di Lorenza Pleuteri
La Repubblica, 27 marzo 2021
A chiederlo gli avvocati dei parenti di Hafedh Chouchane, dell'Ufficio nazionale del garante dei detenuti e dell'associazione Antigone che hanno presentato opposizione. Dopo le rivolte di marzo 2020 e l'assalto alle scorte di metadone e psicofarmaci furono otto i detenuti deceduti.
"Strage del Sant'Anna di Modena, no all'archiviazione. Servono nuove indagini, occorrono approfondimenti su eventuali responsabilità e omissioni. Vanno ricostruite le catene di comando, del personale penitenziario e del personale medico interno ed esterno. Si deve precisare il ruolo della direttrice, sparita di scena".
Gli avvocati dei familiari di Hafedh Chouchane, dell'Ufficio nazionale del garante dei detenuti e dell'associazione Antigone (Luca Sebastiani, Gianpaolo Ronsisvalle e Simona Filippi) hanno presentato opposizione alla richiesta di archiviazione delle indagini sulla morte di otto detenuti del carcere emiliano, deceduti dopo le rivolte di marzo 2020 e l'assalto alle scorte di metadone e psicofarmaci.
Le tre domande dei legali - Tre domande, su tutte, vengono rilanciate dai legali. Hafedh e gli altri potevano e dovevano essere salvati? I medici in campo avevano il tempo e il modo per farlo? L'emergenza è stata gestita in modo adeguato e applicando linee guida efficaci? Le risposte fin qui date dalla procura non convincono i rappresentanti delle persone offese. Le ragioni? Giustificano violazioni e inosservanze (ad esempio la non compilazione di nulla osta sanitari ai trasferimenti) con lo "stato di necessità" dovuto alla drammaticità della situazione. Lasciano inesplorati alcuni aspetti. Spingono a chiedere di non chiudere il caso e di disporre invece nuove indagini.
Ricapitola l'avvocata Filippi, di Antigone: "È stato accertato che i nove detenuti, gli otto per cui procede la procura di Modena e Salvatore Piscitelli, sono deceduti per una overdose da metadone. Il rilascio non è istantaneo, la morte arriva dopo ore, vanno approfonditi aspetti e circostanze delle fasi immediatamente successive alla rivolta dell'8 marzo. A fronte di un numero importante di persone che erano in condizioni di salute critiche, e che con alta probabilità potevano andare incontro a conseguenze irrimediabili, è stato comunque deciso di provvedere al loro trasferimento in altri istituti o alla ricollocazione in reparto. Perché? Ed esattamente da chi? Ci hanno rimesso la vita in tanti, non si possono chiudere le indagini senza completare gli accertamenti su questo e altri fronti".
L'avvocato Sebastiani, riferendosi all'amministrazione penitenziaria e alla direzione, incalza: "Chi riveste una posizione di garanzia e di protezione nei confronti di altri soggetti ha l'obbligo di impedire l'evento e, se ciò non avviene, ne risponde a titolo di responsabilità omissiva, al pari che in posti di lavoro, ospedali o altre strutture pubbliche o private, dove ogni giorno i soggetti di riferimento devono rispondere per fatti accaduti all'interno. I detenuti sono affidati alla custodia e cura dello Stato. Assumendosi l'onere di privarli della libertà, lo Stato deve assicurare anche la loro tutela e la loro salute durante la detenzione. Stiamo parlando di una rivolta in carcere, che era prevedibile ed evitabile, diversamente da come è successo".
I misteri - Gli esempi portati, su singoli aspetti da scandagliare meglio, abbondano. Il mistero della chiave, tra i tanti. Fonti carcerarie e sindacali avevano raccontato che la cassaforte dell'infermeria, con dentro litri e litri di metadone e decine di confezioni di psicofarmaci, era stata forzata dai detenuti con una fresa prelevata nel magazzino degli attrezzi. Non è andata così. Ora viene fuori una diversa ricostruzione, basata sulle dichiarazioni sottoscritte dal coordinatore degli infermieri e avvalorata dalla procura, "senza accertamenti investigativi specifici".
L'armadio blindato, si dà per assodato nelle carte, è stato aperto con la chiave. La chiave era riposta in una non meglio precisata cassetta di sicurezza, collocata non è dato sapere dove. La cassetta di sicurezza è stata manomessa e il contenuto, chiave della cassaforte compresa, è sparito. La deduzione è che sia stata tutta opera dei rivoltosi. "Ma questo - osservano i legali - è uno degli aspetti trascurati dalle indagini e dati per scontati, anziché essere investigati meglio". Il testimone creduto sulla parola, il coordinatore degli infermieri, non lavora più nel carcere di Modena. È passato ad una Ausl, rivela un collega. Non si conoscono le ragioni del trasferimento. Voci interne dicono che non se la sentisse più di lavorare in un carcere.
Altro esempio, la disponibilità delle dosi già pronte. Le due infermiere di turno, quando è scoppiata la rivolta, stavano dividendo il metadone e i farmaci da distribuire a centinaia di detenuti in terapia, un migliaio di bustine in tutto. A verbale hanno ricostruito dettagliatamente i minuti di terrore vissuti quel pomeriggio. Temevano di essere ammazzate, rivelano di aver trovato rifugio sotto un letto. Garantiscono che la cassaforte era "perfettamente integra" (e non chiusa) nel momento in cui sono riuscite ad allontanarsi, passando dalla finestra rotta di una porta. Ma non parlano di alcuna chiave né di cassette di sicurezza. Non spiegano se e dove hanno nascosto le dosi di metadone e di medicinali già pronte, per sottrarle all'assalto dei ribelli. Le hanno lasciate in giro, a portata di mano? O hanno riaperto la cassaforte, posto che l'avessero serrata, per rimetterle all'interno? Ma la chiave, tornando al punto precedente, dove era?
La procura, sempre prendendo per buone le testimonianze raccolte, scrive che le modalità di custodia dei farmaci (ma il riferimento arriva a proposito del metadone e degli oppiacei) sono risultate perfettamente conformi alle indicazioni contenute nelle Linee di indirizzo per la gestione clinica dei famaci negli istituti penitenziari della regione Emilia Romagna - documento tecnico regionale per la sicurezza nella terapia farmacologica n. 2, regione Emilia Romagna, aprile 2015, il cui par. 6.2 prevede espressamente che lo stoccaggio dei prodotti farmaceutici debba avvenire in locali opportunamente custoditi, eventualmente in armadi chiusi a chiave.
La procedura applicata viene definita "irreprensibile e inappuntabile", alla luce delle direttive. Peccato che la disposizione richiamata per "assolvere" il personale e il carcere non riguardi i "farmaci stupefacenti", come è esplicitamente scritto a pagina 2 delle linee guida citate, quelle sbagliate.
Le storie - Poi ci sono le singole storie. Hafedh Chouchane, che stava male o forse era già morto, dove è stato consegnato alla polizia penitenziaria dai compagni? Nella sintesi degli atti ci sono tre indicazioni diverse, che potrebbero riferirsi allo stesso luogo o a punti diversi. La procura non sembra porsi il problema della differente indicazione.
Il comandante degli agenti nella nota informativa redatta l'11 marzo 2020 scrive: "In data 08.03.2020, alle ore 19.30 circa, alcuni detenuti non identificati trasportavano il nominato in oggetto fino al passo carraio interno della portineria centrale dell'istituto poiché non stava bene, lasciandolo in terra. Il personale di polizia penitenziaria appostato all'esterno del passo carraio ha immediatamente soccorso il detenuto, che veniva trasportato presso il presidio mobile del 118... i quali ne costatavano il decesso per arresto respiratorio". Nel rapporto del 19.03.2020 lo stesso comandante annota che il corpo veniva lasciato "al piano terra delle scale riservate al personale della polizia penitenziaria (ingresso nr. 88) del plesso detentivo principale". Uno dei detenuti soccorritori afferma di averlo portato "giù al piano terra, alla rotonda...". È lo stesso posto citato dal comandante? E quale dei due?
Lo scarto di 50 minuti. Un medico attesta che il decesso di Hafedh è avvenuto alle 20.20, cioè 50 minuti dopo che il detenuto è stato consegnato alla polizia penitenziaria (circa alle 19.30, come ha messo per iscritto il comandante). Possibile che sia passato tutto quel tempo? Quanto c'è voluto per portare Hafedh dal punto di consegna fino al tendone del 118, a poche decine di metri? Il medico lo ha preso subito in carico o lo ha messo in coda, dopo altri? E in quei tre quarti d'ora abbondanti che cosa ha fatto, oltre all'elettrocardiogramma risultato piatto?
di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 27 marzo 2021
"Felicità e solitudine, libertà e regole": cosa significano per chi è libero e per chi è dietro le sbarre? Cento classi delle scuole superiori di Torino e della città metropolitana hanno partecipato (con quasi 2.500 i collegamenti) alla diretta streaming dal Teatro Agnelli di Torino nella mattinata del 22 marzo, ad un dialogo teatrale sui temi del rapporto tra individuo e società che toccano profondamente, non solo le nuove generazioni in questo momento di isolamento forzato dovuto alla pandemia, ma tutti noi, a maggior ragione chi sconta una pena in carcere, "Game over - Le regole del gioco" il titolo dello spettacolo realizzato con il sostegno della Compagnia di San Paolo, prodotto da Teatro e Società, in collaborazione con l'Associazione "Sulleregole" e il Fondo Alberto e Angelica Musy in concomitanza con il nono anniversario dell'omicidio di Alberto Musy, avvenuto a Torino il 21 marzo 2012.
Alla piece, a cui hanno partecipato anche gli studenti dell'Istituto Grassi di Torino (nella foto sopra) che hanno seguito il laboratorio formativo sui temi dell'educazione civica, è intervenuta la vedova dell'avvocato Musy, Angelica, che in memoria del marito ha promosso un Fondo per sostienere in particolare le persone che nel periodo detentivo scelgono di iscriversi al Polo Universitario per studenti reclusi, offrendo loro borse lavoro per aiutarli a reinserirsi una volta "fuori" , riducendo la reiterazione dei reati.
"È importante" ha sottolineato Angelica Musy durante lo spettacolo - condotto dagli attori-autori Elisabetta Baro e Franco Carapelle con interventi del rapper Alp King, Moni Ovadia e Neri Marcorè - "che tutti nella vita, anche chi sbaglia abbiano un'altra chance: per questo chi, come recita la nostra Costituzione, ha l'opportunità di scontare il tempo della pena con percorsi rieducativi non commetterà più crimini: nel nostro Paese la recidiva è al 68% perché in carcere non c'è l'opportunità di cambiare. Ecco il contributo che vuole offrire il nostro Fondo.
E dopo tre anni di repliche dello spettacolo "Game over, per un nuovo inizio" con cui abbiamo raggiunto 4 mila giovani, vogliamo rinnovare il prezioso lavoro con cui abbiamo portato il carcere oltre le sbarre, parlando di seconde opportunità ai giovani studenti e per spazzare via i pregiudizi sul mondo penitenziario". Tra gli intervenuti, don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera, richiamando alla realtà della galera, ha invitato i giovani a considerare la felicità "incompatibile e con l'egoismo e l'individualismo ma come ricerca della propria strada nella vita".
E poi il magistrato Gherardo Colombo, promotore dell'associazione "Sulleregole" che ha avvisato gli studenti che non c'è libertà "senza le regole necessarie per la convivenza civile" e quanto la scuola con l'insegnamento dell'educazione civica possa essere decisiva per la formazione delle nuove generazioni alla legalità.
Conclude Franco Carapelle: "Dopo 28 anni di attività teatrale in carcere e 30 nelle scuole superiori credo sia fondamentale che gli studenti riflettano sui temi dell'isolamento e della solitudine a partire dalla condizione di chi ha perso la libertà perché ha infranto le regole, magari pensando di trovare una felicità effimera: una condizione che può riguardare tutti perché gli Istituti di pena, anche se spesso ai margini delle nostre città, ci riguardano, sono un pezzo della nostra società. E, nella misura in cui i detenuti si sentono 'inclusi' e non discriminati, hanno possibilità di tornare alla vera libertà nel rispett o di chi ci è accanto, strada verso la felicità".
vita.it, 27 marzo 2021
Nell'occasione della Giornata mondiale del teatro presentato il progetto promosso dalle Fondazioni porta l'arte del teatro in 12 istituti di pena. Un progetto in corso da 3 anni in 12 carceri italiane, che coinvolge circa 250 detenuti in percorsi di formazione artistica e professionale nei mestieri del teatro.
Oggi è la Giornata mondiale del Teatro, ma per il secondo anno consecutivo questa ricorrenza vedrà tutte le sale chiuse a causa delle limitazioni imposte dalla pandemia. Alla vigilia di questa Giornata, Acri ha organizzato l'evento "Rigenerazione. Nuove sperimentazioni teatrali dentro e fuori il carcere" per presentare Per Aspera ad Astra, un progetto in corso da 3 anni in 12 carceri italiane, che coinvolge circa 250 detenuti in percorsi di formazione artistica e professionale nei mestieri del teatro.
All'evento, che si può rivedere al link www.acri.it/peraspera21, con la conduzione di Andrea Delogu, sono intervenuti: Francesco Profumo, presidente di Acri; Bernardo Petralia, Capo Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria; Aniello Arena, attore; Giorgia Cardaci, attrice, vicepresidente Associazione Unita - Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo. Oltre ad alcuni testimoni del progetto: Enrico Casale, Associazione culturale Scarti; Ibrahima Kandji, attore Compagnia della Fortezza; Micaela Casalboni, Teatro dell'Argine. Per l'occasione è stato proiettato il video di azione collettiva "Uscite dal mondo", diretto da Armando Punzo, Compagnia della Fortezza, con la drammaturgia musicale di Andrea Salvadori e la partecipazione di tutti i registi delle compagnie che partecipano a Per Aspera ad Astra.
Il Ministro della Cultura Dario Franceschini, ha inviato un messaggio: "L'incontro di oggi dimostra quanto il cammino iniziato oltre trent'anni fa da Armando Punzo con la Compagnia della Fortezza al carcere di Volterra abbia dato frutti generosi. E come fosse giusta l'intuizione di fare della cultura una leva potente per un migliore percorso di pena dei detenuti. Domani in tutto il modo si celebrerà il teatro. In Italia doveva essere una giornata di festa, la data di una prima ripartenza. Purtroppo non sarà così. Ma, come dimostra il progetto di formazione artistica nei mestieri del teatro, la cultura ha un ruolo fondamentale nelle nostre vite. Tanto più per noi italiani che siamo abituati a vivere nell'arte e nella cultura: le nostre città senza teatri e cinema, le nostre piazze senza musica sono più tristi. Così l'Italia non è l'Italia. Ieri era il Dantedì, la giornata nazionale istituita per celebrare Dante Alighieri. Per questo vorrei concludere citando Dante, quando alla fine del lungo viaggio all'Inferno ha detto "e quindi uscimmo a riveder le stelle". Ecco, arriverà in fretta il momento in cui potremo uscire a rivedere le stelle, in cui tornerà la musica nelle piazze, gli spettacoli teatrali, i festeggiamenti".
Dichiarazione del Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Bernardo Petralia: "Il DAP continuerà a sostenere e valorizzare, per ora entro i limiti e le inevitabili precauzioni dovute alla pandemia, le tante attività teatrali presenti negli istituti penitenziari italiani, ben conosciute e apprezzate anche all'estero, come dimostrano gli importanti riconoscimenti ottenuti. Il teatro si è rivelato uno dei mezzi più efficaci per collegare realtà carceraria e società civile e per affermare il valore di una pena che sappia offrire alle persone detenute opportunità di formazione, lavoro e crescita culturale. Speriamo solo di poter tornare a farlo presto senza più alcuna limitazione".
Dichiarazione del Presidente di Acri, Francesco Profumo: "Le Fondazioni di origine bancaria promuovo il progetto Per Aspera ad Astra, perché intendono contribuire a garantire il "diritto alla bellezza" anche alle persone in condizione di privazione della libertà. Troppo spesso il carcere è uno spazio in cui la cultura sembra bandita. Invece, il teatro può contribuire a rigenerare questi spazi, perché può offrire ai detenuti la possibilità di vivere un'esperienza artistica potentissima, in grado di far riscoprire loro tutta la loro umanità, fatta di sogni e di empatia. Inoltre, questo progetto permette ai detenuti di acquisire anche competenze professionali nei mestieri del teatro, da poter utilizzare per il loro reinserimento nella società al termine della pena. Per Aspera ad Astra ha dato vita a un'inedita comunità composta da Fondazioni, compagnie teatrali, detenuti, direzioni e personale delle carceri, che condivide un progetto innovativo e ambizioso".
"Per Aspera ad Astra - Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza" è un progetto promosso da Acri e sostenuto da 10 Fondazioni di origine bancaria che, dal 2018, sta realizzando in carcere innovativi percorsi di formazione che riguardano non solo attori e drammaturghi, ma anche scenografi, costumisti, truccatori, fonici e addetti alle luci. Il progetto è nato dall'esperienza ultra trentennale della Compagnia della Fortezza di Volterra, guidata dal drammaturgo e regista Armando Punzo che, nel corso della sua lunga attività, ha costruito un patrimonio consolidato di buone pratiche, che ora si estende in altre carceri d'Italia.
Per Aspera ad Astra ha dato vita a una rete nazionale di compagnie teatrali che operano nelle carceri e che condividono l'approccio e la metodologia di intervento. L'esperienza condivisa testimonia come sia possibile lavorare nelle carceri mettendo al centro l'arte e la cultura, lasciando che essa possa esprimersi appieno e compiere una rigenerazione degli individui, favorendo il riscatto personale e avviando percorsi per il pieno reinserimento del detenuto nel mondo esterno. Altro obiettivo di questo intervento è che possa contribuire alla riflessione sulla piena applicazione dell'art. 27 della Costituzione italiana, innescando un processo di ripensamento del carcere, delle sue funzioni e del rapporto tra il personale che vi opera e le persone detenute.
Le carceri e le compagnie teatrali coinvolte nell'edizione 2020/2021 di Per Aspera ad Astra sono: Casa di Reclusione di Volterra (Pi) - Carte Blanche / Compagnia della Fortezza; Casa di Reclusione Milano Opera - Opera Liquida; Casa Circondariale di Torino "Lorusso e Cutugno" - Teatro e Società; Casa Circondariale di Palermo "Pagliarelli" - Associazione Baccanica; Casa di Reclusione di Vigevano (Pv) - FormAttArt; Casa di Reclusione di Padova - Teatro Stabile del Veneto; Casa Circondariale di La Spezia - Associazione Gli Scarti; Casa Circondariale di Cagliari Uta - Cada Die Teatro; Casa Circondariale di Perugia Capanne - Teatro Stabile dell'Umbria; Casa Circondariale di Bologna "Dozza" - Teatro dell'Argine; Casa di Reclusione di Saluzzo (CN) - Voci Erranti; Casa Circondariale di Genova Marassi - Teatro Necessario.
di Massimiliano Tarantino
Corriere della Sera, 27 marzo 2021
Troviamo il coraggio di reinventare i codici della nostra convivenza, del nostro rapporto con il denaro, con il possesso e diamo concretezza ad una next generation ecology. Caro Direttore, una volta Tina Anselmi disse che "per cambiare il mondo bisognava esserci". Mi sembra un buon suggerimento per affrontare le sfide che il tempo presente ci propone. Non esiste un manuale per superare una crisi. Ne abbiamo avute moltissime nel nostro recente passato e ogni volta abbiamo trovato le risorse, gli attori, le congiunture che ci hanno fatto percepire di averle superate. Chissà se è stato davvero così. Studiando la storia lo possiamo capire, caso per caso. Ma oggi è diverso, la stiamo vivendo e non abbiamo intenzione solo di farci i conti, vogliamo andare oltre.
Ce lo stiamo ripetendo da più di un anno, "Andrà tutto bene". Ma se la definizione di bene in relazione alla pandemia ha una risposta certa, i vaccini e la loro distribuzione di massa, condividere una comune definizione di bene in relazione alla società che abbiamo davanti apre scenari ambigui, e risposte sulle quali si prende tempo, o si pensa di poterlo perdere.
Mentre è urgente dare corpo a quella dimensione di sostenibilità, ecologica e sociale, per la quale sono scesi in piazza i giovani di mezzo mondo, prima di questo tsunami, e che altre priorità hanno ibernato. Dimostriamo di essere smart per davvero. Non accontentiamoci di utilizzare i computer per fare le lezioni da casa o le riunioni dal parco, non illudiamoci che basta utilizzare la macchina ad idrogeno o riciclare la plastica, non lasciamo alla tecnologia il privilegio di sostituirci nell'essere brillanti e moderni. Troviamo il coraggio di reinventare i codici della nostra convivenza, del nostro rapporto con il denaro, con il possesso e diamo concretezza ad una next generation ecology.
Una dimensione ultraverde, che parte dall'attenzione a clima e risorse naturali per estendersi a giustizia sociale, diritti, lavoro: una proposta politica aggregante, che si proponga di riaccendere il senso della partecipazione di massa verso un obiettivo concreto, il miglioramento delle condizioni di vita per tutte e tutti, e che sfidi le storture del sistema capitalistico che abbiamo ereditato, riformandolo in senso plurale.
È una sfida imponente: non si tratta solo di una corsa contro il tempo, ma anche di un cambio di paradigma culturale. È tempo di riscoprire il ruolo dell'attore pubblico, come soggetto capace di regolare il mercato orientandolo verso una "trasformazione più giusta", di stampo sociale. È tempo di fare evolvere la globalizzazione degli interessi verso un pensiero aggiornato d'interdipendenza tra esseri umani, garantendo a ciascuno il medesimo paniere di diritti fondamentali. È tempo di sostenere, ad ogni angolo del pianeta, pratiche di dissenso quotidiano che sappiano colorare la democrazia del dinamismo delle idee e della tutela delle minoranze.
Ed è anche tempo di smettere d'indignarsi, di lamentarsi, di trovare un pretesto per chiedere. E di ricominciare tutti a trovare le motivazioni per fare, anche con istanze radicali. In questo Milano è stata negli ultimi anni un grande laboratorio, che in questi mesi deve ritrovare spazio, fiducia e motivazioni. Nell'interesse dei cittadini che la abitano ma anche delle piccole e grandi città che guardano al nostro esempio, e a volte ne subiscono il peso e la distanza. La ricerca e la cultura possono e devono fare la loro parte, come sentinelle dei bisogni e come mediatori tra le soluzioni.
Siamo tutti chiamati ad una prova di coraggio ma, come ha scritto Piero Gobetti, "per raggiungere questa umanità migliore dobbiamo distruggere le abitudini e le indifferenze. Ma mentre distruggiamo un mondo di pregiudizi, costruiamo con ardore e pazienza il mondo della concretezza".
*Direttore Fondazione Giangiacomo Feltrinelli
di Gianfranco Capitta
Il Manifesto, 27 marzo 2021
Oggi le celebrazioni ma i sipari sono sempre abbassati, e i ristori distribuiti in modo discutibile. Due eventi permettono di scoprire il lavoro in carcere, con Collovà e Traitsis, Punzo e Arena.
Sarà forse anche un effetto indotto della pandemia, ma ormai ogni giorno che arriva in Terra, sentiamo quasi il bisogno di festeggiare qualcosa. Che sono spesso le cause più nobili, e rispettabili e necessarie (sul valore non si discute) ma quest'idea di dedicare o consacrare a "qualcosa", rischia spesso per sminuire l'oggetto del festeggio. L'informazione del resto gonfia notiziari e approfondimenti in uno scadenzario che prende ormai il posto di antichi rosari e litanie di valore quasi esorcistici. Il calendario, ma non solo, può fare così degli scherzi anche crudeli, oltre che ingiusti. Solo l'altro ieri, sotto la brillante etichetta del "Dantedì" (appetibile come un supermercato), si è celebrato il settimo centenario della morte di Dante sommo poeta. Ricorrenza e festeggiamento sacrosanti, che hanno rischiato di allagare nella banalità la bellezza e il senso fortissimo dei versi della Commedia.
Tra radio, televisione e giornali (ma anche cartelli, striscioni e social), ogni medium ha sentito il dovere di sproloquiare sulla grandezza del sommo poeta, anche se la hit parade delle citazioni finivano col privilegiare sempre gli stessi canti e personaggi. I "professori" strologavano a spron battuto, come per altro sarebbero tenuti a fare, in maniera magari più comprensibile, in tutti gli ordini di scuola. Poi c'era l'esercito di improvvidi che ai titoli più vari, citavano proponevano e dissertavano, e soprattutto "interpretavano", quei versi scultorei e i loro protagonisti. La "festa"aveva il suo ispiratore supremo, ça va sans dire, nel ministro della cultura Franceschini, come la carica richiedeva ovviamente. Parole di circostanza che avevano un senso quando a acchiappare il pubblico ai versi danteschi era Benigni (forte della comunanza territoriale e quindi linguistica, ma anche per essersi esercitato su quelle parole da anni), forse meno per certi entusiasmi rituali che la scultorea chiarezza di quei versi rendeva quasi più "oscura".
Oggi è il giorno di un'altra "trappola" di calendario fantasioso, in quanto si dovrebbe celebrare la "giornata del teatro", che suona come certe malattie rare o certe problematiche planetarie che servono solo a darci qualche rimorso, generalmente lieve. A sostenere la celebrazione ormai quasi "rituale" (se non addirittura esorcistica) è sempre in prima linea lo stesso ministro. Peccato che da più di un anno non abbia avuto molto a cuore il "teatro", prima chiudendone gli spazi come fosse il massimo focolaio del contagio, poi distribuendo i ristori e i ricoveri secondo criteri quanto meno discutibili, che hanno finito per rimpinguare le casse delle istituzioni pubbliche teatrali, statali, stabili e nazionali, con un discreto guadagno per non dover neanche spolverare le sale. Poi sono arrivate le briciole, minimi tamponi del tutto insufficienti per chi del fare teatro dovrebbe sopravvivere.
Per onestà, in questa smania tanto celebrativa quanto poco motivata (da ricordare davvero la ricorrenza dei defunti), la giornata diventa anche l'occasione per scoprire del teatro altre prospettive. Il caso principe è quello del teatro in carcere, una pratica che ha la sua intrinseca necessità nel poter abbattere, attraverso la rappresentazione, le sbarre che separano chi è detenuto dal "fuori": non solo dalla pratica ma dall'idea stessa di libertà. Per chi è curioso di conoscere quell'universo teatrale, oggi può superare a sua volta le barriere macchinose della sicurezza collegandosi online a due diversi momenti. Dalle 15 alle 16,30 sarà visibile (su www.youtube.com/user/teatroaenigma/ nonché sul sito www.teatroaenigma.it) un seminario internazionale cui parteciperanno, dopo il saluto della ministra Cartabia, il garante nazionale dei detenuti Mauro Palma, e i due registi Michalis Traitsis e Claudio Collovà, che conducono esperienze teatrali con adulti e minori rispettivamente a Venezia e Palermo. Con loro si confronterà la studiosa di Roma 3 Valentina Venturini.
Altra possibile visione (sul sito delle Casse di Risparmio www.acri.it/peraspera21) l'incontro avvenuto ieri sul progetto Per Aspera ad Astra, finanziato da quell'associazione bancaria, cui partecipano 250 detenuti in 12 carceri disseminate nel nostro paese.
All'incontro hanno partecipato, tra i molti, attori ancora coinvolti in quelle esperienze, e chi, come Aniello Arena, ha grazie a quelle acquisito una riconosciuta professionalità nel cinema. Armando Punzo ha mostrato un video di azione collettiva nella Fortezza di Volterra dal titolo Uscite dal mondo. Parola d'ordine comune, il "diritto alla bellezza". Un motto che avrebbe molto senso anche per chi sta "fuori".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 27 marzo 2021
Nel 2019 sono state 321 le attività teatrali organizzate negli istituti penitenziari italiani, tra spettacoli, laboratori e iniziative di formazione. Hanno coinvolto 5021 detenuti (di cui 1401 stranieri) in veste di attori, coautori di testi e addetti a mansioni tecniche. Questi dati - gli ultimi rilevati dal Dap prima del lockdown - descrivono un'attività seguita, inclusiva e diffusa in tutto il territorio nazionale. "Le esperienze teatrali in carcere sono ormai la regola, perché il teatro ha un'importante funzione pedagogica di preparazione all'inclusione nella vita civile" ha sottolineato Bernardo Petralia, capo Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (DAP), intervenuto stamani all'evento 'Rigenerazione. Nuove sperimentazioni teatrali dentro e fuori il carcerè organizzato da Acri, Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio Spa, alla vigilia della Giornata Internazionale del Teatro.
"Il teatro in carcere è una ribalta naturale, un teatro vivente, è un posto, dove è facile recitare perché, in questa comunità di dolenti, le emozioni sono tutte allertate. La finzione consente al detenuto di sentirsi libero e non è poco se si considera che un aspetto fondamentale della gestione della vita carceraria è il trattamento," ha aggiunto Petralia, che ha assicurato la massima disponibilità dell'amministrazione penitenziaria a sostenere queste esperienze " che rappresentano una vibrazione di libertà, il veicolo più importante per consentire il miglior passaggio dalla vita ristretta alla vita libera".
Nel corso dell'incontro, trasmesso in streaming e moderato da Andrea Delogu, è stato presentato il video "Uscite dal mondo", diretto da Armando Punzo, fondatore della Compagnia della Fortezza, nel carcere di Volterra. L'opera è stata realizzata con i contributi artistici delle realtà che hanno aderito a "Per Aspera ad Astra", progetto sostenuto da 10 Fondazioni associate Acri che, dal 2018, coinvolge in percorsi di formazione artistica e professionale circa 250 detenuti in 12 carceri. "Cultura e bellezza consentono alle persone di esprimere quello che per troppo tempo hanno represso - ha detto Francesco Profumo, presidente Acri - e di rigenerarsi, grazie alla sperimentazione che è l'elemento centrale del percorso da noi sostenuto". L'importanza assunta dal teatro in carcere è stata ricordata anche dal ministro della Cultura, Dario Franceschini, che nel suo messaggio ha sottolineato quanto questa pratica si sia rivelata una leva potente per un miglior percorso di crescita dei detenuti".
di Ornella Sgroi
Corriere della Sera, 27 marzo 2021
Il progetto "Per Aspera ad Astra" ha rotto gli schemi portando la recitazione ai detenuti. Con risultati sui quali, dopo il lockdown, dovremmo riflettere tutti.
Oggi è la giornata mondiale del teatro. E in Italia avrebbe anche dovuto essere il giorno della ripartenza per lo spettacolo dal vivo e le sale cinematografiche. Non è stato possibile. La pandemia, ancora una volta, lo ha impedito. Tutto fermo. Chiuso. Imprigionato in un limbo senza più coordinate spazio-temporali, se non l'incertezza e le saracinesche abbassate. Porte chiuse. Ingressi sbarrati. Carceri - speriamo temporanei - della cultura e dell'arte. Allora perché non ripartire proprio dal teatro che si fa in carcere?
Senza retorica, però. Perché quello che si fa in carcere è teatro vero. E soprattutto è "formazione professionale ai mestieri del teatro, per fare diventare lavoro ciò che a molti sembra "solo" spettacolo", come spiega il regista Armando Punzo. Mente, corpo e maestro della trentennale Compagnia della Fortezza della Casa di Reclusione di Volterra, che ha presentato - nel corso dell'evento "Rigenerazione. Nuove sperimentazioni teatrali dentro e fuori il carcere" organizzato da Acri (Associazione di Fondazioni e Casse di risparmio) - il progetto Per Aspera ad Astra, in corso da 3 anni in 12 carceri italiane, con il coinvolgimento di circa 250 detenuti in percorsi di formazione artistica e professionale non solo come attori, ma anche come scenografi, costumisti, tecnici delle luci, e così via. In questo tempo che stiamo vivendo, il carcere diventa metafora perfetta di un'azione precisa messa in evidenza da Punzo: "ascoltare la parte migliore di noi, quella che ha ancora fiducia, per farsi guidare da essa". Quella che il regista ha catturato nel video che ha diretto, Uscite dal mondo, per "spostare l'immaginario verso la speranza e verso possibilità concrete. Se lo si può fare da un carcere, che è luogo di estremo dolore, allora lo si può fare ovunque". Comprendendo che "il carcere non è un luogo di afflizione e punizione, ma di conoscenza di noi stessi". È in questo spazio-non-spazio che si recupera una delle funzioni primarie dell'arte: lo stupore. Quel "meravigliarsi insieme" di cui parla Enrico Casale dell'Associazione culturale Scarti e che "crea legami tra la micro società del carcere e la macro società del territorio che lo contiene, da Palermo a Milano senza distinzione". Con in mezzo il lockdown, durante il quale "ci siamo sentiti tutti un po' detenuti, con le emozioni amplificate come in carcere. Carcere e lockdown hanno in comune la percezione di quanto abbiamo bisogno di arte, cultura e bellezza".
È attraverso cultura e bellezza che, infatti, il progetto Per Aspera ad Astra, promosso da Acri e sostenuto da 10 Fondazioni di origine bancaria dal 2018, si propone di riconfigurare il carcere attraverso "rigenerazione umana e sperimentazione, con un'operazione che ha del magico", come sottolinea Francesco Profumo, presidente Acri, perché "avviene in uno spazio che non è spazio, in cui l'uomo ritrova se stesso attraverso una sperimentazione che Per Aspera ad Astra ha portato a sistema". Il teatro non è solo palcoscenico, del resto. Ma è soprattutto "relazione, azione e voci che voce di solito non hanno", come ci ricorda Micaela Casalboni del Teatro dell'Argine, compagnia che da 27 anni fa "ricerca artistica su luoghi altri rispetto al teatro, con un lavoro di confine nelle scuole, negli ospedali, nelle periferie del mondo". E adesso anche in carcere. Per "restituire al teatro la sua funzione primaria, che è politica e poetica insieme, capace di generare un impatto che porta cambiamento e crea partecipazione dei cittadini, con un potere trasformativo dell'essere umano".
Fuori e dentro il carcere, perché "il carcere è un luogo della città e quanto più lo si rigenera al suo interno, tanto più se ne beneficia al di fuori". Lo conferma anche Bernardo Petralia, Capo Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, che "il teatro si è rivelato uno dei mezzi più efficaci per collegare realtà carceraria e società civile e per affermare il valore di una pena che sappia offrire alle persone detenute opportunità di formazione, lavoro e crescita culturale". Anche, anzi soprattutto, durante questa pandemia. Che ha fermato il Paese, ma non la rete costruita da Per Aspera ad Astra, che "dopo il duro colpo degli inizi e quello forse ancora più duro di questa coda così lunga, non si è fermato ma ha resistito forte come l'edera", come racconta ancora Michela Casalboni, "cercando di capire come riorganizzarsi attraverso il confronto di questa rete importantissima, per cui una conquista fatta in una città diventa una conquista collettiva".
Per Volterra, Milano, Palermo, Torino, Vigevano, Padova, La Spezia, Cagliari, Perugia, Bologna, Saluzzo, Genova. Insieme. Perché quando si fa teatro, lo si fa in due luoghi: "uno fisico e uno mentale", come ha detto Enrico Casale ispirandosi a Franco Battiato.
E "quando si fa teatro in carcere, si lavora soprattutto sul luogo mentale. Il teatro è come un'evasione metaforica, va a cercare spazi alternativi perché non è un luogo statico ma una creatura viva, che si genera anche in luoghi estremi". Ne sono testimonianza due bravi attori formati dalla Compagnia della Fortezza di Armando Punzo. Due attori veri. Uno è Aniello Arena, che ha lavorato anche con i fratelli Taviani e con Matteo Garrone e che descrive il teatro di Punzo come un "teatro molto sperimentale, prima molto fisico e solo dopo di parole". L'altro è Ibrahima Kandji, Otello appassionato e vitale. E se per Aniello "il teatro è crescita umana, dentro o fuori dal carcere che sia", per Ibrahima "il teatro trasforma i sentimenti negativi del carcere in energia e ti fa diventare emotività".
agensir.it, 27 marzo 2021
Don Grimaldi (cappellani), "grazie, Santità, per le sue parole ricche di tenerezza per il mondo penitenziario". A Papa Francesco è stato consegnato il primo cero pasquale artistico realizzato dai detenuti del carcere di Paliano (Fr) guidati da un maestro d'arte. Lo scorso mercoledì, dopo l'udienza papale, Papa Francesco ha ricevuto nella Biblioteca privata del Palazzo apostolico l'ispettore dei cappellani delle carceri d'Italia, don Raffaele Grimaldi, accompagnato dalla direttrice del carcere, Anna Angeletti.
Il cero pasquale è il primo di una serie di ceri prodotti dai reclusi di Paliano. Le altre opere artistiche, tuttora in fase di realizzazione, saranno consegnate nelle cappelle degli istituti penitenziari disseminati sul Paese. Le opere artistiche - ceri pasquali - completate saranno, così, "il segno di Misericordia", si legge in una nota dell'Ispettorato, che "darà luce all'evento della Risurrezione di Cristo Risorto, per celebrare la gioia e la speranza di una rinascita comune, cioè il segno che darà calore e conforto a quanti sono nell'errore umano ed esistenziale". Il cero, consegnato al Pontefice che lo ha benedetto, sarà posizionato nella cappella di Santa Marta, in Vaticano.
"Il cero che umilmente le offriamo è stato realizzato dai detenuti del carcere di Paliano e rientra nel progetto pastorale 'La luce della libertà' che ha come obiettivo quello di donare a ogni cappella delle carceri italiane il cero pasquale dipinto dai ristretti del suddetto istituto penitenziario. Anche questa attività lavorativa vuole aiutare il mondo recluso a non sentirsi emarginato, marchiato e giudicato da una società che a volte condanna senza misericordia", ha spiegato al Papa don Grimaldi, che, a nome di tutti cappellani delle carceri italiane, ha consegnato il cero pasquale.
"Santità, un grazie di cuore a nome dei 250 cappellani e dei detenuti, per la sua sensibilità e attenzione verso coloro che soffrono dietro le sbarre. Le sue costanti parole, ricche di 'tenerezza', continuamente indirizzate al mondo penitenziario, spalancano le porte della speranza e consolano i molti cuori che soffrono nel silenzio e invocano il perdono di Dio per le loro umane fragilità - ha aggiunto l'ispettore generale. Questo cero, 'fiamma di misericordia' che accenderete nella vostra cappella di Santa Marta, sia la sua costante preghiera verso tutti coloro che hanno sbagliato e cercano nel Cristo Risorto la vera luce della libertà'".
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 27 marzo 2021
Dichiarare il falso nell'autocertificazione prevista dalle restrizioni anti Covid non è reato. L'ultimo colpo inferto alla normativa emergenziale arriva dal tribunale Milano: il Gup Alessandra Del Corvo, accogliendo la richiesta della Procura milanese, ha assolto un ragazzo di 24 anni finito a processo per aver mentito agli agenti durante un controllo.
"Il fatto non sussiste", motiva il giudice, perché non esiste "alcun obbligo giuridico, per il privato che si trovi sottoposto a controllo nelle circostanze indicate, di "dire la verità" sui fatti oggetto dell'autodichiarazione sottoscritta, proprio perché non è rinvenibile nel sistema una norma giuridica" di questo tipo. Un simile obbligo, aggiunge il gup, risulterebbe infatti incostituzionale perché si porrebbe in contrasto con il diritto di difesa del singolo, sancito all'articolo 24 della Carta, e con il diritto a non autoincriminarsi.
È legittimo, insomma, mentire in propria difesa se si vuole evitare di incorrere in sanzioni penali o amministrative. I fatti risalgono allo scorso marzo: il ragazzo, fermato alla stazione di Cadorna in pieno lockdown, dichiara agli agenti di essere di ritorno a casa dal negozio in cui lavora come commesso. Una versione poi smentita dal titolare dell'esercizio commerciale, a cui le forze dell'ordine si erano rivolte per una verifica.
Il problema evidenziato dal giudice, in questo caso, si pone in relazione all'articolo 483 del codice penale, che punisce con la reclusione fino a due anni le dichiarazioni false rese dal privato al pubblico ufficiale in un atto pubblico. "In tutti i casi nei quali l'autodichiarazione infedele è resa dal privato in un controllo casuale sul rispetto della normativa Covid - spiega il gup appare difficile stabilire quale sia l'atto del pubblico ufficiale nel quale la dichiarazione infedele sia destinata a confluire con tutte le necessarie e previste conseguenze di legge".
Poiché "non è rinvenibile nel sistema una norma che ricolleghi specifici effetti a uno specifico atto- documento nel quale la dichiarazione falsa del privato sia in ipotesi inserita dal pubblico ufficiale", aggiunge il giudice. La cui decisione segue di qualche giorno alla clamorosa sentenza del Tribunale di Reggio Emilia che di fatto "incenerisce" i Dpcm varati in piena emergenza Covid nella parte in cui questi prevedono il divieto di circolare.
Un divieto illegittimo, secondo il giudice Dario De Luca, chiamato a pronunciarsi sul caso di una coppia che aveva giustificato il proprio spostamento con una motivazione falsa. Un atto amministrativo, quale è il Dpcm - argomenta De Luca - non può limitare la libertà personale di movimento poiché la Costituzione pone sul punto una doppia riserva, sia di giurisdizione che di legge. Il Dpcm, dunque, "non può imporre l'obbligo di permanenza domiciliare, neanche in presenza di un'emergenza sanitaria", chiarisce il giudice, dal momento che "un decreto del presidente del Consiglio è un semplice atto "regolamentare", privo della forza normativa per costringere qualcuno a restare in casa".
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 27 marzo 2021
In tutto le fosse comuni sparse tra le campagne intorno a Tarhouna sono 18: si stima vi fossero i resti di almeno un migliaio di persone uccise dal 2013 al 2020. I 13 cadaveri sono avvolti in altrettanti lenzuoli bianchi. Li hanno trovati negli ultimi giorni tra la terra fine del cosiddetto "progetto Rabat", una zona di cantieri alla periferia dei quartieri abitati. Qui si trova una delle fosse comuni più grandi. "Vi abbiamo individuato oltre 160 corpi. In tutto, le fosse comuni sono 18, sparse per le campagne attorno a Tarhouna. Stimiamo vi si trovassero i resti di un migliaio di persone uccise dal 2013 al 2020. All'appello ne mancano ancora 250", racconta, Mohammed Kesher, il sindaco di questa città posta a un'ottantina di chilometri a sud di Tripoli, i cui cimiteri possono essere visti come la metafora del dramma libico seguito alla rivoluzione assistita dalla Nato, che defenestrò nel sangue il regime di Muammar Gheddafi 10 anni fa.
Vi siamo arrivati venerdì mattina viaggiando in auto per circa un'ora e mezza. Le autorità locali per una volta sono state ben felici di incontrare i giornalisti e mostrare il loro lutto alle telecamere. "Qui ci sono i cadaveri dei miei due cugini, Mabruk di 22 anni, e Abdallah di 59. Vennero assassinati nel settembre 2019", dice tra i tanti Ibrahim Moftah, ingegnere 38enne, che abbiamo seguito prima nella preghiera nella moschea centrale, quindi di fronte ai corpi allineati in piazza ed infine nel grande corteo al cimitero. Lui assieme a tanti altri se la prende con i "sei fratelli Kaniat", accusati platealmente di avere imposto un regime di terrore pur di conquistare potere e ricchezze dopo la caduta del regime. Anche il sindaco ne parla come di "criminali assoluti, pronti ad allearsi col più forte pur di imporre il loro sistema di dominio", spiega. Ma la realtà sembra molto più complessa. E il microcosmo di Tarhouna aiuta a comprendere i meandri della Libia contemporanea. Una situazione che il nuovo governo di unità nazionale guidato da dovrà presto affrontare per cercare di pacificare il Paese e con esso anche l'Europa, con l'Italia pienamente coinvolta, ora più che mai decise a rientrare a pieno titolo nello scenario libico. La narrativa delle crudeltà della milizia dei fratelli Kaniat è infatti solo un paravento. "Serve per mettere sotto il tappeto le gravissime divisioni interne. Si preferisce accusare colpevoli invisibili, piuttosto che riaccendere la catena di odi e vendette destinate ad aggiungere caos al caos", spiega il 29enne Mohammad al Amali, che a sua volta è venuto in piazza a piangere la morte di tre cugini e uno zio. Tutti uccisi nelle battaglie tra milizie negli ultimi anni. "È ben noto che Tarhouna, assieme alla cittadina di Bani Walid, fossero roccaforti del regime di Gheddafi. Al tempo della rivoluzione i nostri giovani andarono a battersi contro le milizie di Bengasi, Misurata e Tripoli. Dopo la sconfitta del regime, le milizie vennero a vendicarsi. I morti furono subito centinaia. I Kaniat prima si schierarono con la rivoluzione, poi tornarono indietro, raccolsero i resti dell'esercito di Gheddafi assieme alle vecchie tribù lealiste e nel 2014 si unirono alle forze di Khalifa Haftar in Cirenaica", spiega al Amali.
Tarohouna divenne così la bandiera dalla riscossa del fronte contrario ai Fratelli Musulmani e alle maggiori milizie che operano tra Tripoli e Misurata. Ma la situazione divenne critica dopo la fallita offensiva lanciata da Haftar nell'aprile 2019. Lui era convinto di vincere in poche settimane, grazie anche all'aiuto russo, egiziano ed emiratino. La reazione delle milizie, sostenute da Turchia e Qatar cambiò l'equilibrio delle forze. "La notte più sanguinosa fu quella del 4 giugno 2019. I Kaniat massacrarono i soldati di Haftar che volevano ritirarsi incalzati dai droni turchi. A decine sono sepolti in questo stesso cimitero dove mettiamo i nostri cari. Quindi scapparono a loro volta verso Bengasi, uccidendo chiunque cercasse di arrestare la loro fuga", raccontano ancora al cimitero. La "leggenda" dei Kaniat non riesce d'altronde neppure più a nascondere le tensioni che stanno al momento investendo la Cirenaica. Haftar, stanco e malato, sta perdendo il controllo delle piazze e dei suoi stessi soldati, compresi le centinaia di veterani pro-Gheddafi alleati ai Kaniat. Lo dimostrano gli omicidi che investono la società civile.
Oggi è stata rapita (qualcuno dice anche uccisa sui social) la 23enne Hanina al Barassi figlia di Hanan al Barassi, nota avvocata attivista per i diritti umani assassinata il 10 novembre nel centro di Bengasi. Entrambe accusavano Saddam Haftar, il figlio 28enne di Khalifa, di dominare col terrore in Cirenaica grazie alla soldataglia della sua Brigata 106. Due giorni fa è stato inoltre ucciso Mahmoud Warfalli, ex comandante dei pretoriani di Haftar, accusato anche dal Tribunale Internazionale dell'Aja di abusi contro i prigionieri. "A Bengasi si sta scivolando nel terrorismo come ai tempi dell'assassinio dell'ambasciatore americano Christopher Stevens nel settembre 2012", sottolineano tra gli ambienti diplomatici a Tripoli. Da Tarhouna a Bengasi, la tensione resta forte. Dovranno tenerne conto anche a Roma, vista l'intenzione di riaprire al più presto il consolato italiano a Bengasi.
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