di Fabrizio Floris
Il Manifesto, 21 marzo 2021
Ultimo appello del governo di Addis Abeba ai leader politici e militari del Tplf: "Salvacondotto per chi si arrende". Il governo etiope cerca di chiudere la situazione militare del Tigray con un'amnistia. In un documento il primo ministro Abiy Ahmed ha rivendicato la necessità della reazione militare all'attacco del Tigray Peoplès Liberation Front (Tplf) contro l'esercito federale: "Un atto di tradimento". Il Tplf, prosegue, "ha considerato la pazienza del governo federale e il tentativo di risolvere pacificamente le questioni come debolezza".
Il governo quindi crede fermamente nella necessità di trattare con pazienza e con particolare attenzione verso i cittadini tigrini, che sono invitati "a tornare nei loro villaggi e nelle loro case entro una settimana e unirsi alla comunità". Di conseguenza, "con l'eccezione di alti dirigenti militari e politici del Tplf che sono sospettati di essere coinvolti in attacchi illegali e crimini correlati e contro i quali sono stati emessi mandati di arresto, i cittadini che decidono di staccarsi dal gruppo distruttivo e di astenersi dall'intraprendere attività distruttive possono riprendere la loro vita e vivere in pace senza alcuna responsabilità legale". Viene chiesto ai leader politici e militari di alto livello del Tplf di arrendersi pacificamente. Chi accetta - fanno capire da Addis Abeba - avrà un salvacondotto (non ben specificato). Ma "i leader e dirigenti del Tplf che non rispondono a quest'ultimo appello andranno incontro alle azioni previste dalla legge".
di Luca Geronico
Avvenire, 21 marzo 2021
Sempre meno lavoratori a giornata sul ponte dell'Howrah. L'allarme Caritas: dopo il lockdown è crollata l'economia informale. Sono 140 milioni gli sfollati di ritorno nei villaggi.
Si chiamano Ajar, Hari, Chandra e Naresh. Ma il nome, purtroppo, rischia di scomparire in fredde statistiche. Come le loro esistenze. Le enormi baraccopoli di Calcutta da alcuni mesi sembrano più vuote e il ponte sul fiume Howrah, alla mattina, è meno affollato di operai a giornata.
Se si vuole capire quanto il Covid abbia "picchiato duro" nel subcontinente indiano, più che alle statistiche sanitarie bisogna guardare le sponde semideserte dell'Howrah. Infatti i quasi 11 milioni di contagiati e gli oltre 154mila morti fanno dell'India il secondo stato più colpito al mondo, ma con percentuali che si stemperano nel totale di un miliardo e 300 milioni di abitanti. Cifre ritenute abbastanza attendibili, anche se le capacità diagnostiche, specialmente fuori dalle metropoli, sono assolutamente limitate data la mancanza di una sanità pubblica.
A colpire duro, più dell'assenza di terapie intensive, e in attesa che la campagna vaccinale iniziata a gennaio riesca con sforzo titanico a raggiungere i più remoti villaggi, è quel senso di vuoto che si respira dove, fino a pochi mesi fa, era un pullulare di "braccianti di giornata" assoldati da ambigui mediatori. È la parabola che porta dall'indigenza al baratro e che corre lungo la strada che porta da Calcutta ai villaggi dell'India settentrionale nel vicino Stato del Bihar.
Quando, il 23 marzo, il premier Narendra Modi decretò un lockdown totale - peraltro impossibile da rispettare nella società indiana - in poche settimane milioni di "braccianti metropolitani" si trovarono senza quelle 200 rupie (circa 2 euro) indispensabili per sopravvivere nella grande Calcutta. E spedire a casa tutto il resto: "Si sono trasformati, in pochi giorni, da "bread winner" ad affamati", spiega Beppe Pedron, responsabile di Caritas Italiana per l'Asia meridionale.
Cinquecento chilometri e più, dal Bengala occidentale al Bihar, percorsi la scorsa primavera da giovani uomini stipati su bus sgangherati presi d'assalto, su vagoni di treni strabordanti, in bicicletta o semplicemente a piedi per lasciare una baraccopoli divenuta, nel giro di poche settimane, terra ostile. Da marzo in poi migliaia e migliaia di lavoratori, legati in gran parte all'industria tecnologica o delle comunicazioni, sono tornati a fare i pastori di pecore o i contadini. Difficile avere cifre esatte della migrazione interna alla penisola indiana.
Un "viaggio di ritorno" che ha diffuso il contagio e ha riportato altre bocche da sfamare nei villaggi d'origine.
Il lockdown ha causato la più grande migrazione interna che l'India ricordi in tempi recenti: secondo uno studio dell'Indian Journal of Labour Economics, "nel 2020 in base al reddito, sono stati 600 milioni i migranti interni dell'India, di cui 200 milioni tra stato e stato e, si stima, 140 milioni legati a necessità lavorative", spiega sempre Pedron. Una lotta per il pane quotidiano che già - prima della pandemia - esponeva questo popolo di "bread winner" allo sfruttamento sessuale se non addirittura al traffico di organi.
Quale sia il costo sociale di questa "inversione a U" nella povertà lo testimonia il tasso di suicidi, in forte aumento, come l'aumento delle ma-lattie psichiatriche. Un frutto amaro del crollo di ogni possibilità di crescita economica, mentre a causa del lockdown grandi quantità di raccolti agricoli e di cibo semi-lavorato sono andati perduti: una tragedia per un Paese già agli ultimi posti (102esimo su 117) nell'Indice globale della fame.
Così il "Mahatma Gandhi national rural employment" che doveva essere un piano governativo in no per assicurare 100 giorni di lavoro garantito ai disoccupati agricoli, "nell'emergenza si è trasformata in un piano assistenziale allo stato puro", aggiunge sempre Pedron di Caritas Italiana. Un calcio alle politiche di sviluppo programmate, ma almeno un aiuto concreto per sopravvivere.
Anche perché l'esodo di massa, gli assembramenti, la chiusura temporanea delle frontiere interne agli stati, la quarantena di due settimane imposta a chi rientrava nella terra d'origine ha costretto il governo tra primavera ed estate ad allestire 38mila campi profughi: scuole, caserme, strutture pubbliche che hanno dato riparo a chi compiva l'esodo garantendo a circa 16 milioni di persone due pasti al giorno. Per tornare a casa e sprofondare nella fame.
di Francesco Maisto*
dirittiglobali.it, 20 marzo 2021
Ricordo bene quello che ho visto nelle carceri milanesi tra l'8 ed il 9 marzo dell'anno scorso e
quello che ho potuto sapere dall'interno di altre carceri dislocate sul territorio nazionale.
Spero che di tutto si tenga vivo il ricordo, ed in particolare di quella "strage", avvenuta a Modena in un contesto nazionale estremamente critico. Una strage senza precedenti nella storia carceraria.
di Errico Novi
Il Dubbio, 20 marzo 2021
Intervista all'ex presidente della Corte costituzionale sulla sentenza, attesa per mercoledì prossimo dalla Consulta, che potrebbe concedere il diritto alla liberazione condizionale anche ai mafiosi condannati al "fine pena mai" che non collaborano con la giustizia. "Il diritto al silenzio è connesso al diritto di difesa, dunque è incomprimibile. Vale per tutti. Anche per il peggiore dei delinquenti"
di Michele Passione*
Il Dubbio, 20 marzo 2021
Martedì la corte si esprimerà sulla liberazione condizionale. Il 23 ottobre 2019 la Corte costituzionale (sent. 253) libera gli ergastolani ostativi (e tutti i condannati per i delitti di prima fascia) dalla preclusione che impediva la concessione del permesso premio ai non collaboranti, trasformando (nel solco di una risalente e consolidata giurisprudenza) la presunzione assoluta di pericolosità in relativa, anche perché "l'inammissibilità in limine della richiesta di permesso premio può arrestare sul nascere il percorso risocializzante, frustrando la stessa volontà del detenuto di progredire su quella strada ciò non è consentito dall'art. 27/ 3 Cost.".
di Andrea Pugiotto
Il Riformista, 20 marzo 2021
La Consulta deciderà sul divieto di accedere alla libertà condizionale per gli ergastolani ostativi, cioè per chi non si pente. Se lo giudicherà incostituzionale, cancellerà la pena fino alla morte. In sua difesa si è costituito il governo ma era il Conte 2, Cartabia non l'avrebbe fatto.
di Paolo Itri
Il Riformista, 20 marzo 2021
Stando ai dati del 2016, una causa civile in Italia dura in media 1120 giorni, più del doppio della media Ocse dei Paesi sviluppati (583 giorni). Per una sentenza di bancarotta si arriva fino a dodici anni e, prima che un istituto di credito possa recuperare le garanzie reali in caso di fallimento, passano in media sette anni. L'Italia ha poi il penoso record del più alto numero di condanne comminate dalla Corte europea dei diritti dell'uomo per violazione del diritto alla ragionevole durata del processo. Nel 2015 gli stati più virtuosi erano la Norvegia e la Danimarca, mentre all'ultimo posto c'era il Venezuela. L'Italia si è piazzata al trentesimo posto, dopo Paesi come Repubblica Ceca, Polonia, Uruguay, Costa Rica, Slovenia e Georgia. Suddividendo gli Stati in quattro gruppi basati sulla ricchezza, il nostro si posiziona al ventottesimo posto della classifica dei trentuno a più alto reddito pro capite.
Numerose e complesse sono le cause della perenne crisi in cui versa il sistema giudiziario italiano. In particolare, la questione riguardante la riforma della geografia giudiziaria è stata oggetto di attenzione da parte del legislatore che è intervenuto con il decreto legislativo 155 del 7 settembre 2012, attuativo della legge delega 148 del 14 settembre 2011. Tale provvedimento dispose la soppressione di 31 Tribunali e di altrettante procure della Repubblica, oltre a quella di 220 sezioni distaccate. Pur ritenuta da molti osservatori come una riforma timida (per esempio, per avere previsto il mantenimento di almeno tre Tribunali anche nei distretti di Corte di appello di piccole dimensioni e per aver soppresso in via definitiva "soltanto" 31 Tribunali), quella di cui al decreto legislativo 155 va segnalata quale svolta storica, sia per aver realizzato per la prima volta una modifica dell'assetto territoriale degli uffici giudiziari sia per avere istituito il Tribunale di Napoli Nord, composto dal territorio di alcune sezioni distaccate soppresse, già facenti parte del Tribunale di Napoli e del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere.
Eppure, la coperta resta sempre troppo corta e anche tale riforma non è servita a risolvere i problemi atavici della giustizia italiana, primo tra tutti quello della ragionevole durata del processo. D'altra parte, che la durata dei processi costituisca una preoccupazione mondiale e non solo italiana, lo ha ricordato già qualche anno fa uno studioso brasiliano (P. Hoffman, Razoável duração do processo, São Paulo, 2006) il quale, nello studiare l'esperienza italiana alla ricerca delle cause che ostacolano la piena realizzazione del principio della ragionevole durata del processo nel nostro Paese, non ha esitato a indicare nella carenza degli organici dei magistrati e degli ausiliari e nella mancanza di un appropriato apparato tecnologico i difetti che impediscono al processo civile italiano di decollare e di diventare veramente moderno. Mancanza di risorse e cattivo utilizzo di quelle esistenti. Questi i mali atavici della giustizia italiana. Ma non solo.
Nel corso della mia non breve esperienza di ispettore ministeriale, ho avuto modo di toccare con mano le disfunzioni della giustizia sia civile che penale. Disfunzioni che - al netto, ovviamente, delle responsabilità dei singoli magistrati e dei dirigenti degli uffici giudiziari - costituiscono il retaggio di un modello di distribuzione sul territorio della giurisdizione storicamente superato: è illusorio pensare di applicare la misura standard di un ufficio giudiziario (quindi né troppo piccolo né troppo grande) a un territorio, come quello della Repubblica, che presenta difformità notevolissime e che soprattutto esprime peculiarità diverse in ogni area del Paese (si pensi, per esempio, alla necessità di assicurare un presidio di legalità alle zone più infestate dalla criminalità organizzata).
Ma soprattutto, la giustizia arranca perché è vittima, come gli altri comparti della pubblica amministrazione, del solito vizietto italico: la burocrazia. L'Italia ha il record mondiale della produzione legislativa. La bulimia del Parlamento si traduce in migliaia e migliaia di leggi spesso inutili e contraddittorie. A volte leggere un testo di legge è un'opera faticosissima. Non vi è comma o articolo che non rinvii a un diverso comma di un altro articolo di una ulteriore legge e così via, fino a quando, a forza di rinvii su rinvii, non finisci per dimenticare da dove hai iniziato e che cosa diamine stessi cercando. Il risultato è che spesso il significato di una norma è talmente involuto e criptico da risultare incomprensibile anche agli addetti ai lavori. Bizantinismi e incertezze interpretative finiscono per alimentare la libidine di burocrati e azzeccagarbugli di ogni genere, alla faccia della certezza del diritto e della prevedibilità delle decisioni dei giudici. Il risultato sono le valanghe di cause che vanno a intasare i Tribunali e le Corti di appello, cause spesso interminabili e dall'esito incerto.
di Giuseppe Gargani
Il Dubbio, 20 marzo 2021
Lunedì scorso nella trasmissione "Presa Diretta", su Rai3, per oltre tre ore si è svolto un processo parallelo a quello che è appena iniziato a Catanzaro, nel quale sono imputate oltre 400 persone.
Nella settimana nella quale il lungo processo all'Eni e in particolare a Scaroni e a De Scalzi, accusati della corruzione più scandalosa del secolo scorso, si conclude con l'assoluzione piena perché il fatto non sussiste, la Rai organizza una trasmissione in prima serata per anticipare il processo che è cominciato a Catanzaro da pochi giorni per oltre 400 imputati. Nella trasmissione televisiva tutti gli imputati sono stati dichiarati colpevoli a prescindere dalla conclusione del processo che avverrà fra molti mesi.
Le notevoli sentenze che si sono concluse e si concludono con l'assoluzione dell'imputato non sono in grado di turbare la stampa e la Rai, che calunniano ed espongono al pubblico ludibrio persone in attesa di provare la propria innocenza. Aggiungo che quando la sentenza statuisce che il fatto non esiste, significa che il processo era pretestuoso, non doveva essere fatto: è il caso dell'ultima sentenza dell'Eni, ente prestigioso nel mondo che è stato sottoposto per lunghi anni a denigrazioni di ogni tipo. Come è possibile che un Paese che ha solide tradizioni giuridiche come l'Italia sia caduto così in basso e con l'indifferenza dei più, si calpesti diritti fondamentali, ma anche principi elementari di educazione, di rispetto per le persone?! Proviamo a dare una risposta.
Assistiamo da anni allo scontro tra garantisti e giustizialisti con polemiche vivaci ma alla fine si scopre che ognuno è alternativamente garantista e giustizialista a seconda dei propri interessi personali. È la questione morale che viene invocata e al tempo stesso dimenticata.
Negli anni 70 è stata posta in maniera forte e drammatica la "questione morale" come problema sociale e istituzionale: lo fece per primo Enrico Berlinguer in presenza della crisi del comunismo sovietico per dare una linea politica al suo partito e per riscattarlo dai soprusi e dai finanziamenti sovietici. Invocò questa scelta giusta senza denunziare i "peccati" del Pci, solo per contestare il potere dei partiti della maggioranza che in quel periodo governavano.
E la "questione morale" divenne prontamente "questione penale" e la magistratura, con le modalità ormai note, si impegnò a processare il "sistema" più che a indagare sui singoli reati e sui diretti responsabili. Il giudice, nonostante le innumerevoli sentenze di assoluzione, che pur vi sono state, ha acquisito le caratteristiche del giudice etico che condanna il male per far vincere il bene! Siccome in Italia il giudice viene confuso con il pubblico ministero è quest'ultimo l'angelo vendicatore del malcostume: questo il messaggio che il servizio pubblico trasmette.
Il confondere la "morale" con il "penale" costituisce l'equivoco più deleterio per la comunità e per le istituzioni perché permette di "consentire" ma al tempo stesso di "criminalizzare" qualunque comportamento non trasparente o non opportuno!
La Rai trasgredisce la questione morale in tutti i suoi aspetti, riservatezza, obbligo di informazione corretta sostenuta da prove che valgono anche fuori dal processo. Nel vecchio processo penale italiano il pm istruiva il processo inquisitorio nel senso che raccoglieva le "prove" e portava il suo elaborato al giudice; nella concezione del "nuovo" (si fa per dire!) processo accusatorio il pm è dominus dell'accusa, ma gli indizi che raccoglie, debbono diventare "prove" nel contraddittorio, dinanzi al giudice. La dialettica processuale individua il pm come "parte" e dà rilevanza al giudice "terzo", al di sopra delle parti.
Nella pratica quotidiana avviene in maniera profondamente diversa da come il codice stabilisce. E la Rai servizio pubblico che dovrebbe rispondere alle leggi dello Stato e alla Costituzione, ma dovrebbe soprattutto rispondere alla legge morale che è il presupposto di qualunque ordinamento, tiene conto solo degli indizi ricercati dal pm e li fa diventare prove nella trasmissione.
Dunque lunedì scorso nella trasmissione Presa Diretta per oltre tre ore si è svolto un processo parallelo a quello che è appena iniziato a Catanzaro e credo si sia superato qualunque limite.
Il processo ha un suo valore sociale e questo dovrebbero saperlo paradossalmente più i pm che i giudici, perché il dibattito in tribunale deve essere finalizzato a far diventare prova gli indizi, i sospetti che hanno consentito l'indagine con i provvedimenti relativi.
È il cittadino singolo e la società nel suo insieme che sono interessati e rendere giustizia e la democrazia si invera in questo rapporto istituzionale. D'altra parte questo accanimento a colpevolizzare le persone prima di un giudizio terzo non si comprende se non con il dilagare di un populismo penale irrazionale e pericoloso e soprattutto rancoroso. Nessuna democrazia al mondo può supportare una ferita così grave come questa, di fronte alla quale non si può assistere inerti.
Il governo che negli anni scorsi ha voluto garantirsi una presenza consistente nella Rai, deve dare direttive per far applicare la Costituzione, e il Parlamento deve controllare che non ci sia una informazione distorta che allarmi il cittadino e renda un imputato colpevole prima del sacrosanto processo di cui ha diritto. Il signor Riccardo Iacona conduttore della trasmissione così come gli altri conduttori dovrebbero prendere atto di tutte le sentenze che scagionano i presunti colpevoli che in precedenza avevano abbandonatemene offeso.
Aggiungo per ultimo che in particolare nella trasmissione di lunedì si è intervenuto in una problematica delicatissima costituita dal rapporto tra l'avvocato e il suo cliente che è l'anima del processo perché il diritto di difesa è sacrosanto e costituzionalmente garantito, e dunque l'onorevole avvocato Giancarlo Pittelli è stato offeso e calunniato.
Ho ricordato tante volte una mia proposta di legge, mai approvata, volta a tenere segreto il nome del giudice e in particolare del pm, per tutelarli e metterli appunto al riparo da reazioni sconsiderate, ma anche da critiche ingiuste a cui a volte sono sottoposti. Se ci fosse questa legge il protagonismo dei pm, inevitabile per la umana debolezza, non alimenterebbe processi farlocchi in tv e il procuratore Gratteri, pm nel processo di Catanzaro, sarebbe maggiormente rispettato. Un appello al ministro della Giustizia che ha i poteri per evitare i processi in tv.
di Emilio Sirianni
Il Riformista, 20 marzo 2021
Emilio Sirianni è un giudice che da sempre vive e lavora in Calabria. Nei giorni scorsi, dopo la messa in onda di "Presa Diretta" (la trasmissione Tv della quale è stato protagonista il Procuratore Gratteri), ha scritto una lunga mail ai suoi colleghi. La mail è stata pubblicata ieri su "Questione Giustizia", la rivista di Magistratura Democratica. Ne pubblichiamo amplissimi stralci.
Ero indeciso se scrivere di nuovo sull'argomento. La sensazione di inutilità, di prendersela contro i mulini a vento è forte, come pure la voglia di dire "ma chi me lo fa fare". Però, in questo Sud io ci sono nato e ci vivo, l'oppressione e pervasività di "quel" potere le conosco bene e conosco bene la rassegnazione alla sconfitta. E relativi volti. Quelli di chi, letteralmente, ti rappresenta la fine della vita tua e di chi ti è vicino, pur non facendolo in modo esplicito, ma sempre con ragionamenti ellittici, dal suono amichevole persino e proprio per questo più terrorizzanti. Quelli di quanti stanno dietro o a fianco ai primi, ma mai nei luoghi della gente normale e che indossano toghe, siedono in c.d.a., presiedono enti, casse, partiti, fondazioni, frequentano le stanze di compensazione degli interessi che contano e decidono le sorti di queste terre da generazioni. Infine quelli dagli occhi bassi e i pugni stretti, che mordono le labbra e cedono e cedono e pare non debbano mai smettere di farlo. Ma io sono in grado di comprendere e svelare, per il mestiere che faccio e, proprio perché conosco quei volti, sento di dover continuare a parlare. (...)
Su Rai3, nella trasmissione Presa diretta, si è parlato del noto processo Rinascita-Scott, che proprio in questi giorni muove i primi passi nella nuovissima aula bunker costruita in tempo record a Lamezia Terme. (...) Sento il bisogno di dire quanto questa riflessione mi costa. Mi costa molto, per tante ragioni che prima ho solo accennato. Perché ho riconosciuto nei molti filmati dei ROS i volti di cui dicevo. Perché ho riconosciuto, nelle parole intercettate, parole che mi suonano in testa e mi pesano sul cuore da una vita. Di più, mi costa molto perché, da tecnico, ho ben percepito -come chiunque di voi abbia visto la trasmissione- il valore e l'importanza di quegli elementi di prova. Il loro peso dirompente laddove vanno a incidere l'empireo degli intoccabili, squarciando la pesante coltre dietro cui si nascondono. Mi costa moltissimo perché sento sulla mia pelle la rabbia e il dolore di quei genitori che hanno perso i figli per mano di un potere criminale, di tutte quelle donne e quegli uomini che manifestavano a sostegno dell'indagine sotto le finestre dei carabinieri all'indomani degli arresti, invocando finalmente giustizia. Ma al tempo stesso, proprio per questo, non posso tacere.
La stampa - lo sappiamo bene - fa il suo mestiere. Cerca notizie d'interesse pubblico e le diffonde e il valore di un giornalista si misura sulla sua capacità di trovare le notizie e sulla capacità di esporle. Il giornalista di cronaca le scova muovendosi fra segreti istruttori e fasi di discovery, fra prove nascoste e prove esibite, fra indiscrezioni carpite e indiscrezioni fatte filtrare. Del resto anche la polizia giudiziaria e gli organi inquirenti fanno il loro di mestiere. Cercando prove, custodendole gelosamente, coltivandole affinché, al momento giusto, germoglino e diano frutti. Ma anche in questo caso, in un gioco di specchi e di parti che è antico quanto il processo stesso, praticando sovente l'arte dell'indiscrezione veicolata e del consenso. Spesso utili anche per le sorti delle ipotesi d'accusa, ma altrettanto spesso per quelle delle carriere personali. In America ci hanno costruito, da sempre, un genere letterario e cinematografico che non conosce crisi. Nella trasmissione di ieri, però, abbiamo assistito ad una sorta di smascheramento. Tutto si è svolto alla luce del sole anzi sotto la luce delle telecamere. Negli studi televisivi ed in esterni, letteralmente sul luogo del reato. Niente segreti pazientemente carpiti o sapientemente filtrati nell'ombra del lavoro d'indagine giornalistica od investigativa, ma ufficiali dei carabinieri che illustrano il contenuto di intercettazioni telefoniche e video, indicano i luoghi in cui si sono appostati per eseguire le riprese, illustrano le storie criminali dei vari protagonisti e gli organigrammi delle rispettive cosche. E in alto su tutti, ovviamente, l'Inquirente.
Tralasciamo gli aspetti personali che ognuno è libero di valutare come meglio crede. Penso ai reiterati riferimenti a concetti quali "codardia/vigliaccheria" o ai dialoghi interiori con compagna morte (intervista alla Gazzetta del Sud del 16 marzo). Quel che mi allarma, e che dovrebbe allarmare tutti, è che, proprio alla vigilia di un delicatissimo processo, si ritenga normale che il pubblico ministero partecipi, in veste di protagonista assoluto (pur se affiancato, come detto, da spalle di prim'ordine), al processo mediatico-televisivo che precede e affianca quello che s'avvia nell'aula bunker. Un processo nel quale tre giovanissime colleghe, che assieme non arrivano a sommare 10 anni di anzianità, dovranno affrontare, oltre all'ordinaria pressione che accompagna un processo di queste dimensioni e complessità anche la pressione mediatica, enorme, che una delle parti processuali oggettivamente contribuisce a determinare. So che sapranno farlo, che resistere a simili pressioni è la parte di bagaglio professionale che alle nostre latitudini si acquisisce più celermente, ma è giusto ed accettabile che ciò accada?
Infine, noi, che siamo cresciuti alle lezioni di garantismo di Luigi Ferrajoli e di tanti altri maestri, abbiamo fermo in mente il loro insegnamento che ci ricorda come il soggetto da tutelare nel processo penale sia sempre l'imputato, a difesa dei cui fondamentali diritti sono predisposte tutte le regole e garanzie che ne scandiscono l'incedere. La prima delle quali è quella che stabilisce che la prova si forma nel processo. Non nelle indagini ed ancor meno nella rappresentazione mediatica delle stesse. Una regola, questa, che esprime anche un fondamentale principio epistemologico del processo penale accusatorio, che individua nel contraddittorio e nella dialettica paritaria tra le parti del processo il miglior criterio per giungere all'accertamento della verità. Ed a me, a noi tutti che in queste terre disgraziate ci troviamo o abbiamo scelto di vivere, quello che interessa, prima d'ogni altra cosa, è la verità. Per questo, principalmente, vorrei invitare chiunque indaghi sulla criminalità mafiosa, con toga sulle spalle o stellette sul petto, a non arruolarsi in quella guerra che il Procuratore Gratteri ha evocato in TV, continuando, molto più banalmente, a fare ciascuno la cosa più difficile: il proprio mestiere.
di Gian Domenico Caiazza
Il Domani, 20 marzo 2021
Con le sue linee programmatiche sulla giustizia, la ministra Cartabia ha dato una evidente
inversione di rotta rispetto al precedente governo, in particolare riportando al centro i principi di presunzione di non colpevolezza e la finalità rieducativa della pena. Le "linee programmatiche sulla giustizia" che la ministra Marta Cartabia ha esposto alla commissione Giustizia della Camera dei deputati rappresentano, con particolare riguardo a quelle relative alla giustizia penale, una evidente inversione di rotta, una cesura netta ed inequivocabile rispetto al precedente governo.
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