di Michele Andreucci
Il Giorno, 14 marzo 2021
La firma a Bergamo: le forze dell'ordine potranno valutare in tempo reale i rischi di recidiva. Avvertire, con congruo anticipo, l'Ufficio minori e vittime vulnerabili della Divisione Anticrimine della Questura di Bergamo della data di scarcerazione delle persone detenute per reati relativi alla violenza di genere (maltrattamenti in famiglia, stalking, violenza sessuale, pedofilia), per consentire alle forze dell'ordine di valutare per tempo eventuali rischi di recidiva e tutelare al massimo le potenziali vittime.
È questo il senso del "Protocollo a tutela delle vittime della violenza di genere" siglato tra Questura e Casa Circondariale di Bergam. L'intesa è stata sottoscritto dal questore di Bergamo Maurizio Auriemma e dalla direttrice del carcere di via Gleno Teresa Mazzotta, nell'ambito della campagna di sensibilizzazione attivata su tutto il territorio nazionale dalla Direzione Centrale Anticrimine della polizia di Stato. Acquisita la notizia dell'imminente scarcerazione, viene svolta dalle forze dell'ordine un'accurata analisi del potenziale rischio di recidiva, ricostruendo la pericolosità del soggetto, le modalità di interazione con la vittima, gli eventuali pregressi interventi della polizia.
Si procede, infine, a localizzare la prossima residenza-domicilio della persona scarcerata e contestualmente di quelle potenzialmente in pericolo. Spiega il questore Maurizio Auriemma: "Attraverso una nota di allertamento indirizzata agli Uffici territoriali interessati (sia della Polizia di stato sia dei carabinieri) viene attivato un monitoraggio effettivo del soggetto scarcerato e delle potenziali vittime. Nell'ottica della prevenzione i soggetti scarcerati vengono inoltre valutati per l'eventuale proposizione della sorveglianza speciale".
"Il protocollo siglato - sottolinea invece la direttrice del carcere di Bergamo Teresa Mazzotta - rappresenta una forma di controllo e di monitoraggio importante, che si affianca ad un progetto rieducativo che stiamo avviando all'interno della casa circondariale, per i detenuti responsabili di maltrattamenti e stalking. L'intento è puntare al reinserimento sul territorio evitando che si ripetano situazioni di conflitto".
di Roberto Calpista
Gazzetta del Mezzogiorno, 14 marzo 2021
Aspettando la "cittadella". Il commento di Raffaele Della Valle. Politico ed avvocato, è stato, tra gli altri, il legale di Enzo Tortora e della modella americana Terry Broome. Avvocato e politico, Raffaele Della Valle è stato, tra gli altri, il legale di Enzo Tortora e della modella americana Terry Broome. Ha fatto parte della Commissione Giustizia, nella quale ha svolto l'attività di relatore nel disegno di legge sulla custodia cautelare ed è stato membro della Commissione Stragi.
La questione Uffici giudiziari a Bari è ormai paradossale. Si discute da decenni di un Polo giudiziario, ma se tutto - difficilmente, sembra - andrà bene, occorrerà attendere ancora un bel po'. Che ne pensa?
"La civiltà di un Paese si misura dalla qualità e dall'efficienza degli ospedali, delle carceri e degli uffici giudiziari. E non mi riferisco solo alla qualità del capitale umano che ci lavora, ma anche all'aspetto prettamente edilizio. Una struttura gradevole, tecnologica, affidabile conquista la fiducia del cittadino e può essere anche da deterrente per chi delinque".
Poi però ci vuole anche il "materiale umano", non crede?
"Certo, e penso all'organico dei magistrati e forse ancor più dei cancellieri. Altrimenti è come saper fare il pane, ma poi non trovare nessuno che lo inforni. Oltretutto, la prenda come una provocazione, ma è una mia vecchia battaglia, se non si riesce a separare le carriere, separiamo almeno fisicamente gli uffici dei pm da quelli dei magistrati giudicanti. La giustizia ne guadagnerà in credibilità e il sistema capacità".
Una Cittadella della Giustizia per essere tale necessita anche di servizi di supporto adeguati. A Bari se n'è discusso per anni con il risultato di rinviare ancora. Meglio i centri storici delle città o le periferie?
"Sarebbe bello avere questi palazzi nelle aree centrali, ma conoscendo le nostre città, temo che i disagi sia per chi ci lavora che per gli utenti, sarebbero di gran lunga maggiori rispetto a un "Polo" collocato in una zona periferica. Un Tribunale è anche parcheggi, viabilità, facilità di accesso. Oltretutto si liberano i quartieri centrali dal caos e dall'inquinamento migliorando notevomente la qualità della vita dei residenti".
Quindi non ritiene che la Cittadella della Giustizia possa svolgere una funzione sociale per il territorio?
"Sì, ma soprattutto se è funzionale e funzionante, non se congestiona il quartiere e rende più complicato viverci".
Avvocato ma perché in Italia ci sono sempre tempi biblici per realizzare queste opere?
"Per i soggetti che stanno a monte. Perché siamo ancora un po' terzo mondo. Per l'iter degli appalti, con l'immancabile passaggio al Tar, le sospensive, il "sottobosco" che si muove su scelte che hanno una forte valenza politica. Si chieda perché le Prefetture - e lo dico col massimo rispetto - spesso sono in edifici lussuosi e arredati lussuosamente. Perché questa disparità tra i luoghi delle autorità amministrative e quelle giudiziarie?"
I Tribunali devono insomma essere riformati e non solo sotto l'aspetto legislativo ma anche architettonico?
"Sì, devono essere avanti con i tempi, moderni. E soprattutto inseriti in un contesto di arredo urbano confortevole e adeguato. I progettisti, gli architetti che disegnano un ufficio giudiziario, devono avere la cultura dell'arredo urbano. Per non parlare della ricerca del particolare. In Svizzera, per esempio, anche la collocazione in aula di pm, difensore e giudice è frutto di un'attenta pianificazione. Ma quella, appunto, è la Svizzera".
di Valentina Evelli
La Repubblica, 14 marzo 2021
"Sono entrato in carcere con un cellulare Nokia, quando sono uscito tutti usavano l'Iphone. Il tempo in cella rischia di fermarsi mentre il mondo va avanti". Per Roland Barkaj, albanese di 36 anni, il tempo nel carcere di Marassi non si è mai fermato. Ha trascorso due anni tra lezioni ed esami e domani si laureerà in Relazioni Internazionali a Scienze Politiche.
Sarà la prima laurea magistrale, e a distanza, per il Polo Universitario Penitenziario dell'Università di Genova dopo la prima laurea triennale di un detenuto in storia, nel 2019. Roland domani si collegherà da casa, ora è agli arresti domiciliari, in attesa della sentenza della Corte di Cassazione. "Ha saputo investire il tempo in carcere e mantenere il contatto con la società esterna che per un detenuto è fondamentale", spiega Massimo Roaro, dottore di ricerca in diritto e procedura penale, dal 2018 coordinatore dei tutor del Polo Universitario Penitenziario.
Domani mattina Roland presenterà la tesi "La rivoluzione digitale nell'amministrazione pubblica e nel sistema penitenziario" in cui analizza proprio il sistema obsoleto delle comunicazioni tra realtà carceraria e mondo esterno.
"Il Covid ha cambiato le regole dell'università anche dentro al carcere - continua il professor Roaro. Nell'aula di Marassi fino allo scorso anno i computer non erano collegati a internet per paura che i detenuti potessero riallacciare i contatti con l'esterno. Portavamo i materiali per lo studio su una chiavetta. Caricavamo anche Wikipedia da remoto".
Poi il lockdown ha sospeso tutto fino a giugno. Le lezioni non sono più riprese. Gli studenti seguono i corsi registrati ma ora nell'aula del carcere, possono connettersi su Google Meets per i ricevimenti anche in gruppi di cinque allievi, grazie a un poliziotto penitenziario che gestisce i collegamenti on line. E tra gli ultimi docenti a entrare in carcere lo scorso anno c'era anche Andrea Pirni, professore di Sociologia dello sviluppo che ha seguito Roland in questi mesi.
"Dietro questa tesi c'è un anno di lavoro. Ho rincontrato Roland qualche volta in carcere e poi abbiamo continuato a distanza, su Skype - ricorda il docente - Ho ritrovato uno studente che mi aveva già chiesto di portarlo alla laurea cinque anni prima con una tesi già pronta, lo ricordavo appena. Mi ha colpito molto rincontrarlo lì, è una persona vivace dal punto di vista intellettuale, ha investito il tempo che aveva in una nuova sfida. E se subito ognuno era fermo sul proprio ruolo con il tempo il rapporto è cambiato, si è ammorbidito".
La vecchia tesi di Roland è stata cambiata completamente con un nuovo elaborato partendo dalla sua esperienza personale. E la storia di Roland non è un caso isolato. I detenuti iscritti al Polo Universitario Penitenziario dell'Università di Genova, attivo dal 2016, attualmente sono 27 (venti a Marassi e sette a Pontedecimo) e un altro dottore è atteso per l'estate. Toccherà a Giacinto Pino, il boss di Soziglia, laurearsi in Scienze Politiche dell'Amministrazione.
di Sara Pasino
malpensa24.it, 14 marzo 2021
"Una cooperativa nata proprio in Valle Olona per dare una possibilità di rinascita a persone che sono arrivate al capolinea della propria vita". Così il cappellano del carcere di Busto Arsizio, don David Riboldi il prossimo mercoledì 17 marzo presenterà l'associazione La Valle di Ezechiele ai cittadini gorlesi per sensibilizzarli sul tema e intercettare aiuti in una serata dedicata al tema della "Carità all'opera".
"Siamo molto contenti di poter avere virtualmente con noi don David che ha fondato la Cooperativa La Valle di Ezechiele: una realtà da anni attiva sul territorio della Valle Olona, dove è appunto nata", ha annunciato sui social il sindaco di Gorla Maggiore, Pietro Zappamiglio. Un annuncio arrivato da Facebook, proprio perché su questa piattaforma si svolgerà l'incontro, rigorosamente online, dal momento che da domani, lunedì 15 marzo, la Lombardia sarà in zona rossa.
Una realtà a noi vicina - "Spesso pensiamo che i detenuti o le persone che hanno scontato delle pene in carcere siano una realtà molto lontana da noi. Ma non è così", ha esordito don David Riboldi. "Pensandoci bene potremmo accorgerci che anche nelle nostre vite, nei nostri quartieri e paesi ci sono persone che stanno affrontando periodi difficili. È proprio a loro che si rivolge la nostra cooperativa".
Aiutateci ad aiutare - La Valle di Ezechiele, infatti, nasce con l'intento di dare una seconda possibilità a tutti coloro che sono in uscita dalla detenzione, cercando e offrendo opportunità di lavoro. "Speriamo che questo incontro in diretta possa aiutarvi a capire il bene che cerchiamo di fare e chissà, magari qualcuno vorrà unirsi a noi", conclude il parroco, ringraziando l'amministrazione di Fare Comune per l'invito. La diretta si svolgerà mercoledì 17 marzo sulla pagina Facebook Pietro Zappamiglio Sindaco di Gorla Maggiore.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 14 marzo 2021
La ministra ha preferito il fermo amministrativo al sequestro: meno mediatico, più efficace. Durante il Conte 2 si è giunti allo stop in contemporanea di 7 battelli umanitari. L'ultimo rapporto dell'agenzia europea Frontex continua a stigmatizzarne il "ruolo vitale" nei flussi migratori del Mediterraneo centrale. E le Procure siciliane si sono rimesse in moto contro di loro. Di qua legalitarismo e realismo, di là umanitarismo e compassione, in mezzo accuse di interessi privati e speculazioni politiche: quella sulle navi Ong è una battaglia mai finita.
Il bilancio - Anzi, grafici alla mano, si scopre che è stata ingaggiata più da Luciana Lamorgese che da Matteo Salvini, sia pure con mezzi diversi. Stando ai dati del ricercatore Matteo Villa dell'Ispi, durante la permanenza al Viminale della ministra nel governo Conte 2, si è arrivati al blocco contemporaneo di sette battelli delle Organizzazioni non governative tra il 9 ottobre e il 21 dicembre 2020 (Jugend Rettet, Sea Watch3, Sea Watch4, Eleonore, Alan Kurdi, Ocean Viking e Louise Michel); mentre nell'estate 2019, periodo di massimo attivismo in materia del leader leghista all'Interno, non si è mai andati oltre le quattro navi Ong ferme. L'ammiraglio in congedo Vittorio Alessandro, portavoce della Guardia Costiera al tempo dell'operazione Mare Nostrum, sostiene che "la linea di Salvini, da lui soltanto declamata, è stata pressoché rispettata anche dopo la conclusione del suo mandato al ministero".
Fermo amministrativo - Giusto o sbagliato che sia, un elemento balza agli occhi. Fino a settembre 2019 (data di nascita del Conte 2 con l'avvicendamento tra Salvini e Lamorgese) contro le navi umanitarie si usava il sequestro penale, derivante dall'imputazione di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina (vigente il decreto Sicurezza 2). Dalla primavera 2020 in poi questa misura viene sostituita dal fermo amministrativo della nave, che tocca la Alan Kurdi e la Alta Mari a maggio-giugno, la Sea Watch3 e la Ocean Viking a luglio, la Sea Watch4 a settembre, di nuovo la Alan Kurdi e poi la Louise Michel a ottobre.
È come se si passasse da una repressione politico-giudiziaria con Salvini a una dissuasione burocratica più serrata con Lamorgese. Un mutamento che potrebbe spiegarsi anche con i diversi profili: tutto mediatico Salvini, portato a enfatizzare a uso tv i blocchi in mare; tutta tecnica Lamorgese, incline alla sordina delle prefetture e delle capitanerie di porto.
La ministra, rimasta al suo posto pure con Draghi anche grazie all'apprezzamento del Quirinale, da settembre 2019 si è trovata nella necessità di raffreddare un terreno arroventato. E, durante il Conte 2, di conciliare le istanze di una sinistra decisa a cancellare la policy leghista con quelle dei Cinque stelle assai riottosi a farlo, avendovi contribuito non poco da alleati. Con Salvini, inoltre, le Ong sono rimaste attive in mare 67 giorni e hanno atteso 263 giorni davanti alle coste italiane l'assegnazione di un Pos (un posto di sbarco sicuro); con Lamorgese sono state in mare 289 giorni e sono rimaste in attesa di Pos per 157 giorni. Non sarebbe onesto non marcare le differenze.
I diritti - Nonostante ciò, la ministra non è molto più amata del suo predecessore da chi si batte ogni giorno per strappare al mare i profughi. E l'uso del fermo amministrativo è molto controverso. Il provvedimento si regge di volta in volta sulla contestazione di irregolarità tecniche, trattando i battelli umanitari alla stregua di navi commerciali: "Come se il comandante di una nave impegnata in ricerca e soccorso potesse decidere a un certo punto di interrompere le attività di salvataggio perché a bordo non si trovano in misura adeguata giubbetti salvagente, servizi igienici con scarichi a norma o zattere preinstallate con gli attacchi omologati a un numero di persone corrispondente a quello dei naufraghi...", osserva l'avvocato Fulvio Vassallo Paleologo, di Adif (Associazione diritti e frontiere).
Il Tar siciliano ha appena accolto l'istanza dei legali di un'altra associazione immigrazionista, l'Asgi, per la sospensiva cautelare del fermo amministrativo di Sea Watch4. Ma se vacilla la strategia burocratica, torna in auge quella giudiziaria. Le immagini allegate dalla Procura di Trapani al fascicolo di chiusura indagine sulla nave Vos Hestia, con scafisti che picchiano i migranti davanti ai volontari e poi se ne vanno tranquilli a spasso per il porto di Reggio Calabria, sembrano raccontare un rapporto di contiguità che può sconfinare nella sudditanza.
Ed è inquietante l'accusa della Procura di Ragusa contro Mare Jonio: avere incassato soldi per prendere a bordo profughi dalla petroliera Etienne. Teste a Catania per il caso Gregoretti che vede Salvini imputato, la ministra Lamorgese ha spiegato come le navi umanitarie in acque libiche non tornino subito indietro a ogni soccorso, "a volte si fermano anche tre o quattro giorni per recuperare il più possibile quelli che sono in difficoltà".
Le archiviazioni - Una dichiarazione neutra, che ha però ridato la stura alla narrazione dei "taxi del mare", nata con Luigi Di Maio quando il procuratore catanese Carmelo Zuccaro puntava l'indice contro i volontari nelle indagini e nei talk show. Attendendo i processi, va preso atto, per ora, delle professioni di innocenza delle Ong coinvolte, che parlano di "nuove campagne di fango": ricordando che, di una ventina di inchieste aperte negli anni, cinque sono state archiviate e nessuna ha mai prodotto finora una condanna. È anche vero, tuttavia, che il pull factor, il fattore di traino che le navi avrebbero sulle partenze dalla Libia, inesistente secondo l'Ispi tra gennaio 2019 e luglio 2020 (56 partenze al giorno con le Ong in mare e 55 senza), si è fatto sentire a gennaio e febbraio di quest'anno: con 150 partenze giornaliere contro 50, a seconda della presenza delle navi, benché sia presto per valutare il trend. Marco Minniti, che da ministro pd riuscì ad abbattere gli sbarchi quasi dell'80% tra giugno 2017 e giugno 2018 tramite i pur contestati accordi con le tribù libiche, ora si occupa di Mediterraneo, Africa e Medio Oriente dalla fondazione Med-or di Leonardo.
Sostiene che bisogna allargare lo sguardo, "l'immigrazione è un pezzo del piano di ricostruzione della Libia" per il quale l'Europa dovrebbe stanziare "due miliardi subito". In questo quadro, anche il ruolo delle Ong potrebbe tornare a ridursi: se Mare Nostrum salvò l'onore dell'Italia, navi Ue davanti alle coste libiche potrebbero almeno rammendare quello dell'Europa.
di Carlo Lucarelli
La Repubblica, 14 marzo 2021
La lotta contro questi reati ha fatto passi avanti. Ma manca ancora una rivoluzione culturale. "C.C., di anni 23, è vittima di stalking da quando aveva 15 anni. Il suo persecutore, G.S., di anni 27, l'ha adocchiata nel 2009 e, non essendo mai stato corrisposto nei suoi sentimenti, l'ha pedinata, tormentata tramite i social network, le ha inviato migliaia di messaggi e decine di video a contenuto pornografico, l'ha continuamente ed esplicitamente minacciata di violenza sessuale e in alcune occasioni l'ha anche avvicinata fisicamente, con poco successo perché la giovane, ormai da 8 anni, è sempre e necessariamente scortata dal padre nei suoi spostamenti".
Ho la fortuna di fare tante cose e anche molto belle, e una di quelle che più mi piacciono è lavorare per la Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati. Stanziamo dei fondi, molto in fretta, per aiutare chi si trova in difficoltà, con la logica che i risarcimenti arriveranno dopo tanti anni e l'assassino, per esempio, finirà in galera; ma intanto la moglie del tabaccaio ucciso in una rapina la spesa la deve fare fin dal giorno dopo. O la moglie vittima di violenza con i figli pagare l'affitto di un posto in cui stare. O i bambini resi orfani da un omicidio-suicidio affidati alla nonna avere una terapia di sostegno che costa un po' di più. O, tutti, hanno bisogno anche solo di un segno di solidarietà. Così arrivano da parte dei sindaci richieste come quella di C.C., arrivataci nel 2017, che sto citando letteralmente.
"In questi lunghi anni C. ha querelato più e più volte lo stalker, il quale è stato ripetutamente condannato. I periodi di effettiva detenzione sono stati molto ridotti in quanto, trattandosi di reati fin troppo dimostrati, il difensore ha sempre chiesto il rito abbreviato e questo ha assicurato uno sconto di pena. Nessun provvedimento giudiziario è mai riuscito a fermarlo. I divieti di avvicinamento sono sempre stati ignorati, tanto che le sentenze di condanna constatano l'incapacità di G. a riconoscere la gravità delle sue azioni e la sua pericolosità sociale".
Abbiamo fatto grandi passi dal punto di vista giudiziario e anche da quello della preparazione professionale delle forze dell'ordine nel campo della violenza di genere da quando non esistevano parole come femminicidio, e quello che poi sarebbe diventatato il reato di stalking si rarefaceva in una nebulosa di mi telefona, mi segue, mi minaccia a cui corrispondeva spesso un rassicurante cosa vuole che sia, gli passerà. Succede ancora, certo, e lo abbiamo visto anche di recente. Ma anche quando le cose funzionano bene, evidentemente ancora non basta.
"Attualmente G.S. è detenuto in misura cautelare ma la sua scarcerazione è imminente. C.C. ha 23 anni e ha ancora paura".
Forse perché gli strumenti giudiziari e polizieschi, pur in una continua, necessaria e sempre più decisa evoluzione, non basteranno mai da soli se non esisterà anche una cultura della non-violenza di genere che parte prima di tutto dagli uomini. Forse.
Alla fine, esaminato il caso di C.C., abbiamo stanziato dei fondi per aiutarla, come richiesto nell'istanza, a ricostruire la sua vita. All'estero. Per mettere più distanza possibile tra lei e G.S., evitando così un sicuro, prossimo, ennesimo femminicidio. E questa è una sconfitta di tutta la società, che fa di questa vicenda, anche se un po' diversa da quelle che di solito narro qui, davvero una brutta storia.
di Federico Rampini
La Repubblica, 14 marzo 2021
E i repubblicani attaccano il presidente: "Ha istigato il boom degli arrivi". Si aggrava la crisi al confine col Messico e Joe Biden mobilita la protezione civile per occuparsi degli immigrati minorenni arrestati. L'emergenza migratoria apre un altro fronte per la nuova Amministrazione democratica alle prese con il Covid. Diventa anche un caso politico: l'opposizione repubblicana accusa il presidente di avere istigato il boom negli arrivi, con l'annuncio di un disegno di legge per una sanatoria degli immigrati senza permesso di soggiorno che sono già sul territorio degli Stati Uniti.
Da due mesi si registra un crescendo negli ingressi dal Messico, e in parallelo continuano ad aumentare gli arresti effettuati dalla polizia di frontiera. Nel mese di febbraio sono stati arrestati centomila immigrati subito dopo aver attraversato il confine, e si stima che a marzo il numero raggiungerà i 130.000. In certi casi si tratta di minori che passano la frontiera senza i genitori, solo negli ultimi giorni ne sono stati arrestati 700.
Un forte afflusso accadde durante l'Amministrazione Obama-Biden nel 2014 e fu allora che vennero creati centri di detenzione per minori in alcune basi militari vicine al confine. In seguito la prassi della separazione dei minorenni venne portata avanti durante l'Amministrazione Trump e fu contestata dai democratici. L'intervento della protezione civile può servire a creare nuovi centri sotto la gestione di personale civile. La pandemia ha ulteriormente complicato la situazione al confine: da un lato le restrizioni sanitarie hanno aumentato i respingimenti alla frontiera, d'altro lato il contagio si diffonde nei centri di detenzione affollati. La legge impone di assegnare entro 90 giorni un "tutore" ai minorenni arrestati, ma non sempre si riesce a rintracciare un genitore o altro parente.
L'emergenza è acuta soprattutto al confine fra Messico e Texas nella Valle del Rio Grande. Il governatore repubblicano del Texas Greg Abbott è in prima linea nel contestare la sanatoria proposta da Biden. Il boom d'ingressi clandestini è stato denunciato anche da Donald Trump, e può diventare uno dei temi della campagna elettorale in vista delle prossime legislative di mid-term (novembre 2022) dove la destra punta a riconquistare la maggioranza in uno dei rami del Congresso.
di Luca Liverani
Avvenire, 14 marzo 2021
Rapporto di ActionAid: in 5 anni l'Italia ha speso 1,33 mld per bloccare rotte e respingere, solo 15 milioni (1,3%) per vie legali d'accesso. "Nulla sul ruolo di multinazionali, land-grabbing, armi".
Un fiume di soldi pubblici, italiani ed europei, per sbarrare le rotte migratorie in Africa e attrezzare polizie e milizie al contrasto e alla cattura dei migranti. Una fetta minore per progetti di cooperazione allo sviluppo, non sempre verificati nella loro l'efficacia. Briciole per gestire vie legali di ingresso. Tra il 2025 e il 2020 l'Italia ha stanziato 1 miliardo e 337 milioni di euro per azioni esterne di politica migratoria in 25 paesi africani, finalizzate a fermare i flussi in entrata. Il 70% per il contrasto, l'1,3% per gli ingressi legali. Politiche fortemente sbilanciate su un approccio securitario, che non solo risulta poco efficace, ma fortemente lesivo dei diritti delle persone.
È l'analisi che emerge dall'inchiesta di ActionAid, l'organizzazione internazionale impegnata nel contrasto della povertà e per lo sviluppo. Lo studio, intitolato The Big Wall (il grande muro) per la prima volta cerca di quantificare la spesa complessiva italiana per il contrasto all'immigrazione. Tra gennaio 2015 e novembre 2020 i ricercatori hanno rintracciato 317 linee di finanziamento gestite dall'Italia con fondi propri, 791 milioni, ed europei, altri 545.
Come sono stati spesi? La metà, 666 milioni per controllare le frontiere esterne, 142 per lottare contro il traffico di migranti, 64 per rimpatri. Poi 146 per sostenere gli stati partner, 194 per alternative economiche nei paesi africani, 92 per proteggere migranti e rifugiati, 14 per sensibilizzare sui rischi delle migrazioni irregolari. Solo 15 per creare vie legali per raggiungere l'Italia.
"Ci sono satelliti, droni, navi, progetti di cooperazione, posti di polizia, voli di rimpatrio, centri di formazione. Sono mattoni di un muro invisibile ma tangibile - si legge nella ricerca di ActionAid - e spesso violento. Innalzato dal 2015 in poi, grazie a oltre un miliardo di denaro pubblico, con un unico obiettivo: azzerare quei movimenti via mare, dal Nord Africa all'Italia, che nel 2015 avevano fatto gridare alla crisi dei rifugiati".
Un muro poco efficace, ma costosissimo. Nel quinquennio esaminato abbiamo speso 210 milioni di euro solo in Libia, dove sono documentate violenze sistematiche da parte delle milizie attrezzate con i soldi dei contribuenti italiani, e poi 99 in Niger, 57 in Sudan, 54 in Etiopia, 40 in Senegal, altrettanti in Tunisia. E decine e decine di milioni in altri 19 paesi africani. Il risultato? Almeno 13 mila morti affogati nella traversata, altri 523 mila arrivati via mare. Senza contare le migliaia di persone torturate e morte nei centri di detenzione libici.
Le scelte politiche in Libia, avviate dall'allora ministro dell'Interno Marco Minniti, sono il caso più eclatante. "Si cercava un risultato immediato e si è perso di vista il quadro generale, sacrificando la pace sull'altare della lotta alle migrazioni, quando la Libia era in pezzi, nelle mani delle milizie che ci tenevano in ostaggio", è l'analisi dell'ex viceministro degli Esteri Mario Giro. L'attivista libica Marmwa Mohamed sottolinea che fondi e interventi "erogati senza nessuna reale clausola di rispetto dei diritti umani, hanno frammentato ancora di più il Paese, perché intercettati dalle stesse milizie che gestiscono sia il traffico dei migranti che i centri di detenzione, come quella di Abd el-Rahman al-Milad, noto come "al-Bija".
Niente clausole sui diritti umani nei finanziamenti al contrasto delle migrazioni irregolari, dunque. Ma nemmeno sull'effettiva riduzione delle partenze nei progetti di cooperazione allo sviluppo. In un singolo programma finalizzato alla riduzione della migrazione dall'Etiopia, ad esempio, da 19,8 milioni di euro, secondo i ricercatori non "appare nessun indicatore dei risultati attesi". Insomma, "si ammette implicitamente che non c'è modo di verificare che quell'obiettivo sia raggiunto. Che cioè il giovane formato per l'avvio di una micro-impresa nella zona di Wollo, per esempio, sia un migrante in meno".
In tutto ciò manca il minimo tentativo di incidere sulle cause profonde e strutturali della povertà. Bram Fouws, direttore del Mixed migration center, sottolinea come in questa dispendiosa e disinvolta strategia italiana non si mettano mai in discussione, ad esempio, gli accordi internazionali per la pesca che danneggiano le comunità locali, né tantomeno quelli di accaparramento di terre da parte di speculatori (il landgrabbing delle multinazionali, ndr), di grandi opere o di corruzione e di vendita di armi, ma di una generica vulnerabilità economica e della scarsa stabilità degli stati.
Alzare muri dunque non arresta le migrazioni, sostiene la ricerca, ma le rende ingestibili e pericolose. Un esempio? Nel 2007 l'Italia emanò un Decreto flussi da 340 mila visti d'ingresso legali, per metà stagionali. Nessuno o quasi gridò all'"invasione". Dieci anni dopo quei visti per lavoro erano stati ridotti drasticamente a 30 mila, mentre dal Mediterraneo arrivarono 119 mila persone, un numero che sembrò spropositato, quando era circa un terzo del Decreto flussi di qualche anno prima. I demografi da anni ripetono che l'Italia in crisi di nascite ha bisogno di forze giovani. "Per decenni il Giappone ha avuto politiche migratorie molto restrittive - spiega Helen Dempster, economista del Center for global Development - ma negli ultimi anni si è reso conto che, con il suo tasso d'invecchiamento, presto non avrà più persone per svolgere lavori fondamentali, pagare le tasse e quindi finanziare le pensioni". E dall'aprile 2019 ha iniziato ad accettare domande di visto per lavoro, sperando di attirare 500 mila lavoratori stranieri.
di Rosita Rijtano
lavialibera.libera.it, 13 marzo 2021
Quattro i procedimenti che riguardano violenze successive alle rivolte esplose un anno fa. Indagini anche su episodi avvenuti tra il 2017 e il 2020 a Torino, Monza e Palermo. Ore 3.30 del mattino, sezione di alta sicurezza del carcere di Melfi. Un gruppo di agenti di polizia penitenziaria entra nelle celle, ammanetta i detenuti, li fa inginocchiare e li picchia. Usa i manganelli e mira alla testa e al volto.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 marzo 2021
Nel XVII rapporto dell'associazione Antigone uno dei capitoli è dedicato proprio agli istituti dove non vi sono luoghi per i riti dei culti non cattolici. Negli 79,5% degli istituti monitorati da Antigone nel corso dell'ultimo anno non era presente alcuno spazio dedicato esclusivamente alla celebrazione di culti diversi da quello cattolico. In tutti gli istituti visitati (e anche in quelli non visitati) erano invece presenti degli spazi appositi per la celebrazione del culto cattolico.
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