di Viviana Mazza
Corriere della Sera, 22 marzo 2021
Condannata a un anno e mezzo di carcere. L'accusa: "Ha pubblicato notizie false sulla diffusione del coronavirus nelle prigioni e offeso un ufficiale". La famiglia: aiutateci- Per la festa della mamma, che in Egitto era ieri, Laila Soueif riceverà in regalo la possibilità di far visita ai suoi due figli in carcere una volta in più del previsto: oggi vedrà Sanaa, dopodomani Alaa. Di solito - ci dice al telefono dal Cairo - è possibile solo una volta al mese, per venti minuti, e per un solo membro della famiglia. "Giustificano queste restrizioni con il coronavirus".
La sua è la famiglia di attivisti più nota dell'Egitto. Mercoledì scorso, Sanaa Seif, 27 anni, la più giovane dei suoi tre figli, è stata condannata a un anno e mezzo di carcere: un anno per aver "pubblicato fake news" sulla pandemia in Egitto e la diffusione del virus nelle prigioni; sei mesi per offesa ad un ufficiale di polizia. La giovane aveva criticato su Facebook la gestione del Covid da parte delle autorità carcerarie. Non era l'unica. Un rapporto di esperti delle Nazioni Unite lo scorso agosto sollevava sospetti sullo scoppio di focolai in diverse prigioni e stazioni di polizia egiziane e Human Rights Watch aveva "notizie credibili" sulla morte per Covid di almeno 14 prigionieri tra marzo e luglio.
Lo scorso giugno, Sanaa, con la sorella Mona e la madre Laila, avevano dormito per due notti davanti al carcere di Tora in attesa di ricevere una lettera di Alaa Abdel Fattah, il fratello imprigionato dal settembre 2019 con l'accusa di aver organizzato proteste contro il regime di Al Sisi (è solo l'ultimo dei suoi periodi di detenzione; Alaa non ha potuto né veder morire il padre né veder nascere il figlio di 9 anni). La madre e le sorelle non lo vedevano dal marzo 2020: le visite erano state vietate, anche allora per Covid, ma i guardiani avevano promesso di recapitare la lettera. Mentre le attiviste dormivano davanti al carcere, sono state aggredite e derubate da donne che sospettano siano state mandate dalle autorità. Il giorno dopo, il 23 giugno, si sono recate tutte e tre in procura, insieme con i loro avvocati, per fare denuncia e mostrare i lividi, ed è allora che Sanaa è stata "rapita in strada da agenti in borghese".
L'hanno portata via in un minibus bianco alle 2 del pomeriggio. Due ore dopo, è apparsa alla procura della Sicurezza di Stato che ha ordinato la sua detenzione preventiva con l'accusa di incitamento al terrorismo, diffusione di notizie false e uso improprio dei social media. Accuse simili a quelle che hanno raggiunto, tra gli altri, Patrick Zaki, rinchiuso a Tora.
Docente di matematica, Laila è sorella della scrittrice Ahdaf Soueif e suo marito era l'avvocato dei diritti umani Ahmed Seif Al Islam, a sua volta imprigionato quattro volte sotto i presidenti Anwar Sadat e Hosni Mubarak e morto nel 2014. Mona, la sorella di Sanaa, è stata la leader della campagna contro i processi militari ai quali l'esercito dopo la rivoluzione del 2011 sottopose almeno 1.200 civili.
La scorsa settimana 31 Paesi, tra cui l'Italia, hanno dichiarato preoccupazione per i diritti umani in Egitto, inclusa "l'applicazione di norme anti terrorismo a chi solleva critiche pacifiche". Il Cairo ha replicato che hanno ricevuto "informazioni inaccurate". "Voi italiani - dice Laila Soueif - dovete fare pressione perché il vostro governo non venda armi ad Al-Sisi". Se le chiedi se intenda continuare il suo attivismo, risponde: "Finché i miei figli sono in prigione, non ho scelta".
di Titti Di Salvo
Il Dubbio, 22 marzo 2021
Durante il lockdown con lo smart working è aumentato per le donne non solo il carico di lavoro ma anche la fatica e lo stress. Di nuovo il Paese si ferma. Di nuovo quasi ovunque le scuole chiudono, i negozi abbassano le saracinesche. Così come i bar e i ristoranti. Le città si spengono. Un nuovo governo è chiamato alla prova di provvedimenti che sostengano l'economia, le persone, le lavoratrici e i lavoratori, le famiglie e tengano insieme emergenza e prospettiva.
Già nell'anno che abbiamo alle spalle lo smart working ha consentito la continuità produttiva e il distanziamento sociale necessario per battere la pandemia. E ha cambiato la vita delle persone, delle imprese e delle città. Sarà un cambiamento certamente non transitorio. Il carattere del cambiamento però non è già scritto e non è neutro. Dipenderà dalla lungimiranza delle scelte con cui se ne affronteranno i limiti e se ne valorizzeranno i vantaggi.
Certo ciò che abbiamo visto in questi mesi assomiglia più al telelavoro, ma è stato sufficiente per valutarne l'impatto, per apprezzarne i vantaggi e leggere i limiti. Che dal punto di vista delle lavoratrici, dei lavoratori e dell'impresa andranno affrontati con la contrattazione collettiva aziendale e territoriale e con una legge leggera di sostegno. Senza smarrire nell'emergenza tre punti fermi decisivi perché il cambiamento sia positivo: lo smart working non fa rima con home working. Non è uno strumento di conciliazione dedicato alle donne. E soprattutto è una modalità flessibile di lavoro. Lo smart working cioè è lavoro e a chi lo svolge vanno riconosciuti gli stessi diritti e richiesti gli stessi doveri previsti per chi non lavora da remoto. Come peraltro dice la legge 81/ 2017.
Per questo è un errore d'impostazione negare il bonus baby sitter a chi è smart. Come fa il Decreto sostegni appena varato. Come se il lavoro da remoto fosse in sé uno strumento di conciliazione e che per questo a chi lo svolge non siano riconosciuti gli stessi supporti al lavoro di cura destinati a chi non lavora da remoto. Un errore per l'oggi: nega la realtà di donne (o uomini) che si trovano, in queste ore e in questi giorni, strette tra la tenaglia dello smart working, della chiusura delle scuole e della Dad, della cura in generale. In case spesso prive degli spazi e della connessione necessaria. E un errore d'impostazione carico di conseguenze per il futuro.
Perché fuori dal lockdown la coincidenza dello smart working con l'home working non è per nulla obbligatoria. Sono sempre più diffusi i coworking, spazi condivisi di lavoro, attrezzati con servizi, dotazioni informatiche e standard di sicurezza accertati e accertabili. Che rispondono alla esigenza di socialità delle persone e alla necessità di qualità di servizi di connessione di cui le singole abitazioni sono prive.
In secondo luogo. Durante il lockdown totale con lo smart working è aumentato per le donne non solo il carico di lavoro ma anche la fatica e lo stress per la somma in contemporanea di più lavori: da quello al computer al ragù, alla Dad, all'aspirapolvere, alla cura dei figli. Non sarebbe stato obbligatorio che toccasse solo alle donne caricarsi del lavoro di cura, che in tempi normali è già sulle loro spalle per più del 70%.
Non è lo smart working che l'ha determinato ma gli stereotipi nella divisione dei ruoli: alle donne la cura, il lavoro riproduttivo cioè, e agli uomini il lavoro produttivo fuori casa. Non è cambiata la sostanza anche quando sono cambiate le condizioni. Si può cambiare. Gli stereotipi possono essere aggrediti da politiche pubbliche adeguate: per sostenere in modo deciso la condivisione delle responsabilità della cura con tre mesi di congedo di paternità obbligatorio.
Oltre che a scuola, educando al rispetto. Nel Family Act lo smart working è definita come misura per aiutare l'occupazione femminile e anche questo però va cambiato chiarendo che si tratta di una modalità di lavoro che riguarda donne e uomini. Per questo chi lavora in smart working deve avere a disposizione tutte le misure e le risorse di sostegno previste per la genitorialità e la cura: dai voucher baby-sitter ai congedi. E anche per questo il decreto sostegni va rapidamente cambiato.
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 22 marzo 2021
Il terzo romanzo del costituzionalista Michele Ainis è candidato allo Strega su proposta di Sabino Cassese. Che tipo di reazione si dovrebbe avere ritrovandosi di fronte a un'altra persona, dopo essersi specchiati? Nessun panico. Si deve imparare ad abitare nella nuova persona, diversa rispetto a quella di prima. È questa la prima misura da prendere per non farsi inghiottire dal vortice della disperazione. È quello che fa Oscar, protagonista del nuovo romanzo di Michele Ainis.
In "Disordini" (La nave di Teseo, collana Oceani, pp. 160, euro 17) il costituzionalista, lasciati manuali e codici, indaga sulla profondità e sulle mille sfaccettature dell'io. Oscar è professore associato di giurisprudenza - uno degli elementi di contatto tra chi si muove tra le pagine del romanzo e chi l'ha scritto - e nel momento in cui nello specchio vede un altro pensa a una allucinazione, cade nello sconforto. Amici, conoscenti e colleghi non lo riconosceranno più. Ma poi si carica di buona volontà.
Dovrà adattarsi alla nuova persona che è diventato. Sembra quasi una traccia per affrontare questo periodo di pandemia, dove ognuno di noi dovrebbe essere impegnato a trarre il massimo delle forze per evitare di sprofondare nella paura e perdere definitivamente la fiducia verso il futuro. Trovatosi di fronte a un'altra persona Oscar inizia il suo viaggio. Parte verso una meta che si presentava ogni anno, d'estate: il paese di mare Roseto degli Abruzzi.
Nella pensione Cacioli viene riconosciuto dalla proprietaria. Non tutto, quindi, è perduto. Le sembianze sono cambiate, ma altri elementi distintivi della sua persona sembrano essere stati conservati. Alcune atmosfere piene, ma al tempo stesso riempite dalla solitudine delle ambientazioni, sembrano ricordare l'attesa e l'inquietudine dei quadri di Edward Hopper. A Roseto iniziano gli incontri di Oscar. Come quello con la vecchia fidanzata e con altri personaggi fuori dalla norma. Da qui prende il via lo stravolgimento collettivo con al centro il protagonista del romanzo. Oscar si rende conto che la metamorfosi ha interessato tante persone da quelle a lui più vicine a quelle meno importanti.
È un morbo che avvolge tutti, intacca e disgrega la società civile, senza risparmiare la politica, sempre cara a noi italiani. La politica la si può contestare, detestare, far finta di ignorarla, ma ritorna sempre nei nostri ragionamenti. La si caccia dalla porta per farla poi ritornare dalla finestra; entra sempre nella vita di tutti noi e si ritaglia uno spazio significativo pure nella letteratura. Quello di Ainis è un viaggio tra fughe d'amore e nostalgie profonde, tra smarrimenti individuali e crisi generali. Tra regole assurde e libertà promesse, in un mondo a sua volta assurdo. Ma tanto, tanto simile alla nostra realtà.
"Oscar - dice al Dubbio il professor Ainis - non è il mio alter ego. Nessuno scrittore costruirebbe la propria faccia allo specchio per poi modificarla. Nel mio romanzo ho dato vita ad un'operazione di genere che ha richiesto molto impegno". Nel suo terzo romanzo Michele Ainis propone il tema dell'identità. "In Disordini - riflette l'autore - sdoppio l'identità e creo un rapporto tra letteratura e vita. Proprio come ho fatto in uno dei miei romanzi che mi stanno più a cuore, Risa, propongo un gioco di scambi e di doppie sembianze. Oscar quando nota i cambiamenti che l'hanno riguardato fa di tutto per restare fermo e distaccato. Cerca di essere razionale come risposta a una situazione imprevedibile. Scopre di avere inclinazioni e di provare sentimenti che non avrebbe mai immaginato".
Il rapporto di un giurista con la narrativa non è detto che sia sempre armonico. "Posso dire - afferma Ainis - che per quanto mi riguarda è piuttosto impegnativo. Quando devi scrivere un pezzo giuridico parti sempre da una base, da qualcosa, da un testo che esiste già. Per un artista invece tutto è ingegno e fantasia. Quest'ultimo elemento lo ritengo importante per un giurista come spinta energetica per argomentare al meglio e fino in fondo".
Da giurista a giurista il romanzo Disordini è stato candidato al Premio Strega su proposta di Sabino Cassese. "Sono grato alla generosità di Sabino Cassese", commenta Ainis. "Mi ha fatto molto piacere prosegue - il suo apprezzamento. Le sue sono parole importanti perché provengono da una persona che ha un angolo visuale molto ampio". Il giudice emerito della Corte costituzionale in effetti parla in maniera entusiastica di Disordini.
"Nel racconto, che nasconde molti risvolti e sorprese - scrive Cassese - si intrecciano una riflessione eraclitea sul mutamento prodotto dal tempo sull'uomo e un apologo sul disordine che sembra dominare il presente. Stendhal ha distinto il raccontare narrativamente dal raccontare filosoficamente. Ainis, alla terza prova con il genere, sa raccontare narrativamente una vicenda che nasconde una più profonda narrazione filosofica, riprendendo la linea di svolgimento che va da Ovidio a Kafka".
Comunicato stampa, 22 marzo 2021
Il 26 marzo evento in diretta streaming per il progetto Per Aspera ad Astra. Testimoni di un tempo durissimo per il teatro, che cerca nuove strade per reinventarsi e si interroga sul futuro. C'è anche la siciliana Baccanica, fondata dalla regista palermitana Daniela Mangiacavallo, tra le associazioni e gli artisti che il 26 marzo, in occasione della Giornata Mondiale del Teatro porteranno il loro contributo di idee e ispirazioni al grande evento streaming "Rigenerazione. Nuove sperimentazioni teatrali dentro e fuori il carcere" che ha tra i propri ospiti anche il ministro della Cultura, Dario Franceschini.
Il progetto "Per Aspera ad Astra - Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza" è promosso da Acri e sostenuto da dieci fondazioni associate: da tre anni coinvolge circa 250 detenuti, di dodici carceri italiane, in percorsi di formazione professionale nei mestieri del teatro. Per partecipare all'evento è richiesta la registrazione, entro il 23 marzo, a questo link: https://www.acri.it/peraspera21/
Il convegno, che si terrà in diretta streaming, dalle 10.30 alle 12.30, è condotto da Andrea Delogu. Interverranno i testimoni dell'iniziativa: Enrico Casale, Associazione culturale Scarti; Ibrahima Kandji, attore Compagnia della Fortezza; Micaela Casalboni, Teatro dell'Argine. A seguire, Francesco Profumo, presidente di Acri; Bernardo Petralia, capo dipartimento dell'amministrazione penitenziaria; Aniello Arena, attore; Giorgia Cardaci, attrice, vicepresidente Associazione Unita - Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo. Concluderà il ministro Franceschini.
Per l'occasione verrà anche proiettato il video di azione collettiva "Uscite dal mondo", diretto dal regista Armando Punzo, ideatore dell'acclamata Compagnia della Fortezza, con la drammaturgia musicale di Andrea Salvadori e la partecipazione di: Ivana Trettel - Opera Liquida, Enrico Casale - Compagnia Scarti, Daniela Mangiacavallo - Associazione Baccanica, Franco Carapelle ed Elisabetta Baro - Teatro e Società, Micaela Casalboni -Teatro dell'Argine, Vittoria Corallo - Teatro Stabile dell'Umbria, Alessandro Mascia - Cada Die Teatro, Sandro Baldacci - Teatro Necessario, Marco Mucaria e Grazia Isoardi - Voci Erranti Onlus, Alessia Gennari - FormAttArt, Leonardo Tosini e Marco Mattiazzo -Teatro Stabile del Veneto.
Un'occasione di riflessione in un momento in cui lavorare in presenza è difficile per il rispetto delle norme anti Covid, ma l'amore e la passione per il teatro non si fermano. Formatasi all'interno della Compagnia della Fortezza di Volterra, primo Centro Nazionale di teatro e carcere, fondato trent'anni fa dal regista e drammaturgo Armando Punzo, Daniela Mangiacavallo ha importato a Palermo, al carcere Pagliarelli-Lo Russo, il modello Punzo, creando un dialogo profondo tra istituzioni, pubblico e detenuti stessi. L'obiettivo è fare del lavoro di attore un'autentica professione per i detenuti e non semplicemente un'attività riabilitativa, tanto che in questi anni Baccanica ha avviato all'interno dell'istituto corsi professionali per imparare i mestieri del teatro. Per ulteriori informazioni o chiarimenti: 0668184.286
di Elisabetta Testa
La Stampa, 22 marzo 2021
Sono circa 200 i detenuti che grazie all'Asl di Asti sono stati vaccinati contro il Coronavirus dopo che in carcere a Quarto era scoppiato un focolaio. Alcuni sono in isolamento. Non tutti i carcerati hanno però accettato il vaccino, alcuni hanno rifiutato. Tamponi molecolari al personale della polizia penitenziaria e dell'istituto.
Intanto i sindacati Osapp (Domenico Favale); Sappe (Domenico Profeta); Uil Pa (Missimei Marco); Sinappe Bruno Polsinelli; Uspp (Roberto Cecere); Cgil (Angelo De Feo); Cisl (Domenico De Sensi); Cnpp Angelo Santoru hanno scritto al sindaco Rasero, al prefetto Alfonso Terribile, ai dirigenti del Dap di Torino e Roma perché intervenga il Gruppo operativo mobile (Gom). Questo anche in seguito ad "Una protesta di alcuni detenuti che nei giorni scorsi si sono rifiutati di rientrare in cella e hanno dormito sui materassi in corridoio per poi insediarsi nel box riservato all'agente di polizia penitenziaria in servizio".
E aggiungono: "Se la situazione ad Asti sta reggendo è solo grazie al poco personale di polizia penitenziaria che con orari ben oltre l'ordinario si sacrificano per la sicurezza dell'istituto". Nella mattinata di oggi 21 marzo, in carcere c'è stata anche la visita della Garante comunale dei detenuti Paola Ferlauto. Sergio Rovasio e Mario Barbaro, Presidente e Coordinatore dell'Associazione Marco Pannella di Torino, hanno scritto al Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio e all'assessore regionale alla Sanità Luigi Icardi, perché si possano scongiurare rischi di ulteriori contagi. Nei prossimi giorni l'associazione potrebbe anche indire una protesta non violenta con lo sciopero della fame.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 22 marzo 2021
Sulla carta il carcere dovrebbe essere il rimedio straordinario, l'extrema ratio, e le misure alternative quello ordinario. Nella realtà accade esattamente il contrario, per cui i più finiscono in cella e a pochi sono concesse misure alternative alla reclusione. Eppure il sistema, nel suo complesso, funzionerebbe in maniera molto più efficace se si rispettasse quello che prevede la Costituzione, evitando di alimentare oltremodo questa proporzione al contrario.
Dall'ultimo report sullo stato delle carceri in Campania emerge che la popolazione carceraria è composta da 6.570 detenuti, 2.349 ancora in attesa di giudizio, mentre sono 8.426 le persone sottoposte a misure alternative o sanzioni di comunità. Quest'ultimo dato è in calo rispetto al 2019. E il garante regionale Samuele Ciambriello, nel suo report annuale, spiega che il numero è anche "sintomatico del debole sforzo compiuto dal legislatore per contrastare il sovraffollamento carcerario in un periodo in cui tale esigenza è stata avvertita in modo ancora più impellente a causa dell'esplosione del contagio da Covid-19".
"Per contrastare efficacemente il rischio che le carceri divenissero veri e propri focolai epidemici - ragiona il garante - sarebbe stato necessario incrementare l'utilizzo delle misure alternative nei confronti di quanti devono scontare una pena inferiore a 4 anni, o residuo di essa, per reati non ostativi. L' emanazione del Decreto Cura Italia e le successive proroghe non hanno sortito gli effetti sperati".
Degli 8.426 soggetti sottoposti alle misure alternative in Campania, 4.829 sono a Napoli, 1.380 a Caserta e il resto diviso tra Salerno e Avellino. In particolare, a Napoli, si contano 1.471 casi di messa alla prova al servizio sociale, 1.714 in detenzione domiciliare, 223 in semilibertà, 354 in libertà vigilata. Quando si parla di Uffici dell'esecuzione penale esterna si parla di uffici territoriali del Ministero della Giustizia che si occupano di persone che devono scontare una condanna penale e, dal 2014, anche di imputati o indagati, quindi persone in attesa di giudizio, e di persone che chiedono di accedere all'istituto giuridico della messa alla prova. Il nodo cruciale resta però quello delle risorse messe a disposizione, cioè del personale.
Attualmente, in Italia, sono operativi 58 Uffici dell'esecuzione penale esterna. In Campania ci sono una sede a Napoli, una a Salerno e uffici locali ad Avellino, Benevento e Caserta. Rispetto alla mole di lavoro il personale impiegato è carente: complessivamente si contano 44 operatori amministrativi, 19 unità di Polizia penitenziaria, 79 assistenti sociali, 23 esperti e consulenti.
"Irrisorio - aggiunge il garante - è il numero dei volontari, ulteriormente ridotto anche a causa dell'interruzione dei progetti di fondamentale valenza trattamentale realizzati all'interno delle carceri, una riduzione che è conseguenza della pandemia e della necessità di ridurre gli ingressi per diminuire i rischi di contagio". La carenza più grave si riscontra nel personale destinato al supporto psicologico: presso l'ufficio dell'esecuzione penale esterna di Napoli, che ha la gran parte dei soggetti presi in carico, operano soltanto due psicologi, un solo funzionario pedagogico e nessun operatore amministrativo.
di Nello Scavo
Avvenire, 22 marzo 2021
Gli ispettori delle Nazioni Unite hanno consegnato un report di 548 pagine. Dalle mazzette per tentare di pilotare la nomina del presidente alle accuse per l'intesa Roma-Tripoli. Tangenti per far nominare il nuovo presidente. Faide tra milizie e accordi indicibili con governi esteri. Il flop dell'embargo sulle armi. Le violazioni dei diritti umani, i campi di tortura istituzionalizzati. Il contrabbando di petrolio, armi, droga ed esseri umani, da maneggiare come pedine nella partita per il potere interno, spaventando i governi europei disposti a fare arrivare un fiume di soldi pur di millantare d'essere riusciti a fermare gli scafisti. E poi i rimproveri per il memorandum d'intesa tra Roma e Tripoli.
La Libia raccontata nelle 548 pagine dell'ultimo rapporto degli ispettori delle Nazioni Unite è uno Stato a pezzi, sfasciato sotto la spinta di potenze esterne, cannibalizzato dalle mafie che possono contare su referenti politici interni e padrini nei palazzi presidenziali all'estero. Nel dossier, che riassume le investigazioni dell'ultimo anno, ci sono omissis e molti fronti lasciati aperti. I tentativi di ricomposizione tra fazioni non sono facili, e forse anche per non scoraggiare un certo ritrovato attivismo della comunità internazionale il documento si tiene alla larga da previsioni catastrofiche. Ma non vuol dire scambiare la speranza con l'ottimismo.
Prendiamo i campi di prigionia, nei quali avvengono "tortura, violenza sessuale e di genere, lavoro forzato e uccisioni". I vertici delle Forze armate di Tripoli hanno spiegato all'Onu che quelle galere "sono una necessità della politica migratoria degli Stati membri dell'Unione Europea". E non è che l'inizio. Tra le pagine oltre a testimonianze e documenti ci sono copie di messaggi privati, foto satellitari, immagini scattate sul campo, contratti con mercenari e fornitori di armi. Tutto con nomi e cognomi, e con le conferme alle denunce finite in questi anni sulle dei giornali di tutto il mondo.
Cominciamo dalla fine. Dal recente negoziato per la nomina del governo unitario di transizione che dovrebbe condurre il Paese fino alle elezioni del 24 dicembre. Scrivono gli ispettori: "Durante il round iniziale del Forum di dialogo politico libico facilitato dalle Nazioni Unite, tenutosi all'inizio di novembre 2020, il gruppo (di esperti Onu, ndr) ha stabilito che ad almeno tre partecipanti sono state offerte tangenti per votare un candidato specifico come primo ministro". A quanto se ne sa, "i partecipanti al forum coinvolti nell'episodio sono stati categorici nel loro rifiuto delle tangenti", segnalate all'ufficio del procuratore generale libico, "che ha ricevuto denunce da membri del Forum e gruppi della società civile sulla questione".
Sullo sfondo il conflitto che non è ancora cronaca del passato. "I gruppi terroristici - si legge - sono rimasti attivi in Libia, anche se con attività ridotte. I loro atti di violenza continuano ad avere un effetto dirompente sulla stabilità e sulla sicurezza del Paese". Di armi, del resto, non ne mancano. L'embargo del 2011 "che obbligava gli Stati membri delle Nazioni Unite a impedire la fornitura diretta o indiretta alla Libia rimane totalmente inefficace". Non bastasse, "l'attuazione delle misure di congelamento dei beni e di divieto di viaggio per le persone indicate dall'Onu rimane inefficace", ha aggiunto il gruppo di esperti riferendosi anche a trafficanti di uomini e petrolio che hanno spostato capitali e patrimoni fuori dal Paese.
Per comprendere in che modo i drammi dei migranti prigionieri influiscano sulle dispute interne e nelle relazioni internazionali, il "panel of experts" menziona una serie di passaggi. "Nel febbraio 2020 è stato rinnovato per tre anni il memorandum d'intesa Libia-Italia sulla migrazione". L'accordo, i cui dettagli operativi non sono mai stati resi noti dai governi italiani, "prevede il supporto italiano alle autorità marittime libiche per intercettare le imbarcazioni e riportare i migranti in Libia. Nel luglio 2020 il parlamento italiano ha approvato la componente finanziaria dell'accordo".
Un mese dopo il rinnovo del memorandum, nel marzo 2020, "l'Ue ha deciso di porre fine a un'operazione contro il contrabbando di migranti che coinvolgeva principalmente aerei di sorveglianza, nota come Operazione Sophia, e di schierare navi militari con il compito principale di sostenere l'embargo sulle armi delle Nazioni Unite, sotto il nome di Operazione Irini". Il risultato è stato quello di fare il solletico agli scafisti, sottrarre il Mediterraneo centrale al prevalente controllo navale italiano, e non riuscire neanche a ostacolare la consegna di armi da guerra al generale Haftar in Cirenaica e al governo centrale di Tripoli.
Nel giugno 2020 la Libia ha firmato con Malta un accordo "nel settore della lotta all'immigrazione clandestina con il quale Malta si è impegnata a finanziare due centri di coordinamento e a proporre alla Commissione europea e agli Stati membri dell'Europa l'aumento del sostegno finanziario per aiutare il governo di accordo nazionale, in particolare, nel rendere sicuri i confini meridionali della Libia e nel rafforzare le capacità di intercettazione dei migranti". Nessun riferimento alla protezione dei diritti umani.
Nel corso dei colloqui con gli ispettori il ministro dell'Interno Fathi Bashaga, riconfermato anche nel nuovo esecutivo, "ha sottolineato che meno dello 0,5% di tutti i migranti in Libia sono detenuti in centri di detenzione (vale a dire, circa 2.000 dei 574.146 migranti presenti in Libia a novembre 2020). La stragrande maggioranza era tenuta in strutture non ufficiali in condizioni di vita degradanti".
Tra le strutture ufficiali, che dunque ricevono sostegno dal governo centrale attraverso vari progetti di finanziamento dall'Italia e dall'Ue, il luogo peggiore resta Zawyah, il centro petrolifero sulla costa, lungo la strada tra Tripoli e il confine con la Tunisia. Il campo di prigionia si chiama "Al-Nasr", dal nome della milizia che lo gestisce da un decennio. "Il panel ha scoperto che il suo direttore de facto, Osama al-Kuni Ibrahim, ha commesso diverse violazioni del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani". Si tratta di un nome noto ai lettori di Avvenire. Nel settembre del 2019 per la prima volta abbiamo pubblicato le sue foto e ricostruita la sua storia, legata a doppio filo con il comandante "Bija" e i capi della potente milizia, i fratelli Kashlaf.
Negli ultimi mesi la milizia ha subito per mano del ministro dell'Interno Bashaga quello che sembra un avvertimento, con l'arresto nell'ottobre scorso dello stesso Bija "accusato di traffico di esseri umani e contrabbando di carburante".
Tuttavia, viene precisato, Bija si trova in "detenzione provvisoria". Curiosamente, le autorità non hanno fornito agli ispettori "dettagli sull'indagine riguardo le finanze e le proprietà" riconducibili a Bija. In ogni caso "le circostanze del suo arresto nell'ottobre 2020 dimostrano gli interessi contrastanti all'interno dei servizi di sicurezza del governo di accordo nazionale, a scapito dell'applicazione della legge". In altre parole al-Milad ha potuto godere di protezioni interne e internazionali e, al momento, anche la sua posizione giudiziaria non è delineata, tanto da definire "provvisorio" lo stato di detenzione.
A Zawyah i migranti prigionieri "hanno raccontato di atti di rapimento a scopo di riscatto, tortura, violenza sessuale e di genere, lavoro forzato e uccisioni. Il centro è ancora in funzione, nonostante le dichiarazioni che regolarmente ne annunciano la chiusura". Nel report viene tracciata una mappa delle "rete di Zawyah" e dei molteplici interessi del clan al-Nasr.
"La brigata al-Nasr, guidata da Mohammed Al Amin Al-Arabi Kashlaf, mantiene il controllo del complesso petrolifero di Zawiyah. Fino alla sua detenzione, Abd Al-Rahman al-Milad (Bija) era il capo de facto del distaccamento della Guardia costiera libica presso il complesso petrolifero". Alcune nuove e più piccole bande di contrabbandieri hanno cercato di inserirsi nel business, "aumentando le tensioni con i gruppi preesistenti". Con scarsi risultati: "La rete Zawiyah - riassume il report - ha esercitato grandi sforzi per mantenere lo status quo in città e mantiene il suo ruolo centrale e preminente nel contrabbando di carburante".
Contrabbandieri e trafficanti possono ancora vantare un credito nei confronti del governo centrale. Durante l'aggressione del generale Haftar, la coalizione di milizie e forze armate che sosteneva il governo centrale di Tripoli (Gna), "i contrabbandieri sono diventati molto visibili nel corso della controffensiva.
Il 13 aprile 2020, un video online mostrava al-Milad (Bija) unirsi all'operazione del Gna a Sabratha", come mostra l'immagine qui sotto: l'uomo in alto cerchiato in rosso è proprio Bija durante i giorni della battaglia a sostegno del governo centale di Tripoli. Il 15 aprile 2020 un altro boss, al-Fitouri, "ne ha seguito l'esempio ed è apparso in un video online in cui ha dichiarato la sua cooperazione con il Gna". Molte immagini di uno dei fratelli Kashlaf "sono circolate online mostrandolo presumibilmente a Sabratha o a Surman", a riprova della "illegalità dilagante che ha avuto luogo intorno alla metà di aprile come parte dell'operazione del Gna".
Le esportazioni illecite di petrolio sono in calo, ma a causa del Covid. Al contrario non diminuiscono le operazioni dei trafficanti di esseri umani. Che i campi di prigionia ufficiali siano ingestibili anche a causa del sovraffollamento lo ha ammesso anche il colonnello Abdallah Toumia capo della guardia costiera di Tripoli: "Ha affermato al panel che a causa del sovraffollamento dei centri di detenzione, la Guardia costiera libica è stata "talvolta costretta a lasciarle andare i migranti".
Un "rilascio" che non ha nulla a che fare con la "liberazione". Poiché in queste circostanze, appena fuori dai porti di sbarco, i trafficanti attendono i migranti "rilasciati" per catturarli e condurli nelle prigioni clandestine. Ma a chi gli chiede il perché le gattabuie per stranieri non siano ancora stati chiusi, il colonnello Mabrouk Abdelhafid, capo del Direttorato anti-immigrazione illegale, risponde "collegando la necessità dei centri di detenzione alla politica migratoria degli Stati membri dell'Unione Europea, sottolineando che il 99% dei migranti presenti nei centri di detenzione erano stati intercettati in mare e consegnati dalla Guardia Costiera libica. Mentre ha respinto l'idea di chiudere tutti i centri di detenzione, ha presentato al panel una politica di riorganizzazione, che avrebbe dovuto interrompere le reti di contrabbando e consentire un migliore controllo da parte della Direzione".
A scaricare le responsabilità ancora una volta sui Paesi europei è proprio l'uomo forte del nuovo governo, il ministro dell'Interno Fathi Bashagha, che ha mantenuto l'incarico nell'esecutivo di transizione dopo essere uscito perdente nella corsa presidenziale. Incontrando il "panel" delle Nazioni Unite è stato categorico "ha riconosciuto le sfide poste dalla situazione dei centri di detenzione - si legge. Ma ha anche legato l'attività delle prigioni alla pressione esercitata da alcuni Paesi europei per impedire ai migranti di attraversare il Mediterraneo". In particolare alludendo all'Italia.
di Maurizio Martina*
Corriere della Sera, 22 marzo 2021
Secondo dati Fao, negli ultimi vent'anni le riserve di acqua dolce sono diminuite di oltre il 20 percento. Occorrono investimenti per l'irrigazione e gli impianti, l'occasione è oggi.
Due miliardi e duecento milioni di persone nel mondo vivono ancora senza accesso quotidiano alle risorse idriche. È fondamentale ricordare questo dato oggi, Giornata Mondiale dell'Acqua. Ma è ancora più importante agire ogni giorno con coerenza per fare in modo che questi numeri diminuiscano velocemente e si azzerino davvero, così da raggiungere l'ambizioso Obiettivo 6 dell'Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.
Non possiamo non riflettere a fondo su come stia cambiando la situazione idrica in relazione ai cambiamenti climatici che stiamo vivendo. L'acqua è il bene comune primario per eccellenza ma spesso, a molti, sembra ancora sfuggire questa importanza. Secondo dati FAO, negli ultimi vent'anni le riserve di acqua dolce sono diminuite di oltre il 20 percento. Ciò impone soprattutto al settore agricolo, che è tra gli ambiti produttivi proprio il principale consumatore d'acqua con oltre il 70 percento dei prelievi idrici, un cambio di passo per produrre di più con un minor dispendio di risorse.
È questa la sfida irrinunciabile se si vogliono davvero fare passi verso una maggiore sostenibilità dei modelli produttivi territoriali. Da una parte in diverse zone del mondo la carenza cronica d'acqua è ancora una drammatica emergenza che minaccia la sicurezza alimentare di intere comunità e dunque la vita di milioni di persone. Dall'altra, in troppe zone del pianeta, assistiamo ogni giorno a sprechi e perdite idriche: un contrasto insopportabile e insostenibile.
Per l'ottanta percento dei terreni coltivati e il sessanta percento della produzione agricola mondiale, l'apporto d'acqua dipende innanzitutto dalla piovosità e bisogna dunque insistere per investimenti nella raccolta e nella conservazione delle acque nelle zone irrigate e per la modernizzazione dei sistemi irrigui in quelle aree che necessitano di metodi irrigui artificiali. È necessario accompagnare questi investimenti anche con le migliori pratiche agronomiche, valorizzando le varietà colturali più resistenti alla siccità ed è centrale applicare efficaci sistemi di assegnazione delle risorse idriche, come i diritti e le quote regolati dai soggetti pubblici a garanzia della collettività, per garantire un accesso equo a questo bene essenziale.
Di certo l'acqua non può essere trattata alla stregua di un semplice bene di consumo e di mercato. Il quaranta per cento delle persone che vivono in aree in cui l'agricoltura ha gravi carenze d'acqua è localizzato in Asia orientale e sudorientale. Condizioni analoghe di grave difficolta si vivono in Africa settentrionale e Asia occidentale. Nella sola Africa subsahariana sono cinquanta milioni le persone che vivono dove almeno ogni tre anni si assiste a una grave siccità con conseguenze disastrose su pascoli e coltivazioni. In sintesi, dove manca l'acqua ci sono povertà e fame.
Accanto a questi dati assai difficili, ce ne sono altri che lasciano sperare. Diverse analisi indicano che entro il 2050 le superfici coltivate con tecniche irrigue cresceranno ovunque nel mondo e raddoppieranno in particolare nell'Africa subsahariana. In queste zone, dove solo il tre percento delle terre coltivate è attrezzato per l'irrigazione anche a causa delle difficoltà a operare sui regimi di proprietà e sull'accesso ai finanziamenti pubblici, supportare i sistemi irrigui di piccola scala può essere di gran lunga più promettente che sostenere grandi e complessi progetti.
Se ci spostiamo nel nostro Paese, di certo dobbiamo riconoscere che l'Italia certo ha caratteristiche proprie, ma non è esente da questa sfida. Sulla penisola cadono circa mille millimetri di pioggia ogni anno e i fenomeni metereologici - come sappiamo - si sono radicalizzati per intensità negli ultimi anni. Allo stato attuale dei dati forniti dall'Associazione Nazionale Consorzi di gestione, nel nord Italia assistiamo a un calo delle riserve idriche mentre di segno opposto è la situazione dei bacini nel mezzogiorno.
I cambiamenti climatici in atto anche alle nostre latitudini accentuano l'andamento torrentizio dei più importanti corsi d'acqua. Non si tratta di un cambiamento di poco conto. In troppe aree del Paese, specie al Sud purtroppo, assistiamo a sprechi e perdite d'acqua e a una scarsa capacità di raccogliere e gestire questo bene essenziale. Oltre il trentasette per cento dell'acqua immessa nelle reti dei comuni capoluogo si perde e non arriva ai cittadini mentre a livello agricolo sono circa venti i miliardi i metri cubi d'acqua usati nei campi per la produzione di cibo. Siamo i secondi in Europa, dopo la Spagna, in termini di superficie irrigata.
E proprio l'acqua introduce anche un differenziale significativo di valore, tra le colture irrigate o meno, stimato l'anno scorso nell'ordine di circa 13.500 euro a ettaro. Una differenza importante che ricade sulla redditività delle diverse esperienze agricole territoriali e di settore. Ci sono anche segnali positivi che indicano vie interessanti e moderne per una corretta gestione della ricorsa idrica. Dal lato delle tecnologie l'Italia possiede professionalità e competenze all'avanguardia che vanno certamente meglio valorizzate. Ma anche nell'ammodernamento degli strumenti territoriali, a volte, si sanno sperimentare vie interessanti. Come ad esempio i Contratti di Fiume o di Foce che recentemente si sono diffusi in diverse zone e che creano le condizioni per una gestione aperta, accurata ed efficace insistendo su un approccio legato alla logica di bacino idrografico.
È indubbio che anche da noi occorre ora aumentare la resilienza dei territori ai cambiamenti climatici e riflettere strategicamente sul bene idrico migliorandone sia il risparmio che l'efficienza di gestione. Per questo, se c'è oggi la possibilità di concretizzare un salto di qualità degli investimenti infrastrutturali pubblici anche con le risorse europee, bisogna toccare anche questo fronte e supportare i lavori di ammodernamento degli impianti in grado di riportare a piena efficienza tanti bacini in difficoltà.
E servono invasi in tutto il Paese per raccogliere l'acqua piovana che oggi va sprecata 9 volte su 10. A metà del 1800, in Piemonte, prese le mosse la realizzazione del canale artificiale di cui fu tra i primi promotori proprio Cavour. Un'opera idraulica eccezionale a supporto dell'agricoltura, lunga ben ottantatré chilometri da Chivasso fino al Ticino.
Ancora oggi questo canale è una infrastruttura fondamentale di servizio per la nostra agricoltura e quelle terre e ci testimonia, concretamente, come sia possibile agire in modo corretto, innovativo e sostenibile proprio per gestire una risorsa straordinariamente preziosa come l'acqua. Il Recovery Plan può essere l'occasione per pensare a una nuova stagione delle infrastrutture irrigue del futuro. L'occasione è oggi.
*Vice direttore generale Fao
di Maurizio Crippa
Il Foglio, 21 marzo 2021
Avvicinare il male e "ripararlo". Per chi l'ha compiuto e per le vittime. Memorie (e pensieri) del criminologo Ceretti. "Professo', ogni sera, prima che io mi addormenti, il diavolo viene e mi accarezza i capelli". Una mattina d'autunno del 2016, in una cella del Due Palazzi di Padova, si sentì rispondere così da un detenuto. Lo avevano chiamato per una mediazione nel conflitto tra due carcerati, ormai fuori controllo. Non era certo la prima volta che oltrepassava i cancelli di una prigione, fa parte del suo lavoro, dei suoi molti lavori.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 21 marzo 2021
Emendamenti "garantisti" per applicare la direttiva europea sulla presunzione di innocenza appena citata da Cartabia alla camera. E scontro anche sull'utilizzo allargato del trojan. La coalizione extralarge rompe subito la tregua firmata sulla prescrizione.
La tregua sulla giustizia, costruita sul rinvio a fine aprile degli emendamenti alla riforma del processo penale, sarà messa alla prova la prossima settimana. Le avvisaglie ieri, quando Renzi ha ripreso il tiro al giustizialismo del ministro Bonafede, come se il 5 Stelle fosse ancora in via Arenula e non fosse stato tirato via da Draghi e sostituito con Marta Cartabia.
- Renzi sfida il Pd su giustizia e reddito 5S: "Da che parte state?"
- "Chi canta la mafia commette reato". L'ultima idea dei grillini
- Ermini: "Toghe, carriera legata ai processi"
- "Contro le mafie serve un pensiero nuovo e radicale"
- Torino. "Mio figlio in isolamento per mesi. Nudo, luce sempre accesa e senza acqua corrente"











