Il Domani, 18 marzo 2021
Sanaa Seif è stata condannata dal tribunale del Cairo dopo essere stata arrestata a giugno 2019, mentre si trovava insieme ai suoi familiari fuori dal carcere di Tora in attesa di ricevere una lettera del fratello, già dietro le sbarre da oltre un anno. La giovane ha rifiutato ogni accusa.
Ancora una condanna in Egitto. L'attivista per i diritti umani Sanaa Seif dovrà trascorrere 18 mesi dietro le sbarre, con l'accusa di aver diffuso fake news sulle condizioni di salute del paese e sulla diffusione del Covid-19 nelle carceri, oltre ad aver insultato un agente di polizia su Facebook. La giovane, in custodia da giugno 2020, ha negato ogni accusa, riferiscono i familiari e il suo avvocato, Hesham Ramada, il quale ha aggiunto che presenterà ricorso contro la sentenza del tribunale penale del Cairo.
Seif è stata arrestata mesi fa mentre lei e altri membri della sua famiglia si trovavano presso l'ufficio del pubblico ministero per presentare una denuncia per un attacco nei loro confronti, avvenuto ieri fuori dal carcere di Tora, al Cairo. A riferirlo, la sorella di Sanaa, Mona, anche lei attivista. La famiglia Seif, infatti, si recava lì ogni giorno in attesa di ricevere una lettera del figlio, Alaa Abdel-Fattah, già in carcere da un anno e mezzo, promessa loro dai funzionari della prigione. Dopo il verdetto, si attendono proteste da parte dei gruppi internazionali per i diritti umani, che accusano le autorità egiziane di avere intrapreso un'ampia repressione del dissenso, imprigionando migliaia di attivisti, principalmente islamisti, ma anche laici.
Una famiglia di attivisti - Il padre di Seif, Ahmed Seif al-Islam, morto nel 2014, era un rinomato avvocato per i diritti umani. Sua madre, Leila Soueif, una matematica, è un'importante sostenitrice dell'indipendenza accademica, mentre la zia è la pluripremiata scrittrice Ahdaf Soueif. Il fratello, Alaa Abdel-Fattah, è salito alla ribalta delle cronache con la rivolta egiziana del 2011 ed è stato arrestato a seguito di una protesta antigovernativa il 29 settembre del 2019.
di Sergio Segio
dirittiglobali.it, 17 marzo 2021
Tra il 7 e il 10 marzo 2020 numerose proteste - alcune violente, ma altre pacifiche - hanno scosso decine e decine di carceri italiane. Il bilancio è tragico e senza precedenti: 13 persone detenute hanno perso la vita. La sommossa è dilagata nel momento in cui veniva disposto il blocco dei colloqui con i parenti e mentre appariva crescente il rischio del contagio, in una informazione ancora caotica e approssimativa. Tanto più che le indicazioni date per ridurre il pericolo di contagio (distanziamento, lavaggio delle mani, mascherine e guanti) risultano impossibili da attuare nelle celle sovraffollate.
Salute mentale in carcere e lalternativa: lurgenza della riforma penitenziaria di Damiano Aliprand
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 marzo 2021
L'attuale regolamento prevede per la salute mentale la possibilità di assegnare detenuti affetti da patologie psichiatriche in sezioni speciali. Il tema dell'assistenza psichiatrica nelle carceri è stato del tutto omesso dalla semi-riforma dell'ordinamento penitenziario.
redattoresociale.it, 17 marzo 2021
Una raccolta fondi per continuare a raccontare la vita nelle carceri italiane. Al progetto, promosso dall'associazione Antigone, si può contribuire tramite una donazione su Produzioni dal Basso
di David Allegranti
La Nazione, 17 marzo 2021
Così la ministra cambia passo: "Detenzione ultima soluzione". Superato il "manettarismo facile" del M5S. Ci eravamo ormai abituati al populismo giudiziario di Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia, che non ci pare il vero adesso di ascoltare le parole della nuova ministra Marta Cartabia. La quale non solo, come primo atto appena entrata nel governo Draghi, è andata a trovare il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, ma ieri, in audizione, ha anche assestato un colpo al manettarismo facile del M5s sul carcere.
di Cataldo Intrieri
linkiesta.it, 17 marzo 2021
Il nuovo Guardasigilli è una delle testimonianze della discontinuità con il governo Conte. L'approccio diplomatico, il nodo prescrizione affrontato senza soluzioni di forza, il rispetto della presunzione di non colpevolezza sono segni inequivocabili di separazione rispetto al populismo giudiziario del suo predecessore Bonafede.
di Pasquale Almirante
tecnicadellascuola.it, 17 marzo 2021
Coinvolti 40 Istituti scolastici con l'adozione di una classe da parte di un magistrato che illustrerà agli alunni gli anni Settanta, quelli che furono contrassegnati da episodi gravissimi di terrorismo. Ogni scuola insieme col magistrato sceglierà una vicenda di quegli anni e su quella si aprirà lo studio, insieme dunque con la memoria di quel tempo. Gli studenti saranno seguiti anche da un gruppo di giovani storici, che potranno fornire loro materiale (grazie pure alla partecipazione delle Teche Rai) e supporto scientifico. Agli incontri dei magistrati tutor si affiancheranno anche incontri con testimonial.
Il Ministro Bianchi, riferendosi all'iniziativa, ha spiegato che la storia degli anni Settanta "per molti di noi è una memoria dolorosa. Ma va raccontata come la storia di un Paese che è riuscito a reagire, è riuscito a trasformare il sacrificio di molti uomini dello Stato in una lezione di vita collettiva, in una straordinaria lezione di Educazione civica. Il rischio più grosso che noi abbiamo è che ci siano dei lutti, ma noi non siamo capaci di elaborarli e trasformarli in memoria viva. Questo è il lavoro grandissimo e difficilissimo che sta facendo la Fondazione".
Per il Procuratore Generale della Corte di Cassazione e Presidente del Comitato scientifico della Fondazione Vittorio Occorsio, "Si potrà in tal modo arrivare a una conoscenza più approfondita di quanto non sia consentito da un semplice incontro isolato. Una vera adozione nello studio di argomenti che sono stati sinora al di fuori dei programmi scolastici. Questa prima fase è sperimentale e auspico che dagli studenti arrivino spunti per migliorarci, dato che dall'anno prossimo il progetto sarà proposto a tutte le scuole italiane".
di Giuliano Pisapia
Il Riformista, 17 marzo 2021
Mi occupo di giustizia da tutta la vita, ho visto troppe occasioni mancate e troppe promesse non mantenute per non temere che la storia si possa ripetere. Oggi però ci troviamo davanti a una situazione unica nella storia recente per poter vedere finalmente realizzati i passi avanti necessari all'adeguamento del nostro sistema giudiziario agli standard europei.
Le parole della ministra Marta Cartabia alla Commissione Giustizia della Camera, il luogo in cui si dovranno fare riforme, sono certamente incoraggianti e la congiuntura politica può essere favorevole a differenza del passato. Il governo 'di tutti' può limitare l'uso strumentale e polemico delle vicende legate alla giustizia, in particolare quella penale, per concentrarsi sulla risoluzione dei problemi concreti. Il tema più spinoso è quello della prescrizione.
Non ho condiviso l'impianto della riforma Bonafede, attuata nel governo M5S-Lega, che ha cancellato la riforma Orlando che rappresentava un positivo punto di equilibrio tra il dovere dello Stato di perseguire l'azione penale e la ragionevole durata del processo. La ministra della Giustizia si è impegnata a trovare una soluzione per "adottare le necessarie iniziative di modifica normativa e le opportune misure organizzative volte a migliorare l'efficienza della giustizia penale assicurando al procedimento una durata media in linea con quella europea".
Questa è la strada! Solo con la durata ragionevole dei processi la prescrizione può essere e deve diventare un evento eccezionale. Un problema che peraltro non riguarda solo la fase dibattimentale, ma anche, se non soprattutto, quella delle indagini preliminari visto che moltissimi procedimenti si prescrivono prima dell'inizio dei processi. È del tutto apprezzabile il riferimento della ministra al potenziamento dei riti alternativi e al "superamento dell'idea del carcere come unica effettiva risposta al reato".
"La certezza della pena - ha spiegato Cartabia - non è la za del carcere, che per gli effetti desocializzanti che comporta dev'essere invocato quale extrema ratio". Si tratta di una svolta importante accompagnata dalla volontà di introdurre sempre più meccanismi di giustizia riparativa. Nulla di nuovo rispetto al pensiero di Marta Cartabia da Presidente della Consulta impegnata nelle visite nelle carceri italiane e espresso nel corso di un recente dibattito promosso dalla Fondazione intitolata a Carlo Maria Martini.
Tutte le statistiche infatti confermano che i detenuti che hanno scontato la pena con misure alternative (ad esempio affidamento in prova e lavori socialmente utili) hanno una percentuale di recidiva molto inferiore a chi sconta tutto il periodo in carcere. In pratica chi ha la possibilità di un reinserimento sociale, familiare e lavorativo molto raramente commette nuovi reati con il risultato di rendere la società più sicura.
Va poi sottolineato che Marta Cartabia, accogliendo anche un appello di Liliana Segre, appena insediata ha insistito perché il piano vaccinazioni comprendesse anche le carceri, dagli operatori penitenziari ai detenuti la cui salute è affidata allo Stato. Gli ultimi due temi toccati dalla ministra riguardano la riforma del Csm e la necessità del "massimo riserbo" nel corso delle indagini. Tema del tutto condivisibile anche perché legato al principio di non colpevolezza.
È evidente che si crea una sorta di giudizio anticipato, una 'condanna alla gogna' prima del dibattimento, spesso con gravi conseguenze personali, lavorative, familiari da cui è difficile riprendersi anche se poi si viene assolti alla fine del processo. Questo si aggiunge al fatto che ovviamente le fughe di notizie danneggiano le indagini, permettendo a eventuali complici di darsi alla fuga o di inquinare le prove.
C'è poi un tema molto rilevante, quello della riforma del Csm che è unanimemente considerata necessaria e urgente. Non può però essere sufficiente il cambio del sistema elettorale del Csm per risolvere tutti i problemi se le logiche interne alla magistratura, e anche alla politica, rimangono identiche. L'ex presidente della Corte Costituzionale non ha voluto quindi presentare un catalogo di promesse difficili da mantenere e attuare.
Ha invece indicato una via stretta che può essere percorsa solo eliminando le punte polemiche e ideologiche. Non è un caso che al termine del suo intervento Cartabia abbia registrato un consenso molto vasto da parte delle forze parlamentari. Tutti i componenti della Commissione Giustizia hanno manifestato la loro approvazione.
Questi applausi però dovranno trasformarsi in atti concreti. Abbiamo davanti un'occasione da non perdere non solo perché abbiamo bisogno di una giustizia più giusta e celere, ma anche perché, non va dimenticato, se non si produrranno riforme vere ed efficaci si mettono anche a rischio gli stessi fondi del Recovery Fund.
di Giulia Merlo
Il Domani, 17 marzo 2021
Le intercettazioni devono essere utilizzate in caso di reati "gravi" e il pubblico ministero non può operare sui dati personali dei cittadini, perché rappresenta l'accusa e quindi non è imparziale rispetto all'imputato. Questi sono solo due dei profili più clamorosi di una sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea depositata il 2 marzo, che rischia di terremotare la prassi italiana in materia di privacy e provocare conseguenze anche sul caso Palamara.
La sentenza numero C-746/18 della Corte è vincolante per la decisione del giudice estone che ha sollevato la questione, ma anche per i casi in altri stati europei in cui si applicano le medesime norme. Dunque ha un peso giurisprudenziale determinante anche nei processi italiani che riguardano l'utilizzo di dati elettronici personali, come intercettazioni e chat. Il giudice estone ha posto due questioni con riferimento alla direttiva Ue del 2002 sul trattamento dei dati personali. La prima: se il trattamento di questi dati possa essere fatto dal pubblico ministero. La seconda: se questo utilizzo possa riguardare anche finalità estranee ai gravi reati di criminalità.
A entrambe le domande la risposta è stata negativa. Secondo la Corte, infatti, le norme europee in materia di privacy devono essere interpretate nel senso che solo un'autorità terza e imparziale può autorizzare l'accesso ai dati elettronici e il limite del loro utilizzo è la prevenzione di gravi forme di criminalità o di gravi minacce alla sicurezza pubblica. Nel nostro paese, questa sentenza ha effetti dirompenti perché mette in discussione il ruolo del pm. La sentenza stabilisce che la direttiva Ue in materia di privacy, letta alla luce della Carta dei diritti fondamentali, "deve essere interpretata nel senso che essa osta a una normativa nazionale, la quale renda il pubblico ministero, il cui compito è di dirigere il procedimento istruttorio penale e di esercitare, eventualmente, l'azione penale in un successivo procedimento, competente ad autorizzare l'accesso di un'autorità pubblica ai dati relativi al traffico e all'ubicazione ai fini di un'istruttoria penale".
Questo per una ragione precisa: è necessario un bilanciamento tra i poteri di chi accusa e la tutela della privacy dei cittadini, dunque l'autorizzazione all'accesso ai dati personali deve essere disposta da un soggetto che sia imparziale. Tradotto: ai giudici europei non interessa che in Italia non ci sia separazione formale tra le carriere di pm e di giudice, ma stabiliscono che chi può incidere sulla privacy dei cittadini sia solo un soggetto che nel processo sia in posizione di terzietà.
Il caso Palamara - Inoltre la pronuncia mette in discussione anche la legge Spazzacorrotti, che allarga l'utilizzo dei trojan ai reati contro la pubblica amministrazione e permette l'utilizzo delle intercettazioni anche per reati che non le prevedono, se questi reati vengono "scoperti" ascoltandole. I giudici europei invece stabiliscono che la privacy dei cittadini può essere violata solo per reati "particolarmente gravi" ed esemplifica quelli di "terrorismo".
Inoltre fissano un principio: prima il reato deve essere identificato e solo poi si può procedere ad acquisire i tabulati. Esattamente ciò che non accade con la norma sulle cosiddette intercettazioni "a strascico". Questo rischia di riaprire il caso Palamara, perché i giudici europei scrivono che i dati elettronici personali possano venire acquisiti solo per reati gravi il che potrebbe escludere il loro utilizzo nel procedimento disciplinare dove sono state usate anche le chat che di per sé non avevano rilevanza penale.
I presupposti per una rivoluzione dell'intera normativa sull'utilizzo delle intercettazioni in senso restrittivo ci sono tutte, come anche il rischio che questa sentenza europea diventi il grimaldello per sostenere l'inutilizzabilità delle captazioni informatiche in moltissimi procedimenti. Di fronte alla necessità di mettere ordine, l'ipotesi è quella che intervenga la Cassazione a sezioni unite, che in una prossima sentenza faccia propria la pronuncia europea e fissi nuovi paletti alla prassi italiana.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 17 marzo 2021
Struttura della norma e stratificarsi della giurisprudenza hanno molto alzato l'asticella delle prove richieste. Siccome "dopo" saranno capaci tutti - di incensare le condanne ottenute dai pm o di saltare sul carro dei vincitori assolti - serietà vorrebbe che sui processi per corruzione internazionale si facessero invece i conti con una verità, e con un fraintendimento, "prima" dell'odierna sentenza del processo milanese Eni/Shell-Nigeria, riguardante quella che l'accusa asserisce essere la più grande tangente di sempre, 1 miliardo e 92 milioni pagati come prezzo al governo nigeriano nel 2011 per la licenza petrolifera Opl 245.
Il fraintendimento è di chi manifesta insofferenza già solo per la celebrazione di processi tacciati di frenare l'export italiano in Paesi dove senza ungere i politici non ci si aggiudicherebbe le commesse, e quindi di penalizzare gli interessi nazionali a beneficio di concorrenti esteri più spregiudicati ma meno tarpati dalle rispettive magistrature.
È un'insofferenza malriposta, perché è la Convenzione Ocse del dicembre 1997 - a tutela della concorrenza internazionale, e a contrasto dei cleptocrati affamatori di nazioni saccheggiate nelle proprie materie prime - che impone agli Stati aderenti di perseguire le tangenti a politici stranieri: se poi l'applicazione di questi trattati appare più "interventista" in Italia, ciò dipende dal fatto che la magistratura non è sottoposta all'esecutivo e agisce in regime di obbligatorietà dell'azione penale, mentre in altri Paesi (ad azione penale discrezionale e controllo più o meno diretto dell'esecutivo) sono le contingenti opportunità politiche a stoppare o aizzare i magistrati. E persino questi Paesi, quando ritengono, non lesinano mano pesante anche verso i propri campioni nazionali: l'anno scorso il colosso aerospaziale francese Airbus ha accettato di pagare 2,1 miliardi di euro alla Francia, 984 milioni alla Gran Bretagna e 526 milioni agli Stati Uniti che indagavano congiuntamente su 13 anni di commesse militari a Malesia, Russia, Cina e Ghana.
Tuttavia il rosario di processi in Italia conclusi da ricorrenti assoluzioni di tutti i vertici imputati (come nei casi Saipem-Algeria e Agusta/Finmeccanica-India) contiene invece un nucleo di verità, pur al netto dell'amnesia su parziali risultati di segno contrario, quali il patteggiamento (7,5 milioni nel 2014) di Agusta Westland prima del processo ai poi assolti amministratori Finmeccanica, o il pagamento nel 2010 di 365 milioni da Eni agli Stati Uniti propiziato a cascata della prima indagine milanese in Nigeria, o l'intenzione adesso proprio di Eni di patteggiare (anche se non per corruzione ma per induzione indebita) un'altra indagine a Milano sul Congo.
La pioggia di assoluzioni segnala che struttura della norma e stratificarsi della giurisprudenza hanno molto alzato l'asticella delle prove richieste. Non basta l'enormità magari delle commissioni pagate dalle aziende italiane al mediatore di turno, non potendo valere l'assunto (sensato storicamente ma non giudiziariamente) che pagare il mediatore intimo di un ministro equivalga di per sé a pagare il ministro; a volte neppure il passaggio di denaro dal mediatore al ministro è stato ritenuto prova sufficiente della destinazione al ministro proprio di "quelle" somme stanziate dall'azienda al mediatore; e indispensabile - in multinazionali i cui grandi capitani d'azienda si rimpiccioliscono di colpo fin quasi a semplici passanti tutte le volte che i controlli interni appaiono degni di una bocciofila - resta dare la prova dell'accordo corruttivo stretto dall'azienda con il mediatore nell'interesse del pubblico ufficiale straniero, nonché individuare lo specifico atto d'ufficio compravenduto. Tutte tessere di un puzzle che, già non semplici da ricostruire in Italia, spesso diventano ardue da recuperare con rogatorie in Paesi tutt'altro che collaborativi.
È forse in questa frustrazione che va rintracciata la molla psicologica dei magistrati milanesi a ipervalutare taluni controversi testimoni (come nel processo odierno il coimputato ex manager Eni Vincenzo Armanna o l'ex avvocato esterno Eni Piero Amara), in apparenza in grado di colmare i tasselli mancanti a provare (non più solo per via logica o di indirette mail) un ruolo diretto dei vertici aziendali nella destinazione corruttiva dei soldi finiti ai potentati locali.
Quando fuori piove, piove anche se lo dice Armanna, hanno argomentato in requisitoria i pm, convinti che sbagli chi, osservando questi tre anni di udienze, ha invece ricavato l'impressione di testimoni specializzati nel dire, su 10 cose, una riscontrata vera ma non importante, una riscontrata falsa ma non decisiva, e otto in teoria cruciali ma dette apposta in un modo che ne renda inverificabile la verità o falsità. Una scommessa ad alto azzardo, quindi. Che la Procura di Milano ha giocato confidando le valga da asso pigliatutto. Ma che può viceversa trasformarsi in un boomerang, finendo per indebolire anche lo sforzo investigativo profuso sulle anomalie dell'iter contrattuale e sui rivoli dei 500 milioni di dollari prelevati in contanti negli uffici di cambio nigeriani.
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