di Claudio Cerasa
Il Foglio, 25 marzo 2021
Il varo della procura europea Eppo spaventa l'antimafia alla Di Matteo. Che il percorso di Marta Cartabia, ministro della Giustizia, non sarebbe stato una discesa era evidente dal primo momento. Le polemiche rinnovate attorno alla possibile abolizione dell'ergastolo ostativo ("stanno per dare il colpo di grazia a Paolo Borsellino e a Giovanni Falcone, stanno per pagare l'ultima e più pesante cambiale sottoscritta nel corso della trattativa", ha detto al limite della farneticazione Salvatore Borsellino) o le baruffe sulla prescrizione, nodo al momento intoccabile, sono lì a dimostrarlo.
Si sa però che il vero e più urgente dossier sul tavolo della responsabile di via Arenula è quello che riguarda le riforme, in gran parte civilistiche e organizzative, che l'Europa ha esplicitamente richiesto all'Italia affinché il nostro paese possa accedere agli aiuti del Next Generation Eu. Rapidità dei processi, snellimento delle procedure, certezza del diritto sono riforme non più rimandabili. C'è inoltre la necessità di armonizzare il lavoro della magistratura all'interno di un contesto sempre più strettamente comunitario.
E, quando i fondi del Recovery plan saranno operativi, ci sarà ovviamente la necessità di controllarne il buon uso. Non è un caso che assuma una particolare importanza la nascita della Procura europea (Eppo) perché, nelle parole di Sergio Mattarella, "uno spazio di comuni diritti impone la ricerca di pervenire a soluzioni condivise". Il modello di pubblico ministero europeo prevede un ufficio unico a struttura decentrata: sarà cioè attivo nei vari paesi. Il suo compito sarà indagare i reati che colpiscono gli "interessi europei".
Un cambiamento cruciale. Ma fa specie come, anche in questo caso, le voci di protesta e di allarmismo contro la nuova giustizia comunitaria vengano dall'antimafia chiodata. Nino Di Matteo teme che la procura europea "rappresenti nel nostro paese un depotenziamento dell'altissimo livello di contrasto alle mafie finora assicurato dall'attribuzione in esclusiva alle direzioni distrettuali e della procura antimafia". Fidarsi dei giudici della Trattativa, ma non di quelli europei.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 25 marzo 2021
L'ex presidente dell'Anm Eugenio Albamonte replica a Ermini: "ll cittadino non ha bisogno di pochi giudici eccellenti che trattino le cause più importanti; al contrario necessitano di magistrati che arrivino ad un livello di adeguatezza".
Prosegue anche dalle pagine di questo giornale il dibattito sulla valutazione professionale dei magistrati. Dopo l'intervista di ieri al professor Giuseppe Di Federico per cui "l'attuale Csm non effettua da tempo le valutazioni di professionalità ai fini dell'avanzamento in carriera", essendo esse sempre positive in un range che varia tra 99,1% ed il 99,5%, oggi ci confrontiamo con il dottor Eugenio Albamonte, pubblico ministero a Roma, già presidente dell'Anm, e attuale Segretario generale di Area Democratica per la Giustizia.
Dottor Albamonte, le faccio la stessa domanda che ho posto al professor Di Federico: cosa pensa della proposta del vice presidente Ermini?
Concordo con il presidente Santalucia che ha sostenuto che non è una proposta accettabile, soprattutto perché così come è stata posta sui giornali manca di approfondimento. Sembra una proposta ritagliata sull'emotività del momento, in relazione ad alcune vicende giudiziarie che hanno fatto scalpore a livello mediatico. Non è opportuno utilizzare un caso singolo per portare la discussione sul piano generale. Andando nel merito della questione: una valutazione della performance giudiziaria dei provvedimenti come parametro di valutazione professionale del magistrato porta al paradosso che gli unici che avranno la valutazione positiva saranno quelli della Cassazione perché sono gli ultimi a giudicare. Credo che il vice presidente Ermini non stesse pensando ad una simile eventualità. Quindi le sue parole potrebbero essere lette come una provocazione per lanciare il sasso nello stagno.
Il quadro che ha delineato invece il professor Di Federico lo trova corrispondente alla realtà?
Ho letto con grande attenzione l'intervista al professor Di Federico. La valutazione di professionalità dei magistrati non si basa su criteri di eccellenza, bensì sulla necessità di garantire uno standard professionale adeguato a tutti i cittadini in relazione a tutti i processi che vengono celebrati. Il cittadino non ha bisogno di pochi giudici eccellenti che trattino le cause più importanti; al contrario necessitano di magistrati che arrivino ad un livello di adeguatezza. È anche per questo che le valutazioni sono in larga parte positive. Quello che il nostro sistema prevede è di andare a cercare la caduta di professionalità.
Quindi un discorso al contrario...
Esattamente: la questione va capovolta.
Però a parità di curriculum come si sceglie a chi assegnare un incarico direttivo? Qualcuno sostiene che interviene il potere della corrente più forte...
Convengo che questo è un punto critico: se la valutazione si basa sul livello di adeguatezza standard per tutti, è chiaro che quando si deve operare una selezione per gli incarichi direttivi ci si trova dinanzi ad una situazione di equivalenza. A questo punto o ripensiamo al sistema di valutazione di professionalità, secondo il quale un magistrato cresce di passaggio in passaggio con il suo curriculum a differenza di un altro che ha meno meriti. E allora la valutazione si trasforma in un percorso di selezione della futura dirigenza. Si tratterebbe di una modalità completamente differente rispetto a quella per cui è nata la valutazione di professionalità.
Al momento non si può tirare la monetina, però...
È vero allora che c'è un'altra questione: la selezione potrebbe essere fatta sulla capacità di un magistrato di organizzare l'ufficio in futuro.
Anche il Ministro Cartabia sembra orientata ad una periodica valutazione sulla formazione dei candidati o di chi già svolga ruoli direttivi e semidirettivi degli uffici giudiziari...
Esatto. Se però una persona non ha mai organizzato un ufficio e non lo si mette alla prova diventa molto difficile capire in anticipo quali saranno le sue capacità di organizzare un ufficio. Quello che forse bisognerebbe fare è trovare un modo, come dice anche la Ministra, per spingere molto sulla formazione di una classe dirigente.
La Ministra Cartabia nell'esporre le sue linee programmatiche sia alla Camera che al Senato ha detto che da un lato occorre "ridurre il peso delle correnti nella scelta dei candidati e nella determinazione dei componenti dell'organo di autogoverno" preservando tuttavia l'"ineliminabile pluralità delle culture della magistratura". Lei è d'accordo?
Condivido pienamente le considerazioni della Ministra. La magistratura deve insistere allo strenuo delle forze affinché il legislatore, nel tempo concesso da qui al rinnovo del Csm, cambi l'attuale legge elettorale. Quest'ultima venne concepita con le stesse intenzioni di cui parla la Ministra ma poi ha prodotto un effetto distorsivo opposto. Essa per una serie di alchimie legate al sistema elettorale non solo ha rafforzato il potere delle correnti ma ha consentito che all'interno delle stesse si creassero delle sorti di satrapie, di principi elettori che, al di là della stessa democrazia interna alle correnti, sono stati in grado di orientare il voto.
Le soluzioni?
Bisogna da un alto ridurre la possibilità delle correnti di orientare il voto e dall'altro invece aumentare la capacità di scelta dei magistrati, ampliando il più possibile il numero dei candidati. Potrebbe essere forse più valido il sistema dei collegi territoriali, grazie ai quali l'elettore sarebbe in grado di conoscere meglio le caratteristiche del candidato.
Lei ritiene che sia un problema che talvolta dei pm abbiano intrapreso delle iniziative che già in partenza era chiaro fossero infondate?
Il problema c'è ma non si lega alla questione dell'obbligatorietà dell'azione penale perché il pm ha la facoltà di archiviare. Il professor Franco Cordero scriveva che il vero pubblico ministero richiesto dal nuovo codice di procedura penale è quello che alla fine delle sue indagini riesce a fare un'operazione culturale, che sicuramente è difficile, ma che è quella giusta: spogliarsi del ruolo di pm, assumere il metro di giudizio del giudice e valutare il suo lavoro dall'esterno come se fosse il giudice. È l'esercizio al quale tutti noi siamo chiamati e rispetto al quale dobbiamo essere all'altezza. Un pm si giustifica come parte nella stessa giurisdizione dei giudici proprio in quanto riesca a compiere questo cambio di prospettiva.
Se il pm non ci riesce cosa si può fare affinché un processo si istruisca solo quando necessario? Rendere più stringente la regola del rinvio a giudizio?
Innanzitutto c'è un problema di formazione: non tutti i magistrati vengono abituati a ragionare in questi termini. Poi se questa capacità venisse a mancare dovrebbe subentrare un momento di controllo giurisdizionale successivo. Una delle soluzioni, prevista anche dalla riforma Bonafede, è quella di potenziare l'udienza preliminare: essa nasce nel contesto del nuovo codice come un vero filtro e poi nel tempo questa funzione si è andata perdendo.
In questi giorni si è discusso molto di mediaticità dei pubblici ministeri, soprattutto in relazione al processo Rinascita Scott. Qual è il suo pensiero in merito?
Nessuno mette in discussione l'impegno profuso dalla magistratura requirente sul territorio, dove è impegnata in indagini molto delicate. E nessuno deve mettere in discussione il diritto/dovere degli organi inquirenti di rappresentare all'opinione pubblica, in occasione di iniziative giudiziarie importanti e quando molte persone sono state private della libertà personale, il significato di quello che si sta facendo. Tuttavia è fondamentale che questa comunicazione venga effettuata con la massima accortezza in relazione alle dinamiche che sono ancora da svilupparsi. È evidente che la procura può rappresentare solo un esito provvisorio della sua iniziativa. Deve stare molto attenta a non ingenerare nell'opinione pubblica la convinzione che ci si trovi già in una fase di giudizio definitivo sulle persone e sui fatti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 marzo 2021
Depositate mercoledì scorso le motivazioni della sentenza con cui la Consulta ha "promosso" il blocco della prescrizione durante il lockdown. "Noi abbiamo deciso di essere persone oneste, che perseguono il bene e che si comportano nella piena legalità. Voler emettere in evidenza quella che è la biografia di nostro padre, è stato squallido e non ha nulla a che fare con il contesto di riferimento". Così, a Il Dubbio, le avvocate Francesca e Giovanna Araniti spiegano con forza il motivo per cui si sono sentite colpite e denigrate per un articolo de Il Fatto on line.
Cosa è accaduto? L'altro ieri c'è stata l'udienza alla Consulta sulla preclusione della liberazione condizionale a chi non collabora con la giustizia. Ad assistere l'ergastolano ostativo Francesco Pezzino, il caso di cui la Cassazione ha sollevato l'illegittimità costituzionale, è l'avvocata Giovanna Araniti: il Fatto ha voluto sottolineare che lei è figlia di un boss della 'ndrangheta che sta scontando un ergastolo.
Eppure non si capisce il nesso per svariati motivi, a partire dal fatto che la colpa dei padri non può ricadere sui figli. Ed essere figli di boss, non equivale ad essere destinati al pubblico ludibrio. "Quello che ci ha dato fastidio è aver inserito la biografia di nostro padre in un contesto che non c'entrava assolutamente nulla. Se uno va da un medico per curarsi o da un architetto per fare una casa, certamente nessuno va a chiedergli chi è suo padre. La responsabilità penale dovrebbe essere personale. Ma evidentemente per alcuni giornali così non è".
Eppure è interessante la biografia di Giovanna Araniti. È lei che, davanti alla consulta, con passione ha motivato l'illegittimità costituzionale della preclusione assoluta della liberazione condizionale nei confronti del suo assistito. Una donna che si è laureata all'università di Messina in brevissimo tempo. Infatti svolge la sua professione da più di 25 anni, pur avendo 48 anni. Sarebbe stato più utile, forse, soffermarsi su chi è l'avvocato, non su chi è il padre.
"Un articolo denigratorio - spiegano le avvocate Araniti - perché i clienti possono anche pensarci bene prima di fare la nomina ad un avvocato preso di mira del tutto gratuitamente da un giornalista". Articoli così, in effetti, non fanno altro che aumentare il pregiudizio che si ha nei confronti delle persone che purtroppo nascono in contesti difficili, nonostante con le sole loro forze siano riuscite ad intraprendere nobili professioni. "Nessuno di noi decide dove nasce, però ciascuno di noi decide chi essere. E noi abbiamo deciso di essere persone oneste", chiosano le avvocate.
lavocediasti.it, 25 marzo 2021
"Occorre anticipare i focolai - ha rimarcato Bruno Mellano - non inseguirli come accaduto ad Asti". "La popolazione carceraria è stata finalmente inserita tra le categorie prioritarie previste dal Ministero della Salute per la vaccinazione anti Covid". Lo ha dichiarato con soddisfazione il garante regionale dei detenuti Bruno Mellano.
"Le indicazioni fornite ieri dal Commissario nazionale - ha aggiunto - superano definitivamente la visione secondo cui le vaccinazioni devono farsi solo a seguito della presenza di focolai all'interno del carcere come è recentemente accaduto ad Asti. Occorre anticipare i focolai, non inseguirli".
"Troppe incertezze e false partenze - ha aggiunto - hanno riguardato la campagna informativa di raccolta delle disponibilità volontarie e poi vaccinale nell'ambito della comunità penitenziaria italiana e, di conseguenza, piemontese. Occorre però registrare come altre regioni abbiano già iniziato la vaccinazione anche delle persone ristrette, dopo l'inizio già avviato per la polizia penitenziaria, ma in contemporanea è partito un piano vaccinale ad hoc per gli altri operatori penitenziari (compresi i volontari) e per i detenuti".
"Come garante regionale e responsabile del Coordinamento dei garanti comunali piemontesi - ha concluso Mellano - ho fiducia che il chiarimento di queste ore sia definitivo e si possa finalmente dare inizio alle procedure organizzative dei presidi sanitari regionali penitenziari".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 25 marzo 2021
Reclusi in una Casa lavoro ma senza lavoro. È il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello a denunciare l'ennesima contraddizione del sistema penitenziario e accendere i riflettori sulle condizioni dei cosiddetti "internati", cioè di coloro i quali hanno finito di scontare la pena ma, essendo considerati ancora socialmente pericolosi, devono trascorrere del tempo in un'istituzione da sempre ignorata, la Casa lavoro.
"Sono 335 le persone sottoposte a misure detentive nelle 6 strutture di Casa lavoro presenti nel Paese - spiega il garante - In Campania c'è un'unica Casa lavoro ed è ad Aversa, conta 42 internati ma il lavoro che dovrebbe caratterizzarla manca. Queste persone rischiano di diventare invisibili, senza casa e senza lavoro, in una condizione di sostanziale ingiustizia che non può essere ignorata".
Di qui l'idea di un confronto con la direzione della casa di reclusione Filippo Saporito sul tema del lavoro di pubblica utilità per i reclusi. L'incontro si è svolto ieri e ha portato alla firma di un protocollo che potrebbe segnare un primo cambio di passo in Campania. Erano presenti la direttrice del carcere Stella Scialpi, il comandante Francesco Serpico, l'educatore Angelo Russo, la delegata del provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria Assunta Borzacchiello, la responsabile dell'archivio storico di Napoli Candida Carrino e il sindaco Alfonso Golia.
Sono stati discussi progetti proposti dal garante, finanziati con i soldi delle Regione e finalizzati a consentire ai reclusi di svolgere lavori di pubblica utilità presso il Comune di Aversa: 50 detenuti, di cui 5 internati, si occuperanno della cura del verde pubblico e della manutenzione di segnaletica stradale e arredo urbano.
Inoltre sono previsti progetti per i reclusi finalizzati a riordinare l'archivio dell'ex Opg (attività per cui si prevede l'impiego di 5 internati) e valorizzare il terreno agricolo del carcere (un progetto che vedrà coinvolti i detenuti della casa di reclusione).
"Questo protocollo - sottolinea il sindaco Golia - è un passo in avanti per la definizione di un percorso comune volto alla promozione di opportunità di inserimento lavorativo per i detenuti e gli internati della casa di reclusione di Aversa. Si sono individuate le specifiche attività lavorative da realizzare nella città e sono stati selezionati i soggetti in stato di detenzione, compresi gli internati ristretti nella Casa lavoro, con l'obiettivo di accrescerne le competenze professionali per un futuro inserimento nel mercato del lavoro".
Al di là dei buoni propositi resta però la criticità di un'istituzione, la Casa lavoro, che per il garante è ormai fuori tempo: "Bisogna andare oltre queste strutture che sono in piedi dal 1930 e rispondono a un'idea terapeutica di lavoro superata - conclude Ciambriello - Occorre pensare a luoghi non detentivi, case che siano veramente tali e contesti di lavoro e di inclusione sociale che coinvolgano sempre di più gli enti locali. Insomma delle vere misure alternative di reinserimento sociale".
bolognatoday.it, 25 marzo 2021
I sindacati: "Impossibile isolare i contagiati". Chiedono di procedere allo screening di tutta la popolazione detenuta e di tutto il personale e di completare la vaccinazione- da poco iniziata- dei dipendenti in tutti gli istituti della regione".
Mantenere il distanziamento all'interno di un carcere sovraffollato è pressoché impossibili, così i sindaci di Polizia Penitenziaria lanciano nuovamente un SOS per "la situazione che si sta determinando negli istituti penitenziari dell'Emilia-Romagna a causa dell'emergenza Covid, sia tra il personale dipendente che tra i detenuti, visto l'importante numero di infetti presenti".
Attualmente i detenuti alla Dozza sarebbero 750 a fronte di una capienza di 492 quindi Fp Cgil chiede "misure e provvedimenti immediati per scongiurare un ulteriore pesante deterioramento della situazione".
A far rischiare un aumento dei contagi da Covid nelle carceri della regione, secondo i sindacati, è in particolare "il pesante sovraffollamento all'interno degli istituti, aggravatosi negli ultimi due mesi" e che "compromette ogni procedura e protocollo di prevenzione Covid, con grave pericolo per la salvaguardia della salute dell'intera comunità carceraria".
Le caratteristiche degli ambienti carcerari, la "condizione di promiscuità, la difficoltà ad assicurare un adeguato distanziamento e la quasi impossibilità di garantire l'isolamento delle persone contagiate", scrivono infatti le tre organizzazioni confederali, "determinano un rischio inaccettabile per chi vive o lavora all'interno degli istituti".
Da qui la convinzione che sia "estremamente urgente procedere allo screening di tutta la popolazione detenuta e di tutto il personale, completare la vaccinazione- da poco iniziata- dei dipendenti in tutti gli istituti della regione, assegnare criterio di priorità e urgenza alla vaccinazione dei detenuti e verificare la corretta attuazione dei protocolli di isolamento Covid e di tutte le misure di prevenzione".
Secondo il sindacato S.P.P., i detenuti positivi sarebbero in aumento e la regione che vede più contagi sarebbe proprio l'Emilia-Romagna con 92 positivi: "Il piano vaccinale per le carceri continua molto a rilento con alcune regioni in cui i vaccini realmente ancora non vengono effettuati. Per la popolazione detenuta ancora peggio
con solo 2500 unità vaccinate. Siamo molto preoccupati perché se il virus, ma soprattutto le sue varianti, dovessero entrare nelle carceri il pericolo sarebbe altissimo - si legge nella nota - abbiamo provveduto in queste ore ad allertare l'Amministrazione ma soprattutto le Asrem ed i Prefetti per velocizzare al massimo l'effettuazione dei vaccini per i poliziotti penitenziari ed i detenuti" quindi "se il piano vaccinale non viene portato avanti in modo più veloce, il rischio contagio potrebbe essere di grave pregiudizio all'incolumità di detenuti e poliziotti".
askanews.it, 25 marzo 2021
"È stato approvato oggi pomeriggio in Commissione carceri l'avvio di un'indagine conoscitiva sulla salute mentale negli istituti di detenzione della nostra regione, un tema di estrema urgenza sul quale è necessario un impegno da parte delle istituzioni". Lo ha annunciato in una nota la presidente della commissione speciale sulla situazione carceraria della Regione Lombardia, Antonella Forattini, dopo il grido di allarme lanciato dal garante per i detenuti della Lombardia, Carlo Lio.
"La decisione di lavorare su questo tema è maturata da tempo ed è stata condivisa da tutti i componenti della commissione" ha dichiarato Forattini, spiegando che "si avvia, quindi, un percorso di indagine che durerà 18 mesi e che ci vedrà impegnati in un'analisi approfondita e nella programmazione di audizioni capillari con l'obiettivo di arrivare a una risoluzione".
"Quella della condizione psichica negli istituti di detenzione - ha aggiunto la presidente della commissione - è una questione seria che, negli ultimi tempi, si è rapidamente aggravata a causa del ben noto sovraffollamento e, nell'ultimo anno, degli effetti della pandemia che, tra l'altro, hanno comportato la riduzione delle visite esterne acuendo o facendo emergere, così, disturbi o vere e proprie patologie". "Con questo lavoro - ha concluso Forattini - vogliamo accogliere anche la richiesta di aiuto delle strutture stesse e del personale carcerario, in difficoltà nel gestire le criticità di un numero sempre maggiore di detenuti con disturbi psichici: l'ultimo appello è arrivato proprio ieri dal sindacato di polizia penitenziaria di Brescia".
di Martina Riccò
Gazzetta di Reggio, 25 marzo 2021
L'allarme dei sindacati che ora vogliono incontrare sindaco e prefetto: "Detenuti chiusi in celle minuscole 24 ore su 24: serve il vaccino per tutti". Un focolaio che non accenna a esaurirsi, agenti difficilmente sostituibili anche in caso di malattia o isolamento domiciliare, detenuti costretti a restare in cella ventiquattr'ore su ventiquattro, senza nemmeno la possibilità di uscire a sgranchirsi le gambe. Questa la situazione nel carcere di via Settembrini.
Situazione che rischia di degenerare ulteriormente, perché la convivenza forzata dei detenuti in celle progettate per una sola persona, l'interruzione delle attività normalmente previste, la difficoltà comunicativa (il 65 per cento dei detenuti è di origine straniera) sono micce da maneggiare con estrema attenzione.
"Il personale sta facendo miracoli svolgendo un lavoro di negoziato continuo, ma non si può pensare che questa condizione duri a lungo", spiega Giovanni Trisolini, ispettore superiore della polizia penitenziaria e sindacalista della Cgil. L'organico, già ridotto all'osso prima della pandemia, si sta sempre più riducendo: tanti gli operatori contagiati (agenti di polizia penitenziaria ma anche personale amministrativo, educatori, personale sanitario), tanti quelli costretti a casa in regime di isolamento domiciliare perché entrati in contatto con positivi. "Martedì - prosegue Trisolini - gli agenti di polizia penitenziaria positivi al Covid erano 12, di cui uno ricoverato in ospedale; 26 quelli in isolamento. Considerando tutto il personale gli assenti erano 60, non sostituiti. A lavoro avrebbero dovuto essere in 150".
Il Covid non ha risparmiato nemmeno i detenuti: 21 quelli positivi, suddivisi nelle diverse sezioni (a eccezione di quella femminile dove finora non sono stati registrati contagi). Il primo caso è stato riscontrato il 15 marzo, poi il numero è aumentato di giorno in giorno. "Per isolare il virus - spiega Trisolini - i detenuti rimangono chiusi in cella tutto il giorno, e stiamo provvedendo a fare tamponi a tutti. Questa procedura, che dovrebbe durare almeno fino alla fine del mese, va però contro i principi umani, le leggi e l'ordinamento penitenziario, e non può protrarsi oltre".
Per questo motivo Trisolini insieme a Vito Bonfiglio (ispettore superiore della polizia penitenziaria e sindacalista Cisl) e Leonardo Cannizzo (assistente di Polizia penitenziaria e sindacalista Uil) hanno deciso di lanciare l'allarme chiedendo che nel più breve tempo possibile venga vaccinata l'intera comunità carceraria: non solo il personale, dunque, ma anche tutti i detenuti.
La richiesta dei sindacati Fp Cgil, Fns Cisl e Uilpa ha trovato sostegno a livello comunale e regionale. La consigliera Pd Cinzia Ruozzi, durante il consiglio comunale del 21 marzo, ha presentato un ordine del giorno urgente impegnando il sindaco Luca Vecchi e la giunta a intensificare il monitoraggio della situazione, accelerare la campagna vaccinale per il personale di polizia penitenziaria e amministrativo, e avviare la campagna di vaccinazione anche per la popolazione detenuta. "È ormai dimostrato - ha spiegato la consigliera - come i focolai si sviluppino maggiormente in ambienti chiusi e promiscui, dove è più difficile mantenere il distanziamento tra le persone. Il carcere di Reggio è sovraffollato e di conseguenza risulta molto difficile applicare le norme anti-contagio. Inoltre il carcere è una città nella città con numerose figure (sacerdoti, medici, infermieri, volontari, docenti, fornitori) che vi gravitano attorno". L'istanza è stata approvata all'unanimità con 27 voti su 27.
In Regione è stato invece Federico Amico, consigliere di Emilia-Romagna Coraggiosa, a farsi portavoce delle richieste dei sindacati della polizia penitenziaria reggiana, presentando una interrogazione all'assessore alla Sanità Raffaele Donini: "La situazione è grave, serve uno sforzo aggiuntivo". Ma al momento non sono state concesse aperture: "Nelle carceri la situazione è più grave che altrove - ha risposto Donini - tant'è che la polizia penitenziaria sta venendo vaccinata. Abbiamo anche disposto che i detenuti ultra ottantenni vengano vaccinati subito, in quanto a rischio". Troppo poco per i sindacati reggiani - appoggiati pienamente da quelli regionali - che ora chiederanno un incontro al sindaco Vecchi, al prefetto Iolanda Rolli e allo stesso Donini. "Bisogna evitare che la situazione degeneri - spiegano - agire preventivamente e non sempre quando ormai è troppo tardi".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 25 marzo 2021
"Le gravissime e croniche disfunzioni del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, rese ancora più acute dall'attuale contesto emergenziale, oramai non sono più tollerabili": a lanciare l'allarme sono le Camere penali del distretto di Corte d'appello di Napoli. Quelle dunque di Napoli, presieduta da Marco Campora, Benevento (Domenico Russo), Irpina (Luigi Petrillo), Napoli nord (Felice Belluomo), Nola (Vincenzo Laudanno), Santa Maria Capua Vetere (Francesco Petrillo), Torre Annunziata (Nicolas Balzano).
In un dettagliato documento, i penalisti elencano una serie di complesse criticità. Come dice al Dubbio il presidente della Camera penale partenopea Campora, "da troppi anni nel distretto di Napoli viene sistematicamente mortificato il diritto dei detenuti a espiare la pena secondo principi e modalità conformi al dettato costituzionale".
Quello che gli avvocati ritengono "inaccettabile" è il tempo tra la presentazione delle richieste di accesso ai benefici e la loro registrazione, il tempo tra quest'ultima e la fissazione dell'udienza, l'elevato numero di rinvii delle udienze per carenza o assenza di istruttoria, la tempistica di invio delle impugnazioni alla Cassazione, di decisione sui permessi premio, di valutazione sulle istanze di liberazione anticipata, reclamo e riabilitazione.
Verrebbe da dire anche in questo caso che una giustizia ritardata è una giustizia negata, "soprattutto quando parliamo di privazione della libertà personale. Questi ritardi - prosegue Campora - incidono anche sul sovraffollamento: se un detenuto ha diritto alla misura alternativa ma resta in carcere per motivi burocratici, lo si priva sia del diritto al beneficio ma anche della rieducazione, e in più si affolla il carcere".
Purtroppo, rileva il penalista, "a nulla sono serviti i numerosi tavoli tecnici e gli incontri istituzionali fino ad ora avuti con i vertici del Tribunale di Sorveglianza, i còlti e appassionati documenti di denuncia da parte dell'avvocatura, nonché le ripetute e prolungate astensioni". Pertanto, avendo gli avvocati e gli organi di rappresentanza "il dovere di vigilare e garantire che l'esecuzione della pena avvenga nel rispetto del dettato costituzionale, avendo come stella polare sempre la funzione rieducativa della pena, specialmente in questo momento storico in cui il carcere è diventato esclusivamente un reclusorio, in cui sono sospese tutte le attività finalizzate alla rieducazione" tutte le Camere penali del distretto attraverso il documento (elaborato grazie alla attività dell'Osservatorio esecuzione penale della Camera penale di Napoli, la cui responsabile è l'avvocato Elena Lepre) chiedono formalmente ai magistrati e al presidente del Tribunale di Sorveglianza di "ripristinare la legalità costituzionale della pena" risolvendo tutte le criticità evidenziate.
Se ciò non fosse possibile i penalisti chiedono altresì di conoscere "le ragioni ostative all'adempimento e a valutare ogni forma di sollecitazione, ivi inclusa la possibilità di autosospendersi dal servizio per impossibilità di rispettare le norme codicistiche e costituzionali". "Chiediamo loro - conclude Campora - un forte segnale di vicinanza ai diritti dei detenuti e una protesta da far giungere al Ministero, conoscendo anche la sensibilità della Ministra verso la tematica carceraria".
di Nicola Sposato
Il Mattino, 25 marzo 2021
Lo scorso 26 luglio Giovanni Cirillo, un giovane di 23 anni di origini somale, adottato da una famiglia scafatese, si è suicidato nel carcere di Fuorni dove era detenuto per scontare una condanna per rapina dopo quattro evasioni dagli arresti domiciliari. In città il ragazzo era molto conosciuto ed apprezzato per la sua passione per la musica rap. Giovanni si faceva chiamare "Jhonny" e la sua morte ha lasciato nello sconforto la famiglia e quanti lo conoscevano.
Dedicato a "Jhonny" don Peppino De Luca, parroco della chiesa di San Francesco di Paola, ha ideato il progetto "Giardino urbano Jhonny Cirillo" per dare una possibilità concreta di futuro ai detenuti in affidamento ai "Servizi sociali" attraverso la messa in prova. Il progetto nascerà su un terreno di circa 3.600 metri quadri, il fondo "Raffaele Prete", messo a disposizione dall'ingegnere Domenico Cuomo e dai figli Alessandro ed Anna. Il terreno si trova a via Alessandro Volta, stradina a fianco della chiesa di San Francesco ed è già stato destinato a progetti sociali in passato.
"Ci sarà un giardino - racconta don Peppino - Uno spazio aperto alla città dedicato agli uomini ed alle donne che vogliono ricominciare la loro vita. E racconteremo la storia di Giovanni, spenta troppo presto da quel mostro che si portava dentro. Cercheremo cosi di dare agli altri quella possibilità che a lui è stata negata".
L'ingegnere Cuomo è soddisfatto: "Conosco da anni don Peppino e il suo prodigarsi per le persone più in difficoltà, gli ultimi. Ed ho conosciuto le sue difficoltà per reperire spazi. La mia unica richiesta è stata quella di stipulare una concessione ad uso gratuito per 20 anni con destinazione del terreno ad una finalità sociale. E così è nato il progetto per dare una seconda possibilità a chi non l'ha avuta".











