Il Sole 24 Ore, 13 marzo 2021
Saranno magistrati in ruolo, designati dal Csm. Svolgeranno indagini e processi davanti alle Corti nazionali alle dipendenze del Procuratore Ue. Venti e dislocati nelle principali sedi giudiziarie. Saranno tanti i pm italiani che lavoreranno per Eppo, la procura europea, secondo la proposta della ministra della Giustizia Marta Cartabia, su cui si pronuncerà il 23 marzo il plenum del Csm, nella riunione presieduta dal capo dello Stato. Sarà la prima occasione di confronto con il Csm di Cartabia, che invece ha già incontrato il vice presidente David Ermini il 4 marzo scorso al ministero della Giustizia.
Al centro di quel colloquio c'era proprio il tema della procura europea, di cui Cartabia ha parlato anche nella riunione di ieri con i capigruppo della maggioranza nelle Commissioni Giustizia di Camera e Senato. L'Italia è un po' in ritardo rispetto ad altri Paesi nell'attuazione degli ultimi passaggi necessari al pieno funzionamento della procura europea, che già esiste. Si tratta ora di nominare i Ped, i procuratori europei delegati.
Sono i sostituti, in ogni Stato dell'Unione, del Procuratore Europeo, che a breve sarà il titolare esclusivo dell'azione penale per tutti i reati che offendono gli interessi finanziari della Unione Europea. Il Csm ha indicato i criteri per la loro designazione, ma perché si proceda al bando di concorso occorrono ulteriori passaggi. A partire dal parere sulla proposta della ministra Cartabia di determinare in 20 il loro numero, su cui la prossima settimana si pronuncerà la Commissione prima del voto del plenum.
I Ped - che in Italia saranno magistrati in ruolo, ma negli altri Paesi non necessariamente - svolgeranno indagini e celebreranno processi innanzi alle corti nazionali, designati dal Csm, ma alle dipendenze della Procura europea. Nella circolare Il Csm ha stabilito che nella loro scelta sarà valorizzata l'esperienza nella conduzione di indagini in materia di reati contro la PA o di criminalità economica e finanziaria e nella cooperazione giudiziaria internazionale.
di Cristina Genesin
Il Mattino di Padova, 13 marzo 2021
È stata archiviata l'indagine sull'ex direttore del carcere Salvatore Pirruccio. La conclusione della Procura: "Si tratta di atti valutativi e quindi discrezionali".
Casa di reclusione Due Palazzi, il carcere per i detenuti condannati in via definitiva: quattro inchieste aperte e un'indagine finita in archivio. Si tratta dell'indagine di cui è stato protagonista Salvatore Pirruccio, all'epoca dei fatti direttore del Due Palazzi da 13 anni, poi rimosso nell'ottobre 2015 dall'incarico. L'accusa contestata era di falso ideologico in seguito alla declassificazione di 6 reclusi dal regime di Alta sicurezza (riservato ai condannati inseriti nella criminalità organizzata per reati di tipo associativo come mafia e traffico di droga a livello internazionale) a quello proprio dei detenuti comuni.
A sollecitare l'archiviazione (accolta dall'ufficio gip) il pm Sergio Dini che ha concluso come "con tale atto (di declassificazione) Pirruccio comunicava esservi stata una positiva valutazione circa il comportamento dei detenuti.... tale atto, per ciò che concerne l'aspetto contenutistico, è di carattere discrezionale, non risulta avere carattere di attestazione o certificazione dei fatti". La conseguenza? "Gli aspetti valutativi (con riferimento alla declassificazione decisa dall'allora direttore) essendo per loro natura discrezionali..., non possono essere ricompresi nella fattispecie dell'articolo 479 (l'articolo del codice penale che disciplina il reato di falso ideologico)". Da qui l'archiviazione in quanto con quella declassificazione Pirruccio non ha certificato un "fatto" (come richiesto dal reato di falso) ma ha solo espresso delle valutazioni.
Scrive ancora il pm: "Residuerebbe la circostanza di avere il Pirruccio "comunicato" al Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) che tale positiva valutazione era "già stata inserita in Afis" (si tratta della banca dati delle forze dell'ordine), circostanza quest'ultima non perfettamente corrispondente alla realtà posto che sotto la data del 9 aprile 2015 ancora non vi era stata formale adozione di provvedimenti in tal senso... Pirruccio ha dichiarato che al di là dell'aspetto formale (non ancora perfezionato) si era però già formata un'inequivocabile volontà in tal senso dell'organo collegiale (il Got o Gruppo osservazione e trattamento) deputato a tale tipo di valutazione, volontà espressa in colloqui e incontri anche informali e non verbalizzati, tra i componenti del predetto organo".
Tutto nasce dall'ispezione da parte del Dap nel Due Palazzi tra giugno e luglio 2015 quando "venivano riscontrate anomalie e irregolarità nella conduzione della casa di reclusione" scrive sempre il pm Dini "in particolare per quanto concerneva la declassificazione di alcuni detenuti in Alta Sicurezza". Quest'ultima sezione viene eliminata perché nell'estate 2014 esplode lo scandalo "carcere colabrodo", un'inchiesta che svela un sistema di crimini, abusi e complicità tra alcuni agenti di polizia penitenziaria e un gruppo di detenuti, capaci di trasformare un reparto del carcere in un supermarket fuorilegge dove tutto aveva un prezzo.
Al termine dell'ispezione viene trasmesso anche in procura il rapporto firmato dalla dottoressa Gianfederica Dito (Capo del Dipartimento Ufficio per l'attività ispettiva e di controllo del Dap). Nel rapporto si rileva che "la commissione ha confermato quanto è emerso nella visita ispettiva del 2014... che il controllo di una parte dell'istituto e dei detenuti che vi lavorano è affidato interamente a due centri di potere ai quali la direzione (all'epoca affidata a Pirruccio) sembrerebbe aver ceduto la gestione e il controllo".
In seguito all'ispezione (di carattere amministrativo) nell'ottobre 2015 scatterà il trasferimento ad altro incarico del direttore, difeso dalle cooperative attive in carcere e dai volontari di Ristretti Orizzonti. Sul piano penale, invece, l'indagine avviata sul fatto specifico della declassificazione dei 6 detenuti in Alta sicurezza posta in essere da Pirruccio si è chiusa con quell'archiviazione, non rilevando alcun falso ideologico.
Giornale di Brescia, 13 marzo 2021
Lo tsunami Covid ha cambiato il mondo intero, ma non è riuscito a cambiare il peso del sovraffollamento nel carcere cittadino di Canton Mombello. La casa circondariale "Nerio Fischione", infatti, resta tra le più affollate d'Italia. Peggio di noi solo Taranto. E dopo alcuni mesi di relativo alleggerimento - seguiti al decreto "Cura Italia" che intendeva proprio combattere la diffusione del virus nella popolazione carceraria - oggi siamo tornati ai pesantissimi livelli pre-pandemia.
La conferma arriva dal XVII Rapporto Antigone che l'osservatorio nazionale sulla realtà penitenziaria ha illustrato ieri. Al 28 febbraio scorso Canton Mombello ospitava 357 detenuti (il 28 febbraio di un anno fa erano 366) e cioè ben il 192% rispetto ai 186 reclusi che sono formalmente indicati come capienza accettabile per una struttura costruita più di un secolo fa.
La realtà all'interno del carcere, però, non si misura solo coi numeri. Le limitazioni legate al Covid, infatti, all'interno delle strutture carcerarie hanno comportato anche un pesante arretramento della capacità della pena di recuperare l'individuo alla società. Sottolineano i promotori di Antigone: il carcere è "un sistema in cui la tecnologia era un tabù pericoloso e oggi sembra strumento irrinunciabile per garantire i diritti. In cui la scuola e le attività lavorative si sono troppo spesso bloccate e faticheranno a riprendersi. In cui la medicina d'emergenza ha soppiantato ogni timido tentativo di intervento preventivo. Un sistema in cui, soprattutto, neanche la pandemia ha saputo azzerare il sovraffollamento. E anzi, dove i numeri, nell'ultimo trimestre (dicembre 2020 - marzo 2021) sono tornati a salire. Lenti ma inesorabili".
Per la Casa circondariale "Nerio Fischione" di Canton Mombello, ad esempio, i reclusi erano calati nei primi mesi della pandemia di circa un centinaio di persone (destinate spesso a misure di detenzione alternativa). Ma la tregua è durata pochi mesi e oggi siamo tornati al livello di sovraffollamento di un mese fa.
"La cosa che rattrista di più - sottolinea Luisa Ravagnani, Garante per i detenuti del Comune cittadino - è che il sovraffollamento di Canton Mombello è un dato antico, noto da sempre, col quale combattiamo da almeno vent'anni. Eppure c'è l'illusione di affrontarlo volta per volta alla luce di qualche nuova emergenza: anni fa era il tema del fondamentalismo islamico, oggi è la pandemia da Covid. Il dato vero è che Canton Mombello è invivibile, non ha i parametri minimi per garantire la dignità della persona. E questo non lo diciamo noi, lo denuncia da tempo il personale della Polizia penitenziaria. Ma evidentemente si tratta di un problema che la collettività preferisce rimuovere".
Come è cambiata la vita dentro il carcere con la pandemia? "Se possibile, è cambiata in peggio - spiega la Garante -. C'è stato un lungo periodo di sospensione dei colloqui coi familiari, ma anche oggi sono di fatto annullate le molte esperienze che, specie in un territorio come quello di Brescia, le realtà del volontariato avevano saputo negli anni mettere a punto assieme alla direzione del penitenziario. E si tratta di attività formative e di crescita fondamentali per ridurre il pericolo di recidiva fra chi prima o poi uscirà dai cancelli". La speranza? "È che i vaccini entrino in misura massiccia oltre i cancelli. Abbiamo fiducia che il ministro Cartabia abbia la sensibilità e la cultura giuridica per una svolta concreta".
Il Centro, 13 marzo 2021
Stato di agitazione del Sinappe: vogliamo sicurezza. E si preparano al presidio fisso davanti al carcere. Trenta detenuti ospitati nelle due aree Covid del carcere San Donato. Uno è ricoverato in Terapia intensiva al Covid hospital di via Paolini. Un altro detenuto (entrambi italiani) è stato trasportato ieri mattina in ospedale dopo aver accusato un malore in cella.
La sicurezza del penitenziario è al centro dello stato di agitazione proclamato, per i prossimi giorni, dal Sinappe, Sindacato nazionale autonomo di polizia penitenziaria. L'annuncio è del vice segretario regionale, Alessandro Luciani. Che spiega: "Ci stiamo organizzando per un presidio fisso esterno al carcere, l'obiettivo è ottenere rassicurazioni sulla sicurezza nella durissima trincea del carcere. Da 8 detenuti positivi siamo passati a 30 in poche settimane e mancano all'appello 87 agenti, siamo sotto organico".
Le proteste del Sinappe, nelle settimane scorse, rilanciate dal Centro, hanno "sortito più di un effetto", secondo Luciani: "Sono arrivate tute e mascherine in quantità. Inoltre sono terminate le vaccinazioni a personale e detenuti. E oggi (ieri) sono in corso 50 tamponi da parte dei sanitari della Asl e del carcere" diretto da Lucia Di Feliciantonio.
Spiega, il poliziotto penitenziario, che ieri mattina ha indossato tuta e calzari e ha trasportato il detenuto che si è sentito male in ospedale, che "sono diventate due le aree Covid in carcere dove sono ospitati 30 reclusi positivi: 22 alla prima sezione giudiziaria e 8 alla prima penale", al piano terra della casa circondariale. "I detenuti sono liberi di circolare all'interno delle mura del carcere, soprattutto nella prima sezione giudiziaria, ciò ci preoccupa. La nostra mobilitazione sarà per la sicurezza, nei giorni scorsi abbiamo incontrato il prefetto per riferire le nostre problematiche".
Sono 287 i detenuti del San Donato, tra cui molti pescaresi, ma anche stranieri, maghrebini e sudafricani. I collaboratori di giustizia, una ventina, sono isolati in un padiglione di massima sicurezza della casa di reclusione. E sono "115 i poliziotti incaricati della sorveglianza, di cui 36 assenti per malattia, ma non sappiamo quanti hanno il virus", spiega Luciani, "dovremmo essere 166, mancano 87 agenti all'appello".
L'annosa carenza del personale viene sottolineata anche da Mario Di Febo della Cgil Funzione Pubblica e Antonio Di Marco, Cisl, che rimarcano "la necessità di avere in organico almeno 50 agenti in più". Secondo Di Febo, tra gli agenti "in forze a Pescara, alcuni vengono mandati in missione al carcere di Chieti".
novaradio.info, 13 marzo 2021
Un libro è sempre strumento di evasione e libertà: tanto più se si è reclusi in carcere, e a maggior ragione se si fronteggiano ulteriori limitazioni a causa della pandemia. Per ampliare il patrimonio librario a disposizione delle biblioteche delle carceri di Firenze e Prato, l'associazione Volontariato con il sostegno del polo universitario penitenziario lancia la campagna "Nel frattempo... un libro": chiunque può recarsi in una delle 30 librerie indipendenti aderenti nell'area fiorentina e pratese (elenco completo su polopenitenziario.unifi.it) e decidere di donare un libro a piacere o tra quelli consigliati, ricevendo in cambio una cartolina realizzata dagli illustratori dell'associazione Scioglilibro e accompagnata da testi scritti dai detenuti.
A sostegno della campagna parte anche da domani una serie di 5 incontri on line che affrontano da diverse prospettive il tema "cultura, letteratura e carcere" - da Focault agli scrittori russi, passando per le molte recenti serie Tv ambientate nei penitenziari (https://meet.jit.si/Nelfrattempounlibro). Una questione che non è solo lettura d'evasione ma anche studio, in primis di quei detenuti che sono iscritti ai corsi dell'università di Firenze, attraverso il Polo universitario penitenziario di Firenze e Prato.
"I numeri sono in crescita e l'isolamento forzato, con la sospensione delle visite e di molte attività sportive o laboratoriali, sembra aver spinto ancor di più verso lo studio. Da due anni le immatricolazioni sono in aumento e nei prossimi si laureeranno 5 detenuti - spiega a Novaradio Maria Grazia Pazienza, delegata dell'università di Firenze al polo universitario penitenziario di Firenze-Prato.
Nonostante i problemi nuovi che il lockdown ha portato e l'impossibilità di una dad in carcere, siamo riusciti a garantire agli detenuti studenti le registrazioni delle lezioni in streaming. Rimane il problema degli spazi: "I reclusi del carcere dei Prato del 'Gozzini' sono più facilitati, mentre quelli di Sollicciano scontano purtroppo le carenze storiche della struttura". Un progetto di riqualificazione degli spazi da adibire ai corsi è allo studio in collaborazione con il garante dei detenuti, ma il suo avanzamento ha subito ritardi dopo il trasferimento del direttore Prestopino.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 13 marzo 2021
La condanna a morte di Sergio Cosmai fu eseguita da quattro killer il 12 marzo 1985, davanti alla scuola materna dove il direttore del carcere di Cosenza, da tempo nel mirino della n'drangheta, stava andando a prendere la figlia Rossella. Fu investito da una raffica di pallottole e morì il giorno dopo, un mese prima della nascita del suo secondo figlio.
Nel 36 °anniversario dell'agguato, Sergio Cosmai è stato ricordato a Cosenza con la celebrazione di una messa officiata nella cattedrale dal vescovo Francesco Nolè e con la deposizione di una corona d'alloro al monumento situato all'interno del carcere che oggi porta il suo nome. Alle cerimonie commemorative ha preso parte il capo Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (DAP) Bernardo Petralia che, al termine ha incontrato direttori, comandanti e altri rappresentanti degli istituti penitenziari della Regione.
A Sergio Cosmai sono stati dedicati nel tempo numerosi tributi tra cui, nel 2017, la Medaglia d'oro al merito civile alla memoria. Anche quest'anno, sia pure con i limiti imposti dalla pandemia, l'Amministrazione penitenziaria ha voluto rinnovare il ricordo della sua vita e del suo sacrificio, per continuare a valorizzarne nel presente la portata educativa.
Quando Sergio Cosmai, nel 1982, fu assegnato come direttore al carcere di Cosenza, nella città era in pieno svolgimento la prima guerra di mafia tra i clan Pino-Sena e Perna-Pranno. I tanti detenuti, esponenti della 'ndrangheta cosentina, tentavano da tempo di assumere anche il controllo dell'istituto di pena, tra agguati e minacce per ottenere privilegi. Il giovane dirigente si mostrò da subito determinato a ristabilire la legalità, affiancato dal maresciallo Filippo Salsone (anche lui ucciso, in un agguato mafioso, un anno dopo la morte di Cosmai). I 'mammasantissima' risposero con un crescendo di provocazioni, culminate in una violenta protesta, subito sedata, nel giugno del 1984. Cosmai propose a una rappresentanza di detenuti di incontrarlo, ma Franco Perna, capo dell'omonima 'ndrina, rifiutò, chiedendo che fosse il direttore a recarsi da lui. "Io non vengo, allora non c'è niente da dire" fu la risposta di Cosmai. Un affronto per il "capobastone" che, per dimostrare di non piegarsi all'autorità dello Stato, ordinò la morte del suo rappresentante.
Gli esecutori materiali dell'omicidio di Sergio Cosmai furono arrestati poco dopo e inizialmente condannati. In appello però, per il venir meno di una testimonianza, il verdetto fu ribaltato e furono assolti. A dare nuovo impulso alla vicenda giudiziaria furono gli altri due componenti del commando che, divenuti collaboratori di giustizia, indicarono il mandante dell'omicidio in Francesco Perna. Il boss fu condannato, in via definitiva all'ergastolo, nel 2017, a 32 anni dall'omicidio.
di Associazione Marco Pannella
tarantinitime.it, 13 marzo 2021
Il carcere di Taranto è il più sovraffollato di Italia, ma ancora l'assessore Lopalco non ha una data per i vaccini. È stato presentato il rapporto nazionale di Antigone sulle carceri italiane 2020. Ancora una volta Taranto è al primo posto della classifica per carcere più sovraffollato d'Italia: 603 detenuti per 307 posti (un affollamento di quasi il 200%), seguito da Brescia con 357 detenuti per 186 posti (191,9%), e Lodi 83 detenuti per 45 posti (184,4%).
Da anni l'Associazione Marco Pannella denuncia le condizioni del carcere di Taranto verificate puntualmente attraverso le decine di visite ispettive effettuate all'interno, che però nell'ultimo anno non sono state autorizzate dal Dap per il Covid. Per questo vogliamo sapere dalla Regione Puglia la data in cui somministrerà i vaccini ai detenuti. Il sovraffollamento non è più solo una condizione di trattamento inumano e degradante, come la Corte di Strasburgo con la famosa sentenza pilota della Cedu ci aveva insegnato condannando l'Italia per violazione dei diritti umani, ma oggi è diventato anche una questione di salute pubblica.
Per questo motivo le carceri sono state inserite dal Ministro della Salute tra le priorità da vaccinare subito in questa fase. Ma purtroppo in Puglia questo non è avvenuto, e non si legge nel piano vaccinale regionale nessuna indicazione per quanto riguarda la somministrazione ai detenuti. Questo, dopo i solleciti del Presidente Draghi e del Ministro Cartabia non è più accettabile. Sono 52 gli attuali positivi nelle carceri pugliesi.
Un dato allarmante considerando che è una comunità in cui è difficile isolare il virus, poiché i detenuti non possono, loro malgrado, tenere le distanze e non hanno neanche mascherina. "Emiliano nell'ordinanza di chiusura scuole ha scritto che per riaprirle doveva prima vaccinare gli insegnanti, e allora-chiede l'Associazione Marco Pannella - se non fa i vaccini perché non chiude anche le carceri?".
di Giovanni Belardelli
Corriere della Sera, 13 marzo 2021
I nostri limiti si sono accentuati negli ultimi decenni anche in conseguenza di una modernizzazione che ci ha indotto a essere molto attenti ai diritti e assai meno ai doveri. Perché alcuni italiani indossano la mascherina e rispettano le norme anti-Covid mentre altri sembrano curarsene poco, anzi in qualche caso non rifuggono nemmeno da azioni pericolose per gli altri come organizzare feste e cene di nascosto?
Dietro interrogativi del genere c'è la questione dei limiti antichi di cui soffre il nostro senso civico; limiti accentuatisi negli ultimi decenni anche in conseguenza di una modernizzazione che ci ha indotto a essere molto attenti ai diritti e assai meno ai doveri. Invita a riflettere di nuovo sul tema un piccolo testo pubblicato nel 1795 in Francia, la Dichiarazione dei diritti e dei doveri dell'uomo e del cittadino, ora stampato da Liberilibri, a cura di Maurizio Griffo. Distrutti i vecchi legami che tenevano assieme la società di antico regime, cosa può tenere assieme una collettività che i soli diritti individuali, si temeva, avrebbero fatto precipitare nell'anarchia? Affrontando anni dopo lo stesso problema, Giuseppe Mazzini delineava il progetto di una comunità democratica fondata appunto sul dovere.
Da allora, si può dire che non vi sia stata generazione nel nostro Paese che non abbia richiamato tale necessità. Lo fece anche Aldo Moro nel 1976 con parole di rara drammaticità: l'Italia "non si salverà [...] se non nascerà un nuovo senso del dovere". Ma, ecco il punto cruciale, cos'è che lo può rafforzare se e quando è debole? Un tempo erano la religione o il sentimento nazionale ad alimentare e sostenere i principi di etica pubblica. Oggi però, in una società decisamente secolarizzata e con lo Stato nazionale indebolito, quella strada è più difficile da percorrere. A ben vedere, gli stessi deprecati partiti della Prima Repubblica rappresentavano pur sempre, per chi li votava e ancor più per chi vi apparteneva, dei veicoli di un'obbligazione generale che (non sempre ma spesso) alimentava il sentimento civico. Ma quei partiti non ci sono più e sui nuovi è meglio sorvolare. Per fortuna in ampi settori della società italiana (uno per tutti: il volontariato) il senso del dovere - la consapevolezza per così dire automatica che certe cose vanno fatte e altre no - ancora sopravvive, eccome. Ma a volte quegli italiani e a quelle italiane che rispettano norme e leggi hanno la sensazione di non ricevere un adeguato riconoscimento da parte dei poteri pubblici. Forse su questo terreno qualcosa si potrebbe fare.
di Andrey Poznyakov
it.euronews.com, 13 marzo 2021
I detenuti in Russia saranno inviati ai lavori forzati per ripulire l'Artico dall'inquinamento. Lo ha affermato il direttore dei servizi federali penitenziari, Alexander Kalashnikov. Stando alle sue dichiarazioni al board dell'istituzione, sono già stati conclusi accordi con le autorità del territorio di Krasnojarsk, una divisione amministrativa situata nella Siberia centrale, e con l'amministrazione della città di Norilsk.
Indiscrezioni su questa possibilità erano già circolate nei giorni passati in relazione ad un'analisi su 15 siti illegali di smaltimento rifiuti nella regione di Arkhangelsk, ricorda l'agenzia Interfax. Nell'area di Krasnojarsk, il dipartimento penitenziario punta a creare un centro correzionale che ospiterà 56 detenuti. Le autorità parlano di "cooperazione che darà mutuo beneficio", con il dipartimento penitenziario, interessato ad aumentare l'utilizzo di lavori forzati per colmare la domanda di manodopera locale.
Il Ministro delle Risorse Naturali, Alexander Kozlov, ha sottolineato l'importanza di una "pulizia generale" dell'Artico, che a suo dire va ripulito da ferraglia arrugginita e altri materiali inquinanti. Il Ministro si era pronunciato in relazione ad un disastro naturale che ha causato una perdita di combustibile nei pressi della centrale energetica di Norilsk. Nel maggio scorso, più di 20 tonnellate di diesel si erano riversate nelle acque e nel sottosuolo e la compagnia, Norilsk Nickel, è stata condannata al pagamento di quasi 150 miliardi di rubli (oltre 1.7 miliardi di euro) di danni. Gli attivisti dell'opposizione denunciano una rinascita dei gulag e dei lavori forzati nelle più remote periferie della Russia, in condizioni ambientali estreme. Lavori forzati che, storicamente, hanno provocato trattamenti degradanti e il decesso di innumerevoli detenuti.
di Francesco De Palo
Il Fatto Quotidiano, 13 marzo 2021
Sommossa degli anarchici. L'ex membro della Brigata 17 novembre, condannato a 11 ergastoli per altrettanti omicidi, è da settimane in sciopero della fame e della sete e sarà trasferito, dopo essere tornato dall'ospedale dove è ricoverato in terapia intensiva, dalla prigione agricola di Volos alla prigione di Domokos. Durante le proteste un agente di 27 anni è stato gravemente ferito con colpi di mazze.
Si è trasformata in una guerriglia urbana (e politica) la vicenda del terrorista greco Dimitri Koufondinas, in sciopero della fame (e in terapia intensiva) per protestare contro la decisione del governo di riportarlo al carcere duro dal penitenziario agricolo di Volos. L'uomo, condannato a 11 ergastoli, è stato capo della brigata 17 novembre, e da tre settimane è in sciopero della fame e della sete. Una condizione che lo ha portato a un passo dalla morte, mentre gli anarchici che si riconoscono alle sue battaglie contro Usa, Nato e Ue mettono a ferro e fuoco le strade di Atene. Un agente di 27 anni è stato gravemente ferito con colpi di mazze in occasione di una manifestazione di protesta a Nea Smirni.
Al momento Koufondinas è ricoverato presso l'ospedale di Lamia, nella Grecia centrale. Due anni fa sotto il governo targato Tsipras era stato trasferito in una prigione più leggera, provocando la protesta dei familiari delle vittime. Il suo avvocato chiede che lo stato di diritto venga rispettato e avverte che se ciò non accadrà ci saranno "condizioni che minacciano la pace e la coesione sociale", come dimostrano le quotidiane sommosse degli anarchici nella zona ateniese di Zografou, con una vera e propria guerriglia urbana condotta a colpi di molotov da incappucciati contro gli agenti di polizia della capitale ellenica.
Koufondinas è stato accusato di 200 reati in vari processi e condannato a 11 ergastoli per la sua partecipazione a un totale di undici omicidi, oltre a vari attentati e rapine. La prima vittima fu il 23 dicembre 1975, il capo della stazione Cia ad Atene, Richard Welch, freddato sull'uscio della sua abitazione davanti alla moglie e all'autista, passando per vari attacchi missilistici contro una sede della British Petroleum e contro gli uffici ateniesi della Siemens.
La questione sta infiammando il dibattito politico e sociale. L'ex premier Alexis Tsipras ha chiesto al governo di cambiare posizione, in modo che "il filo della vita di Koufontinas non venga tagliato, la vita umana in uno Stato governato dallo stato di diritto è il bene supremo". Il governo conservatore ha replicato che in uno Stato governato dallo stato di diritto "la legge si applica a tutti, anche a coloro che non mostrano rimorso e insultano la memoria delle loro vittime camminando ostentatamente nei luoghi in cui sono stati uccisi".
Tra le vittime del 17 novembre ci sono anche l'editore Nikos Momferatos e il deputato Pavlos Bakoyannis nel 1989, cognato dell'attuale primo ministro Kyriakos Mitsotakis, e padre dell'attuale sindaco di Atene, Kostas Bakoyannis. Un omicidio che all'epoca fece indignare tutto il Paese, con la condanna unanime anche da parte dei comunisti greci che rispettavano molto Bakoyannis per il suo contributo politico contro la Giunta.
Syriza ora accusa il governo di vendetta per il coinvolgimento personale della famiglia Mitsotakis, ma i familiari delle vittime sostengono che il confinamento di un terrorista come Koufondinas in una prigione agricola sia uno sfregio alle morti causate dalla 17 novembre. In piazza Syntagma, ad Atene, si susseguono le proteste di antagonisti e militanti dell'opposizione: forte la tensione con la polizia che ha impiegato i cannoni ad acqua per disperdere i manifestanti, i quali hanno risposto con lancio di molotov e pietre.
La scorsa settimana sono stati segnalati attacchi mirati di anarchici ai poliziotti impegnati nelle strade per le attività legate alla pandemia, come la campagna di vaccinazione o i controlli nelle aree in lockdown. Secondo la denuncia fatta pubblicamente dal Segretario generale delle forze di sicurezza greche, Stratos Mavroidakos, i poliziotti adesso rischiano la vita. "Il clima è pesante, non abbiamo ancora un poliziotto morto - ha detto - Ma alcune persone vorrebbero sporcarsi le mani con il sangue della polizia, pensando di fare una rivoluzione".
- Grecia. Violenze di polizia fuori controllo, ad Atene un intero quartiere si rivolta
- Pandemia sociale, crollo senza precedenti dell'occupazione nel 2020
- Australia. Gli scienziati scagionano la mamma-killer. "Figli morti per cause naturali"
- Marocco. Il digiuno in cella di Maati Monjib
- Egitto. Da Europa e Stati Uniti rarissima condanna del regime di al-Sisi











