baritoday.it, 20 marzo 2021
Va avanti il progetto per l'apertura dello sportello per i servizi anagrafici nel carcere di Bari. In giornata la Giunta ha approvato lo schema di protocollo d'intesa tra Comune e la struttura in corso Alcide de Gasperi per l'avvio del servizio. Nello specifico il Comune, l'ufficio del Garante regionale e la Casa circondariale di Bari, nel corso dell'ultimo triennio, hanno intrapreso una serie di interlocuzioni finalizzate a favorire l'esercizio dei diritti e delle opportunità di partecipazione alla vita civile delle persone private della libertà personale. Da una prima ricerca sulle esigenze della popolazione detenuta condotta nella struttura penitenziaria è emersa proprio la necessità di assicurare un'adeguata e tempestiva fruizione dei servizi comunali di anagrafe e di stato civile, con particolare riferimento ai servizi di emissione di certificati per i residenti, rilascio di autentiche e dichiarazioni sostitutive di atti di notorietà, rilascio di carte di identità in formato cartaceo per i residenti, ricezione delle istanze di iscrizione e di cancellazione anfagrafica, oltre che alla celebrazione di riti civili e alla redazione di atti di riconoscimento di paternità.
Per questo si è scelto di sottoscrivere un protocollo d'intesa che impegna i soggetti coinvolti nell'individuazione di un luogo fisico deputato ad accogliere lo sportello all'interno della struttura, in cui verranno resi tanto i servizi di stato civile quanto quelli di anagrafe. Lo sportello demografico sarà attivo con cadenza periodica grazie alla presenza di un ufficiale di anagrafe o di stato civile incaricato dalla direzione della ripartizione Servizi demografici, elettorali e statistici, che potrà accedere alla Casa circondariale munito di preventiva autorizzazione.
Tutti gli aspetti relativi alle modalità di erogazione del servizio saranno regolati con provvedimento dirigenziale in cui si definiranno le incombenze e l'autorizzazione ad operare all'interno della struttura. Nell'ambito del protocollo, quindi, l'allestimento dello sportello sarà curato dal Comune di Bari che metterà a disposizione una postazione di lavoro completa (pc, sistema di connessione, stampante laser e stampante ad aghi) collegata alla rete comunale per l'accesso ai Sistema informativo settoriale della popolazione e alla banca dati anagrafica. La Casa circondariale, invece, metterà a disposizione del Comune un ufficio da destinare in via esclusiva allo svolgimento delle funzioni istituzionali di anagrafe e stato civile designato quale sede comunale, facendosi carico delle spese relative alle utenze.
"Questo atto per noi è un passo importante nell'ambito di una politica che guarda ai diritti delle persone, tutte - spiega Eugenio Di Sciascio - Da tempo stiamo lavorando per avvicinare i servizi e le istituzioni ai cittadini cercando, ove possibile, di velocizzare e migliorare le procedure, pur tra molte difficoltà determinate dalla pandemia. questo ulteriore traguardo va ad aggiungersi a questo impegno. Crediamo che portare all'interno della Casa circondariale i servizi anagrafici, come pure i riti civili tra cui il matrimonio, sia un modo per agevolare la vita di tante famiglie che hanno un proprio congiunto in stato di detenzione e, così facendo, portare l'Istituzione in un luogo deputato, oltre che all'applicazione della pena, anche e soprattutto alla reintegrazione sociale dei detenuti".
"Sono molto contenta di questa opportunità, che rappresenta un'esperienza attualmente attiva solo in pochissimi altri istituti italiani - dichiara Valeria Pirè, direttrice della Casa circondariale -. Si tratta di un'iniziativa di grande valore anche a livello simbolico perché, riconoscendo la non extra-territorialità del carcere rispetto alla città, la comunità e le sue istituzioni si fanno carico dei detenuti e del loro diritto di cittadini. Spero questo segnale venga colto dagli stessi detenuti affinché possano intraprendere un percorso di consapevolezza".
"Penso che, nell'ottica esclusiva del benessere degli ospiti della casa circondariale, questa iniziativa sia davvero una buona notizia - osserva Piero Rossi, garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà -. Il fatto che l'amministrazione comunale abbia inteso dislocare nella struttura penitenziaria un importante servizio, quasi questa fosse una sorta di Municipio comunale, è un elemento di grande civiltà ma anche di dichiarata consapevolezza dell'amministrazione di voler prendersi cura, nell'ambito delle proprie competenze, delle persone detenute. Una scelta estremamente importante sia sul piano concreto che su quello simbolico. Da questo punto di vista, il garante non solo darà massimo risalto a questo progetto ma soprattutto si impegnerà affinché venga diffuso in altri luoghi di detenzione".
di Luca Preziusi
Il Mattino di Padova, 20 marzo 2021
Il consigliere "colpevole" è salvo. Non ci sono i presupposti e gli estremi per configurare un reato. Questo l'esito del parere chiesto dall'amministrazione comunale all'avvocatura civica di Palazzo Moroni, che dopo aver valutato attentamente il caso, si è espressa così sulla vicenda del consigliere comunale che aveva scritto il nome del latitante Matteo Messina Denaro sulla propria scheda di voto durante lo scrutinio per nominare il garante dei detenuti.
Sia il sindaco Sergio Giordani che l'assessore alla legalità Diego Bonavina avevano minacciato di rivolgersi alla Procura qualora ci fossero i termini per una denuncia, pur non nascondendo mai troppo i loro dubbi che si potesse arrivare a procedere contro l'autore. Un modo forse per provare a stanare il consigliere misterioso, che il 3 marzo scorso invece di votare uno dei 7 candidati a ricoprire il ruolo all'interno del carcere Due Palazzi per conto dell'amministrazione, aveva scritto sulla propria scheda il nome del superboss ricercato dal 1993.
Una scelta non troppo opportuna (coperta dal segreto del voto) che ha scatenato le reazioni di mezzo consiglio comunale, e in pochi giorni è finito anche sui tavoli delle ministre di Giustizia e Interno, grazie ad una pioggia di interrogazioni portate a Roma dai parlamentari di Pd e Fratelli d'Italia. Lo stesso prefetto Renato Franceschelli aveva definito il gesto "indegno" prima del disprezzo espresso dal garante nazionale dei detenuti Mauro Palma e della discesa in campo di Libera. L'associazione che da anni si occupa di lotta alla mafia aveva invocato le dimissioni del consigliere, così come aveva fatto il giorno prima anche il sindaco Giordani.
"Nell'immediato abbiamo espresso la volontà politica di presentare un esposto per la gravità dei fatti, ma poi è ovvio che il caso andava studiato dal punto di vista giuridico" spiega l'assessore (e avvocato) Bonavina "e quindi mi sono confrontato con molti miei colleghi e ho chiesto anche un parere alla nostra avvocatura per capire come procedere. Purtroppo, come avevo previsto, è emerso in maniera netta come non ci sia un reato sottostante, e per quanto il gesto sia assolutamente deprecabile ci manca lo strumento per presentare un esposto".
Sergio Giordani quindi non potrà presentarsi in tribunale con queste premesse per denunciare il consigliere, ma in realtà in Procura c'è già un esposto e lo ha depositato la scorsa settimana il Pd, attraverso il segretario cittadino, Davide Tramarin: "Da parte nostra la condanna totale del gesto vile rimane assolutamente" evidenzia Bonavina "ma se in base all'esposto del Pd la Procura dovesse ritenere di aprire un'inchiesta, noi siamo prontissimi anche a costituirci parte civile in un eventuale procedimento. Credo però che a questo punto nella coscienza di chi si è macchiato di tutto questo, dovrebbe emergere anche il coraggio di chiedere scusa alla città". Intanto domani è la giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.
di Massimo Franco
Corriere della Sera, 20 marzo 2021
Il premier, che è insieme il sintomo e la conseguenza del nuovo equilibrio, ha dato la sensazione di una persona sicura di sé e quindi in grado di trasmettere fiducia. Non si può dire che sia stato un esordio timido. La prima conferenza stampa di Mario Draghi, dopo settimane di silenzio apprezzato o criticato, ha mostrato un presidente del Consiglio sicuro, rassicurante e a tratti ironico. Molto più a suo agio di fronte alle domande, a tutte le domande, di quanto si potesse immaginare. Pronto a vaccinarsi con AstraZeneca, dopo che lo ha già fatto il figlio a Londra. Consapevole delle difficoltà e della parzialità nella distribuzione degli aiuti. E molto sintetico. Anche se le oltre tre ore di ritardo con le quali si è presentato hanno rischiato di proiettare sul suo esordio le ombre del passato: quelle di una coalizione litigiosa e patologicamente protesa a frenare l'azione del governo.
Il rinvio ripetuto dell'orario è dipeso da una lunga trattativa, soprattutto con la Lega, che voleva sottolineare la sua insistenza sul condono fiscale: un'impuntatura che alla fine si è rivelata un modo per marcare un fazzoletto di territorio elettorale; ma ha fatto pensare anche ad una certa incomprensione della fase nuova apertasi nel Paese. Nel lungo negoziato che ha preceduto la riunione del Consiglio dei ministri qualcuno ha visto la volontà dei partiti di non apparire irrilevanti. Da giorni, il mantra dello scontento contro Palazzo Chigi e alcuni ministri di Draghi è che farebbero tutto da soli.
Se era davvero questo l'obiettivo, in apparenza può avere avuto successo. Ma solo in apparenza. In realtà ha mostrato quanto sia miope la voglia di alcune forze di riproporre dinamiche che hanno umiliato la politica, invece di cogliere le opportunità di una stagione nuova: un'occasione per ricostruirsi e rilegittimarsi. Il premier ha liquidato le rivendicazioni della Lega concedendo la mole di "annunci passati" e di "bandiere identitarie" che "tutti i partiti" si portano dietro. Il problema, ha aggiunto, è chiedersi quali siano di buonsenso e quali dannosi. Insomma, li ha trattati come riflessi automatici di un'epoca finita, e che tuttavia tende a riaffiorare in alcuni comportamenti.
La conferenza stampa poteva finire per accreditare l'idea di continuità con un passato caotico. Le liti tra alleati prima del Consiglio dei ministri; il rinvio dell'inizio dell'incontro; le voci di un negoziato teso e forse inconcludente; e il primo impatto con i giornalisti. Ma questa immagine distorta è stata corretta in un'ora di risposte su tutto, dalle vaccinazioni al Quirinale, ai rapporti con le Regioni e con la Commissione europea. Risposte rapide, nette, a domande tutt'altro che addomesticate. E in qualche caso, repliche volutamente ipersintetiche: come quando è stato chiesto a Draghi se voglia succedere a Sergio Mattarella come capo dello Stato e quanto durerà il suo governo. Dipende dal Parlamento, si è limitato a dire.
La sensazione complessiva è stata quella di una persona molto sicura di sé e di quello che deve fare; e anche per questo in grado di trasmettere fiducia a un'Italia che la miscela di crisi economica e pandemia rende spaventata e disorientata. Le spiegazioni che ha dato sulla sospensione del vaccino di AstraZeneca; le proiezioni sulla campagna dei prossimi mesi; gli aiuti che il governo darà ai poveri; la tranquillità con cui ha spiegato l'esigenza di "dare soldi e non chiedere soldi" finché c'è la pandemia: sono tutti pezzi di una strategia che non contempla né annunci enfatici né allarmismi. Lascia intuire un percorso già tracciato, che prevede non scontri tra Stato e Regioni ma correzioni graduali e condivise dei comportamenti.
Draghi si è limitato a dire un "non va bene" quando a livello locale ci si muove "in ordine sparso". E in parallelo ha descritto un intero Paese pronto a mobilitarsi per fare meglio. È riuscito a inquadrare in una cornice di puro pragmatismo, senza veleni ideologici, anche un argomento divisivo come il prestito europeo del Mes sulla sanità. Quando ci sarà un piano ben definito, ha spiegato, deciderà il Parlamento se prendere o meno quei soldi. Il cambiamento di stile e di linguaggio è oggettivo. Ma va detto che Draghi è aiutato da una situazione così compromessa per il sistema politico, da consegnargli le chiavi del futuro del Paese.
Sa di avere creato molte, troppe aspettative. E sembra consapevole anche che possono trasformarsi in delusioni. Ma ormai governa, e vuole andare avanti facendo presto e nel modo migliore. Gli equilibri del passato sono già saltati, e il premier probabilmente è insieme il sintomo e la causa di questo cambiamento radicale. Ma l'accelerazione non è figlia della subdola volontà di qualche potere sovranazionale; semmai, dell'inadeguatezza di chi ha mostrato limiti di competenza e di strategia. Le resistenze riemerse ieri dall'interno della coalizione confermano che alcune logiche sono dure a morire. Gli stessi canoni del sovranismo populista sembrano arretrare tatticamente, ma sopravvivono, pronti a riaffacciarsi alla prima occasione; e la principale sarebbe un fallimento del tentativo di Draghi. Forse sarebbe bene che il "fronte conservatore" disseminato lungo l'intero arco parlamentare si rendesse conto della profondità dei cambiamenti in atto. E invece di vivere questo laboratorio unitario e inedito come una minaccia, si rivelerebbe lungimirante accettandolo non come una parentesi da chiudere presto, ma come un trauma salutare per reinventarsi e rimettersi in piedi.
di Vincenzo Rosati*
Corriere della Sera, 20 marzo 2021
La proposta di un insegnante del progetto IoValgo che aiuta i "dispersi" a prendere il diploma: "Le scuole permettano a questi ragazzi di tornare in classe".
Ci si è interrogati spesso su come rendere al meglio le lezioni da remoto o quali strumenti di valutazione adoperare. Ma una domanda, a mio avviso, non è stata posta: possono usufruire tutti della Dad? Il diritto allo studio (per ora a distanza) è stato tutelato e garantito per le fasce più povere e deboli della popolazione? La risposta è negativa. Guardiamo nelle periferie, dove vive la maggior parte di questa popolazione che di anno in anno cresce considerevolmente. Se durante il periodo ante-Covid la situazione socio-culturale nelle periferie, dove vivono (o giacciono) i dimenticati, era grave, adesso è una tragedia in atto. A mo' d'esempio, nelle prossime righe racconterò di alcune esperienze raccolte in una delle tante borgate italiane: Napoli, quartiere Scampia. Attualmente vivo lì. E come educatore e insegnante faccio lezione di storia, italiano e musica per il progetto IoValgo presso la scuola CasArcobaleno. Nella sua missione il progetto IoValgo si propone, anzitutto, di combattere la profonda ferita del Sud: la dispersione scolastica; in secondo luogo, si prefigge di dare una seconda possibilità per una propria realizzazione agli adolescenti della periferia di Napoli che, essenzialmente, non hanno alcuna considerazione di sé(da qua il nome del progetto Io valgo). Nella pratica di tutti i giorni, la scuola offre ogni anno un percorso di studio ponderato per quei ragazzi e ragazze che, dopo esser stati bocciati ripetutamente, per motivazioni spesso legate anche a disagi familiari e sociali, vogliono prepararsi all'esame di terza media e, in alcuni casi, continuare un progetto di studio al liceo.
Nei soli 4 kmq di estensione del quartiere ci sono quasi 100.000 abitanti. La Dad non fa che amplificare i profondi disagi familiari con cui si è costretti a vivere come in un carcere. Seguire le lezioni da casa non è facile quando non si ha alcuno strumento elettronico né connessione alla rete né tantomeno una stanza propria per poter seguire le lezioni, ma solo uno smartphone e un divano letto o un tavolo della cucina da condividere con altri fratelli o sorelle, con la mamma o il papà, magari agli arresti domiciliari, o la compagna o il compagno di questi che non accetta i figli e in alcuni casi li maltratta. E' un fatto grave che le periferie vengano ancora una volta lasciate per ultime, ma è ancora più grave che la risposta educativa alla situazione emergenziale creata dal Covid-19 non sia partita anzitutto dalle fasce più deboli.
C'è ancora spazio, a mio parere, perché qualcosa venga fatto e almeno le sorti di quest'anno scolastico vengano tratte in salvo. Il ministero dell'Istruzione potrebbe provvedere al rilancio dell'educazione dei bambini e adolescenti più poveri attraverso una forma di Dad solidale. Ogni istituto scolastico avrà l'incarico di rintracciare gli alunni e le alunne che sono impossibilitati a poter proseguire la didattica a distanza e invitarli a venire nella struttura. Successivamente bisognerà distribuire, secondo i protocolli di sicurezza, i vari studenti nelle classi dove potranno seguire da banchi singoli. Preferibilmente i ragazzi seguiranno le lezioni direttamente in presenza con gli insegnanti, mentre gli altri studenti della classe saranno collegati in remoto. Nel caso in cui non si riuscisse ad ottenere una compresenza di alunni e professori, gli studenti saranno comunque invitati a seguire le lezioni a distanza usufruendo degli spazi e strumenti della scuola. Fornire strumentazioni, spesso peraltro non adeguate (ad esempio i tablet, ma non le sim necessarie alla connessione), non è assolutamente una soluzione per queste situazioni perché è proprio la famiglia spesso l'ambiente invalidante da cui i ragazzi dovrebbero affrancarsi, almeno durante la scuola. Il progetto di Dad solidale porterà non solo a disincentivare l'assenteismo ma trasmetterà un chiaro messaggio di solidarietà a quei ragazzi e ragazze che da sempre sentono di essere emarginati e del tutto inutili alla società. E concorrerà a un aumento del capitale umano, partendo proprio dagli ultimi, che da sempre hanno fame di riscatto, di un raggiungimento concreto, di un miglioramento della loro condizione e di quella dei loro cari.
*Educatore e insegnante per il progetto IoValgo
di Luigi Manconi e Federica Resta
La Repubblica, 20 marzo 2021
Dagli algoritmi che identificano i colpevoli al rischio di profilazione etnica Anche l'intelligenza artificiale ha bisogno di limiti. In gioco c'è la libertà. È difficile pensare a una scelta più autenticamente umana-e così intensamente percorsa dall'empatia - di quella dell'adozione. Da essa discende, infatti, la scommessa di una complessa genitorialità. Ovvero, la volontà di ricreare quanto di più inimitabile esista: il rapporto tra genitori e figli.
Ecco, quindi, l'esigenza di un vaglio quanto mai attento della personalità dei potenziali genitori, capace di rapportarne ogni parola, ogni gesto, persino ogni silenzio al ruolo di padre e madre che si candidano a svolgere. Ebbene, apprendere che in Florida persino quella scelta (sia pur nelle sole fasi preliminari) sia stata affidata da alcune associazioni agli algoritmi, rende meglio di ogni altro esempio l'idea della pervasività dell'intelligenza artificiale nelle nostre esistenze quotidiane e nelle nostre relazioni interpersonali.
In proposito, molte sono le letture possibili: suggeriamo in particolare "Intelligenza artificiale. L'impatto sulle nostre vite, diritti e libertà", di Alessandro Longo e Guido Scorza, pubblicato da Mondadori nel 2020. Se, infatti, è da promuovere il ricorso "benefico" all'intelligenza artificiale in ogni campo (ad esempio per migliorare la diagnosi o la terapia di determinate patologie) è essenziale, però, avere chiaro il limite oltre il quale non si può (e non si deve) "fare tutto ciò che si può fare". Un caso su cui riflettere è quello dell'uso dell'intelligenza artificiale a fini investigativi. Gli autori dell'assalto a Capitol Hill del 6 gennaio scorso verrebbero identificati, a quanto è dato sapere, grazie ai software di riconoscimento facciale forniti da Clear-view, società specializzata del settore, a partire da un database di 3 miliardi di immagini "rastrellate" tra le tracce disseminate in rete. E questo, nonostante le carenze di tali tecniche riscontrate già nel 2019 dal National Institute of Standards and Technologies, secondo cui il tasso di errore nell'identificazione biometrica è molto più elevato - da 10 a 100 volte - nel caso degli afroamericani e degli asiatici. In Italia, nel novembre scorso, è stato adottato un bando di gara per individuare il miglior sistema di riconoscimento facciale da utilizzare in tempo reale nell'identificazione di persone straniere.
Il Ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, in risposta a un'interrogazione parlamentare del deputato Filippo Sensi, ne ha escluso l'utilizzo nei confronti dei migranti. Per altro, le stesse tecniche erano state già utilizzate dalla Polizia di Stato nel 2018, in occasione dell'arresto di due cittadini georgiani, accusati di furto in appartamento. E sarebbe interessante capire se il successivo giudizio abbia confermato o meno il "sospetto" del software.
Le dichiarazioni, ormai così frequenti, sull'opportunità dell'estensione del riconoscimento facciale ad altri ambiti (dagli stadi agli aeroporti) ci proiettano in una dimensione dalla quale è facile precipitare, senza colpo ferire, in una società "biosorvegliata". Qualcosa di simile, potenzialmente, a quanto accade in Cina, dove telecamere installate ovunque registrano ogni più minuto movimento. Ne consegue una domanda: ci si può fidare degli algoritmi? Perché il pericolo connesso a questo tipo di tecniche è, innanzitutto, quello dei falsi positivi: e, quindi, dell'individuazione e stigmatizzazione di soggetti del tutto innocenti.
Come a Detroit, la scorsa estate, quando, per un furto di cinque orologi, venne arrestato un afroamericano del tutto estraneo ai fatti a causa di un errore dell'algoritmo di riconoscimento facciale utilizzato dalla polizia. "Spero che non siate convinti che tutti i neri si somiglino" è stato il commento dell'uomo. Commento che, per la verità, andrebbe rivolto, prima che alla polizia, a chi ha progettato quell'algoritmo maldestro. Insomma, il pericolo della profilazione etnica, sia pur solo preterintenzionale, è assai elevato: tanto più se tali tecniche sono correlate al potere coercitivo e alle diverse forme di privazione o limitazione della libertà. Più in generale, si avverte il rischio di cristallizzare negli algoritmi, persino amplificandoli, i pregiudizi che già ci condizionano, alimentando una vera e propria "tecnologia del sospetto", e del sospetto fisiognomico.
La tendenza oggi prevalente è quella a ritenere gli algoritmi come neutri, e per ciò virtualmente infallibili, imparziali e, in una parola, "giusti", molto più di quanto lo possa essere l'umana, troppo umana, razionalità "naturale". Accade così che, dagli stessi algoritmi, si facciano dipendere decisioni sempre più significative per la vita individuale e collettiva, smarrendo il senso del limite che invece va posto con risolutezza di fronte all'inarrestabile volontà di potenza della tecnica.
E il primo limite che l'intelligenza artificiale deve rispettare è quello della non discriminazione, per evitare di rendere talmente regressivo da apparire distopico ciò che invece può e deve rappresentare uno strumento di progresso sociale e persino, se ben utilizzato, di riduzione delle diseguaglianze. Si pensi alla condanna a sei anni inflitta in Wisconsin a un afroamericano per effetto, tra l'altro, della prognosi di recidiva, stilata da un algoritmo incline ad assegnare ai neri un tasso di pericolosità maggiore di quello attribuito ai bianchi. Presumibilmente, il giudizio umano sarebbe stato, in quel caso, assai meno "lombrosiano" di quanto sia stata, invece, la fredda razionalità artificiale.
Il problema, allora, non è tanto e non è solo se il diritto sia - come scriveva Francesco Carnelutti – "materia ribelle ai numeri", ma è che forse dobbiamo insegnare all'algoritmo a "pensare", liberando noi, assieme a lui, di tutte quelle forme di intolleranza che una democrazia matura non può tollerare. Dietro tutto ciò, emerge la domanda - tenace e molesta come un rovello - che accompagna le peripezie e i dilemmi delle democrazie mature: come conciliare l'innovazione e le sue mirabolanti potenzialità con la tutela rigorosa delle garanzie individuali e dei diritti sociali? È un interrogativo a cui è arduo rispondere, ma che è impossibile eludere.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 20 marzo 2021
Manca personale negli uffici, assunzioni a rilento. Solo il 5% delle domande sono arrivate in fondo. In Italia sono tra i 600 e i 650 mila gli irregolari, privi di diritti e di attenzione sanitaria.
Più che un flop, è una sconfitta per tutti. Più che motivo di ironia d'una fazione contro l'altra, dovrebbe essere ragione di preoccupazione collettiva, specie nell'Italia di oggi, attesa da stress test importanti per la macchina della sua pubblica amministrazione dopo la pandemia. Com'era prevedibile sin dall'inizio assai faticoso, ha suscitato scherno tra gli avversari politici, e soprattutto in quella destra sovranista che più l'aveva osteggiata, il fallimento della sanatoria per i lavoratori stranieri irregolari. Il provvedimento era stato fortemente voluto tra la primavera e l'estate 2020 dall'allora titolare dell'Agricoltura, la renziana Teresa Bellanova. Alcuni hanno esultato come di fronte a una significativa vittoria della propria parte. Altri si sono spinti a dileggiare le lacrime di commozione sfuggite alla ministra, con un passato da bracciante, nel dare l'annuncio del "suo" provvedimento lo scorso maggio: "Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili". Non è andata come sperava la Bellanova.
Nato da una logica di compromesso in una coalizione assai contraddittoria sul tema delle migrazioni, e dunque con l'avvertenza di non definirlo per ciò che era (una sanatoria), il provvedimento conteneva limiti troppo stretti ed escludeva categorie assai importanti, come gli edili. Pensato in buona parte per i lavoratori dei campi (e giustificato proprio dalla carenza di braccia causata dal Covid-19) ha finito per rivolgersi soprattutto a colf e badanti. E, anche in questo caso, non ha centrato l'obiettivo.
I dati sono impietosi. Fa testo un'interrogazione parlamentare del deputato Riccardo Magi del 9 marzo, sulla base della campagna "Ero straniero", secondo cui il numero delle domande finalizzate a sei mesi dalla chiusura dei termini era inferiore all'1% di quelle presentate. Al 31 dicembre 2020, a fronte di 207 mila domande inoltrate dal datore di lavoro per fare emergere un rapporto irregolare o istaurarne uno nuovo con un cittadino straniero, erano stati rilasciati appena 1.480 permessi di soggiorno dalle questure in tutta Italia. Al 16 febbraio, il 5% delle domande era nella fase conclusiva della procedura e il 6% in quella precedente (convocazione in prefettura di datore di lavoro e lavoratore per la firma del contratto): in 40 prefetture le convocazioni non erano nemmeno iniziate. Non che mancasse, per carità, una previsione normativa di supporto: conoscendo le voragini di organico in questure e prefetture, e valutando il nuovo carico di lavoro, l'articolo 103 del decreto-legge 34 del 2020, indicava i fondi per assumere personale e adeguare gli strumenti informatici (fino a 30 milioni per il 2021).
All'interrogazione di Magi, che si concludeva con la canonica domanda "che fare?", il ministero dell'Interno ha dato una risposta su cui sarà opportuno meditare. In sintesi: si spiega che "rallentamenti nella trattazione delle istanze" sono dovuti "ad adempimenti procedurali, che investono le competenze intrecciate di più amministrazioni (prefettura, questura, ispettorato del lavoro, Inps), articolandosi in complesse fasi sub-procedimentali..." (sic) e, alla pandemia che tutto frena; per uscire dall'incastro, si è pensato di far ricorso a "lavoro a termine" tramite un'agenzia di somministrazione, sin dal 29 maggio 2020; naturalmente sono occorse un'indagine di mercato e una procedura negoziata via Consip; si aggiungano tre mesi (!) tra gara aggiudicata e firma del contratto, la selezione di 800 addetti su ventimila candidati, la necessità di stipularne i contratti individuali e di indirizzarli infine, quali assistenti amministrativi, agli Sportelli unici per l'Immigrazione, "in misura proporzionale alle istanze di emersione pervenute". Quindi, "si confida" che entro questo mese gli 800 assistenti comincino a dare una mano: in soldoni, si arriva ad aprile e sarà passato quasi un anno tra il decreto e l'inizio della sua attuazione.
Questa storia si può leggere in due modi. Dal punto di vista di chi si occupa di migrazioni, è una sconfitta perché in Italia sono tra i 600 e i 650 mila gli invisibili, privi di diritti e soprattutto di attenzione sanitaria in tempi di pandemia; è una consolazione parziale, perché comunque 207 mila invisibili sono emersi da questa platea e la ricevuta della domanda di emersione fa titolo per l'assunzione; ed è un suggerimento (magari anche al neosegretario del Pd) per superare la deriva delle sanatorie: tenere aperta su base individuale una procedura sempre accessibile di regolarizzazione per gli stranieri già radicati, senza precedenti penali e con lavoro disponibile sul nostro territorio.
Ma, da un punto di vista più generale, la vicenda ci rivela che non le (pur vistose) contraddizioni a monte hanno affossato il provvedimento, ma una malattia che corrode la cinghia di trasmissione di qualsiasi provvedimento all'interno della nostra vita pubblica. Negli uffici il personale o è mancante o è pletorico, chi va in pensione (anche a causa di quota 100) non viene sostituito (la filiera di regolarizzazioni dei migranti in una cittadina in provincia di Latina, ad esempio, è andata in tilt per il pensionamento dell'unico ispettore e da agosto tutto s'è fermato). La pubblica amministrazione è in ginocchio e il lavoro agile s'è tradotto in qualcosa di troppo vago per essere funzionale alle istanze del cittadino. Qualsiasi provvedimento del decisore politico sconta una distanza assai importante con la sua concreta attuazione: perché, a fronte di una società sempre più complessa e di palizzate corporative sempre più alte, si è inceppata la macchina che deve calarlo nella realtà, renderlo pulsante nel nostro quotidiano.
Andare dritti al punto con i sindacati per un patto sul lavoro pubblico è stata una prima buona mossa del premier Draghi e del ministro Brunetta. Ma la strada dell'inferno è lastricata di protocolli sul pubblico impiego: e la campana non suona per la sanatoria della Bellanova, ma per tutti noi.
di Valeria Forgnone
La Repubblica, 20 marzo 2021
Per la prima volta il movimento guidato da Mattia Santori prende posizione sull'argomento dibattuto per "consentire ai consumatori di non rivolgersi più alla criminalità". Il senatore del Carroccio, Pillon: "Prima di parlare, fatevi un giro in una comunità di recupero". Per Magi, primo firmatario della proposta di legge: "Il proibizionismo uccide, la legalità mai". Perantoni: "Non sia più un crimine".
Approvare la proposta di legge che decriminalizza la coltivazione domestica di cannabis. È l'appello lanciato dalle Sardine al presidente Mario Perantoni e ai membri della commissione Giustizia a Montecitorio e che per la prima volta prendono posizione su un argomento così dibattuto. Secondo il movimento di opposizione al sovranismo, la coltivazione in casa della cannabis "consentirebbe ai consumatori di non rivolgersi alla criminalità, libererebbe le forze dell'ordine e tribunali da inutili procedimenti, potrebbe separare il mercato della cannabis dalla altre sostanze stupefacenti e permetterebbe anche a chi non riesce a ottenere la terapeutica di potersi curare".
L'appello delle Sardine - "Si tratta dell'unica occasione concreta che abbiamo in questa legislatura per fare un passo in avanti", spiegano le Sardine che invitano a firmare "l'appello al presidente e a tutti i membri della commissione giustizia della Camera dei Deputati, su iocoltivo.eu. Ormai - si legge nel testo delle Sardine - è passato oltre un anno dalla sentenza delle Sezioni unite della Corte di Cassazione che ha stabilito che la coltivazione domestica di cannabis per solo uso personale non costituisce reato. Per tutelare pienamente i diritti dei consumatori, però, non basta una sentenza, infatti ancora oggi si rischiano processi che durano anni. Il Procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho ha dichiarato che la libertà per i consumatori di autocoltivare cannabis, toglierebbe alla criminalità organizzata una fetta importante di mercato". Secondo le stime infatti, "i consumatori di cannabis che ogni anno decidono di coltivare sono oltre 100mila. I motivi che spingono le persone ad autocoltivare sono tantissimi, dal risparmio alla garanzia di consumare una cannabis di qualità. In questo lunghissimo anno però il Parlamento non ha saputo cogliere queste indicazioni", ricordano dal movimento guidato da Mattia Santori.
Magi: "Il proibizionismo uccide, la legalità mai" - Ringrazia le Sardine, Riccardo Magi, deputato del gruppo Misto, primo firmatario della proposta di legge C.2307. "Il proibizionismo uccide, la legalità mai", osserva Magi riferendosi all'appello dell'associazione 'Meglio Legale' a cui stanno aderendo "migliaia di cittadini affinché si arrivi all'approvazione della proposta di legge, a firma mia e di tanti altri colleghi, per una completa decriminalizzazione della coltivazione domestica di cannabis per uso personale. Al governo e alla ministra Dadone chiedo solo di avere un approccio laico rispetto ai risultati oggettivamente disastrosi delle politiche proibizioniste degli ultimi decenni sul piano sociale, economico e della giustizia. E chiedo quindi che, come previsto dalla legge, sia convocata la Conferenza nazionale sui problemi connessi con la diffusione delle sostanze stupefacenti", dice ancora Magi.
La proposta di legge per la coltivazione domestica della cannabis - Dopo un breve stop in Commissione Giustizia alla Camera per quasi un anno, ora sono riprese le audizione per la proposta di legge che decriminalizza la coltivazione domestica di cannabis (C.2307), che ha come primo firmatario Riccardo Magi. Nel 2019, una sentenza delle Sezioni unite della Corte di Cassazione ha considerato "non penalmente rilevante la coltivazione in casa per uso personale della cannabis. Ma i tribunali continuano in tutta Italia a comportarsi in maniera diversa, spesso intervenendo con il sequestro della pianta e con una sanzione amministrativa - spiega Magi - Con la legge invece la coltivazione diventerebbe decriminalizzata e il cittadino non correrebbe più rischi. Un altro punto è la depenalizzazione dei fatti di lieve. In sette casi su dieci, infatti, si finisce in carcere per fatti non gravissimi - precisa ancora Riccardo Magi - E la coltivazione domestica della cannabis rappresenterebbe il primo passo per una vera legalizzazione".
La reazione di Perantoni: "Non sia più un crimine" - All'appello è arrivata già una prima reazione, quella di Mario Perantoni, presidente della Commissione Giustizia della Camera di Deputati, a cui le sardine hanno indirizzato l'appello per approvare la proposta di legge C.2307 (Magi e altri) che decriminalizza la coltivazione domestica di cannabis, depositata presso l'organismo da lui guidato. Quello di cui si fanno portavoce le sardine, sul tema della cannabis, è "l'ennesimo, condivisibile appello proveniente dalla società civile che chiede al parlamento un passo verso una legislazione più avanzata e moderna su questo e su altri temi, come il suicidio assistito. Mi auguro - spiega Perantoni - di poter ridare impulso ai lavori in commissione quanto prima su entrambe le questioni e quindi anche sulle proposte di depenalizzazione della coltivazione domestica per uso personale della cannabis. A quel punto e nel merito ciascun gruppo politico dovrà assumersi le proprie responsabilità e scegliere se andare incontro alle istanze della società oppure ignorarle".
La Lega attacca - La Lega, con il senatore Simone Pillon va subito all'attacco. "Personalmente credo che le Sardine e i loro amici dovrebbero farsi un giro in una comunità di recupero prima di parlare, facciano tutti i proclami che vogliono, ma la droga è morte. Qualcuno vorrebbe chiudere i nostri ragazzi nei cessi a fumare canne per non disturbare il manovratore - accusa il vicepresidente della Commissione Infanzia e adolescenza del Senato - Io preferisco che possano studiare, partecipare alla vita del nostro Paese, e divertirsi in modo sano senza assumere porcherie". Gli risponde ancora Magi: "Al senatore Pillon chiedo di liberarsi dalla sua gabbia ideologica che non lo abbandona neanche quando visita le comunità di cui parla". E intervengono anche le Sardine: "In moltissimi Stati, anche europei, la regolamentazione della cannabis è al centro delle agende politiche e di governo. E mentre gli Stati legalizzano la cannabis, Pillon non perde occasione per palesare la sua visione retrograda di società. Ma gli ricordiamo che di cannabis, ad oggi, non è mai morto nessuno in millenni di utilizzo. Siamo pronti a sfidarlo, su questo. E siamo anche pronti ad accompagnarlo nelle comunità di recupero: scoprirebbe che le persone in trattamento per dipendenza da cannabis sono una minoranza e che il vero allarme è quello delle droghe pesanti e sintetiche", aggiungono.
L'argomento cannabis, dalla coltivazione in casa alla legalizzazione, da sempre scatena dibattito e polemiche. Con il centrodestra irremovibile sulla posizione del 'no' e con i Radicali schierati a favore e per primi portavoce di questa battaglia che ora sta raccogliendo sempre più consensi. Tra questi c'è anche quello della ministra del M5S per le politiche giovanili nel governo Draghi, Fabiana Dadone, che in passato aveva espresso delle posizioni precise sul tema e, per questo, finita nel mirino della leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni. Dadone, inoltre, potrebbe ricevere la delega governativa alle politiche antidroga. Decisione che ha scatenato ancora di più l'ira di Meloni.
di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 20 marzo 2021
I testi del ragazzo trovati dal padre e raccolti in un libro. Il 45enne morì nel 2015 durante il trattamento sanitario obbligatorio. C'è un ragazzo piegato su un foglio a scrivere di sé e del mondo. Ma il suo mondo non è lo stesso che vedono gli altri. Andrea Soldi è malato e quel che scrive segue quel che sente. La prima crisi catatonica, i momenti più duri, quelli buoni, i ricordi del suo tempo felice, i racconti dal limite della ragione.
Andrea scrive cartoline dalla schizofrenia, dal 1991 al 2006. Un diario - incredibile per consapevolezza e chiarezza - con il quale racconta i momenti in cui diventa un altro. E poi scrive lettere: a suo padre Renato, a sua sorella Cristina, ai nipoti, alle persone care che ruotano attorno a lui. Ma tutti quei pensieri appuntati sulla carta restano in un cassetto della sua casa e della sua mente. Il diario mai letto da occhi diversi dai suoi, le lettere mai spedite. Poi arriva il 5 agosto del 2015, Andrea Soldi muore, a 45 anni, dopo un trattamento sanitario obbligatorio durante il quale - hanno stabilito le sentenze di condanna in primo e secondo grado - è stato sbagliato tutto quel che si poteva sbagliare. Suo padre Renato non potrà mai dimenticare quel pomeriggio drammatico, anche perché era lì, nella piazza torinese dove Andrea è stato raggiunto dallo psichiatra e dai vigili urbani per il Tso: "Ero a 200 metri da lui e l'accordo con il medico era di non farmi vedere, così mi sono detto: è in buone mani, e sono andato a casa. Se sapesse quante volte mi sono rimproverato... se mi fossi avvicinato anziché fidarmi del dottore...". Renato, 85 anni, è stato sopraffatto dai sensi di colpa e già prima che succedesse il peggio torturava se stesso perché non sapeva se e quanto del suo bene arrivasse ad Andrea. Adesso lo sa. Sa che quel ragazzo tranquillo - che tutti nel quartiere chiamavano "gigante buono" e che passava ore seduto sulla sua panchina - provava per lui un amore sconfinato. Sa che Andrea ha sempre capito e saputo di essere amato.
La casa - Lo ha scoperto quando ha svuotato la sua casa per affittarla. Ha aperto un cassetto e ci ha trovato il mondo di suo figlio: tanti fogli scritti a mano - con pochissime correzioni - che erano un viaggio nella sua mente. Parole dure, commoventi, poetiche, allegre, preoccupate, mai folli. Pagine che alcuni psichiatri hanno letto e considerano "un documento straordinario" per entrare nei territori più remoti della schizofrenia. Tutto questo è diventato un libro che la casa editrice indipendente add pubblicherà il 14 aprile. Autore: Matteo Spicuglia. Titolo: "Noi due siamo uno", che poi è anche il titolo di una canzone degli Eurythmics che Andrea ha scritto su uno dei suoi fogli, accanto al suo nome e cognome annotato tutt'attorno. Non è casuale, quella canzone e per la verità niente è casuale in quello che Andrea scriveva. Ci sono date, ricordi precisi, sensazioni ripescate dai tempi felici dell'infanzia. Ma, soprattutto, ci sono descrizioni dell'altro, il cobra. Quando stava male lui diventava cobra, sua sorella Cristina era una mangusta, suo padre uno scimmione, sua madre a volte un serpente altre volte un leone. "In questo libro c'è mio fratello ma c'è anche la nostra famiglia, ci sono le persone che lo hanno aiutato" dice Cristina. Nei fogli di Andrea sua madre Enza (malata di Sla e morta da molti anni) c'è sempre ma è un'immagine in sottofondo, come fosse un paesaggio della sua vita. In un passaggio dice: "Da quando si è ammalata, provo una sensazione di impoverimento, l'impossibilità a guardare le situazioni dal verso giusto".
Una stella - A volte lui si credeva una stella, si vedeva "mandato su Torino, sceso dall'alto del cielo come un vento", altre volte scriveva di suo padre in terza persona: "Sta piangendo! Non sa di essere amato ma ama". Altre ancora era "foglia attaccata a un ramo che insegue il suo destino". Il suo destino è cadere "ma le amiche foglie muoiono insieme a lei" e cadendo tutte assieme diventano "un evento che non ha più fine...". In fondo è quello che è successo a lui. È caduto e cadendo è diventato "evento": ha fatto rumore, si è fatto sentire dal mondo.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 20 marzo 2021
Circa tre mesi fa, un decreto della presidenza dell'Afghanistan ha istituito la Commissione congiunta per la protezione dei difensori dei diritti umani, col mandato di "rafforzare la cultura dei diritti umani e venire incontro alle preoccupazioni nazionali e internazionali sulla situazione dei diritti umani nel nostro paese". Quell'iniziativa si è rivelata vuota, priva di una strategia di attuazione, di condivisione delle informazioni, di attivazione di meccanismi di denuncia e di misure concrete di protezione (scorte, trasferimenti in altre città ecc.)
In Afghanistan, le donne e gli uomini che difendono i diritti umani continuano a morire. Come prima, più di prima. Dal 12 settembre 2020, quando sono iniziati i negoziati di pace, al 31 gennaio 2021 sono morti almeno 21 difensori dei diritti umani: come Mohammad Yousuf Rasheed, direttore del Forum per elezioni libere e regolari in Afghanistan, assassinato il 23 dicembre nel centro di Kabul insieme al suo autista; o come l'attivista per i diritti delle donne Freshta Kohistani, uccisa insieme a suo fratello a Kapisa.
L'anno scorso sono stati assassinati almeno 20 giornalisti, tra cui molte donne: come la nota giornalista televisiva Malalai Maiwand (nella foto), uccisa col suo autista a Jalalabad praticamente in concomitanza con l'istituzione della Commissione congiunta. Il 2021 rischia di terminare persino peggio. Secondo l'Unama, la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan, dal 1° gennaio 2018 al 31 dicembre 2021 sono stati uccisi 32 difensori dei diritti umani.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 20 marzo 2021
A dieci anni dalla rivolta che defenestrò il rais Moubarak, portò al potere i Fratelli Musulmani, a loro volta privati del governo dal golpe del generale al. Sisi, l'Egitto è piombato in una spirale repressiva sempre più stretta. L" omicidio Regeni o l'incarcerazione senza fine di Patrick Zaki sono quelle che riguardano più da vicino l'Italia ma non passa giorno senza che attivisti per i diritti umani, avvocati, blogger giornalisti o semplici cittadini non incappino nella stretta sorveglianza del regime. Che nega costantemente qualsiasi critica affermando che le detenzioni sono in linea con la legge e che i tribunali operano in modo indipendente. Questa volta però nelle mani del sistema giudiziario egiziano è finita una figura molto rappresentativa.
La nota attivista per i diritti umani, la 27enne Sanaa Seif, è stata condannata da un tribunale del Cairo a 18 mesi di reclusione. Il reato contestato dai pubblici ministeri è quello di "trasmettere notizie e voci false" sulla diffusione del coronavirus nelle carceri. La donna ha negato qualsiasi accusa mentre il suo avvocato, Hesham Ramada, hspiega che condanna è stata aggravata per un supposto insulto ad un agente di polizia. La vicenda giudiziaria al momento si è chiusa in attesa che venga presentato ricorso contro la sentenza presso un tribunale di grado superiore.
Saana è stata arrestata nel giugno scorso in circostanze che lasciano intendere come il processo sia viziato da un intento politico a partire dal fatto che non le è stato consentito di presenziare in aula. È finita in manette mentre si trovava, con altri membri della famiglia, davanti l'ufficio di un Procuratore per presentare una denuncia a seguito di un attacco contro di loro avvenuto, il giorno precedente, fuori dal complesso carcerario di Tora del Cairo Nel tumulto un agente avrebbe spinto la madre di Saana provocando la sua reazione. Il motivo per cui il gruppo si trovava presso il penitenziario è significativo: aspettavano di ricevere una lettera dal fratello di Saana, Alaa Abdel- Fattah, anche lui attivista finito in carcere. Abdel è un blogger molto seguito in Egitto, nel settembre 2019 è finito in cella per una manifestazione antigovernativa, arresto arrivato in seguito al rilascio nel marzo dello stesso anno dopo cinque anni di carcere per aver contestato i processi dei civili eseguiti da tribunali militari. Per Amna Guellali, vicedirettore di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africana, la condanna di Saana rappresenta "un altro duro colpo per il diritto alla libertà di espressione in Egitto. Le autorità hanno dimostrato la loro inesorabile intenzione di punire qualsiasi critica al loro triste passato in materia di diritti umani". Amnesty ha anche ha denunciato come il processo sia stato basato su false accuse. L'ong Human Rights Watch ha documentato vari focolai sospetti nelle carceri e e nelle stazioni di polizia tra lo scorso marzo e luglio, periodo durante il quale si ritiene che almeno 14 prigionieri siano morti per complicazioni dovute al Covid- 19. La vicenda di Saana Saif è intrecciata a quella familiare, non solo per la persecuzione ai danni del fratello, ma soprattutto per la storia del padre, l'avvocato Ahmed Seif El- Islam, morto nel 2014 in seguito a un intervento chirurgico al cuore. Il legale rimane tuttora una delle figure più conosciute tra i difensori dei diritti umani. Anche lui ha conosciuto le carceri e le torture. Fu arrestato quattro volte, sia durante l'era Sadat che sotto Mubarak. Tra gli anni 70 e 80 come leader del movimento studentesco e per la sua militanza nelle organizzazioni della sinistra egiziana è stato sequestrato, picchiato e seviziato con l'elettricità, fino a quando non gli è stata procurata la rottura di un braccio e di una gamba.
Nel 1989 mentre era ancora in carcere si laureò in Giurisprudenza (seconda laurea dopo quella di Scienze politiche), divenuto avvocato difensore partecipò ad alcuni dei maggiori processi contro esponenti politici dell'opposizione come i Socialisti rivoluzionari e il Partito di Liberazione islamica nel 2003 e 2004. Un'attività intensa e appassionata per far rispettare i diritti umani, segnata proprio dalla sua esperienza personale di perseguitato e culminata nel 2011 con l'ennesimo arresto avvenuto quando le forze di sicurezza presero d'assalto il Centro legale Hisham Mubarak in quella che è ricordata come la "Battaglia del cammello". In occasione della sua morte, all'età di 63 anni, proprio i suoi figli, Abdel Fattah e Sanaa Seif, non poterono visitarlo in ospedale perché erano stati già incarcerati.
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