di Michela Scandroglio
informazioneonline.it, 18 marzo 2021
Don David Maria Riboldi in diretta con il sindaco di Gorla Maggiore Pietro Zappamiglio: "Se ci sono 200 poliziotti e una sola educatrice, come si può rieducare?"
Se in un carcere ci sono 200 poliziotti e una sola educatrice, come si può rieducare? Il quesito viene posto da don David Maria Riboldi durante la diretta con il sindaco di Gorla Maggiore Pietro Zappamiglio. Don David è cappellano del carcere di Busto Arsizio e fondatore dell'associazione della cooperativa "La Valle di Ezechiele", che si occupa del recupero lavorativo dei carcerati della casa circondariale bustese.
Durante l'incontro, don David ha esposto il suo pensiero sullo scopo che dovrebbe avere il carcere, cioè la rieducazione dei detenuti: "Uno studio recente sull'istituto di Bollate evidenzia che in esso, la recidiva si attesti sotto al 20%, mentre negli altri istituti d'Italia supera il 70%. Ciò significa che 7 detenuti su 10, escono dal carcere e ricominciano a fare quello che facevano prima". E ha proseguito: "Le carceri ci costano, la collettività spende ogni anno 3.1 miliardi e non riesce realmente a fare in modo che le persone abbiano la possibilità per cambiare. Questo non dipende dai detenuti".
In seguito, ha parlato della cooperativa "La valle di Ezechiele", diventata operativa lo scorso novembre, dando lavoro a quattro persone (ex detenuti o ai domiciliari). Al momento si occupa di selezione di componenti in gomma a Fagnano Olona, ma essendo il capannone molto grande, stanno valutando due possibilità di miglioramento e ampliamento dell'offerta lavorativa perché diventi anche più formativa. Questo per fare in modo che le persone potranno offrirsi ad altre realtà lavorative. Don David ha concluso lanciando un appello: "Ci vuole altro lavoro, tutti gli imprenditori che magari cercano terzisti o hanno piacere di partecipare a progetti di rinascita delle persone sono ben accolti".
di Danilo Loria
strettoweb.com, 18 marzo 2021
Il Progetto Biesse Giustizia e Umanità Liberi di Scegliere fa tappa all'istituto scolastico Jaci di Messina diretto dalla Dirigente Scolastica Maria Rosaria Sgro che ha voluto fortemente ospitare il progetto nel suo Istituto scolastico. La stessa Preside ha annunciato che ha adottato il libro "Liberi di Scegliere" scritto dal Giudice Roberto Di Bella Presidente del Tribunale per i Minorenni di Catania come strumento di educazione alla legalità.
500 studenti in videoconferenza coordinati dalla referente alla legalità dell'istituto scolastico Prof.ssa Gaia Gaudioso. All'incontro presente il Capo del Dap Dipartimento Amministrazione Penitenziaria Dott. Bernardo Petralia che ha fatto una Lectio Magistralis agli studenti messinesi.il linguaggio è importante invito i giovani ad usare i verbi desiderate, amare e scegliere - la libertà di Scegliere è il bene primario della vita, la scuola ha un grande ruolo.
Pertanto è importante che gli educatori portino i giovani studenti delle scuole, a visitare le carceri dove la pena che si sconta è proprio la privazione della libertà. Sarà sicuramente un'esperienza forte ma molto educativa. il mondo carcerario è una comunità in quanto tale non va lasciata sola. serve la vicinanza di tutti. Nel corso dell'incontro dedicato anche al ricordo delle vittime Innocenti delle mafie l'intervento del giornalista e scrittore Paolo Borrometi che ha ricordato le tante vittime delle mafie e di quanto siano importanti questi momenti di educazione alla legalità che devono scuotere le coscienze dei giovani.
Le conclusioni del Presidente del Tribunale per i Minorenni di Catania Roberto Di Bella ideatore del percorso rivoluzionario Liberi di Scegliere che offre a tanti giovani che vivono in contesti malavitosi l'opportunità di cambiare vita. Il Giudice Di Bella si racconta ai ragazzi facendo breccia nei loro cuori, racconta varie aneddoti dei tanti ragazzi che sono riusciti ad allontanarsi da contesti familiari di criminalità.
"Liberi di scegliere oggi è diventato un percorso internazionale, il grande lavoro del Presidente Di Bella ha creato un ponte tra nord e sud - conclude Bruna Siviglia Presidente di Biesse -una vera missione quella del Giudice Di Bella affinché sempre più giovani possano essere Liberi di Scegliere".
cittadellaspezia.com, 18 marzo 2021
La pandemia non ha fermato il progetto teatrale Per Aspera ad Astra - Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza". Da Villa Andreini nasce il medio metraggio "Ciò che resta - appunti dalla polvere". Cosa accadrebbe senza il teatro? Se lo sono chiesti i ragazzi coinvolti nel progetto "Per Aspera ad Astra - Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza" che in due anni, assieme agli Scarti hanno partecipato al percorso teatrale realizzato tra il 2019 e il 2020 con 25 detenuti della casa circondariale della Spezia.
Questa mattina con una conferenza a distanza è stato presentato l'elaborato che si è letteralmente trasformato a causa della pandemia. L'idea principale era quella di portare uno spettacolo in teatro, al Civico, ma il Covid 19 ha imposto la chiusura di progetti e spazi. Ma sono le grandi capacità del gruppo attoriale, di chi li ha seguiti e sostenuti a cambiare, con un epilogo felice, le carte in tavola.
Ad accogliere i ragazzi non è stato un palco ma l'occhio della cinepresa. Il progetto che resta legato al teatro è diventato un medio metraggio di 35 minuti dal titolo: "Ciò che resta - appunti dalla polvere". Il progetto "Per Aspera ad Astra" è promosso da Acri e sostenuto da 11 Fondazioni di origine bancaria, tra le quali Fondazione Carispenzia, è nato dall'esperienza ultra trentennale della Compagnia della Fortezza di Volterra, guidata dal drammaturgo e regista Armando Punzo.
Nel corso della presentazione il presidente della Fondazione Carispezia Andrea Corradino ha ricordato l'importanza dell'intero progetto: "Nonostante la pandemia non abbiamo voluto disperdere l'esperienza del carcere e il progetto si è sviluppato nel massimo rispetto degli obblighi sanitari. Ne è nato un corto metraggio che racconta questo percorso dal punto di vista teatrale e cinematografico. Il 26 marzo poi verrà rappresentato al Giornata mondiale del teatro alla presenza del ministro Dario Franceschini. Siamo orgogliosi di aver partecipato con Fondazione Carispezia. Questa esperienza è nata dal contatto con Acri e tra le fondazioni che si intreccia con quello che è il percorso della compagnia della Fortezza.
"E' un progetto importantissimo per far conoscere la realtà del carcere e dei detenuti - ha aggiunto -. Gli istituti penali e chi vi abita sono un mondo che per molti non fa parte della nostra società, ma non è così. La risposta in questo senso arriva dal carcere stesso. Questa esperienza è formativa, utile anche per la formazione professionale. Insegna a recitare e si fonda su altre esperienze: ne sono nati tecnici, fonici e i detenuti hanno acquisito competenze necessarie. Sostenere questi progetti rientra nei compiti essenziali delle fondazioni. Questa idea è in linea con il pensiero del ministro della Giustizia Cartabia su una visione diversa del carcere e dell'esecuzione della pena. Le fondazioni sono state propositive dobbiamo ringraziare Villa Andreino, i detenuti che hanno partecipato con grande entusiasmo e gli Scarti che lo hanno reso possibile. Alla Spezia è stato fatto un grande lavoro. Con gli Scarti rapporto consolidato e non possiamo che ringraziarli per la loro competenza. La prosecuzione di questo progetto è importante e speriamo che per la prossima edizione sia possibile assistere allo spettacolo dal vivo".
Giorgio Righetti presidente dell'Acri è il motore e ideatore del progetto: "Il ministro Cartabia ci fa capire che c'è sempre una speranza. Sarebbe stato impensabile in passato, ora si apre orizzonte. Per me partecipare a questi momenti è motivo di grande piacere. Dimostra che questo progetto, che raccoglie 10 fondazioni e 12 compagnie teatrali negli istituti di pena, è valido e meritevole del nostro impegno. 'Aspera ad Astra' non è opportuno ma necessario progetti come questo servono ancora di più in un momento complesso. Il trailer potentissimo e straordinario, fa venire i brividi. Il progetto poi nasce nelle attività che Acri promuove per portare su scala nazionale attività che si fanno a livello locale. Tra i tanti progetti che Acri porta avanti a questo è uno di quelli a cui tengo di più. Acri porta avanti anche progetti da centinaia di milioni di euro, questo ha un budget più ridotto ma nel suo piccolo è grandissimo".
"Tra i suoi obiettivi non c'è soltanto il reinserimento del detenuto - ha aggiunto Righetti -. Il teatro è un mezzo, ma in questo progetto l'arte non è uno strumento: arte, cultura e teatro sono un diritto anche per coloro che sono privati della libertà. Per questo motivo riteniamo che portarlo negli istituti di pena produce come sottoprodotto anche la riabilitazione. Il diritto alla bellezza e all'arte sembrano un'utopia ma possono diventare realtà. Ne siamo profondamente convinti: non usiamo il teatro per rendere meno dura la detenzione ma anche per preparare il futuro. L'arte è una liberazione. Normalmente i progetti di Acri arrivano da grandi fondazioni anche di grande capacità. Qui parte dalla Fondazione di Volterra, piccola in un carcere periferico dove Punzo da 30 anni va avanti: noi la estendiamo a livello nazionale.
E' la dimostrazione che una piccola fondazione che può insegnare qualcosa e per noi è grande orgoglio. Quando è cominciata la pandemia alle fondazioni sono state fatte una serie di richieste per soddisfare delle esigenze economiche e sanitarie. Noi lo abbiamo fatto nei limiti delle nostre possibilità e ma dovevamo anche occuparci di cultura. Non credevo che fosse possibile ma sono felice nel dirvi che sono stato smentito: le fondazioni sono rimaste sempre sensibili sui temi della cultura. Lo facciamo anche a costo di scontrarci con elementi di natura diversa. Lavorare in carcere è difficile e la situazione attuale anche ma non volevamo rinunciarci quindi abbiamo fatto appello alla creatività. I detenuti e gli Scarti lo hanno fatto così è nato 'Ciò che resta della polvere'".
Annarita Gentile la direttrice della casa circondariale spezzina ha spiegato: " Il mio ringraziamento va a Fondazione e Acri, con la pandemia il sostegno è stato fondamentale e ringraziando gli Scarti è stato possibile rimodulare il progetto. Nonostante tutte le limitazioni del caso siamo riusciti ad andare avanti. L'esperienza dai detenuti è stata affrontata con entusiasmo e gioia, alcuni di loro sembrano nati per fare il teatro. Nonostante il momento vedere questa gioia ci ha spinti a continuare ed è stato possibile anche perché non abbiamo avuto casi positivi all'interno. Ci sono detenuti che da 3 anni seguono questo progetto hanno seguito e si sarebbero dovuti esibire al Civico, ora speriamo di vederci all'esterno".
Dall'area trattamentale ha parlato Licia Vanni: "I miei ringraziamenti non sfociano nella retorica. Dico soltanto che vedo quotidianamente gli effetti dell'attività teatrale in carcere, dove lavoro da 30 anni. Queasta attività ha migliorato il clima complessivo del carcere: una ricerca dimostra che ha un impatto enorme per tutti quelli che partecipano e che vogliono partecipare. Nonostante la pandemia riempisse di angoscia siamo arrivati ad un grande risultato. Da anni volevamo lavorare con gli Scarti e ho confermato che avevo ragione (ride, NdR) perché con loro si è venuto a creare un percorso straordinario, io mi incanto a guardare le prove. e ho imparato davvero molto. Il peso della rieducazione è grande per un carcere se la società ci viene incontro".
Per gli Scarti hanno parlato Renato Bandoli ed Enrico Casale. "Quando è arrivata la pandemia ci siamo chiesti come avremmo potuto proseguire - ha detto Bandoli - Abbiamo messo al centro il progetto. In una cella abbiamo costruito un set cinematografico, lavorandoci in estate, abbiamo passato li le nostre vacanze e ne siamo orgogliosi. Uno dei ragazzi nel corso della lavorazione ha finito la sua pena e gli abbiamo chiesto di restare con noi ed è accaduto. Speriamo di poter debuttare fuori dal carcere come è stato fatto per "Incendi", nella speranza che in estate sia possibile. 'Cio che resta della polvere' non è nulla di miracolistico: solo lavoro e sudore. Capirete anche perché abbiamo sofferto. Abbiamo scommesso su questa esperienza. Il lavoro che facciamo con i detenuti è semplice: attiviamo l'immaginazione contro l'emarginazione. Vogliamo riattivare ciò che è peculiare dell'essere umano: avere conoscenza di ciò che si fa". Enrico Casale ha aggiunto: "In questa esperienza c'è una sinergia incredibile tra la compagnia, il carcere e la Fondazione: tutto è in equilibrio perfetto. Vorrei anche ringraziare la Polizia penitenziaria per la disponibilità estrema e la grande umanità per tutta la realizzazione del film".
Casale ha poi voluto far parlare alcuni degli attori, detenuti, coinvolti nel progetto definendoli "i nostri Tom Cruise". Il primo a parlare è Luca Colli: "Ho avuto la fortuna di partecipare già nel 2019. C'è stata una grande differenza tra le due esperienze alle quali ho partecipato. C'è sempre l'adrenalina del teatro. Quest'anno davanti alla cinepresa era diverso. Ho rivisto tutto ed è stata una grande soddisfazione. Nella mia scena: passo tra i compagni, io sono la loro ombra. Volevo ringraziare tutti, loro in particolare. Spero di tornare a fare teatro davanti a un pubblico". Dopo di lui ha parlato Samir Khamassi: "È stata un'esperienza importante, il fatto che il progetto sia cambiato in corsa ha portato qualche difficoltà. In estate alcuni compagni hanno recitato con i cappotti, io stesso all'inizio ho avuto qualche difficoltà. Il mio ruolo mostra l'immagine di un uomo potente che poi si ritrova nudo. Mi ha dato forti emozioni: la nudità mi ha portato a sentirmi come se fossi nato una seconda volta. Non sono più l'uomo che ero prima, oggi sono profondamente cambiato, arricchito so cosa siano rispetto ed educazione. Il teatro ha fatto questo per me. Ora stiamo facendo un altro progetto: grazie a tutti voi".
A chiudere le testimonianze è Alessandro Joil: "Se mi avessero chiesto cosa fosse il teatro, in passato, non sarei stato in grado di rispondere. Oggi posso dire che è libertà. In questo lavoro non abbiamo mai recitato con un copione, io sono una statua che poi diventa un filino di ferro. È un messaggio: guardate sempre oltre, dietro a quello che vedete c'è sempre una persona. Speriamo davvero di poterci vedere in teatro". Il medio metraggio "Ciò che resta - appunti dalla polvere" è visibile in versione integrale qui: https://www.progettocult.it/movie/cio-che-resta-appunti-dalla-polvere
regione.lazio.it, 18 marzo 2021
A conclusione del corso "Versi liberi", la Nazionale italiana poeti incontrerà la neonata rappresentativa di detenuti poeti. La Nazionale italiana poeti, associazione culturale - sportiva non profit, sta curando "Versi liberi", laboratorio di poesia nella casa circondariale di Velletri. Il laboratorio, iniziato il 16 dicembre 2020, terminerà il prossimo 21 aprile 2021 con la pubblicazione di un'antologia contenente i componimenti poetici dei detenuti partecipanti. Inoltre, per festeggiare l'uscita del volume, nel mese di giugno, in istituto (data ancora da stabilire per ragioni legate alla pandemia) si svolgerà una partita di calcio tra la Nazionale italiana poeti e la neonata rappresentativa di calcio poeti istituto Velletri. Durante la partita saranno lette le poesie dell'antologia.
"L'obiettivo - spiega Michele Gentile, fondatore e segretario della Nazionale italiana poeti - è quello di coniugare cultura e sport, per promuovere e divulgare la poesia all'interno di eventi e manifestazioni sportive. La Nazionale italiana poeti è la prima e unica squadra di calcio al mondo a portare concretamente all'interno degli stadi libri di poesie e a creare spazi e momenti di lettura pubblica. Una vera rivoluzione culturale, perché, attraverso il gioco del calcio, si è arrivati a interessare vaste platee circa la poesia facendo allo stesso tempo beneficenza".
Presidente onorario del team è Gianni Maritati, scrittore, vicecapo redattore cultura e spettacolo del Tg1. Uno degli sponsor della Nazionale italiana poeti, il birrificio romano Contromano del mastro birraio Luca Speranza, provvederà a dotare del completino di gioco anche la squadra dei detenuti poeti della casa circondariale di Velletri.
"Grazie al ministero della Giustizia - conclude Gentile - alla direzione e a tutti gli operatori penitenziari di Velletri, grazie alla partecipazione attiva ed empatica dei detenuti, si è dato vita ad un prezioso percorso culturale, sportivo e sociale che sta arricchendo umanamente tutte le parti attive di questa esperienza davvero speciale". https://www.nazionaleitalianapoeti.it
di Danilo Taino
Corriere della Sera, 18 marzo 2021
La Banca mondiale ha stimato che nel 2020 siano finiti in povertà tra i 119 e i 124 milioni di persone a causa della pandemia e prevede che pure quest'anno il numero dei poveri aumenti di altri 20-40 milioni. I più ricchi del mondo si sono presi uno spavento - probabilmente molto minore di quello del resto della popolazione - un anno fa, quando è scoppiata la pandemia da Covid-19. Tra marzo e giugno 2020, i patrimoni dei cosiddetti Uhnwi - gli individui con una ricchezza superiore ai 30 milioni di dollari - erano scesi tra il quattro e il 5%. I valori dei beni mobili e immobili sono poi risaliti, al punto che la popolazione di Uhnwi è cresciuta del 2,4% nel 2020, a un totale di 521.653 persone nel mondo - secondo il Wealth Report 2021 della società di consulenza Knight Frank. Il 36% dei miliardari in dollari vive in Asia, il 31% nell'America del Nord, il 18% in Europa. I milionari stanno invece per il 42% in Nordamerica, per il 29% in Europa e per il 22% in Asia. Il numero di coloro con più di 30 milioni di patrimonio è aumentato in gran parte del pianeta, con una punta del 12% in Asia; cali solo in Russia (-21%), America Latina (-14%) e Medio Oriente (-10%).
Le cose sembrano andare poco bene (si fa per dire) per gli Uhnwi italiani, calati l'anno scorso del 3% a 10.441 persone (ma in Francia sono diminuiti del 9%, in Spagna del 14%, in Grecia del 33%). Al polo opposto, il numero di cinesi con più di 30 milioni di proprietà mobiliari e immobiliari è cresciuto del 16% (quello degli americani del 4% e dei tedeschi del 3%). Lo studio di Knight Frank indica anche quante sostanze occorre avere per entrare nel club dell'1% dei più ricchi. In Italia servono 1,4 milioni di dollari. A Montecarlo, 7,9; in Svizzera, 5,1; negli Stati Uniti, 4,4. In India bastano 60 mila dollari. Sin qui, la versione dei facoltosi. C'è naturalmente un versante opposto. La Banca mondiale ha stimato che nel 2020 siano finiti in povertà tra i 119 e i 124 milioni di persone a causa della pandemia. Tra l'aumento del numero dei molto ricchi e quello dei molto poveri non c'è una relazione diretta: non è che quello che guadagna uno venga sottratto all'altro. È però evidente che, dopo vent'anni in cui il numero dei ricchi aumentava e in parallelo quello dei poveri calava, in un anno in cui non si è creata ricchezza nuova a livello globale la pandemia ha avuto effetti divergenti. È probabile che i patrimoni dei più ricchi crescano anche nel 2021. La Banca mondiale prevede invece che pure quest'anno il numero dei poveri aumenti di altri 20-40 milioni.
di Francesca De Benedetti
Il Domani, 18 marzo 2021
Un certificato faciliterà gli spostamenti a chi è vaccinato o negativo ai test. Bruxelles lo promette entro giugno, con uno sprint sulle somministrazioni. Ora deve fare i conti con la crisi di fiducia. Ieri, dopo il collegio dei commissari, Ursula von der Leye nha presentato la proposta di passaporto Covid da realizzare entro giugno.
L'Unione europea per quel che riguarda le vaccinazioni si confronta con un problema di fiducia. Trust, fiducia appunto, è una delle parole pronunciate più di frequente ieri da Ursula von der Leyen, la presidente dell'esecutivo Ue, da Thierry Breton, commissario al Mercato interno, che ha il compito di aumentare la produzione europea di dosi, e da Didier Reynders, che ha la delega alla Giustizia e ha dettagliato la proposta di "passaporto Covid".
La campagna di vaccinazioni europea "ha avuto un inizio difficile", dice von der Leyen, che però parla di "buone notizie e progressi fatti"; punta su un aumento delle consegne nel secondo trimestre, anche grazie all'arrivo dei vaccini Johnson&Johnson (per i quali basta una dose) e conferma l'obiettivo del 70 per cento di adulti vaccinati entro fine estate. La presidente fa però alcuni distinguo: tra Pfizer, "che è affidabile, su cui sappiamo di poter contare" e con la quale c'è stata martedì la stretta di mano per nuove dosi in arrivo, e AstraZeneca che invece "ha consegnato ben al di sotto dei numeri concordati". Nel primo trimestre dovevano arrivare 90 milioni di dosi e saranno un terzo; "ciò ha dolorosamente rallentato la nostra velocità nel vaccinare". Stoccate ad AstraZeneca, e pure al Regno Unito: il controllo dell'export attivo da febbraio si è tradotto in un solo blocco effettivo delle esportazioni (quello italiano con una partita AstraZeneca diretta in Australia); ma "ha reso evidente, dati alla mano, quanto sia squilibrata la situazione: noi su 314 richieste di esportare ne abbiamo rifiutata solo una, e dall'Ue sono uscite 41 milioni di dosi, verso 33 paesi; gli altri paesi non sono altrettanto "aperti" con noi"; il riferimento è a Londra. La presidente della Commissione conclude comunque con un messaggio di fiducia: ripete che " I trust AstraZeneca, ho fiducia in AstraZeneca e nei vaccini". Si dice convinta che la dichiarazione attesa da Ema oggi "farà chiarezza" e dice che è giusto dare agli scienziati tempo per uno scrutinio scrupoloso visto che hanno sulle spalle grandi responsabilità.
La Commissione lancia la sua proposta di "certificato verde digitale"; dice Reynders, "Bruxelles vuole arrivare a giugno con il progetto realizzato". Di che si tratta? Di un codice QR che certifica che si è vaccinati, che si è guariti dal Covid-19 o negativi al test. Il codice è uno strumento digitale, ma può essere esibito anche stampato su carta, "sua madre anziana non si deve preoccupare", ha risposto Reynders a un giornalista. Il certificato, che sarà gratuito e riconosciuto in tutti gli stati membri, servirà come strumento per favorire la libertà di circolazione di chi è vaccinato o può attestare di non avere Covid-19.
Con l'inizio della campagna vaccinale, alcuni paesi mediterranei come Grecia, Portogallo e Spagna, pensando alla stagione turistica, hanno spinto perché l'Ue stabilisse criteri e strumenti condivisi per spostarsi. La questione ha rischiato di essere politicamente divisiva, per una serie di ragioni. In alcuni paesi in particolare, e in Ue in generale, le vaccinazioni sono iniziate con lentezza, e condizionare gli spostamenti al vaccino rischiava di introdurre un obbligo de facto a vaccinarsi; obbligo il cui esercizio le istituzioni non potevano garantire.
Mentre in Spagna l'80 per cento è favorevole a vaccinarsi (la rilevazione è YouGov), in Francia solo il 50, in Germania il 64, e questi due paesi erano infatti reticenti. La questione è stata sciolta garantendo un'alternativa al vaccino: il test, appunto, o l'attestazione che si è guariti dal virus. Un altro punto sensibile è: quali vaccinazioni riconoscere? L'Ungheria ad esempio ha autorizzato i vaccini russo e cinese, sui quali Ema non si è espressa. Bruxelles riconoscerà, per il certificato, solo i vaccini approvati da Ema, ma consente agli stati di fare deroghe e accogliere anche chi ha ricevuto altri tipi di vaccini.
In generale, il criterio utilizzato dalla Commissione è proprio quello di fornire strumenti comuni, interoperabili tra uno stato e l'altro, ma di lasciare ai governi il loro margine di autonomia - e quindi anche una larga fetta di responsabilità politica. Bruxelles si fa comunque garante di alcuni aspetti: che il passaporto, per come è concepito, non sia discriminatorio (anzitutto verso chi non è vaccinato); che tuteli i cittadini sul fronte della privacy e del trattamento dei dati.
Il certificato conterrà solo le informazioni strettamente indispensabili, e i paesi nei quali i cittadini transitano non potranno conservare i dati. "In pratica - dice Roberto Reale, fondatore dell'osservatorio sull'innovazione Eutopian - l'Ue costruirà un hub, una infrastruttura tecnologica, con lo scopo di verificare la validità delle firme digitali che provengono da ogni stato". Per firma digitale si intende il marchio dell'autorità nazionale che rilascia il certificato di vaccinazione, di test o di guarigione.
L'Ue provvede alla interoperabilità del sistema; dopodiché, dice Reale, "spetterà ai governi declinare il progetto al loro interno". Questo entro giugno. Intanto, sottolinea von der Leyen, "la situazione epidemiologica peggiora, i paesi fanno fronte a terza ondata e varianti". In Italia ieri sono stati registrati 23.059 nuovi casi, 431 i decessi. A livello europeo, l'Ecdc dice che non siamo affatto a buon punto nel monitorare e nell'arginare le varianti.
di Elisabetta Panico
Il Riformista, 18 marzo 2021
Da ormai un anno, la maggior parte dei lavoratori è costretto a riunirsi sulle piattaforme di conference call che hanno sostituito le sale riunioni degli uffici. Una delle app che è 'cresciuta' di più è Zoom. Infatti in 365 giorni ha avuto un boom di utilizzatori fiano al 470% in più di utenti. Infatti è ormai diventata quasi una cosa del tutto naturale vedere i colleghi sulla una griglia che appare sullo schermo del computer o del proprio smartphone. Ogni persona è visibile in un quadratino che si illumina una volta che si inizia a parlare. Uno studio condotto l'università americana di Stanford ha elencato quattro problemi psicologici che sono una conseguenza del passare la maggior parte del tempo a lavorare su Zoom.
Il primo è stato definito "fight or flight survival" in italiano la sopravvivenza combatti o fuggi e il professore di comunicazione dell'università Jeremy Bailenson spiega: "nessuno si aspetta che gli istinti primordiali entrino in azione durante la tua riunione delle 9 del mattino. Ma è esattamente quello che succede. Quella griglia di facce simula un incontro in cui ci si trova di fronte a un confronto in uno spazio ridotto".
Per rendere più reale la sensazione, basti pensare all'atmosfera che si crea in ascensore dove le persone che non si conoscono di solito tendono ad abbassare lo sguardo ed evitare ogni tipo di contatto, su Zoom questo non è possibile. La piattaforma "soffoca tutti con lo sguardo". Tutti pensano che stiano solo fissando una telecamera ma secondo il professore, al di fuori sembra una simulazione di un confronto e si innesca cosi l'istinto di lotta o di fuga.
La seconda è il Non-verbal internet cues, ovvero spunti non verbali su internet. Secondo il professore, l'essere umano non è abituato a socializzare in un ambiente virtuale anche perché non è in grado di cogliere i segnali non verbali di chi si ha dall'altra parte dello schermo. Da casa c'è anche la sensazione di lontananza. Infatti è dimostrato che il 15% delle persone parlano a voce più alta su Zoom.
Il terzo problema riguarda il Constant mirror and self-evaluation che significa specchio costante e autovalutazione. La maggior parte degli utenti tende a guardare sempre e solo il suo riquadro ed è una cosa normalissima. Per immaginare anche questa sensazione basta pensare ad un assistente che segue qualcuno con uno specchio in modo da poter permettergli di vedere costantemente la propria faccia. Su Zoom si fa una costante autovalutazione che può portare ad un aumento dello stress. Il Constant mirror and self-evaluation è un problema che riguarda maggiormente il lato femminile degli utenti di Zoom. A convalidare questa tesi è lo stesso professore Bailenson che cita uno studio separato concludendo che lunghi periodi di auto-focalizzazione possono "preparare le donne a sperimentare la depressione".
L'ultimo nella lista ma non il meno importante è il Stuck in the box ovvero la sensazione degli utenti di essere bloccati in una scatola. Questa percezione può limitare le capacità mentali di chi ad esempio fa un lavoro creativo. Il restare fermi davanti alla telecamera per non uscire dall'inquadratura significa limitare i movimenti naturali che sono diversi da persona a persona. Ad esempio c'è chi per pensare o esprimere un concetto ha bisogno di camminare o muoversi.
Bailenson a tutti questi problemi ha anche elencato delle soluzioni che ognuno può mettere in atto. Infatti, consiglia a chi ancora oggi è costretto a riunioni di lavoro telematiche di nascondere dal proprio schermo il proprio quadrante della grigia dove si vede la propria faccia, oppure si può optare per le riunioni telefoniche o usare addirittura una telecamera esterna così da poter permettere di muoversi e non sentirsi giudicati ed uscire "fuori dalla scatola di Zoom".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 18 marzo 2021
Ricorre domani il quinto anniversario della firma della Dichiarazione (conosciuta come "accordo") tra Unione europea e Turchia. Sono stati cinque anni di politiche contrarie ai diritti umani, che hanno obbligato decine di migliaia di persone a vivere in condizioni disumane sulle isole greche e hanno messo in pericolo i rifugiati, costringendoli a stare in Turchia sotto la costante minaccia (più volte attuata) di rimpatrio in zone di guerra. Nell'ambito dell'accordo, la Turchia si è impegnata a evitare che le persone lasciassero il suo territorio per raggiungere l'Europa. In cambio, l'Ue ha dato alla Turchia sei miliardi di euro, di cui centinaia di milioni a settembre del 2020 a sostegno dei circa quattro milioni di rifugiati (di cui 3.600.000 siriani) che vivono nel paese.
L'accordo prevede il rimpatrio di tutte le persone che giungono irregolarmente sulle isole egee in Turchia. Per questo, da cinque anni la Grecia obbliga le persone che entrano nel paese attraverso le isole a restare nei campi in attesa dell'esito delle domande di asilo. In questi campi attualmente si trovano circa 15.000 persone. La grande maggioranza proviene da classici paesi d'origine dei rifugiati (l'86 per cento viene da Afghanistan, Siria, Somalia, Repubblica democratica del Congo e Palestina), mentre una persona su quattro è minorenne.
di Gaetano De Monte
Il Domani, 18 marzo 2021
Diallo è un ragazzo di 20 anni che è fuggito dalla Guinea Conakry, paese dell'Africa occidentale dove negli ultimi cinque anni la diffusione delle epidemie di ebola, prima, e di morbillo, poi, hanno inferto un duro colpo al già fragile sistema sanitario locale, caratterizzato, peraltro, dalla penuria di vaccini.
Diallo è uno dei 70mila minori stranieri non accompagnati che dal 2014 al 2018 hanno raggiunto le coste italiane attraversando il mar Mediterraneo, come ha stimato l'Unicef. E al giovane proveniente dalla Guinea Konacry è andata sicuramente meglio che ai tanti altri minori che si sono persi tra le maglie del sistema d'accoglienza italiano che, troppo spesso, li fa scivolare sulla strada dello sfruttamento lavorativo. Diallo è stato, inizialmente, ospite in un centro di seconda accoglienza e, dopo aver ottenuto lo status di rifugiato, è stato accolto temporaneamente da una famiglia italiana.
"Sono figlio unico e ho perso entrambi i miei genitori, sentivo il bisogno di ritrovare un'atmosfera famigliare attorno a me. Così, quando mi è stato proposto dall'operatore del centro dove vivevo di essere ospitato da una famiglia, ho subito accettato", racconta Diallo, che oggi fa l'operaio e vive in provincia di Mantova, in un nucleo famigliare che è composto da Marco e Annalisa e dai loro quattro figli: Elia, Giacomo, Linda e Francesco, che ha 18 anni e frequenta l'ultimo anno di un istituto superiore. "Nonostante entrambi abbiamo quasi la stessa età, la mia vita e quella di Diallo sono state profondamente diverse. Mentre io andavo a scuola, lui era detenuto in Libia. Ora, invece, facciamo più o meno le stesse cose: condividiamo la camera, prendiamo il bus insieme, giochiamo a calcio, guardiamo le partite in Tv. Avergli dato la possibilità di avere finalmente una vita normale, è la cosa più bella di questa esperienza", dice il ragazzo. I primi incontri tra loro sono avvenuti in un posto pubblico e, spiega Diallo: "Sono stato colpito dalla loro allegria, trattandosi di una famiglia dove regna l'armonia e in cui ci si sostiene a vicenda. E per me la cosa importante era sapere che tutti i figli fossero d'accordo col mio arrivo in casa". Le loro vite, però, non si sono incontrate per caso.
Il loro incontro, infatti, è stato il frutto di un progetto portato avanti da qualche anno a questa parte da una onlus, Refugees Welcome Italia, che fa parte del network europeo Refugees Welcome International. L'associazione è nata nel 2015 grazie all'impegno di un gruppo di professionisti con una solida esperienza nel campo delle politiche dell'accoglienza e dell'inclusione sociale. Da Refugees Welcome spiegano: "Siamo presenti in diverse regioni italiane, dove lavoriamo con il supporto di gruppi territoriali multidisciplinari, aiutando le famiglie e i rifugiati a incontrarsi, conoscersi e avviare la convivenza, sostenendoli e seguendoli durante tutto il percorso". Secondo una filosofia chiara: "Chi ospita in casa un rifugiato ha l'opportunità di conoscere una nuova cultura, aiutare una persona a costruire un progetto di vita nel nostro paese e di diventare un cittadino più consapevole e attivo creando nuovi legami". Attualmente, sono già trecento le convivenze attivate attraverso un metodo di accoglienza portato avanti in trenta città italiane che ha coinvolto, finora, duecento attivisti in diciassette regioni italiane. Chiunque ha una camera libera ed è interessato a ospitare, può iscriversi sul sito dell'associazione.
Diabo, che ha 22 anni e viene dal Burkina Faso e racconta gli ultimi mesi vissuti con Raniero, Alessandra e la figlia Serena, la famiglia che lo accolto in provincia di Torino, così: "C'eravamo conosciuti poco prima della pandemia e, quando è stato possibile, ci siamo incontrati durante i week-end per passare del tempo insieme. A settembre dello scorso anno, dopo aver terminato il periodo di accoglienza nel centro dove vivevo, mi sono trasferito a casa Tomei, dove la convivenza procede a gonfie vele". E la convivenza gli ha anche portato nuove occasioni: "Grazie alla rete di conoscenze della famiglia Tomei, ora, ho trovato anche un lavoro come apprendista elettricista". Un'esperienza apprezzata anche dalla famiglia: "Questa è una esperienza che consigliamo a tutti, uno scambio reciproco di modi di vivere, di culture, di esperienze che troviamo molto stimolante, che aiuta a eliminare i pregiudizi", dicono.
Ma non ci sono solo le famiglie cosiddette tradizionali ad accogliere i rifugiati nelle proprie abitazioni. Anche Enzo, che ha 82 anni, è un ex geometra ora in pensione nella sua casa di Roma ospita Ebou, un giovane rifugiato di 22 anni, che ha alle spalle un lungo viaggio migratorio che lo ha portato dal Gambia all'Italia attraversando il Senegal, il Mali, la Libia. "Non ricordo dove sono sbarcato, perché in quei momenti ho pensato solo che mi ero salvato", dice oggi Ebou, anche lui giunto in Italia da minore straniero non accompagnato. Enzo, da parte sua, racconta: "Ospitare un rifugiato è per me un modo di tradurre in gesti concreti le cose in cui credo. Così desideravo offrire a Ebou la possibilità di trovare la sua strada e costruirsi un futuro. Ed è anche un modo di restituire ciò che ho ricevuto nella vita. Dopo il diploma sono venuto a Roma dalla Puglia per trovare un lavoro e sono stato accolto da alcuni parenti finché non l'ho trovato, un impiego. E poi, anche mio padre è stato un immigrato, andò in America con un bastimento carico di italiani in cerca di fortuna".
"L'arrivo di Tsering è stata all'inizio una sorpresa", raccontano Fabio e Samuele, "perché gli operatori di Refugees Welcome ci avevano anticipato che probabilmente avremmo ospitato un ragazzo più giovane di noi, proveniente dall'Africa Subsahariana o dal medio oriente".
E invece, proseguono i due uomini che hanno aperto le porte della propria abitazione a Tsering, giovane donna fuggita dal Tibet e arrivata a Milano quattro anni fa in seguito a un viaggio difficile e pericoloso lungo l'Himalaya. "Alla fine, ci hanno presentato una giovane donna della nostra stessa età che viene dall'Asia", ricordano sorridendo i due ragazzi, "volevamo rendere una testimonianza, stare, concretamente, dalla parte dei rifugiati. In un paese in cui le persone straniere sempre più spesso sono circondate da un clima di ostilità, ospitare qualcuno di loro a casa nostra, per noi, è stato un modo per mostrare che esiste un'altra Italia". Quell'Italia dei cittadini che accolgono nelle proprie case, mentre una grossa parte del mondo politico italiano vorrebbe "aiutarli a casa loro", gli stessi posti da cui fuggono, da guerre, povertà e persecuzioni.
di Federico Mereta
La Repubblica, 18 marzo 2021
Una rara anomalia genetica che provoca una tempesta elettrica del cuore e la morte. Così, secondo il cardiogenetista Peter Schwartz, sarebbero morti i due figli più piccoli di Kathleen Folbigg, reclusa da 17 anni. E si pensa ad un riesame. Kathleen Folbigg è una donna australiana, condannata a trent'anni di carcere - ne ha già scontati 17 - con l'accusa di aver soffocato i suoi quattro figli. Condannata e additata come la peggiore serial killer del paese down under. Ma una dottoressa australiana ha un dubbio sulle strane coincidenze dei particolari delle morti raccontate dalla madre e chiede un parere al cardiogenetista Peter Schwartz, direttore del Centro per lo Studio e la Cura delle Aritmie Cardiache di Origine Genetica e del Laboratorio di Genetica Cardiovascolare dell'Istituto Auxologico Italiano IRCCS di Milano. Uno dei maggiori esperti al mondo.
Studiando i casi di due dei bimbi uccisi (negli altri due bambini si parla di una mutazione associata, in studi sperimentali, a forme mortali di epilessia già in tenera età ma le ricerche sono in corso) si è individuata una mutazione sul gene della Calmodulina. Quando sono presenti queste alterazioni del DNA, è pratica corrente considerarle causa del decesso.
Schwartz rimette quindi i due casi sotto la lente d'ingrandimento della giustizia: insieme ad altri ha visto che nel corredo genetico di due bambini era infatti presente una mutazione particolare, rarissima, sul gene della Calmodulina. Da questa osservazione almeno per due casi di decesso si "riparte" anche sul fronte giuridico nella valutazione di quanto avvenuto, dopo che la Folbigg è stata definita una delle più efferate serial killer della storia. Proprio questa alterazione genetica, presente su uno dei tre geni che regolano appunto la Calmodulina, si associa ad aritmie cardiache estremamente gravi, capaci di scatenare una "tempesta" elettrica nel cuore e portare a morte improvvisa chi ne soffre già in età infantile o pediatrica.
"Le nostre conclusioni - racconta Schwartz a Salute dal Sudafrica - sono state che la presenza in due dei quattro bambini morti (entrambi deceduti nel sonno) di una mutazione ereditata dalla madre sul gene della Calmodulina, fa ragionevolmente pensare che questa sia stata la causa della loro morte improvvisa: quando si trova una mutazione sul gene della Calmodulina è pratica corrente considerare questa la causa della morte. Insomma: un "Cold Case" diventa lo strumento per ragionare nuovamente su una sindrome rarissima, che entra in gioco come possibile fattore causale delle Sids, la morte in culla. A volte questi fenomeni drammatici possono infatti trarre origine proprio da invisibili modificazioni nel DNA.
La scoperta del ruolo delle mutazioni su uno dei tre geni della Calmodulina nella genesi della morte improvvisa del neonato è recentissima. Nel 2013 lo stesso Schwartz insieme a Lia Crotti ha scoperto la correlazione di queste mutazioni, rare. "La loro prevalenza è ignota - spiega Schwartz - e nel Registro Internazionale di queste mutazioni, coordinato da noi, sono stati arruolati 104 pazienti di tutto il mondo".
Fondamentale, pur se è davvero difficile pensare di "svelare" i segreti nascosti nel DNA di ogni neonato, sarebbe riconoscere queste modificazioni genetiche precocemente. "L'importanza del riconoscimento precoce dipende dal fatto che con adeguate terapie molti di questi pazienti possono avere una vita essenzialmente normale - segnala l'esperto - nella maggior parte dei casi queste forme possono essere identificate con un elettrocardiogramma nelle prime settimane di vita. A volte le aritmie avvengono già nel periodo fetale e possono mettere sull'avviso anche prima del parto".
Va detto che, a sorpresa, le prime ricerche sulla presenza di queste mutazioni in vittime di SIDS hanno dato esito negativo. Ma il consiglio dell'esperto è chiaro. "Se vi sono casi noti nelle famiglie, lo screening neonatale è imperativo così come l'attento monitoraggio delle gravidanze; più spesso però questi casi, proprio per la loro gravità, sono delle mutazioni de novo, cioè comparse durante la gravidanza e quindi assenti in entrambi i genitori", ricorda Schwartz, che da 50 anni si occupa di SIDS e da quasi 20 anni con altri ricercatori ha dimostrato che circa il 10% di questi casi è dovuto alla sindrome del QT lungo. In questi casi, va detto, un semplice elettrocardiogramma può rivelare questa anomalia del tracciato e quindi consentire un monitoraggio più attento della situazione
La sindrome da morte improvvisa del neonato o SIDS rappresenta un evento drammatico, anche perché non è preceduta da alcun segnale d'allarme, può colpire sia di giorno che di notte, in culla o nel passeggino o ancora nel seggiolino dell'auto. Colpisce il bambino nel primo anno di vita con particolare incidenza fra i 2 e i 4 mesi di vita e rappresenta circa il 40 per cento delle morti del periodo post-natale. A rendere ancor più drammatica la situazione concorrono anche le scarse conoscenze sull'origine del quadro. Alcuni studiosi sostengono che la causa principale della morte in culla sarebbe da ricercare in specifiche anomalie del cervello, con mancato controllo dei ritmi del sonno e della veglia. Più probabilmente, tuttavia, a determinare il decesso dei piccoli sarebbe una combinazione di eventi e in alcuni casi potrebbe essere coinvolto il cuore. A questo punto entra in gioco come possibile causa di una percentuale di casi di "morte in culla" l'allungamento patologico di un intervallo elettrico del cuore, chiamato tratto QT. Se questo spazio sul tracciato elettrocardiografico è allungato oltre i valori di normalità è aumentato il rischio di un'aritmia grave. Infine sono stati chiamati in causa anche modificazioni dei sistemi di controllo della pressione e della respirazione, oltre che situazioni ambientali come la posizione assunta nel sonno, le ripetute infezioni delle vie respiratorie o anche meccanismi ormonali ancora da definire con precisione.
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