di Marco Perduca
Il Manifesto, 24 marzo 2021
Nuovi ostacoli per l'accessibilità alla pianta. Il voto all'Onu del 2 dicembre 2020 avrebbe dovuto chiudere il capitolo "addosso alla cannabis", invece da un paio di mesi, a porte chiuse, si stanno creando nuovi ostacoli per l'accessibilità alla pianta. Il 22 gennaio, e poi dall'8 al 23 marzo, l'Organismo internazionale di controllo sugli stupefacenti (Incb) ha convocato una serie di riunioni e seminari per discutere al proprio interno, e successivamente con le autorità nazionali, i requisiti di controllo e monitoraggio della cannabis e delle sostanze correlate per "aiutare gli Stati membri a migliorare le loro capacità di controllo e comunicazione sulla materia". All'incontro di gennaio hanno partecipato 16 esperti di tutto il mondo e ai seminari successivi un centinaio di paesi.
La discussione di merito ha passato in rassegna i problemi di controllo e conformità internazionale relativi alla cannabis nonché "le buone pratiche di coltivazione della pianta e alla sua produzione e commercio internazionale e quella di prodotti ad essa correlati". Stando alle comunicazioni ufficiali si è sottolineata l'importanza di garantire la disponibilità di sostanze a base di cannabis per scopi medici sottolineando che la raccolta dei dati che la interessano dovrebbe migliorare per riflettere adeguatamente le esigenze dei sistemi sanitari. Grande attenzione è stata data anche alle "disparità nelle capacità di controllo e monitoraggio dei paesi in diverse regioni del mondo".
Sono state elaborate delle linee-guida perché l'INCB possa "sostenere gli Stati membri nel miglioramento delle capacità di controllo e segnalazione" della produzione assicurando "la disponibilità di cannabis e suoi derivati per scopi medici e scientifici prevenendo la deviazione verso canali illeciti e abusi". Il linguaggio utilizzato per comunicare l'iniziativa e le sue conclusioni è rintracciabile - tale e quale - nei comunicati dell'Onu di Vienna degli ultimi 30 anni: giustificare il lavoro sui dati e le buone pratiche politico-legislative per evitare che la cannabis sia consumata da chi non ne fa uso terapeutico.
Malgrado la cancellazione della cannabis dalla IV Tabella della Convenzione del 1961, nell'organo deputato al monitoraggio dell'applicazione delle Convenzioni sulle droghe si insiste con la promozione dell'interpretazione più proibizionista dei documenti internazionali, un approccio che ha messo fuori legge consumi e produzioni personali, anche in minima quantità, creando danni collaterali e ostacoli alla ricerca scientifica e all'uso terapeutico di piante e derivati che le convenzioni dovevano promuovere.
All'interno dell'INCB ci sono divisioni dovute alla provenienza geografica dei membri e alle specializzazioni, 13 esperti che non "dettano legge" ma monitorano l'applicazione delle Convenzioni Onu sugli stupefacenti del '61, '71 e '88 possono comunque condizionare il dibattito con documenti tecnici che creano scuse e alibi per i proibizionisti di tutto il mondo.
Se da una parte ogni confronto istituzionale è da salutare, la riunione a porte chiuse del gruppo di esperti di gennaio e le consultazioni occorse successivamente sembrano non tenere in considerazione il voto sulla cannabis del dicembre scorso. Quando si deciderà che i contributi di esperti, governi, società civile e aziende devono esser condivisi pubblicamente per facilitare l'accesso alle piante sotto controllo, avviare nuove ricerche, finanziare trial clinici, ampliarne la produzione e il commercio secondo i protocolli previsti? Senza questi confronti si persisterà con la violazione del diritto alla salute di milioni di persone in tutto il mondo.
di Raimondo Bultrini
La Repubblica, 24 marzo 2021
Save the Children: almeno 20 minori uccisi e 17 arrestati dall'inizio delle proteste dopo il golpe dei militari del primo febbraio. In tutto sono almeno 261 i morti. Le proteste che da settimane sconvolgono il Myanmar sono costate oggi la vita a una bimba di 7 anni. Era in casa sua a Mandalay, la seconda città più importante del Paese. Dal golpe del primo febbraio sono morte almeno 261 persone nella repressione di manifestanti e attivisti. Oltre 20 i minori che hanno perso la vita, e almeno 17 si trovano in stato di detenzione: lo riferisce Save the Children, esortando a proteggere bambini e ragazzi e a fermare la violenza contro i manifestanti pacifici nel Paese. Solo ieri risulta siano stati uccisi due minorenni, tra cui un ragazzo di 14 anni a Mandalay. Save the Children conferma che il ragazzo è stato ucciso a colpi di arma da fuoco mentre era in casa o nei pressi, senza alcun coinvolgimento diretto nelle proteste. Avrebbe dovuto compiere 15 anni a luglio.
"Save the Children ritiene il numero crescente di morti tra i bambini e gli adolescenti estremamente allarmante, teme anche per la sicurezza di almeno 17 minori - tra cui una ragazzina di 11 anni - che sarebbero detenuti arbitrariamente. Al 22 marzo, l'Organizzazione e i suoi partner hanno registrato un totale di 146 casi di arresti o detenzioni di minori. Oltre a questi bambini e adolescenti detenuti, altri manifestanti, molti dei quali giovani studenti, continuano a essere arrestati. Secondo le ultime stime sono circa 488 gli studenti attualmente detenuti, di cui almeno venti sono delle scuole superiori la cui età è sconosciuta, ma alcuni di loro potrebbero anche avere meno di 18 anni".
"Siamo inorriditi dal fatto che i bambini continuino a essere tra gli obiettivi di questi attacchi fatali contro manifestanti pacifici", afferma la ong ricordando che "la sicurezza dei bambini deve essere garantita in ogni circostanza", e chiedendo "ancora una volta alle forze di sicurezza di porre fine immediatamente a questi attacchi mortali contro i manifestanti".
I dissidenti, per evitare la brutale repressione della polizia, stanno cercando nuove forme di protesta. Per domani, mercoledì, il movimento di disobbedienza civile si prepara a uno sciopero del silenzio: tutti in casa, i negozi chiusi, e nessun veicolo nelle strade, se si realizzerà il piano degli organizzatori.
di Daniela de Robert*
Il Riformista, 23 marzo 2021
Adottate nel 2015 dall'Assemblea generale dell'Onu, dopo anni di lavoro, sono dedicate all'ex presidente del Sudafrica che in carcere ha trascorso ben 27 anni della propria vita. Cinque principi base, 122 regole. Indicano gli standard minimi delle condizioni di detenzione, ma in realtà puntano a ottenere livelli di tutela sempre più alti per le persone private della libertà. Sono dedicate proprio a lui, Nelson Mandela, le Regole delle Nazioni Unite che stabiliscono gli standard minimi delle condizioni di detenzione.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 marzo 2021
Oggi l'esame della Consulta dell'illegittimità costituzionale, in caso di non collaborazione, della liberazione condizionale sollevato dalla Cassazione. È costituzionale vietare l'accesso alla liberazione condizionale per la mancata collaborazione con la giustizia? Questo è il quesito che oggi sarà al vaglio della Consulta. Parliamo dell'ergastolo ostativo ai benefici penitenziari che esclude l'accesso alle misure alternative al carcere, rendendo questa pena un effettivo "fine pena mai" e impone al recluso di scegliere due opzioni: o stai dentro fino alla morte oppure collabori con la giustizia.
di Liana Milella
La Repubblica, 23 marzo 2021
Oggi arriva alla Corte il caso sollevato dalla Cassazione contro la detenzione definitiva senza chance per la liberazione condizionale. Oggi la Consulta affronta un tema molto importante ma anche fortemente divisivo. Il cosiddetto ergastolo ostativo. Che Marco Ruotolo, costituzionalista dell'università Roma Tre e direttore del master in "Diritto penitenziario e Costituzione" definisce così: "È la situazione nella quale si trovano i condannati a una pena perpetua per reati di particolare gravità, soprattutto terrorismo e mafia, i quali, se non collaborano con la giustizia, non possono accedere alla misura della liberazione condizionale".
di Davide Varì
Il Dubbio, 23 marzo 2021
L'intervento del procuratore generale della Cassazione in attesa della Consulta. "Nella pena come retribuzione vi è un importantissimo significato di garanzia. Perché la rieducazione è senza fine, per sua stessa natura. Può essere senza fine, può essere terrificante", come "i campi di rieducazione dell'Unione sovietica o di altri regimi che hanno l'idea della conformazione ad un modello sociale come base della punizione. L'idea che ci sia un minimo e un massimo nella pena è importante, perché ci consente di dire che oltre quello non si va, se non ti rieduchi è colpa tua. Non ti costringo a rieducarti".
di Giuseppe Pipitone
Il Fatto Quotidiano, 23 marzo 2021
La Consulta verso il verdetto. A rischio il carcere duro inventato per i boss delle stragi. Dopo la sentenza della Cedu e quella della stessa Consulta sui permessi premio, adesso la corte dovrà esprimersi sul caso di un mafioso che vuole accedere alla libertà vigilata senza collaborare. All'udienza pubblica sarà rappresentato da un'avvocata che è anche figlia di un boss della 'ndrangheta. "Ma quella - dice - è una vicenda privata, non c'entra niente con la questione della Consulta dove io interverrò da semplice avvocata. Qui il cuore della questione è il diritto al silenzio". Il sottosegretario Sisto: "L'ergastolo non deve essere legato alla collaborazione con la giustizia". Sperano i boss irriducibili, a partire dai Graviano.
Un altro colpo all'ergastolo ostativo, un'altra picconata al carcere inventato per i boss delle stragi. È quello che potrebbe arrivare martedì dalla corte Costituzionale, chiamata a esprimersi sulla possibilità di chiedere la liberazione condizionale anche per i condannati all'ergastolo ostativo. È la cosiddetta "libertà vigilata" e può essere chiesta da tutti i detenuti che abbiano trascorso almeno 26 anni in carcere.
Tutti tranne appunto quelli all'ergastolo ostativo, cioè i condannati per reati di tipo mafioso, per terrorismo ed eversione che non intendono collaborare con la magistratura. Il tema è delicato e dalle conseguenze impreviste dopo le sentenze del 2019: prima la Corte europea dei diritti dell'uomo aveva chiesto all'Italia di riformare l'intera norma sull'ergastolo ostativo, poi la stessa Consulta aveva giudicato incostituzionale il divieto di accedere ai permessi premio per i boss che non collaborano. Due crepe nella normativa che disciplina il fine pena mai per i boss irriducibili. Crepe che con la sentenza di martedì rischiano di allargarsi ulteriormente. Lanciando un segnale diretto nei bracci più blindati dei penitenziari italiani, dove sono reclusi gli ultimi uomini delle stragi: dai fratelli Graviano a Leoluca Bagarella e Nitto Santapaola.
Sulla vicenda la Consulta terrà un'udienza pubblica, visto che il 9 marzo scorso il presidente, Giancarlo Coraggio, ha riammesso la parte privata esclusa in un primo momento: a causa delle restrizioni anti-Covid, infatti, l'avvocata Giovanna Beatrice Araniti non aveva potuto recarsi in carcere per ottenere in tempo utile la procura speciale del suo assistito, Salvatore Francesco Pezzino. "Quello che si chiede è l'opportunità di fare una valutazione sul percorso di una persona. Il cuore della questione è il diritto al silenzio, che va garantito anche nella fase esecutiva", dice l'avvocata Araniti, spiegando che "il nostro ordinamento garantisce all'imputato la possibilità di non autoaccusarsi. Quindi un soggetto non può essere costretto a collaborare a tutti i costi per uscire dal carcere. Poi se la collaborazione c'è ben venga, soprattutto se è sincera".
Penalista di grande esperienza, l'avvocata Araniti è figlia di Santo Araniti, considerato uno degli storici boss della 'ndrangheta di Reggio Calabria, condannato all'ergastolo per l'omicidio di Lodovico Ligato, l'ex deputato della Dc e presidente delle Ferrovie dello Stato assassinato nel 1989. Nel marzo del 2019 Araniti senior è finito di nuovo sui giornali, perché la procura di Reggio Calabria lo aveva inserito tra gli indagati della nuova inchiesta sull'omicidio di Antonino Scopelliti, il sostituto procuratore generale della Cassazione ucciso nel 1991, quando stava preparando la richiesta di rigetto dei vari ricorsi dei superboss di Cosa nostra condannati al Maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. "Mio padre ha chiesto la revisione e ha avuto tre annullamenti dalla Cassazione per l'omicidio Ligato. Abbiamo fatto ricorso anche alla Corte europea dei diritti dell'uomo, vedremo come andrà a finire. Ma questa è una vicenda privata, non c'entra niente con la questione della Consulta dove io interverrò da semplice avvocata", dice la figlia, sottolineando come il suo genitore non beneficerebbe di una eventuale sentenza favorevole della Consulta.
"Il reato per il quale è stato condannato mio padre risale all'89 invece la normativa è a partire dal '91 e i tribunali hanno decretato il divieto di retroattività della legge più sfavorevole". In carcere dal 1994, al 41bis fino al 2008, Araniti senior ha già scontato 26 anni e mezzo di carcere: dunque, potrebbe già chiedere la libertà condizionale. Ma non lo ha ancora fatto. "Aspettiamo la decisione sulla revisione e poi vedremo", dice la legale. Che sull'udienza della Consulta ha buone sensazioni: "I presupposti ci sono, però poi bisognerà vedere cosa ne penserà la corte. È sbagliato dire che in caso di sentenza favorevole escono tutti i soggetti condannati per mafia, non è così. Quello che si chiede è l'opportunità di valutare il percorso di una persona, tutti possono essere rieducati senza pretendere la collaborazione a tutti i costi".
A considerarsi rieducato, pur senza aver collaborato con la giustizia, è nella fattispecie il suo cliente, Salvatore Francesco Pezzino, mafioso di Partinico, in provincia di Palermo. Condannato per mafia e omicidio, ha trascorso in totale 30 anni da carcerato: nel 1999 aveva ottenuto la semilibertà, salvo poi perderla nel 2000 quando era finito sotto accusa di nuovo per altri reati.
Considerato un "detenuto modello", nel 2018 Pezzino ha chiesto al Tribunale di sorveglianza de L'Aquila di riconoscergli la libertà condizionale, prevista per tutti i detenuti che hanno scontato 26 anni di carcere, salvo, appunto, quelli condannati per reati di mafia che non hanno collaborato con la giustizia. Un divieto previsto dall'articolo 4-bis dell'ordinamento penitenziario, e dal decreto legge 306 del 1992, ispirato da Giovanni Falcone già con un decreto dell'anno precedente, e approvato dopo la strage di Capaci per provare a rompere la breccia di omertà di Cosa nostra, all'inizio della stagione delle bombe.
È per questo motivo che il tribunale di sorveglianza dell'Aquila aveva dichiarato inammissibile la richiesta di Pezzino. Il quale, però, ha fatto ricorso alla Cassazione. E la Suprema corte ha sollevato eccezione di costituzionalità, sostenendo che con la negazione della libertà condizionale agli ergastolani ostativi si realizza "una irragionevole compressione dei principi di individualizzazione e di progressività del trattamento". In parole semplici: visto che il fine del carcere è il reinserimento del reo nella società, è legittimo escludere dal beneficio della libertà vigilata i detenuti per reati di mafia solo perché non collaborano?
La mancanza della collaborazione basta per considerare a priori un mafioso come ancora pericoloso per la società, nonostante siano passati molti anni dalla condanna? O forse ogni vicenda deve essere valutata singolarmente, caso per caso? E come deve fare il giudice a capire se un mafioso ha davvero rotto con il suo clan di riferimento, se non valutando un persorso di collaborazione?
A queste domande dovrà rispondere la Consulta dopo aver ascoltato l'avvocata Ettore Figliolia, che rappresenta lo Stato, costituito in giudizio a difesa dell'ergastolo ostativo per decisione del precedente esecutivo. Allegate al fascicolo anche le memorie dell'associazione Antigone, del Garante Nazionale dei diritti dei detenuti, de l'Altro Diritto, di Macrocrimes, di Nessuno Tocchi Caino: parteciperanno all'udienza, seppur in forma cartolare, dopo il parere positivo del giudice relatore Nicolò Zanon.
Eletto al Csm nel 2010 su indicazione del Popolo delle Libertà, poi nominato alla Consulta da Giorgio Napolitano, Zanon ha fatto da relatore anche alla sentenza che nell'ottobre del 2019 definiva incostituzionale la parte dell'articolo 4bis sul divieto di accesso ai permessi premio, cioè il primo gradino dei benefici penitenziari, per i condannati all'ergastolo ostativo che non hanno collaborato con la magistratura.
All'epoca la Consulta era presieduta da Marta Cartabia, oggi guardasigilli di un governo che dovrà riscrivere l'articolo 4bis dell'ordinamento penitenziario. Lo ha chiesto la Cedu nel 2019, potrebbe chiederlo la Consulta con la sentenza di martedì. Francesco Paolo Sisto, sottosegretario alla giustizia di Forza Italia, spiega che l'esecutivo attenderà la corte costituzionale "per potere poi cadenzare i successivi step del percorso legislativo necessario". Sulla libertà condizionale per i boss, il berlusconiano spiega come la pensa: "Un elemento ostativo non può derivare da una scelta processuale di collaborare o non collaborare. L'ergastolo non deve essere legato alla collaborazione con la giustizia: io posso non collaborare ma aver rescisso i rapporti o collaborare e non averli rescissi".
Attendono la decisione della Consulta anche 1.271 detenuti al "fine pena mai" che vorrebbero accedere alla libertà condizionale pur non collaborando con la giustizia. Tra questi ci sono sicuramente i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, i boss che custodiscono i segreti delle stragi del 1992 e 1993. Condannati all'ergastolo per le bombe che uccisero Falcone e Borsellino, per gli ordigni esplosi nel 1993 a Roma, Milano e Firenze, per l'omicidio del sacerdote don Pino Puglisi, si trovano in carcere dal 1994 ma sono ancora relativamente giovani: Filippo 59, Giuseppe 56. "Lui ha ancora una speranza", ha detto recentemente - riferendosi al secondo - Salvatore Baiardo, l'uomo che ha curato la latitanza dei Graviano nel Nord Italia nei primi anni '90. "Che speranza?", ha chiesto l'inviato della trasmissione Report.
"Che l'ergastolo venga abrogato. Quella è ancora l'unica sua speranza", è stata la risposta di Baiardo. Sarà una coincidenza ma uno dei primi mafiosi di rango a chiedere il permesso premio, sulla base della sentenza della Consulta del 2019, è stato Filippo Graviano.
Non intende collaborare con i magistrati, né svelare i misteri delle bombe, ma sostiene di essersi dissociato da Cosa nostra. Una versione che può tornare buona pure per chiedere la libertà condizionale. D'altronde i Graviano sono in carcere già da 27 anni: potrebbero bastare. Anche senza abolire l'ergastolo. Almeno, non formalmente.
ansa.it, 23 marzo 2021
Occhi puntati sulla Consulta per la decisione sull'ergastolo ostativo, un verdetto atteso senz'altro dai 1.271 detenuti che hanno il fine pena mai - su un totale di circa 1.700 persone condannate alla massima sanzione - in quanto, per via della mancata collaborazione con la giustizia, non hanno diritto ad accedere alla libertà condizionale. Alla decisione della Corte Costituzionale guarda anche la ministra della Giustizia Marta Cartabia che era giudice della Consulta nel collegio che decise di aprire ai permessi premio anche per chi è in ergastolo ostativo.
di Simona Musco
Il Dubbio, 23 marzo 2021
La lettera di un'avvocata esperta in responsabilità alla ministra della giustizia Marta Cartabia: "Troppi contagi tra i legali, Abbiamo diritto a lavorare in sicurezza". Un'inspiegabile disparità, favorita da un vuoto normativo che mette a rischio i penalisti e la stessa amministrazione della giustizia.
È quella che denuncia Vania Cirese, penalista esperta in responsabilità sanitaria, che in una lettera indirizzata alla ministra della Giustizia Marta Cartabia e al presidente del Consiglio Mario Draghi chiede un protocollo nazionale che consenta agli operatori della giustizia che lo richiedano di lavorare in sicurezza da remoto fino alla fine dell'emergenza, "nel riconoscimento del valore di ogni vita". L'avvocata prende spunto dalla situazione della sua regione di residenza, l'Alto Adige, dove le restrizioni sono aumentate per far fronte all'aggressività della variante sudafricana del virus.
Restrizioni che hanno ridotto i contatti praticamente a zero, finanche all'interno dei singoli nuclei familiari, proprio per evitare ulteriori contagi e vittime. Prima della pandemia, Cirese, così come gli altri avvocati italiani, era abituata ad attraversare l'Italia per difendere i propri clienti nei diversi uffici giudiziari del Paese. Ma ora, a causa dell'età, è soggetto a rischio e, pertanto, costretta ad evitare ogni situazione di possibile contagio.
L'attività negli uffici è attualmente regolata dal dpcm 137/ 2020, che ha consentito la digitalizzazione delle attività nel corso delle indagini preliminari, udienze preliminari e camerali, così come stabilito dall'articolo 23. Ma c'è un buco del decreto, denuncia Cirese, la cui interpretazione letterale porterebbe ad un rigetto automatico delle richieste di trattazione da remoto per il momento della formazione della prova, "ritenendo ostativo il dettato normativo in relazione al dibattimento".
Così mentre da un lato scuole ed esercizi commerciali sono chiusi per evitare ogni possibile rischio, gli avvocati, anche quelli più in pericolo, sono costretti a spostarsi, col rischio di diventare veicolo del virus tra colleghi, magistrati, funzionari amministrativi, clienti e familiari.
"Quasi che per questa categoria di cittadini o il virus non esista o li veda immuni o per essi ci sia licenza di infettarsi, di contagiare altri soggetti e rischiare di andare in rianimazione o morire", denuncia Cirese. I casi di contagio tra avvocati sono altissimi. E nonostante questo, i vari Tribunali d'Italia hanno agito in maniera disomogenea, con protocolli diversissimi tra di loro, affidando alla discrezionalità dei singoli magistrati i criteri di svolgimento delle udienze. Una situazione che ha costretto gli avvocati a dover peregrinare da una cancelleria all'altra per scoprire, volta per volta, le regole di comportamento da rispettare. Il tutto a scapito della salute degli avvocati, afferma la penalista, che lamenta, dunque, un "trattamento discriminatorio".
L'appello non è ad una totale remotizzazione delle udienze, respinta con forza, nei mesi scorsi, dall'Unione delle Camere penali, che paventavano di una compressione del diritto alla difesa. Ma a consentire, a chi ne fa richiesta per le più diverse ragioni, di poter lavorare da remoto, così come avviene per la Corte costituzionale, dal momento che tutti gli uffici sono muniti della piattaforma Teams e a fronte dalle ingenti risorse investite nella digitalizzazione, indicata anche dal Piano nazionale di ripresa e resilienza come "priorità per il futuro della giustizia italiana".
A riprova dell'urgenza di un intervento in tal senso, Cirese elenca le condizioni disastrose dei Tribunali italiani, dove gli assembramenti sono all'ordine del giorno, a causa, molto spesso, di problemi strutturali inaggirabili o di una gestione delle udienze non ottimale. Ma cita anche il fatto che il Dpcm preveda il collegamento da remoto per gli imputati detenuti e la presenza fisica per i processi a piede libero. Inoltre, "nessun operatore della giustizia viene testato e la maggior parte dei soggetti non è vaccinata", spiega, evidenziando l'inidoneità "del mero presidio di misurazione della temperatura all'ingresso di alcuni (non di tutti) gli uffici giudiziari".
E ciò a fronte di una scarsa sanificazione dei presìdi, sistemi di aerazione inefficienti e aule spesso prive di finestre, mentre i processi vengono svolti a porte chiuse. Il che tira in ballo un'altra domanda: venendo meno il principio di pubblicità, quale problema creerebbe la partecipazione da remoto per chi ne manifesta l'esigenza? Da qui la richiesta di un protocollo nazionale che faccia andare avanti la giustizia senza mettere a rischio la salute.
di Luisa Grion
La Repubblica, 23 marzo 2021
Carlo Borgomeo (Fondazione con il Sud): "Recuperare gli immobili sequestrati è difficile, c'è bisogno di fondi. Il Piano chiarisca obiettivi e interventi". Bisogna uscire dall'affanno, rafforzare il sistema di recupero dei beni confiscati alla mafia e usare in modo utile i fondi, 300 milioni, destinati allo scopo dal Recovery Plan.
È l'obiettivo che si pone Carlo Borgomeo, presidente di Fondazione con il Sud, ente no profit nato dall'alleanza tra le fondazioni di origine bancaria e il mondo del terzo settore e del volontariato per promuovere lo sviluppo del Mezzogiorno. L'allarme arriva dai dati diffusi pochi giorni fa dal dossier di "Libera": dei 36.600 beni immobili confiscati dal 1982 ad oggi, il 48% sono stati destinati dall'Agenzia nazionale per le finalità istituzionali e sociali, ma 5 su 10 sono rimasti fermi.
Presidente partiamo da quei 300 milioni che il Recovery Plan, al momento, destina al recupero. Sono tanto o pochi?
"Sono un punto di partenza sufficiente per fare qualcosa di sensato. Il problema è che il testo che accompagna la destinazione del fondo è generico all'inverosimile. Si parla giustamente di potenziare i presidi della legalità nell'ambito di una gestione trasparente. Ma non si dice a chi vanno questi fondi e per fare cosa. E questa è una mancanza grave che denuncia una scarsa attenzione verso la questione".
Ovvero?
"Crediamo o no che il recupero dei beni confiscati possa essere una straordinaria opportunità di crescita per il Paese? Togliere la roba ai mafiosi è un colpo strategico, ma se poi non riesci a farci niente lanci un messaggio sbagliato. Il recupero non è fatto di avventure eroiche, di storytelling, è la possibilità di creare una economia sana e posti di lavoro in terre dove mancano. La legalità conviene".
Il recupero arranca perché la legge è superata?
"No, la legge è straordinaria, è un modello per gli altri Paesi e ha raggiunto risultati importanti. Ma ora la dimensione del problema è tale che il quadro normativo ansima".
Quali sono i punti deboli?
"Io ne vedo almeno tre. Il primo riguarda l'Agenzia nazionale: fa un lavoro eccezionale, ma si muove in un quadro normativo troppo stretto, le sue forze operative arrivano dai distacchi pubblici dove è difficile trovare le competenze industriali, finanziarie, immobiliari necessarie al recupero effettivo dei beni. Dovrebbe avere la possibilità di attingere a contratti di lavoro di diritto privato, mantenendo trasparenza e obiettivi no profit, certo. Altro punto debole é la gestione delle imprese confiscate: se è impossibile recuperarle vanno chiuse in tempi stretti".
Quando è impossibile recuperarle?
"Quando sono totalmente connesse al sistema mafioso e non c'è nulla che possa essere salvato. In questi casi, fatta salva la tutela dei lavoratori, vanno chiuse evitando costi e perdite di tempo. Poi c'è la questione dei fondi".
Pochi soldi, torniamo all'inizio...
"Basterebbe attingere al Fug, il Fondo unico di giustizia dove confluiscono i capitali e i titoli confiscati alla mafia. Oggi parte delle risorse va al bilancio dello Stato, parte si perde in mille rivoli: sarebbe importante che i capitali tornassero alla base e fossero investiti per il recupero dei beni strappati alla mafia. Altrimenti operare è difficile: l'Agenzia la scorsa estate ha messo al bando mille beni da affidare al terzo settore in base alla formulazione di progetti precisi, una scelta innovativa e importante. Ma il capitale messo sul tavolo era, in tutto, un milione: mille euro a bene. Non bastano nemmeno ad avviare una attività".
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