di Elisa Messina
Corriere della Sera, 16 marzo 2021
Quello di Sarah Everard la 33enne, rapita e uccisa poco dopo le 21 nella periferia sud di Londra mentre tornava a casa dopo una cena con amici, ha moltiplicato rabbia e indignazione tra le donne inglesi. Per il fatto che l'accusato è un poliziotto. E per come è stata repressa la veglia di protesta contro la violenza sulle donne nel parco di Clapham, quello che Sarah stava attraversando a piedi.
Il caso ha riaperto in modo drammatico il tema della sicurezza delle donne nelle città. Ma quel non sentirsi al sicuro, sui mezzi pubblici, o a piedi, in certi orari, non è solo una "percezione" diffusa destinata ad aumentare ogni volta che ci sono delitti così. È la conseguenza di organizzazioni urbane che non tengono conto delle donne.
Sì, non stiamo parlando di ordine pubblico, ma di urbanistica, di gestione dei trasporti e degli spazi pubblici: ambiti in cui avvengono, da sempre, discriminazioni di genere. Con conseguenze anche di ordine pubblico. Come spiega, offrendo un'infinità di studi e di argomenti, Caroline Criado Perez nel suo saggio best seller "Invisibili". Sottotitolo: come il nostro mondo ignora le donne in ogni campo, dati alla mano (Einaudi). "Una progettazione urbana che non mette al sicuro le donne dal rischio di subire un'aggressione sessuale equivale a una chiara violazione del nostro diritto di vivere gli spazi pubblici" (C. Criado Perez, Invisibili).
La paura degli spazi pubblici, osserva Criado Perez, è una sensazione che le donne a tutte le latitudini conoscono bene: dagli slum di Mumbai, alle periferie di Londra, dalle stazioni della metro di New York a quelle di Milano di Roma o di Parigi. La stessa Sarah Everard, la sera in cui è stata rapita, aveva optato per un percorso più lungo per tornare a casa perché meglio illuminato - ha raccontato Kate McCann di Sky News - e aveva telefonato al suo ragazzo per dirgli che gli avrebbe mandato un messaggio una volta arrivata a casa. Non è bastato.
Questo sentimento d'insicurezza incide sulle scelte di mobilità costringendo le donne a rinunciare a dei diritti semplici. Di qui la scelta a non viaggiare con i mezzi pubblici in determinati orari, a non uscire di notte o quella di preferite l'auto o il taxi a bus e metropolitana. Lo dimostrano decine di ricerche effettuate in molti paesi del mondo.
Non c'era bisogno di un coprifuoco dettato dall'emergenza sanitaria Covid, insomma, perché per le donne questo coprifuoco esiste da sempre. Per scelta.
E tutte quelle che non hanno l'auto oppure non si possono permettere il taxi? Rischiano, restando "ostaggio" dei trasporti pubblici. Da sempre luogo privilegiato di sexual harassment, molestie sessuali di ogni tipo, verbali o fisiche. Che restano però per la stragrande maggioranza non denunciate. Persino a New York l'86 per cento delle molestie nella metropolitana non vengono notificate dalle autorità. Studi analoghi a Londra rivelano che il 90 per cento delle donne che subiscono comportamenti sessuali indesiderati non sporge denuncia.
Quindi la Polizia, di qua e di là dell'Oceano, in Asia, o in Australia non ha un quadro preciso della situazione perché i casi di violenza sono molti di più di quelli che vengono denunciati.
"Nel 2016 un articolo del "Guardian" auspicava la progettazione di città "a misura non solo di uomo, ma anche di donna" e lamentava la scarsa disponibilità di banche dati urbane "capaci di individuare fenomeni e tendenze sulla base di informazioni disaggregate per genere", cosa che ostacolava "lo sviluppo di programmi infrastrutturali sensibili alle esigenze delle donne" (C. Criado Perez, Invisibili)
Raccogliere dati, informazioni disaggregati per genere dovrebbe essere il presupposto di ogni piano urbanistico, di ogni pianificazione di trasporto pubblico. Quando questo non avviene il pregiudizio maschile salta fuori, spesso involontario, anche perché si tratta di decisioni prese nella maggior parte dei casi da maschi.
Gli orari e le tappe dei mezzi pubblici dovrebbero tenere conto degli spostamenti delle donne, che sono diversi e meno lineari di quelli degli uomini per via delle incombenze di cura (il 75% del lavoro di cura non retribuito è svolto dalle donne). Che dire poi del mondo delle addette alle pulizie e delle assistenti socio-sanitarie con il loro orari notturni? O delle fermate di sosta dei bus spesso poco illuminate e troppo distanziate tra loro?
Anche la modalità in cui sono disegnati i parchi pubblici può favorire o sfavorire il fatto che questi siano frequentato da bambine e ragazze adolescenti: dipende da come sono divisi gli spazi di gioco o le aree di ingresso, per esempio. I parchi di Vienna sono stati tutti ripensati dopo aver fatto ricerche disaggregate per genere. Idem in Svezia: dovendo riqualificare degli ex parcheggi per spazi giovanili l'amministrazione di Göteborg ha invitato le ragazze a fare proposte concrete, prima di destinarle solo a skater e street art. Come sono i camminamenti nel parco di Clapham, quello percorso da Sarah? E l'illuminazione?
"Quando i responsabili dei progetti non tengono conto della diversità dei sessi, gli spazi pubblici diventano maschili per default. Solo che metà della popolazione mondiale ha un corpo femminile. Metà della popolazione mondiale deve ogni giorno fare i conti con la minaccia sessualizzata ai danni di quel corpo". (C. Criado Perez, Invisibili)
Prestarvi più attenzione significa risparmiare domani in costi di sorveglianza, sicurezza, ordine pubblico, salute pubblica.
È notizia di oggi che il governo britannico ha annunciato un investimento da 3 miliardi di sterline (oltre 3,5 miliardi di euro) per modernizzare le reti di autobus e incoraggiare più persone a usarle: prezzi più bassi, corse più frequenti, maggiori collegamenti verso Londra dalla periferia, più corse serali. Sarebbe interessante scoprire se dietro questo enorme piano di rilancio c'è uno studio sulle esigenze di genere. Sarebbe già una prima risposta al grido di aiuto delle donne di Londra dopo la morte di Sarah Everard: "Vogliamo uscire in sicurezza"
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 16 marzo 2021
La famiglia di un siriano deceduto per torture e percosse nel 2017 ha presentato querela contro i contractor dell'agenzia che il Cremlino ha impiegato per supportare l'alleato Bashar Assad.
Mentre il mondo ricorda i dieci anni trascorsi dall'inizio del conflitto in Siria, non si fermano le battaglie legali per portare i responsabili dei crimini di guerra. Dopo la Gran Bretagna dove la first lady siriana Asma Assad è sotto indagine e dopo la Germania dove è stato condannato un gerarca dell'intelligence e un altro è in attesa di processo, questa volta tocca alla Russia.
Un membro della famiglia di un cittadino siriano che è stato torturato, ucciso e mutilato da sei individui nel giugno 2017, nel governatorato di Homs, ha presentato una denuncia a Mosca chiedendo l'avvio di un procedimento penale contro presunti membri della Wagner, agenzia di contractor che fa capo a un oligarca vicinissimo al Cremlino, Evgenij Prigozhin. L'accusa è dunque contro mercenari russi, impiegati da Mosca per dare sostegno all'alleato Bashar Assad.
La denuncia è stata supportata dal Centro siriano per i media e la libertà di espressione (Scm), la Federazione internazionale per i diritti umani (Fidh) e il centro per i diritti umani Memorial. Gli avvocati di Scm, Fidh e Memorial, Ilya Novikov e Petr Zaikin, rappresentano il fratello della vittima, Mohamad A.
Si tratta del primo tentativo in assoluto da parte della famiglia di una vittima siriana di ritenere i sospetti russi responsabili di gravi crimini commessi in Siria. Una faccenda politica, oltre che giudiziaria, soprattutto a fronte delle numerose accuse (e polemiche) sull'impiego di armi chimiche da parte dei russi in Siria che hanno portato a indagini internazionali senza però veder mai nessuno accusato di niente. Ora, se è pur vero che è molto difficile vedere dei mercenari alla sbarra (il Cremlino ne nega addirittura l'esistenza o quantomeno la presenza sul campo), la denuncia richiede l'avvio di un procedimento penale sulla base dell'omicidio commesso con estrema crudeltà, al fine di stabilire la responsabilità dei presunti responsabili per questo e altri crimini, compresi i crimini di guerra.
Ilya Novikov, uno degli avvocati del querelante, ha spiegato: "La legge russa prevede l'obbligo per lo Stato di indagare sui crimini commessi da cittadini russi all'estero. Il Comitato Investigativo non ha finora avviato alcuna indagine sul crimine in questione, anche se tutte le informazioni necessarie sono state comunicate ufficialmente alle autorità russe più di un anno fa." "La denuncia presentata dal quotidiano Novaya Gazeta un anno fa è stata ignorata", ha detto Alexander Cherkasov, presidente di Memorial Human Rights Center. "Questo ha costretto noi, difensori dei diritti umani, a rivolgerci alle autorità investigative russe. In effetti, questo è una ripetizione di quello che è successo 20 anni fa, quando le sparizioni forzate, la tortura e le esecuzioni extragiudiziali commesse durante il conflitto armato nel Caucaso del Nord non sono state indagate. Oggi, vediamo un altro anello di questa catena di impunità". E chissà che questa volta la storia non vada in modo diverso.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 16 marzo 2021
Iniziativa della giustizia di Londra contro la moglie del raìs siriano Cittadina britannica, rischia l'estradizione se rinviata a giudizio. Anima nera del regime oppure semplice vittima dell'ingranaggio di un potere sanguinario che la relega ad interpretare la first lady del presidente Bashar al- Assad. È questo il punto su cui si dovrebbe apprestare ad indagare la Metropolitan police inglese che, già il 31 luglio dello scorso anno, ha ricevuto un rapporto particolareggiato corredato di documenti confidenziali sulle responsabilità nel genocidio siriano che avrebbe Asma al-Assad.
La documentazione è stata presentata dal gruppo di legali del Guernica 37 International Justice Chambers, specializzato in contenziosi transnazionali e diritti umani. Secondo gli avvocati dell'organizzazione Asma al- Assad, avrebbe incoraggiato la campagna terroristica attuata dal regime che ha scatenato il bagno di sangue in Siria Per Toby Cadman, fondatore di Guernica 37, la donna "è sospettata di aver incitato atti che hanno provocato la morte dei cittadini". In particolar modo per aver "incontrato le truppe, aver pronunciato dichiarazioni pubbliche, aver glorificato la condotta dell'esercito che ha provocato mezzo milione di morti e impiegato armi chimiche così come altre armi vietate (dalle convenzioni internazionali ndr.). Secondo gli avvocati per i diritti umani dunque Asma al- Assad "non è solo la moglie del presidente, ma ha esplicitamente condotto una campagna e ha partecipato attivamente ai crimini e quindi deve affrontare la giustizia".
Ma perché le accuse provengono proprio dalla Gran Bretagna? Asma al- Assad, oggi 45enne, è nata a Londra da genitori siriani e detiene dunque la doppia cittadinanza. Nel 2000, quando era ancora una funzionaria rampante per banche d'investimenti della City, ha sposato Bashar trasferendosi in Siria diventando madre di tre figli. Da allora è rimasta sempre al suo fianco espandendo rapidamente le sue strutture di di beneficenza e di affari, mostrandosi vicina agli ambienti militari ai quali non ha mai lesinato il suo sostegno, una posizione mantenuta anche nei momenti nei quali, durante la guerra civile, il regime sembrava sul punto di perdere completamente il controllo del paese. Se verrà dato seguito alle accuse la first lady potrebbe perdere la cittadinanza inglese o, nel peggiore dei casi per lei, essere estradata anche se sembra difficile vista la situazione di guerra e la difficoltà di un arresto.
Per Guernica 37 però il suo deferimento alle autorità di polizia britannica "è un passo importante per ritenere gli alti funzionari politici responsabili delle loro azioni e garantire che uno stato, attraverso un processo legale indipendente e imparziale, si assuma la responsabilità degli atti dei propri cittadini". In quanto cittadina britannica, scrivono gli avvocati sul sito web dell'organizzazione "è fondamentale che sia perseguita se le prove supporteranno l'accusa e non semplicemente privata della sua cittadinanza. Questo è un processo importante ed è giusto che la giustizia sia celebrata davanti a un tribunale inglese".
Per il momento la Metropolitan police non ha confermato l'inizio eventuale di un'istruttoria dichiarando solo che tutta la documentazione relativa è stata presa in carico dall'Unità sui crimini di guerra. In realtà le accuse contro Asma al Assad fanno parte di un ben più vasto atto d'incriminazione contro il regime siriano. Proprio in questi giorni si celebra i tristi dieci anni dall'inizio del conflitto civile datato marzo 2011. Da allora la guerra scatenata ha provocato almeno 500mila morti, oltre un milione di persone sono state gravemente ferite e oltre dodici milioni sono attualmente sfollate, internamente o in altri paesi. Il dato più agghiacciante è che più della metà della popolazione prebellica (23 milioni) è stata uccisa, scomparsa o è stata costretta a lasciare le proprie case. Un massacro pianificato deliberatamente dal regime di Bashar con atti di violenza organizzati per prendere di mira e reprimere, fin dall'inizio delle proteste antigovernative, i manifestanti e mettere a tacere eventuali critici all'interno della Siria. Guernica 37 ha spiegato che "gli attacchi sono di natura sistematica in modo da soddisfare gli elementi contestuali dei crimini contro l'umanità, così come i crimini di guerra, la tortura e altri atti disumani ai sensi del diritto internazionale".
Asma al - Assad sarebbe stata parte integrante del gruppo di potere che ha messo in piedi una tale strategia concretizzatasi in decine di migliaia di arresti arbitrari, detenzioni illegali, sparizioni forzate, maltrattamenti e torture utilizzando un'ampia rete di strutture di detenzione in tutta la Siria. Tra gli arrestati manifestanti pacifici e attivisti che hanno documentato le proteste, nonché giornalisti, operatori umanitari, avvocati e medici. Anche ora un gran numero di persone si trova detenuto mentre altre sono stati processate, anche davanti a tribunali militari e antiterrorismo, solo per aver esercitato i propri diritti.
di Manlio Dinucci
Il Manifesto, 16 marzo 2021
Dieci anni fa, il 19 marzo 2011, le forze Usa/Nato iniziano il bombardamento aeronavale della Libia. La guerra viene diretta dagli Stati Uniti, prima tramite il Comando Africa, quindi tramite la Nato sotto comando Usa. In sette mesi, l'aviazione Usa/Nato effettua 30 mila missioni, di cui 10 mila di attacco, con oltre 40 mila bombe e missili. L'Italia - con il consenso multipartisan del Parlamento (Pd in prima fila) - partecipa alla guerra con 7 basi aeree (Trapani, Gioia del Colle, Sigonella, Decimomannu, Aviano, Amendola e Pantelleria); con cacciabombardieri Tornado, Eurofighter e altri, con la portaerei Garibaldi e altre navi da guerra. Già prima dell'offensiva aeronavale, erano stati finanziati e armati in Libia settori tribali e gruppi islamici ostili al governo, e infiltrate forze speciali in particolare qatariane, per far divampare gli scontri armati all'interno del Paese.
Viene demolito in tal modo quello Stato africano che, come documentava nel 2010 la Banca Mondiale, manteneva "alti livelli di crescita economica", con un aumento del pil del 7,5% annuo, e registrava "alti indicatori di sviluppo umano" tra cui l'accesso universale all'istruzione primaria e secondaria e, per oltre il 40%, a quella universitaria. Nonostante le disparità, il tenore medio di vita era in Libia più alto che negli altri paesi africani. Vi trovavano lavoro circa due milioni di immigrati, per lo più africani. Lo Stato libico, che possedeva le maggiori riserve petrolifere dell'Africa più altre di gas naturale, lasciava limitati margini di profitto alle compagnie straniere. Grazie all'export energetico, la bilancia commerciale libica era in attivo di 27 miliardi di dollari annui.
Con tali risorse lo Stato libico aveva investito all'estero circa 150 miliardi di dollari. Gli investimenti libici in Africa erano determinanti per il progetto dell'Unione Africana di creare tre organismi finanziari: il Fondo monetario africano, con sede a Yaoundé (Camerun); la Banca centrale africana, con sede ad Abuja (Nigeria); la Banca africana di investimento, con sede a Tripoli. Tali organismi sarebbero serviti a creare un mercato comune e una moneta unica dell'Africa.
Non è un caso che la guerra Nato per la demolizione dello Stato libico inizi nemmeno due mesi dopo il vertice dell'Unione Africana che, il 31 gennaio 2011, aveva dato il via alla creazione entro l'anno del Fondo monetario africano. Lo provano le email della segretaria di Stato dell'Amministrazione Obama, Hillary Clinton, portate alla luce successivamente da WikiLeaks: Stati uniti e Francia volevano eliminare Gheddafi prima che usasse le riserve auree della Libia per creare una moneta pan-africana alternativa al dollaro e al franco Cfa (moneta imposta dalla Francia a 14 ex colonie). Lo prova il fatto che, prima che nel 2011 entrino in azione i bombardieri, entrano in azione le banche: esse sequestrano i 150 miliardi di dollari investiti all'estero dallo Stato libico, di cui sparisce la maggior parte. Nella grande rapina si distingue la Goldman Sachs, la più potente banca d'affari statunitense, di cui Mario Draghi è stato vicepresidente.
Oggi in Libia gli introiti dell'export energetico vengono accaparrati da gruppi di potere e multinazionali, in una caotica situazione di scontri armati. Il tenore di vita della maggioranza della popolazione è crollato. Gli immigrati africani, accusati di essere "mercenari di Gheddafi", sono stati imprigionati perfino in gabbie di zoo, torturati e assassinati. La Libia è divenuta la principale via di transito, in mano a trafficanti di esseri umani, di un caotico flusso migratorio verso l'Europa che ha provocato molte più vittime della guerra del 2011. A Tawergha le milizie islamiche di Misurata sostenute dalla Nato (quelle che hanno assassinato Gheddafi nell'ottobre 2011) hanno compiuto una vera e propria pulizia etnica, costringendo quasi 50 mila cittadini libici a fuggire senza potervi fare ritorno. Di tutto questo è responsabile anche il Parlamento italiano che, il 18 marzo 2011, impegnava il Governo ad "adottare ogni iniziativa (ossia l'entrata in guerra dell'Italia contro la Libia) per assicurare la protezione delle popolazioni della regione".
di Claudia Fanti
Il Manifesto, 16 marzo 2021
Per il tribunale permanente dei popoli si tratta di "genocidio politico". Un bagno di sangue che non è cessato in questi primi mesi del 2021, durante i quali i dirigenti sociali uccisi risultano già 29 e i massacri 16. Prosegue ininterrottamente il genocidio politico in Colombia, a cui non a caso è dedicata la 48.ma sessione del Tribunale permanente dei popoli che avrà luogo tra il 25 e il 27 marzo.
Assassinii selettivi e massacri si succedono a un ritmo quasi quotidiano dinanzi allo sguardo imperturbabile del governo Duque, incapace di applicare l'Accordo di pace firmato nel 2016 dallo Stato e dalle Farc, di esercitare un controllo reale su tutto il territorio e di combattere in maniera efficace i gruppi armati illegali.
Con il risultato che, secondo Indepaz (Instituto de Estudios para el Desarrollo y la Paz), nel 2020 si sono registrati 91 massacri, per un totale di 381 vittime, e sono stati assassinati 310 leader sociali e 64 ex combattenti. Un bagno di sangue che non è cessato in questi primi mesi del 2021, durante i quali i dirigenti sociali uccisi risultano già 29 e i massacri 16, l'ultimo dei quali commesso il 6 marzo nel dipartimento del Norte de Santander, con un bilancio di almeno cinque morti e sei feriti. Ma alla lista va aggiunta anche la strage operata il 2 marzo, nelle foreste del dipartimento di Guaviare, dallo stesso esercito colombiano, attraverso un potente bombardamento contro un accampamento guerrigliero a causa del quale sono morte 15 persone, tra cui almeno dieci minorenni che erano impegnati in lavori agricoli.
Una brutale operazione realizzata dalla task force congiunta Omega, una delle espressioni più violente, come denuncia il leader comunitario Nepomuceno Marín, di quel modello di contro-insurrezione introdotto dal Comando Sur degli Stati uniti "per proteggere gli interessi delle multinazionali petrolifere, minerarie e dell'agribusiness in Colombia". Con l'aggravante che i vertici dell'esercito, per loro stessa ammissione, sapevano della possibilità che vi fossero minorenni nell'accampamento. "Se i morti avessero avuto un'aviazione per rispondere all'attacco o missili anti-aerei per difendersi, capiremmo il giubilo del governo, ma così non ha senso", ha dichiarato Iván Márquez, l'ex numero due delle Farc tornato alla lotta armata, sottolineando la necessità di "frenare l'uso sproporzionato della forza da parti di alcuni generali impazziti spronati da un presidente assetato di sangue".
Ma era ciò che ci si poteva attendere da un esercito che, nel corso del conflitto armato interno - e in particolare dal 2002 al 2008, sotto l'amministrazione di Álvaro Uribe - assassinava persone innocenti facendole passare per guerriglieri delle Farc, in maniera da ottenere riconoscimenti dai superiori e ricompense dal governo. È il fenomeno dei falsos positivos, di cui il rapporto della Giurisdizione Speciale per la Pace del 18 febbraio scorso sulle "morti presentate illegalmente come vittime in combattimento" ha mostrato tutta la sua tragica portata: 6.402 i civili uccisi, uno ogni due giorni per 6 anni di governo Uribe, e sotto quattro ministri della Difesa, tra cui l'ex presidente, nonché Nobel per la Pace, Juan Manuel Santos.
"È giunto il momento di riconoscere le vittime dei crimini di Stato. Il minimo che dovrebbe fare è chiedere scusa", ha scritto al presidente Duque il senatore Iván Cepeda. Ma a lanciare l'allarme sulla situazione del paese è anche un gruppo di organizzazioni sociali statunitensi, tra cui il Center for Justice and International Law e il Colombia Human Rights Committee, le quali hanno chiesto a Biden non solo di intervenire presso il governo colombiano per una rapida ed efficace applicazione dell'Accordo di pace del 2016 ma anche di muovere un preciso passo in tal senso: "Escludere le Farc smobilitate - l'attuale Partido Comunes - dalla lista di organizzazioni terroriste sarebbe un segnale importante e lungamente atteso di sostegno alla pace".
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 16 marzo 2021
Nella domenica di sangue almeno 40 vittime. Appello del segretario di Stato Pietro Parolin: "Processo di pace". Mentre anche oggi il Myanmar è segnato da una protesta diffusa, il bilancio dell'ennesima domenica di sangue con almeno una quarantina di vittime (40 a Yangon e 20 nel Paese secondo fonti raccolte da Il Manifesto) hanno fatto balzare il bilancio delle vittime a oltre 180.
Secondo Myanmar Now, uno dei tanti giornali birmani che continua a dare notizie, nell'ex capitale i morti di domenica sarebbero stati addirittura 59. Un bilancio pesantissimo - cui oggi si sarebbero aggiunte un'altra quindicina di vittime - mentre la giunta ha deciso la legge marziale su due township di Yangon (Hlaing Thayar e Shwepyithar) cui ieri ne sono state aggiunte altre 4 sempre nell'ex capitale (North Dagon, North Okkalapa, South Dagon e Dagon Seikkan) e altre 5 a Mandalay (Aung Myay Tharzan, Chan Aye Tharzan, Chan Mya Thazi, Mahar Aung Myay e Pyi Gyi Takhoon).
"Cosa si significhi non si capisce - dice al telefono la fonte che le enumera - poiché non sono state annunciate misure particolari e già i militari fanno quel che vogliono... Forse farà differenza per arresti e processi". Si tratta magari anche di un modo per rispondere agli atti violenti - incendi e vandalismi - che hanno colpito fabbriche tessili e proprietà cinesi a Yangon, cosa che ha fatto reagire rabbiosamente Pechino che ha chiesto alla giunta di proteggere i suoi beni. Ma la vicenda, a sua volta, ha rimesso la Rpc nel mirino del Movimento di disobbedienza che le rimprovera di pensare alle fabbriche anziché ai morti. Uno dei grovigli che si attorcigliano attorno alle speranze diplomatiche: su tutte quella che l'Asean, l'associazione del Sudest asiatico, potrebbe mettere in campo cercando una mediazione che "salvi la faccia" ai generali. Soluzione che viene indicata con forza anche dal Vaticano, con un messaggio del segretario di Stato Pietro Parolin affidato al capo della Conferenza episcopale birmana e asiatica cardinal Bo: "Questa crisi non sarà risolta dal sangue - scrivono i presuli - Smettete di uccidere. Abbandonate il sentiero delle atrocità... che tutti gli innocenti siano rilasciati".
Ma l'invito di Parolin sembra andar oltre perché, scriveva ieri l'agenzia Fides, "il messaggio giunto dalla Santa Sede incoraggia la Chiesa a impegnarsi nel processo di pace, dicono i Vescovi birmani". Se una vera mediazione vaticana appare improbabile è vero però che i cattolici sono schierati: così tanto che la Banca centrale birmana ha aperto un'inchiesta sui flussi di denaro della Cartitas. Non è sola: sotto tiro i conti di Oxfam, Ifes e, soprattutto, di Open Society per cui sarebbero stati spiccati anche mandati di cattura.
Il paradosso del golpe birmano ritorna dunque al tentativo di fare le cose "secondo la legge", come se un governo che si regge sulle cannonate potesse avere una base legale. Così non è chiaro se sia vero che i giudici che indagano su Aung San Suu Kyi abbiamo rinviato l'udienza in agenda ieri per via dei blackout della Rete, come hanno detto, o perché ogni volta che la Lady riappare il Movimento prende nuova linfa.
Una linfa che scorre anche nelle periferie dove i gruppi armati Kachin, Karen, Shan non intendono cedere al governo del generalissimo Min Aung Hlaing. Se già la giunta non riesce a creare amministrazioni fantoccio nelle aree sotto il suo controllo, nelle zone dove ci sono eserciti "ostili" la cosa è ancora più difficile. Un fronte aperto su quel lato (già ci sono stati scontri armati con vittime tra eserciti regionali e Tatmadaw) brucia.
Ci sono intanto anche novità sul fronte delle cartucce italiane ritrovate in due località birmane e prodotte dalle Cheddite di Livorno che ha smentito di averle mai vendute al Myanmar. Un gruppo che riunisce Rete Disarmo, Amnesty Italia e l'associazione Italia-Birmania sta collaborando per scambiarsi informazioni per far luce sul caso mentre sulla vicenda un'interrogazione di Erasmo Palazzotto (Leu) chiede al ministro degli Esteri - considerato che "la pur importante legge 185/90 non è bastata a regolamentare e limitare la diffusione incontrollata delle armi o quella ancor più incontrollabile delle munizioni" - se "non intenda avviare una verifica completa e approfondita al fine di chiarire la base normativa e le procedure con le quali siano stati autorizzati all'esportazione i lotti relativi alle cartucce ritrovate in Myanmar" e che "iniziative intenda assumere affinché tutte le esportazioni di armi e munizioni siano sottoposte alle procedure previste dalla legge senza distinzioni tra armi comuni e militari". Un'iniziativa che trova probabilmente d'accordo i 5stelle, che per primi avevano sollevato il problema in Senato. Le cartucce insanguinate del Myanmar (se armate a pallettoni potrebbero anche essere le responsabili degli omicidi mirati che spaccano la testa ai dimostranti) avrebbero almeno il merito di far ripensare la legge sul traffico d'armi - anche in sede Ue - tra le cui maglie si può infilare senza difficoltà il pesciolino delle cartucce da caccia.
rainews.it, 16 marzo 2021
L'oppositore di Putin si fa un selfie su Instagram e scrive: "Zero violenze ma disumanizzazione, alla Orwell" Tweet Caso Navalny, gli Usa impongono sanzioni a 7 funzionari russi Usa: Mosca dietro avvelenamento Navalny sanzioni Navalny, Mosca conferma: trasferito in una colonia penale 15 marzo 2021 L'espressione appesantita e i capelli rasati quasi a zero. Appare così Alexei Navalny in un post su Instagram attraverso il quale lancia una denuncia dalla sua detenzione, considerandola simile a quella di un campo di concentramento.
"Devo ammettere - scrive con un pizzico di ironia - che il sistema carcerario russo è riuscito a sorprendermi. Non potevo immaginare che fosse possibile organizzare un vero campo di concentramento a 100 chilometri da Mosca". L'oppositore non ha denunciato maltrattamenti e anzi, dice che tutti sono "amichevoli e cordiali".
"La routine, il quotidiano, l'osservanza letterale di regole infinite. Telecamere ovunque, tutti sono monitorati e alla minima infrazione viene fatta una denuncia". Una cosa alla "1984 di Orwell, l'educazione attraverso la disumanizzazione", dice ancora. "Ci sono anche momenti colorati nel bianco e nero della vita quotidiana. Per esempio, ho una targhetta e una foto sul petto, ed è sottolineata da una bella striscia rossa. Dopo tutto, sono incline alla fuga, ricordate? Di notte mi sveglio ogni ora per trovare un uomo accanto al mio letto.
"Sono le 2 e 30, il detenuto Navalny è al suo posto", dice. Dopo mi addormento di nuovo con il pensiero che ci sono delle persone che si ricordano di me e non mi perderanno mai. È bello, vero?". Il post di conclude con un "abbracci a tutti".
di Claudio Madricardo
huffingtonpost.it, 16 marzo 2021
Con le accuse di terrorismo, sedizione e cospirazione è stata arrestata in un'operazione alla periferia della città di Trinidad, capoluogo del dipartimento del Beni in Bolivia, Jeanine Áñez Chávez, ex presidente ad interim del Paese andino, che aveva sostituito Evo Morales al Palacio Quemado di La Paz dopo la sua rinuncia e la fuga a Città del Messico.
Nel quadro della stessa inchiesta e con le stesse imputazioni sono parimenti finiti agli arresti l'ex ministro dell'Energia Álvaro Rodrigo Guzmán, quello della Giustizia Álvaro Coimbra, Arturo Murillo, ex ministro degli Interni già rifugiato negli Usa, e quello della Difesa Luis Fernando López.
Allo stesso tempo non sono stati risparmiati i vertici militari e della polizia al comando al tempo dei disordini che si scatenarono in tutto il Paese al seguito delle elezioni presidenziali del 20 ottobre 2019 che avevano dato vincitore Evo Morales con il suo Movimiento al Socialismo (Mas), accusati di aver truccato il risultato che avrebbe invece consentito a Carlos Mesa, suo avversario, di andare al ballottaggio con più di qualche possibilità di spuntarla sull'ex sindacalista cocalero.
La reazione della popolazione fu allora decisa, con migliaia di persone in piazza a protestare contro i brogli elettorali che avrebbero consentito a Morales, in carica dal gennaio 2006, di riperpetuarsi alla presidenza della Bolivia nonostante gli fosse impedito dall'esito del referendum costituzionale indetto il 21 febbraio 2016, con il quale i boliviani, pur di stretta misura, gli avevano negato la possibilità di correre nuovamente.
Una decisione in seguito bypassata grazie a una sentenza del Tribunale Costituzionale Plurinazionale (Tcp) con la quale venivano riconosciuti i diritti politici di Evo di ripresentarsi alle elezioni, a scapito degli articoli della Costituzione che limitavano a due la quantità di volte che una persona può essere eletta alla presidenza della Bolivia.
La decisione del Tcp aveva successivamente fatto nascere in tutto il Paese un forte movimento che chiedeva il rispetto del risultato del referendum del 2016, accusando il Tcp di essere un docile strumento in mano a Morales. La controversa vicenda delle elezioni del 2019, con il blocco per ore del flusso dei risultati quando già si prefigurava il ballottaggio e la successiva assegnazione della vittoria al primo turno di Evo, aveva scatenato la rivolta popolare, a tal punto che i vertici della polizia e dell'esercito si erano sentiti in dovere di consigliare a Morales di farsi da parte al fine di evitare un bagno di sangue.
Sentita anche l'Organizzazione degli Stati Americani, Morales decise allora di dimettersi, seguito da un'ondata di dimissioni di militanti del Mas che hanno lasciato scoperte le più alte cariche dello Stato, ivi compresa quella della vice presidenza della repubblica. Il seguito è conosciuto. Spinto dai consigli dei vertici militari e dal diffondersi a macchia d'olio della protesta, Morales decide di lasciare il Paese, trasferendosi prima in Messico, poi a Buenos Aires dove ottiene lo status di rifugiato politico. Nel frattempo, il vuoto politico lasciato dalle dimissioni delle alte cariche del Mas spiana la strada a Jeanine Áñez, seconda vice presidente del parlamento, personaggio di secondo piano e un po' scolorito della politica boliviana, messa lì dal suo partito nella consapevolezza che la carica era priva di reale potere, che in virtù della Costituzione boliviana prende l'interim della presidenza della repubblica.
Questi in breve i fatti, anche se dopo qualche tempo Morales comincerà ad abbracciare una narrazione che lo avrebbe visto vittima di un colpo di stato, come sempre architettato dalle forze dell'impero, tesi ripetuta anche in Volveremos, il libro in cui ricostruisce dal suo punto di vista quanto successo in Bolivia.
Ora però la tesi del colpo di stato che avrebbe disarcionato Morales riprende vigore in seguito agli arresti operati da quella stessa magistratura che, nel periodo in cui Evo era caduto in disgrazia ed era esule dal suo Paese, lo aveva messo sotto accusa per sedizione e perfino per stupro, per i suoi rapporti con una minorenne. Tutte accuse che sembrano cadute nell'oblio dopo la vittoria di Luis Arce e del MAS alle ultime elezioni presidenziali e da quando Evo ha potuto far ritorno in patria dove dirige le campagne politiche del suo partito.
Vicende, l'una e l'altra, che difficilmente depongono a favore dell'autonomia del potere giudiziario da quello politico in un Paese dalla fragile democrazia, come la Bolivia. Dove gli arresti sono stati letti come volontà di persecuzione nei confronti di esponenti del precedente governo, con condanne e denunce precise da parte di esponenti dell'opposizione, ma anche da parte di organismi internazionali come Human Right Watch, che ha giudicato l'accusa a Jeanine Áñez priva di ogni evidenza che abbia commesso il delitto di terrorismo, concludendo che si sarebbe in presenza di "un processo basato su motivi politici".
Una vicenda che comunque andrebbe anche valutata nel complesso di quanto sta accadendo nelle ultime settimane in Bolivia, dove le elezioni tenutesi lo scorso 7 marzo nelle principali città del Paese hanno segnato una sonora sconfitta del Mas, che ha perso importanti realtà e dove in altre è impegnato in un difficile ballottaggio. Più che un campanello di allarme che all'interno del Mas ha acuito le tensioni e le critiche nei confronti delle scelte di Evo Morales, e che ha provocato la crisi più importante da quando è tornato al potere, e rivelato un Movimiento che ha perso il voto cittadino e dove la componente campesina si sta rivelando, con tutte le conseguenze del caso, predominante.
Considerato poi che all'ex presidente, attualmente sempre più oggetto di critiche, la situazione potrebbe essere perfino utile a far distogliere l'attenzione della base dalle difficoltà vissute in questi giorni, facendo sperabilmente dimenticare i colpi avversi ricevuti da ex esponenti del Mas, scartati da Evo come propri candidati. Da Eva Copa eletta a El Alto, a Christian Càmara a Trinidad, a Ana Lucia Reis a Cobija, tutta gente che era nata col Mas e che da esso si è allontanata portandosi appresso quel voto cittadino che sembra aver abbandonato il partito di provenienza, mettendo in serio pericolo la sua prospettiva di riperpetuarsi al potere e soprattutto la leadership indiscussa esercitata fino a poco fa da Evo.
agenparl.eu, 15 marzo 2021
Negli istituti penitenziari della penisola ci sono 9 detenuti ogni 100 con problemi psichiatrici. La percentuale più alta soffre di disturbi nevrotici e di reazione alla detenzione. Il 30% di malattie psichiatriche collegate all'abuso di droghe e di alcool. Il 15% di psicosi.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 15 marzo 2021
Strutture stracolme, ben oltre le capacità previste, nonostante il calo dei detenuti. E polizia sotto organico, mentre un detenuto su sei non ha ancora ricevuto nessuna condanna. La fotografia, poco incoraggiante, arriva da Antigone, l'associazione che da 30 anni indaga il sistema carcerario italiano e con il XXVII rapporto pubblicato giovedì scorso, ne evidenzia le principali tendenze. E le criticità. Numeri di Ruggiero Montenegro.
- Penalisti in sciopero dal 29 al 31 marzo, contro l'inefficienza del processo telematico
- Occorre potenziare la mediazione, per una giustizia più efficiente
- Gratteri in Tv, i penalisti: "Espone i giudici a pressioni mediatiche"
- I giudici chiedano l'abolizione delle leggi ingiuste
- Il cugino nelle Br, il padre in polizia. L'eco del sangue











