di Tommaso Fregatti
Il Secolo XIX, 17 marzo 2021
Dice di essere onorato di far parte della commissione per la riforma della giustizia penale voluta dal nuovo ministro della giustizia Marta Cartabia ma dimostra anche di avere le idee chiarissime su quelli che saranno gli obiettivi del gruppo di lavoro. "Abbiamo tempi stretti, cominciamo giovedì prossimo. Opereremo un po' da remoto e un po' in presenza".
Mitja Gialuz, triestino, 46 anni, professore ordinario di Diritto processuale penale della facoltà di giurisprudenza di Genova, è stato scelto dal neo Guardasigilli tra i dodici esperti che dovranno studiare un pacchetto di proposte per il ministero, in relazione al disegno di legge delega sul processo penale in discussione alla Camera.
Per Gialuz l'obiettivo primario è proprio la "ragionevole durata del processo". "Su questo tema - spiega il professore - siamo stati condannati più volte dalla Corte europea, senza dimenticare le ripetute raccomandazioni dell'Unione europea per la riduzione dei tempi. A oggi il processo penale non rende giustizia a nessuno. Alla vittima del reato, alla comunità ma anche allo stesso imputato che subisce una pendenza processuale infinita ed è sottoposto a tempi inaccettabili che stravolgono la vita delle persone. Servono tempi congrui".
Tra gli aspetti che la commissione intende valutare c'è senza dubbio anche la durata delle indagini: "Che non devono essere una duplicazione del processo ma devono essere svolte in un tempo efficace e tempestivo", aggiunge il docente. Così come non si può pensare di chiamare a testimoniare persone in aula su fatti avvenuti cinque o sei anni prima. "Il dibattimento - dice Gialuz - è spesso troppo lontano nel tempo e questo comporta difficoltà anche per chi si deve presentare a testimoniare come persona informata sui fatti".
L'altro punto fondamentale del lavoro della commissione sarà la prescrizione. "Un nodo politicamente sensibile", lo definisce il professore universitario, che da un anno è diventato ordinario nel capoluogo ligure e si dichiara legato profondamente a Genova.
"Sulla prescrizione - aggiunge Gialuz - ci sono varie possibilità che vanno approfondite, bilanciando le garanzie individuali con quelle della collettività. Si deve raggiungere un ragionevole equilibrio secondo quando indicato dalla Costituzione e questo approfondimento può essere agevolato dalla presenza di un ministro come Marta Cartabia, che è stata presidente della Corte costituzionale, ma anche dal coinvolgimento di altri giuristi di fama come appunto Giorgio Lattanzi, Ernesto Lupo e Gian Luigi Gatta".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 17 marzo 2021
Parla Giancarlo Bramante, procuratore capo di Bolzano che si è occupato del caso di Benno Neumair. Il magistrato è stato condannato dai "soliti" media perché ha osato preservare il segreto istruttorio dal voyerismo della stampa. "Come spesso cerco di spiegare ai colleghi dell'ufficio, il pubblico ministero deve vivere nel costante dubbio, inteso come verifica continua dei fatti e delle circostanze su cui sta indagando, anche a favore della persona sottoposta ad indagine preliminare, come previsto dall'articolo 358 ccp": a dirlo al Dubbio è il dottor Giancarlo Bramante, Procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Bolzano.
Lo intervistiamo perché ha suscitato delle critiche in Alto Adige e in qualche salotto televisivo nazionale la scelta della Procura di secretare per un mese la confessione di Benno Neumair, reo confesso dell'omicidio dei genitori Peter Neumair e Laura Perselli, scomparsi a Bolzano il 4 gennaio di quest'anno. Il 29 gennaio il figlio era stato arrestato e il 6 febbraio il corpo della madre era stato trovato nell'Adige. La confessione sarebbe arrivata poco dopo, in due successivi interrogatori che la Procura ha secretato fino al lunedì della scorsa settimana, quando, tramite un comunicato stampa, ha reso noto che l'indagato aveva ammesso le sue responsabilità. Il fascicolo è stato desecretato contestualmente alla richiesta di incidente probatorio finalizzato ad accertare le condizioni mentali del ragazzo.
La Procura, in base agli atti processuali, ha ritenuto doveroso stabilire se il ragazzo fosse capace di intendere e volere al momento dei tragici fatti e se sia dunque imputabile. Il presidente dell'Ordine dei giornalisti del Trentino Alto Adige, Mauro Keller, aveva criticato la decisione di mantenere il segreto istruttorio perché il fatto è di "evidente interesse pubblico e rilevanza sociale". Anche la sorella dell'indagato si era detta dispiaciuta di aver appreso della confessione da parte della stampa. Su questo la giunta dell'Anm del Trentino-Alto Adige ha invece difeso la scelta della Procura pur "nel massimo rispetto per la sofferenza dei familiari della coppia Neumair".
Altresì "Quarto Grado" nella trasmissione di venerdì scorso ha stigmatizzato il silenzio della Procura insieme alla disposizione della perizia psichiatrica. Questo giornale difende la scelta della Procura: da tempo denunciamo le storture del processo mediatico parallelo ma potremmo sembrare di parte. Invece, proprio due giorni, fa è stata la Ministra Cartabia a dire: "A proposito della presunzione di innocenza, permettetemi di sottolineare la necessità che l'avvio delle indagini sia sempre condotto con il dovuto riserbo, lontano dagli strumenti mediatici per un'effettiva tutela della presunzione di non colpevolezza, uno dei cardini del nostro sistema costituzionale".
Procuratore da dove nasce la scelta di secretare l'ammissione di responsabilità?
Il primo interrogatorio dell'indagato ad un certo punto è stato sospeso per volontà dei difensori, che hanno fatto richiesta di 'riserva di prosecuzione'. A quel punto è stato doveroso da parte dei colleghi sostituti, in accordo con i difensori, procedere alla secretazione. Si è trattato di una scelta dettata dal fatto che l'atto non era compiuto e le dichiarazioni non erano assolutamente complete. La scelta dei pubblici ministeri rientra tra le facoltà previste dal codice di procedura penale, sussistendone tutti i presupposti procedurali. Tenga presente poi un aspetto importante.
Prego...
L'interrogatorio, per come lo interpreto io, è un atto di difesa dell'indagato. Non è uno strumento di imposizione. Per esempio, l'indagato può chiedere di avvalersi della facoltà di non rispondere oppure decidere di non prendere posizione in merito ad una precisa questione. In astratto, il substrato probatorio può acquisire una tale valenza che si può giungere anche alla richiesta di archiviazione. Si tratta di concetti che dovrebbero essere conosciuti da chi vuole discutere di fatti di cronaca.
Cosa ne pensa di quanto detto due giorni fa dalla ministra Cartabia in merito alla fase delle indagini?
Nel rispondere al direttore dell'Adige, Alberto Faustini, esprimo proprio questo concetto: sono fermamente convinto che la prova si forma in dibattimento, nel contraddittorio con la difesa e le altre parti processuali, dinanzi ad un giudice terzo e super partes che valuta i fatti. Il concetto di verità è molto articolato soprattutto in un processo penale garantisticamente concepito sul concetto del ragionevole dubbio.
Anche la vostra scelta di optare per la perizia psichiatrica dell'indagato ha suscitato polemiche. Eppure, come prevede il codice, il ruolo di un pm è anche questo...
Come spesso cerco di spiegare ai colleghi dell'ufficio, il pubblico ministero deve vivere nel costante dubbio, inteso come verifica continua dei fatti e delle circostanze su cui sta indagando, anche a favore della persona sottoposta ad indagine preliminare, come previsto dall'articolo 358 ccp. Ogni dato acquisito nel corso delle indagini, ogni dichiarazione delle persone informate sui fatti e dell'indagato devono trovare un riscontro oggettivo per poi essere presentato al giudice che lo valuterà. La verità del pubblico ministero non esiste ontologicamente, esiste la conclusione delle indagini preliminari che ha la sua sintesi della richiesta di rinvio a giudizio con la formulazione del capo di imputazione in forma chiara e precisa. Si tratta quindi di una tesi su un fatto penale che deve passare al vaglio di più giudici, prima di poter divenire pronuncia definitiva che rappresenterà la verità processuale dei fatti, e che non necessariamente rappresenterà la verità assoluta. L'accertamento della verità trova quindi la propria sintesi nelle sentenze definitive, nel pieno rispetto del principio costituzionale di non colpevolezza di cui all'articolo 27 della Costituzione. Io credo profondamente in questo che le ho appena detto e cerco di trasmetterlo ai miei giovani procuratori.
Come abbiamo scritto in un recente articolo i primi ad essere attaccati sono stati gli avvocati che difendono i "mostri da prima pagina", poi i giudici che li assolvono, dopo i giornalisti che li intervistano e infine le Procure che rispettano semplicemente principi basilari. Come si affronta questa pericolosa deriva?
Secondo me il problema è complesso e articolato: da un lato c'è l'aspettativa della società di una decisione rispetto ad un determinato caso e dall'altro lato ci sono poi le garanzie di quel concreto caso. Avviene purtroppo una sovrapposizione tra il caso concreto che si erge a caso generale. Si perde di vista che dietro ogni singolo caso ci sono delle forme processuali. È chiaro che se si eliminano i principi del giusto processo, il diritto alla difesa, e tutte le garanzie costituzionali la questione diviene prettamente culturale. Essa riguarda tutti i soggetti dello svolgimento del processo: magistratura, avvocatura, giornalisti, società civile. Ci deve essere sempre un controllo dell'opinione pubblica sulle notizie ma il controllo vero deve essere svolto nel rispetto dei principi processuali.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 17 marzo 2021
Sirene spiegate e arresti in presa diretta. La Camera penale di Vicenza segnala l'ennesima operazione a favore di telecamera da parte della Guardia di Finanza: un blitz antidroga filmato e ripreso sulla stampa locale. "La giustizia non è una serie tv": si intitola così la nota del direttivo della Camera Penale di Vicenza che ha voluto censurare l'ennesima operazione a favore di telecamera da parte della Guardia di Finanza. Il copione è simile a quello di tanti altri video delle forze dell'ordine che vanno ad arrestare qualcuno: primo piano sulla caserma, poi sirene spiegate in strada, arrivo sul posto con dispiegamento di forze, e infine riprese degli arrestati.
In particolare, nel caso in questione, si è trattato di una operazione antidroga, al termine della quale sono stati arrestati tre richiedenti asilo nigeriani e sequestrati ingenti dosi di droga pronte per lo spaccio. Immagini e video del blitz sono stati riportati sulla stampa locale. A tal proposito hanno scritto i penalisti vicentini: quelle immagini "ci hanno lasciato senza parole". Immagini in "presa diretta" mentre gli operanti entrano nell'abitazione ed eseguono la perquisizione, all'interno di un'abitazione - come se si trattasse di uno di quei docu-film che vanno tanto di moda.
La ripresa del momento in cui vengono (apparentemente!) scoperte somme di denaro in contante all'interno di alcuni cassetti - quasi a creare un elemento di sorpresa, come nelle migliori serie televisive; la meticolosa preparazione di quanto oggetto di sequestro in bella mostra e su un tavolo in cui esibire l'esito della perquisizione, come un trofeo, a favore di telecamera".
Gli avvocati, giustamente, si interrogano "sull'utilità - prim'ancora che sulla legittimità - di questo video: a chi e che cosa serve? Risponde a un pubblico interesse occupare personale di polizia e pubbliche risorse per realizzare queste immagini, che non hanno alcuna utilità processuale?". Come se non bastasse, conclude il direttivo, "vengono esibite le immagini degli arrestati mentre vengono raccolte le impronte digitali e addirittura con le manette ai polsi, in violazione di quella norma del codice di procedura penale che, sancendo un elementare principio di civiltà giuridica, vieta espressamente "la pubblicazione dell'immagine di persona privata della libertà personale mentre la stessa si trova sottoposta all'uso di manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica" (art. 114 c.p.p.).
Né varrebbe rispondere che il volto della persona è stato "oscurato", perché contestualmente - sulla base di una prassi tanto diffusa quanto da noi contestata - sono state diffuse le foto segnaletiche degli arrestati". Si tratta del secondo episodio nel giro di poche settimane, in cui i penalisti italiani sono stati costretti a stigmatizzare pratiche (probabilmente) lesive della dignità degli indagati. Qualche giorno fa l'avvocato Giuseppe Belcastro dell'Osservatorio Informazione Giudiziaria dell'Ucpi aveva scritto proprio su questo giornale un duro commento contro le video riprese degli arresti degli indagati per l'omicidio di Ilenia Fabbri, chiedendo un intervento della Ministra Cartabia per "porre fine a questo scempio; ché il paese di Beccaria non lo merita".
di Ilario Ammendolia
Il Dubbio, 17 marzo 2021
La trasmissione Presa diretta ha dedicato l'intera puntata di lunedì sera alla lotta alla ndrangheta per come declinata nell'inchiesta ' Rinascita Scott'. Chiariamo subito una cosa: la ndrangheta in Calabria c'è ed è una cosa drammaticamente seria dal momento che, come sempre ed ovunque, tende ad accompagnarsi con il traffico di droga, l'uso della violenza, la pratica dell'usura ed il costante tentativo di intimidire i cittadini e corrompere funzionari pubblici, politici e appartenenti alle forze dell'ordine. Focalizzare, così come hanno fatto le telecamere di Presa diretta, queste cose in terra di ndrangheta ci è sembrato persino banale. Farcele vedere di nuovo è come fare un servizio sull'acqua alta a Venezia o sulla nebbia in Val Padana pretendendo di rivelarci chissà quale novità.
A meno che non si voglia 'impressionare' e portare fuori strada l'opinione pubblica e dare una lettura distorta sul perché, nonostante le centinaia di ' retate', la ndrangheta sia riuscita a fare un salto di 'qualità' trasformandosi nel giro di qualche decennio, da una modesta e, a volte, pittoresca associazione di uomini di malavita, in una delle più terribili organizzazioni criminali dell'Europa occidentale. Se il dottor Iacona, conduttore di Presa Diretta, ci avesse aiutato a comprendere come tutto ciò è stato possibile, avrebbe dato un importante contributo alla verità. Invece ha puntato alla lettura della realtà calabrese utilizzando solo la ' filigrana' di Rinascita Scott, pur essendo questo un processo alle prime battute. Per farlo è stato necessario presentare come credibili pentiti e collaboratori di giustizia che potrebbero non esser ritenuti tali dai giudici e come sicuri colpevoli imputati (anche incensurati) che potrebbero essere assolti da ogni accusa. Mortificando così la presunzione di innocenza ed il ruolo stesso degli avvocati impegnati nella difesa.
Iacona, per esigenze estranee alla trasmissione, ha voluto presentare Rinascita Scott come la 'madre' di tutte le inchieste quando invece è in assoluta e perfetta continuità con le cento inchieste precedenti che hanno avuto tutte le stesse caratteristiche: l'altissimo numero di arrestati, un impiego massiccio di militari, le prime pagine sui giornali, l'inclusione di qualche personaggio noto, le luci della ribalta sul pm. Finora però quasi tutte le 'grandi inchieste' precedenti che hanno ritmato la storia della Calabria, da 'Stilaro' a 'Marine', a 'Circolo formato' (che si appena conclusa), a ' Lande desolate' sono state dei grandi flop che hanno portato alla assoluzione di quasi tutti gli imputati e prodotto dubbi, scetticismo e rassegnazione nell'opinione pubblica calabrese, stretta tra una mafia aggressiva da un lato e la giustizia sommaria dall'altro. Oltre che ad un grande spreco di risorse pubbliche ed umane.
Come abbiamo detto sabato scorso, la trasmissione Presa Diretta, nel febbraio del 2014, aveva usato la stessa tecnica, la stessa regia e lo stesso Pm come protagonisti nell'inchiesta ' New Bridge'. Senza però trarre le necessarie conseguenze sul fatto che, su decine di imputati per mafia coinvolti in quella inchiesta, uno solo (dico1) è stato condannato con il 416 bis. Nella trasmissione di lunedì sera, volendo far apparire il dottor Gratteri come l'alfa e l'omega della lotta alla ndrangheta, Iacona ha molto insistito sul fatto che, prima del suo arrivo, la procura di Catanzaro fosse una specie di porto di mare per tutti i mafiosi.
Ma se così è, non si capisce proprio perché non abbiano fatto parlare il suo predecessore, un anziano procuratore della Repubblica, rispettato da tutti? Perché non si è fatto parlare l'ex procuratore generale di Catanzaro Otello Lupacchini, trasferito ad altra sede perché ha osato avanzare qualche, pur correttissima, critica verso i metodi usati in Rinascita Scott?
Così come è stata concepita la trasmissione Presa Diretta non aiuta a capire la realtà, anzi ci porta su un binario morto. Quello che è più inquietante è la sensazione (ma è qualcosa in più) che alcuni magistrati cerchino legittimazione e successo non ricercando la giustizia e la verità ma stabilendo rapporti forti con la stampa e soprattutto con giornalisti affermati e trasmissioni famose. Una cosa è certa: il successo così strappato (ma non meritato) può essere giocato nell'immediato su tutti i tavoli che contano.
Ed infatti l'inchiesta 'New Bridge' è stata utilizzata come possibile lasciapassare per far transitare il dottor Gratteri da un ufficio della Procura di Reggio Calabria a quello di ministro della Giustizia. Non saprei dire oggi a cosa si tende! Se veramente lo volesse, il conduttore di Presa Diretta sarebbe ancora in tempo ed avrebbe mille modi, tutti onorevoli, per riparare gli errori fatti finora e contribuire a sconfiggere la ndrangheta con una sana informazione di cui si sente un gran bisogno. Perché tanto Iacona che Gratteri dovrebbero capire che proprio la verità è il necessario antidoto per sconfiggere la ndrangheta
di Liana Milella
La Repubblica, 17 marzo 2021
Novanta minuti di confronto in via Arenula. Il primo per la Guardasigilli con un leader di partito.
Netta contrapposizione sul carcere. Convergenti sulla giustizia tributaria, ma divise sul Csm. L'una davanti all'altra, per più di un'ora e mezza. Nella grande stanza in via Arenula che fu di Togliatti, stavolta si confrontano due donne. Entrambe decisamente di successo.
Anche se i percorsi sono del tutto diversi. La ministra della Giustizia Marta Cartabia, che fa della Costituzione il suo scudo, incontra la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni, il cui vessillo è garantire a tutti i costi la sicurezza dei cittadini. Il suo è l'unico partito fuori dal governo. Di certo la pensano in modo diametralmente opposto sul carcere. Per la ministra vale il principio che "la certezza della pena non è la certezza del carcere". Mentre il quasi 18% degli italiani che sta con Meloni vuole una politica della giustizia che "sia molto garantista sull'accertamento del reato, ma sia giustizialista sul carcere".
Potrebbero litigare queste due donne che s'incontrano a tu per tu per la prima volta. Ed è - per Cartabia - il primo faccia a faccia con una leader di partito, donna certo, ma avversaria del governo Draghi. Eppure il confronto parte ugualmente, "senza pregiudizi" come alla fine dicono entrambe, quel colloquio che il responsabile Giustizia di FdI Andrea Delmastro definisce "franco e cordiale, e soprattutto tenuto su un registro alto". Un mood "istituzionale", come ci tengono a sottolineare le fonti di via Arenula. Dove Cartabia, proprio per questa ragione, non chiosa l'incontro. Che pure ha seguito minuziosamente, prendendo appunti con carta e penna, interrompendo più volte Meloni per capire meglio il suo pensiero e le sue proposte. Alla fine, sono almeno cinque o sei le pagine riempite. Le serviranno mentre si prepara, giovedì, ad incontrare i senatori della commissione Giustizia di palazzo Madama.
Meloni, appena uscita, affida a una conferenza stampa le sue impressioni. L'incontro le è piaciuto, si capisce dalle sue parole, ma certo lei non molla sulle sue idee perché "sulla giustizia servono discontinuità e coraggio, e c'è ben poco da salvare del lavoro di Bonafede". Per chi non avesse capito ripete di nuovo che "serve una forte discontinuità". Mentre Cartabia, da quando è diventata ministra, ha messo sul tavolo una linea ben diversa, partire dalle riforme del suo predecessore Bonafede, emendarle sì, ma non buttarle alle ortiche. Anche se è chiaro che proprio Cartabia probabilmente considera costituzionalmente a rischio una prescrizione che distingue tra condannati e assolti. E Meloni è certa, a sua volta, che Cartabia sulla prescrizione "non intende scappare".
Ma le strade di Meloni e Cartabia si dividono proprio sul metodo. Come emerge man mano che la Guardasigilli e la leader politica si confrontano. Due esempi fanno testo. La prescrizione appunto. E la galera (termine che Cartabia non userebbe mai). Perché sulla prescrizione Meloni è netta: "La legge immaginata da Bonafede introduce la possibilità del processo a vita: va abolita, o quantomeno vanno sospesi i suoi effetti. Vedremo come procederà il governo, ma così non si può andare avanti". E ancora: "Mi è dispiaciuto che il governo non abbia votato con noi l'emendamento nel Milleproroghe presentato per sospendere la prescrizione, Renzi compreso".
È un punto nodale dell'incontro. Perché Meloni e i suoi non fanno sconti. Come spiega Delmastro sulla prescrizione di Bonafede "bisogna invertire l'ordine dei fattori, prima si ripristina la prescrizione originaria, poi si fa la riforma della giustizia penale". Meloni e i suoi bocciano il ben noto lodo Conte-bis, il compromesso raggiunto da Bonafede con Renzi per salvare la sua legge con il diverso cursus della prescrizione per i condannati (cammina) e per gli assolti (si ferma), perché "va contro la Costituzione". E qui, le fonti di Fdl dicono, dopo l'incontro, che anche Cartabia avrebbe storto il naso su questo doppio binario.
Se la Costituzione è un faro sulla prescrizione, altrettanto lo è sul carcere. Ma qui le strade di Cartabia e Meloni si separano nettamente. Se la ministra, come ha appena fatto in commissione Giustizia, dice che "la certezza della pena non si risolve nella certezza del carcere", e quindi ben vengano misure alternative e una detenzione umana, Meloni mostra la faccia feroce dell'impostazione securitaria. Eccola dire dentro e fuori via Arenula: "Può essere vero che la certezza della pena non significhi necessariamente certezza del carcere, ma la certezza che non c'è il carcere è la certezza di nuovi reati".
Per questo Meloni chiede "un investimento importante per l'edilizia carceraria e per chi lavora nelle carceri". Vuole "l'aumento degli organici per la polizia penitenziaria". Pronuncia un netto no per "nuovi decreti svuota carceri". Cartabia prende appunti certo, ma la sua Bibbia è l'articolo 27 della Costituzione quando dice che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
Queste due donne sul carcere sono divise, eppure si confrontano. È anche questo il "metodo" Cartabia. Tant'è che la Guardasigilli vuole capire bene, e chiede e domanda prendendo poi appunti, cosa propone Meloni sulla soluzione di far scontare la pena ai detenuti stranieri nei paesi di origine. Né, certo, si scontra con la leader di Fratelli d'Italia che pretende pene più severe ed efficaci, ed è pronta ad accettare anche un'alternativa al carcere, a patto però che si tratti comunque di una misura efficace.
Sono consapevoli di essere su posizioni opposte, ma riescono a dialogare. E almeno su un punto, la giustizia tributaria, sono proprio d'accordo. Perché l'idea di Cartabia, visti i clamorosi annullamenti in Cassazione, di nominare giudici terzi e non scelti dal Mef, trova d'accordo Meloni. Mentre è sul Csm dopo il caso Palamara che le strade si dividono ancora. Netta la richiesta di scegliere i futuri componenti togati con il sorteggio, tant'è che Meloni lo considera "l'unico modo serio per eliminare la deriva correntizia".
Già scontata la bocciatura di Cartabia per gli inevitabili risvolti di costituzionalità. Mentre, sul filo della Costituzione, le posizioni sembrano riavvicinarsi sulla magistratura onoraria, che trova in FdI un pieno sponsor, e vede Cartabia convinta di poter risolvere la questione una volta per tutte rispettando la Carta, tant'è che è in attesa di una prossima sentenza della Consulta. Alla fine si salutano soddisfatte. Hanno dialogato civilmente. E Meloni può rendere pubblica una sua impressione, che sulla prescrizione Cartabia "non intende scappare". E questo già le piace. Poi, certo, "vedremo come procederà".
di Daniela Dioguardi*
Il Manifesto, 17 marzo 2021
L'evidente e smisurata sproporzione tra i reati commessi e le pene comminate attenta alla libertà del dissenso ed evidenzia il cattivo funzionamento della giustizia nel nostro paese.
A Torino ogni giovedì pomeriggio "Mamme in piazza per la libertà di dissenso" organizza un presidio di fronte al carcere Lorusso Cotugno dove è rinchiusa Dana Lauriola. Dana, sebbene incensurata, è stata condannata con il massimo della pena prevista per il reato di violenza privata, due anni di reclusione, perché nel 2012 insieme a altre/i in una manifestazione No Tav ha bloccato per circa 15 minuti l'autostrada, facendo passare le macchine senza pagare il pedaggio e informando con il megafono del motivo della protesta.
È stata inoltre respinta la richiesta di pene alternative, malgrado le condizioni favorevoli. Da poco ha finito di scontare la pena, per gli stessi motivi, a un anno di reclusione, Nicoletta Dosio, insegnante settantenne in pensione, anche lei incensurata. Gli arresti domiciliari per due anni sono stati dati a Stella Gentile che nella stessa manifestazione distribuiva volantini.
L'evidente e smisurata sproporzione tra i reati commessi e le pene comminate attenta alla libertà del dissenso ed evidenzia il cattivo funzionamento della giustizia nel nostro paese. Inquieta inoltre l'uso strumentale delle donne per criminalizzare lo scontro sociale. Di fronte alla grave e ingiustificata limitazione della libertà e offesa alla dignità umana da parte di chi avrebbe il compito di preservarle, la madre di Dana e altre madri, alcune di giovani ancora in attesa di giudizio, hanno deciso di trasformare la comprensibile rabbia e l'ansia individuale per la sorte dei/lle figli/ie in una protesta collettiva. Dall'8 ottobre denunciano e si adoperano perché non passi sotto silenzio la deriva securitaria in atto e tessono reti di solidarietà.
È anche un'accusa ai mass media che ne hanno parlato pochissimo per colpevole sottovalutazione o, più realisticamente, per non nuocere agli interessi forti che stanno dietro alle grandi opere. In Sardegna le madri di 45 giovani, attivisti del movimento contro la presenza di basi militari, rinviati a giudizio con l'accusa gravissima di associazione a delinquere con finalità terroristiche, si sono organizzate in "Madri contro l'operazione Lince. Contro la repressione".
Non le spinge solo l'amore per i/le figli/ie, rivendicano orgogliosamente il ruolo di madri-educatrici ai valori della libertà, solidarietà e giustizia sociale. In una lettera alle madri di Torino scrivono: "Siamo state noi a crescerli con le idee e i sogni di un mondo senza lo stupro delle guerre, di un mondo senza l'orrore delle armi. Noi abbiamo trasmesso l'amore e il rispetto della terra
Noi li abbiamo
nutriti di pane e pensiero libero e critico
". Hanno messo al mondo cittadini e cittadine consapevoli, in grado di difendere i propri convincimenti e dire no al potere, se va in direzione opposta al bene del mondo.
È ciò di cui un paese democratico dovrebbe andare fiero e favorire, invece di contrastare e reprimere. Le madri di Plaza de Mayo hanno fatto storia e l'autorità materna mostra in tanti modi la necessità di un altro ordine! A Napoli, "le forti guerriere" del rione Sanità chiedono giustizia dinanzi al tribunale per Fortuna Bellisario, uccisa selvaggiamente dal marito, che, condannato a dieci anni, è già agli arresti domiciliari. Un'altra evidente sproporzione tra reato commesso e pena comminata, con l'aggravante della concessione della pena alternativa dopo appena due anni di reclusione.
Sopravvive nella mentalità di alcuni giudici il famigerato delitto d'onore, quando impunemente gli uomini potevano liberarsi di una moglie o di una donna scomoda della propria famiglia. Madri e guerriere di Napoli sono un forte campanello di allarme sul malessere sociale causato da un potere patriarcale e liberista, votato al profitto, che moltiplica vergognosamente ingiustizie e privilegi. Che non rimangano Cassandre inascoltate!
*L'autrice fa parte di Udipalermo
di Leo Amato
Quotidiano del Sud, 17 marzo 2021
Il Tribunale di sorveglianza di Potenza censura la repressione delle rivolte di marzo 2020. Dimezzate le ore d'aria a tutti, anche se i responsabili sono stati trasferiti altrove. Dopo le rivolte degli inizi di marzo contro le restrizioni anti Covid 19, quella andata in scena nel carcere di massima sicurezza di Melfi è stata una repressione illegale, che si è tradotta nella detenzione "in condizioni inumane e degradanti" di persone che con quelle rivolte non c'entravano nulla. Anche perché i responsabili erano stati subito trasferiti altrove.
È quanto stabilito dal giudice Michele Tiziana Petrocelli, del Tribunale di Sorveglianza di Potenza, che nei giorni scorsi ha accolto il ricorso presentato da un detenuto calabrese, Rosario Calderazzo di Palmi, per il risarcimento del danno sofferto per violazione della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
Risarcimento riconosciuto nella riduzione della pena da scontare di "un giorno per ogni 10 durante il quale ha subito il pregiudizio". Per un totale di 18 giorni complessivi.
A portare la questione alla sua attenzione era stato il difensore di Calderazzo, l'avvocato Antonio Silvestro, evidenziando un aggravamento delle condizioni di vita all'interno dell'istituto da marzo dell'anno scorso in avanti. Dopo le rivolte esplose nelle carceri di mezza Italia per il divieto di ricevere le visite dei familiari. In particolare il dimezzamento da 8 a 4 delle ore in cui i detenuti, ogni giorno, possono restare all'esterno delle celle. Con la "socialità (...) è divenuta alternativa al passeggio con conseguente sua sostanziale elisione dovendo il detenuto rinunciare ad ore di passeggio per poterne fruire".
"Trattasi - scrive il giudice nella sua ordinanza - di una drastica riduzione (alla quale si aggiunge anche una riduzione dell'orario di fruizione delle docce rispetto a quanto previsto a partire dal settembre 2016) che, rapportata all'ampiezza della superficie netta fruibile nella cella, deve indurre a riconoscere il presupposto delle condizioni inumane e degradanti.
Tanto anche in considerazione di altro dato e cioè quello per il quale la possibilità di fare la doccia nei locali comuni è prevista in orario (dalle 08.30 alle 11.00 e dalle 13.00 alle 15.30 dal 27 marzo 2020 al 15 ottobre 2020) che si sovrappone quasi completamente a quello stabilito per le ore all'aperto con la conseguenza di porre il detenuto dinanzi alla non ragionevole scelta tra il fare la doccia o usufruire delle ore d'aria".
Il magistrato di Sorveglianza ha anche esaminato i provvedimenti della direzione del carcere di Melfi che avevano disposto la riduzione delle ore di permanenza all'aperto dei detenuti e dei giorni di fruizione delle docce. E il suo giudizio è stato se possibile ancora peggiore. "Quanto alla riduzione delle ore di permanenza all'esterno - scrive Petrocelli - si rileva che dal tenore del provvedimento è evincibile come la predetta riduzione sia motivata con riferimento alla necessità di "stabilire l'ordine e sicurezza di istituto".
Eppure: "non risultano specificamente esplicitate le ragioni che hanno indotto ad una riduzione della metà delle ore di permanenza all'esterno, stante la genericità della dizione sopra richiamata".
Inoltre, "quand'anche volesse correlarsi la riduzione medesima alla notoria rivolta occorsa nell'istituto il 09 marzo 2020, tuttavia non potrebbe perciò solo concludersi che una soppressione così significativa tale da portare ad un dimezzamento del numero complessivo delle ore di permanenza all'esterno non determini un trattamento detentivo suscettibile di essere sussunto nell'alveo dell'articolo 35 ter dell'ordinamento penitenziario (risarcimento per violazione della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, ndr)".
Sono due, pertanto, le motivazioni individuate dal giudice di Sorveglianza per censurare l'operato della direzione carceraria. La prima fa riferimento al fatto che "i detenuti ristretti in Melfi i quali hanno partecipato attivamente alla rivolta sono stati colpiti da provvedimenti di trasferimento in altri Istituti adottati nella imminenza dei fatti e, quindi, in sostanza, la riduzione dell'orario viene ad operare indistintamente a danno dei ristretti rimasti che invece si sono dissociati dalla rivolta non prendendovi parte". Mentre la seconda evidenzia che non si è trattato "di una limitazione dell'orario la cui durata è stata circoscritta ad un breve periodo, a ridosso dei gravi fatti avvenuti il 09 marzo 2020, desumendosi dagli atti che la stessa sia ancora vigente alla data della relazione dell'Istituto (13 novembre 2020)".
di Michele Damiani
Italia Oggi, 17 marzo 2021
Avvocatura in protesta contro i disservizi della giustizia telematica. Dall'Unione camere penali, che ha indetto uno sciopero per la fine di marzo all'Associazione italiana giovani avvocati (Aiga) che ha presentato una serie di interrogazioni sull'argomento.
Avvocatura in protesta contro i disservizi della giustizia telematica. Dall'Unione camere penali, che ha indetto uno sciopero per la fine di marzo, all'Associazione italiana giovani avvocati (Aiga) che ha presentato una serie di interrogazioni sull'argomento, passando per l'Associazione nazionale forense e Movimento forense, sono molti gli organismi di rappresentanza dell'avvocatura che stanno protestando in merito ai continui ritardi e alle molte difficoltà che sta incontrando la categoria nel relazionarsi con la giustizia telematica e i suoi strumenti. Proteste, ma anche proposte, rivolte al neo-ministro della giustizia Marta Cartabia. Tutte con una parola d'ordine: agire in fretta.
Aiga. I giovani avvocati avevano già manifestato il loro disappunto alla fine di febbraio, inviando una lettera alla ministra Cartabia, oltre ad aver presentato una interrogazione parlamentare per denunciare le lunghe attese e le complicazioni incontrate dagli avvocati in questi mesi.
"Il problema non riguarda solo la piattaforma per il penale", spiega ad Italia Oggi il presidente Aiga Antonio De Angelis, "è tutta la giustizia telematica che non funziona, una problematica che va avanti da mesi. Nel Recovery plan sono previsti interventi per digitalizzare la giustizia. Bene, ma non possiamo aspettare i fondi europei. Questa è un'emergenza che va sanata subito.
Non è concepibile che gli avvocati debbano passare pomeriggi interi ad aspettare una Pec che attesti l'avvenuto perfezionamento del deposito. Spesso, peraltro, è capitato che questi disservizi abbiano provocato il rinvio delle udienze, a volte anche di mesi. È necessario quindi un intervento immediato, che vada a rafforzare la componente hardware della giustizia italiana in modo da rendere più rapido il portale, evitando che si blocchi ogni giorno. L'introduzione del processo penale telematico ha infatti rallentato e di molto la macchina, aumentando la mole di documenti e di atti da trattare. La situazione è veramente al limite.
Anf. Preoccupazione, ma anche certezza dell'importanza della giustizia telematica, arrivano invece dal segretario generale dell'Associazione nazionale forense Luigi Pansini: "Il processo telematico è una conquista e non si torna indietro", le parole ad Italia Oggi di Pansini.
"Oggi per il processo penale come ieri per il processo civile: all'inizio è fisiologico incontrare difficoltà anche se l'attuale contesto pandemico generale non aiuta. Ma occorre uno sforzo eccezionale: eliminare le criticità del funzionale del portale telematico penale e poi procedere con la telematizzazione degli uffici dei giudici di pace e della corte di cassazione, estendere l'obbligatorietà del telematico a tutti i provvedimenti dei magistrati, completare i processi di gestione e conservazione digitale degli atti processuali più complessi, riformare la digitalizzazione nella giustizia con modalità omogenee - anche attraverso un'unica piattaforma per i processi telematici - che possano favorire l'applicazione al mondo della giustizia dei più avanzati esiti della ricerca nel campo dell'apprendimento automatico e dell'intelligenza artificiale".
Movimento forense. La celerità negli interventi è uno dei punti sottolineati anche dal Movimento forense "riteniamo che la questione vada posta come irrinunciabile priorità degli investimenti nella digitalizzazione della giustizia, senza alcuna conflittualità e chiedendo a tutte le forze in campo di impegnarsi senza campanilismi. Il ministro saprà dare i giusti impulsi per garantire la migliore efficienza ed imparzialità nella gestione delle risorse. Crediamo che la logica dell'astensione non vada letta come strada preferita, anche per l'ovvio pregiudizio economico che ne deriva ai colleghi, bensì come ultima ratio di fronte alla disfunzione operativa del sistema telematico".
appiapolis.it, 17 marzo 2021
Il Presidente del Consiglio Regionale, Gennaro Oliviero, e la presidente della VI commissione permanente, Istruzione, Cultura, Ricerca scientifica e Politiche Sociali, Bruna Fiola, hanno in programma di indire un Consiglio regionale monotematico per affrontare il dilagante problema dei minori e giovani adulti a rischio.
"Il report del Garante dei detenuti sui minori a rischio è drammatico - dichiara il presidente Oliviero - la Campania risulta essere una delle regioni maggiormente interessata dal fenomeno della criminalità giovanile. Nel 2020 solo tra Napoli e provincia si contano 593.036 minori a rischio con una percentuale che si avvicina al 18%. I servizi sociali ne hanno presi in carico solo 498. Bisogna esaminare soprattutto i fattori a rischio. Il primo in assoluto è la dispersione scolastica. Infatti, il 40% dei minori abbandona la scuola troppo presto, creando una povertà culturale che li spinge verso la devianza. Altro fattore è il contesto camorristico dove i minori, sia per legame di sangue o amicizie dei quartieri dove il fenomeno è diffuso, sono fortemente a rischio. Da non sottovalutare le cosiddette baby gang, che praticano la violenza senza motivo e questo fenomeno spesso è praticato anche e soprattutto in età preadolescenziale. Dobbiamo individuare le strategie necessarie per il recupero di questi minori. La politica deve soffermarsi su cosa spinge i nostri giovani verso questo disadattamento e intervenire per correggerlo, perché non dobbiamo mai dimenticare che essi sono il nostro futuro e vanno tutelati".
"È fondamentale affrontare seriamente una discussione sui minori a rischio e sulla devianza minorile - ha dichiarato la Presidente della VI Commissione Bruna Fiola - Il report del Garante dei detenuti fotografa la situazione che per i minori resta allarmante.
Al 15 febbraio 2021 i minorenni in carico agli Uffici di Servizio Sociale per i minorenni sono in totale a Napoli 709, tra quelli presi in carico la prima volta (67) e quelli già precedentemente in carico (642). Nel 2020, si evince dal report, abbiamo avuto a Nisida 113 ingressi e ad Airola 40 per un totale di 153 ingressi in un anno. Dovremmo però agire su diversi livelli. Basti pensare al numero di assistenti sociali al Sud, dove quasi tutte le Regioni sono fortemente sotto organico e non raggiungono il rapporto di 1/6500, tantomeno quello di 1/5000.
In questo sarà decisivo il supporto del Governo nazionale, affinché si possa ridurre questo gap. Il risultato è difatti nefasto, perché così si allontana la possibilità di poter creare una rete assistenziale che possa sostenere i minori, che crescono in contesti dove il rischio di devianza è altissimo. Ed è soprattutto in questi contesti che il supporto va recepito come presa in carico della famiglia. Bisogna poter essere in grado di fornire percorsi di sicurezza e creare una rete tra gli assistenti sociali e le strutture territoriali.
Così come il fenomeno delle baby gang, che non a caso si prolifera in contesti familiari ed ambientali dove i ragazzi sono costretti a crescere senza sostegni affettivi adeguati e senza alcun orientamento socio-educativo. Una grande occasione dovrà essere il Recovery fund, dove sarà necessario investire fortemente sul Piano nazionale dell'infanzia. Investire in maniera decisiva in quartieri e in luoghi, dove i giovani sono abbandonati a loro stessi".
di Cristina D'Armi
laquilablog.it, 17 marzo 2021
Sono 152 i detenuti al 41bis nel Carcere dell'Aquila. L'emergenza sanitaria dovuta al Covid-19, oltre ad aver limitato la circolazione dei liberi cittadini, ha inasprito le restrizioni di coloro che sono reclusi nelle case circondariali. In un primo momenti i colloqui tra detenuti e familiari sono stati resi possibili tramite l'installazione di vetri in plexiglass. Con l'aumento dei contagi poi, gli incontri sono stati sospesi sostituendoli con l'aumento di chiamate e videochiamate tramite skype. Le ha previsti l'articolo 4 del decreto-legge 10 maggio 2020, n. 29.
Lo stesso trattamento non è stato adottato per i detenuti al 41 bis che, come emergo nella relazione fornita alle Camere il 28 gennaio 2021 dal Ministro della Giustizia Bonafede, sono 759 in tutta Italia. Di questi, 152 sono ristretti a L'Aquila. Per i detenuti a rigido regime sono previste delle restrizioni specifiche per ridurre la possibilità di comunicare con il "mondo esterno" in modo da evitare che essi possano continuare a gestire affari delittuosi. Pen consentire il colloquio mensile con i familiari, quindi, sono state cocesse ai detenuti al 41 bis due telefonate ravvicinate da effettuarsi presso la caserma dei carabinieri o presso il carcere di residenza del familiare. Ad oggi, i figli minori di 12 anni si sono visti negare qualsiasi possibilità di contatto con il proprio genitore. Per i giudici tale prospettiva è in contrasto con una serie di norme della Costituzione perché il mantenimento dei rapporti familiari e soprattutto genitoriali è fondamentale per il recupero sociale del reo. La decisione starà alla Consulta.
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