di Federica Cravero
La Repubblica, 19 marzo 2021
La procura apre un'inchiesta, l'episodio nella camera di sicurezza del palagiustizia. La procura di Torino ha aperto un fascicolo d'inchiesta su quanto accaduto nelle scorse settimane in una camera di sicurezza del tribunale di Torino, dove un giovane detenuto in attesa dell'udienza ha raccontato di essere stato malmenato da un agente della polizia penitenziaria dopo aver acceso una sigaretta.
L'udienza era alle 11. Il trentenne, che è in carcere al Lorusso e Cutugno per altre vicende da ottobre 2019 e nel processo che doveva affrontare era accusato di truffa, era assieme ad altri detenuti nella cella di sicurezza. "Qui non si fuma", gli avrebbe detto l'agente togliendogli la sigaretta dalle labbra e di fronte al rifiuto del detenuto di consegnare l'accendino lo avrebbe colpito violentemente al volto, facendogli sbattere la testa contro il muro e facendogli cadere gli occhiali a terra. E sarebbero stati gli altri agenti a intervenire separando i due. Una scena che aveva impressionato molto sia gli altri detenuti, che avevano iniziato a urlare e a inveire, sia un paio di operatori sanitari che accompagnavano la scorta del gruppo di detenuti.
Stordito dal colpo e dolorante, con un filo di sangue che usciva da una ferita al naso, sarebbe stato richiamato dall'agente, che ha una lunga esperienza alle spalle, che assieme alle scuse e all'offerta di ripagare gli occhiali rotti gli avrebbe chiesto, con velate minacce, di non riferire nulla dell'accaduto all'udienza. E in effetti l'imputato era riuscito a mascherare la ferita e il dolore sia davanti al pm Paolo Scafi che al giudice Giorgia De Palma e nulla aveva detto nemmeno al suo difensore, l'avvocato Andrea Stocco. Anche perché - ha raccontato in seguito il giovane - gli agenti erano in aula, a pochi passi da lui.
Solo nel pomeriggio, quando il detenuto ha avuto un malore e un fortissimo mal di testa, ha raccontato dell'aggressione subita. Inizialmente aveva detto di essere caduto dalle scale la mattina in tribunale, avendo perso l'equilibrio a causa delle manette. Poi però, portato in ospedale, ha cambiato versione. Del caso si è subito interessata la direttrice della casa circondariale, Rosalia Marino, che ha avviato un'indagine interna. "Da quel momento ho paura di essere punito, vivo nel terrore", ha detto al suo avvocato, che ha raccolto la sua testimonianza e ha presentato in procura una denuncia per lesioni. Il fascicolo è stato assegnato al pm Giovanni Caspani.
di Francesco Casula
Il Fatto Quotidiano, 19 marzo 2021
La denuncia di un parente. Un familiare ha scritto al direttore del carcere, al procuratore capo di Lecce e al ministro della Giustizia per denunciare la situazione in cui si trova il proprio congiunto e un'altra decina di detenuti. Contattata da ilfattoquotidiano.it, la responsabile del penitenziario salentino ha preferito non fornire chiarimenti. La procura sta seguendo la vicenda: non ci sarebbero ancora fascicoli aperti, ma fonti giudiziarie fanno sapere che se dovessero emergere notizie di reato sarà chiaramente avviata un'azione penale
"Nemmeno l'acqua ci hanno fatto prendere. Io non mangio da 4 giorni". È il racconto di uno dei detenuti del carcere di Lecce che da giorni, secondo quanto svelato al Fatto dai familiari, sarebbe stato trasferito in isolamento dopo aver scoperto di essere positivo al Covid. Non un caso isolato, però: il trasferimento avrebbe infatti riguardato complessivamente una decina di carcerati in particolare della sezione "C2" e sarebbe avvenuto nel corso della notte soprattutto senza che né i parenti né gli avvocati difensori dei detenuti fossero stati informati.
E quando la notizia è arrivata ai familiari è scoppiata la rabbia. I parenti lamentano condizioni in cui da giorni si trovano i loro congiunti: "Letteralmente deportati, privi di effetti personali, cibo e acqua, in isolamento" scrive Francesca, sorella di un ospite dell'istituto penitenziario salentino. In una pec inviata alla direttrice del carcere Rita Monica Russo, al procuratore della Repubblica di Lecce Leonardo Leone De Castris e al ministro della Giustizia Marta Cartabia, la donna ha denunciato che di aver ricevuto "la disperata telefonata" del fratello con la quale oltre a informarla di aver contratto il Covid come altri detenuti della sua sezione, ha raccontato che "ai detenuti risultati positivi al Covid e spostati in isolamento non sarebbe stata fornita nemmeno una bottiglietta d'acqua e per questo sarebbero costretti a bere da rubinetti acqua sporca e maleodorante, decisamente non potabile".
Da alcuni audio in possesso de ilfattoquotidiano.it è emerso inoltre che nelle scorse ore i detenuti avrebbero dato vita a uno sciopero: si sarebbero rifiutati di sottoporsi al rilevamento della temperatura svolta da un infermiere richiedendo la presenza di un medico che sostengono di non aver mai incontrato dal momento del loro collocamento in zona isolata.
Contattata per fornire una chiarimento sulla vicenda, la direttrice della Casa circondariale leccese ha preferito non rispondere alle domande. E in risposta alla sorella del detenuto ha replicato che l'amministrazione "ha attivato il protocollo sanitario condiviso con il medico competente della Asl di Lecce ed il dirigente Sanitario" e "ha adottato tutte le cure prescritte per i casi di positività asintomatica". La direttrice ha fatto sapere anche che "i detenuti positivi da Covid-19 sono rutti monitorati e assistititi presso il reparto Covid-19 allestito dalla Asl di Lecce e non presentano sintomi", per poi aggiungere che rispetto "alle ulteriori doglianze" della donna, "fornirà ogni informazione alla Sig.ra Ministra della Giustizia Marta Cartabia e al Sig. Procuratore della Repubblica di Lecce Leonardo Leone Dc Castris".
E la procura, intanto, sta seguendo la vicenda: non ci sarebbero ancora fascicoli aperti, ma fonti giudiziarie fanno sapere che se dovessero emergere notizie di reato sarà chiaramente avviata un'azione penale. Intanto tra i parenti serpeggiano timori: ai detenuti positivi, infatti, sarebbe stato vietato di presentare le "domandine", cioè le richieste da sottoporre alla direzione. Anche le video chiamate che in questo periodo hanno sostituito le visite familiari sono state vietate. Il telefono è l'unico mezzo con il quale i carcerati possono comunicare con i familiari.
Ed è da queste telefonate, alcune delle quali registrate dai familiari, sarebbero emerse le notizie che stanno preoccupando le famiglie. "In questo momento di grande fragilità" si legge ancora nella lettera inviata alle istituzioni "si stanno calpestando non uno ma due diritti fondamentali degli esseri umani: quello all'acqua e alla salute. Mi chiedo se si stiano monitorando le condizioni di salute dei detenuti dal momento che non verrebbe fornita loro nemmeno l'acqua.
E poi - chiede ancora la sorella di un detenuto - perché nessun legale è stato tempestivamente avvisato delle condizioni di salute dei rispettivi clienti? Si sarà ritenuto forse trascurabile il non comunicare ai famigliari che i propri cari hanno contratto il virus? È evidente come non esistano cittadini di serie A e serie B e anche se questi hanno commesso dei reati per i quali stanno pagando (altrimenti non sarebbero detenuti) non deve essere negato loro - ha aggiunto la donna - il diritto alla dignità". La richiesta, quindi, è quella di fare luce sulla situazione che per i familiari non è degna "di un Paese civile quale si presume sia l'Italia".
di Luana Costa
lacnews24.it, 19 marzo 2021
Si registrano nuovi casi tra il personale della polizia penitenziaria e i detenuti. Ma il virus circola anche negli altri istituti penitenziari della Calabria. Si estende il focolaio epidemico accertato nella giornata di ieri all'interno della casa circondariale "Ugo Caridi" di Catanzaro. All'esito degli screening effettuato sul personale della polizia penitenziaria e tra i detenuti, è stata registrata la presenza totale di 17 persone affette da Covid 19.
Il contagio - Nella giornata di ieri era stato accertato il contagio di quattro agenti della polizia penitenziaria e di tre detenuti di media sicurezza non reclusi, tuttavia, nelle stesse camere detentive. Da qui la necessità di effettuare una campagna di screening su tutta la popolazione carceraria che ha accertato la presenza di ulteriori 7 detenuti contagiati. Nella tarda serata di ieri si è avuto anche l'esito dei tamponi somministrati al personale della polizia penitenziaria che ha confermato la presenza di ulteriori tre agenti infettati.
Isolamento - Già nella giornata di ieri si era proceduto ad isolare i detenuti contagiati trasferendoli all'interno della sezione Covid, appositamente allestita fin dall'inizio della pandemia dell'istituto penitenziario. Gli agenti si trovano in isolamento domiciliare. Ma la presenza del virus nelle carceri calabresi non è così infrequente. Seppur in numeri decisamente ridotti si registrano casi di contagio anche all'interno degli altri istituti penitenziari.
La situazione in Calabria - Secondo un report aggiornato lo scorso 15 marzo un caso positivo tra gli agenti della polizia penitenziaria era stato registrato nella casa circondariale di Castrovillari, due a Crotone, uno a Palmi, due a Paola, due nell'istituto penitenziario di Arghillà a Reggio Calabria, uno nel carcere San Pietro, sempre a Reggio Calabria, uno a Rossano e uno a Vibo Valentia.
Corriere Fiorentino, 19 marzo 2021
Il 27 marzo un evento in diretta streaming con il ministro Franceschini. Volterra sarà protagonista di una delle tappe del progetto pilota nazionale "Per Aspera ad Astra", che nasce dall'esperienza della Compagnia della Fortezza guidata da Armando Punzo e che vede in rete 12 esperienze teatrali al lavoro in altrettante carceri italiane sostenute da 10 fondazioni bancarie tra cui la Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra.
Coinvolti circa 250 detenuti in percorsi di formazione professionale ai mestieri del teatro. L'appuntamento si terrà in streaming il 26 marzo dalle 10.30 alle 12.30, con la conduzione dell'attrice Andrea Delogu. Si intitola "Rigenerazione. Nuove sperimentazioni teatrali dentro e fuori il carcere" ed è stato scelto per celebrare la Giornata mondiale del teatro alla presenza del ministro della Cultura, Dario Franceschini.
catanzaroinforma.it, 19 marzo 2021
Lo ha annunciato il presidente Marco Polimeni. "Garantire ai detenuti uno strumento che ne tuteli i diritti è uno dei termometri più affidabili per misurare l'umanità di uno Stato, delle sue istituzioni, della sua società civile". Lo ha detto il presidente Marco Polimeni annunciando che è stato messo a punto il regolamento che istituisce il Garante comunale sui diritti dei detenuti. "È il prodotto della sinergia instaurata dall'amministrazione Abramo con il Consiglio dell'Ordine degli avvocati della provincia di Catanzaro". Il testo verrà inserito all'ordine del giorno del prossimo Consiglio comunale.
"L'istituzione del Garante - ha aggiunto Polimeni - è un segno tangibile di attenzione nei confronti dei detenuti, minori e non, anche in tempi di pandemia, che sono ristretti nelle due strutture catanzaresi: la casa circondariale Ugo Caridi e l'Istituto penale per minorenni. Carceri in cui le persone vengono private della propria libertà, ma non possono per questo essere private dei propri diritti o della possibilità di avviare percorsi di reinserimento sociale".
Il regolamento disciplina le modalità di elezione, la durata del mandato (quattro anni) e le attività di questa autorità di garanzia, le cui funzioni principali saranno la ricezione di segnalazioni sul mancato rispetto delle normative di polizia penitenziaria e su eventuali violazioni dei diritti dei detenuti, ma anche la promozione di iniziative di sensibilizzazione pubblica sui temi dei diritti umani e dell'umanizzazione delle pene di quanti sono limitati nella propria libertà personale. "Sono sicuro che l'aula approverà all'unanimità il testo di un documento che non è un vuoto adeguamento a norme di legge - ha concluso Polimeni - ma rappresenta un grande atto di civiltà pensato per difendere l'umanità delle persone e i loro diritti garantiti a livello nazionale e internazionale".
di Silvia Bombino
vanityfair.it, 19 marzo 2021
Aprile 2020, Venerdì Santo, Città del Vaticano. Nelle immagini di piazza San Pietro deserta, che hanno fatto il giro del mondo, Papa Francesco celebra la via Crucis. Davanti a lui ci sono: un detenuto che porta la croce, un magistrato, un poliziotto, medici e infermieri in camice bianco, un prete. A lato, un uomo con le sneakers bianche. "C'è un attimo che non dimenticherò mai. Prima di iniziare, eravamo appoggiati al portone, chiuso, della basilica. Guardavamo la piazza davanti a noi, avvolta in un silenzio surreale.
A un certo punto lui mi dice: "chi lo avrebbe mai detto, un anno fa...". Chi ascolta l'umana incredulità di Bergoglio è Don Marco Pozza, ed è quel signore con le sneakers bianche. È lì perché è il cappellano del carcere di massima sicurezza Due Palazzi di Padova, colui che ha raccolto le meditazioni di detenuti, agenti, magistrati e familiari di vittime legati al penitenziario e che verranno lette in mondovisione. Ma è lì soprattutto perché è legato da qualche anno al Santo Padre, con cui ha fatto ben tre programmi trasmessi da TV2000, dedicati rispettivamente al Padre Nostro, all'Ave Maria e al Credo, e altrettanti libri editi da Rizzoli. E ora andrà in onda sul Nove la serie Vizi e Virtù - Conversazione con Francesco dal 20 marzo alle 21:25. Eppure la sua faccia è sconosciuta ai più.
Chi è Marco Pozza, e come è diventato prete?
"La mia è la storia semplice di un ragazzo del Nordest, nato sull'altopiano di Asiago, in un paese piccolo, che era rimasto affascinato dal parroco del posto, Don Beppe. Era un prete senza tonaca, ma con un gran sorriso e tanta voglia di fare del bene. Il mio sogno era diventare come lui, avere la mia chiesa, il mio oratorio. Se mi avessero detto scegli un posto dove non lo vuoi fare avrei detto senz'altro: il carcere".
Perché?
"Sono pur nato in Veneto, terra leghista, dove chi sbaglia deve marcire dentro le galere".
Dopo Don Beppe, che cosa è successo?
"Alla fine della quinta elementare, a 10 anni e mezzo, ho chiesto ai miei genitori di poter entrare in seminario. Ero un bambino vivace e che difficilmente seguiva le regole, se non fossi diventato prete probabilmente sarei comunque finito in galera, ma dall'altra parte, quindi per loro era una proposta allettante. Mi hanno lasciato la libertà di provare, al massimo ne sarei uscito".
Che cosa ricorda del seminario?
"Ho avuto dei problemi, sono stato anche espulso, il mio carattere, dicono in Veneto, "non è farina da fare ostie". Però in quei 14 anni tanti piccoli dettagli mi hanno fatto capire che da prete sarei stato più felice. La chiamata insomma non è arrivata vedendo la Madonna o Gesù. E non so se morirò prete".
In che senso?
"Mi dispiacerebbe tantissimo essere certo di morire prete, perché vorrebbe dire che mi sono abituato a questa vita. Invece i motivi per cui questa mattina sono un sacerdote a mezzanotte scadono e domattina ne devo trovare altri, come in tutte le storie d'amore. Ho scelto di essere prete senza snaturare la mia persona: sono disposto a pagare tutto quel che c'è da pagare ma non voglio stravolgere il mio modo di ragionare, di vestire, di vivere le mie giornate. Se devo morire prete significa che nella vita, al primo tentativo, ho fatto gol, ma mi basta morire intellettualmente e spiritualmente onesto".
In seminario l'hanno riammessa.
"Hanno accettato i miei spigoli. Ho fatto la vita di un ragazzo semplice, normale, che si è innamorato, che ha pensato anche lui di mettere su famiglia, che aveva 7 in condotta, che ha fatto l'università, e a cui la vita ha sorriso finora. Sono andato avanti e ho studiato al liceo classico, poi mi sono laureato in Teologia. A 25 anni sono stato ordinato prete".
Dove ha iniziato a praticare?
"Io, uno di montagna, sono stato mandato in centro a Padova, a fare l'aiuto di un prete di 73 anni. Era un quartiere di gente benestante dove la formalità era importante: ricordo che mi presentai in canonica con i pantaloni corti, una maglietta e il cappellino girato all'indietro. Avevo voglia di fare, spaccare tutto. Quando chiesi che cosa dovevo fare, il parroco mi disse che avrei aiutato alla messa della domenica. E poi? Incalzai. "Vai a vendere le liquirizie al bar", mi disse. Ho capito subito che non avrebbe funzionato".
Come ha reagito?
"Ho fatto un calcolo: non veniva nessun giovane in chiesa, mentre c'erano 5 mila ragazzi in piazza a bere spritz. Quindi sono andato lì a evangelizzare all'ora dell'aperitivo. Io sono astemio, tra l'altro. Alla fine circa 400 ragazzi in chiesa sono riuscito a portarli. Gli adulti però me l'hanno fatta pagare, e dopo tre anni sono stato "invitato" a studiare a Roma, per il dottorato in Teologia".
Deluso?
"Sono un appassionato ciclista, per cui so che puoi perdere una tappa ma per vincere il Giro d'Italia è la classifica finale che conta".
Come è entrato al Due Palazzi di Padova?
"Mentre studiavo per il dottorato, una domenica mattina un mio caro amico mi ha chiesto di sostituirlo a una messa. Quando gli ho chiesto dove dovevo andare, mi ha detto: Regina Coeli. Lì è successo che celebrando la messa, quelle centinaia di volti che mi ascoltavano da dietro le sbarre mi hanno chiamato. Era come se mi dicessero: ci hai sempre giudicato, siamo dei pezzi di merda, siamo falliti, dobbiamo morire, ma ci hai mai incontrato veramente? A me, che sono uno che si incazza tremendamente quando la gente mi giudica senza conoscermi. Me lo ricordo come se fosse ieri: camminavo sul ponte di Castel Sant'Angelo e ho capito che dovevo accettare la sfida di amare quello che avevo sempre odiato. Così sono andato dal vescovo per chiedergli di mandarmi al carcere di Padova dove sapevo che mancava il prete. All'inizio era sorpreso, ma gli toglievo anche un problema".
Che cosa le ha insegnato il carcere?
"Tre cose, finora: primo, che in carcere non esistono le persone cattive, ma persone che nella vita hanno sbagliato. Secondo, niente panico, devo avere misericordia nei miei confronti, io che tutto sommato riesco a perdonare gli altri, ma quasi mai me stesso. Terzo, che la vita reale ha molta fantasia: al netto delle responsabilità che hanno per le azioni atroci che hanno commesso, non pensavo ci fosse tanta vita in un luogo che ho sempre collegato alla morte. Nessuno è perduto se trova qualcuno che gli si siede vicino e scommette su di lui".
Partecipa a conferenze in tutt'Italia, in particolar modo presso scuole. Va sempre in borghese?
"Mai avuta la divisa da prete, un po' perché il famoso Don Beppe che mi affascinava da piccolo non ce l'aveva. Un po' perché ho sempre avuto problemi con l'autorità e le divise, che segnalano l'importanza di un ruolo ma anche allontanano: a me piace giocarmela alla pari".
Come ha conosciuto Papa Francesco?
"Il 6 novembre 2016 era la domenica del Giubileo dei carcerati, perciò avevo portato a Roma una cinquantina di detenuti. A un certo punto, per strada, mi suona il cellulare. Rispondo e sento una voce che dice: "Ciao, sono Papa Francesco". Ovviamente ho pensato subito che fosse lo scherzo di qualche mio amico e ho buttato giù".
Ha buttato giù il telefono al Papa?
"Esatto, dopo poco però per fortuna ha richiamato: "Deve essere caduta la linea", ha detto. Mi ha chiesto di incontrare i detenuti a Casa Santa Marta. Questo mi ha fatto capire che mentre sono molto preparato al tragico della vita, non sono pronto alla bellezza. Quel giorno il Papa mi ha dato una grande lezione: il modo più bello che Dio ha, per farti capire che ti ama, è farsi trovare sotto casa. Gesù non aveva il cellulare, ma trovava le persone per strada. Lì è nata la nostra storia, che mi ha fatto sapere che dentro la Chiesa c'è qualcuno che mi vuole bene. Mi ha salutato mettendomi una mano sulla spalla: "Ricordati che non sei più solo, hai trovato un papà"".
Avete iniziato a collaborare subito?
"No. Io dovevo fare dei programmi sulla preghiera su TV2000 e avrei voluto chiedere al Papa di cosa sentiva quando recitava il Padre Nostro, ma non sapevo come avvicinarlo. Così gli ho scritto una lettera e l'ho spedita per posta, pensando: se mi risponde significa che deve succedere. Imbuco la lettera la domenica, martedì mentre ero in strada, ancora, mi chiama Papa Francesco. Mi dice che gli piaceva l'idea, io pensavo mi benedisse - che già era tantissimo - e basta. Invece mi ha detto che voleva fare l'intero programma con me. Incredibile".
Come è salvato il suo numero sul cellulare?
"È memorizzato in modo preciso, perché io non cada in scherzi. Ma non con il suo vero nome, ovviamente. Non dirò mai come".
Può raccontare qualcosa del set del nuovo programma?
"Eravamo in Vaticano, Papa Francesco è un atleta da combattimento: era a suo agio. Io ero sicuramente più emozionato".
Il dialogo con lui, nel programma, parte da come Giotto illustra i vizi e le virtù nella Cappella degli Scrovegni di Padova. Che cosa le ha detto il Papa che l'ha sorpresa, da teologo?
"Mi stupisce la sua freschezza, atteggiamento tipico delle persone intelligenti. È capace di parlarti in modo semplicissimo di cose difficilissime. Quando lui spiega la prudenza, che è la virtù che mi manca di più perché per me è sempre stata un freno che tarpava le ali, dice che in realtà la prudenza è saper capire che per essere creativi è necessario sbagliare. Non è il freno, ma le marce".
La cosa più sconvolgente che le ha detto?
"Gli ho confidato un problema: a volte, quando vado in chiesa a pregare la sera, e sono molto stanco, capita di addormentarmi. Lui mi ha sorriso: "Anche io, ogni tanto, prendo sonno mentre prego. Ma il problema", mi ha spiegato, "non è che tu prenda sonno, il problema è quando ti addormenti e sei fuori dallo sguardo di Dio". L'umanità della sua teologia è disarmante".
Per girare si è presentato sempre in jeans e sneakers.
"Non volevo mancare di rispetto, perciò ho detto al Papa: un conto è il rapporto tra me e te, un conto è davanti alle telecamere. Avevo portato la tonaca, gliela ho mostrata, se voleva me la sarei messa. Lui mi ha detto subito di no, che la gente mi conosceva così com'ero. Ho anche chiesto se dovevo dargli del "lei", così lui ha detto di esordire con "Santità", e poi passare al tu, come facciamo di solito".
Lei che è un prete anticonformista, viene criticato per il piumino o il cellulare?
"C'è un contributo che ogni sacerdote prende che gli permette di vivere, si tratta di circa mille euro al mese. A casa mi hanno insegnato a risparmiare".
Come vive gli impulsi sessuali?
"Da ragazzo ho avuto una fidanzata, ma poi ho scelto la strada che pensavo più felice. Come dicevo prima, può essere che mi innamori ancora, al cuore non si comanda. Credo che il Signore voglia la felicità delle persone, e, come dice Papa Francesco, prima delle regole, che ci devono essere, c'è la persona. L'ho capito stando in carcere, anche: avendo a che fare ogni giorno con il male, e il bene, che a volte si sovrappongono, ho perso ogni moralismo, non so sempre che cosa è giusto e che cosa è sbagliato".
Che cosa pensa dell'omosessualità nella Chiesa?
"Che cosa penso dell'omosessualità in generale, piuttosto. La comunità del carcere è laica, ci sono persone che seguono varie religioni, induisti, buddisti, atei. Poi è variopinta: alcuni soffrono per la loro omosessualità, altri se ne vantano, altri hanno una sessualità confusa. Penso che la risposta più bella è sempre quella di Papa Francesco: chi sono io per giudicare? Bisogna amarsi per come si è, a prescindere dalle sue scelte, dalle tendenze sessuali e dalle passioni. Nel carcere c'è molta più libertà che nel mondo fuori, la gente non si vergogna di raccontarsi per quello che è".
Nel programma c'è anche Carlo Verdone che racconta il suo rapporto tormentato con la fede e di come monsignor Tonini gli abbia spiegato come "telefonare a Dio". A lei Dio come parla?
"Non mi telefona. E ho un rapporto conflittuale con Lui: tante sere dormiamo separati. Quello che so è che tutte le volte che ho chiesto qualcosa non mi ha mai accontentato, tutto è arrivato per caso da posti impensabili e quando meno me lo aspettavo. Quindi Dio ha deluso tutte le mie aspettative, ma ha sorpreso il mio cuore. Se si fossero realizzati i miei sogni di bambino sarei tristissimo. Ormai chiedo solo che mi tenga una mano sulla testa, come diceva mia nonna. E prego Dio che non renda mai tranquilla la mia vita, amo il tormento".
di Maria Nudi
La Nazione, 19 marzo 2021
Diligenti e appassionati, con il loro profitto alzano il morale dei docenti nel momento degli scrutini. Sono i detenuti-studenti della casa di reclusione di via Pellegrini a lodarli con tono commosso e con grande soddisfazione è stata la dirigente scolastica dell'istituto "Barsanti" Addolorata Langella.
Il progetto scuola-carcere ha fatto un altro passo avanti e grazie al Pon Fesr Smartclass promosso dal ministero della istruzione, nell'ambito del progetto Classe Connessa, cinquemila euro sono stati investiti per dotare la scuola carceraria di via Pellegrini di mezzi informatici all'avanguardia. Sono stati acquistati cinque computer portatili di nuova generazione, cinque proiettori Acer, un carrello stazione di ricarica per custodia ed una grande lavagna interattiva. L'informatica all'avanguardia ha fatto ingresso nella scuola carceraria e ancora una volta grazie alla attività di didattica che da sempre fa parte della tradizione dello istituto penitenziario le barriere della casa di reclusione sono state idealmente abbattute. La società civile, in questo caso, la scuola è entrata nella quotidianità dei detenuti, circa un centinaio, che frequentano la scuola.
"La scuola è il vostro futuro. Le competenze che acquisterete studiando vi permetteranno di tornare in pista quando uscirete da questa pausa dalla società civile. Lo studio vi permetterà di trovare un lavoro. E in questo periodo di pandemia voi avete la possibilità di studiare in presenza. L'abbandono scolastico è spesso causa di delinquenza", ha spiegato la direttrice Maria Cristina Bigi nell'incontro tra il personale didattico, le dirigenti Addolorata Langella, Mariarita Mattarolo del CPA Massa Carrara, il personale didattico e una rappresentanza di detenuti studenti. Un momento significativo per i detenuti studenti.
"Abbiamo acquistato con i fondi del ministero e grazie all'impegno del personale delle segreterie strumenti informatici all'avanguardia che vi permetteranno di studiare in modo migliore grazie alle caratteristiche dei programmi operativi", ha spiegato Addolorata Langella visibilmente emozionata che ha lodato gli studenti della casa di reclusione di via Pellegrini perché in occasione degli scrutini hanno buone valutazioni.
"L'acquisto di mezzi informatici all'avanguardia significa che l'apparato scuola, dal ministero della istruzione, ai dirigenti, ai docenti credono in voi. Ricordate sempre che noi tutti oltre ad essere chi siamo anche cosa sappiamo fare. La scuola, lo studio sono importanti: vi permetteranno quando riprenderete le vostre vite di farlo in modo migliore.
Lo studio produce un profondo cambiamento, sarete diversi in modo positivo rispetto a prima. Potrete avere delle occasioni migliori, studiare cambia la prospettiva di vita. Credete in voi", ha concluso Maria Cristina Bigi. Un momento di confronto e di dialogo terminato con il grazie dei detenuti studenti ai dirigenti e docenti e naturalmente alla loro direttrice che chiamano di nome: oltre le barriere anche del linguaggio.
di Luca Tancredi Barone
Il Manifesto, 19 marzo 2021
La Spagna è diventata il settimo paese al mondo (il quarto in Europa) a garantire il diritto all'eutanasia. Con la legge approvata in via definitiva dal Congresso dei deputati, l'ordinamento giuridico accoglie un nuovo diritto, quello alla morte degna. La sanità pubblica dovrà inserirla fra i servizi offerti su tutto il territorio nazionale. A favore di questa legge, proposta da socialisti e Unidas podemos, tutti i partiti, con l'eccezione di Vox e Partito popolare.
La società spagnola dibatte sul tema ormai da più di 20 anni. Nel 2004 il regista Alejandro Amenabar, in Mare dentro, raccontava la vicenda di Ramón Sampedro, un tetraplegico che riuscì finalmente a porre fine alla sua vita nel 1998 dopo anni di lotta per ottenere il diritto al suicidio assistito. Il caso ebbe un'enorme eco mediatica e Izquierda Unida fu il primo partito a presentare la prima proposta di legge in tal senso. Allora ottenne solo 25 voti: più di 20 anni dopo, i voti a favore nel Congresso sono diventati 202 (su 350).
Numerose in questi anni le drammatiche storie di persone che hanno lottato per questo diritto, tutte ricordate ieri durante l'ultimo dibattito: da Maria José Carrasco, la donna affetta da sclerosi multipla avanzata che aveva pregato il marito di aiutarla a morire (il marito è sotto processo per averle somministrato il farmaco letale), a Maribel Tellaetxe, che aveva chiesto a figli e marito di aiutarla a morire quando l'Alzheimer le avesse cancellato il loro nome dalla memoria, fino a Antoni Monguilod, malato di Parkinson che per anni aveva chiesto alla moglie di aiutarlo a morire, ma non voleva finisse nei guai come il marito di Carrasco. Secondo sondaggi come quello di Metroscopia, l'appoggio della società a questa norma è oggi intorno al 90% (era solo del 50% negli anni 90).
La nuova norma, che allinea la Spagna a paesi come Belgio, Lussemburgo, Olanda, Canada e Colombia, prevede che i residenti in Spagna da almeno un anno, maggiorenni che soffrano di "una malattia grave e incurabile" o di "una patologia cronica, grave e impossibilitante", che provochi "una sofferenza fisica e psichica intollerabile", capaci di intendere e volere, in "maniera autonoma, cosciente e informata" possano avvalersi di questo nuovo diritto. Ne dovranno fare richiesta scritta (a meno di esserne impossibilitati), dopo essere stati informati correttamente e per iscritto sul loro stato di salute e sulle alternative di cure palliative disponibili. La decisione potrà essere inserita nel testamento biologico o documento equivalente e potrà essere revocata o ritardata in qualsiasi momento.
La richiesta dovrà essere ripetuta dopo 15 giorni: a quel punto verrà consultato un secondo medico, che dovrà stilare un rapporto. Poi interviene una commissione di garanzia multidisciplinare regionale, che in due giorni deve nominare un medico e un giurista. In una settimana dovranno stabilire se vengono rispettati tutti i requisiti. Contro una eventuale decisione negativa il paziente potrà fare ricorso. Tutto il processo dura circa un mese.
La modalità potrà essere quella dell'eutanasia attiva (con l'intervento dei medici), o quella del suicidio assistito (il paziente si potrà somministrare un farmaco), e potrà avvenire in ospedale, clinica o nel proprio domicilio. I medici potranno fare obiezione di coscienza. L'approvazione della legge è stata salutata da un lungo applauso dei parlamentari presenti in aula (gli altri partecipavano telematicamente), mentre i deputati di Vox esibivano cartelli minacciando di fare ricorso al Tribunale costituzionale (ne hanno facoltà, avendo più di 50 deputati).
La legge entrerà in vigore dopo tre mesi dalla pubblicazione in Gazzetta, ma già dal giorno dopo le comunità autonome potranno iniziare il procedimento per nominare le commissioni: è stato l'unico emendamento approvato al Senato, assieme alla possibilità che nelle commissioni entrino anche infermieri. Dovranno esserci almeno sette persone, ma i criteri sono lasciati ai governi locali.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 marzo 2021
Il saggio del giudice Antoine Garapon e del filosofo Jean Lassèguek. Aule chiuse, monitor accesi. Così, durante la pandemia, ha preso forma il processo penale telematico, un grande contenitore, tenuto nel cassetto per anni, in cui coesistono sia necessarie e importanti innovazioni nel segno della semplificazione, sia novità preoccupanti in termini di garanzie. In effetti, se da un lato è stato finalmente implementato, con non poche difficoltà e inefficienze, l'accesso al fascicolo digitale, dall'altro si è imposta l'udienza da remoto, modalità difficilmente compatibile con i principi cardine del processo penale.
Proprio del travolgente impatto del digitale sull'essenza stessa del rito e, più in generale, del difficile rapporto tra innovazione tecnologica e giustizia, si sono occupati Antoine Garapon e Jean Lassègue ne "La giustizia digitale. Determinismo tecnologico e libertà", edito in Italia da Il Mulino. In questo saggio gli autori riflettono su rischi, pericoli e opportunità della digitalizzazione della giustizia, tenendosi distanti tanto da un approccio di tipo negazionista - di negazione cioè dell'esistenza del digitale e dei suoi possibili usi applicati alla giustizia -, quanto da un ingenuo entusiasmo tecnofilo, figlio, al contrario, di una cieca e acritica fiducia nei confronti della tecnica, fondata sull'errata convinzione che quest'ultima possa dare vita a entità infallibili e dalle proprietà divinatorie.
"Ogni società non consacra forse le proprie risorse a ciò che ha valore ai suoi occhi?", si chiedono il giudice e il filosofo francesi. Domanda che, meno elegantemente, si potrebbe riformulare in questo modo: "è giusto sacrificare diritti e garanzie processuali sull'altare dell'efficientismo?".
Infatti, se è vero che il processo da remoto comporta meno costi per l'amministrazione rispetto a quello celebrato in tribunale, è altrettanto vero che "le interazioni sullo schermo sono ridotte a uno scambio di informazioni a metà strada fra lo scambio fisico e la comunicazione via mail". Questo perché "il video priva la relazione giudiziaria del linguaggio del corpo e di tutto quello che suscita la compresenza". In un processo, invece, bisognerebbe poter "accompagnare la propria parola a una postura fisica e a una concentrazione adeguate. La parola acquisisce forza di persuasione grazie a una particolare gestualità". Il rito senza questi elementi si smaterializza, dà vita ad una "aleaturgia digitale" nel segno della discontinuità: fra rituale e procedura, tra comunicazione e informazione, fra gesto e parola. L'impressione è quella di assistere ad una simulazione malriuscita dell'udienza in presenza: "ritroviamo in questo la stessa differenza che corre tra leggere un testo religioso sul proprio e- reader sulla metro o salmodiarlo in una sinagoga. L'effetto prodotto non è lo stesso poiché il formalismo del linguaggio informatico non gode della stessa capacità trasformativa del formalismo rituale".
La forma, d'altronde, è sostanza, come dimostra una recentissima ricerca condotta dalla University of Surrey da cui emerge un dato preoccupante: nei procedimenti da remoto, oltre al numero delle sentenze di condanna, aumenta anche la severità delle pene concretamente irrogate.
Al di là del processo telematico, gli autori affrontano, tra i tanti aspetti, anche quello della giustizia predittiva. La rarefazione dei giudizi, l'atrofizzazione delle conoscenze giuridiche rispetto a quelle informatiche e la proliferazione del conformismo giudiziario sono solo alcuni dei possibili effetti della predictive justice.
Essa, infatti, sarebbe in grado, secondo Garapon e Lassègue, non tanto di far scomparire il campo giuridico, quanto di annetterlo, degradando la "conoscenza del diritto ad una qualità quasi secondaria per il giurista". In definitiva, "La giustizia digitale" si presenta non solo come un'utile bussola per affrontare il tema del difficile equilibrio tra innovazione e garanzie individuali, ma anche come una lettura indispensabile per decifrare l'enigma dell'informatica applicata al diritto.
di Alessandra rizzo
La Stampa, 19 marzo 2021
Il piano della ministra Patel per allontanarli dal territorio nazionale. "I richiedenti asilo saranno trasferiti a Gibilterra o sull'Isola di Man". Dopo un anno record per numero di migranti che hanno attraversato il Canale della Manica, il Regno Unito di Boris Johnson si prepara a dare una stretta, e lo fa con una proposta che scatena polemiche prima ancora di essere annunciata: potrebbe deportare i migranti che facciano richiesta di asilo politico all'estero così da allontanarli dal territorio nazionale.
Le associazioni umanitarie insorgono, gli esperti di diritto prevedono una battaglia giudiziaria e le opposizioni parlano di idea "inumana". La ministra dell'Interno Priti Patel, falco del Partito Conservatore che ha da sempre una linea dura sull'immigrazione sebbene sia lei stessa figlia di immigrati, presenterà la settimana prossima un pacchetto di misure per una riforma del sistema post-Brexit. Tra le proposte ci sarebbe quella di creare all'estero dei centri in cui far alloggiare i migranti mentre le loro richieste di asilo politico vengono esaminate.
Secondo il Times, che insieme ad altri quotidiani inglesi ha dato la notizia, tra le possibili destinazioni ci sono Gibilterra, territorio britannico, e l'isola di Man, al largo delle coste britanniche, una dipendenza del Regno Unito. Peccato che entrambi i governi abbiamo immediatamente protestato. Il Primo Ministro di Gibilterra, Fabian Picardo, ha fatto sapere di non avere avuto nessun colloquio con Londra, ma ha detto di nutrire "serie preoccupazioni" di fronte a un'ipotesi "completamente impraticabile".
Dall'isola di Man, il primo Ministro Howard Quayle paragona l'ipotesi ad un pesce d'aprile. La Turchia sarebbe un'altra opzione. L'idea, una politica già adottata dall'Australia, non è del tutto nuova nemmeno per il Regno Unito. Nei mesi scorsi si era paventata la possibilità di mandare i richiedenti asilo politico in territori d'oltremare nell'Oceano Atlantico, o a bordo di navi da crociera per creare centri di smistamento galleggianti.
Ipotesi poi giudicate irrealistiche dal governo. Ma gli ultimi dati sul numero di sbarchi avranno rinforzato la determinazione di Patel. Nel 2020, circa 8.500 migranti sono arrivati sulle coste del Kent a bordo di gommoni o altre imbarcazioni di fortuna. Dall'inizio di quest'anno, secondo alcune stime di associazioni umanitarie, il numero sarebbe già di 800.
A destare preoccupazione sono anche le squallide condizioni di alcuni dei centri in cui sono attualmente detenuti gli immigrati: in un'ex caserma dell'esercito in cui centinaia di rifugiati hanno contratto il Covid si sono verificate nelle settimane scorse proteste violente, e un incendio che la polizia sospetta sia stato doloso. Downing Street non ha confermato, ma nemmeno smentito la notizia. "Stiamo cercando di capire cosa possano fare gli altri Paesi", ha detto un portavoce. "Dobbiamo aggiustare un sistema che è rotto, per renderlo severo ma giusto".
Patel ritiene che la misura non solo possa ridurre sensibilmente il numero di sbarchi, ma incontri anche il sostegno dell'opinione pubblica. Altre misure incluse nel pacchetto prevedono l'ergastolo per i trafficanti di esseri umani e controlli più severi sull'età dei richiedenti asilo, dopo casi in cui persone adulte si sono spacciate per minori. Il governo spera di presentare un disegno di legge entro la fine dell'anno.
Ma secondo alcuni esperti, l'idea di deportare chi arriva sul territorio britannico in attesa di una decisione sull'asilo politico rappresenterebbe una violazione della convenzione delle Nazioni Unite per i diritti dei rifugiati, esponendo il governo a potenziali azioni legali di fronte alle corti per i diritti umani. "Questa misura non fa nulla per affrontare il motivo che spinge le persone ad intraprendere un viaggio tanto pericoloso", ha detto la Croce Rossa Britannica. Per i laburisti si tratta di un'idea "assurda", che dimostra come il governo "abbia perso il controllo e la compassione", mentre per il liberal democratici è una proposta "impraticabile e inumana".











