La Nazione, 25 marzo 2021
"RadioDante" è un'idea de "I sacchi di Sabbia" con arrangiamenti musicali di Davide Barbafiera (Campos) e la partecipazione di Dome La Muerte. Il progetto "Radio Dante", ideato e realizzato dalla compagnia teatrale "I Sacchi di Sabbia", con il contributo di Fondazione Pisa e Regione Toscana, parte il 25 marzo alle 14.30, in occasione del Dantedì, con la prima puntata del radio/dramma sull'emittente radiofonica Punto Radio di Cascina (www.puntoradio.fm). Si tratta di un progetto innovativo, interamente sonoro, che vedrà quindici allievi - detenuti nella casa circondariale Don Bosco - impegnati nella realizzazione di una serie di podcast sulle tre cantiche della Divina Commedia. La prima puntata è dedicata all' ingresso infernale nella selva oscura. Per l'occasione, l'ospite musicale che interviene per accompagnare le voci degli allievi detenuti è Dome la Muerte.
I quindici allievi in questi mesi preparatori, con cadenza di due incontri settimanali (di 2 ore ciascuno), si sono affacciati all'immenso materiale dantesco; sono stati scelti alcuni canti e personaggi infernali che potessero meglio favorire la curiosità e l'interesse dei partecipanti e di chi poi ne avrebbe usufruito in modalità radiofonica. Tutti i partecipanti hanno portato in dote lingue e dialetti di diversa provenienza e di buon grado hanno accettato di lavorare su tali specificità.
Francesca Censi de "I Sacchi di Sabbia", spiega come nasce il progetto: "Il media radiofonico oltre ad essere piuttosto inedito in un contesto carcerario, si presta particolarmente alla esigenze di questo drammatico periodo storico: non solo dal punto di vista espressivo, ma anche da quello della gestione didattica, mettendo in primo piano un lavoro su suono e voce da ascoltare non nella prossimità, come nel caso dello spettacolo dal vivo, ma a distanza".
La diffusione radiofonica delle puntate di "RadioDante", permetterà di raggiungere un pubblico più vasto, facendo così conoscere ad un maggior numero di persone un lavoro importante come quello del teatro in carcere che mostra tutta la sua resilienza creativa ed evolutiva in tempo di Covid19.
"Se l'impossibilità del lavoro sul corpo amputa ogni laboratorio teatrale di una sua componente essenziale, a trarne vantaggio - aggiunge Gabriele Carli - è la voce e tutte le pratiche che orbitano intorno ad essa: l'articolazione della parola, l'emissione del suono, il controllo dell'intonazione, le modalità di espressione, la veicolazione del senso, la dizione, la respirazione".
Al progetto hanno collaborato anche Letizia Giuliani e Carla Buscemi. La musica e l'edizione dei podcast sono a cura di Davide Barbafiera del gruppo musicale Campos. I Sacchi di Sabbia coordinano dal 2015 i laboratori di espressione teatrale all'interno della Casa circondariale di Pisa "Don Bosco" nelle sezioni sia maschili che femminili grazie al contributo di Fondazione Pisa e Regione Toscana.
di Davide Dionisi
osservatoreromano.va, 25 marzo 2021
Le testimonianze raccolte da suor Vessoni nel penitenziario Ugo Caridi. Perché il carcere è costruito prevalentemente fuori dal contesto urbano? È la domanda che apre il volumetto curato da suor Nicoletta Vessoni, della Congregazione delle Suore delle Poverelle di Bergamo, intitolato Fasciati dalla Luce (Carello Edizioni). Si tratta di una serie di testimonianze, raccolte dalla religiosa e dai ragazzi che operano insieme a lei nel penitenziario Ugo Caridi di Catanzaro durante il primo periodo di immobilità forzata causata dalla pandemia di coronavirus.
"Ero seriamente preoccupata perché il lungo tempo di inattività avrebbe potuto far allontanare alcuni volontari. Così è nata l'idea di coinvolgerli tutti in un momento di riflessione personale per focalizzare la loro attenzione sulle motivazioni che li hanno spinti a scegliere questo tipo di volontariato, quale era stata la loro esperienza vissuta sul campo, ravvivando, in questo modo, la loro consapevolezza" racconta la religiosa. La risposta è stata a dir poco sorprendente, per questo si è deciso di mettere in ordine il materiale raccolto e ampliarlo arricchendolo di contributi sul tema carcere-volontariato.
"Ci siamo detti che sicuramente era importante intraprendere questo percorso anche con i nostri fratelli detenuti, così abbiamo ottenuto i permessi per recuperare le storie di alcuni di loro" continua, aggiungendo che "ad una prima lettura, probabilmente, non si coglie, ma sono gli stessi detenuti a legare l'intero libro. Ogni capitoletto e successivamente ogni storia, sono scanditi nella prima parte da un racconto, e nella seconda parte da brevi poesie, opere tratte da un testo che hanno scritto gli ospiti". A guidare la stesura del volume, secondo suor Vessoni, è stata la parola: "Ha illuminato, guidato e portato a compimento questo piccolo sforzo editoriale che ha offerto l'opportunità ai nostri amici di vivere da un altro punto di vista il nostro lavoro con loro e per loro".
Ma è alla domanda di apertura che suor Nicoletta intende dare una risposta, partendo dalle esperienze pregresse: "Gli istituti di pena vengono costruiti fuori, perché noi società non vogliamo farci i conti: loro sono i cattivi e se ci vivono a fianco, se le inferriate del penitenziario le ritrovo di fronte al mio balcone, forse qualche punto interrogativo me lo devo porre. Il non vederle e non sapere che c'è, o meglio, sapere che è confinato là, quasi irraggiungibile, ci evita di dialogare con la nostra parte cattiva, la nostra parte malata. Quella parte non viene disturbata". La religiosa è convinta che "collocarli fuori crea un'altra difficoltà: quella del raggiungerli".
Ma chi svolge un ruolo fondamentale per creare quel ponte tra l'interno e l'esterno è sicuramente il volontario, la figura capace di avviare una rivoluzione culturale, passando dalla carità alla solidarietà, pensando al carcere come formazione sociale, per lo sviluppo umano e delle persone e non come rimedio totale e assoluto, con l'obiettivo primario di deflazionare perché un istituto con meno popolazione significa più attenzione e possibilità di reinserimento sociale.
"Credo che la funzione del volontariato sia quella di permettere il cambiamento, di dare un piccolissimo contributo alla rinascita della persona. Quella di scoprire, far emergere, far venire a galla quella parte di umanità che molto spesso è nascosta dietro a brutture, a storie impossibili. Quando si coglie quell'aspetto, da lì il carcere può iniziare un lavoro di cambiamento, un'opportunità nuova per la persona" scrive suor Nicoletta.
Ma prima è necessario affrontare il tema della pena in una prospettiva nuova per far sì che il reinserimento degli ex-detenuti parta prima che il detenuto esca dal carcere. Una volta uscito, poi, le istituzioni e lo stesso volontariato, devono cooperare affinché il percorso riabilitativo in carcere non sia vanificato dal nulla che si trova fuori. La religiosa è ben consapevole di tale necessità e, forte anche di esperienze maturate in Sardegna e in Sicilia, racconta: "Penso spesso a chi mi saluta con enfasi quando arrivo e un ragazzo straniero, un giorno, mi ha fatto comprendere qual è il motivo. Suora, mi ha detto, quando io la vedo mi porta dentro il fuori che non posso vedere e mi fa respirare aria di normalità. È per quello che la mattina quando la incontro la saluto sempre molto volentieri. Mi permette di prendere una boccata d'aria".
La stessa boccata d'aria che ha consentito agli ospiti della Casa Circondariale di Catanzaro di preparare torte e pasticcini per le famiglie più povere della città in occasione delle festività natalizie. "Lo hanno fatto senza chiedere nulla in cambio. Sono ragazzi generosi e talentuosi. Hanno impiegato male le loro qualità in un momento della loro vita. Per questo continuiamo a stargli vicino perché, anche se in prigione, conservano la loro dignità di esseri umani con una libertà interiore. Nella realtà e nel pensiero non possono essere tagliati fuori da una società a cui essi continuano ad appartenere".
di Teresa Valiani
redattoresociale.it, 25 marzo 2021
Sabato 27 marzo seminario di formazione internazionale sulle due esperienze. Vito Minoia: "L'attività teatrale in carcere stimola occasioni di dialogo, confronto, consapevolizzazione. Ne abbiamo tutti bisogno".
Due realtà diverse, latitudini differenti, il nord e il sud d'Italia, un carcere per adulti l'una, un istituto per minori l'altra, a rappresentare tutto il ventaglio di esperienze che da otto anni unisce sotto un unico logo e con lo stesso intento molti dei progetti che nascono e si sviluppano sui palcoscenici dei penitenziari italiani. Si apre con un seminario di formazione internazionale su due significativi percorsi teatrali con adulti e minori, quelli di Venezia e Palermo, l'Ottava Giornata nazionale del teatro in carcere, in programma per sabato 27 marzo.
Promosso in modalità online dal Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, costituito da oltre 50 esperienze professionali (www.teatrocarcere.it), e dall'International Network Theatre in Prison / ITI Unesco Partner Organization (www.theatreinprison.org), l'evento avrà inizio dalle 15.00 e si svolge in occasione della Giornata Mondiale del Teatro 2021.
Apriranno i lavori i saluti del ministro della Giustizia, Marta Cartabia, e del Garante nazionale, Mauro Palma, a cui seguiranno i contributi video sulle esperienze di Michalis Traitsis, regista della Compagnia Balamòs Teatro, attiva negli istituti penitenziari femminile e maschile di Venezia, in dialogo con Valeria Ottolenghi, componente dell'Associazione Nazionale dei Critici di Teatro, e di Claudio Collovà, regista e direttore artistico di esperienza internazionale, autore a Palermo di una lunga attività con minori d'area penale e a rischio di esclusione sociale, che dialoga con Valentina Venturini, docente di Storia del teatro all'Università degli Studi Roma Tre.
L'incontro vedrà la partecipazione di Tobias Biancone, direttore generale dell'International Theatre Institute - Unesco, e si chiuderà con la lettura del Messaggio internazionale del World Theatre Day 2021 curato dall'attrice inglese Helen Mirren.
Introduce e conduce Vito Minoia, esperto di Teatro educativo all'Università di Urbino, presidente dell'International University Theatre Association e coordinatore dell'International Network Theatre in Prison - ITI/Unesco Partners. "Il teatro in carcere, grazie a significative esperienze artistico-espressive, come le due che andiamo a mettere a fuoco, stimola occasioni di dialogo, confronto, consapevolizzazione. Ne abbiamo tutti bisogno - spiega Vito Minoia.
Con il coordinamento italiano delle esperienze prima e con il Network internazionale oggi, si è generata un'alta attenzione per il livello di qualificazione con il quale il teatro in carcere, se sostenuto istituzionalmente e con continuità, produce una cultura del rispetto di tutti e di ciascuno che passa attraverso il diritto del riconoscimento di quell'intrinseca dignità e valore dell'essere umano. In questo periodo così complesso, in relazione alla pandemia in corso, rivolgiamo la nostra attenzione alla necessità di non comprimere, in ogni angolo del mondo, i diritti fondamentali delle persone private della libertà personale".
L'iniziativa è resa possibile grazie al Protocollo d'Intesa tra Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, e Università degli Studi Roma Tre ed è sostenuta dal Ministero della Cultura, Direzione Generale dello Spettacolo dal Vivo,
nell'ambito di Destini Incrociati, progetto nazionale a cura del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, avente come capofila il Teatro Universitario Aenigma dell'Ateneo Carlo Bo di Urbino. L'evento, in italiano e inglese (con traduzione simultanea), sarà pubblicato e rimarrà visibile sul canale Youtube www.youtube.com/user/teatroaenigma, sul sito www.teatroaenigma.it e condiviso sulla pagina Facebook Teatro Aenigma. Fino a tutto il mese di aprile la segreteria del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere raccoglierà all'indirizzo
di Danilo Taino
Corriere della Sera, 25 marzo 2021
In una fase come l'attuale, nella quale tutto il mondo punta all'immunizzazione dal Covid, la ricerca di accordi e di compromessi, a maggior ragione con Paesi amici, è probabilmente una strada migliore, per ottenere risultati, che non l'intrapresa di scontri che si sa come iniziano ma non come finiscono.
Facile a dirsi che l'Unione europea può confiscare i vaccini presenti sul proprio territorio e impedirne l'esportazione. Piuttosto rischioso farlo. A parte le conseguenze politiche di breve e di lunga durata di una scelta del genere - che è sul tavolo del Consiglio europeo di oggi - il pericolo di aprire le porte a un occhio per occhio è reale. L'ha sottolineato, tra gli altri, Micheál Martin, il primo ministro irlandese, quando gli è stato chiesto cosa ne pensasse della proposta in discussione tra Bruxelles e le capitali del Continente. "Sono molto contrario - ha risposto - Sarebbe un passo decisamente retrogrado. È assolutamente vitale che manteniamo aperte le catene di fornitura". Se infatti i Paesi eventualmente colpiti dal blocco della Ue decidessero per rappresaglia di bloccare il loro export di componenti di vaccini in Europa, sarebbe un disastro per tutti.
Martin ha portato tre numeri a sostegno della sua opposizione: per produrre il vaccino di Pfizer-BioNTech servono 280 materiali. Questi sono realizzati da 86 fornitori. I quali stanno in 19 Paesi compresa la Gran Bretagna, la quale è il target principale dell'iniziativa europea. La situazione delle forniture è già sotto pressione oggi. Adar Powalla, numero uno della Serum Institute of India che sta producendo milioni di dosi AstraZeneca, ha detto a un dibattito della Banca Mondiale che una legge degli Stati Uniti impedisce l'esportazione di materiali chiave per i vaccini e ciò crea colli di bottiglia seri nella produzione.
Una scelta drastica di confisca in Europa aumenterebbe lo stress. Cosa serve per produrre un vaccino? Innanzitutto, gli ingredienti attivi che nel caso di AstraZeneca sono vettori di adenovirus di scimpanzè e nel caso di Pfizer-BioNTech sono messaggeri Rna modificati. Poi ci sono gli ingredienti aggiunti, ad esempio adiuvanti. Inoltre, servono prodotti utili alla manifattura che non necessariamente compaiono nel prodotto finito: proteine, antibiotici, regolatori dell'acidità. Infine, c'è la confezione e la logistica. Questo vale per ogni vaccino. In una fase come l'attuale, nella quale tutto il mondo punta all'immunizzazione, la ricerca di accordi e di compromessi, a maggior ragione con Paesi amici, è probabilmente una strada migliore, per ottenere risultati, che non l'intrapresa di scontri che si sa come iniziano ma non come finiscono.
di Rosaria Manconi*
La Nuova Sardegna, 25 marzo 2021
Esistono molti modi per porre fine alla vita di un uomo. Tra questi, l'inerzia, l'omissione e l'indifferenza, non meno gravi di quella di chi impugna un'arma e deliberatamente compie il gesto omicidiario. Anzi, se possibile, alcuni di questi modi sono ancora più incomprensibili e crudeli perché non hanno neppure la scusante dell'impeto irrefrenabile, dell'avventatezza del movente.
Ma è la noncuranza delle istituzioni la più inaccettabile delle offese, in quanto proviene da chi ha il potere/dovere di garantire supremi valori come la tutela costituzionale all'integrità psico-fisica dell'individuo. Tale tutela impone anche il dovere di assicurare cure finalizzate al miglioramento della qualità della vita, nel rispetto della dignità e dell'autonomia della persona. Soprattutto in quei casi in cui, a causa di malattie incurabili o croniche, la terapia del dolore diventa indispensabile per il controllo e l'emenda del dolore stesso.
Con la legge n. 38/2010, e prima ancora con la n. 94/98 cosiddetta legge Di Bella, nel nostro paese è stato consentito l'impiego di farmaci cannabinoidi e oppiodi per alleviare il dolore derivato da patologie gravi, per lo più invalidanti resistenti ad altri trattamenti.
Nella sua attuazione la normativa ha incontrato non pochi ostacoli. A partire dallo stigma, ancora insuperato che porta a considerare la cannabis nella sua unica accezione ludica (e per questo solo negativa) e dal pregiudizio cha ancora sopravvive persino fra i sanitari, spesso impreparati sulle proprietà terapeutiche della cura e sulla necessità di fare rete fra le diverse branche specialistiche. A questo si somma la limitatezza della produzione nazionale e la difficoltà di approvvigionamento dall'estero che non garantiscono il soddisfacimento del fabbisogno in costante aumento.
Secondo i dati forniti dal International Narcotics Control Board (ovvero l'organo di controllo per l'attuazione dei trattati internazionali sulle droghe) per i pazienti del nostro paese servirebbero 1950 kg all'anno di farmaco, contro 159 kg prodotti e distribuiti dallo Stabilimento Chimico Militare di Firenze.
Il tutto aggravato da un sistema di approvvigionamento complesso e farraginoso e dalla carenza di informazione verso l'utenza.
Con poche ma eccellenti eccezioni, tra le quali, proprio in Sardegna, il Centro di terapia del dolore dell'Ospedale Binaghi di Cagliari, egregiamente diretto dal Dott. Tomaso Cocco, che da tempo, con rara sensibilità, profonda umanità e competenza, pratica, con ottimi risultati, le cure a base di cannabis.
Tutto questo accade mentre nel Paese dei dibattiti infiniti e delle commissioni di studio, da anni si disquisisce senza approdo sulla legalizzazione della cannabis. E i diversi disegni di legge proposti giacciono sulle scrivanie istituzionali. Così come rimangono irrisolte le tante istanze di modifica del Dpr 309/90, il testo unico in materia di disciplina degli stupefacenti alle cui falle e dubbi di conformità costituzionale hanno tentato di dare risposte, almeno in parte, la giurisprudenza di legittimità e la stessa Corte delle leggi.
Così è stato con la sentenza Cass. a Sezioni Unite n. 12348/2019, che ha segnato una importante inversione di rotta rispetto ad un precedente orientamento rigorista affermando, in sintesi, la non punibilità della coltivazione domestica per uso personale ed in quantità modica.
Un passo avanti significativo che però non colma tutte le lacune della norma, cui solo il legislatore può porre rimedio. E neppure ha impedito il rinvio a giudizio di Walter Di Benedetto, imputato di avere coltivato nella propria abitazione piante di cannabis per uso personale.
Walter è arrivato in Tribunale trasportato da un'ambulanza, devastato da anni di malattia e sofferenza causata da una grave forma di artrite reumatoide diagnosticata all'età di 16 anni, che lo costringe a letto fra dolori insopportabili, alleviati solo dall'uso della cannabis, prescritta dai medici dopo avere sperimentato, con esisti devastanti, ogni altro tipo di terapia. Dalla morfina alla chemioterapia.
Senonché il Sistema Sanitario, per le ragioni accennate, non è stato in grado di assicurargli la quantità necessaria per le cure, che ha dovuto interrompere.
Walter è imputato per aver scelto l'autoproduzione anziché rivolgersi alla criminalità organizzata e alimentare il mercato dello spaccio.
Così lui è divenuto l'emblema di una battaglia che il Parlamento non può più ignorare adottando, senza ulteriore ritardo, con approccio laico e finalmente svincolato da moralismi una disciplina delle droghe leggere unita ad una politica che tenga conto della pluralità delle tipologie di consumo, ivi compreso l'impiego medico. Legalizzando le coltivazioni e la detenzione a uso personale delle stesse e dei derivati. Solo così sarà possibile per un verso, sottrarre i grandi profitti al mercato dello spaccio illegale e, per altro verso, avviare una campagna socio culturale di prevenzione ed educazione. Ma soprattutto assicurare le cure necessarie ai tanti malati che nella cannabis trovano sollievo alle loro sofferenze. Infatti, come dice Walter di Benedetto: il dolore non aspetta, il dolore uccide.
*Avvocato
di Nello Scavo
Avvenire, 25 marzo 2021
Nel giorno in cui il premier Draghi annuncia il viaggio a Tripoli, l'inviato del segretario generale delle Nazioni Unite ha riferito al consiglio di sicurezza. "Vige l'impunità". Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha annunciato in mattinata che si recherà in Libia il 6 e 7 aprile. Una conferma di quanto importante sia per il governo italiano il dossier libico. Domani sarà il ministro degli Esteri Luigi Di Maio a tornare a Tripoli, fra l'altro per continuare a chiedere il blocco delle partenze dei migranti via mare.
Che cosa voglia dire per gli stranieri restare in Libia senza alcuna protezione, lo ha però spiegato il nuovo rappresentante Onu a Tripoli, che davanti al Consiglio di sicurezza non ha usato il "diplomaticamente corretto", incoraggiando la comunità internazionale a fare di più, riconoscendo i passi avanti e le speranze per il dialogo politico interno, ma smentendo chi dipinge il Paese come avviato verso il progressivo rispetto dei diritti umani fondamentali, che anzi conoscono un crescente deterioramento.
L'intervento di Ján Kubiš ha confermato quanto denunciato nel rapporto degli esperti Onu, reso pubblico una settimana fa, secondo cui l'embargo sulle armi è risultato un sostanziale fallimento e le milizie, affiliate ai vari ministeri, continuano a gestire ogni genere di affare illecito, dal contrabbando di petrolio allo sfruttamento degli esseri umani. Non è un caso che il presidente del governo transitorio transitorio abbia formato un governo con 35 esponenti di ogni partito, tribù e fazione, ma abbia tenuto per sé l'interim del potente ministero della Difesa.
Introducendo la seduta del Consiglio di sicurezza, una nota ricostruiva alcuni recenti scandali. A cominciare dalla nomina del presidente del governo provvisorio, scelto da un'assemblea di delegati chiamata Forum del dialogo, e che nei piani dovrà traghettare il Paese fino alle elezioni del 24 dicembre. La missione Onu ha raccolto voci circa "offerte di tangenti tra 150 mila e 200 mila dollari" da versare ad alcuni dei 35 delegati che si fossero impegnati "a votare per Dbeibah come primo ministro", poi effettivamente eletto contro ogni previsione. Una vicenda su cui è stata aperta un'inchiesta a Tripoli dopo che "un membro del Forum per il dialogo libico - informa l'Onu - si è arrabbiato per aver sentito che altri delegati avevano ricevuto più soldi di lui".
Nonostante il cessate il fuoco la missione Onu "continua a documentare uccisioni, sparizioni forzate, violenze, inclusi stupri, arresti e detenzioni arbitrarie, attacchi contro attivisti e difensori dei diritti umani e crimini ispirati dall'odio. La libertà d'espressione è compromessa. Vari gruppi armati continuano ad operare senza incontrare ostacoli, le violazioni dei diritti umani continuano nella quasi totale impunità". E se questo è quello che devono passare anche i cittadini libici, non è difficile immaginare cosa subiscano gli stranieri. "Sebbene il loro numero rimanga basso rispetto alla popolazione totale di migranti in Libia, il numero di migranti che tentano di attraversare il Mediterraneo è aumentato durante i primi due mesi del 2021 e rimane costante, esponendoli al rischio della morte".
Meno di un mese fa le organizzazioni internazionali stimavano in poco più di 2mila la popolazione di migranti e profughi rinchiusi nelle prigioni ufficiali. Ma negli ultimi giorni, alla vigilia delle trattative con Paesi come l'Italia che chiedono fermare le partenze, viene catturato "un numero crescente di migranti e rifugiati". Lo slovacco Kubiš ha riferito al Consiglio di sicurezza che "attualmente circa 3.858 migranti sono detenuti in centri di detenzione ufficiali gestiti dal Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale (Dcim) in condizioni estreme, senza un giusto processo e con restrizioni all'accesso umanitario".
Parole che strappano il velo d'ipocrisia, davanti a quanti, anche negli ultimi mesi, hanno sostenuto che la presenza delle agenzie Onu in Libia è una garanzia di rispetto dei diritti umani, con questo giustificando la cattura in mare da parte della cosiddetta Guardia costiera libica, che restituisce ai campi di prigionia i migranti intercettati. Perciò "l'Unsmil è preoccupata per le gravi violazioni dei diritti umani contro migranti e richiedenti asilo da parte del personale del Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale e dei gruppi armati coinvolti nella tratta di esseri umani". I regolamenti di conti interni si risolvono con il piombo o rastrellando i nemici.
I diritti fondamentali non sono minimamente rispettati: "L'Unsmil continua a ricevere rapporti credibili di detenzione arbitraria e illegale, tortura, sparizioni forzate, esecuzioni extragiudiziali, rifiuto di visite da parte di famiglie e avvocati e privazione dell'accesso alla giustizia". Secondo il rappresentante del segretario generale, "sono più di 8.850 le persone detenute arbitrariamente in 28 carceri ufficiali sotto la custodia della polizia giudiziaria, con una percentuale stimata tra il 60 e il 70 per cento in custodia cautelare". Inoltre, "circa 10 mila persone sono detenute in centri di detenzione sotto l'autorità di milizie e gruppi armati. Si stima che tra essi vi siano circa 480 donne, di cui 184 non libiche, più di 63 minori e bambini". L'urgenza però sembra essere un'altra. Al Palazzo di vetro lo sanno: "Essendo la sua principale fonte di entrate e il più grande datore di lavoro, il settore petrolifero richiede supporto e investimenti continui". E sembra essere questa la principale posta in gioco.
di Marco Minniti
La Repubblica, 25 marzo 2021
Migliaia di migranti partiti dalla Libia negli ultimi anni hanno cercato di raggiungere l'Europa transitando per l'Italia. Con una sequenza senza precedenti, il Mediterraneo ha visto palesarsi il più gigantesco sommovimento geopolitico degli ultimi cento anni. Il realizzarsi, quasi contemporaneo, di due antichi sogni imperiali: quello Russo e quello Turco-Ottomano. Dalla Siria alla Libia. Con una comunità internazionale sorpresa, al limite dell'impotenza. Parliamo degli Usa di Trump, sedotti dalla America First e dal conflitto con l'Europa, sempre più distinti e distanti da quel mare considerato secondario. E di un'Europa stranita, divisa, quasi colpita al cuore da tanta temeraria accelerazione.
Le elezioni americane ci hanno consegnato una nuova America. E la presenza di Biden al vertice di oggi dell'Ue, è il più icastico segnale del grande cambiamento. Il Mediterraneo non potrà non giovarsi di ciò. Un nuovo quadro dell'antico legame transatlantico rappresenta una buona notizia per quel "mare nostrum" che nel tempo è diventato sempre meno nostrum. Poi c'è l'inaspettata opportunità della formazione, dopo anni di drammatica divisione e di una sanguinosa guerra civile, di un governo unitario della Libia. La sua approvazione parlamentare con una maggioranza pressoché unanime rappresenta sicuramente un passo importante.
È come se, per una volta, l'impegno dell'uomo (una "donna" Stephanie Williams) insieme a quella che Hegel chiamava l'astuzia della ragione, avessero promosso una potenziale inversione di tendenza. Intendiamoci, la sfida del nuovo governo Dbeiba, felicemente e tempestivamente incontrato dall'Italia, è da far tremare le vene ai polsi. Mantenere e rafforzare il cessate il fuoco. Liberare il Paese dalle presenze militari straniere. E che presenze. La prima, quella turca, dichiarata. Frutto di un accordo politico e diplomatico, formalmente firmato dalle parti durante la fase più acuta della guerra civile. La seconda, mai dichiarata ma altrettanto incombente: quella della Russia. Con i contractor della Wagner, secondo modalità già sperimentate nel Donbass.
La Turchia ha avuto in concessione secolare il cruciale porto di Misurata. Fortissimo, nello stesso tempo, è l'attivismo russo con la costruzione del cosiddetto "vallo di Putin" tra Cirenaica e Tripolitania. A ciò si affianca la notizia della più vicina base di Mig-29 al cuore dell'Europa.
Se tutto ciò non bastasse, c'è, poi, il tema dello scioglimento delle milizie interne, che hanno sin qui svolto un ruolo dominante. E di riflesso la costituzione di un sistema di sicurezza e difesa unitario per l'intera Libia. Le prime scelte del nuovo governo nel comparto difesa ed il silenzio assordante di un indebolito Haftar rappresentano qualcosa di più di una semplice incognita. C'è poi, in uno scenario di drammatica emergenza pandemica, da ricostruire un Paese devastato. La cadenza temporale è senza fiato. Con l'obbiettivo di portare il Paese al voto nel dicembre di quest'anno. Intendiamoci, il voto non solo è il compimento naturale di un percorso di ricostruzione istituzionale ma è indispensabile per la stabilità della Libia. Facile a dirsi. Difficile a farsi. Come insegna il recente passato.
Le tensioni manifestate con il Parlamento di Tobruk su un percorso costituzionale ed elettorale non rappresentano un buon viatico. Ma questa è la sfida. Lasciare oggi sola la Libia sarebbe un peccato imperdonabile. Tocca all'Europa, in una rinnovata sintonia transatlantica, sostenere il nuovo governo libico. Contribuendo, così, a ridisegnare un nuovo assetto del Mediterraneo. Nel momento in cui ci si appresta a riaprire il negoziato del trattato con la Turchia, l'Ue ha l'imperativo politico di presentare un piano di ricostruzione economica, sociale, istituzionale della Libia. Un piano importante per le risorse economiche impegnate. Ambizioso nei suoi contenuti è finalità. Negoziato con il nuovo governo, ma che soprattutto sappia parlare a quel pezzo, grande, del popolo libico che in questi anni ha guardato con fiducia al Vecchio continente e non si rassegna all'idea di un'egemonia Russo-Turca.
Un Piano che rimetta a pieno regime l'attività energetica tradizionale e insieme proponga un progetto per l'utilizzo delle fonti rinnovabili. Un Piano che coinvolga i Paesi del nord Africa confinanti con la Libia. A partire dalla cruciale Tunisia. Che contenga un nuovo patto per il governo dei flussi migratori, che, nel rispetto dei diritti umani, sia incardinato sull'apertura e promozione di canali umanitari e legali e su un impegno chiaro di contrasto al traffico di esseri umani. Un Piano, infine, che sostenga i governi nell'affrontare la sfida della pandemia.
Sapendo che la sicurezza sanitaria sarà un tema dominate per tutti i Paesi che ruotano nell'orbita del Mediterraneo allargato. Si tratta di agire in fretta. Perché se "l'inaspettata opportunità" libica di Menfi e Dbeiba dovesse fallire si precipiterebbe, inevitabilmente, in una divisione della Libia per sfere di influenza. Il che rappresenterebbe uno scacco drammatico per l'intera Europa. Il collasso libico rischierebbe un gigantesco "effetto domino", che potrebbe colpire altri Paesi del Nord Africa. L'Europa non può permetterselo. Perché, mai come adesso, il suo futuro si specchia nelle acque del Mediterraneo.
di Paolo Lambruschi
Avvenire, 25 marzo 2021
Si alza il velo sulle bugie e sul silenzio Così arrivano le prime conferme ufficiali anche sul massacro di cristiani ad Axum, mentre il segretario di Stato Usa, Blinken, parla di "pulizia etnica".
Settimana della verità per il Tigrai, dopo mesi di blackout, silenzi e menzogne ufficiali. Mercoledì della scorsa settimana il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha fatto un brusco cambio di rotta e per la prima volta ha fatto ammissioni importanti in Parlamento e via social media, seguito da un primo, parziale riconoscimento etiope della strage di Axum, città santa della cristianità ortodossa, finora sempre negata. Abiy ha riconosciuto anzitutto che i militari etiopi hanno compiuto abusi contro i civili nello Stato regionale dal 4 novembre ad oggi, aggiungendo che i responsabili di atrocità durante l'offensiva militare saranno "chiamati a renderne conto".
Le dichiarazioni arrivano dopo che l'Onu ha acconsentito alla richiesta di un'indagine congiunta con l'Etiopia sulle accuse di violazioni dei diritti umani nel Tigrai e, soprattutto, dopo che il segretario di Stato Usa Antony Blinken aveva descritto come "pulizia etnica" le violenze anche sessuali di massa avvenute nella regione settentrionale etiope, dalle quali sono fuggite in Sudan 60mila profughi e un milione di sfollati. Inoltre, dopo 5 mesi di dinieghi e smentite ufficiali di Addis Abeba e dell'Asmara, il Nobel per la pace 2019 ha finalmente ammesso il coinvolgimento dei militari eritrei nel conflitto sul suolo etiope scaricando su di loro la responsabilità di abusi contro i civili.
Presenza e coinvolgimento che da mesi, nonostante il buio informativo che Addis Abeba ha fatto calare sull'area dall'inizio delle ostilità, era stata denunciata prima dai media internazionali (tra cui questo giornale) e poi dall'Onu attraverso le sue agenzie, dagli Usa, Ue e da molte organizzazioni umanitarie. L'autorizzazione concessa alcune settimane fa all'ingresso in aree tigrine di alcune grandi testate internazionali ha confermato tutti i racconti dell'orrore che vedono protagoniste soprattutto le truppe del regime di Isaias Afewerki. Alle truppe eritree Abiy è "comunque grato". Sempre in Parlamento ha dichiarato infatti che "il popolo e il governo eritreo hanno fatto un favore duraturo ai nostri soldati" durante la guerra, senza fornire dettagli. "Comunque - ha proseguito- dopo che l'esercito eritreo ha attraversato il confine per operare in Etiopia, qualsiasi danno abbia fatto al nostro popolo è inaccettabile. La campagna militare era contro nemici chiaramente definiti: il Fronte di liberazione del popolo del Tigrai, (l'ex partito di governo locale che ha guidato anche il governo etiope dal 1991 all'avvento di Abiy nel marzo 2018, ndr), non contro le persone. Ne abbiano discusso quattro o cinque volte con il governo eritreo".
Evidentemente senza successo. Infine un attacco all'Unhcr/Acnur sui 96mila rifugiati eritrei, almeno 15mila dei quali deportati a forza dai soldati eritrei nonostante fossero sotto la protezione del governo etiope. Il leader etiope sostiene di aver chiesto all'Alto commissariato Onu per i rifugiati, un anno prima della guerra nel Tigrai, di spostare i campi di accoglienza dei rifugiati eritrei verso l'interno, "ma questo non è avvenuto per le pressioni subite dal Tplf".
Abiy ha ricordato che nella regione c'erano quattro campi d'accoglienza per rifugiati eritrei, due dei quali a 20 chilometri dal confine tra i due Paesi "completamente fuori dagli standard internazionali". Ha motivato inoltre la richiesta del loro spostamento in una zona più sicura perché in essi "si faceva attività politica volta ad addestrare gruppi antigovernativi eritrei", azione che il premier etiope ascrive al Tplf e perché "con l'appellativo di rifugiato eritreo, facilitato da lingua e cultura simile, facevano in modo di mandare all'estero un grande numero di giovani tigrini dicendo fossero rifugiati eritrei".
Abiy, però, ha omesso di parlare del tentativo di chiudere uno dei campi già nel settembre 2020 e alla sua scelta di non accogliere più profughi in fuga dalla confinante eritrea dopo la pace del 2018. Quanto alla falsa nazionalità dei rifugiati, più volte l'agenzia governativa etiopica Arra che si occupa dei rifugiati ha affermato che da anni il problema era stato risolto con accertamenti rigorosi. Nulla invece è stato detto sulla deportazione di almeno 15mila eritrei dei campi di Hitsats e Shimelba, distrutti dalle truppe del dittatore eritreo, altro crimine contro l'umanità come ha ricordato l'Alto commissario Onu Filippo Grandi. Il quale assieme al Sottosegretario generale per le questioni umanitarie (Ocha) delle Nazioni Unite Mark Lowcock, al direttore generale dell'Oim Antonio Vitorino e all'Alto commissario per i diritti umani Michelle Bachelet ha lanciato un appello per far cessare stupri e "altre orribili forme di violenza indiscriminata contro i civili mentre la situazione umanitaria sta peggiorando".
Significative le prime ammissioni etiopiche sulla strage di fedeli e civili ad Axum compiuta a fine novembre sempre dalle truppe eritree in un'ordalia di violenze e saccheggi. Dopo i report di Amnesty international e Human Rights Watch, ieri un rapporto preliminare della Commissione nazionale etiope per i diritti umani istituita dal governo accusava i soldati di Isaias dell'uccisione di oltre 100 civili a novembre (almeno 800 per gli altri report, ndr), che "potrebbe costituire un crimine contro l'umanità". Intanto dall'Ue primo passo ufficiale contro l'Eritrea. I 27 ministri degli Esteri europei hanno approvato sanzioni contro dirigenti dei servizi di intelligence di Asmara con cui vengono congelati conti correnti in Europa e imposti blocchi ai visti di ingresso nell'Ue perché responsabili in Eritrea di "gravi violazioni dei diritti umani con arresti arbitrari, esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate e torture". E le truppe eritree sono state segnalate da organismi Onu persino al confine tra Etiopia e Sudan, nel conteso triangolo di al-Fashqa, dove negli ultimi mesi c'è stata un'escalation di tensione con ripetuti scontri. Altri segnali di contagio del conflitto del Tigrai in tutto il Corno d'Africa.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 25 marzo 2021
Le motivazioni della sentenza che ha annullato la condanna all'ex presidente. Per i giudici della Corte suprema il magistrato è stato "parziale" Con lo scopo di impedire la candidatura alle elezioni del 2018. Una vittoria su tutta la linea per l'ex presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva: la Corte suprema ha chiarito le motivazioni che l'8 marzo scorso hanno portato, da parte del tribunale presieduto da Edson Fachin, all'annullamento di tutte le accuse. Per i giudici la condanna del 2017 che ha portato in carcere, per 580 giorni (fino alla liberazione dopo il processo di appello del 2019), il 75enne leader del Partito dei Lavoratori è stata viziata e determinata dalla condotta non imparziale del magistrato anticorruzione Sergio Moro.
Secondo la sentenza l'accusatore avrebbe agito per motivazioni politiche eliminando dalla corsa presidenziale del 2018 Lula, in vantaggio per qualsiasi sondaggio, a favore dell'outsider di estrema destra Jair Bolsonaro. I sospetti su Moro potrebbero essere poi avvalorati dal fatto che nel 2019 divenne ministro della Giustizia, nominato proprio dall'ex capitano dell'esercito che ancora governa il paese. A ribaltare le ipotesi di colpevolezza è stata la giudice Carmen Lucia il cui voto è stato determinante per la decisione della Corte suprema in favore di Lula. Inoltre un altro componente della Corte, Gilmar Mendes, ha votato per portare Moro in giudizio (a causa di una serie di intercettazioni pubblicate da The Intercept dalle quali emergerebbero manovre oscure e pressioni dai pubblici ministeri). Sebbene sia stato annunciato un processo, una data specifica per l'udienza non è stata ancora confermata. Se il campione dell'anticorruzione verrà condannato, tutte le prove raccolte verranno eliminate, rendendo improbabile il tempo sufficiente per riesaminare completamente il caso di Lula prima delle elezioni del prossimo anno.
In realtà l'intramontabile leader della sinistra brasiliana non ha ancora confermato se si ricandiderà, ragioni di opportunità politica ma soprattutto un'intricata vicenda giudiziaria ancora in piedi potrebbero cambiare nuovamente il quadro. Nel luglio 2017 infatti Lula venne ritenuto colpevole di riciclaggio e corruzione riguardo i lavori di un appartamento sulla costa di San Paolo, secondo il tribunale si trattava di una tangente proveniente da una società di costruzioni.
La vicenda venne collegata alla famosa "Operazione Car Wash (Lava Jato)", una poderosa inchiesta anti- corruzione che coinvolse la compagnia petrolifera statale Petrobras. L'indagine provocò la caduta di numerose teste, centinaia tra i politici e i dirigenti d'azienda più potenti del Brasile. Ad occuparsi del procedimento giudiziario fu la giurisdizione di Curitiba.
Gli avvocati difensori hanno sempre affermato che Lula all'epoca dei fatti era residente a Brasilia e che il caso di corruzione non era collegato a Petrobras. Per cui tutto il procedimento giudiziario era di competenza della capitale. Un duello legale durato 5 anni e che ora potrebbe portare tutta l'inchiesta al punto di partenza a meno che, appunto, Moro non venga giudicato a sua volta.
Molti gli osservatori ritengono improbabile l'apertura di un nuovo processo, la decisione del giudice Fachin infatti, sempre secondo stampa ed addetti ai lavori, sarebbe stata impossibile senza l'appoggio della Corte suprema. Ma rimane, in ultima istanza, un altro elemento di natura squisitamente politica che potrebbe sbarrare la candidatura di Lula. Bolsonaro e la destra potrebbero modificare la legge elettorale facendo cambiare idea alla Corte suprema così come a Brasilia si potrebbe arrivare ad un eventuale nuovo giudizio in tempi molto più rapidi. Si comprendono dunque le titubanze di Lula che ha già annunciato un tour attraverso il paese per parlare con i suoi sostenitori prima di prendere una decisione definitiva.
"La mia testa non ha tempo per pensare alla candidatura del 2022 - ha detto Lula - Quando arriverà il momento di discutere avremo l'immenso piacere di annunciare al Brasile che stiamo pensando al 2022". Su tutto peserà l'andamento della pandemia che sta facendo aumentare a dismisura nuove infezioni e morti con la rete sanitaria del paese al limite del collasso. Più delle vicende giudiziarie di Lula è questo il punto debole di Bolsonaro, negazionista convinto del Covid- 19, che ha fatto precipitare il paese in una crisi sanitaria fuori controllo. Ad oggi più di 300mila persone sono morte in Brasile a causa dell'infezione (più di 3251 decessi solo ieri), secondo i dati della Johns Hopkins University, mentre sono stati segnalati oltre 12 milioni di casi.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 24 marzo 2021
L'Avv. Figliolia: "Eliminare ogni automatismo". Udienza pubblica in Corte costituzionale, oggi la sentenza. Un varco c'è, nell'abolizione dell'ergastolo ostativo. Ad agevolare la spinosa decisione della Corte costituzionale - attesa per oggi - chiamata dalla Cassazione a pronunciarsi sulla legittimità dell'unica pena del nostro ordinamento che preclude ogni possibile liberazione condizionale, comminata a quei condannati che non collaborano con la giustizia, ci ha pensato la stessa avvocatura dello Stato.
- Il Commissariato per l'emergenza Covid: non sono a rischio le vaccinazioni ai detenuti
- Guai se depotenziano l'ergastolo ai mafiosi
- Giudici, ascoltate Mandela, non Di Matteo. L'ergastolo è un'infamia
- Il progetto Edison per test rapidi congiunti Hiv-Covid alla popolazione detenuta
- Mattarella: riformare la Giustizia. Si va verso una superprocura Ue











