di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 16 marzo 2021
Martedì 23 marzo si discuterà sull'illegittimità costituzionale sollevata dalla Cassazione per la libertà condizionale di Francesco Pezzino. Dopo il permesso premio per chi è in ergastolo ostativo, la Consulta dovrà valutare l'illegittimità costituzionale in merito alla preclusione dell'ammissione alla libertà condizionale in assenza della collaborazione con la giustizia. La data è fissata per martedì prossimo, 23 marzo. Se la Consulta dichiarerà incostituzionale l'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario, nella parte in cui esclude tale beneficio ai non collaboranti con la giustizia, cadrà definitivamente l'ergastolo ostativo e si ritornerà all'origine: ovvero al primo decreto voluto da Giovanni Falcone, volto ad un discorso premiale della collaborazione, ma non precludendo in assoluto i benefici della pena. Infatti, prima del 1992, l'ergastolano del passato, pur sottoposto alla tortura dell'incertezza, ha sempre avuto una speranza di non morire in carcere.
di Rocco Schiavone
L'Opinione, 16 marzo 2021
Fino a pochi anni orsono le persone anche solamente un po' "strane", o "strambe", non parliamo poi se "devianti" o supposte come "pericolose", o di cui le rispettive famiglie volevano disfarsi, anche per poco nobili motivi ereditari, avevano un posto dove la società li mandava spesso e volentieri - e con molta facilità - ed era il vecchio manicomio. Quello teoricamente abolito dalla legge Basaglia. Adesso quelle stesse persone, insieme a tante altre che appartengono alla fascia sociale dell'emarginazione, hanno da anni una nuova e unica casa a disposizione loro e della società che vuole liberarsene come se si trattasse di spazzatura: il carcere. Anche quello preventivo.
di Errico Novi
Il Dubbio, 16 marzo 2021
Marta Cartabia ha presentato ieri le linee programmatiche sulla Giustizia in commissione alla Camera. Impressionante lezione della ministra nel discorso in commissione Giustizia alla Camera. Dal "superamento del carcere come unica risposta al reato" alla censura del "processo mediatico". Fino alla chiara sintonia con il "Recovery del Cnf" e al gruppo di lavoro sul penale affidato a Lattanzi.
Marta Cartabia è una donna che non si limita semplicemente a pensare da costituzionalista: al primato della Carta crede con una profondità, una fiducia, un'adesione assoluta che forse le provengono dall'orizzonte culturale complessivo, ma che in ogni caso hanno un potere: disarmano.
Ieri, dal suo primo intervento in un consesso parlamentare, l'esposizione delle linee programmatiche davanti alla commissione Giustizia di Montecitorio, sono venuti messaggi chiari, di una forza dirompente: dal "superamento dell'idea del carcere come unica risposta al reato" alla prescrizione, con un passaggio significativo sulla proposta di distinguere fra estinzione "del reato" e "prescrizione processuale".
Fino a una frase che dà in pieno il senso di una visione umanistica della giustizia: "L'idea di efficienza non rappresenta soltanto un obiettivo pragmatico, riflesso della stretta compenetrazione tra giustizia ed economia, ma si coniuga altresì con la componente valoriale del processo, con gli ideali tesi alla realizzazione di una tutela giurisdizionale effettiva per tutti". E tutto l'intervento è un lungo omaggio alla migliore tradizione di studi che l'Italia è in grado di offrire.
Si dirà: verrà travolta in poco tempo. E invece no. Perché questa signora sa farsi rispettare nell'agone politico attraverso la ragionevole proposta del metodo. Vi dedica un paragrafo, che consiste nel rispetto della "centralità del Parlamento" ma anche nella netta richiesta di "impegno da parte delle Camere, che debbono essere luogo di confronto autentico schietto" e "tempestivo". Mediare sì, ma non all'infinito.
"Superare il carcere come unica risposta" - Nel dibattito seguito alla relazione, garantisti come Lucia Annibali ed Enrico Costa si abbandonano a vigorosi sospiri di sollievo, ma nessuno dal fronte 5 stelle pronuncia anatemi. Sembra un miracolo. È il disarmo che viene dalla forza della Costituzione. E che strabilia soprattutto in quel passaggio sull'esecuzione penale, destinato a restare negli annali: "Penso sia opportuna una seria riflessione sul sistema sanzionatorio" che "ci orienti verso il superamento dell'idea del carcere come unica effettiva risposta al reato. La certezza della pena", scandisce la guardasigilli del governo di Mario Draghi, "non è la certezza del carcere". La detenzione in cella, ricorda, "per gli effetti desocializzanti che comporta, deve essere invocata quale extrema ratio. Occorre valorizzare piuttosto le alternative al carcere, già quali pene principali". Esemplare.
Lattanzi guiderà la "commissione Cartabia" sul penale - D'altra parte Cartabia non si limita a parlare: fa. Un esempio? Mentre espone il suo programma a Montecitorio, ha già scelto i componenti dei gruppi di lavoro destinati a proporre modifiche alle riforme di Bonafede: ebbene, la "commissione" sul penale è presieduta dal suo predecessore al vertice della Consulta, quel Giorgio Lattanzi che ha guidato la Corte nel "Viaggio nelle carceri" e con il quale la ministra condivide la necessità della "speranza da offrire a qualsiasi condannato".
Nella commissione compare un altro nome che di per sé è una garanzia come Vittorio Manes, avvocato, costituzionalista dell'università di Bologna e figura di riferimento per l'Unione Camere penali. Ci sarà equilibrio fra avvocati, magistrati (ad esempio l'ex presidente Anm Rodolfo Sabelli) e accademici (tra gli altri Gian Luigi Gatta, scelto anche quale consigliere per le professioni).
Dalla prescrizione ai riti alternativi, il ddl Bonafede cambierà - Difficile che possano venirne indicazioni ellittiche rispetto ai principi costituzionali. Richiamati da Cartabia anche a proposito dell'ordine del giorno sulla prescrizione condiviso con la maggioranza: quell'impegno a modificare il ddl penale nel rispetto degli articoli 27 e del 111 "deve essere onorato". Più di un indizio suggerisce che la guardasigilli rinuncerà al lodo Conte bis e non escluderà affatto l'opzione della prescrizione processuale, già messa sul tavolo, peraltro, anche dall'alleato del Movimento 5 Stelle, il Pd. Che la riforma penale sia destinata a cambiare volto è segnalato da altri punti dell'esposizione: dall'enfasi accordata all'"irrinunciabile diritto di difesa" che il ddl Bonafede qua e là compromette, alla volontà di "valorizzare i riti alternativi", ora assai timidamente trattati.
Il no di Cartabia al processo mediatico - Ma un altro passaggio chiave, di rilevanza forse pari alle parole sul carcere, arriva - peraltro a braccio perché non previsto nel testo della relazione - a proposito della "sponda" che a volte gli inquirenti cercano sui media per amplificare la forza delle accuse: "A proposito della presunzione di innocenza, permettetemi di sottolineare la necessità che l'avvio delle indagini sia sempre condotto con il dovuto riserbo, lontano dagli strumenti mediatici per un'effettiva tutela della presunzione di non colpevolezza, uno dei cardini del nostro sistema costituzionale". E qui Costa, già pronto a depositare un autonomo ddl a riguardo, esclama, a nome di Azione: "È musica per le nostre orecchie". Non manca il passaggio sulle "non commendevoli vicende del Csm", che però non giustificano l'equazione fra "degenerazione del correntismo" e "pluralismo nella rappresentanza in Consiglio". Cartabia non pare intenzionata a iscriversi al partito di chi vorrebbe trattare le correnti come la mafia.
Sintonia fra la ministra e il "Recovery del Cnf" - Andrebbe dedicato un capitolo a parte al peso riservato alle "soluzioni alternative delle controversie", evocate dalla ministra a proposito della riforma civile. C'è ad esempio un riferimento in particolare alla "mediazione demandata": è solo il più chiaro fra i moltissimi punti di contatto che emergono fra l'impostazione di Cartabia e la proposta avanzata dal Cnf sul Recovery. Si avanzano perplessità sulla rinuncia al rito sommario di cognizione, ma soprattutto, sempre a proposito del ddl sulla procedura civile all'esame del Senato, la guardasigilli pronuncia una frase ancora in sintonia con l'avvocatura: "Occorrerà tenere presente che ogni riscrittura del rito comporta necessariamente, almeno nelle prime fasi, un ulteriore rallentamento della macchina giudiziaria".
E non se ne sente la mancanza, visto che con la fine dei regimi straordinari legati alla pandemia, come il blocco dei licenziamenti, si rischia una "esplosione ingestibile" del contenzioso. Alla fine c'è una citazione per i padri dell'Europa, De Gasperi, Adenauer e Schuman: "Ciò che ci unisce è più forte di ciò che ci divide". Realistica e generosa nello stesso tempo. Perché il discorso di ieri non può lasciare tranquillo il Movimento 5 Stelle. Ma più che la ricerca della coesione, comunque indicata come irrinunciabile, colpisce un'altra frase ancora: "Non cerchiamo la perfezione, ma le migliori risposte possibili nelle condizioni date". E qui non si è generosi, perché un intervento come quello di ieri alla perfezione sembra guardare con un certo interesse.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 16 marzo 2021
La ministra presenta il suo programma in parlamento. Giustizia riparativa, prescrizione da rivedere e carcere "extrema ratio". Ma dice no ai partiti: a occuparsi delle correzioni ai testi di legge dei giallo-rossi saranno i suoi tecnici. Guidati da Lattanzi e Luiso.
"Sarebbe sleale delineare programmi inattuabili. Cercheremo di affrontare i problemi più urgenti" dice in premessa la ministra Marta Cartabia. E poi tiene impegnata per quattro ore la commissione giustizia della camera tra relazione, domande e replica. Perché, anche restando sull'essenziale, le urgenze della giustizia sono tali - dal processo civile a quello penale, dalle carceri al Csm, dai concorsi agli impegni nel Recovery plan - da portare il tema comunque in cima all'agenda di governo. Ma pesa anche la personalità dell'ex presidente della Corte costituzionale, che si presenta in parlamento con parole di miele per i deputati - "la mia formazione e la mia storia mi rendono particolarmente sensibile ad una corretta impostazione dei rapporti tra governo e parlamento, troppo spesso piegata alle ragioni dell'urgenza e alle difficoltà politiche" - ma poi risponde sostanzialmente di no alla principale richiesta della sua vasta coalizione. Non ci sarà il coinvolgimento preventivo dei gruppi parlamentari di maggioranza nel lavoro dei tecnici incaricati di preparare gli emendamenti ai disegni di legge delega di riforma del processo civile (incardinato al senato) e di riforma del processo penale (alla camera). Eppure quello è il vero nodo politico che deve affrontare l'esecutivo, perché situato all'incrocio tra l'eredità giallo-rossa di Bonafede, autore dei testi in discussione, e la richiesta di discontinuità che soprattutto Lega, Forza Italia e renziani avanzano insistentemente.
Sulla prescrizione, per esempio, Cartabia ha elogiato il passo indietro di Iv e centrodestra che hanno congelato i loro emendamenti al Mille proroghe. E subito dopo, offrendo indizi su come intende muoversi, ha indicato due modelli alternativi - quello della prescrizione processuale e quello degli sconti di pena nel caso di processi eccessivamente lunghi - che tutti e due smonterebbero il modello costruito da Bonafede, difeso adesso dai 5 Stelle e (meno) da Pd e Leu.
Il gruppo di lavoro più delicato, quello sul processo penale, Cartabia lo ha affidato al (suo) ex presidente della Corte costituzionale Giorgio Lattanzi. Con lui, presidente, ci sono due vice, l'ex primo presidente della Cassazione Ernesto Lupo e il professore di diritto penale Gian Luigi Gatta appena entrato tra i consiglieri della ministra. Nella commissione anche avvocati (Manes, Luparia Donati, Arata), magistrati (Rossi, Sabelli, Citterio, D'Arcangelo) e accademici (Mannozzi, Quattrocolo, Gialuz, Simoncini). Nessun politico. Mentre il gruppo di lavoro sul civile è presieduto da Francesco Paolo Luiso.
"Sono arrivata con venti pagine di intervento, me ne vado con più di venti pagine di appunti", ha detto la ministra ai parlamentari. Risponderà più avanti. Qualcosa ha già detto. "Non si deve rinunciare al lavoro già svolto", la premessa che rassicura un po' i grillini: i testi di legge base restano quelli di Bonafede. Ma anche se, promette, "gli emendamenti del governo non arriveranno già confezionati", a conoscerli potranno essere al più i presidenti delle commissioni. Il tempo è poco, "non avevo calcolato pasqua", i nuovi testi devono arrivare entro fine aprile e la ministra non intende aprire un tira e molla tra le - assai distanti posizioni - della maggioranza. Ci penseranno i tecnici, che - viene assicurato - sentiranno avvocati e magistrati. Altri tecnici.
Per il civile, intanto, la ministra si domanda se la soluzione scelta da Bonafede che rinuncia al "rito sommario di cognizione" - "un modello funzionante" - sia la più giusta. Sul penale fa pesare la sua impostazione garantista (opposta a quella del predecessore) avvertendo che c'è ancora una direttiva europea (2016/343) sulla presunzione di innocenza che in Italia non è pienamente applicata. Direttiva che si occupa anche del diritto a presenziare ai processi nei procedimenti penali. Tema quanto mai attuale in tempi di Covid e udienze online. "Sono convinta che ci siano momenti del processo che devono essere al più presto riportati in presenza", chiarisce la Guardasigilli per la gioia degli avvocati penalisti.
Per avvicinarsi all'obiettivo di una diminuzione dei processi, e dunque dei tempi dei processi, Cartabia indica la via della "deflazione sostanziale". E spinge sulla "giustizia riparativa". Soprattutto sull'esecuzione penale - "mia costante preoccupazione" - l'approccio è rivoluzionario rispetto a Bonafede: "La certezza della pena non è la certezza del carcere che per gli effetti desocializzanti che comporta deve essere invocato quale extrema ratio". È il versante dal quale è lecito attendersi le migliori novità. Da verificare nel rapporto con la Lega, più ancora che con i 5 Stelle.
di Nicola Barone
Il Sole 24 Ore, 16 marzo 2021
Alle forze politiche in Parlamento la ministra dice che "sarebbe sleale impegnarsi con programmi inattuabili". Perciò, "cercheremo di affrontare i problemi più urgenti e improcrastinabili". Riorganizzazione della macchina amministrativa, valorizzazione del personale, digitalizzazione, edilizia giudiziaria e architettura penitenziaria. Queste alcune delle priorità indicate dalla ministra Marta Cartabia, davanti alla Commissione Giustizia della Camera parlando degli interventi che dovranno trovare spazio nel Piano nazionale di ripresa e resilienza.
"La prossima settimana presenteremo emendamenti ai testi già incardinati" per le riforme, assicura la ministra. Sulla giustizia occorre "affrontare il lascito del precedente governo, verificare quanto può essere salvato e implementato. Il lavoro svolto non va vanificato ma arricchito senza trascurare le proposte dell'opposizione".
Ridurre i tempi dei processi è obiettivo primario - Uno degli obiettivi dell'azione che ha in mente, per il suo ministero, Cartabia sarà quello di "ridurre i tempi dei processi, che continuano a registrare medie del tutto inadeguate". Ciò in primis guardando alla Costituzione che "esige un processo giusto e breve". In questo, l'impegno assunto con l'ordine del giorno sulla prescrizione ad assicurare una durata media dei processi in linea con quella europea "deve essere onorato".
Sleale proporre programmi inattuabili - "Sento il dovere di affermare con chiarezza alle forze politiche e ai cittadini che sarebbe sleale impegnarsi con programmi inattuabili, che alimentino invano le già alte aspettative, sapendo di non poterle affrontare. Cercheremo di affrontare i problemi più urgenti e improcrastinabili" dice ancora la ministra.
Incarichi direttivi a magistrati con capacità di gestione - La capacita gestionale dovrà entrare tra i requisiti per la nomina dei magistrati agli incarichi direttivi. È un ulteriore direttrice su cui si muoveranno le scelte della ministra secondo quanto riferito in Commissione alla Camera. Come contromisura si potrebbero "scoraggiare le logiche spartitorie che poco si addicono" alla natura di organo di rilevanza costituzionale del Csm, anche attraverso il "rinnovo parziale" dell'organo di governo autonomo della magistratura. "Ogni due anni potrebbero essere rinnovati la metà dei laici e dei togati", spiega la ministra, aggiungendo che un intervento del genere servirebbe oltre che a combattere le logiche correntizie a dare "maggiore continuità" allo stesso Csm.
Pm rispettino riserbo su avvio indagini - In linea più generale per Cartabia "c'è la necessità che l'avvio delle indagini sia sempre condotto con il dovuto riserbo, lontano da strumenti mediatici per l'effettiva tutela della presunzione di non colpevolezza".
Nel penale tempo maturo per giustizia riparativa - Il tempo "è ormai maturo per sviluppare e mettere a sistema le esperienze di giustizia riparativa". Infatti a giudizio di Cartabia "le più autorevoli fonti europee e internazionali ormai da tempo hanno stabilito principi di riferimento comuni e indicazioni concrete per sollecitare gli ordinamenti nazionali a elaborare paradigmi di giustizia riparativa che permettano alla vittima e all'autore del reato di partecipare attivamente, se entrambi vi acconsentono liberamente, alla risoluzione delle questioni risultanti dal reato con l'aiuto di un terzo imparziale".
La riforma del processo penale, secondo la ministra, "deve pure poggiare su meditati interventi di deflazione sostanziale", tra l'altro "intervenendo sui meccanismi di procedibilità, incrementando il rilievo delle condotte riparatorie ed ampliando l'operatività di istituti che si sono rilevati nella prassi particolarmente effettivi, come la sospensione del procedimento con messa alla prova dell'imputato e la non punibilità per particolare tenuità del fatto".
di Francesco Grignetti
La Stampa, 16 marzo 2021
Attenti, la pandemia sta per travolgere la giustizia italiana. È allarmatissima, la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, alla sua prima uscita in Parlamento. Nulla di nuovo sotto il cielo. La giustizia italiana è sempre la grande malata d'Europa.
"I tempi continuano a registrare medie del tutto inadeguate". Annuncia perciò, la ministra, che nel giro di qualche settimana si deve chiudere il Recovery Plan ed entro la fine di aprile presenterà la versione definitiva delle grandi riforme: penale, civile, Consiglio superiore della magistratura, forse anche la tributaria. Ma è la valanga del nuovo contenzioso ciò che davvero la preoccupa. Bisogna fare presto, avverte, per prevenire il collasso della giustizia civile.
Per questo motivo, immagina robusti investimenti grazie ai fondi europei, una riforma dei riti (ma lascia trapelare i dubbi sull'abolizione del rito sommario di cognizione "non soltanto funzionante, ma particolarmente apprezzato) e insieme un'accelerazione sulla mediazione e l'arbitrato con meccanismi di premialità.
Tutto, pur di disinnescare una terribile bomba ad orologeria. Prefigura infatti un'esplosione del contenzioso "quando cesseranno gli effetti dei provvedimenti che bloccano gli sfratti, le esecuzioni, le procedure concorsuali, i licenziamenti, il contenzioso bancario. Occorre prepararsi per tempo". Se sulla giustizia civile è facile immaginare una concordia tra le forze politiche, altro è il discorso sul penale.
Cartabia se ne rende conto. "Sento il dovere di affermare con chiarezza, a tutte le forze politiche presenti in Parlamento e a tutti i cittadini, che sarebbe sleale, nel contesto attuale, delineare programmi inattuabili, che alimentino invano le già alte aspettative che animano il dibattito pubblico, ben sapendo di non poterle realizzare. Cercheremo di affrontare i problemi più urgenti e improcrastinabili". Il primo dei problemi è l'accelerazione del processo penale. A riuscirci, si "sdrammatizzerebbe" il nodo della prescrizione.
Valuterà la riforma Bonafede che impone tempi definiti alle indagini e all'udienza preliminare. Una altra strada sono i riti alternativi. Quanto alla prescrizione, lascia intravedere l'esperienza tedesca o spagnola, "rimedi di tipo compensativo per le ipotesi in cui si registri una dilatazione eccessiva dei tempi processuali non ascrivibile a responsabilità dell'imputato". Sarebbe conforme alla giurisprudenza della Corte di Strasburgo.
E comunque, per essere europei a testa alta, occorre rafforzare gli aspetti della presunzione di innocenza, del diritto di presenziare al processo, del segreto sul registro degli indagati. Un approccio garantista. E non potrebbe essere altrimenti per un'ex presidente della Corte costituzionale. Da notare, peraltro, che la presidente emerita ha parlato ai parlamentari in piedi, in segno di rispetto. Proprio l'esperienza della Corte costituzionale le ha suggerito un'ipotesi abbastanza rivoluzionaria per il Csm, in crisi verticale dopo lo scandalo Palamara: il rinnovo parziale. "Ogni due anni potrebbero essere rinnovati la metà dei laici e la metà dei togati".
In questo modo - ragiona - si assicura "una maggiore continuità dell'istituzione", non si disperdono "le competenze acquisite", e soprattutto si scoraggiano "le logiche spartitorie". Senza illudersi, naturalmente, che un intervento sul sistema elettorale "possa di per sé offrire una definitiva soluzione alle criticità". Già, perché le "criticità che stanno interessando la magistratura italiana attingono a un sostrato comportamentale e culturale che nessuna legge da sola può essere in grado di sovvertire".
*Magistrato
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 16 marzo 2021
Linee programmatiche. L'idea del ministro di rivedere il lodo Conte 2 sulla prescrizione: "Altri strumenti per evitare tempi processuali eccessivi". Sul civile "valorizzare la mediazione". Si presenta puntuale alle 15 Marta Cartabia davanti alla commissione Giustizia della Camera.
Se ne va dopo quattro ore in cui ha presentato le linee programmatiche della sua amministrazione della Giustizia. Nel merito della giustizia civile, la ministra valorizza il ricorso alla giustizia "alternativa", con particolare riferimento alla mediazione, dove l'attenzione, a suo giudizio, va messa soprattutto sulla mediazione (che il suo predecessore Alfonso Bonafede voleva invece limitare, almeno in parte) e, in particolare su 3 aspetti, meritevoli, dice la ministra, di un intervento normativo: l'estensione degli ambiti di applicazione, il rafforzamento di incentivi sia economici sia processuali, la valorizzazione della mediazione delegata, facendo entrare il lavoro del giudice in questo contesto tra gli elementi di considerazione per le progressioni di professionalità.
Sul processo, attenzione, ammonisce Cartabia, a disfarsi con leggerezza del rito sommario di cognizione, che ha dato buona prova, mentre va ripensata la disciplina dei "filtri" sulle impugnazioni, anche per consentire un recupero di efficienza della Cassazione, afflitta da un numero di ricorsi senza paragoni con i suoi equivalenti europei. Nel penale, la ministra dichiara la volontà di valorizzare i riti alternativi, senza svalutare il dibattimento e con una cura particolare per una più compiuta attuazione della Direttiva sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali.
"Resto peraltro convinta - ha poi sostenuto - che una riforma del processo penale deve pure poggiare su meditati interventi di deflazione sostanziale, cui può giungersi, tra l'altro, intervenendo sui meccanismi di procedibilità, incrementando il rilievo delle condotte riparatorie ed ampliando l'operatività di istituti che si sono rilevati nella prassi particolarmente effettivi, come la sospensione del procedimento con messa alla prova dell'imputato e la non punibilità per particolare tenuità del fatto".
Spazio alla giustizia riparativa poi, la cui introduzione in maniera strutturata, Cartabia considera ormai matura, mentre sul tema più divisivo nella maggioranza, la prescrizione, la ministra fa capire che il cosiddetto lodo "Conte bis", con la sua distinzione tra condannati e assolti, contenuto nell'attuale disegno di legge in discussione alla camera, potrebbe essere rivisto "visto che da tempo nella riflessione accademica si ragiona intorno ad altri strumenti, quali la possibilità di munire l'ordinamento di un corredo di rimedi di tipo compensativo per le ipotesi in cui si registri una dilatazione eccessiva dei tempi processuali non ascrivibile a responsabilità dell'imputato.
Si tratta di scelte cui sono già approdati alcuni ordinamenti europei (può citarsi l'esempio della Germania e della Spagna), caratterizzati da un assetto assimilabile a quello delineatosi nel nostro Paese e che non incontrano contrarietà in particolare nella giurisprudenza della Corte di Strasburgo". A forte carica innovativa, infine, la proposta, sull'elezione del Csm, di prendere in esame un rinnovo parziale dei componenti laici e togati ogni 2 anni.
I nomi della Commissione per la riforma penale
Poco tempo e ritmi stretti. Sono quelli che dovrà rispettare il gruppo di lavoro sulla riforma penale che la ministra Marta Cartabia ha istituito e che parte già nelle prossime ore. A guidarlo il presidente emerito della Corte costituzionale, predecessore di Cartabia, Giorgio Lattanzi, suoi vice il docente di Diritto penale alla Statale di Milano Gian Luigi Gatta ed Ernesto Lupo, già primo presidente della Cassazione.
La squadra è poi completata da Vittorio Manes, storico esponente delle Camere penali e docente di Diritto penale, dagli avvocati Francesco Arata (anche professore di Diritto penale) e Luca Luparia, a sua volta docente di Procedura penale; dai magistrati Luigi Orsi, Carlo Citterio e Fabrizio D'Arcangelo e Rodolfo Sabelli; dai professori Mitja Gialus (Procedura penale), Grazia Mannozzi (Diritto penale) e Serena Quattrocollo (Procedura penale), dal costituzionalista Andrea Simoncini. Obiettivo immediato è quello di preparare, entro la fine di aprile, il pacchetto di proposte del ministero al disegno di legge delega sul processo penale in discussione alla Camera.
di Ilaria Li Vigni
Italia Oggi, 16 marzo 2021
Per la Corte di cassazione la reclusione va sostituita con sanzioni meno afflittive. No alla custodia cautelare in carcere per i reati puniti entro tre anni di reclusione, in questi casi deve essere sostituita da misura meno afflittiva non solo in fase applicativa, ma anche nell'esecuzione.
La Cassazione, sezione V penale, con la sentenza n. 4948/2021 in data 8 febbraio 2021, ha posto rimedio alle diverse interpretazioni dovute alla lacuna normativa che espressamente esclude, per le esigenze cautelari, l'applicazione della misura maggiormente afflittiva del carcere solo nella fase applicativa, cioè quando la prognosi del giudice sulla futura condanna si assesti entro i tre anni.
La Corte, disponendo l'immediata scarcerazione di un detenuto immigrato accusato di piccoli reati, ha evidenziato che la custodia cautelare in carcere va sostituita da misura meno afflittiva, non solo in fase applicativa, quando il giudice preveda che la condanna sia infratriennale, ma anche quando, durante l'esecuzione, intervenga condanna - anche non definitiva - inferiore a tre anni.
La pronuncia nasce da un ricorso del detenuto contro un'ordinanza del Tribunale del riesame de L'Aquila che confermava quella del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Chieti che aveva applicato la misura della custodia cautelare in carcere per più episodi di tentato furto aggravato di autovetture. La Cassazione ha posto rimedio alle diverse interpretazioni dovute alla lacuna normativa. L'esegesi della Cassazione si focalizza, principalmente, sul comma 2 bis dell'art. 275 cpp e, proprio sul punto, occorrono alcune brevi considerazioni.
Il comma in esame, introdotto dalla legge 332/1995 e modificato, prima con il dl 92/2014 poi con la legge 69/2019, prevede il divieto della misura coercitiva inframuraria, qualora la pena irrogata in sede di condanna sia inferiore a tre anni. Ciò, a meno che questa non sia disposta quale aggravamento di una precedente misura meno restrittiva. Tuttavia manca una statuizione altrettanto chiara e puntuale circa la necessità di effettuare una valutazione della prognosi di condanna, inferiore ad anni tre, in sede di applicazione della misura.
Tale vulnus normativo può essere colmato dall'art. 299 cpp con cui il giudice effettua una considerazione circa la proporzionalità del titolo emesso qualora vi sia un mutamento delle esigenze cautelari. Tutto ciò deve leggersi in riferimento alla celebre sentenza Torreggiani contro Italia della Corte Edu, sulla violazione dell'art. 3 della Convenzione Edu dovuta al sovraffollamento carcerario.
Le modifiche imposte all'Italia sul punto si sono concretizzate mediante l'intervento di novella dell'art. 275, comma 2-bis cpp, ad opera del dl 92/2014, ponendolo in evidente raccordo con l'art. 656 cpp, circa la sospensione dell'esecuzione della pena qualora inferiore ad anni tre. La ratio del legislatore è chiara e si costituisce di una indubbia volontà di rendere organica la decompressione carceraria sia in fase cautelare che esecutiva.
Da ultimo una precisazione circa i vizi successivi al momento genetico dell'ordinanza. Questi, alla luce del ragionamento della Corte, si differenziano in maniera significativa dalla sopravvenuta sentenza di condanna infratriennale. Infatti, pur coinvolgendo eventuali invalidità dell'atto vengono travolti dalla sentenza che si ripercuote direttamente su una valutazione che avrebbe dovuto essere fatta ora per allora dal giudice.
Spiega, infatti, la Cassazione che se è vero che il comma 2 bis dell'articolo 275 cpp prescrive esplicitamente tale obbligo prognostico da parte del giudice solo al momento di decidere, ciò non azzera la previsione dell'articolo 299 dello stesso Codice, che impone al giudice di valutare adeguatezza e proporzionalità delle misure restrittive della libertà personale, anche nelle fasi successive all'irrogazione.
Quindi anche nella seconda fase, cioè dopo l'applicazione, che la Cassazione definisce "dinamica, si impone appunto di provvedere a sostituire con misura meno afflittiva del carcere il rispetto delle esigenze cautelari, nel caso in cui sia intervenuta condanna inferiore a tre anni anche se non ancora definitiva. La pronuncia rafforza il principio che il carcere va sostituito con misure cautelari meno afflittive per condanne inferiori ai tre anni.
di Alberto Cisterna*
Il Riformista, 16 marzo 2021
Il processo a Palamara sarà un bagno di sangue. Sarà messa in discussione non la credibilità delle singole toghe ma di tutto il sistema. Come ci si salva? Bisogna ripartire dai principi e mettere mano alla Carta.
Un importante articolo del professor Ainis ("Le correnti senza ideali" su Repubblica del 12 marzo) solleva questioni di grande rilievo sulla crisi della magistratura italiana o, meglio, di quella sua specifica rappresentanza professionale che sono le cosiddette correnti.
La trama fitta delle osservazioni che l'illustre studioso svolge a proposito dell'identità delle fibrillazioni che toccano, insieme, la magistratura associata e un importante formazione politica del Paese (il PD) trova un punto di convergenza nell'azione, a suo dire nefasta, che le correnti hanno svolto e svolgerebbero in seno a formazioni - la magistratura e i partiti - di primario rango costituzionale. Il punto di caduta del ragionamento è, in buona sostanza, che proprio attraverso la degenerazione torrentizia si siano tralignati gli scopi e le ragioni che avevano previsto l'inserimento nella Carta fondamentale di un Csm su base elettiva (articolo 104) e che avevano legittimato l'organizzazione spontanea della politica attraverso lo strumento dei partiti (articolo 49). L'analisi del professore Ainis non si sottrae certo a valutazioni estremamente severe circa l'associazionismo torrentizio definito come un insieme di "lobby, cricche, camarille.
Al servizio dei propri affiliati, non di un ideale. Anche se contraffatte con nomi suadenti: la democrazia, le riforme, l'indipendenza, la giustizia. Ma in realtà impegnate in una guerra per bande, fra eserciti nemici che però indossano la medesima divisa. Il bottino? La prossima nomina in un ufficio giudiziario, se sei un magistrato".
Se così fosse, par chiaro che se ne imporrebbe l'immediato scioglimento d'autorità poiché organizzazioni tendenzialmente eversive dell'ordine costituzionale e capaci di minacciare il regolare svolgimento delle attività di organi di primario rilievo per la Repubblica. Nessuno, e neppure l'illustre costituzionalista, giunge ovviamente a questa conclusione, ben consapevole del fatto che non si possono criminalizzare correnti giudiziarie e correnti partitiche sulla base di deviazioni, pur massicce e significative, dalle ragioni ideali che ne giustificano l'esistenza.
Però l'analisi pone in esergo un profilo importante, e totalmente sottostimato nel dibattito che si sta sviluppando sul sistema di potere venuto a galla dopo l'affaire Procura di Roma ovvero se per porre rimedio a quanto successo sia sufficiente un'azione di mera autorigenerazione morale dei gruppi associativi o se sia bastevole una riforma del sistema elettorale del Csm oppure se occorra metter mano alla Costituzione attraverso una più radicale riforma dell'ordinamento giudiziario e delle carriere. Non è necessario star qui a ricordare quali componenti del dibattito in corso si schierino sull'uno o sull'altro versante delle varie opzioni.
Certo ai sostenitori della rivoluzione morale e ai fautori dei codici deontologici non si può fare a meno di ricordare che non è bastato il codice penale per infrenare comportamenti deviati e prassi devianti, per cui non guasterebbe un certo realismo al riguardo. La tesi del professore Ainis è che la palude correntizia sia una "malattia che non è figlia della Costituzione" e che "per rompere questo circolo vizioso, non serve una Costituzione tutta nuova, bensì nuove norme d'attuazione dei principi costituzionali. Quanto alle correnti giudiziarie, attraverso un sorteggio pilotato fra i magistrati più laboriosi, per designare i 16 togati del Csm".
Certamente l'idea del sorteggio, da sempre avversata dalla maggioranza delle correnti dell'Anm e per ragioni ideologiche non trascurabili, si pone come una soluzione d'emergenza resa, per giunta, impellente dalla scadenza del Csm in carica nel 2022. In mancanza di altre soluzioni che non siano origami elettorali tanto incomprensibili quanto discutibili (mini collegi, sminuzzamenti della base elettorale e via seguitando), il pre-sorteggio dei candidati al Csm da sottoporre, poi, al voto delle toghe offre una via d'uscita rapida e, tutto sommato, non particolarmente penalizzante per la corporazione.
In fondo siamo in presenza di meno di 10.000 aventi diritto al voto e non si deve certo metter mano alle Tavole della legge come una sorta di ego ipertrofico della corporazione pretende che sia, ma solo di indicare la maggioranza dei componenti di un Organo prevalentemente dedito alla amministrazione dei magistrati italiani e che non rappresenta in alcun modo il vertice della giurisdizione. Resta il dubbio che questa soluzione possa rappresentare una reale svolta nell'assetto della magistratura italiana e possa, d'un colpo, sopire le acque agitate dai carrierismi e dai cacicchi elettorali.
Le toghe italiane sono in ebollizione da molto tempo e un nuovo coperchio elettorale non impedirà al malessere e alle critiche di prendere forma in altro modo e attraverso altre vie. Occorre essere lungimiranti in proposito. È sempre più evidente, anche agli occhi dei meno intranei al sistema tratteggiato sommariamente dal dottor Palamara, che il processo a suo carico che andrà a svolgersi a Perugia sarà un gigantesco bagno di sangue per la magistratura italiana Vedremo se le telecamere saranno ammesse in aula e se gli epigoni del giornalismo giudiziario si stracceranno le vesti come ora sta accadendo per altre vicende giudiziarie che si assumono oscurate mediaticamente da divieti di ripresa.
Una scelta, questa, non da poco perché terrebbe i riflettori permanentemente accesi su un susseguirsi di testimonianze e di racconti che minacciano di intaccare non la credibilità dei singoli (che poco importa invero se non sono stati probi), quanto l'autorevolezza dell'intera magistratura italiana agli occhi dei cittadini i quali vedrebbero crollare l'indispensabile fiducia verso la caratura morale dei propri giudici e senza che si possano fare troppe distinzioni o praticare curiali sottigliezze.
Un lungo ed estenuante "Giorno in pretura" in cui gli imputati sarebbero, per la prima volta, i pretori; anzi i pretoriani di una casta, incistati in qualche caso nei vertici più alti della magistratura. Da questo punto di vista il processo, se come pare probabile ci sarà, andrà per forza documentato e studiato come si esamina un cadavere su un tavolo settorio. Una lunga, crudele autopsia per scoprire le cause del decesso e le tracce degli autori del delitto.
Che questo accada dipende, comunque, da scelte insindacabili di quel tribunale e staremo a vedere. In questo probabile scenario una riforma costituzionale ad ampio compasso potrebbe rappresentare l'unico strumento adeguato per rassicurare la collettività e le istituzioni circa la reale tenuta democratica della giurisdizione che svolge un compito difficile per il quale il consenso e l'adesione dei consociali sono indispensabili.
Una vera e propria rifondazione costituzionale del processo e della magistratura per immunizzarla per sempre da rischi del genere. Purtroppo le degenerazioni correntizie rischiano di portare a fondo tutte le toghe, anche le tantissime che spalano fascicoli e sudano ogni giorno per rendere giustizia e a cui sembra consegnato, se non si cambia radicalmente strada, un cupo monito: "lascia che i morti seppelliscano i loro morti" (Matteo 8,18-22).
veronasera.it, 16 marzo 2021
Solo due positivi hanno avuto necessità di essere ricoverati, un detenuto ed un agente. Nel frattempo, la Garante dei diritti delle persone private della libertà personale Forestan lascia il suo incarico con un anno di anticipo rispetto alla scadenza.
Un anno di Covid all'interno del carcere. Nella seduta straordinaria del consiglio comunale di Verona di giovedì scorso, 11 marzo, la Garante dei diritti delle persone private della libertà personale Margherita Forestan ha presentato la relazione 2020, prima di lasciare ufficialmente il suo incarico con un anno di anticipo rispetto alla scadenza naturale.
Una sintesi della condizione carceraria durante la pandemia e del lavoro fatto per attuare la funzione rieducativa, riabilitativa e di reinserimento sociale del carcere. "Un anno difficile - ha detto Forestan - Il Covid ha governato l'intera annata con radicali cambiamenti all'interno del carcere. Su sei sezioni, tre sono state paralizzate e convertite per ospitare contagiati, asintomatici e persone in quarantena. Ad inizio pandemia numerosi rivoltosi delle altre case circondariali d'Italia sono stati trasferiti a Montorio. Il nostro carcere, che ha 335 posti, è arrivato ad ospitare 520 persone. Scese poi a 380 durante l'anno grazie allo specifico decreto governativo. In tutto sono stati fatti 800 tamponi molecolari. Solo un detenuto ha avuto necessità di ricovero, sui 58 che si sono contagiati. Un ricovera anche tra i poliziotti, sui 44 casi che li hanno riguardati. Oggi siamo praticamente Covid free. Un anno che ha influito sugli episodi critici quindi, ma anche sulla formazione e la scuola dei detenuti, così come sulla possibilità di lavorare all'esterno del carcere, attività di cui il Comune di Verona è leader. Ringrazio tutti coloro che mi hanno accompagnata in questi anni di lavoro, lascio questo incarico portando con me le tante esperienze umane straordinarie. In vista della fine dell'incubo Covid è giusto che qualcuno inizi a pensare e avviare progetti nuovi per il prossimo triennio, lavorandoci fin d'ora"
Nel 2020 sono stati 1.691 gli eventi critici all'interno del carcere, dei quali un suicidio e due decessi per cause naturali. Ben 8.874 le prestazioni sanitarie, di cui 2.933 visite specialistiche.
Dopo la sospensione delle attività scolastiche in primavera, a settembre 90 studenti hanno ripreso a frequentare i corsi di alfabetizzazione. La direzione del carcere e il Centro Provinciale per l'Istruzione degli Adulti (Cpia), durante la scorsa estate, si sono attivati per dotare il carcere di strumentazioni e connessioni finalizzate a garantire la fruizione delle lezioni a distanza e la continuità della relazione con i docenti. Sono ben 35 gli iscritti alla scuola secondaria superiore a cura dell'Istituto Alberghiero "Berti" e 11 quelli che frequentano il corso liceale in collaborazione con l'Istituto Livia Mondin. Tre gli studenti che stanno preparando gli esami per l'Università di Verona, a cura dell'associazione di volontariato La Franternità. Ben 24 le persone che partecipano ad attività lavorative fuori dal carcere.











