di Giovanni Iozzoli
napolimonitor.it, 16 marzo 2021
È passato un anno, ma la percezione di un tempo morto, cristallizzato, che non vuole passare, si avverte pesante nell'aria. È la sensazione abituale di chi trascorre in cella lunghi anni, ma oggi è comune a molti, nella operosa cittadina emiliana.
Questo marzo 2021 somiglia parecchio a quello 2020: stessa zona rossa, stesso spettrale deja-vu, stessa onnipresenza di divise - senza attesa o tensione, però, come fu nel primo lockdown, solo stanchezza e scoramento.
Come se tutta la città fosse rannicchiata sulla branda di una cella, a contemplare l'assenza di futuro. Eppure è passato già un anno. Era il pomeriggio dell'8 marzo 2020, quello in cui tutta la città vide il fumo di Sant'Anna arrampicarsi lento in cielo, come la corda di un fachiro; il pomeriggio maledetto che si lasciò dietro una scia di nove cadaveri.
Un anno in cui l'istituzione carcere ha provato in ogni modo ad auto-assolversi: subito con le versioni di comodo (il primo decesso constatato era già ufficialmente "morto di overdose", prima ancora che si capisse cosa diavolo stesse succedendo dietro quelle mura); poi con le farneticazioni di un ministro che urlava al "complotto mafioso" per giustificare l'inspiegabile; poi con il silenzio tombale; oggi, con la tronfia esibizione di muscoli e richieste di archiviazione.
Un comitato, uno tra i diversi organismi sorti in Italia dopo il ciclo dell'8 marzo, si è costituito a Modena nei mesi scorsi per reclamare "verità e giustizia per la strage di Sant'Anna". E l'anniversario - ricordato domenica 7, con un presidio davanti alla Casa Circondariale - doveva essere un passaggio forte del suo lavoro di controinformazione e controinchiesta.
L'iniziativa c'è stata e ha fatto registrare molti elementi positivi, di ricchezza umana e politica - nonostante il momento non potesse essere più infausto. La zona rossa in città ha provocato molte diserzioni e ha svuotato le strade. Quindi, alla fine, quel che si è messo in piedi, è stato oggettivamente importante e in salutare controtendenza.
Il comitato sta cercando di evitare che la ferita "si cicatrizzi", sforzandosi di tenere aperta la questione, continuando a sollevare domande, raccogliendo testimonianze - e lo sta facendo egregiamente, con iniziative, con la pubblicazione di un dossier, la costruzione di relazioni con i familiari dei detenuti e con gli avvocati, in un grosso impegno di messa in rete di ciò che si sa davvero dell'8 marzo modenese. Quello che il comitato non è riuscito a innescare - oggettivamente - è il coinvolgimento della città, o almeno di un qualche suo segmento civile.
Si badi bene, questa constatazione va misurata con tutte le attenuanti della fase maledetta che stiamo attraversando, che non è solo "il Covid", ma l'accettazione passiva di ogni restrizione, l'affidamento "al governo", qualunque esso sia; una specie di resa collettiva in cui la gente stremata e confusa si consegna mani e piedi a qualsiasi potere sia in grado di garantire un po' di reddito o di vaccino.
Ma, al di là di questa misera condizione, tutti i partecipanti al presidio - che pure avevano scelto un profilo aperto, non militante - hanno avuto l'impressione della loro estraneità al tessuto profondo della città. L'indifferenza per il carcere e l'odio per i suoi ospiti, sono ormai incancreniti sotto la pelle della normalità "democratica". Anni e anni di ideologie securitarie hanno annichilito non solo la tenuta civile e costituzionale della coscienza popolare, ma l'hanno abbrutita sul piano umano, hanno portato il normale cittadino - della pacifica comunità padana - a costituire una ideale tribù degli onesti, dei giusti, dei regolari, dal cui perimetro fortificato scagliare odio verso quelli dell'altra tribù - i malviventi, gli attentatori della proprietà, gli usurpatori, i frequentatori di negozi etnici e celle italiche. Una postura clanistica, tribale, una specie di ritorno all'arcaico, dietro le vetrine del politicamente corretto e della buona cittadinanza.
Come fare, nel prossimo futuro, a spostare un pezzo - anche un pezzettino - di questa comunità confusa e rancorosa, in direzione del suo carcere, sarà la scommessa del comitato nei prossimi mesi. Archiviazioni (come quelle richieste dalla procura di Modena per otto dei nove morti) o assoluzioni sommarie (vedi il discorso del procuratore generale della Cassazione all'aperura dell'anno giudiziario), non aiuteranno. Ma tanto la verità non verrà certo fuori dalle aule dei tribunali.
Pier Paolo Pasolini non è alle toghe che si appellava, quando con il suo "io so", spiegava il senso della distinzione tra verità storica e verità giudiziaria. Spesso la ricerca estenuante della "giusta sentenza", ha sterilizzato il senso politico delle grandi tragedie italiane - la chiave di lettura generale, che non ha bisogno di indizi, referti o autopsie.
Ma non è solo la città "perbene" a rifiutare ogni assunzione di responsabilità verso una realtà che sente estranea - come una discarica e molto più di un canile.
Anche il micro-mondo sopravvissuto della sinistra assume un atteggiamento ostile, scettico, eccessivamente prudente. Come se il tema carcere fosse circoscritto da una barriera elettrificata. Molti hanno borbottato tra i denti: si va bene, il carcere, la Costituzione, i morti dell'8 marzo; ma come si fa a parlare di queste cose mentre la gente pensa solo al Covid?
Già come si fa? E come si faceva prima? Un anno o due o tre o dieci anni fa, quando "la gente" non era distratta dai problemi sanitari, ma da quelli ordinari di ogni società complessa? Perché neanche allora se ne parlava? Perché c'è sempre qualche altra priorità che ci inibisce, ci devia? Qual è il male oscuro che ci fa rimuovere sempre dal nostro orizzonte il tema della reclusione?
Un episodio rende il senso del ritardo con cui i movimenti stanno affrontando questa impresa. Nel corso del presidio modenese, alla lettura dei nomi dei nove morti, una donna ha chiesto il microfono urlando: avete dimenticato un nome, quello di mio figlio. Gli organizzatori, un po' disorientati, l'hanno lasciata parlare, nessuno la conosceva. È la madre di un detenuto ufficialmente suicida - secondo lei assassinato dentro quel carcere - un anno prima delle rivolte di marzo.
Nessuno dei presenti lo aveva sentito nominare. È una delle piccole insignificanti vite che ogni anno si spengono tra le mura dei penitenziari italiani - per disperazione, mancanza di cure, spesso per brutalità del sistema. Quella donna era venuta a ricordare ai presenti che di galera si moriva anche prima dell'8 marzo, e che se le nove vittime della rivolta avevano almeno visto il loro nome stampato su qualche giornale, delle altre centinaia di vite inghiottite dal moloch-carcere non si sa nulla. Forse le rivolte italiane di un anno fa possono rappresentare un'occasione. Per tutti noi.
Gazzetta del Mezzogiorno, 16 marzo 2021
Aveva 63 anni ed era affetto da un male incurabile. È morto oggi all'alba il boss tarantino Riccardo Modeo, di 63 anni, storico boss della mala tarantina, condannato a 4 ergastoli. Era affetto da un male incurabile e dopo aver trascorso 30 anni in carcere una decina di giorni fa era stato prima ricoverato nel reparto oncologico dell'ospedale Moscati e poi aveva ottenuto la possibilità di trascorrere la detenzione ai domiciliari, in casa di una sorella.
Riccardo Modeo, insieme ai fratelli Claudio e Gianfranco, fece parte di uno dei clan protagonista della guerra di mala che insanguinò Taranto a cavallo tra gli anni 80 e 90. Il suo legale, l'avvocato Maria Letizia Serra, si era battuto affinché il suo assistito ottenesse gli arresti domiciliari in una struttura sanitaria. Modeo fu arrestato agli inizia degli anni Novanta nel blitz Ellesponto sfociato nel grande processo alla criminalità tarantina, che ha ricostruito la saga dei fratelli Modeo, il traffico di droga, il racket delle estorsioni, gli omicidi a catena soprattutto all'interno di formazioni prima alleate e poi nemiche dell'organizzazione madre. L'inchiesta "Ellesponto" ha ricostruito il filo rosso-sangue della memoria. Almeno un centinaio di morti ammazzati, l'era criminale più cruenta che Taranto possa ricordare. Il processo è andato in archivio con 13 ergastoli ed altre 71 condanne per circa mille anni di carcere.
di Simone Innocenti
Corriere Fiorentino, 16 marzo 2021
Sparò nel suo negozio di gomme nel 2018. Ora l'archiviazione. Il gip di Arezzo Fabio Lombardo, ha archiviato le accuse contestate a Fredy Pacini, il gommista 60enne di Monte San Savino (Arezzo) che il 28 novembre 2018 uccise Vitalie Tonjoc Mircea, 29 anni, moldavo, entrato nella sua rivendita con altre persone per commettere un furto. "È ragionevole ritenere che il Pacini si sia convinto di essere in pericolo dopo aver visto i ladri entrare nel capannone precludendogli l'unica via di fuga - scrive il giudice nel suo dispositivo di 8 pagine. (...) È ragionevole che il Pacini possa essere prefigurato che, di lì a poco, si sarebbe potuto trovare in serio pericolo di vita e che abbia temuto per la propria incolumità".
L'archiviazione per Fredy Pacini, che arriva dopo che due volte era stata negata, era stata chiesta per la terza volta dal procuratore di Arezzo Roberto Rossi che aveva ereditato l'inchiesta dal pm Andrea Claudiani, nel frattempo trasferito per altro incarico. "È la fine di un incubo", ha detto Pacini al suo legale Alessandra Cheli.
L'uomo, che in passato aveva subito trentotto furti nel suo negozio, quella notte si trovava all'interno del capannone quando fu svegliato da alcuni rumori: in quel momento il moldavo aveva rotto una vetrata per entrare nel negozio di gomme. Pacini sparò cinque colpi. Due andarono a segno: Mircea fu colpito a una coscia e a un ginocchio per poi cadere rovinosamente a terra, battendo violentemente la testa. "Ho mirato alla persona ma avendo come unica intenzione quello di impaurirlo per mandarlo via", aveva detto a verbale Pacini.
"Non può escludersi al di là di ogni ragionevole dubbio che il proiettile mortale (quello che colpì alla coscia) dal basso verso l'alto sia in realtà quello che rimbalzò sulla pavimentazione dell'officina", ha scritto il giudice che ha analizzato le perizie balistiche e il lavoro investigativo dei carabinieri del Reparto operativo del Comando provinciale di Arezzo. Il gip ha applicato la nuova legge sulla legittima difesa che esclude la punibilità di chi commette gesti di questo tipo per salvaguardare la propria incolumità in uno "stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto".
"Una bella notizia ogni tanto! Grazie alla nuova legge sulla legittima difesa voluta dalla Lega è stato archiviato il caso di Fredy Pacini che si difese nella sua azienda - bersagliata dai furti - sparando e purtroppo uccidendo un ladro", ha detto il leader della Lega, Matteo Salvini.
"Dopo quasi tre anni finisce l'incubo giudiziario, sono davvero felice per Fredy e i suoi cari, spero di poter tornare presto a trovarli e abbracciarli: giustizia è fatta!", ha concluso il segretario nazionale della Lega che all'epoca dei fatti era ministro dell'Interno.
"Si conclude nel migliore dei modi l'odissea giudiziaria di Fredy Pacini. Per noi la difesa è sempre legittima!", commenta anche l'europarlamentare Susanna Ceccardi (Lega). "Un anno fa lo incontrai per mostrargli tutta la mia solidarietà per quanto stava vivendo. La difesa è sempre legittima", scrive su Facebook il presidente di FdI, Giorgia Meloni.
di Carlo Baroni
La Nazione, 16 marzo 2021
Il garante, avvocato Marchesi: "La risposta della Regione Toscana alle nostre richiesta è stata rapida". Riaperta la sezione femminile.
Il carcere Don Bosco di Pisa è Covid free. E tra questa e la prossima settimana dovrebbero iniziare le vaccinazioni. Iniziando dal personale, agenti di polizia penitenziaria e funzionari che hanno i contatti con l'esterno e che potenzialmente, nonostante le misure attivate per il contenimento della pandemia, potrebbero portare dentro le mura della casa circondariale il virus. Peraltro il Don Bosco ha riaperto nelle settimane scorse la sezione femminile che era chiusa da circa due anni per lavori di ristrutturazione. Della situazione complessiva ne parliamo con l'avvocato Alberto Marchesi, garante dei detenuti.
Avvocato la vaccinazione dovrebbe essere questione di giorni...
"I garanti di tutti gli istituti hanno chiesto il vaccino e dobbiamo sottolineare che la risposta della Regione Toscana è stata immediatamente positiva inserendo la popolazione carceraria nella fascia di estrema fragilità. Ci è stato comunicato dal presidente del consiglio regionale Antonio Mazzeo che la vaccinazione, carcere per carcere, inizierà a breve compatibilmente con la disponibilità di dosi".
Quanto sta pesando la pandemia sulla vita dei detenuti?
"Tantissimo. I colloqui sono sospesi, anche se sono state aumentate le video chiamate. Poi, appunto, il timore del contagio da Covid: siamo in un carcere senza celle singole, con spazi molto ridotti, poche aree all'aperto. Le restrizioni pesano molto: siamo nella zona che più rossa non si può".
C'è poi la questione del sovraffollamento...
"Questione annosa. La capienza massima del carcere di Pisa è 198 detenuti. Oggi sono 257. Nessun positivo al Coronavirus. E non è così ovunque. Il carcere di Volterra insegna. In Toscana ad oggi ci sono 63 detenuti positivi di cui 57 a Volterra".
Il quadro è costantemente monitorato?
"Certo, tutte le settimane abbiamo un report dettagliato. Il Covid, ricordiamo, è entrato solo nella prima fase della pandemia, nella scorsa primavera. Se il contagio entra in un carcere è un disastro. Qui a Pisa la struttura si è organizzata anche per isolare quei soggetti che dovessero risultare positivi. La vaccinazione, comunque, è il passo determinante".
Come verrà organizzata la vaccinazione?
"Sarà l'Asl ad organizzarla. Ma diciamo che Don Bosco avendo un centro clinico può fare tutto internamente creando un percorso vaccinale efficiente e sicuro. Si comincerà appunto dal personale (219 unità). Per i nuovi ingressi inizialmente faranno l'isolamento fiduciario e tampone e nel proseguo, poi, saranno vaccinati anche loro".
La sezione femminile è già attiva?
"Sì. Si tratta di una piccola sezione con 25 posti. Ma le prime detenuti che erano in altre strutture sono già rientrate. La sezione è stata completamente ristrutturata ed adeguata alle esigenze. Verteva in condizioni davvero precarie".
primavercelli.it, 16 marzo 2021
Situazione intollerabile. Nursing Up "Anni di appelli a tutte le istituzioni caduti nel vuoto. L'Asl è totalmente assente. Come si può continuare così?". Nessuna risposta da parte delle istituzioni coinvolte (Comune, Asl Vercelli o Regione), all'ultimo appello pubblico di Nursing Up, sindacato degli infermieri italiani, sulla insostenibile situazione che va avanti da anni nel carcere di Vercelli: solo uno per turno su 370 detenuti mediamente presenti.
Come risaputo la capienza massima ufficiale del Carcere di Billiemme è di 230 detenuti mentre sono mediamente presenti ben 370 persone. È assurdo pensare che un solo infermiere in servizio, e quasi sempre è così, debba sopperire alle necessità di cura di tutte queste persone; considerando che l'80% circa sono extracomunitari tossicodipendenti e/o dipendenti da sostanze diverse.
Circa un terzo ha problemi psichiatrici ed infettivologici. Si può solo immaginare la difficoltà di operare in tale contesto. Inoltre, manca un coordinatore dedicato che, sempre secondo il modello organizzativo della Regione Piemonte, dovrebbe fare riferimento al responsabile infermieristico del territorio, responsabile infermieristico che nell'unica Asl di Vercelli semplicemente non esiste!
Il segretario regionale del Nursing Up Claudio Delli Carri sottolinea: "È evidente la totale assenza di governo sanitario in questa realtà. Un fatto gravissimo che nonostante tutte le segnalazioni e la possibilità che si verifichino emergenze, non ha mai generato una normale e concreta pianificazione del supporto necessario a ripristinare una condizione minima di vivibilità. Un esempio? Nonostante le promesse, il documento triennale di analisi del fabbisogno del personale non prevede le due unità in più che la DGR invece stabilisce come requisiti minimi.
L'Asl è, di fatto, totalmente assente. Mai uno degli interventi paventati è stato mai realizzato. Eppure sono anni che gli stessi operatori denunciano le condizioni di gravi carenze strutturali e igienico-sanitarie, climatiche, organizzative del lavoro in carcere. Vengono invece scaricate sugli infermieri competenze amministrative e di supporto, per assenza di personale idoneo. Come si può andare avanti così?".
Conclude il segretario Delli Carri: "Non è più tollerabile che nessuno si prenda la responsabilità di agire. A meno che, ed è un dubbio che è sorto, il disagio cui sono stati costretti da anni gli operatori del carcere di Vercelli non sia utile per giungere ad una esternalizzazione dell'assistenza. Se così fosse sarebbe un atteggiamento grave che sposterebbe solo il problema su altri operatori, con ancora meno tutele e garanzie. E, poi, saremmo davvero curiosi di sapere, se così sarà, in quale modo l'Asl di Vercelli saprà garantire le dovute azioni di controllo sulle attività eventualmente affidate al privato, visto che in tutti questi anni non ha mai saputo minimamente governare direttamente il problema".
bresciaoggi.it, 16 marzo 2021
Il reinserimento sociale dei detenuti è l'obiettivo dell'associazione Vol.Ca. Visite, aiuto materiale, culturale e spirituale: essere vicino ai carcerati significa tutto questo ma anche di più, ovvero cercare spazi per il reinserimento sociale ed è quello che sta facendo l'associazione Volontariato Carcere (Vol.Ca.).
In sinergia con la Congrega della Carità Apostolica di Brescia ha attivato una raccolta fondi per completare l'arredamento di un appartamento nel cuore della città, destinato ai detenuti che stanno usufruendo del regime di misura alternativa. "I mobili e la biancheria sono già stati trovati, occorrono fondi per l'acquisto degli elettrodomestici e di qualche arredo", si leggeva nell'appello che - sul portale GoFundMe - ha riscosso una risposta andata ben oltre le attese.
"Una casa per ritornare a vivere" è il motto dell'iniziativa, ma pure un concetto che riassume la visione di Vol.Ca, fondata nel 1987 per volontà dell'allora vescovo Bruno Foresti, per "visitare i carcerati", un fine riletto e pensato con le attenzioni dell'oggi.
di Federica Graziani
Il Dubbio, 16 marzo 2021
Il libro sull'omicidio di Luca Varani. "Che Foffo e Prato siano colpevoli non c'è proprio nessun dubbio. Detto questo, non sono sicuramente dei mostri. La letteratura è interessante perché riesce a mettere insieme due cose che di solito sono inconciliabili: si può essere colpevoli e umani". Nicola Lagioia, scrittore, è l'autore de "La città dei vivi" il libro che ricostruisce l'omicidio di Luca Varani da parte di Manuel Foffo e Marco Prato.
Di che parli in "La città dei vivi"?
Dell'omicidio di Luca Varani, occasione per parlare della città di Roma.
Siamo uno dei paesi più sicuri al mondo, i dati del Ministero della Giustizia non fanno che ripeterlo anno dopo anno, eppure abbiamo una sorta di ossessione per la cronaca nera: è una passione contemporanea? E tu perché hai scelto questo tema?
C'è un ragionamento logico tra quel che hai detto e la risposta a questa domanda. Ci si interessa a ciò che è l'eccezione, non a ciò che è la regola e questo è il motivo per cui, non soltanto in Italia, ma nel mondo intero ci si appassiona alla cronaca nera. Pensa a Simenon in Francia, a Hitchcock in Gran Bretagna o pensa alle tragedie greche, solo per fare i casi classici. Lo scatenamento della violenza è spesso grimaldello per provare a gettare luce nelle profondità dell'animo umano quindi letteratura, cinema e teatro inseguono i conflitti. Se Montecchi e Capuleti non avessero litigato fra loro, Romeo e Giulietta finirebbe a pagina 3 o se Don Rodrigo non si opponesse al matrimonio fra Renzo e Lucia, i Promessi Sposi terminerebbero con la descrizione del lago di Como. Per millenni la violenza è stata garanzia per la sopravvivenza della specie e anche oggi che non è più così, perché la civiltà dovrebbe essere emancipazione da quel tipo di aggressività originaria, la parete che ci separa da quella violenza è molto più fragile di quello che pensiamo. È molto più facile ricaderci se non ci si educa abbastanza da evitarlo e quindi a maggior ragione in una società infinitamente meno violenta rispetto a quella dei secoli scorsi gli episodi di brutalità, più rari rispetto al passato, suscitano tanto interesse perché noi, appunto, siamo colpiti dalle cose eccezionali. Hai già citato tanti classici e leggendoti si può pensare a "L'avversario" di Carrère, ad "A sangue freddo" di Capote, a tanti libri di scrittori che hanno deciso di seguire l'impressione provata per l'efferatezza di un delitto e restituirla in libro. Ma io, leggendoti, ho pensato spesso a I giustizieri della rete di Jon Ronson, come se la violenza cieca e anonima di chi in rete danna qualcuno che neanche conosce avesse la stessa aria di famiglia, se così si può dire, dei sentimenti che paiono provare Foffo e Prato. Una solitudine che compie dei gesti che conducono a conseguenze tragiche e brutali ma che non è del tutto responsabile, non almeno nel modo in cui ci figuriamo una assunzione piena di responsabilità, di quel che pure ha commesso. Che colpa hanno allora i tuoi personaggi? Che Foffo e Prato siano colpevoli non c'è proprio nessun dubbio. Il fatto poi che abbiano difficoltà nel ricondurre ciò che hanno fatto a un atto di libera volontà non riduce minimamente la loro colpa, a mio parere. Detto questo, non sono sicuramente dei mostri. La letteratura è interessante perché riesce a mettere insieme due cose che di solito, nel linguaggio e nel discorso pubblico, sono inconciliabili: si può essere colpevoli e umani. Perché nel discorso pubblico chi commette determinati atti è un mostro? Perché se quel qualcuno che commette il male non ha una testa, due braccia e due gambe come noi è di una razza completamente diversa dalla nostra e di conseguenza noi non potremmo mai fare del male a nessuno. Questo è l'istintivo, comprensibile e abbastanza superficiale ragionamento che si fa. La vocazione vittimaria è più facile. A volte siamo vittime, e quando lo siamo è giusto che invochiamo e chiediamo giustizia, altre volte invece avanziamo lo status di vittime senza esserlo per incassare un credito morale che non sempre ci corrisponde, mentre è molto più difficile che ci autorappresentiamo come carnefici. Questo non vuol dire che dobbiamo pensare di essere tutti quanti tendenzialmente degli assassini, ma la società di oggi è talmente polarizzata che paiono esistere solo i buoni e i cattivi, e ovviamente noi siamo sempre dalla parte dei buoni. Quanto più non ci si rappresenta come persona che può far del male agli altri tanto più è probabile che lo si faccia senza neanche rendersene conto. Marco Prato e Manuel Foffo si descrivono come degli spossessati, come persone che non sono state in grado di fermare la catena di eventi che avevano messo in atto. Ma anche se quasi chiedono loro stessi ai propri accusatori cosa hanno fatto poiché non se ne capacitano, questo non riduce le loro colpe, a mio parere. È come se io, pur non volendomi schiantare contro una montagna, salissi su un aereo con 200 persone a bordo, prendessi la guida e decollassi senza avere neanche il brevetto di volo. La mia colpa è chiarissima: io ho già messo a repentaglio e virtualmente assassinato 200 persone quando, libero di intendere e volere, mi sono messo alla guida di quell'aereo sapendo di non avere il brevetto. A mio parere, Prato e Foffo hanno un'enorme difficoltà a distogliersi da se stessi e questa è una delle loro colpe maggiori.
Citi Amelia Rosselli "Se dall'amore della disciplina nascesse il passo del soldato che non vince ma si ritira senza colpo ferire". Foffo e Prato è come se non avessero un'identità pienamente matura e d'altronde anche altri che incontri nel libro portano con sé queste fratture nell'io, eppure la strada che a me sembri indicare per crescere è quella della rinuncia all'identità. È così?
Più che rinuncia, il problema è che sapere chi siamo è un esercizio complicato e non tutti siamo disposti a fare questa fatica. Non ci conosciamo attraverso noi stessi ma attraverso gli altri, attraverso un processo di differenziazione che passa dal fatto che io riconosco nell'altro una parte di me, gli riconosco cioè una patente di umanità senza la quale potrei essere tentato di ridurlo a oggetto, come fanno Foffo e Prato con Luca Varani. E poi vedo che ci sono delle differenze sulla base delle quali capisco chi sono io. Loro questo esercizio di riconoscere se stessi e scoprire chi si è attraverso gli altri non lo fanno perché si guardano in continuazione allo specchio. Il narcisismo è una malattia sociale e ne siamo affetti tutti, chi più, chi meno, ma loro in maniera veramente esagerata. Tanto è vero che quando vengono arrestati Luca Varani compare pochissimo nelle loro dichiarazioni e nei loro interrogatori, compaiono invece spesso i loro problemi personali. Foffo è più preoccupato che la gente pensi che sia gay che non un assassino, per esempio. E Prato, quando il papà lo va a trovare in galera, gli chiede tra le altre cose come stiano commentando sulla sua pagina Facebook quello che è successo. Ripeto, ho l'impressione che loro si siano educati pochissimo a conoscere se stessi. Avendo quindi un'identità così fragile, nel momento in cui succede quello che succede, loro non sono capaci di - come dire - governare il processo che hanno instaurato. Ora, attenzione! Nel loro caso c'è una colpevolezza della debolezza, mentre invece in Luca Varani c'è l'innocenza totale della fragilità. E ancora, non è che il contrario di un'identità debole sia un'identità rigida, anzi, l'identità quanto più è rigida tanto più crea ulteriori problemi. Pensa a David Bowie, eroe della mia adolescenza, che riesce a essere uomo, donna, marziano, duca bianco. Bowie aveva un'identità mutevole, ma il manuale di istruzioni lo riusciva ben a padroneggiare. Loro no! Non ci riescono, si incasinano, si smarriscono perché non hanno un contatto profondo con la propria identità. Tanto è vero che ora che Foffo è in galera io non so se e quanto il carcere lo stia aiutando a fare una cosa. Per espiare la pena non è sufficiente scontare gli anni dovuti in prigione e automaticamente questo garantisce di uscirne recuperati alla società. Per essere recuperati alla società è necessario affrontare un lungo e molto doloroso processo di consapevolezza rispetto a ciò che si è commesso. Ma se non si hanno in sé gli strumenti per intraprendere tale percorso, non è affatto detto che il carcere provveda a darli e non mi sembra che, per esempio, a Foffo la detenzione li stia offrendo. Nel suo caso si tratta di prendere coscienza non di essersi rovinato la vita, ma di aver ammazzato senza nessun motivo una persona che non conosceva neanche. E sì che era strafatto di cocaina, ma se bastasse strafarsi di cocaina per ammazzare una persona avremmo diecimila omicidi al giorno solo nella città di Roma! Quindi Foffo dovrebbe prendere coscienza di questo, eppure non ha gli strumenti per farlo. Qui nascono due domande. La prima: chi lo aiuterà a farlo? E la seconda domanda riguarda Marco Prato, a proposito delle carceri. Prato si è suicidato mentre era detenuto. Pochi giorni prima il referto dello psicologo attestava che non c'erano pericoli che compisse atti anticonservativi. E poi s'è ammazzato. Ecco, io ho l'impressione che nel caso di Foffo e Prato, il carcere non abbia fatto in modo che si riuscisse a iniziare a dare un senso a quello che era successo.
Foffo ha ucciso non sapendo neanche il nome della sua vittima e anche Ledo Prato non menziona mai suo figlio ed è qui che, così scrivi, hai provato compassione per Marco Prato. Penso a tante vicende della cronaca degli ultimi anni in cui il richiamo al nome e al cognome ha saputo aggregare una mobilitazione intorno a temi come quello delle carceri che altrimenti si preferisce evitare di affrontare e penso però anche che a volte rischiamo di beatificare in qualche modo le vite di alcuni per riuscire a preoccuparci di quello che succede nel mondo. Come se l'impegno fosse destinato a dirimersi o tra l'oblio o tra un cerimonioso ossequio ai santi deputati. Come se ne esce?
Le lotte civili si compongono di due elementi che corrono paralleli. Uno è quello che dici tu, cioè lottare perché per tutti quanti sia possibile, ad esempio, ottenere condizioni umane di detenzione o perché a tutti sia garantita l'incolumità dell'imputato e queste lotte possono anche non avere nome e cognome. In Italia c'è una questione di sovraffollamento delle carceri e questa è una battaglia che va fatta a tutela di chiunque e indipendentemente dal nome e dal cognome di chi sta in carcere. Però semplicemente perché la società opera anche per funzioni simboliche, e indipendentemente dal fatto che questo sia giusto o meno, si ha bisogno anche dell'elemento mitico. Per fare un esempio, da una parte c'è la lotta per l'emancipazione degli afroamericani, dall'altra c'è Bob Dylan che a un certo punto scrive Hurricane su Rubin Carter. Carter poteva diventare campione dei pesi massimi, viene incarcerato per una questione razziale e Hurricane ha contribuito a fare qualcosa per la lotta degli afroamericani, parallelamente a tutto ciò che facevano le associazioni, gli attivisti, la politica. C'è insomma bisogno di entrambe le cose perché l'attenzione della gente non si concentra tutti i giorni sul Codice civile, su quello penale o sulla Costituzione per verificare la legittimità di ciò che accade. La notizia, per esempio, che dà il rapporto annuale sul sovraffollamento delle carceri a me colpisce molto, ma c'è chi non ne è colpito affatto perché ha difficoltà a collegare quella che sembra una fredda statistica all'elemento empatico e allora ha bisogno dell'esplosione del simbolo.
Verso la fine del tuo libro fai riferimento a quella grande opera che è "Il libro dell'incontro". Un esperimento durato anni che illustra come in ognuno di noi ci siano dei nodi che soltanto l'altro, e un altro difficile, può sciogliere. Come immagini la giustizia del futuro?
Per esempio la giustizia riparativa, per come è stata stimolata da "Il libro dell'incontro", mi piacerebbe immaginare che divenga parte della giustizia del futuro, anche se so che esistono degli esperimenti in tal senso, seppur rari. In quel libro ex terroristi e vittime del terrorismo, grazie all'opera meritoria di alcuni mediatori, si radunano periodicamente. Da una parte i terroristi che si sono più o meno resi conto di aver distrutto delle vite incolpevoli e dall'altra le vittime del terrorismo che però accettano di incontrare i loro carnefici o coloro che hanno ucciso i propri cari. La cosa più notevole è che ne Il libro dell'incontro non mi pare ci sia la pretesa di una riconciliazione fra le due parti, ma il fatto che ognuna sia costretta ad ammettere che l'altra esiste, che esista cioè un altro punto di vista dal proprio perché, come dicevi tu, ci sono alcuni nodi che soltanto l'altro difficile - cioè non un fratello dissimile, ma l'avversario - può riuscire a sciogliere. Ora, un processo del genere se per il terrorismo, che è stata una questione nazionale, più facilmente si può immaginare, come si fa in quei casi che sono più privati? Io sono stato dispiaciuto per la cortina di silenzio impenetrabile tra le famiglie Foffo, Prato e Varani.
Il papà di Varani ha lamentato apertamente e in più occasioni di non aver ricevuto neanche una telefonata da parte dei genitori di Foffo e Prato.
Sì, il papà di Varani più di una volta si è dimostrato deluso o arrabbiato per quelle telefonate mancate. Ognuna di quelle tre famiglie, una volta che la giustizia ordinaria - diciamo così - ha compiuto il suo ruolo, è stata lasciata da sola. Tutte e tre hanno subito una disgrazia enorme, a una hanno ammazzato un figlio, all'altra il figlio si è suicidato dopo essere stato coinvolto da carnefice in questa situazione, e l'altra si è ritrovata con un figlio in galera dalla mattina alla sera che ora sta scontando trent'anni di carcere: tanto basta perché un nucleo familiare si distrugga. Le tragedie sono irreparabili e l'irreparabile è ciò che più rimuoviamo. Ma come si fa a contenere qualcosa di altrimenti non contenibile? Attraverso un rituale e la giustizia riparativa è un rituale ulteriore rispetto alla giustizia ordinaria. Gli stessi autori de Il libro dell'incontro precisano che non sono assolutamente contrari a che la giustizia faccia il suo corso, ma scontare la pena non è sufficiente.
di Sara Olivieri
Il Secolo XIX, 16 marzo 2021
Saranno coinvolti in manutenzioni, interne ed esterne, ma anche nelle biblioteche, nel servizio mensa e nell'allestimento di eventi. Inaugurata nel 2016, la collaborazione tra il Comune di Sestri Levante e la casa di reclusione di Chiavari continua. Le modalità sono contenute nel protocollo - rinnovato nei giorni scorsi - che permette l'impiego di detenuti in attività lavorative per favorire la loro integrazione. Nel caso del Comune sestrese, il loro impiego non è solo nell'ambito delle manutenzioni, interne ed esterne, ma anche nelle biblioteche, nel servizio mensa e nell'allestimento di eventi a cura della società Mediterraneo Servizi.
Al momento sono due i detenuti che partecipano al progetto, su diciassette in totale coinvolti negli ultimi cinque anni. Per l'ente locale si tratta di una buona prassi che offre opportunità rieducative e il miglioramento della qualità della vita dei soggetti coinvolti, grazie al riavvicinamento al mondo del lavoro e attraverso un percorso di consapevolezza e cambiamento, promuovendo la partecipazione alla vita civile. "Ringrazio la direzione della Casa circondariale di Chiavari per il supporto in questo percorso, che costituisce un ottimo modello di integrazione socio lavorativa, in grado di dare concretezza all'elemento rieducativo e di recupero sociale, che dovrebbe essere il fine più importante della pena detentiva - dichiara la sindaca Valentina Ghio - Dare l'opportunità di un riavvicinamento con il mondo del lavoro, seppure parziale e graduale, significa dare ai detenuti concrete possibilità di una vita normale una volta scontata la pena. È evidente il valore formativo di questo tipo di esperienza, che si unisce al beneficio indiretto di cui godono i cittadini".
Il programma è stato messo a punto partendo dalle professionalità di ciascun detenuto già all'interno del carcere, allo scopo di prevenire processi di emarginazione sociale una volta scontata la pena. "Il protocollo ha permesso in questi anni di realizzare diversi interventi sugli immobili affidati a Mediterraneo - spiega l'amministratore della società, Marcello Massucco - ma ancora più importante è stata senza dubbio la funzione di primo reinserimento sociale dei detenuti".
Corriere della Sera, 16 marzo 2021
La Fondazione Vittorio Occorsio lancia un programma per le scuole superiori con un gruppo di magistrati guidati da Giovanni Salvi. Un percorso di educazione civica vero e proprio, un cammino insieme attraverso la storia recente e dolorosa degli Anni Settanta per studiare il fenomeno del terrorismo. A fare da guida un gruppo di magistrati selezionati dalla Fondazione che porta il nome di uno di loro, caduto per mano dei terroristi di estrema destra nel 1976, Vittorio Occorsio.
Il progetto - Per questo primo anno scolastico, il progetto che si chiama "La Giustizia adotta la scuola" coinvolgerà 40 Istituti scolastici e prevede l'adozione di una classe da parte di un magistrato che condurrà studentesse e studenti in un percorso di conoscenza e conservazione della memoria degli anni Settanta. L'iniziativa consiste in una serie di incontri su una particolare vicenda legata al terrorismo, che viene scelta dal magistrato "tutor" insieme ai docenti. Gli studenti saranno seguiti anche da un gruppo di giovani storici, che potranno fornire loro materiale (grazie alla partecipazione delle Teche Rai) e supporto scientifico. Agli incontri dei magistrati tutor si affiancheranno anche incontri con testimonial. "Ringrazio moltissimo la Fondazione e la famiglia Occorsio per questa iniziativa.
"La memoria dolorosa" - "Le nostre scuole hanno bisogno di essere accompagnate, in particolare sui terreni così impervi come quello della memoria", così il Ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi, che è intervenuto con un videomessaggio all'inaugurazione del progetto. Con riferimento all'iniziativa, il Ministro ha spiegato che la storia degli anni Settanta "per molti di noi è una memoria dolorosa. Ma va raccontata come la storia di un Paese che è riuscito a reagire, è riuscito a trasformare il sacrificio di molti uomini dello Stato in una lezione di vita collettiva, in una straordinaria lezione di Educazione civica".
Il Presidente della Fondazione Vittorio Occorsio, Eugenio Occorsio, ha detto: "Traiamo esempio dal passato per affrontare le sfide di oggi e di domani. I magistrati, che insieme alle altre forze del Paese custodirono negli anni Settanta la tenuta dello Stato democratico, consentiranno ora di guidare le classi in un percorso di conoscenza e approfondimento".
Giovanni Salvi, Procuratore Generale della Corte di Cassazione e Presidente del Comitato scientifico della Fondazione Vittorio Occorsio, ha aggiunto: "Si potrà con questo progetto arrivare a una conoscenza più approfondita di quanto non sia consentito da un semplice incontro isolato. Una vera adozione nello studio di argomenti che sono stati sinora al di fuori dei programmi scolastici. Questa prima fase è sperimentale e auspico che dagli studenti arrivino spunti per migliorarci, dato che dall'anno prossimo il progetto sarà proposto a tutte le scuole italiane".
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 16 marzo 2021
Sascha Girke, paramedico tedesco di 42 anni, è accusato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Rischia fino a 20 anni di carcere per i soccorsi della nave Iuventa. Ribadisce: "Non ci faremo intimidire".
A Sascha Girke la notizia arriva sul ponte della Sea-Watch 3, poco dopo la fine dei soccorsi di 363 migranti: le indagini su di lui e altre 20 persone impegnate nel Mediterraneo tra il 2016 e il 2017 con le Ong Jugend Rettet, Medici Senza Frontiere e Save The Children si sono chiuse il 3 marzo. È accusato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina in concorso e rischia fino a 20 anni di carcere. Probabile il rinvio a giudizio. Girke è un paramedico, nato in Germania 42 anni fa. Negli ultimi cinque ha partecipato a molte missioni umanitarie. "Vogliono farci fuori, ma non ci faremo intimidire", afferma.
Su quali fatti è basata l'accusa?
Sugli stessi per cui ad agosto 2017 sequestrarono la nave Iuventa, di Jugend Rettet: un episodio di settembre 2016 e uno di giugno 2017. Nel primo il testimone chiave è l'agente di sicurezza Pietro Gallo [ex poliziotto imbarcato sulla Vos Hestia di Save The Children che passò informazioni a Salvini, ma poi se ne pentì dicendo di sentirsi in colpa per le vittime dei naufragi, ndr]. Sostiene di aver visto una barca in legno che ha affiancato la Iuventa durante un soccorso e dopo è ripartita verso la Libia con due persone a bordo. Questo proverebbe una consegna di migranti. Il secondo fatto è la misteriosa accusa di aver restituito delle barche ai trafficanti: sarebbero state riutilizzate giorni dopo un nostro intervento.
Quanti soccorsi ha effettuato la nave Iuventa?
Nell'intervallo tra i due episodi circa 50, in totale 160: più di 14mila persone prese a bordo; 23mila assistite in collaborazione con la Guardia costiera italiana, la missione europea Eunavfor
Med e le altre Ong.
Ma le indagini riguardano solo due operazioni...
Per quello che sappiamo finora sì.
Qual era il clima politico in quel periodo?
Nel 2016 avevamo un buon rapporto con il centro italiano di coordinamento del soccorso marittimo (Mrcc). Ci invitavano a Roma nel quartier generale e discutevamo di come migliorare la cooperazione. Ci chiesero anche di trovare navi più grandi per portare le persone sulla terraferma. In quel periodo in genere lo facevano loro, dopo che noi le avevamo soccorse. Ma la Guardia costiera era in difficoltà per l'alto numero di migranti e chiedeva il nostro aiuto. Ci sembravano consapevoli della necessità delle operazioni di salvataggio: si confrontavano con noi a terra e coordinavano le nostre operazioni in mare. Soltanto dopo abbiamo capito che i semi del sospetto erano già stati piantati e stavano crescendo rapidamente. Alla fine dell'anno il direttore di Frontex Fabrice Leggeri e il pm Carmelo Zuccaro dichiararono che nelle nostre missioni c'era qualcosa di oscuro.
E nel 2017?
A giugno 2017 la collaborazione operativa era molto peggiorata. Per tre volte ci avevano detto di rientrare a Lampedusa per un numero ridicolo di persone. Per esempio: ne avevamo soccorse 200, arrivava la Guardia costiera e ne trasbordava 180 o 195, poi ci diceva di andare sull'isola a portare le altre. Non capivamo perché ci costringessero a lasciare l'area dei soccorsi per delle persone che avrebbero potuto imbarcare loro. Intanto iniziava ad apparire la cosiddetta "guardia costiera libica". All'inizio erano piccole barche guidate da miliziani, poi dalla primavera 2017 navi più grandi. Compresa una motovedetta donata dall'Italia. È in quei mesi che per la prima volta i libici intercettano i migranti e li riportano a Tripoli con la forza.
C'è poi il "codice di condotta" che l'ex ministro dell'Interno Marco Minniti (Pd) voleva far firmare alle Ong.
Sì, e ha effetti diversi. A livello operativo iniziamo a vedere che la Guardia costiera italiana esita sempre più ad avere un atteggiamento proattivo. Ci indirizza verso le imbarcazioni in difficoltà, ma poi non organizza i passaggi successivi. Quando la Iuventa si riempie chiediamo cosa fare, ma non rispondono, ci fanno aspettare uno/due giorni. Le modalità di comunicazione cambiano di segno: in pochi mesi la Guardia costiera italiana smette di rivolgersi a noi come fossimo dei colleghi e comincia a urlarci contro. Intanto Eunavfor Med si ritira verso nord e ci lascia soli a soccorrere le persone.
Prima siete stati lasciati soli e poi accusati di reati gravissimi. Perché?
Succede a tutti coloro che si impegnano lungo le frontiere, dalla rotta balcanica ai confini interni dell'Ue. L'obiettivo politico della nostra criminalizzazione è ripulire la scena dagli attori civili: nessun testimone oculare, nessun intervento che disturbi la costruzione di questo grande muro intorno all'Europa. Vogliono semplicemente farci fuori.
Però lei è ancora qui. Perché?
L'ultima missione della Sea-Watch 3 ha mostrato che 363 esseri umani avevano bisogno di aiuto. Il problema non è risolto, anche se sappiamo che le navi umanitarie non sono la soluzione. Mi trovo ancora qui per le persone soccorse: senza il nostro intervento alcune di loro sarebbero affogate, viste le condizioni in cui viaggiavano, oppure adesso, mentre parliamo, sarebbero rinchiuse in un centro di detenzione libico. C'è anche un altro motivo: non ci faremo intimidire, non faremo nessun passo indietro.
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