di Federica Gattillo
ilpolopositivo.com, 17 marzo 2021
Teatro vuol dire arte, passione, convivialità. Ma, come ci spiega Carlo Imparato, Vicepresidente dell'Associazione Culturale Teatro Necessario Onlus, può voler dire anche rieducazione. "Ci chiamiamo Teatro Necessario perché riteniamo che il teatro sia necessario a tutti e forse un po' di più per chi vive in una condizione di difficoltà come i detenuti" - dice Carlo, che da anni ormai lavora nella Casa Circondariale maschile di Genova Marassi e si prefigge, con la sua associazione, di promuovere la riabilitazione dei detenuti attraverso lo strumento creativo e terapeutico del teatro.
"Nasciamo 15 anni fa per puro caso, da un'idea mia e di mia moglie Mirella. Abbiamo chiesto ad alcuni amici professionisti nel mondo dello spettacolo di aiutarci a organizzare un laboratorio teatrale che coinvolgesse i detenuti. E così è andato in scena per la prima volta lo spettacolo 'Scatenati', da cui viene anche il nome della nostra compagnia". Subito dopo cominciano i lavori al secondo spettacolo, ispirato alla vera storia di un detenuto. "Da quel momento non ci siamo più fermati e abbiamo iniziato a portare i nostri spettacoli per i teatri di Genova. Nel 2012, ci è venuta un'idea totalmente folle: costruire un teatro all'interno del carcere, ma che fosse aperto alla città". Nasce così, da un'area in disuso della Casa Circondariale Marassi, il teatro dell'Arca, primo teatro in Europa edificato all'interno di un carcere in gran parte dai detenuti stessi.
"Ci siamo inventati un progetto economico educativo diretto ai detenuti, con dei corsi professionalizzanti alla mattina e dei laboratori teatrali nelle ore pomeridiane. Ogni aspetto degli spettacoli è curato dai detenuti, che non si limitano a recitare, ma si occupano anche delle luci, della scenografia, delle musiche", continua Carlo. Per alcuni il teatro si è trasformato addirittura in un mestiere. È il caso di Luca che, dopo venti anni di pena, ha girato l'Italia in qualità di responsabile luci per i Negramaro.
"Nel corso di questi anni siamo cresciuti moltissimo, tanto da approdare anche sul palco di Italia's got Talent. Abbiamo girato i teatri italiani, esibendoci di fronte a migliaia di persone e portando sempre in scena una carica di umanità e passione incredibile: distinguere i detenuti dagli attori professionisti che recitano con loro è quasi impossibile".
Teatro Necessario, promuovendo e intensificando iniziative volte all'integrazione e alla riabilitazione dei detenuti, non solo fornisce loro gli strumenti per reinserirsi in società, ma è anche in grado di produrre manifestazioni di alto valore sociale e di indiscussa qualità artistica. Alla base di tutto, secondo Carlo, ci sarebbe la 'magia del teatro'. "I primi mesi di laboratorio sono durissimi, perché buona parte dei detenuti non è realmente interessata al teatro. Dopodiché succede un fatto che io definisco magico, perché inspiegabilmente i detenuti iniziano ad appassionarsi, studiano il copione, seguono le indicazioni del regista e fanno loro stessi delle proposte. È la forza del teatro". E la forza del teatro non si ferma neanche in pandemia: la compagnia sta preparando un nuovo spettacolo che andrà in onda - o sul palco, dpcm permettendo - dal 27 marzo, non perdetevelo.
ottopagine.it, 17 marzo 2021
Si è concluso oggi il progetto "Oltre le mura", nato dalla collaborazione tra l'Ufficio campano del Garante delle persone private della libertà e la Cooperativa sociale di comunità iCare e dedicato ai detenuti Sex Offender, della sezione femminile e maschile, ristretti nel reparto protetto della Casa Circondariale "Capodimonte" di Benevento. Nonostante le difficoltà che si sono presentate con la situazione epidemiologica Covid-19 l'amministrazione penitenziaria si è adoperata nel continuare le attività e donare questi momenti importanti ai detenuti.
Il progetto, iniziato il giorno 22 settembre 2020, ha visto coinvolte sei professioniste con competenze diverse, quali psicologhe, criminologhe, educatrici, giuriste e mediatrici. Insieme ai detenuti, l'equipe ha facilitato l'attivazione di un percorso introspettivo dei ristretti, lavorando sul tempo, passato, presente e futuro attraverso attività di gruppo e colloqui individuali. Un viaggio importante all'interno del proprio Sé e dei propri vissuti, un intenso lavoro sulle emozioni, sulle credenze e sulle aspettative, al fine di favorire una rivisitazione critica delle azioni delittuose, nonché spunti di riflessione sull'utilizzo del tempo in carcere, per arrivare progressivamente agli obiettivi futuri.
Ci si è addentrati, senza giudizio, nei racconti personali, nelle vicende umane e processuali, offrendo punti di vista alternativi, riflettendo su se stessi, sul contesto e sul gruppo stesso. In carcere le giornate sono interminabili e tutte uguali, i giorni sembrano anni e si ha tanto tempo per riflettere sulla propria persona, ma spesso le riflessioni si riducono ad un soliloquio nella propria cella, senza poter beneficiare della condivisione dei pensieri in un gruppo e con dei professionisti che possa metterne in luce le criticità, i limiti, ma anche le potenzialità e i punti di forza. Alcuni incontri, infine, sono stati dedicati ad introdurre i concetti di riparazione, di attenzione alla vittima e alle conseguenze del reato.
Durante tutto il percorso si è ascoltato il dolore, l'impotenza e la sofferenza della condizione di privazione della libertà, ma si è anche volto lo sguardo all'esterno, ai legami recisi a causa del reato e soprattutto alla volontà di riscattarsi e avere una vita diversa all'uscita dal carcere.
"Siamo davvero entusiasti della collaborazione che abbiamo attivato con il Garante dei Detenuti Samuele Ciambriello - dichiara il Presidente della cooperativa Icare Don Giuseppe Campagnuolo - e di tutto l'Ufficio coordinato da quest'ultimo e lo ringraziamo per averci offerto questa grande occasione. Lavorare con i detenuti significa contribuire ad abbattere ogni giorno di più, il muro del pregiudizio e degli stereotipi. Progettazioni come queste meritano di essere attivate più spesso ed è fondamentale che il periodo di detenzione diventi un vero percorso rieducativo e di reinserimento sociale, affinchè nessuno venga mai lasciato indietro".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 marzo 2021
Una vicenda raccontata nel XVII Rapporto di Antigone dal quale risulta una media del 27,6% dei detenuti in terapia psichiatrica. Avrebbe tentato il suicidio in carcere a Torino, per questo sarebbe stato trasferito in una cella liscia, denudato, senza materasso né coperta e con l'acqua chiusa. Per quest'ultimo motivo, si sarebbe trovato nelle condizioni di bere dallo scarico del wc.
La sua situazione peggiora, si agita, e la prassi sarebbe stata quella di frequenti iniezioni intramuscolari per cercare di sedarlo. Parliamo di M., un detenuto in espiazione presso un reparto di osservazione psichiatrica "Il Sestante" della Casa Circondariale di Torino. La vicenda viene narrata da un familiare che si rivolge al Difensore Civico di Antigone preoccupato della situazione particolarmente critica in cui versa il ragazzo che ha tentato il suicidio in carcere.
Sottoposto a vari Tso senza test clinici adeguati - Una vicenda, terribile, ben raccontata nel XVII Rapporto di Antigone sulle condizioni detentive. M. subisce vari trattamenti sanitari obbligatori che da quanto raccontato ad Antigone non rispondono a nessuna perizia psichiatrica. Viene denunciata infatti l'assenza di test clinici adeguati che possano configurare una corrispondente terapia. M. trascorre nove mesi continuativi nella sezione dedicata a soggetti in acuzie del reparto di osservazione psichiatrica, in cui la permanenza massima prevista dalla legge è invece di trenta giorni. Quella di M. è solo una delle tante storie che arrivano all'ufficio dell'associazione Antigone e che danno l'idea di quanta strada ancora c'è da fare per garantire diritti e protezione a chi vive all'interno delle carceri italiane e per ridurre il numero dei suicidi in carcere.
98 istituti visitati dall'Osservatorio da Antigone nel 2019 - Infatti, come emerso dal rapporto annuale "Oltre il virus", in 98 istituti visitati dall'Osservatorio da Antigone nel 2019, una media del 27,6% dei detenuti risulta in terapia psichiatrica e il 41 % delle patologie sono disturbi psichici. Secondo i dati del ministero della Giustizia, nel 2019 si sono verificati in totale 53 suicidi, con 8,7 suicidi ogni 10.000 detenuti mediamente presenti, 8,376 atti autolesionistici e 939 tentativi di suicidio.
Il dossier di "Ristretti Orizzonti": 61 suicidi fino nel 2020 - Secondo i dati raccolti dal Dossier "morire di carcere" di Ristretti Orizzonti, nel 2020 si sono verificati 61 episodi di suicidio in carcere, numero destinato ad aumentare anche come conseguenza del crescente isolamento rispetto al mondo esterno dei soggetti ristretti a seguito della pandemia. Per Antigone questi dati sono particolarmente preoccupanti soprattutto se paragonati alle stime riportate dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo cui nel 2016 in Italia nella popolazione libera si è registrato un tasso di suicidi pari allo 0,82 ogni 10.000 abitanti. "Ancora una volta - si legge nel rapporto - il carcere è il luogo in cui si registra una maggiore incidenza del fenomeno suicidario. In tal senso, il momento dell'ingresso all'interno del sistema carcerario rappresenta un evento traumatico".
Dall'ingresso alla scarcerazione: tutti i momenti traumatici - Ma il momento dell'ingresso non l'unico momento di criticità che fa insorgere patologie psichiche. Insorgono anche durante tutta la fase detentiva e nella fase prossima alla scarcerazione. Altri disturbi psichici particolarmente frequenti tra la popolazione detenuta - si legge nel rapporto di Antigone - "sono il disturbo dell'adattamento, i disturbi legati all'uso di sostanze stupefacenti, il disturbo del controllo degli impulsi e i disturbi della personalità". Ultimo momento definito critico per il soggetto è rappresentato dalla fase prossima alla scarcerazione, durante il quale insorgono una serie di preoccupazioni e ansie legate al reinserimento all'interno della società libera, che per molti può rappresentare un momento di forte difficoltà. "Il tema legato alla tutela della salute mentale in carcere sicuramente rappresenta uno dei nodi più difficili da sciogliere, per la necessità da una parte di garantire cure adeguate che rendano il contesto detentivo quanto meno possibile peggiorativo del disagio psichico, dall'altra per la necessità di assicurare la sicurezza della società libera e all'interno degli istituti stessi", osserva Antigone.
catanzaroinforma.it, 17 marzo 2021
A seguito delle richieste del Garante dei detenuti della Regione Calabria. Le richieste del Garante dei detenuti della Regione Calabria relative alla vaccinazione della popolazione carceraria e per l'attivazione della Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza di Girifalco, sono state portate all'attenzione del Governo dal deputato di Fratelli d'Italia Wanda Ferro, che ha rivolto una interrogazione al ministro della Giustizia Cartabia e al ministro della Salute Speranza.
Wanda Ferro ha chiesto ai rappresentanti del governo "quali iniziative di competenza intendano assumere per includere la popolazione carceraria tra le categorie da vaccinare prioritariamente, anche al fine di garantire l'efficienza e la sicurezza della macchina penitenziaria".
Già in una interrogazione dello scorso 14 gennaio Wanda Ferro aveva evidenziato che "se si ritiene vera la circostanza che nell'ambiente penitenziario sussista un maggiore pericolo di contagio, alimentato da un sovraffollamento cronico che ostacola qualsiasi forma di distanziamento e conclamato dai numeri, e una effettiva difficoltà di gestire l'emergenza sanitaria, logica vorrebbe che venissero vaccinati subito tutti i detenuti e gli operatori penitenziari che operano all'interno delle carceri, scongiurando così la temuta esplosione incontrollata dell'epidemia, che sinora si è dichiarato di voler prevenire favorendo il ricorso alle detenzioni domiciliari".
Wanda Ferro ha chiesto quindi al governo di dare seguito all'avvio dell'attività funzionale della Rems di Girifalco, della quale già a fine 2020 sono stati ultimati i lavori di ristrutturazione, grazie all'impegno dell'Asp e dell'Amministrazione comunale, e per la quale è necessario perfezionare celermente i successivi necessari adempimenti, dalla procedura ad evidenza pubblica per l'acquisto degli arredi e delle attrezzature, al procedimento di autorizzazione e accreditamento, alla definizione della forma di gestione (pubblica o privata) della struttura stessa. Secondo il Garante, infatti, sono più di 50 le persone in lista di attesa per l'ingresso in Rems, in quanto dichiarate giudizialmente incapaci di intendere e di volere, a cui si aggiungerebbero i soggetti raggiunti da una misura di sicurezza temporanea, come previsto per legge.
di Carla Ferrante
Libero, 17 marzo 2021
Si chiama Jack, è un meticcio e da circa un anno vive in uno delle carceri più sicure d'Italia, nella Casa circondariale e di reclusione di Campobasso, in Molise. Jack è stato adottato come ultima volontà di un detenuto, malato terminale. L'uomo, collaboratore di giustizia, in attesa di valutazione da parte del magistrato competente, aveva espresso il desiderio di poter avere, nella sua cella, un amico fidato con cui condividere le giornate.
La direttrice, Rosa la Ginestra, concede l'autorizzazione e Jack fa il suo ingresso in Via Cavour con tanto di microchip e libretto sanitario, e diventa presto il protagonista del carcere molisano, dove hanno "soggiornato" i più pericolosi boss della criminalità organizzata - da Cutolo a Schiavone e qualcuno dice anche Toto Riina. Il meticcio di taglia media non ha faticato molto ad ambientarsi. Da un box ristretto, umido e condiviso con altri cani, in questa nuova vita ha una cuccia calda e non deve neppure ringhiare per farsi rispettare.
Ad ogni minimo segno di insofferenza detenuti e personale gli assicurano coccole, cibo, acqua fresca e l'aria aperta. Chissà cosa avrà pensato Jack in quel breve tragitto tra il canile e il carcere? Immaginava forse un prato verde, i bambini con la palla, un guinzaglio per le lunghe passeggiate, ma soprattutto provava ad annusare dai finestrini l'odore di libertà, che il suo nuovo proprietario voleva regalargli. Le giornate nella casa circondariale di Campobasso sono sì tutte uguali, ma per Jack sono lontane da quel canile e questo gli basta.
Nonostante il luogo fosse angusto, lui si diverte a giocare con le pezze, con le ciabatte. Con il suo compagno era felice e ricevere carezze rassicuranti senza dover fare la guardia o riportare la pallina erano per lui il massimo. La sua coda scodinzolava e i suoi occhi sorridevano. Jack amava ascoltare, accucciato ai piedi del suo amico, i racconti di come sarebbe stata per entrambi, la vita una volta fuori dal carcere. Il suo abbaio di felicità si sentiva lontano, nell'ala più lontana del braccio. Le giornate scandite da regole ferree per Jack erano diventate un gioco.
Era una vita normale per un piccolo pelosetto abituato al nulla. Lì, nel carcere, non doveva più aspettare che qualcuno gli aprisse la gabbia per farlo correre felice. Potrebbe sembrare strano, ma nel penitenziario, a Campobasso, "Jack è davvero felice, sembra abbia trovato la sua dimensione. Semmai non dovesse più trovarsi bene, gli troveremo di sicuro una sistemazione migliore.
Mai più si apriranno per lui le porte di un canile". A raccontarlo è il segretario del Spp, il sindacato di polizia penitenziaria, Aldo di Giacomo. La malattia del detenuto, però, progredisce in fretta e così viene trasferito. Ora è recluso nel carcere di Belluno. Qui non può però portare con sé Jack, che resta a Campobasso. La separazione tra i due è un fiume di commozione, si erano abituati l'uno all'altro, si fidavano, non c'erano segreti tra loro.
Da circa un mese Jack condivide quindi la cella con altri detenuti, che si sono subito affezionati a lui. La direttrice ha provato a chiedere alla famiglia del proprietario di adottarlo, ma non vogliono. Jack non sembra scomporsi di fronte al rifiuto. La sua nuova vita continua in Via Cavour, tra quelle mura che ormai sono diventate la sua casa.
Al canile, Jack preferisce, non c'è dubbio, i ritmi scanditi dal carcere e nessuno vuole più separarsene. Di notte continua ad abbaiare se sente rumori sospetti e di giorno gironzola indisturbato tra i corridoi e i cortili dell'istituto. Per molto tempo il carcere è stato off-limits agli animali e anche oggi non sempre è possibile accogliere le richieste dei detenuti.
Diversi sono stati gli episodi di abuso e questo ha bloccato le iniziative e vari progetti. Ora però sembra stia diventando una realtà consolidata la possibilità di far incontrare alle persone recluse i propri quattro-zampe. Sono sempre più gli istituti di pena che consentono di concedere appositi permessi ai carcerati e quella di Jack ne è una testimonianza.
di Carla Ferrante
Libero, 17 marzo 2021
Si chiama Jack, è un meticcio e da circa un anno vive in uno delle carceri più sicure d'Italia, nella Casa circondariale e di reclusione di Campobasso, in Molise. Jack è stato adottato come ultima volontà di un detenuto, malato terminale. L'uomo, collaboratore di giustizia, in attesa di valutazione da parte del magistrato competente, aveva espresso il desiderio di poter avere, nella sua cella, un amico fidato con cui condividere le giornate.
La direttrice, Rosa la Ginestra, concede l'autorizzazione e Jack fa il suo ingresso in Via Cavour con tanto di microchip e libretto sanitario, e diventa presto il protagonista del carcere molisano, dove hanno "soggiornato" i più pericolosi boss della criminalità organizzata - da Cutolo a Schiavone e qualcuno dice anche Toto Riina. Il meticcio di taglia media non ha faticato molto ad ambientarsi. Da un box ristretto, umido e condiviso con altri cani, in questa nuova vita ha una cuccia calda e non deve neppure ringhiare per farsi rispettare.
Ad ogni minimo segno di insofferenza detenuti e personale gli assicurano coccole, cibo, acqua fresca e l'aria aperta. Chissà cosa avrà pensato Jack in quel breve tragitto tra il canile e il carcere? Immaginava forse un prato verde, i bambini con la palla, un guinzaglio per le lunghe passeggiate, ma soprattutto provava ad annusare dai finestrini l'odore di libertà, che il suo nuovo proprietario voleva regalargli. Le giornate nella casa circondariale di Campobasso sono sì tutte uguali, ma per Jack sono lontane da quel canile e questo gli basta.
Nonostante il luogo fosse angusto, lui si diverte a giocare con le pezze, con le ciabatte. Con il suo compagno era felice e ricevere carezze rassicuranti senza dover fare la guardia o riportare la pallina erano per lui il massimo. La sua coda scodinzolava e i suoi occhi sorridevano. Jack amava ascoltare, accucciato ai piedi del suo amico, i racconti di come sarebbe stata per entrambi, la vita una volta fuori dal carcere. Il suo abbaio di felicità si sentiva lontano, nell'ala più lontana del braccio. Le giornate scandite da regole ferree per Jack erano diventate un gioco.
Era una vita normale per un piccolo pelosetto abituato al nulla. Lì, nel carcere, non doveva più aspettare che qualcuno gli aprisse la gabbia per farlo correre felice. Potrebbe sembrare strano, ma nel penitenziario, a Campobasso, "Jack è davvero felice, sembra abbia trovato la sua dimensione. Semmai non dovesse più trovarsi bene, gli troveremo di sicuro una sistemazione migliore.
Mai più si apriranno per lui le porte di un canile". A raccontarlo è il segretario del Spp, il sindacato di polizia penitenziaria, Aldo di Giacomo. La malattia del detenuto, però, progredisce in fretta e così viene trasferito. Ora è recluso nel carcere di Belluno. Qui non può però portare con sé Jack, che resta a Campobasso. La separazione tra i due è un fiume di commozione, si erano abituati l'uno all'altro, si fidavano, non c'erano segreti tra loro.
Da circa un mese Jack condivide quindi la cella con altri detenuti, che si sono subito affezionati a lui. La direttrice ha provato a chiedere alla famiglia del proprietario di adottarlo, ma non vogliono. Jack non sembra scomporsi di fronte al rifiuto. La sua nuova vita continua in Via Cavour, tra quelle mura che ormai sono diventate la sua casa.
Al canile, Jack preferisce, non c'è dubbio, i ritmi scanditi dal carcere e nessuno vuole più separarsene. Di notte continua ad abbaiare se sente rumori sospetti e di giorno gironzola indisturbato tra i corridoi e i cortili dell'istituto. Per molto tempo il carcere è stato off-limits agli animali e anche oggi non sempre è possibile accogliere le richieste dei detenuti.
Diversi sono stati gli episodi di abuso e questo ha bloccato le iniziative e vari progetti. Ora però sembra stia diventando una realtà consolidata la possibilità di far incontrare alle persone recluse i propri quattro-zampe. Sono sempre più gli istituti di pena che consentono di concedere appositi permessi ai carcerati e quella di Jack ne è una testimonianza.
di Diego Andreatta
Avvenire, 17 marzo 2021
Numerosi i detenuti hanno aderito all'iniziativa di pregare per le intenzioni indicate dal cappellano don Angeli che arrivano da "fuori". Un carcere non può essere percepito come un luogo oscuro e spento. È un ambiente di vita - seppure ristretta e inevitabilmente sofferta - dove possono accendersi nuove prospettive personali, piccoli focolai di fiducia, di cambiamento e anche di preghiera. È scaturita da questa consapevolezza, ben presente da chi offre un servizio pastorale in tanti istituti di pena, l'originale iniziativa lanciata dall'arcidiocesi di Trento sotto il titolo "Scintille di preghiera dal carcere".
Dove le scintille - l'immagine ben si presta a indicare qualcosa di vivace, che sa superare le barriere dello spazio nel salire in alto - non sono altro che le intenzioni di preghiera che la gente mette per iscritto e fa arrivare, attraverso il cappellano, dentro il carcere dove alcuni detenuti e operatori si impegnano ogni settimana a farle proprie e a rivolgere al cielo, appunto.
Il focolaio è acceso, visto che a tutt'oggi sono quasi 35 i carcerati che si sono resi disponibili a dedicare un po' del loro tempo alla preghiera per quest'intenzione "commissionata" dall'esterno.
Ma accanto a loro ci sono anche cinque operatori carcerari, appartenenti al personale di servizio e alla polizia penitenziaria, che pure aderiscono a quest'impegno portato avanti durante il momento comune della Messa settimanale. Spiega don Mauro Angeli, il prete destinato alla "parrocchia" di Spini di Gardolo, oltre 300 detenuti: "Già da qualche mese la nostra équipe pastorale aveva trovato disponibilità attorno a questa proposta, assunta ora dalla diocesi. Si dà l'occasione a persone che si trovano in condizione di mancanza di libertà di fare qualcosa di utile per gli altri. E che cosa, per noi, non è utile come la preghiera?".
Non è solo la novità a stupire, ma anche l'effetto capovolgimento visto che si è sempre portati a considerare i detenuti come oggetto o destinatari della preghiera ("Ero carcerato e mi avete visitato"), non come protagonisti attivi, in grado di ricevere in consegna dall'esterno del penitenziario un compito che ha spesso anche un nome e un volto ben preciso da affidare al Signore.
Ma nel metodo c'è un altro aspetto che estende la validità di quest'iniziativa. A coordinare e "filtrare" le richieste di preghiera - indirizzate a
Dopo la pubblicità sui media locali e durante il programma diocesano mensile dal titolo "Vulnerabili", l'iniziativa sta prendendo piede. "È interessante constatare che sono quasi sempre richieste di preghiera molto dirette, legate a singole situazioni o persone - spiegano le sorelle della Piccola Fraternità - più che a problematiche generali. Finora vengono quasi tutte dalla zona della città di Trento, vicina al carcere. Ci sembra di sentire un cuore molto aperto in chi le ha scritte e anche la fiducia di affidarle alla preghiera e alla condivisione di altri".
vita.it, 17 marzo 2021
L'iniziativa si chiama "Rigenerazione. Nuove sperimentazioni teatrali dentro e fuori il carcere" nell'ambito del progetto "Per Aspera ad Astra" che coinvolge dieci fondazioni, 250 detenuti e 12 carceri italiane. Sarà possibile seguire l'evento in streaming venerdì 26 febbraio.
Venerdì 26 marzo, alla vigilia della Giornata Mondiale del Teatro, Acri organizza l'evento "Rigenerazione. Nuove sperimentazioni teatrali dentro e fuori il carcere". L'iniziativa rientra in "Per Aspera ad Astra", progetto promosso da Acri e sostenuto da 10 Fondazioni associate, che da 3 anni coinvolge circa 250 detenuti, di 12 carceri italiane, in percorsi di formazione artistica e professionale nei mestieri del teatro.
All'evento, che si terrà in diretta streaming, dalle ore 10,30 alle ore 12,30, con la conduzione di Andrea Delogu, interverranno i testimoni dell'iniziativa: Enrico Casale, Associazione culturale Scarti; Ibrahima Kandji, attore Compagnia della Fortezza; Micaela Casalboni, Teatro dell'Argine. A seguire, Francesco Profumo, presidente di Acri; Bernardo Petralia, Capo Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria; Aniello Arena, attore; Giorgia Cardaci, attrice, vicepresidente Associazione Unita - Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo. Concluderà il Ministro della Cultura, Dario Franceschini.
Per l'occasione verrà proiettato il video di azione collettiva "Uscite dal mondo", diretto da Armando Punzo, Compagnia della Fortezza, con la drammaturgia musicale di Andrea Salvadori e la partecipazione di: Ivana Trettel - Opera Liquida, Enrico Casale - Compagnia Scarti, Daniela Mangiacavallo - Associazione Baccanica, Franco Carapelle ed Elisabetta Baro - Teatro e Società, Micaela Casalboni - Teatro dell'Argine, Vittoria Corallo - Teatro Stabile dell'Umbria, Alessandro Mascia - Cada Die Teatro, Sandro Baldacci - Teatro Necessario, Marco Mucaria e Grazia Isoardi - Voci Erranti Onlus, Alessia Gennari - FormAttArt, Leonardo Tosini e Marco Mattiazzo - Teatro Stabile del Veneto.
"Per Aspera ad Astra - Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza" è un progetto che, dal 2018, sta realizzando in 12 carceri italiane innovativi e duraturi percorsi di formazione professionale nei mestieri del teatro, che riguardano non solo attori e drammaturghi, ma anche scenografi, costumisti, truccatori, fonici, addetti alle luci, ecc. Coinvolge circa 250 detenuti, che hanno partecipato a più di 300 ore di formazione ciascuno. Il progetto, promosso da Acri e sostenuto da 10 Fondazioni di origine bancaria, è nato dall'esperienza ultra trentennale della Compagnia della Fortezza di Volterra, guidata dal drammaturgo e regista Armando Punzo che, nel corso della sua lunga attività, ha costruito un patrimonio consolidato di buone pratiche, e che ora si estende in altre carceri d'Italia.
Ad alimentare e rendere fattibile questo progetto c'è un'inedita comunità, composta da diversi soggetti, coinvolti ciascuno con ruoli diversi: Fondazioni di origine bancaria, compagnie teatrali che curano la formazione, direttori e personale degli istituti di pena, detenuti. Per Aspera ad Astra ha, infatti, dato vita a una rete nazionale di compagnie teatrali che operano nelle carceri e che condividono l'approccio e la metodologia di intervento. L'esperienza condivisa testimonia come sia possibile lavorare nelle carceri mettendo al centro l'arte e la cultura, lasciando che essa possa esprimersi a pieno e compiere una rigenerazione degli individui, che possa quindi favorire il riscatto personale e avviare percorsi per il pieno reinserimento del detenuto nel mondo esterno. Altro obiettivo di questo tipo di intervento è che esso possa contribuire alla riflessione sulla piena applicazione dell'art. 27 della Costituzione italiana, innescando un processo di ripensamento del carcere, delle sue funzioni e del rapporto tra il personale che vi opera e le persone detenute.
Neanche la pandemia ha interrotto l'esperienza: le limitazioni alle attività imposte dalle misure di contenimento della diffusione del contagio hanno spronato le compagnie partecipanti ad attivare formule alternative per proseguire le attività. Le lezioni si sono trasferite in modalità telematica: i detenuti, in piccoli gruppi, si collegano in videochat, i docenti utilizzano diversi supporti multimediali per sopperire alla lontananza. Insieme alla formazione, i partecipanti stanno lavorando alla redazione di un testo drammaturgico, attraverso scambi epistolari che stanno innescando veri processi creativi condividendo testi, immagini bozzetti, ipotesi di scenografie. Per partecipare all'evento è richiesta la registrazione, entro il 23 marzo, a questo link:
acri.it/peraspera21 (per informazioni 0668184.286/330
di Vincenzo Vita
Il Manifesto, 17 marzo 2021
Il virus sta mettendo a nudo i vecchi peccati della comunicazione, esacerbandoli e svelandone così le aporie. Vaccino sì, vaccino no: canterebbero Elio e le Storie Tese. Purtroppo, l'informazione italiana - con le debite, ma poche eccezioni - sembra piegata, china davanti al potere reale che cerca di destreggiarsi dentro la trama del Covid-19. Anzi. Proprio mentre emergono tutte le crepe nella gestione della vicenda, a partire dalla ritirata europea di fronte alle case farmaceutiche e ai loro brevetti, sarebbe indispensabile avere almeno la garanzia di sapere e di approfondire. Se facciamo eccezione per programmi coraggiosi come Report o Presa diretta, e non molto di più, siamo sommersi da un'ondata di news spesso subalterna alle ondivaghe e contraddittorie scelte dei decisori.
Ottimisti e pessimisti ad ore alterne, in particolare i telegiornali si stanno segnalando per dosi di insopportabile piaggeria. Simile tendenza, sempre immanente nel sistema mediale, con l'avvento della presidenza del consiglio di Mario Draghi ha raggiunto la sua epifania. I dati forniti dall'osservatorio tg Eurispes-CoRiS Sapienza sulle edizioni dall'8 al 12 marzo scorsi ci dicono che la cronaca del contagio ha conquistato ben 32 aperture. Eppure, eravamo a ridosso dell'importante viaggio in Iraq del Papa di Roma e delle discussioni sul nuovo segretario del partito democratico. L'annuncio del ritiro di un lotto del vaccino AstraZeneca, ovviamente, ha cannibalizzato i titoli di Tg3, Tg4, Tg5, Tg La7, per diventare il leitmotiv delle ultime ore.
Alla prevedibile quantità del minutaggio non corrisponde un'adeguata qualità. L'omologazione cresce sovrana e il doveroso atteggiamento di un avvertito watchdog journalism pare svanire. I numerosi invitati dei talk parlano in tanti casi senza un vero contraddittorio, rilasciando di volta in volta dichiarazioni rassicuranti o di cupo fatalismo. E, proprio a proposito della storia di AstraZeneca, non si può che concordare con l'analisi critica svolta da Franco Bechis, direttore di un quotidiano pur assai lontano politicamente come Il Tempo. La richiesta di precisione e di trasparenza nella divulgazione delle notizie è giusta e condivisibile.
Un caso di scuola amaro, eccentrico persino nell'ambiente buonista e accomodante di Fabio Fazio, è quello della puntata di domenica 14 marzo di Che tempo che fa. Le interviste-chiacchierate con il generale-commissario straordinario Figliuolo e il virologo Burioni (ospite abituale) sembravano delle elegie, dei peana con il sottotesto del supereroe Draghi. Già. L'informazione è a sovranità limitata. Ci sono fili invisibili e taciturni che non si possono toccare. Basti pensare alla differenza abnorme con la critica costante e talvolta del tutto strumentale rispetto al governo Conte bis e alle sue azioni. In verità, al di là della propaganda da regime, che c'è di nuovo davvero nella gestione della pandemia o nel piano vaccinale?
Insomma, il virus sta mettendo a nudo i vecchi peccati della comunicazione, esacerbandoli e svelandone così le aporie. Purtroppo, però, non se ne discute. Come se un passa parola capillare avesse caldamente invitato ad abbassare lo sguardo e a limitare ogni velleità critica. Eppure, l'urgenza di rendere consapevoli le persone dovrebbe prevalere sulla comoda tentazione di trasformare cittadine e cittadini in meri sudditi. Manipolabili a piacere.
Perché le istituzioni preposte, dalla commissione parlamentare di vigilanza all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni non pensano ad uno specifico indirizzo sul racconto della pandemia, per riaffermare i punti essenziali della correttezza e dell'equilibrio nel fornire le informazioni? Il pluralismo non è solo la sua versione politica. Il tema assume, poi, un valore cruciale, che non attiene semplicemente alla correttezza deontologica.
In verità, il corpo ancora prevalente dell'universo dei media avrebbe l'obbligo di fare fronte comune contro la dilagante patologia delle fake news, che sta invadendo le architetture a maglie larghissime dei social. La dialettica tra vero e falso diventa un obbligo civile, necessario per tutelare democrazia e civiltà. E non è neppure sufficiente ancorarsi al pressapochismo o al verosimile. La verità, per una volta, è assolutamente rivoluzionaria. Anche senza rivoluzione.
di Silvia Avallone
Corriere della Sera, 17 marzo 2021
Mentre lo mancavamo di una decina di centimetri, io mi promettevo in silenzio che non avrei più permesso a mia figlia di vivere un'esperienza simile: non poter giocare all'aperto, non poter vedere altri bambini, non poter andare a scuola. Non l'ho mantenuta. Sono tornata a svegliarmi all'alba per poter scrivere qualche pagina. Poi mia figlia si sveglia, e mio marito e io cominciamo a fronteggiare il lungo giorno. Non è affatto come l'anno scorso: anche in zona rossa si lavora. Il mondo non si è fermato di nuovo: si sono fermate le scuole, per l'ennesima volta.
Cominciamo con il puzzle dei francobolli da 1.000 pezzi. Proseguiamo con il gioco dell'oca. Nel frattempo i telefoni squillano, le mail arrivano, mio marito deve uscire. Mia figlia scoppia a piangere: Perché papà va al lavoro e io non vado a scuola? Mi sento impotente, in una misura che mi sovrasta.
Come posso riuscire, da sola, tra le mura di una casa deserta, senza mondo, a far crescere mia figlia? - L'Italia ha sempre dato un ruolo troppo vasto alla famiglia, come se questa potesse sostituirsi alla scuola, alle amicizie, alla cultura, alla società intera, come se contenesse un orizzonte a cui tendere. Ma è vero il contrario: una famiglia è solo l'inizio di una storia, e nessun figlio, nessun genitore, può vivere la propria e diventare se stesso senza allontanarsene.
"Mamma, perché papà va al lavoro e io non vado a scuola? - La mattina trascorre rinunciando: faccio saltare impegni o li schivo. Se una telefonata è troppo urgente, accendo la televisione e dico a mia figlia di guardarla. Ieri, nella chat dei genitori, una madre ha scritto che, a causa di una serie di riunioni su Zoom, ha dovuto sistemare il bambino davanti ai cartoni animati per 5 ore e si è sentita uno schifo. "Che alternative avevo?" ha chiesto disperata. Qualche giorno prima il video di Davide Conte, assessore del Comune di Bologna interrotto più volte dal figlio durante una seduta comunale, è diventato virale. Qualcuno lo ha definito divertente. Altri hanno consigliato, di nuovo, di ricorrere alla tv per tenerlo buono. Ma i bambini non vanno sedati: vanno aiutati a fiorire. Tutto ciò che capita loro durante l'età evolutiva ha un impatto indelebile sulla geografia delle cognizioni, dell'emotività e dell'affetto. La pandemia dura da un anno e i bambini e gli adolescenti sono stati l'ultimo argomento. Non parlo solo di scuola e di istruzione, ma anche del loro diritto a essere quello che sono: non adulti, non autonomi. Con necessità specifiche: crescere sani nell'anima e nel corpo, con relazioni e stimoli, luce e spazio. Il rischio è che quando lo diventeranno sul serio, adulti, il vuoto di esperienza, di cultura, di affettività che si porteranno dentro sarà insormontabile. E non si tratta di un problema individuale, ma collettivo.
"A casa finiscono per rimanere le madri. Vedere i propri bambini annichiliti genera un senso di colpa insostenibile" - L'ipoteca della pandemia sul futuro si decide oggi. Annientare bambini e adolescenti davanti agli schermi, chiusi tra quattro pareti, perché il mondo degli adulti deve riuscire a barcamenarsi in ufficio, in fabbrica, nelle riunioni su Zoom è un'ingiustizia senza senso. Il mondo degli adulti non sta affatto procedendo in avanti. Sta tornando indietro: lavorando senza preoccuparsi delle persone a cui lascerà il testimone, senza costruire un sistema alternativo che ci metta al riparo da nuove ondate, accrescendo a dismisura le diseguaglianze tra chi ha mezzi e wi-fi e chi non li ha.
Non in ultimo, sta ribadendo che quella famiglia a cui riconosce un ruolo così vasto, che tanto magnifica a parole, in fondo coincide con un unico membro lasciato solo: a casa, a prendersi cura dei figli, devono rimanere le madri. Che possono "scegliere" se continuare a lavorare in presenza, senza sapere a chi lasciare i figli, o in smartworking al prezzo di riunioni interrotte di continuo, oppure abdicare a loro stesse. Perché vedere i propri bambini annichiliti genera un senso di colpa insostenibile. E perché, concretamente, non ci sono alternative. Però i figli non appartengono ai genitori. Sono cittadini, hanno nomi e cognomi: se non votano, non protestano, non producono ricchezza oggi, è perché devono imparare a farlo domani. Sono il motivo per cui una società progetta e cerca di migliorarsi.
"È inutile arrabattarsi nell'economia del presente. È l'istruzione l'economia di domani. Serve un orizzonte" - Nel dramma totale di questa pandemia, è urgente un piano che riguardi i bambini e gli adolescenti. Dopo più di un anno, è inutile arrabattarsi nell'economia del presente come in un vicolo cieco: è la scuola l'economia del domani.
Cosa siamo senza un orizzonte? Lo chiamano inverno demografico: la rinuncia a mettere al mondo dei figli. È diventato impossibile progettare un viaggio, un calendario che vada oltre la settimana, oltre la sopravvivenza. Pianificare e immaginare una nuova vita sarebbe una follia, no? In questa quasi primavera, insolitamente assolata come lo fu quella del 2020, vedo chiaramente nel deserto delle strade là fuori il perché di questo inverno: non si sentono le voci dei bambini. Non sono previste le loro corse, non è loro consentito abitare a cielo aperto. Osservo anziani che portano a spasso il cane, signori che fanno jogging. È come se i bambini fossero stati tutti ricacciati indietro, nelle placente delle loro stanze, nel ronzio monotono delle connessioni. È come se fosse stato loro precluso il venire al mondo.
La vita si differenzia dalla sopravvivenza perché contiene un sogno. L'intelligenza di guardare oltre l'immediatezza e costruire un cammino in cui realizzarsi: non solo per se stessi, ma per continuare e cambiare negli altri. E, in questo modo, non morire mai.
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