di Andrea Nicolosi*
Il Riformista, 26 marzo 2021
Coltivare la speranza, ottenere una pronuncia di assoluzione o la grazia per un uomo che ha aiutato a riabilitare tante persone. L'idea di un Comitato Per Ambrogio Crespi è germogliata naturalmente, dall'attività di Nessuno Tocchi Caino, la notte del 9 marzo 2021, quando non si dormiva, per la condanna in Cassazione di Ambrogio Crespi, a 6 anni di reclusione per "concorso esterno in associazione mafiosa".
Il Comitato è nato dalla ferma convinzione che Ambrogio Crespi sia innocente. Al di fuori del processo, l'incompatibilità tra Ambrogio e il reato che gli viene attribuito è sancita dalla sua vita, dalle sue opere cinematografiche, dalla opinione di chi lo conosce persona per bene, sensibile, generoso, pacifico, contro ogni violenza e, ancor più, contro le violenze delle organizzazioni criminali, alle quali ha opposto la forza della sua arte, la sua ferma condanna, la sua lotta culturale a viso aperto, a rischio della sicurezza e della propria vita.
Ho conosciuto per primo, tra le opere di Ambrogio, il capolavoro artistico di Spes Contra Spem - Liberi Dentro, manifesto della lotta alla mafia, cominciamento di rivoluzione culturale e giuridica, che testimonia realisticamente, senza finzioni né sofisticazioni, il percorso di maturazione interiore e rieducazione al senso etico e sociale dei condannati al "fine pena mai" detenuti nel carcere di Opera. Un capolavoro artistico che ha contribuito senz'altro alla fioritura della sentenza Viola contro Italia della Corte europea dei diritti dell'uomo, la sentenza che ha ribadito il divieto inderogabile di trattamenti inumani e degradanti e riconquistato ai condannati all'ergastolo senza speranza il diritto alla speranza.
Qualche giorno fa, Gaetano Puzzangaro, uno dei protagonisti di Spes Contra Spem, ha incontrato la voce di Ambrogio, detenuto nello stesso carcere di Opera, in una cella nei pressi della sua. Chissà quale tuffo al cuore, quale commozione a sentire l'uomo che si era piegato sulle sue sofferenze di detenuto senza speranza, riuscendo a farla emergere una speranza, nei lievi bagliori di bellezza che cominciavano a sbucare, come timidi fiori di campo, dalle "macerie della sua esistenza".
Così lui stesso ha definito la sua vita dopo l'omicidio del giudice beato Rosario Livatino, per il quale oggi prega e con il quale oggi parla. Chissà quale senso di separazione interiore a vedere uno Stato, l'Italia, che - dopo aver rinunciato, in nome dell'emergenza, alla dignità del condannato al carcere ostativo ed a valorizzarne i segni reali di cambiamento - incarcera un uomo che ha contribuito così fortemente a riabilitare la speranza nella risocializzazione sua e dei condannati come lui.
Chissà cosa avrà provato Gaetano Puzzangaro a vedere uno Stato che cade nel gigantesco errore e misfatto di divenire Caino (come lo è stato lui del beato Livatino) di un innocente Abele, di processare e condannare Ambrogio Crespi. A vedere uno Stato eseguire una pena - che ai sensi della Costituzione dovrebbe essere volta alla riabilitazione - nei confronti di una persona come Ambrogio che ha riabilitato persone e non richiede di essere riabilitata.
Ho conosciuto l'uomo Ambrogio, la sera della pronuncia della Cassazione. Un uomo oppresso dal dolore ma che teneva alta la sua grande dignità e si diceva grato, infinitamente grato, per la solidarietà che riceveva in quel momento così drammatico.
Ambrogio era incredulo, stupefatto, smarrito per la condanna ma bisognoso di voler capire, di sperare, di poter credere ancora nella giustizia "...perché, perché?!...Non capisco perché!?", continuava a chiedere con una voce rotta dal pianto, senza mai proferire parole di squalifica o sdegno verso i giudici, nonostante si sentisse ingiustamente offeso, tradito, pugnalato.
La verità è che questa drammatica storia non riguarda solo Ambrogio e la sua famiglia ma ciascuno di noi: a ogni innocente può capitare lo stesso destino infausto. La condanna di Ambrogio è una ferita sociale - proprio come quella di "Enzo Tortora, una ferita italiana" - trasversale, che mina i principi del giusto processo e la certezza del diritto e può pericolosamente rompere la fiducia collettiva nelle istituzioni e nella giustizia. Insinua una insicurezza sociale che smarrisce e paralizza.
Il Comitato per Ambrogio Crespi ha lo scopo di coltivare la speranza e ripristinare la verità. Di collaborare con Ambrogio, i suoi legali, la sua famiglia per far riemergere la sua innocenza, con tutti i mezzi possibili contemplati dall'ordinamento giuridico, per ottenere una pronuncia di assoluzione o la grazia del Presidente della Repubblica.
Ravvisa, per altro verso, la necessità di aprire un pacifico e approfondito dibattito collettivo che miri alle riforme della Giustizia strumentali a ripristinare in via più sostanziale lo stato di diritto, una giustizia più giusta, informata al senso di umanità, protesa al rispetto del valore universale della dignità umana.
La necessità è posta dal senso di considerazione e tutela dei tanti Ambrogio Crespi che scontano condanne carcerarie in via preventiva o definitiva e che, sconosciuti ai più, non hanno alcun comitato che li sostenga, alcuna cassa di risonanza che faccia risuonare il silenzioso lamento di un innocente.
*Presidente Comitato di Nessuno tocchi Caino per Ambrogio Crespi
anconatoday.it, 26 marzo 2021
"Abbiamo avuto conferme sul focolaio registrato a Villa Fastiggi di Pesaro con 47 contagiati. Larga parte degli stessi detenuti contagiati sarebbero risultati asintomatici ed alcuni si sarebbero già negativizzati". Lo dice in una nota il Garante regionale dei diritti delle Marche, Giancarlo Giulianelli, che in questi giorni ha effettuato una ricognizione negli istituti penitenziari della regione. A Pesaro, dove già nei giorni scorsi si era registrata la presenza di un focolaio, la situazione più critica.
"La situazione è stata determinata dall'ingresso di un nuovo detenuto che, dopo aver presentato sintomi riconducibili al Coronavirus, è stato subito trasferito in ospedale- continua Giulianelli-. Le sue condizioni sarebbero attualmente in via di miglioramento". Giulianelli fa anche presente che sono stati attivati prontamente tutti i protocolli per il contenimento della pandemia, anche attraverso il trasferimento delle sezioni interessate e una rivisitazione della logistica complessiva. "Teniamo conto- prosegue- che a Villa Fastiggi la situazione va attentamente monitorata, anche perché l'istituto deve fare i conti con un sovraffollamento ciclico, che al momento si attesta su una trentina di detenuti".
Nelle altre realtà carcerarie presenti sul territorio regionale (Montacuto, Barcaglione, Fossombrone, Fermo e Marino del Tronto di Ascoli Piceno) la situazione sarebbe sotto controllo. "Ne abbiamo avuto conferma in questi giorni - specifica Giulianelli - dopo aver chiesto tutte le informazioni del caso. È ovvio che la guardia deve restare sempre alta e che contestualmente andranno affrontate, come ho avuto modo di ribadire in altre occasioni, diverse problematiche, a partire da quelle delle vaccinazioni di detenuti e Polizia penitenziaria, sulla base delle disposizioni nazionali e regionali".
di Federico Fubini
Corriere della Sera, 26 marzo 2021
Finora l'Unione ha trattato per risparmiare sull'acquisto. E ora, divisi per qualche fiala chiediamo ancora una volta all'alleato americano di salvarci, come dopo la guerra. Per la seconda volta in dodici mesi, l'India ha deciso di bloccare le esportazioni di prodotti essenziali per la salute di noi europei. Il 3 marzo di un anno fa una nota uscita all'improvviso da un ministero vietò l'esportazione di ventisette ingredienti farmaceutici, inclusi gli antibiotici più usati contro le polmoniti. Bastarono poche righe di un funzionario di Nuova Delhi e l'onda d'urto si propagò in tutto il mondo.
Il mese dopo, in pieno lockdown, la Società italiana di farmacia ospedaliera dovette mandare al governo la lista di diciotto farmaci dei quali c'era "carenza" (fra questi tre antibiotici, due anestetici e l'eparina sodica usata contro le trombosi). Un anno dopo, ci risiamo: ieri il governo di Nuova Delhi ha proibito l'esportazione di vaccini verso il resto del mondo.
Non è una sorpresa. E non è una cosa da poco. Il più grande produttore di vaccini Covid al mondo è il Serum Institute of India, che ha un contratto per 550 milioni di dosi Novavax e soprattutto ne ha uno per altrettante fiale di AstraZeneca. Una parte della materia prima trasformata dalla Catalent di Anagni viene da lì e oggi in Italia, Francia o Germania si trovano centinaia di migliaia di persone vaccinate con il prodotto degli stabilimenti del Serum Institute nel Maharashtra.
È solo un passaggio di questa saga, uno di più. Ma racchiude messaggi per un'Unione europea sempre più afflitta da quello che Thierry Breton, il commissario incaricato del dossier, chiama il "nazionalismo dei vaccini". Il primo messaggio è che le catene globali del valore da cui dipendiamo per la nostra salute sono fragili e lo resteranno, perché così abbiamo scelto noi stessi europei nella nostra miopia. C'è infatti una contraddizione di fondo nel nostro pretendere di comprare da AstraZeneca vaccini a meno di due euro a dose eppure stupirsi quando poi la produzione viene delocalizzata in India. Se davvero vogliamo la "sovranità strategica" di cui parliamo tanto in Europa, dobbiamo essere disposti a pagare di più per ciò che ci serve.
Invece noi europei - la Commissione, sostenuta dall'Italia e da altri sette governi - abbiamo passato l'estate scorsa a tirare sui centesimi di euro per fiala con il gruppo britannico. Non ci è venuto in mente che ogni mese di più passato in zona rossa fa perdere all'Unione europea un centinaio di miliardi di reddito (e all'Italia poco meno di dieci)? I negoziatori europei hanno persino cercato di ottenere dalle case farmaceutiche solo opzioni - cioè diritti - di acquisto, senza dar loro ordinativi certi. È naturale che poi Pfizer o AstraZeneca abbiano dato la precedenza alle forniture non solo agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna o a Israele, ma anche al Cile. Il governo di Santiago non è il più ricco e potente del mondo, però ha avuto le idee più chiare di noi europei e ora metà della popolazione cilena è già vaccinata.
Il secondo messaggio del blocco indiano è che dobbiamo essere disposti, noi europei, a rischiare i nostri soldi investendo. Dobbiamo anche essere pronti a perderne, pur di innovare. A Washington, Donald Trump ha impegnato sui vaccini oltre dieci miliardi di dollari nella primavera di un anno fa. A Londra Boris Johnson a marzo scorso ha deciso in poche ore di spendere centinaia di milioni di sterline per formare l'Oxford Vaccine Consortium, che avrebbe portato alle dosi di AstraZeneca. Noi europei ci siamo sempre sentiti superiori a entrambi, per stile e cultura. Ma ora metà della popolazione britannica è vaccinata, da noi a stento un settimo e dobbiamo sperare che Joe Biden si dimostri più generoso di Trump nel toglierci dai guai.
Questo stato di debolezza obbliga noi europei a chiederci non tanto perché, l'estate scorsa, abbiamo negoziato così male con Pfizer o AstraZeneca. C'è una domanda più seria: perché non abbiamo sviluppato vaccini completamente nostri? Un'economia avanzata da 13 mila miliardi di euro, con un'industria del farmaco da quasi duecento miliardi di fatturato l'anno, non ce l'ha fatta. Ci sono riuscite le altre grandi piattaforme globali - Stati Uniti, Cina, Gran Bretagna, Russia - ma noi no.
La tedesca BioNTech ha finito per collaborare con l'americana Pfizer, per sviluppare la propria invenzione. La Irbm di Pomezia ha contribuito al progetto di Oxford ma il governo italiano di Giuseppe Conte, molto generoso con aziende obsolete come Alitalia o Ilva, non ha messo un euro per affiancare Boris Johnson. Anche in Francia l'Istituto Louis Pasteur e Sanofi sono in ritardo, per ora. Così noi europei ora ci vantiamo di aver esportato 77 milioni di dosi, ma la realtà è che ci siamo ridotti al rango di trasformatori di prodotti altrui. Le nostre minacce di embargo sono velleitarie, perché siamo terzisti.
Non siamo audaci. Vent'anni fa l'industria farmaceutica americana investiva due o tre miliardi all'anno più di quella europea in ricerca e sviluppo, ma alla vigilia della pandemia ne investiva già venti di più. Non siamo audaci in un secolo in cui i grandi choc globali, la rivalità con la Cina e la corsa delle tecnologie richiedono capacità di innovazione radicale. Noi invece preferiamo ancora gli aggiustamenti incrementali. Non è un caso se fra le prime diciotto aziende tecnologiche per fatturato al mondo ce ne sono nove americane, tre cinesi, tre giapponesi, due coreane, una di Taiwan, ma non una europea.
La conseguenza è nella scena del vertice di ieri e di oggi. Eccoci qua, divisi come i polli di Renzo per qualche fiala. Eccoci ansiosi di farci salvare ancora dall'alleato americano, come quando l'Europa era in macerie dopo la guerra. Ma ora anche privi a volte di senso del ridicolo, come il premier austriaco Sebastian Kurz che cerca di rimediare ai propri errori sui vaccini esigendo una solidarietà europea che lui stesso ha sempre sdegnato. Se la pandemia fosse una guerra, noi europei la staremmo perdendo. Ma non lo è. È una (durissima) lezione. Riflettiamoci su.
notiziediprato.it, 26 marzo 2021
La procura ha inviato gli avvisi di conclusione indagine. L'accusa per tutti è resistenza aggravata. La rivolta scoppiò in molti penitenziari d'Italia. Alla Dogaia materassi dati alle fiamme, telecamere di videosorveglianza distrutte, zampe dei tavoli usate come spranghe, olio sui pavimenti per impedire l'intervento degli agenti, brandine impilate come muri di difesa.
Sono 42 gli avvisi di conclusione indagine inviati dalla procura ad altrettanti detenuti che il 9 marzo dello scorso anno misero a ferro e fuoco il carcere della Dogaia per protestare contro lo stop, in piena emergenza coronavirus, ai colloqui con i familiari. L'inchiesta è arrivata al traguardo nei giorni scorsi, a un anno esatto dai disordini che scoppiarono in tutta Italia all'interno degli istituti penitenziari. I 42 detenuti - tra loro italiani, marocchini, albanesi e nigeriani - sono accusati di resistenza aggravata. La rivolta prese corpo poche ore dopo l'annuncio dei provvedimenti restrittivi varati per limitare il rischio che il Covid potesse colpire la popolazione carceraria. Da Modena a Foggia, da Bologna a Rieti, da Trapani a Milano, i detenuti devastarono celle e intere sezioni.
Alla Dogaia, la situazione più critica in un quadro generale di violenze, fu nella quarta sezione. Decine i reclusi fuori controllo: zampe dei tavoli usate come spranghe, olio buttato sul pavimento per impedire l'intervento degli agenti, brande impilate l'una sull'altra come muri di difesa, vetri infranti, materassi dati alle fiamme, telecamere di videosorveglianza distrutte per ostacolare la successiva ricostruzione dei fatti utile ad attribuire responsabilità. Alla Dogaia arrivarono polizia, carabinieri e guardia di finanza per aiutare gli agenti della penitenziaria a placare i disordini. L'inchiesta fu aperta poche ore dopo i fatti, arricchita nel tempo con le dichiarazioni dei testimoni.
calabria7.it, 26 marzo 2021
Il gip del tribunale di Reggio Calabria Antonino Foti, accogliendo l'opposizione proposta dall'avvocato Pierpaolo Albanese, ha disposto la prosecuzione delle indagini dirette ad accertare le cause della morte di Antonino Saladino, il giovane deceduto nel marzo 2018 nella casa circondariale di Arghillà dove si trovava ristretto in attesa di giudizio.
Saladino, stando alle testimonianze rese dai compagni di cella, accusava già da parecchi giorni malesseri e disturbi fisici che sono culminati nel tragico epilogo del 18 marzo 2018 quando il detenuto è morto, a soli 29 anni, nell'infermeria del carcere.
All'esito delle indagini, durate oltre due anni, il legale della famiglia Saladino, grazie anche al contributo del consulente Antonino Trunfio, ha contestato gli esiti degli accertamenti medico-legali del pubblico ministero chiedendo ulteriori approfondimenti investigativi. Il gip ha disposto la restituzione degli atti al pm per la prosecuzione delle indagini. L'avvocato Albanese ed i familiari di Antonino Saladino, confermando piena fiducia nella magistratura, auspicano che in tempi rapidi si possa giungere ad accertare la verità.
di Rossella Grasso
Il Riformista, 26 marzo 2021
La famiglia ha denunciato le violenze ai carabinieri. "Se in un carcere di massima sicurezza come quello di Parma lo picchiano io di chi mi devo fidare?". Nunzia Toto è nell'angoscia più totale pensando alle sorti di suo fratello Giuseppe, 42 anni. "Mercoledì ho videochiamato mio fratello come sempre - racconta Nunzia - e lui era da solo e con il volto tumefatto dalle botte. Gli occhi neri e il naso rotto. Mi ha detto che due detenuti lo avevano prelevato dalla sua cella per portarlo in lavanderia dove lo hanno picchiato in presenza di un poliziotto penitenziario".
"Mi ha detto che forse aveva gridato troppo forte per chiedere le medicine e magari i due detenuti si erano indispettiti - continua Nunzia - Poi mi ha supplicato di non denunciare quello che mi aveva appena raccontato. Ma io ho detto tutto ai carabinieri perché non è possibile che in carcere succeda tutto questo. Se continua così a fine mese lo trovo morto? Ed è anche un carcere di massima sicurezza, dove sta la sicurezza per mio fratello?"
Nunzia racconta che Giuseppe è in carcere già da 12 anni, prima a Poggioreale, poi tre anni fa è stato trasferito a quello di massima sicurezza di Parma, lo stesso dove anche Cutolo è stato recluso. Giuseppe da quando è entrato in carcere per la prima volta ha cominciato a stare male. "È anoressico, pesava più di 100 chili, ora ne pesa 38 e non cammina manco più, è bloccato sulla sedia a rotelle".
Ha una condanna a 34 anni per concorso in omicidio. La famiglia ha denunciato più volte che era stato vittima di maltrattamenti in carcere. "Ha sempre avuto paura - continua Nunzia - Quando era a Poggioreale ha anche tentato il suicidio. Lo ha salvato la volontà di Dio e la bontà di un detenuto suo amico che è arrivato in tempo nella sua cella. È vivo per miracolo e oggi sembra sempre che sta sedato, lo riempiono di farmaci, non sta bene".
"Non lo sentivo da 15 giorni - continua tra le lacrime Nunzia - perché l'ultima volta non c'era più spazio per la prenotazione della nostra videochiamata. Poi quando l'ho visto ieri in videochiamata così pieno di lividi non ci ho visto più. Ho cominciato a gridare, volevo parlare con uno dei poliziotti penitenziari ma non c'era nessuno con lui.
Forse non me lo hanno fatto vedere per 15 giorni perché aveva ilo volto troppo tumefatto? Bisognava aspettare che i lividi si assorbissero prima di farlo parlare con me? Voglio sapere cosa gli è successo e dove stavano le guardie quando lo hanno picchiato. O non importa a nessuno perché i detenuti sono carne da macello?".
Nunzia ha parlato in videochiamata con il fratello che le ha raccontato tutto. Una conversazione insolitamente lunga e apparentemente senza la sorveglianza di nessuno. "Giuseppe ha minacciato nuovamente il suicidio se io avessi denunciato perché lui ha paura - ha concluso Nunzia - E se la settimana prossima lo trovo morto, chi me lo dice, visto che qua nessuno si muove e nessuno sa niente? Chi me lo dice a me? Non mi fermerò, continuerò finché non esce la verità".
La denuncia della famiglia di Giuseppe Toto è stata raccolta da Pietro Ioia, garante dei detenuti del Comune di Napoli. "Dopo la segnalazione che ho avuto come garante, non voglio credere che un poliziotto penitenziario chieda a due detenuti di picchiarne un altro - ha detto Ioia. Non posso crederlo, se fosse così significherebbe tornare indietro di secoli e io non ci credo. Spero che nel supercarcere di Parma si faccia luce su questo episodio. Spero che si analizzino le telecamere che ci sono in quel carcere per appurare tutta la verità".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 marzo 2021
Nel carcere di Parma sarebbero oltre trenta gli agenti dei Gom positivi, uno di loro è stato ricoverato in gravi condizioni. Crescono i numeri dei detenuti positivi al Covid al 41bis del carcere di Parma. Dopo le notizie stampa, anticipate da Il Dubbio, ieri mattina il Garante dei detenuti del Comune di Parma Roberto Cavalieri ha visitato il carcere e preso contatti con il direttore Valerio Pappalardo e il responsabile sanitario Faissal Choroma.
Si è quindi potuto apprendere che i detenuti Covid al 41bis del carcere di Parma sono ad oggi 11, mentre per il numero di agenti dei Gom si temono oltre 30 contagiati, questo ultimo dato non ha avuto però ancora conferma. Il Dubbio ha appreso che uno degli agenti è ricoverato in gravi condizioni, mentre uno dei detenuti, risultati positivi al Covid, ha subito da poco un trapianto di fegato. Il garante Cavalieri fa sapere che la direzione del carcere aveva già da alcuni giorni, e in via precauzionale, interrotto tutte le attività trattamentali (scuola, formazione, sport, etc.) mentre la direzione sanitaria ha attivato gli uffici del servizio di Igiene pubblica della locale Ausl.
Nel 41bis di Parma ci sono 49 soggetti sono da considerare vulnerabili per età o per patologie - Nel reparto 41bis sono allocati soggetti con importanti vulnerabilità per età o per patologie e il timore è che un'eventuale infezione potrebbe portare a complicanze non prevedibili. Nel complesso, dei 62 detenuti di questo circuito 49 soggetti sono da considerare vulnerabili per età o per patologie come le neoplasie, diabete, trapianto d'organo, cardiopatie severe.
Già lunedì scorso l'Ausl di Parma aveva diffuso una nota nella quale, rivolgendosi alle autorità giudiziarie, chiedeva di valutare "il trasferimento dei soggetti vulnerabili lontano dal focolaio" e invitava i superiori del penitenziario a disporre la limitazione degli spostamenti degli agenti del settore coinvolto in altri contesti del penitenziario.
Il Garante nell'apprezzare le misure di contenimento adottate al fine di contrastare la diffusione del contagio in un ambiente come quello del carcere, ha invitato il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria a prendere in seria considerazione le necessità del penitenziario di Parma che continua ad operare in condizioni di urgenza ospitando ormai 725 detenuti ai quali non è corrisposto un proporzionale aumento di uomini della Polizia penitenziaria e dei servizi previsti dall'Ordinamento penitenziario che devono essere erogati ai detenuti.
L'appello del Garante: informare familiari e avvocati - Infine, il Garante conclude un invito all'Ausl di Parma e ai competenti uffici della amministrazione penitenziaria affinché, al pari dei liberi cittadini che stanno vivendo gli effetti del contagio da Covid19, informino quotidianamente i famigliari e gli avvocati dei detenuti sullo stato di salute dei congiunti ristretti. In effetti, come ha appreso il Dubbio, si sono verificati casi di avvocati che nei giorni scorsi si sono recati a fare i colloqui con i propri assistiti al 41bis del carcere di Parma, ma nessuno li ha avvisati del focolaio. Il carcere di Parma è una potenziale bomba sanitaria, perché, di fatto, è diventato un ricettacolo di detenuti con patologie. Per capire meglio la dimensione del problema è che al carcere sono attualmente assegnati dal Dap, 260 detenuti con tipologie di cure ospedaliere. Basti pensare che in totale ci sono 710 detenuti, ciò vuol dire che più di due su 5 necessitano di cure.
Al 41bis di Parma è detenuto anche Vincenzino Iannazzo - Non a caso, come reso pubblico da Il Dubbio, al 41bis di Parma è recluso Vincenzino Iannazzo, che non solo ha gravi patologie legate al recente trapianto di reni, ma vive lasciato a sé stesso ed è disorientato nel tempo e nello spazio a causa della sua demenza. Parliamo di uno dei tre uomini al 41bis mandati in detenzione domiciliare per i loro gravi motivi di salute e con l'aggravante del Covid 19 che incombeva e, come abbiamo visto, incombe tuttora. Su quelle misure si scatenò una feroce indignazione, cavalcata dai media, tanto che l'allora ministro della Giustizia Bonafede per accontentare gli umori varò un decreto che, di fatto, li fece rientrare subito dopo in carcere.
Come ha segnalato l'associazione Yairaiha onlus, che si sta occupando del caso Iannazzo, "la stessa Corte d'Appello di Catanzaro, a seguito di perizia del Ctu, dichiarò che l'uomo è compatibile al regime carcerario esclusivamente in una struttura di medicina protetta come il Belcolle di Viterbo e non già con il regime detentivo ordinario".
Quindi figuriamoci il 41bis, ora che il covid è anche entrato. Intanto, per quanto riguarda il panorama generale, i detenuti contagiati sono 576, per 17 dei quali è stato necessario il ricovero. In Lombardia, la Regione con più casi, i detenuti affetti da Covid sono 91, mentre gli istituti più colpiti sono quelli di Catanzaro con 50 detenuti infetti seguito da Pesaro con 46 ed Asti con 39. I poliziotti penitenziari contagiati, invece, sono 790.
"Il piano vaccinale - come afferma Aldo Di Giacomo del sindacato Polizia penitenziaria S.Pp. - continua con difficoltà con solo 11200 poliziotti penitenziari avviati alla prima somministrazione e con alcune Regioni, come il Molise, in cui nessuno poliziotto è stato ancora vaccinato". Ancor peggio per i detenuti, con solo 2500 su un totale di circa 54 mila detenuti.
Comunicato stampa Movimento Cristiano Lavoratori di Parma e Cefal ER
Il Movimento Cristiano Lavoratori di Parma e Cefal ER, ente di formazione dello stesso, facendo seguito al comunicato stampa del Garante dei detenuti Roberto Cavalieri, esprimono la solidale vicinanza alle persone detenute della sezione 41bis e a quanti del personale di polizia penitenziaria siano contagiati dal coronavirus. Dinanzi a questo preoccupante scenario, il MCL avverte ancora una volta il dovere indispensabile di spendersi per la tutela e la promozione della famiglia, che costituisce un bene umano fondamentale prescindendo dai luoghi e dai contesti, motivo per cui intende porre una particolare attenzione alle autorità competenti affinché le famiglie dei detenuti vengano informate ed aggiornate quotidianamente rispetto alla situazione di salute in cui vertono i propri cari. Così verso i rispettivi avvocati.
Desta apprensione la presenza di quanti fra i reclusi contagiati sono vulnerabili per età o patologie, poiché sappiamo che il contagio da coronavirus li espone certamente ad un elevato rischio per la propria salute: da qui l'urgenza del "trasferimento dei soggetti vulnerabili lontano dal focolaio", come richiesto anche dall'ASL e dal Garante. Cefal ER, presente all'interno degli Istituti Penitenziari di Parma per la formazione professionale destinata alla popolazione detenuta di altre sezioni, pur nell'apprezzamento delle necessarie misure di contenimento fino ad oggi adottate con l'attuazione del protocollo per le misure preventive dal contagio da Coronavirus siglato con la Direzione, insieme agli altri enti di formazione, auspica quanto prima la ripresa delle attività formative e di altra natura importanti per i percorsi socio educativi dei detenuti, fermo restando la tutela della salute degli stessi, del personale di polizia penitenziaria, degli educatori e del personale di quanti lavorano a vario titolo nelle carceri. Con Cefal sono presenti negli Istituti Penitenziari di Parma Forma Futuro, Centro Servizi Edili ed Irecoop.
Mauro Agnetti, Presidente MCL Parma
Giuseppe La Pietra, Coordinatore territoriale Cefal ER
di Massimo Ammaniti
Corriere della Sera, 26 marzo 2021
Contatti visivi troppo ravvicinati e prolungati con un'altra persona, soprattutto con la sua faccia, creano un contesto relazionale artificioso. Zooming, ossia comunicare con Zoom o con altre piattaforme, ha cambiato le nostre vite e quelle dei ragazzi in quest'ultimo anno. Si fa zooming quando si vuole comunicare cogli amici e coi familiari, quando viene fatta la didattica a distanza, quando si fanno incontri di lavoro, quando si fa la psicoterapia, quando si fanno conferenze di ogni genere. Ore e ore davanti allo schermo, focalizzati sul viso degli interlocutori e con un occhio sulla propria immagine in cui ci si rispecchia.
E che effetti psicologici ha lo zooming? Dopo ore e ore davanti allo schermo ci si sente spesso stanchi, svuotati, quasi alienati dentro lo schermo che ha divorato le energie mentali e fisiche. Si tratta di impressioni molto diffuse, ma che sono state studiate nel Laboratorio di Interazione Umana Virtuale presso la Stanford University. Le prime conclusioni sulle conseguenze psicologiche dello zooming sono state pubblicate dal direttore del laboratorio, Jeremy Bailenson sulla rivista scientifica Technology Mind and Behavior.
Contatti visivi troppo ravvicinati e prolungati con un'altra persona, soprattutto con la sua faccia, creano un contesto relazionale artificioso, ben diverso dagli scambi a cui si è abituati, nei quali ci si guarda in faccia solo per breve tempo e poi si sposta l'attenzione. Essere sempre al centro dello scenario è stressante, come succede a volte in quei sogni nei quali ci si trova su un palcoscenico sotto gli occhi degli spettatori con l'ansia di non essere all'altezza.
Anche la vicinanza eccessiva rischia di violare un codice relazionale di sicurezza personale, non ci si può avvicinare troppo al viso di un'altra persona se non in situazioni di intimità o di litigio. E questa vicinanza innaturale rischia di provocare una forte attivazione cerebrale che si prolunga nel tempo. Per evitare questo effetto, Bailenson della Stanford University consiglia di non attivare l'immagine completa sullo schermo. Durante le chat è presente anche l'immagine personale in cui ci si rispecchia continuamente, anche questa una condizione artificiosa perché quando parliamo cogli altri non abbiamo uno specchio che ci rimanda la nostra immagine. Questo rispecchiamento crea tensione obbligando ad avere un'oscillazione continua fra l'immagine degli altri e la propria con uno stato di vigilanza su quello che si fa.
Anche la posizione che si assume durante la videochat non va trascurata. Infatti quando si parla con un'altra persona ci si muove, si gesticola, a volte ci si alza, quasi per facilitare il pensiero e l'espressione verbale ma anche per connotare ulteriormente quello che si vuole dire. Davanti allo schermo il lessico comunicativo diviene necessariamente più rigido, meno ricco di sfumature e di modulazioni. È proprio il comportamento extraverbale ad essere più negativamente condizionato dalle videochat, tenendo presente che questa comunicazione ci accompagna dall'alba dei tempi, anche prima della comparsa del linguaggio. Infatti quando due persone si incontrano nella vita reale si guardano reciprocamente in viso e negli occhi per cogliere l'atteggiamento dell'altro e per prepararsi all'incontro. Anche la posizione del corpo, i gesti, la dinamica dei movimenti sono indizi che aiutano a farsi un'idea dell'altra persona. Davanti allo schermo lo scambio relazionale si impoverisce e diventa difficile cogliere i segni extraverbali che aiutano a orientarsi nel contesto sociale.
È stato inevitabile che in quest'ultimo anno, soprattutto nei periodi di lockdown, si ricorresse alle videochat che ci hanno aiutato a sentire in modo meno acuto l'isolamento e la solitudine, ma allo stesso tempo hanno creato un contesto innaturale di scambi sociali, nei quali il lessico relazionale si è impoverito creando nuove abitudini che rischiano di perdurare e di perpetuarsi. È vero che l'uomo è per sua natura opportunista e si adatta anche a situazioni estreme, ma i costi possono essere troppo elevati soprattutto per le nuove generazioni che stanno acquisendo i codici relazionali e sociali. Non a caso i ragazzi quando ritornano a scuola cominciano a rivivere non solo mentalmente, ma anche col corpo che ridiventa attivo e pienamente partecipe alla vita sociale. Si ritorna a vivere in una dimensione tridimensionale con una profondità mentale e corporea a differenza della bidimensionalità degli strumenti tecnologici che appiattiscono le relazioni sociali.
di Anna Lombardi
La Repubblica, 26 marzo 2021
L'intesa raggiunta dai legislatori dello Stato, che entrerà in vigore tra un anno, apre le porte a un'industria da circa 4,2 miliardi di dollari. Sarà consentita la vendita a domicilio e la nascita di locali per il consumo. Chiunque potrà coltivare in casa (o in terrazza) fino a sei piante per uso personale.
L'odore pungente di marijuana è già da tempo uno dei più tipici della Grande Mela, spesso lì a sorprenderti in strada con le sue zaffate. Ma sebbene il suo consumo sia stato "decriminalizzato" due anni fa, chi è sorpreso a fumarla in pubblico rischia una multa salata e chi è colto nell'atto di venderla o acquistarla viene denunciato e rischia ancora di finire in carcere. Oggi, dopo anni di tentativi, i legislatori dello Stato di New York, hanno infine trovato un accordo per legalizzare la marijuana ricreativa (quella medica lo è già): aprendo le porte a un'industria da circa 4,2 miliardi di dollari, capace di creare migliaia di posti di lavoro e trasformare lo Stato in uno dei maggiori mercati d'America. Una mossa economica, certo: ma mirata pure a porre fine agli arresti di neri e ispanici, da anni sproporzionatamente nel mirino della polizia, trattati con disparità rispetto ai bianchi sorpresi con uno "spinello".
Secondo le prime indiscrezioni pubblicate dal New York Times, l'accordo consentirà la consegna a domicilio e la nascita di locali dove consumare marijuana ma non alcool. Ancora, chiunque potrà coltivare in casa (o in terrazza) fino a sei piante per uso personale. Le nuove regole, però, non saranno applicate prima di un anno almeno. Se il piano, come ci si aspetta, sarà definitivamente approvato (sarà quasi certamente inserito già nel budget al voto il 1° aprile) la vendita di marijuana legale inizierà più o meno nella primavera 2022. I funzionari devono infatti prima scrivere le complesse leggi di un mercato che si vuole altamente controllato, regolato in ogni particolare della catena, dalla coltivazione alla vendita. Saranno pure applicate specifiche tasse, pari a circa il 9 per cento sulla vendita al dettaglio, in grado di generare fino a 350 milioni di entrate fiscali l'anno per lo Stato. La città di New York medita di applicare poi una seconda tassa per lo smercio entro i suoi confini.
L'accordo è stato studiato anche per risarcire le comunità duramente colpite, nei decenni passati, da una guerra alle droghe leggere oggi considerata eccessivamente dura e che ha riempito le carceri di giovani afroamericani e latini, devastando intere generazioni e quartieri. Buona parte del ricavato fiscale dalla vendita di cannabis sarà reinvestito in quartieri e aree considerate difficili. E una parte delle licenze commerciali sarà riservata a minoranze.
I legislatori hanno cercato di modellare la loro proposta sulle migliori pratiche di altri Stati, sperando di rendere il programma di New York un modello nazionale. Dal 2012 a oggi già 15 Stati più il distretto di Columbia, hanno legalizzato la marijuana per adulti con più di 21 anni: e la mappa comprende tutti gli Stati della costa pacifica, da Washington all'Arizona. La marijuana medica è legale in 36 stati (compresi i 15 di cui sopra). Nel frattempo, altri quattro Stati - New Jersey, Arizona, Montana e South Dakota - hanno votato per legalizzare la cannabis ricreativa a novembre 2021. Invece, la marijuana è ancora illegale in ogni sua forma in sei: Idaho, Wyoming, Kansas, Tennessee, Alabama e South Carolina. Negli altri esiste una qualche forma di decriminalizzazione (come finora a New York, per intenderci). In Texas è legale solo l'olio di Cbd, quello estratto dalla canapa, che ha solo effetti rilassanti.
di Lucia Ghebreghiorges
L'Espresso, 26 marzo 2021
Questo tema viene rispolverato una volta l'anno dal Pd per riaffermare la propria identità. Ma oltre lo slogan resta poco. Quando cambierà la condizione di chi è straniero nel proprio paese?
Avviene circa una volta l'anno che dal nulla il tema dello ius soli torni alla pubblica ribalta e quasi sempre arriva attraverso una dichiarazione inaspettata e considerata "fuori luogo" rispetto al contesto politico. Un terremoto ormai prevedibile, che si manifesta quando il Partito Democratico sente la necessità di riaffermare una propria identità. In crisi, o alle prese con le diverse correnti interne, di anno in anno, fa affidamento sul tema evergreen per rassicurare, a seconda delle necessità, elettori, oppositori o in questo caso oppositori che sono anche alleati. Un tema tanto divisivo come quello della riforma della legge sulla cittadinanza infatti parla chiaro: noi siamo quelli là, non ci confondete e non ci confondiamo. È una carta d'identità in cui c'è scritto progressisti.
Attraverso lo ius soli si parla a sé stessi e a chi si contrappone, raramente il messaggio è rivolto ai diretti interessati. Diventa così uno slogan irrinunciabile, da tirar fuori dal cilindro ogni volta che il gioco si fa duro e vi è la necessità di differenziarsi. Da tempo si sente dire che non deve essere un tema né di destra né di sinistra e che una riforma deve scaturire da un patto tra le diverse forze politiche. Di fatto è il tema che più polarizza le posizioni e proprio per questo viene utilizzato da entrambe le parti come bandiera elettorale per definirsi: si allo ius soli e all'inclusione contro no alla cittadinanza facile e all'invasione.
Questa volta è toccato al neo segretario Enrico Letta rilanciare la potente parola magica e anche lui lo ha fatto in un momento molto preciso. Se infatti Nicola Zingaretti nel 2019 dal palco di Bologna se ne servì per far recapitare ai Cinque Stelle il messaggio che bisognava smarcarsi dal governo "Conte 1" a trazione leghista, infiammando gli animi degli iscritti e facendo storcere il naso agli alleati e non solo, l'ex premier Letta sembra volerla usare oggi per avvertire un po' tutti che il centrosinistra è tornato. Che è ormai alle spalle l'appiattimento verso gli alleati del "Conte 2" e che deve stare in guardia chi pensa di poter stare tutti insieme appassionatamente sotto la guida del governo Draghi annullandosi. E nessuno meglio di lui oggi può utilizzare l'arma dello ius soli per spaventare i nemici e fare l'occhiolino agli elettori più delusi. È lui che ha promosso l'operazione Mare Nostrum, quella in cui i migranti venivano salvati, che ha nominato per la prima volta nella storia della Repubblica una ministra nera, Cécile Kyenge, la quale ha migliorato alcune misure contenute nella legge sulla cittadinanza attraverso delle semplificazioni. Non gli manca quindi un po' di cognizione di causa per inaugurare una nuova stagione del centrosinistra nel nome della cittadinanza.
Ma la domanda che si fanno le persone come me, nate e cresciute qui, alle quali quella cittadinanza cambia la vita e non è solo uno slogan, è: oltre ad avere l'ambizione di diventare la carta d'identità o tessera di un partito, ha qualche speranza di trasformarsi in un passaporto valido per coloro che ne hanno un'urgenza reale?
Ci sono ragazzi e ragazze che devono guardare più a strategie di sopravvivenza che a strategie politiche, perché essere stranieri nel proprio Paese ha un impatto quotidiano specifico nelle loro vite.
Ci sarà mai la reale intenzione di restituire a queste persone dignità e prospettive? Sono loro le protagoniste di questa lunga storia non certo d'amore, non la politica. Va chiarito una volta per tutte a chi se ne fa di volta in volta portavoce. Ed è a loro che non si può più dire di stare sereni mentre si parla di loro ma non a loro.
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