di Stefano Vecchio*
dirittiglobali.it, 22 marzo 2021
A leggere le notizie riportate da alcuni giornali e media locali e nazionali e in particolare scorrendo il testo della "Richiesta di archiviazione per reato commesso da persone ignote", della Procura di Modena, sembrerebbe che "la natura" delle proteste nelle carceri avvenute nel primo lockdown, nel corso delle quali sono morte ben 13 persone, sarebbe attribuibile alla ricerca sfrenata e senza limiti di droghe da consumare. Nelle autopsie dei corpi delle persone detenute trovate morte sono state rilevate tracce di metadone e altri psicofarmaci, per lo più sedativi come le benzodiazepine, associate a segni di depressione respiratoria e altri legati a una possibile overdose. Osservo che quando si inserisce in una inchiesta giornalistica o giudiziaria la droga questa semplice presenza sposta lo scenario di riferimento e diventa immediatamente la causa del male sia per chi indaga che per chi costruisce le notizie sui media. Se poi si aggiunge che gli interessati sono migranti e detenuti non c'è via di scampo. Nel corso della pandemia, tra l'altro, gli stigmi si sono amplificati e diffusi in modo notevole.
di Franco Corleone*
dirittiglobali.it, 22 marzo 2021
Può sembrare poca cosa, ma avere dato un nome ai tredici detenuti morti dopo le rivolte, di cui ben nove del carcere di Modena, rappresenta un risultato significativo, come risposta alla coltre di silenzio che voleva coprire e dimenticare. La strategia dell'archiviazione della strage, perché di questo si è trattato, è fallita grazie alla tenacia del Comitato nazionale per la verità e giustizia e alle parole di Enrico Deaglio e all'inchiesta di Carlo Bonini.
di Carmelina Maurizio
tecnicadellascuola.it, 22 marzo 2021
Sono buone notizie quelle che vengono in questi giorni da un settore speciale del mondo della scuola, ovvero le scuole carcerarie, che come vedremo, in Italia, spesso rappresentano dei luoghi di buone pratiche. Sono infatti due i progetti che, grazie all'impegno di docenti e studenti, ma anche di dirigenti innovativi fanno riflettere su come lo studio e la scuola siano un passaporto quanto mai importante nella vita, per chi segue percorsi formativi all'interno degli istituti di pena. In Italia ci sono cento Centri provinciali per l'Istruzione degli Adulti che hanno sezioni di scuola attive negli istituti penitenziari, di cui diciassette anche minorili, definiti IPM (Istituti di Pena Minorili). Questi ultimi hanno una popolazione studentesca di circa 200 alunni, a cui si sommano coloro tra i 18 e i 25 anni, che sono (anno scolastico 2019/20) circa 300.
di Liana Milella
La Repubblica, 22 marzo 2021
Scontro in vista mercoledì in aula. I Cinque Stelle tentano di bloccare gli emendamenti garantisti di Azione e Forza Italia. Favorevoli anche Italia Viva e Lega. Il Pd vuole evitare lo scontro adesso. Il principio europeo di massima tutela per l'imputato è condiviso però dalla ministra Cartabia.
di Nando Dalla Chiesa
Il Fatto Quotidiano, 22 marzo 2021
I nomi risuonano uno in fila all'altro davanti a Palazzo Marino, dirimpetto alla Scala. Bandiera tricolore, bandiera europea e bandiera biancorossa sul balcone del Comune, sopra lo striscione che chiede "Verità per Giulio Regeni".
Bandiere simmetriche sulla facciata del grande teatro lirico. Sul mio lato destro gli stendardi della mostra del Tiepolo. I nomi si inseguono. Sono quelli delle vittime innocenti di mafia, che vengono pubblicamente recitati da ventisei anni il primo giorno di primavera. Stavolta si recitano il 20, essendo il 21 di domenica. E c'è il lockdown, divieto di marce, di "fiumi di giovani", di piazze gremite. Nessuna manifestazione nazionale.
Testimonianze simboliche nelle piazze di tutte le città. Anche a Milano, che ha le sue vittime di mafia benché si creda spesso l'opposto. Nessuno legge i nomi da un podio. E l'altoparlante che rimanda voci registrate: alcune ben scandite, altre sussurrate, qualcuna addirittura biascicata. Una trentina di familiari distribuiti nella piazza, una dozzina di telecamere che aumentano via via che si attende l'arrivo del sindaco. Una ventina di curiosi che non capiscono ma forse afferrano, fermando il passeggio o le bici. È un clima strano, rarefatto.
Ripassa davanti agli occhi, grazie ai nomi, un pezzo della storia d'Italia. E per la prima volta cerco di dare un tempo preciso a quelli che sento, di riordinare almeno quelli che conosco. Realizzo così, è una folgorazione, la stupefacente concentrazione di nomi di vittime negli anni ottanta e nei primi anni novanta. Osservo inquieto i simboli di Milano. E penso che in quegli anni di mattanza questa era diventata la Milano da bere, la città felice che correva incontro al futuro, mentre i delitti e la violenza si scatenavano in Campania, in Calabria, in Sicilia, luoghi lontani che nessuno riteneva avessero a che fare con il destino della città.
E da cui invece era già partita da tempo la conquista progressiva di territori e di hinterland, o la fila dei malloppi della finanza sporca. Che amarezza esala da quei nomi che si condensano nella piazza semivuota, la fila di taxi alla mia destra che non si muove. Alla mia sinistra due bimbetti tengono sui due lati una piccola bandiera lilla di Libera. Dietro la mascherina della loro mamma riconosco Ilaria, la ragazza che quasi dieci anni fa - è un'immagine di repertorio - spuntò per prima in piazza Beccaria portando sulle spalle ricciolute la bara con i poveri resti di Lea Garofalo ai funerali pubblici della giovane madre calabrese ribelle. Storie che si sovrappongono, più che incastonarsi.
Come quelle in arrivo dalla Sicilia e dalla Puglia, dalla Calabria e dalla Lombardia: Antonio Fava, Marisa Fiorani, Francesca Bommarito, Francesca Ambrosoli, Maria Luisa Rovetta, Maria Concetta Riggio, Arianna Mazzotti, Paolo Setti Carraro, Marino Cannata, Rosy Tallarita, Lorenzo Sanua, Jamila Chabki, i nomi dei parenti che si allineano alla distanza prescritta. Fisso la facciata della Scala. Ripenso alla mia infanzia.
A quando mio padre e mia madre andavano alla prima del 7 dicembre, i loro nomi sulla cronaca della Notte quotidiano della sera ("il maggiore Carlo Alberto dalla Chiesa e la signora Dora"), il biglietto omaggio e la citazione a compensare col prestigio le fatiche di una coppia sempre in lotta con la fine del mese. Mai avrei mai immaginato di commemorare davanti a quel luogo di festa e di successi né mio padre né altri uccisi dalla mafia con i loro parenti al mio fianco.
Lucilla che porta in mano le sue poetiche stelle di carta, Caterina allieva di università che giunge nel mezzo della cerimonia con i suoi ragazzi della giustizia riparativi, sono un altro mondo che entra con delicatezza nel mio. Ce la faremo, dice il sindaco Sala. E lo penso anch'io. Intanto però quanto vantaggio gli abbiamo dato, santo cielo. Per non curarci del sud, e nemmeno del nord.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 22 marzo 2021
L'idea di una riforma che prevedesse anche le "pagelle" per i magistrati, Giovanni Maria Flick, ex presidente della Corte costituzionale, l'aveva avuta 25 anni fa, da ministro della Giustizia del primo governo Prodi, e aveva scelto come direttori generali di via Arenula alcuni dei magistrati più esperti ai quali adesso si è rivolta anche la Guardasigilli Marta Cartabia. Oggi non ha cambiato idea, ma ritiene che un intervento di questo tipo debba fare parte di una ristrutturazione sostanziale del sistema giudiziario. Ovviamente partendo dai tempi dei processi.
Il vicepresidente del Csm, David Ermini, ipotizzava che nella valutazione di un pm possa pesare anche l'esito dei processi che istruisce. Che ne pensa?
"Penso che un sistema che valuti le competenze di un magistrato sia indispensabile. Penso addirittura siano necessarie verifiche periodiche sulla preparazione e che debba essere valutata work in progress. Le pagelle non possono, ovviamente, diventare uno strumento di controllo; invece bisogna evitare che, dopo l'ingresso in magistratura, si entri in un sistema di autoreferenzialità. Le cose cambiano e anche i magistrati devono essere all'altezza dei loro ruoli. Credo che i criteri di valutazione oggi siano insufficienti. Raramente all'interno di un ufficio si leggono relazioni che mettano in luce lacune o impreparazione dei magistrati. Bisogna trovare un'unità di misura sulle conoscenze che si manifestano anche attraverso il modo di decidere dei magistrati, senza, però, intaccarne l'indipendenza".
Però tante inchieste si concludono con assoluzioni...
"L'articolo 25 della Costituzione stabilisce che nessuno possa essere punito se non in forza di una legge entrata in vigore prima del fatto commesso. La legge chiede al magistrato di accertare quel fatto e la responsabilità della persona, quando al fatto si sostituisce il fenomeno la situazione diventa problematica. Insisto, e non da ora, ci sono tre sfere concentriche di responsabilità per un magistrato: quella penale, come tutti i cittadini, quello disciplinare e quella deontologica. Quest'ultima, fondamentale per magistrati, è affidata alla reputazione e agli organi associativi. Ed è la premessa per la responsabilità disciplinare. Certi comportamenti, etichettati come espressione di libertà, andrebbero riconsiderati, nell'ottica di un possibile attrito con la deontologia. Al magistrato si riconoscevano un ruolo e una credibilità che adesso stentano a essere riconosciuti".
Quando è iniziato tutto questo?
"L'ho detto più volte, penso che questa tendenza sia iniziata con Tangentopoli. La magistratura ha ritenuto di dovere perseguire anche i costumi. Dopo Tangentopoli, abbiamo abbandonato il metodo di giudicare il fatto per guardare successivamente all'uomo. Oggi si giudica l'uomo, il corruttore, l'associato a delinquere, ossia il tipo di persona che è espressa da quel fatto; quest'ultimo è oggetto del trattamento penitenziario".
La giustizia è in crisi?
La crisi del processo è legata a due questioni: in primo luogo si è allargato a dismisura l'impiego della tecnologia come strumento di indagine. La violazione dell'articolo 15 della Costituzione deve avere un carattere di eccezionalità. Strumenti come l'intercettazione, e tanto più il trojan, dovrebbero essere utilizzati solo in casi indispensabili, per proseguire indagini già aperte. Invece si fa pesca a strascico, violando così anche il principio costituzionale della libertà di espressione".
Però c'è l'obbligatorietà dell'azione penale...
"L'obbligatorietà dell'azione penale è fondamento di eguaglianza ma rischia di diventare un'utopia, quindi deve esserci una legge che la regoli. Non può essere affidata alle circolari del Csm o dei capi degli uffici o alla discrezionalità dei singoli procuratori".
Il secondo dei motivi della crisi del processo?
"La durata dei processi viene scaricata sulla posizione di uno dei protagonisti, ossia solo sull'imputato. La ragionevole durata del processo è, invece, in carico allo Stato, che deve disporre degli strumenti per dare una risposta in tempi rapidi. Ma c'è anche una terza questione: la crisi del principio di legalità, legata alle troppe fonti normative. Alle nostre leggi, si aggiungono le decisioni della Corte dei diritti dell'Uomo, della Corte di giustizia europea e della Consulta. Oltre che l'interpretazione dei singoli giudici. Una confusione nella quale, da ultimo, abbiamo scoperto i Dpcm, che sono ordini amministrativi. Più le leggi sono numerose più c'è la possibilità di interpretarle; se poi chi deve interpretare la legge, rispetto a un fatto specifico, non ha adeguata cultura e preparazione, sorgono altri problemi. Al giudice è dato un potere molto ampio al livello di interpretazione. Ma la decisione non può essere una creazione. Il superamento della nomofiliachia (il rispetto delle precedenti decisioni), in assoluto, è un errore".
L'immagine della magistratura ha subito un duro colpo, pensa che una riforma del Csm sia indispensabile?
"Indispensabile, ma non dimezzando i tempi per cambiare metà del Consiglio, come sostiene Ermini. Bisognerebbe limitare il correntismo e invece, così, ci sarebbero doppie elezioni".
Nel pianeta Giustizia c'è anche la questione carceri...
"La pandemia ha fatto esplodere in maniera evidente una questione già aperta. In questo momento si vietano i contatti, i rapporti tra le persone avvengono da remoto, invece i detenuti hanno un obbligo di convivenza coattiva che favorisce i contagi; ma, il problema si poneva anche prima. Inoltre la sicurezza collettiva rischia di prevalere sulla funzione rieducativa e sul rispetto dei cosiddetti residui di libertà compatibili con la reclusione, attraverso l'ostacolo a concedere misure alternative ai condannati per reati gravi, come mafia e terrorismo, che non collaborino con la giustizia. Di questo si occuperà la Consulta questa settimana".
di Viviana Lanza
Il Dubbio, 22 marzo 2021
"Non c'è attività umana che non abbia controindicazioni e, paradossalmente, il rischio è la molla che spinge a osare e senza la quale si avrebbe la mediocre stagnazione. Questa è la situazione dell'Italia oggi, che da anni non cresce, in tutti i sensi, e sembra destinata ad un inarrestabile declino. Le riflessioni che ho condensato nel mio recente libro Giustizia, politica, democrazia - Viaggio nel Paese e nella Costituzione, nascono dalla convinzione - non vado oltre il mio campo, essendomi da sempre occupato di giustizia e di processo - che ciò che avviene è in qualche modo collegato al nostro sistema di giustizia".
Il professor Giovanni Verde, giurista, tra i massimi esperti di processo civile, già vicepresidente del Csm, avvocato, docente universitario e per dodici anni magistrato, accetta di fare con il Riformista una riflessione sullo stato attuale della giustizia.
"Il nostro sistema è afflitto da panpenalismo che, insieme con l'estensione incontrollabile della burocrazia, è il prodotto deteriore del giustizialismo. Purtroppo non abbiamo rimedi, se non riusciamo a correggere la nostra cultura, fondata sul sospetto e sulla sfiducia. E siamo destinati a perdere nella competizione con Paesi che hanno opposti punti di partenza".
La cultura del sospetto, negli anni, ha alimentato il groviglio di norme che spesso paralizza le decisioni della pubblica amministrazione e rende biblici i tempi del processo. "Al lettore chiedo se si è mai interrogato su che cosa pensino della nostra giustizia gli altri Paesi, avendo appreso che spesso le nostre sentenze di condanna in materia penale sono annullate in appello o cassate dalla Suprema Corte perché il fatto non sussiste o non è stato commesso.
Lo straniero si chiederà: "Ma come è possibile una condanna, se anche la vostra Corte suprema insegna che si può condannare soltanto oltre ogni ragionevole dubbio"? È evidente - ci direbbe - che i vostri giudici condannano anche in caso di dubbio e che, pertanto, si pongono fuori dalla Costituzione, se è esatto che nell'articolo 27 è implicita la presunzione d'innocenza".
"Il nostro processo simil-accusatorio - continua Verde - deve fare i conti con il giustizialismo che ci appartiene e che è latente nella stessa nostra Carta fondamentale che - unica o tra le poche al mondo - prevede l'obbligatorietà dell'azione penale. Questa è, sul piano logico, un ossimoro e, nella realtà, un'ipocrisia. Su di una contraddizione logica e su di un'ipocrisia regge l'impalcatura che ha dato ai pm un potere immenso. Le Procure sono oggi altrettanti "grandi fratelli" che penetrano, senza limite, nelle nostre vite private". Qual è il loro peso? "Le attuali vicende del Csm rendono chiaro che il problema è lì: nelle Procure. È in atto un'operazione di oscuramento o di depistaggio tendente a fare credere che il problema sia quello delle nomine e della carriera dei magistrati, da risolvere con un'ennesima (e inutile) riforma della legge con cui si eleggono i consiglieri del Csm. Non è così. Il problema delle nomine e della carriera non interessa il cittadino, che vuole giustizia rapida, prevedibile e ragionevole. Oggi vi è una sovraesposizione del potere inquirente sugli altri poteri dello Stato".
Quali soluzioni sono possibili? "Il ministro attuale, così come quelli passati, pensa che i problemi possano essere superati lasciando fermo l'attuale contesto e modificando regole, riti e procedure. Così avviene che il tema della prescrizione dei reati diventi divisivo (mentre è un non problema: dopo venti anni la condanna si trasforma in vendetta). Il ministro chiama esperti - scegliendoli tra magistrati e teorici - che in un mese dovrebbero dare consigli appropriati. Il tema richiederebbe, piuttosto, oltre che tempo adeguato, la sensibilità del cittadino e il coraggio di affrontare il male là dove ne sono le cause. Si cura la febbre, mai la malattia".
"Dal mio libro - aggiunge Verde - è possibile enucleare non poche proposte. Ne ricordo qualcuna: distinguere nell'ordinamento giudiziario lo "status" del giudice da quello del pm; scrivere una legge sulla responsabilità disciplinare del pm diversa da quella per i giudici; fare lo stesso per la legge sulla responsabilità civile; valorizzare la capacità del giudice di organizzare il processo, sanzionando l'attuale prassi per la quale il giudice studia sul serio il processo soltanto quando deve decidere (un'altissima percentuale di processi si allunga nel tempo perché non sono gestiti correttamente); introdurre filtri tesi a limitare il ricorso per Cassazione per controversie bagattellari; riesaminare il mito del doppio grado, anche perché l'attuale appello civile è un brutto doppione del giudizio di legittimità. Potrei continuare. Ma a chi parlo? A chi crede di risolvere i problemi allungando la prescrizione dei reati o costruendo modellini processuali? Auguri".
di Silvio Buzzanca
La Repubblica, 22 marzo 2021
Il segretario radicale Maurizio Turco: "Non è un fidanzamento o un matrimonio. È l'unica opportunità che abbiamo individuato per inserire la riforma della giustizia nell'agenda politica di questo paese". Nasce la Fondazione Pannella.
Il Partito radicale e la Lega discutono di una campagna referendaria sulla giustizia. Il progetto è stato annunciato da Maurizio Turco, segretario del Partito radicale non violento transnazionale e transpartito, all'assemblea degli iscritti italiani. "C'è un'interlocuzione con la Lega per vedere se ci sono i margini per una campagna referendaria sula giustizia", ha detto Turco durante la relazione che ha avviato discussione online. Un progetto che richiama un tentativo già sperimentato nel 1993 da Umberto Bossi e Marco Pannella.
Il segretario radicale non si nasconde le difficoltà che si dovranno affrontare: i tempi stretti per elaborare i quesiti e presentare la richiesta in Cassazione entro il primo luglio. Pe non parlare di una raccolta delle firme, 500 mila, durante la pandemia e l'estate per arrivare alla consegna entro il 30 settembre. Ma le sfide piacciono ai radicali, partendo dalla scrittura dei quesiti che dovrà essere fatta insieme ai leghisti.
Nella replica Turco ha spiegato di avere chiamato il leader della Lega, di avergli chiesto un incontro per chiedere la possibilità di collaborare su un progetto referendario e di avere incassato la sua disponibilità. Il segretario radicale spiega che trattandosi di una collaborazione non si parlerà solo di giustizia. Si dovrà tenere conto anche di altri temi cari ai leghisti.
Ma a noi, ha spiegato serve l'aiuto della Lega e della sua ramificazione territoriale. "Abbiamo chiesto alle Lega e non abbiamo trovato la porta chiusa, e dobbiamo fare in modo che non si chiuda. Ci sono altri che possono garantire la riuscita di una campagna referendaria? Il Pd, I Cinque Stelle? Io non vedo altri", ha concluso Turco
Dunque, adesso si dovrebbe passare alla stesura dei quesiti. Tenendo magari conto dei problemi giudiziari di Matteo Salvini e di altri dirigenti leghisti. Ma Turco cita proprio il caso del leghista Edoardo Rixi, assolto nel processo ligure sulle spese pazze dei consiglieri regionali, costretto a suo tempo a lasciare l'incarico di viceministro, come un esempio di quella giustizia che si vuole riformare. Caso evocato insieme a quello di Ambrogio Crespi, appena tornato in carcere per scontare sei anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, sentenza molto criticata, e Fabrizio Corona: anche lui ritornato in prigione per scontare diverse condanne. Casi emblematici dei temi classici dell'iniziativa politica dei radicali.
A partire dal caso di Enzo Tortora: giustizia e carceri. Turco apprezza naturalmente il cambio di passo arrivato con l'arrivo di Marta Cartabia al ministero della Giustizia. Ma il segretario radicale è pessimista sulle reali possibilità della Guardasigilli di mettere mano ad una riforma della giustizia. Nonostante il rumore mediatico sollevato dal libro di Luca Palamara sulla gestione dell'Anm e le carriere dei magistrati. Mentre Irene Testa, la tesoriera del partito, lamenta lo scarsissimo interesse suscitato dagli scioperi della fame di Rita Bernardini per attirare l'attenzione sul problema del Covid in carcere. Lo zero assoluto, dice Testa, anche sull'ultima iniziativa di Bernardini: una passeggiata quotidiana, un'ora d'aria, battezzata "memento", intorno al ministero della Giustizia per richiamare l'attenzione del ministro, prima Alfonso Bonafede, oggi Marta Cartabia, sulla condizione carceraria.
"Non è un fidanzamento, tanto meno un matrimonio con la Lega: - spiega Turco - è l'unica opportunità che abbiamo individuato per inserire la riforma della giustizia nell'agenda politica di questo paese". E che qualcosa si muova fra i due partiti sul terreno giustizia lo dimostra anche quello che oggi dice Matteo Salvini. "Non sarà questo, ovviamente, il governo che affronta in grande stile i problemi della giustizia italiana, perché è troppo disomogeneo; ma il prossimo governo, quello che verrà eletto liberamente e in presenza dal popolo italiano, avrà come primo punto all'ordine del giorno una grande, compiuta, sistematica riforma della giustizia che rimette al centro i cittadini e le imprese, che punisce i colpevoli in tempi rapidi, perché anche i colpevoli dopo 10 anni sono un po' meno colpevoli, e soprattutto libera gli innocenti in tempi altrettanto rapidi".
Una dichiarazione che, però, ai radicali dovrebbe evocare brutti ricordi. Il maggio del 2000 gli italiani furono chiamati a votare sul pacchetto radicale di referendum che prevedeva anche la riforma della giustizia, Ma Silvio Berlusconi incitò gli elettori ad astenersi dal voto perché le riforme le avrebbe fatte lui quando avrebbe vinto le elezioni politiche previste per l'anno successivo.
Il segretario radicale ricorda invece l'ultima campagna referendaria dell'estate del 2013, una raccolta di firme su dodici quesiti fallita per sole 20 mila firme. Una campagna segnata dalla firma da un Silvio Berlusconi "pentito", sui sei quesiti sulla giustizia. Il Leader di Forza Italia era appena stato condannato dalla Corte di appello di Milano a 4 anni di carcere e 5 anni di interdizione dai pubblici uffici che portò poi alla sua decadenza dal Senato sui sei quesiti radicali. Una firma apposta a favore di telecamere che arrivò la mattina del 31 agosto in una romana piazza Argentina assolata e con uno show mediatico della coppia Pannella- Berlusconi.
Oggi Turco dice che quella campagna fallì per l'avversione al contributo di Berlusconi di una parte dei radicali di allora. Anche se fu palese il disinteresse di una parte consistente dei dirigenti di Forza Italia. Ma il segretario radicale, si capisce chiaramente, punta il dito contro i compagni che sono poi usciti dal Partito radicale intorno ad Emma Bonino nel 2016, alla fine di un acceso congresso tenuto nel carcere di Rebibbia.
Un altro capitolo della lotta feroce che divide gli ex compagni di partito che rivendicano l'eredità di Marco Pannella. Uno dei temi dello scontro era anche il patrimonio del partito che era affidato alla lista Pannella con una gestione affidata a tre persone e accusata di opacità. A questo proposito Turco annuncia che, sempre polemicamente lui, Giuseppe Candito e Rita Bernardini hanno dato vita alla Fondazione Marco Pannella che "mette tutto il patrimonio sotto il controllo dello Stato".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 22 marzo 2021
Il calcolo vale una sola volta per gli accrediti retributivi e pensionistici già percepiti e confusi nel patrimonio. I limiti all'impignorabilità dei crediti di lavoro o pensionistici, stabiliti in materia civile, si applicano anche al sequestro preventivo di somme, finalizzato alla confisca per equivalente, nel processo penale. E in entrambi i campi vale la distinzione tra accrediti già ricevuti e quelli coincidenti con l'applicazione della misura o successivi. Così la Corte di cassazione, con la sentenza n. 10772/2021, ha respinto il ricorso della ricorrente imputata di omessa dichiarazione fiscale.
La contribuente inadempiente contestava in Cassazione di aver subito un iniquo sequestro sulle somme già presenti nel proprio conto bancario perché, nonostante l'avvenuto rispetto del limite "impignorabile" pari al triplo della pensione sociale, il calcolo era stato operato sull'intero ammontare e non sui singoli accrediti. In concreto la ricorrente sosteneva l'erronea interpretazione da parte del tribunale dell'articolo 545 del Codice di procedura civile.
La Cassazione spiega, invece, che il sequestro su stipendi e pensioni già confluiti sul conto corrente e già confusi nel patrimonio del debitore si calcola, una sola volta, con il limite del triplo della pensione sociale. Proprio in applicazione del comma 8 dell'articolo 545 Cpc, che riguarda emolumenti non futuri, ma esistenti e percepiti. Quindi nella prima applicazione della misura cautelare reale è l'intero ammontare delle somme indistinte che viene preso in considerazione ai fini del calcolo della parte impignorabile, in base alla misura fissata nel comma 8.
Non si applicano cioè i limiti stabiliti negli altri commi della disposizione e in particolare quello fissato al comma 7, che prevede il pignoramento di ogni singolo accredito di emolumenti non oltre la misura dell'assegno sociale aumentato della metà. Infatti, tale comma si riferisce alle somme accreditate a titolo di stipendio o di pensione "successivamente" all'applicazione del sequestro.
di Marco Marinaro
Il Sole 24 Ore, 22 marzo 2021
Non basta comunicare la mancata partecipazione per lettera all'organismo. Non è giustificata l'assenza all'incontro di mediazione della parte invitata, pur comunicata anticipatamente con una lettera inviata al mediatore e motivata dalla considerazione dell'inutilità della procedura conciliativa alla luce delle pretese temerarie della controparte.
Infatti, appare irrilevante la prognosi di impossibilità di un accordo. La partecipazione alla mediazione è assolutamente doverosa e l'assenza può essere giustificata solo in presenza di un giustificato motivo impeditivo che abbia i caratteri della assolutezza e della non temporaneità. Sono le conclusioni cui perviene la Corte d'appello di Genova che, con la sentenza 652/2020, ha deciso sul gravame relativo al pagamento della sanzione disposta in primo grado per l'ingiustificata assenza al procedimento di mediazione.
La mancata partecipazione era stata giustificata con una lettera inviata al mediatore in cui si esponeva che ogni questione era già stata risolta con altra sentenza e che la procedura conciliativa appariva inutile alla luce delle pretese temerarie della controparte. I giudici d'appello, dopo aver precisato che le sanzioni per la mancata partecipazione in mediazione senza giustificato motivo (articolo 8, comma 4-bis, Dlgs 28/2010), nel solco di quanto chiarito dalla Cassazione, sono impugnabili con l'appello, hanno respinto l'impugnazione e confermato la sanzione.
Invero, si rileva preliminarmente nella sentenza, che la valutazione di manifesta infondatezza delle ragioni della controparte è stata clamorosamente smentita dall'esito del giudizio. Resta in ogni caso del tutto irrilevante "la prognosi di impossibilità di una conciliazione, in quanto l'introduzione di tale istituto è stata determinata dalla necessità di consentire alle parti di trovare un accordo amichevole, proprio laddove questo non sia raggiungibile coni soli mezzi di cui i contendenti e i loro procuratori dispongono".
La Corte d'appello di Genova evidenzia che nello spirito della norma sul procedimento di mediazione "la partecipazione delle parti, sia al primo incontro che agli incontri successivi, rappresenta una condotta assolutamente doverosa, che le stesse non possono omettere, se non in presenza di un giustificato motivo impeditivo che abbia i caratteri della assolutezza e della non temporaneità". Al riguardo, alcuni tribunali avevano già chiarito come non fossero rilevanti le giustificazioni attinenti al profilo relativo alla ritenuta utilità o meno del tentativo di mediazione o, comunque, all'infondatezza degli assunti dell'altra parte (Tribunale di Verona, sentenza del 25 maggio 2019, e ordinanza del 13 maggio 2016).
D'altronde, ragionando diversamente, sussisterebbe sempre in ogni causa un qualche giustificato motivo di non partecipazione, posto che se la parte istante condividesse la tesi del suo avversario la lite non sarebbe neppure insorta: "È proprio tale diversità di opinioni che costituisce al tempo stesso la ragion d'essere sia della lite e sia della mediazione" (Tribunale di Roma, sentenza del 23 febbraio 2017).
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