di Giorgio Pinotti
Gazzetta di Mantova, 15 marzo 2021
Il vicesindaco Faioni: "Un ordine francescano voleva farne una casa per l'accoglienza di donne maltrattate. Una persona che voleva realizzare un centro addestramento per cani da ricerca su macerie. Ma nulla si è realizzato". Il carcere di Revere resta abbandonato, diverse le proposte per riutilizzarlo, ma i problemi e i costi per un ripristino bloccano ogni iniziativa. Il destino del penitenziario, diventato ex senza essere mai stato aperto, sembra segnato.
Negli anni sono stati diversi i momenti in cui i riflettori si sono accesi sulla struttura, costata 5 miliardi delle vecchie lire, che è andata a ingrossare le fila delle cattedrali nel deserto realizzate con soldi pubblici, tanti, e mai utilizzate. Ma la struttura resta in stato di abbandono e le sue condizioni continuano a peggiorare.
"Ci sono state richieste di utilizzo - racconta il vicesindaco di Borgo Mantovano Sergio Faioni - ma nulla è mai andato in porto, di fronte a quelli che sarebbero i problemi da affrontare per rendere utilizzabile il complesso. Un ordine francescano voleva farne una casa per l'accoglienza di donne maltrattate. Prima ancora si era interessata una coop per insediare una residenza sanitaria assistenziale, poi una parafarmacia. Era interessata anche una persona che voleva realizzare un centro addestramento per cani da ricerca su macerie".
Tutte iniziative che si sono scontrate con un muro. In questo caso non solo metaforico: è il muro di cinta del carcere in cemento armato, un'opera la cui demolizione, secondo una stima fatta da esperti, costerebbe tanto quanto era costata la realizzazione del complesso. Un ostacolo notevole, e non è l'unico. Infatti l'edificio è ormai compromesso dal lungo abbandono e manca un accesso alla strada. Collegare il sito alla statale 12 appare complicato, entrerebbe in gioco Anas, e da queste parti sanno che così i tempi si allungano e le cose si complicano. L'esempio è a pochi chilometri di distanza, con ponte Marino, da 4 anni a senso unico alternato.
Il carcere di Revere fu iniziato nel 1988, doveva ospitare detenuti per reati non gravi, poi per lo più depenalizzati. Dopo ripetute interruzioni i lavori si sono fermati definitivamente nel 2000. Nel 2011 il ministero della Giustizia ha ceduto la struttura all'allora Comune di Revere, ora Borgo Mantovano. "Siamo pronti a cederlo in comodato d'uso gratuito a chi lo volesse - dice Faioni - il problema e che nessuna proposta regge di fronte ai problemi che si presentano".
quibrescia.it, 15 marzo 2021
Lettera aperta alle autorità nazionali e locali del sindacato della Polizia Penitenziaria che sottolinea i limiti della struttura carceraria. "È anche una battaglia di civiltà". Dopo che quello di Brescia è stato definito il secondo carcere peggiore d'Italia, il coordinatore regionale del sindacato di Polizia Penitenziaria della Funzione Pubblica Cgil, Calogero Lo Presti, ha indirizzato una lettera aperta alla ministra della Giustizia, al Prefetto e al sindaco di Brescia, nonché ai vertici dell'Amministrazione penitenziaria, regionale e nazionale.
"Il XVII Rapporto dell'Associazione Antigone, riportato dai mass media nazionali e locali, che si occupa dei diritti e delle garanzie nel sistema penale italiano", scrive il sindacato, "ha evidenziato una situazione preoccupante in essere nel carcere bresciano di "Canton Mombello" definendolo il secondo peggiore d'Italia. Le condizioni detentive nella Casa Circondariale di Brescia, più volte denunciate da questa organizzazione sindacale, sono risapute sia dalla politica nazionale che locale e dall'Amministrazione Penitenziaria e sono comuni a tante altre realtà della nazione".
"Il problema del sovraffollamento detentivo, la vetustà della struttura risalente all'800, come la mancanza di spazi comuni idonei alla socialità", si legge nel documento, "costituiscono, a nostro avviso, una pena supplementare nei confronti delle persone che si trovano nello stato di privazione della libertà.
I limiti della struttura carceraria non permettono di organizzare attività ricreative, di studio e lavoro maggiori di quelle in essere, tutti elementi del trattamento che mirano e tendono alla rieducazione dei detenuti al fine del loro reinserimento nel tessuto sociale. Purtroppo le predette condizioni detentive si riverberano, anche, negativamente sul lavoro della Polizia Penitenziaria costretta ad assolvere al proprio mandato istituzionale gestendo situazioni di grave criticità come atti di autolesionismo, tentativi di auto soppressione oltre a gestire situazioni di altro stress derivate dalla convivenza forzata di persone provenienti da paesi diversi, con religione e culture diverse, oltre alla gestione e alla prevenzione dei contagi derivati dalla pandemia in atto".
"Quest'ultimo aspetto", prosegue la nota, "è stato gestito egregiamente sia dalla direzione che dal personale di Polizia mettendo in campo ogni sforzo e sensibilità al fine di garantire a tutta la popolazione detenuta non solo i diritti spettanti ma anche telefonate supplementari, video colloqui con i propri familiari ma principalmente assicurare che il Covid non entrasse all'interno di quella comunità carceraria.
A questo proposito accogliamo favorevolmente la notizia di un accordo tra l'Amministrazione Penitenziaria regionale e la Direzione Generale del Welfare della Regione Lombardia, nella persona del dott. Marco Salmoiraghi, che prevede nelle prossime settimane la vaccinazione della popolazione detenuta".
"Com'è noto la Casa circondariale di Brescia, nonostante i numeri preoccupanti derivati dal sovraffollamento, è rimasta avulsa dalle rivolte dello scorso anno scoppiate in diversi Istituti penitenziari d'Italia, questo grazie al grande e minuzioso lavoro della direzione che, unitamente alla Polizia Penitenziaria, ha saputo interloquire e rapportarsi con la popolazione detenuta al fine di prevenire particolari momenti di tensione che potessero scaturire in rivolte. La Fp Cgil da decenni sta portando avanti una battaglia di civiltà nel migliorare le condizioni detentive dei detenuti e di riflesso le condizioni lavorative della Polizia penitenziaria sensibilizzando i ministri della Giustizia, che si sono succeduti nelle varie legislature, ma anche i politici nazionali e locali affinché la questione carcere a Brescia sia definitivamente risolta con la costruzione di una nuova struttura penitenziaria".
"A metà del 2019 sembrava che il progetto, con lo stanziamento di quasi 17 milioni di euro da parte del ministero delle Infrastrutture, stesse per avere esecutività, invece si è arenato unitamente ai sogni della popolazione detenuta ma anche della Polizia penitenziaria e del Comparto Funzioni Centrali ma anche di tutti quei "attori" che a qualsiasi titolo orbitano attorno al mondo carcerario bresciano. Un nuovo carcere a Brescia, ad avviso della Cgil, significherebbe una detenzione più umana e risocializzante restituendo alla società persone reinserite nel tessuto sociale abbassando la percentuale della recidiva garantendo, quindi, una maggiore sicurezza per i cittadini".
"Egregio sig. ministro", conclude la lettera, "riteniamo che le condizioni detentive all'interno di tutte le carceri italiane meritino un focus particolare per ciò che riguarda la depenalizzazione dei reati minori, un maggior ricorso alle misure alternative alla detenzione, un maggior stanziamento di fondi economici per manutenzione ordinaria e straordinaria delle strutture.
Riteniamo che sia necessaria, a questo punto, una sostanziale riforma della giustizia quindi del sistema penale del nostro Ordinamento Giuridico, come riteniamo, ormai, improcrastinabile ulteriormente la realizzazione del nuovo carcere nella città di Brescia. In ultimo, chiediamo alle Autorità in indirizzo, ognuno per la propria competenza, di profondere ogni sforzo ed iniziativa affinché il progetto per la realizzazione del carcere a Brescia trovi attuazione ed esecutività senza ulteriore indugio".
Il Gazzettino, 15 marzo 2021
C'è preoccupazione nel carcere femminile della Giudecca per i numerosi casi di positività al Covid riscontrati in 17 agenti di polizia penitenziaria e 2 detenute. A sollevare il caso è il segretario provinciale dell'Organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria (Osapp, Carmine Napolitano, il quale ha scritto alla direttrice, Immacolata Mannarella e al Provveditore regionale, Maria Milani, lamentando la mancata attivazione dei protocolli previsti: nonostante alcune delle agenti presenti forti stati febbrili, nessuna di loro sarebbe stata sottoposta a tampone né a visita medica.
"Ancora più grave il fatto che non sia stato emesso alcun provvedimento formale riguardo lo stato di quarantena, anzi, pare sia stato riferito alle interessate che dovranno arrangiarsi con mezzi propri, in pratica abbandonate al proprio destino". Le agenti in quarantena sarebbero state obbligate, tra l'altro, ad usufruire del congedo ordinario. "Cosa che riteniamo assolutamente incomprensibile", prosegue Napolitano, il quale lamenta infine che il comandante di reparto avrebbe intimato alle poliziotte (residenti in altre regioni e accasermate all'interno del carcere) di nominare un medico di base temporaneo a Venezia, avvisandole di possibili conseguenze disciplinari: "Mi auguro si tratti solo di un equivoco - scrive il segretario Osapp. Non vi è alcuna norma che obblighi la scelta del medico di base in relazione a dove si lavora".
All'interno del carcere femminile della Giudecca sono otto i tamponi finora risultati positivi: 17 agenti e 2 detenute. Sono state avviate le procedure di vaccinazione, iniziando dalle detenute. Anche nel carcere maschile di Santa Maria Maggiore è iniziato l'iter per vaccinare tutto il personale e i detenuti in modo da garantire la massima sicurezza.
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 15 marzo 2021
Respinta la mossa conciliante del presidente Tebboune in vista del voto di giugno. Violenze e nedia intimiditi al corteo della capitale. E tornano gli arresti. Migliaia di algerini hanno sfilato ad Algeri per il terzo venerdì consecutivo (dall'inizio delle proteste nel 2019 il 108°) dalla grande manifestazione del 22 febbraio, in occasione del secondo anniversario dall'inizio del movimento di protesta Hirak, che portò alla caduta dell'ex presidente Abdelaziz Bouteflika.
Nonostante il divieto di raduni imposto dal governo per contrastare la pandemia, in diverse grandi città del paese come Orano, Bejaia, Tizi Ouzou, Bouira e Annaba sono partiti cortei per chiedere "uno stato civile e non militare" e una "nuova Algeria democratica", principali richieste e slogan dell'Hirak. Un chiaro messaggio di risposta all'annuncio di questo giovedì del presidente Abdelmajid Tebboune che, dopo aver sciolto il Parlamento lo scorso 21 febbraio, ha fissato le elezioni legislative per il prossimo 12 giugno, auspicando una "forte partecipazione popolare" per poter portare in parlamento "il vento di cambiamento dell'Hirak, attraverso la sua gioventù, il suo attivismo e la sua protesta pacifica". Un gesto di pacificazione e un tentativo di riprendere il controllo della ripresa del movimento di protesta che, nonostante la grazia per oltre una sessantina tra attivisti e giornalisti, non ha di fatto ottenuto i risultati previsti. Migliaia di manifestanti continuano a chiedere lo "smantellamento del sistema politico", sinonimo ai loro occhi di corruzione e autoritarismo.
"Non abbiamo votato il 12 dicembre alle presidenziali) e non voteremo finché questo potere resta in carica e le persone sono vittime di ingiustizie e arresti", dicevano i partecipanti al corteo di venerdì, denunciando il ritorno in prima linea di partiti come il Fronte di liberazione nazionale (Fln) o il Raggruppamento nazionale democratico (Rnd), in crisi per aver sostenuto in questi anni il regime di Bouteflika. Secondo quanto riporta il Comitato nazionale per la liberazione dei detenuti (Cnld), la manifestazione di venerdì ad Algeri è stata contrassegnata da violenze nei confronti dei numerosi giornalisti da parte di "imprecisati teppisti", forse infiltrati delle forze di sicurezza "per reprimere una corretta informazione delle proteste senza censura".
"Sono stati effettuati centinaia di arresti tra i manifestanti a Tizi-Ouzou, Khenchela, Oued Souf, Tlemcen, M'sila, Tiaret e Amara dove un bambino di 7anni è stato fermato insieme al padre dalle forze di polizia - continua il comunicato del Cnld - anche se poi la maggioranza dei fermati è stata rilasciata".
La Repubblica, 15 marzo 2021
L'attivista egiziano dell'università di Bologna è in cella al Cairo. Gli attivisti lo ricordano su Facebook e ne chiedono il rilascio. Di lui si è parlato anche all'assemblea del Pd.
"Oggi, 14 marzo 2021, segna il 400esimo giorno di detenzione per Patrick Zaky, arrestato dopo il suo arrivo all'aeroporto internazionale del Cairo il 7 febbraio 2020. In questa occasione vorremmo sottolineare una cosa: Questo è il prezzo che Patrick paga per essere un difensore dei diritti umani". Lo scrivono su Facebook gli attivisti della pagina 'Patrick Libero' che chiedono il rilascio dello studente egiziano dell'Università di Bologna. "Per 400 giorni abbiamo ripetuto sempre la stessa cosa: Patrick è stato punito per aver dato voce ai suoi pensieri e per essersi battuto per i diritti delle minoranze religiose e di genere in Egitto - proseguono gli attivisti - Il primo giorno Patrick è stato sottoposto a torture fisiche, ma da 399 giorni è sottoposto a torture mentali, ogni singolo giorno".
"È bloccato in una cella, lontano dai suoi cari, non può finire i suoi studi mentre le sue compagne e compagni di corso si stanno laureando, e soprattutto non ha idea di quanto durerà questa situazione. Patrick merita di essere libero, è un suo diritto, e noi non smetteremo di chiedere il suo rilascio!", concludono. "Noi vogliamo che Patrick Zaky diventi cittadino italiano ed europeo. È una battaglia che il Pd farà. Perché è importante. Riteniamo che questo sia un segnale importante a un Paese, l'Egitto che ha violato insopportabilmente i diritti e ha portato alla morte una persona alla quale vogliamo bene, Giulio Regeni. Noi su questo faremo una battaglia e la faremo fino in fondo". Sono le parole di Enrico Letta, parlando all'assemblea del Pd.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 15 marzo 2021
"Chi non salta è Tayyip", "Corri Erdogan, corri, stanno arrivando le donne". Per aver urlato questi banalissimi slogan alla marcia femminista di Istanbul lo scorso 8 marzo, tredici donne sono state arrestate e messe sotto inchiesta con l'accusa di aver insultato il presidente della repubblica turca, un crimine che nel Paese della mezzaluna viene punito con il carcere fino a 4 anni. Tra loro c'è anche una minorenne. A dare la notizia è Human Rights Watch che invita la Turchia a rispettare la libertà di espressione.
"Aprire un'indagine criminale contro delle attiviste del movimento delle donne per aver gridato slogan non violenti dimostra il profondo disprezzo delle autorità turche per il diritto di riunione e di parola - ha detto Hillary Margolis, ricercatrice di Human Rights Watch. Invece di proteggere i diritti delle cittadine, le autorità turche prendono di mira quelle che sono scese in piazza per celebrare le donne e promuovere l'uguaglianza".
La giornalista Burcu Karakaş ha postato su Twitter un documento della polizia in cui erano elencate alcune delle domande che erano state poste alle attiviste durante l'interrogatorio. All'inizio di marzo Erdogan aveva annunciato "un piano d'azione per i diritti umani" della Turchia. "Continueremo a sostenere i cittadini contro tutti i tipi di minacce alla dignità, al credo, ai valori e alla vita delle persone" aveva detto.
di Luca Geronico
Avvenire, 15 marzo 2021
Che fine hanno fatto i tanti Omran fotografati sulle ambulanze, tra le macerie, nelle pozzanghere? E le madri in lacrime che lasciano Aleppo? Sono anche queste le vittime non conteggiate.
Omran Daqneesh oggi dovrebbe avere dieci anni, o poco più. Nessuno sa più, esattamente, dove sia finito il piccolo di 5 anni che il 17 agosto 2016 venne immortalato da uno scatto su una ambulanza ad Aleppo, lo sguardo vitreo, immobile, incapace di spendere altre lacrime dopo aver visto, sotto il boato di una bomba, morire la sua famiglia. Pochi, 5 anni dopo l'assedio di Aleppo, ricordano chi abbia compiuti il raid aereo, e chi sia stato colpito sotto le bombe. Poco importa. Lo sguardo innocente, e paralizzato dal terrore di Omran non domanda questo.
Nemmeno le lacrime e la rabbia di quei padri in corsa fra le macerie di Aleppo, come della Gouta e di Idlib, come sull'altro fronte - a Damasco e a Latakia - non ci domandano questo. Come le lacrime di madri che, abbandonando Aleppo, Damasco o Latakia o Homs, in questi dieci anni si sono trovate a concepire in grembo, a generare per il loro popolo, il dolore inesprimibile e lacerante della nostalgia.
Omran e i suoi fratelli, Omran e le sue sorelle, Omran e i suoi padri, Omran e le sue madri - prima ancora di una verità su questo conflitto, prima ancora di una soluzione politica a questa carneficina consumata nel silenzio, allo scempio dei diritti umani nei campi profughi, nelle vendette delle milizie, nelle carceri del regime, negli assedi medievali con la popolazione taglieggiata da mafiosi signori della guerra capaci di chiedere e aprire a comando acquedotti e check point - Omran e i suoi fratelli ci chiedono di avere il coraggio di incrociare il loro sguardo.
È il dolore di una, forse ormai due generazioni, che si sono perdute, come inghiottite nella "foiba granda" di questa guerra civile siriana. Un dolore che reclama di essere ascoltato, di avere almeno la giustizia della memoria. Un dolore innocente che - al di là e al di sopra di ogni convinzione politica o religiosa di chi lo ascolta - chiede di essere curato come una ferita profonda dell'umanità. Nessuno sa se Omran ha ritrovato luce in quello sguardo, e se un sorriso possa celare il dolore di quella notte di bombe e sangue sulla sua vita, sulla sua generazione, sulla Siria. Ed è questo non sapere che inchioda la comunità internazionale e la Chiesa della Fratelli tutti, alle sue responsabilità.
E troppo poco sperare che in un campo profughi sia giunto un pacco alimentare, o in un prefabbricato qualcuno insegni a leggere e scrivere a Omran e ai suoi fratelli. È troppo poco dover sperare che qualcuno, la sera, si prenda cura di questi figli della guerra con un piatto di minestra calda in un Paese dove la disoccupazione è al 40%, una medicina è un lusso, una laurea carta straccia. Omran e i suoi fratelli, dopo 10 anni di guerra civile, ci chiedono un futuro possibile.
di Elena Stancanelli
La Stampa, 15 marzo 2021
Ci stiamo facendo prendere la mano dall'idea di emergenza? Se sì, facciamo attenzione. Perché manifestare è un diritto. E manifestare in maniera pacifica non può essere messo in discussione da nessuna condizione. La veglia per la morte di Sarah Everard, dalle immagini che abbiamo, era una manifestazione pacifica.
Il video del poliziotto che ammanetta la giovane donna, inerte e silenziosa, non ha nessuna spiegazione plausibile se non l'abuso di potere. Insieme alla totale e intollerabile mancanza di coscienza di quello che stava accadendo, del dolore e dell'opportunità, della necessità, di sottolinearlo, di gridarlo, di portarlo in piazza. Che risulta ancora più detestabile dal momento che, almeno per adesso, la persona accusata del delitto è un poliziotto.
Sarah Everard tornava a casa di sera, camminando in una zona tranquilla, ed è stata uccisa. Molte persone sono andate a testimoniare la loro solidarietà per un crimine spaventoso e ci saremmo aspettati la stessa solidarietà, un composto e solidale rispetto da parte dei poliziotti incaricati di essere presenti a quella manifestazione. Sarebbe stato un bel gesto, di più, un gesto dovuto, che le forze dell'ordine si fossero messe dalla stessa parte di chi manifestava.
E invece si sono fatti notare per un atto di forza sproporzionato e inutile. Siamo tutti quanti chiamati, da più di un anno, a reagire con razionalità a un tempo irrazionale e violento. Che ci costringe a comportamenti innaturali, a uscire dal nostro egoismo e vincolare la nostra libertà a quella del nostro prossimo. Ci siamo dovuto prendere cura della salute dei più deboli, diminuendo i nostri spazi, chiudendoci in casa. È uno sforzo che stiamo facendo tutti, più o meno facilmente. Le immagini che abbiamo visto ieri ci fanno infuriare, più di quanto accadrebbe in una condizione normale.
Le donne, lo abbiamo detto molte volte, hanno patito più degli uomini gli effetti della pandemia. Hanno perso il lavoro in percentuale quasi doppia rispetto ai colleghi maschi e subìto un incremento della violenza domestica e familiare. Il numero delle donne uccise dagli uomini cresce, e il caso di Sarah Everard è un esempio.
Dovremmo tutti quanti, uomini e donne, manifestare contro questa situazione. Dovremmo sapere, essere certi, che se manifestiamo i poliziotti sono dalla nostra parte. È molto pericoloso che in una condizione come questa, in cui le democrazie sono stressate economicamente e psicologicamente da un evento tanto eccezionale, si crei una spaccatura, una mancanza di fiducia tra i cittadini e chi lavora per garantire la loro sicurezza.
Di fronte a un delitto come quello di Londra dovremmo rabbrividire, vergognarci per aver creato società nelle quali una donna non può tornare a casa da sola, camminare al buio senza rischiare di essere aggredita. E la polizia ha un compito preciso: garantire che la nostra legittima rabbia abbia lo spazio che le serve per essere espressa. Perché il pericolo non è manifestarla, ma nasconderla, e trasformarla in rancore.
di Lucia Capuzzi
Avvenire, 15 marzo 2021
Sotto accusa Big Pharma che ha ottenuto alla Wto il "no" dei Grandi: restano i diritti sui farmaci. Fra tre mesi però si riparte. Il sud del mondo boccia l'idea delle licenze. La battaglia non è finita: il consiglio dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) si riunirà l'8 giugno. E di nuovo troverà sul tavolo la proposta di India e Sudafrica di sospendere i brevetti su cure e vaccini fino alla sconfitta del Covid. È lo stesso trattato di Marrekech - con cui è stata istituita la Wto - a consentire deroghe al cosiddetto accordo Trips sulla proprietà intellettuale. In circostanze di "particolare gravità". Come quelle attuali. "Se non ora, quando?", ha scritto su The Guardian il segretario dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus, in vista dell'ultimo summit di Ginevra, mercoledì scorso. Il suo appello, però, s'è infranto contro lo sbarramento preventivo dei Paesi del Nord del mondo, patria delle grandi case farmaceutiche: Usa, Ue e Giappone in testa. La bozza, sulla base dell'istanza di Pretoria e New Delhi, non è nemmeno stata scritta, nonostante fosse sostenuta da oltre cento nazioni del Sud del pianeta.
E, così, la discussione è naufragata. Con grande soddisfazione di Big Pharma per cui il vaccino anti-Covid rappresenta un affare da 40 miliardi solo per il 2021. "Congelare i brevetti minerebbe la capacità di risposta globale di fronte alla pandemia", ha scritto la potente Pharmaceutical research and manifactures of America (Phrma) al presidente Usa, Joe Biden, il 5 marzo. Proprio l'emergenza sanitaria dà alle lobby del farmaco un potere contrattuale elevato: sono loro ad avere in mano l'arma decisiva contro il coronavirus. Anche se per "fabbricarla" hanno avuto ingenti fondi pubblici: 93 miliardi, secondo la Fondazione Kenup. La mancata condivisione si configura come un serio ostacolo alla diffusione dei farmaci anti-Covid. Con il rischio, in primo luogo, di creare un'apartheid vaccinale tra il "Club dei Grandi" - dieci Stati ricchi si sono accaparrati il 76 per cento delle scorte - e la metà povera del pianeta.
A febbraio, secondo l'Oms, 130 nazioni non avevano ricevuto una sola dose. Da allora, Covax, l'alleanza solidale per l'accesso universale al vaccino, ne ha raggiunte 38 (per quanto alcune in modo simbolico). Una novantina ne restano totalmente prive. Difficilmente, in queste condizioni, il mondo potrà raggiungere quell'immunità di popolazione globale indispensabile per eliminare il virus. Mai come in tempi di pandemia, siamo tutti su una stessa barca, come ha più volte ribadito papa Francesco. Per questo, Caritas Internationalis e il dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale del Vaticano hanno chiesto una riunione al Consiglio di sicurezza Onu sulla questione. Mentre il 23 febbraio, l'arcivescovo Ivan Jurkovic, osservatore permanente della Santa Sede alla Wto, si è pronunciato sospensione dei brevetti.
La concentrazione produttiva, inoltre, pregiudica anche molti Paesi del Nord, Italia inclusa, che fanno fatica a trovare le dosi necessarie. L'Ue, però, insiste. "I problemi produttivi non si risolvono sospendendo i brevetti", ha detto la portavoce della Commissione per il commercio, Miriam García Ferrer. In seno al fronte del Nord, invece, prende corpo l'ipotesi di una "terza via", sostenuta dalla stessa direttrice nigeriana della Wto, Ngozi Okonjo Iweala. Sono le "licenze volontarie": la possibilità per le aziende titolari di trasferite il brevetto ad altre imprese locali - sulla base di accordi - le conoscenze necessarie alla produzione. "La nostra esperienza ci insegna che non funziona.
Il potere decisionale resta in mano ai titolari. Sono loro a scegliere a chi, come, quando, in cambio di quanto", spiega Silvia Mancini, di Medici senza frontiere, in prima linea per la sospensione. "I governi dei Paesi più ricchi del pianeta si sono assunti una grave responsabilità, che provocherà purtroppo moltissimi altri lutti", ha detto Vittorio Agnoletto di Diritto alla cura, la campagna europea a cui aderiscono 74 organizzazioni e che ha già raccolto 100mila firme per il congelamento delle licenze. Una maratona di sottoscrizioni sarà proposta il 7 aprile, Giornata mondiale per il diritto alla salute. La strada è lunga e in salita. "Ma la società civile - conclude l'esperta di sanità Nicoletta Dentico - non si arrende".
di Viviana Mazza
Corriere della Sera, 15 marzo 2021
L'accordo raggiunto tra la Città di Minneapolis (dove avvenne il fatto) e i legali della vittima. Al via anche il processo contro l'agente Derek Chauvin, che uccise l'afroamericano tenendogli un ginocchio premuto sul collo. La città di Minneapolis pagherà 27 milioni di dollari di danni e interessi alla famiglia di George Floyd, il 46enne afroamericano morto lo scorso maggio sotto il ginocchio di un poliziotto bianco, che glielo aveva pressato sul collo per 8 minuti e 46 secondi. Le sue ultime parole - I can't breathe, "Non riesco a respirare" - sono diventate lo slogan delle manifestazioni di Black Lives Matter, alle quali la scorsa estate hanno partecipato un numero enorme - tra i 15 e i 26 milioni - di americani di ogni etnia e colore.
Il Consiglio comunale di Minneapolis ha approvato ieri all'unanimità il patteggiamento nella causa civile intentata dalla famiglia contro la città e i quattro poliziotti coinvolti. Il risarcimento, che include 500mila dollari per la comunità in cui Floyd fu ucciso mentre veniva arrestato col sospetto che avesse usato una banconota falsa da 20 dollari, è il più alto mai pagato dalla città. Il precedente: 20 milioni di dollari nel 2019 alla famiglia di Justine Damond, una donna bianca uccisa dal poliziotto Mohamed Noor.
Il processo al via - La decisione di Minneapolis è arrivata prima dell'inizio del processo penale che vede l'ex poliziotto Derek Chauvin imputato di tre reati legati all'accusa di omicidio, per cui rischia fino a 40 anni di carcere. Il risarcimento potrebbe avere implicazioni per il processo: l'avvocato difensore di Chauvin aveva cercato di bloccare ogni menzione, per evitare che influenzasse la giuria, che potrebbe leggerlo come una ammissione di responsabilità e colpa. La selezione della giuria è iniziata lunedì scorso: al momento i giurati scelti sono sei, secondo indiscrezioni (cinque uomini e una donna, tre dei quali bianchi). Ora alcuni esperti legali, citati dal Washington Post, credono che l'annuncio dei 27 milioni alla famiglia di Floyd sia "un potenziale disastro" per Chauvin, e osservano che la difesa potrebbe tentare di chiedere l'annullamento del processo, il cui inizio è previsto per il 29 marzo.
La presidente del Consiglio comunale Lisa Bender ha offerto le sue condoglianze: "Nessuna somma di denaro potrà mai compensare l'intensità del dolore o il trauma provocato da questa morte per la famiglia di George Floyd e gli abitanti di questa città. Minneapolis è stata profondamente cambiata dalle questioni razziali e il nostro intero Consiglio comunale vuole lavorare insieme alla comunità e alla famiglia per rendere Minneapolis una città più equa".
Processo e manifestazioni - In seguito all'uccisione di Floyd, oltre a diffuse manifestazioni pacifiche, ci furono anche episodi notturni di guerriglia urbana in diverse città americane. A Minneapolis vennero danneggiati 1.500 edifici, il Terzo distretto di polizia fu dato alle fiamme. Ora in vista del processo il centro della città, intorno agli edifici giudiziari, è stato blindato dal sindaco democratico Jacob Frey, che la scorsa estate fu criticato da Donald Trump per non aver preso misure più severe. Frey ha chiesto l'aiuto di agenti di altre zone del Minnesota e della Guardia Nazionale, anche perché dopo la morte di Floyd ha perso un quarto dell'organico tra dimissioni e pensionamenti.











