultato. Tutto questo non ha niente a che fare col manager, o con la logica d'impresa. Bellissimo, mi direte: ma l'inefficienza? Ne possiamo registrare (almeno) due tipi. Una minor, attinente a sciatterie organizzative tipiche della pubblica amministrazione: per questo, però, abbiamo già dirigenti amministrativi e presidenti di Tribunale e l'andamento della loro gestione può e deve essere adeguatamente valutato.
Poi c'è l'inefficienza major: la durata del processo. Qui la ricetta è triplice: definire uno standard di rendimento dei magistrati; in base a questo, ridisegnare le piante organiche dei tribunali; su questi fondamenti (non esaustivi, ma rilevanti) rendere snella ed effettiva la valutazione di professionalità dei magistrati, oggi un simulacro burocratico. Un lavoro serio sui primi due punti darebbe risultati sorprendenti, in sé e se paragonati al resto d'Europa. È un caso che la triplice ricetta ingiallisca negletta da almeno venti anni, mentre primi ministri, ministri e vertici vari si scambiano sguardi d'intesa appassionatamente manageriali?
Il problema di una mancanza di standard di rendimento del magistrato - che è previsto da una norma dell'ordinamento giudiziario inattuata dal Csm dal 2006 - e l'ulteriore, e connesso, problema di una geografia giudiziaria iniqua e totalmente inefficace, sono evidentissimi nei Tribunali campani. Tribunali "di frontiera", essenziali alla vita sociale, centrali per la varietà e rilevanza di interessi economici, e criminali, coinvolti, punto di riferimento di realtà territoriali di altissima densità abitativa - e mi riferisco ai Tribunali di Nola, Napoli Nord, Santa Maria Capua Vetere e Torre Annunziata - sono endemicamente in affanno, perché sottodimensionati. Il caso più tragico è il più recente, con l'istituzione del Tribunale di Napoli Nord, già condannato alla nascita alla produzione di arretrato o comunque di affanno strutturale nell'affrontare le sfide enormi del territorio oggetto della sua giurisdizione.
Ma quei Tribunali sono anche inondati di una quantità di processi civili e penali impressionante. Ruoli di udienza civili e penali con trenta, quaranta processi a udienza, semplicemente ingestibili, eppure fronteggiati, spesso eroicamente, silenziosamente e anche in una grande solitudine dei singoli magistrati. L'avvocatura tutto questo lo sa benissimo. Tutti gli attori e i protagonisti di buona volontà conoscono che il problema è monitorare il rendimento dei magistrati e l'afflusso della domanda di giustizia. E sanno che occorre fissare uno standard unitario e nazionale di rendimento del magistrato civile e penale: esso consentirebbe di evidenziare l'urgenza della riorganizzazione della pianta organica dei Tribunali italiani e, probabilmente, uno strutturale eccesso di domanda di giustizia. Inseguire l'efficienza di per sé, solo numerica, e senza soluzioni di sistema e d'insieme, è soltanto una mistificazione, offensiva per il cittadino, prima ancora che per l'avvocatura e per la magistratura.
di Simona Musco
Il Dubbio, 19 marzo 2021
A stabilirlo il tribunale di Ravenna: "Leso il diritto alla difesa". Il mancato deposito di atti dell'indagine preliminare rappresenta un danno per la difesa, motivo per cui può essere necessario dichiarare la nullità della richiesta di rinvio a giudizio. A stabilirlo è un'ordinanza del Tribunale di Ravenna, che in disaccordo con l'indirizzo che stabilisce l'inutilizzabilità degli atti mancanti ha optato per un'interpretazione più stringente, affermando la necessità di integrare il fascicolo con quanto omesso e, dunque, spostare indietro le pedine del procedimento.
Di fronte alla mancanza di elementi di prova che potrebbero risultare centrali nella fase processuale, il rischio, si legge nell'ordinanza, è che ciò si rifletta "direttamente in negativo sulle prerogative difensive. Difatti, l'impossibilità per le difese di accedere compiutamente e tempestivamente al materiale probatorio raccolto dal pm incide in modo sostanziale sulla stessa possibilità per gli imputati di organizzare la strategia difensiva, se del caso anche tramite la scelta di riti alternativi, sicuramente influenzata - tale scelta - anche dalla tipologia e qualità degli atti d'indagine compiuti dal pm".
Nel caso specifico le difese lamentavano l'assenza delle immagini delle telecamere piazzate sul luogo del presunto reato, ovvero quelle che ritrarrebbero l'allontanamento ingiustificato dal luogo di lavoro degli imputati. Immagini decisive e centrali, secondo la difesa, ma non depositate dal pm, "con conseguente lesione delle prerogative difensive, intaccate dalla indisponibilità di un atto d'indagine decisivo che potrebbe essere divenire - nella fase dibattimentale - altresì prova decisiva". Il giudice ha accolto l'eccezione, evidenziando come l'orientamento prevalente, che si limita a considerare inutilizzabili gli atti stessi, è "tutt'altro che pacifico" e addirittura "non condivisibile". Ciò sulla base di una recente pronuncia della Cassazione, che ha inquadrato il vizio "nella categoria della nullità generale a regime intermedio, siccome incidente sulle garanzie difensive dell'imputato".
Gli atti mancanti, infatti, potrebbero rappresentare prove decisive, così che l'unico risultato rischierebbe di essere "la violazione del diritto di difesa discendente dall'incisione delle prerogative difensive correlate ad una determinata fase processuale". Inoltre, tutti gli atti, dunque, devono essere presenti nel fascicolo al momento dell'avviso di conclusione indagini, proprio per garantire "che la persona accusata di un reato sia, nel più breve tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell'accusa elevata a suo carico; [e] disponga del tempo e delle condizioni necessari per preparare la sua difesa".
Il giudice evidenzia come, da un lato, gli atti mancanti potrebbero risultare favorevoli all'imputato, "con serio pregiudizio nei suoi confronti", e dall'altro come "potrebbero essere sottratti al giudizio ed alla cognizione del giudice elementi di prova - finanche decisivi -, così ostacolando quell'attività di ricerca della verità, che è considerato il fine primario ed ineludibile del processo penale". Da qui la necessità di rinnovare la sequenza procedimentale, senza rischio di "seri effetti negativi sulla durata del processo", consentendo al pm di "utilizzare tutto il materiale investigativo raccolto e agli imputati di calibrare in modo pieno le proprie strategie difensive".
ilreggino.it, 19 marzo 2021
Il cordoglio della Garante dei detenuti Giovanna Russo. "La scomparsa del dottor Emilio Campolo, funzionario ed educatore presso la Casa circondariale "Panzera" di Reggio Calabria, provoca sincera emozione in quanti abbiamo avuto la fortuna di conoscerne l'umanità".
"Ho apprezzato il valore del dottore Emilio Campolo nel corso della mia esperienza istituzionale ed avverto sincero turbamento per la sua scomparsa dal profondo dell'animo. Nei lunghi anni della sua preziosa e delicata opera - sottolinea Giovanna Russo - Emilio Campolo ha lasciato grande impronta di sé, dedicandosi con grande sensibilità e onorabilità agli ultimi.
"Avvocato Russo le faccio i migliori auguri per questo incarico - così mi salutò al nostro primo incontro - l'ha preceduta una grande persona e mio amico, l'avv. Agostino Siviglia, e sono certo che lei saprà fare bene, e noi saremo qui a suo supporto". Ascolto e senso di equilibrio - prosegue la Garante Russo - trasparivano sempre dalle sue parole, convinto com'era della necessità della funzione risocializzante del reo, che aveva inverato nonostante il pericolo del Covid, continuando insieme ad un altro collega a garantire la possibilità ai detenuti di proseguire i programmi di studio.
Era fatto così Emilio Campolo, uomo di Fede, che viveva il suo lavoro come un grande dono di Dio al servizio del prossimo. Ecco perché sbigottisce la sua perdita e siamo certi che anche da lassù continuerà ad ispirare le nostre azioni umanitarie rendendo più ricche le nostre esperienze al servizio delle funzioni istituzionali affidateci".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 marzo 2021
Aveva subito torture nel carcere gambiano per farlo confessare, non è mai stato sottoposto a processo e non ha avuto assistenza legale. Nonostante ciò, la Commissione territoriale di Caserta aveva rigettato la richiesta di protezione internazionale nei suoi confronti. Ma il giudice del Tribunale di Napoli, anche alla luce di quanto emerge dalle fonti internazionali consultate di ufficio, ha ritenuto gli elementi forniti dal ricorrente credibili. Infatti, sostiene il giudice, contrariamente a quanto ritenuto dalla Commissione, in Gambia è frequente essere sottoposti a detenzione cautelare anche per anni in attesa di processo a causa dell'importante backlog e dell'inefficienza del sistema giudiziario.
Per più di un anno in carcere senza essere sottoposto a processo - Parliamo di un cittadino gambiano difeso dall'avvocata Amarilda Lici. Facendo ricorso al tribunale, il ricorrente ha lamentato che la Commissione territoriale di Caserta non avrebbe adeguatamente valutato la situazione di sicurezza del Gambia e non avrebbe considerato il pericolo concreto di danno grave che correrebbe in caso di rimpatrio, omettendo di tenere in conto che è stato già vittima di tortura durante il periodo di detenzione nel Paese di origine.
Ha chiesto, pertanto, l'annullamento del provvedimento di diniego e in ogni caso il riconoscimento di protezione sussidiaria o, in subordine, della protezione umanitaria. L'uomo, nel suo Paese di origine, svolse il ruolo di guardiano notturno presso un cantiere. Racconta che una notte dei ladri fecero irruzione nel luogo, e dopo averlo legato e picchiato, rubarono dei macchinari e altri materiali. Il mattino successivo il datore di lavoro giunse al cantiere e, dopo averlo accusato di essere complice dei ladri e che la sua fosse una messa in scena, chiamò la polizia che lo condusse presso la prigione. Ci rimase per più di un anno, senza essere sottoposto a processo. La polizia lo torturò al fine di estorcergli, senza successo, una confessione. Un giorno si ammalò e fu ricoverato in ospedale. Riuscì a fuggire.
Il giudice ha vagliato la posizione tenendo presente i report sulle carceri gambesi - Dopo viaggi tortuosi, passando per il Senegal fino ad arrivare in Libia, riuscì a raggiungere l'Italia. Se dovesse essere rimpatriato, rischierebbe indicibili torture in carcere. Soprattutto per vendetta. Il giudice ha vagliato attentamente la posizione, tanto che nella decisione vengono riportati diversi report sulle carceri ufficiali e non e sulle loro condizioni.
Dal report Coi Easo sul Gambia emerge che "le carceri erano sovraffollate e c'erano persone in carcere da molti anni senza processo per reati minori. I servizi igienici e l'assistenza medica erano inadeguati, il vitto era insufficiente e di scarsa qualità. I familiari potevano portare cibo ai detenuti in custodia preventiva (in attesa di giudizio), ma non ai detenuti condannati. Per i prigionieri politici o i condannati a lunghe pene detentive non era prevista la possibilità di lavorare.
Fondato pericolo di subire gravi ed inumani trattamenti in carcere - L'isolamento inflitto nella prigione di Mile Two ai detenuti condannati a morte e agli ergastolani rinchiusi nel braccio di sicurezza è stato considerato una forma di tortura dal relatore speciale delle Nazioni Unite. Secondo varie relazioni, molti detenuti nelle prigioni gambiane erano in carcere per reati di droga. Molti non erano gambiani ma cittadini di altri paesi".Per il giudice, alla luce delle dichiarazioni rese, ritenute internamente ed esternamente attendibili per i motivi esposti, si ritiene che il ricorrente in caso di rimpatrio correrebbe il fondato pericolo di subire gravi ed inumani trattamenti in carcere, come già avvenuto subito dopo l'arresto, il che accresce il rischio che le violenze possano ripetersi e pertanto ne consegue il parziale accoglimento del ricorso sotto il profilo della domanda di protezione sussidiaria.
di Antonio Sabbatino
comunicareilsociale.com, 19 marzo 2021
Screening con test naso-faringeo per gli agenti di Polizia penitenziaria questa mattina nel parcheggio esterno del carcere Giuseppe Salvia di Poggioreale. In accordo tra la Direzione sanitaria dell'Asl Napoli 1 Centro e la direzione sanitaria e amministrativa dell'istituto penitenziario, oltre 300 addetti alla sorveglianza si sono prenotati per essere sottoposti a tampone in attesa dell'intensificazione della campagna vaccinale, sospesa da alcuni giorni dopo le note vicende del ritiro dei lotti di AstraZeneca e il successivo stop alle somministrazioni a livello italiano ed europeo. La campagna di tamponi, agli agenti proseguirà sarà poi ripetuta.
La situazione a Poggioreale - Nel corso del tempo, a Poggioreale come altrove sono state allestite delle celle nei padiglioni Venezia e Firenze per accogliere sino a 60-70 detenuti eventualmente positivi o in isolamento precauzionale. Nel frattempo, in questo periodo, afferma con soddisfazione il dottore Vincenzo Irollo, direttore sanitario del Giuseppe Salvia, "tra detenuti, personale del carcere e agenti di Polizia penitenziaria di Poggioreale siamo al di sotto dell'1% di casi di positività. È un dato accettabile visto che siamo in un ambiente di comunità".
Sono soltanto 3 i detenuti positivi al Covid in questo momento; poche unità anche tra gli agenti di Polizia penitenziaria e comunque in isolamento domiciliare. Se nella prima ondata il Covid sembra soltanto aver sfiorato la platea carceraria, nella seconda ondata tra lo scorso inverno e lo scorso autunno i numeri sono stati ben superiori con decine e decine di contestuali casi, alcuni anche gravi che hanno costretto a ricoveri e che, come nel caso del responsabile sanitario del carcere di Secondigliano Raffaele De Iaso, ha portato alla morte (proprio a Secondigliano, lo scorso novembre, si registravano oltre 70 positivi).
"Noi - aggiunge Irollo - come operatori sanitari e agenti penitenziari possiamo essere veicolo di contagio e ovviamente anche i colloqui e i contatti con i familiari sono stati veicoli di contagio Ora con la zona rossa per decisione ragionali e questo ci ha consentito di tornare in numeri accettabili". Proprio per precauzione, da alcuni mesi i colloqui dal vivo tra detenuti e parenti sono sostanzialmente fermi, sostituiti da videochiamate a distanza.
In attesa della campagna vaccinale - Ma il vero ago della bilancia per detenuti e agenti penitenziari, come per tutti quelli all'esterno delle carceri, è rappresentato dalla prospettiva di immunizzazione grazie alla somministrazione delle dosi di vaccino. In proposito, il dottor Lorenzo Acampora, direttore dell'Unità Operativa Complessa-Tutela della salute competente per gli istituti penitenziari rientranti nel territorio di competenza dell'Asl Napoli 1 Centro e cioè Poggioreale, Secondigliano e il carcere minorile di Nisida, afferma: "Il 50% dei nostri operatori oggi sono immunizzati nell'ordine del 93-94% perché vaccinati nei tempi previsti. Si aspettava che andasse avanti la campagna vaccinale anche per gli agenti di Polizia penitenziaria, iniziata lunedì ma purtroppo interrotta dopo lo stop ad Astrazeneca. Aspettiamo con ansia l'apertura della campagna vaccinale anche negli istituti penitenziari. Ma nel frattempo, nonostante a Poggioreale i detenuti siano oltre 2000 rispetto al numero congruo di 1600-1700, il tasso di positività è ben inferiore a quello del 12-13% della città fuori. È un grosso successo, raggiunto per l'elevato numero di tamponi effettuato".
Rivedere i parametri - L'emergenza Covid e la necessità di ripensare ritmi e abitudini di vita, non può lasciare indifferente anche chi si occupa dell'organizzazione carceraria. Su scala regionale il ruolo di provveditore dell'amministrazione penitenziaria Campania è attualmente di Antonio Fullone il quale si esprime così sull'opportunità di ripensare gli spazi all'interno degli istituti penitenziari. "Le carceri sono luoghi della società in tutti i sensi e le ansie che si vivono fuori a causa della pandemia si vivono anche dentro. Anzi, a volte vivere dentro certe preoccupazioni amplifica perché ci possono essere delle comunicazioni con differimento di tempo perché le condizioni di restrizioni della libertà sono una cassa di risonanze delle paure".
Dunque la strada giusta è costruire nuove strutture dove ospitare i detenuti come in tanti chiedono? Il provveditore preferisce concentrarsi su un'altra prospettiva. "In questo momento dobbiamo soprattutto ripensare le carceri che abbiamo. Stiamo facendo i conti con un significato diverso dello spazio, delle distanze e questo potrebbe essere utile per rivedere i parametri non sono a livello nazionale ma anche della Corte Europea".
Fullone spiega: "Non c'è per la Campania una tipologia di carcere o di struttura o di camera detentiva. Ci sono quelle adattate a carcere tipo Eboli oppure costruite più recentemente come Secondigliano o che risale ai primi del '900 come Poggioreale. I nostri parametri europei parlano di 3 metri quadrati per ogni persona detenuta. Se si va sotto quel limite, si considera degradante e non dignitosa la detenzione. Però è un limite che non può essere calato in questa realtà, puoi avere anche una stanza con 10 o 12 persone ospitate nei limiti del parametro della dignità stabilita dalla Comunità Europea che è un limite aritmetico, ma rispetto a quanto sta succedendo oggi con questa situazione di emergenza il quadro va rivisto".
Soluzioni? "Stiamo cercando di ridurre, di trasformare le stanze più grandi in stanze di socialità in modo che questi picchi di presenza, in intesa con il Dipartimento, possano essere aggiornati. Le stanze di Poggioreale, sono spesso dei cameroni. È questo è lo stimolo di questa situazione. Ripensiamo i ritmi di vita di tutta la società esterna, che pensa sia giusto fare lo stesso all'interno" conclude il provveditore Antonio Fullone.
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