Corriere del Veneto, 12 marzo 2021
Continua a tenere banco, dentro e fuori Palazzo Moroni, il caso legato a Matteo Messina Denaro. Ossia all'ancora anonimo consigliere comunale che, mercoledì della scorsa settimana, durante la votazione segreta per eleggere il Garante dei detenuti, ha appunto scritto sulla scheda il nome del superlatitante di Cosa Nostra.
L'altro giorno, il segretario cittadino del Pd, Davide Tramarin, ha annunciato la presentazione di un esposto in procura "per fare chiarezza sulla vicenda" e il deputato Alessandro Zan (pure lui del Pd) ha rivolto un'interrogazione parlamentare al ministro dell'interno, Luciana Lamorgese. Ieri, invece, un'identica interrogazione è stata depositata pure dall'onorevole di Fratelli d'italia, Ciro Maschio (commissario provinciale del partito di Giorgia Meloni): "Non è accettabile - si legge che un consigliere, nascondendosi dietro la segretezza del voto, abbia scritto il nome di uno dei superboss più pericolosi e ricercati del mondo".
Mentre in una nota, i Garanti comunali dei detenuti di Belluno, Rovigo, Venezia, Verona e Vicenza, insieme con il Garante regionale, Mirella Gallinaro, hanno espresso "desolata amarezza per l'accaduto". E infine, i capigruppo a Palazzo Moroni di Pd, Lista Giordani, Coalizione Civica, Lista Lorenzoni, Area Civica, M5S e Forza Italia (non pervenuti, almeno fino a tarda sera, quelli di Lista Bitonci, Lega e Fratelli d'Italia) hanno ribadito "la necessità che l'autore di tale grave atto si manifesti pubblicamente chiedendo scusa alla città".
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 12 marzo 2021
La clamorosa sentenza a Reggio Emilia: "Violata la Costituzione, che per l'obbligo di dimora prevede doppia riserva: di giurisdizione e di legge". Gli ormai celebri "Dpcm", ovvero i decreti del presidente del Consiglio dei ministri, sono illegittimi. Lo ha stabilito il giudice del Tribunale di Reggio Emilia Dario De Luca pronunciandosi sulla richiesta di emissione di decreto penale di condanna avanzata dal pm. In estrema sintesi, un atto amministrativo, quale è il Dpcm, non può limitare la libertà personale di movimento, essendo contrario alla Costituzione un obbligo generalizzato di rimanere nella propria abitazione.
I fatti risalgono al 13 marzo scorso. L'allora premier Giuseppe Conte aveva da pochi giorni firmato il primo di una lunghissima serie di Dpcm, prevedendo il divieto di uscire di casa al fine di contenere i contagi da Covid-19. Una donna, fermata da una pattuglia di carabinieri a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, aveva dichiarato di essersi dovuta recare in ospedale per effettuare delle analisi con il compagno. I carabinieri, poi, accertarono che non erano mai stati in ospedale e scattò la denuncia per entrambi.
Tutto nullo per il giudice "perché il fatto non costituisce reato", dal momento che il Dpcm "non può imporre l'obbligo di permanenza domiciliare, neanche in presenza di un'emergenza sanitaria". L'obbligo di permanenza domiciliare è "una sanzione penale che può essere decisa dal magistrato per singole persone per alcuni reati, e soltanto all'esito del giudizio". Il giudice ha ribadito, infatti, che "un decreto del presidente del Consiglio è un semplice atto "regolamentare", privo della forza normativa per costringere qualcuno a restare in casa".
Neppure un provvedimento normativo, in astratto, può imporre ad alcuno di restare a casa: la Costituzione pone sul punto una doppia riserva, di giurisdizione oltre che di legge. Secondo il giudice "sono considerate restrittive misure ben più lievi come l'obbligo di presentarsi al commissariato per gli ultras 'daspati' o il prelievo di sangue per i sospetti ubriachi al volante, mentre richiedono il controllo del giudice l'accompagnamento coattivo alla frontiera per gli stranieri irregolari e il trattamento sanitario obbligatorio oltre che gli stessi provvedimenti contro i tifosi violenti".
La disapplicazione di tale disposizione, materialmente comprovata, non è punibile giacché le circostanze escludono l'antigiuridicità in concreto della condotta e, comunque, integrano un falso inutile. L'essersi voluti "sostituire" all'Autorità giudiziaria da parte del premier è, pertanto, incompatibile con lo Stato di diritto del nostro Paese. La pronuncia del giudice di Reggio Emilia è un precedente importante per gli innumerevoli ricorsi presentati in questi mesi contro i dpcm.
di Dario Di Vico
Corriere della Sera, 12 marzo 2021
Sono poco meno di 3 milioni di anziani che vivono nelle Rsa o in casa. Sono poco meno di 3 milioni, hanno pagato il prezzo più salato alla devastazione del virus (la mortalità si è concentrata tra persone ultraottantenni con due o tre patologie concomitanti) ma ciononostante non riescono ad ottenere la giusta e necessaria attenzione. Si aspettavano che, una volta illuminata dai media la loro condizione, politica e amministrazione agissero di conseguenza e invece niente.
Sono il piccolo esercito degli anziani che vivono nelle Rsa o in casa propria ma non sono autosufficienti vuoi a causa di una riduzione drastica della mobilità fisica (con l'impossibilità di lavarsi, vestirsi e camminare) vuoi per un grave disturbo cognitivo (il terribile Alzheimer tra tutti). Avrebbero bisogno di assistenza continuativa domiciliare o residenziale per rispondere alla condizione di dipendenza permanente, però non trovano interlocutori e risposte. Perché se è vero che la spesa corrente per il welfare italiano pende sul lato pensionistico, una è la condizione di un ex lavoratore settantenne in buona salute, altra e diversa quella di un anziano che dipende dai congiunti per le funzioni vitali e il sostentamento materiale.
Su questa esigenza di rappresentanza e di voce si muove il Network Non Autosufficienza, una rete di esperti affiancata da 8 associazioni di malati di Alzheimer e Parkinson, da Cittadinanzattiva, Forum del Terzo Settore, Forum Disuguaglianze Diversità e sostenuta da Caritas Italiana. Un raggruppamento mai così largo e che testimonia la preoccupazione di fondo che circola tra le famiglie coinvolte. Il primo impegno è stato quello di elaborare una proposta sull'assistenza che nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza purtroppo manca. "Sarebbe paradossale - dice Cristiano Gori, coordinatore del Network - che un Piano nato per rispondere a una tragedia dimenticasse coloro che hanno pagato il prezzo maggiore, le vittime". E aggiunge che la pandemia ha solo messo drammaticamente a nudo una criticità che esisteva da tempo.
Il welfare italiano è stato interessato negli ultimi anni da diversi interventi di riforma, dall'Aspi del 2012 al Reddito di cittadinanza del 2019 fino all'Iscro del 2021, ma nessuno di essi ha riguardato la platea dei non autosufficienti. Come invece hanno scelto di fare in varie forme Austria, Germania, Francia e Spagna tra gli anni Novanta e i Duemila.
Il risultato è che, secondo le statistiche Ocse, solo la Grecia ha meno posti letto dell'Italia in strutture residenziali: 1,8 ogni 100 persone contro 1,9. Ma oltre alla residenzialità anche l'assistenza a domicilio fa acqua: i servizi pubblici nella migliore delle ipotesi seguono l'anziano in media 18 ore l'anno (!). Eppure che ci sia necessità di provvedere lo suggeriscono innanzitutto le tendenze demografiche che vedono salire il numero degli ultraottantenni a un ritmo vertiginoso (fatto 100 il livello del 2000 già siamo nel 2020 a 198,1). E in questa fascia d'età i medici segnalano la preoccupante crescita dei malati di Alzheimer.
Due sono i problemi di fondo che, secondo il Network, vanno affrontati di petto. Il primo riguarda la frammentazione degli interventi pubblici erogati da soggetti diversi (Asl, Comuni, Inps) e, purtroppo, non coordinati tra loro. Che andrebbero invece collocati in un sistema di governance unitario capace di armonizzare le diverse linee di responsabilità. Il secondo investe l'inadeguatezza dei servizi domiciliari, il cui sviluppo invece è valutato alla stregua di una priorità. Come ovviare? Offrendo agli anziani non solo gli interventi di natura medico-infermieristica ma anche quelli di supporto nelle attività di base della vita quotidiana.
Il Pnrr non permette (giustamente) l'incremento della spesa corrente ma può finanziare un investimento straordinario nella domiciliarità per accompagnarne la riforma e avviare l'ampliamento dell'offerta. Che, non ultimo, creerebbe un numero significativo di quei white jobs più volte raccomandati dalla Commissione Europea. "La proposta - sintetizza Gori - prevede circa 7,5 miliardi per la non autosufficienza nel periodo 2022-26, 5 dei quali dedicati ai servizi domiciliari. È la cifra giusta per avviare una riforma ambiziosa ma si può partire anche con meno. Il vero pericolo non è che i fondi siano inferiori a quelli sperati ma che il Pnrr ignori del tutto i non autosufficienti".
di Paolo Perazzolo
Famiglia Cristiana, 12 marzo 2021
Nasce volutamente in un momento storico in cui l'arte è silenziata e dopo 5 anni di laboratorio.
Il modello è quello creato a Volterra da Armando Punzo. Il testo del primo spettacolo è stato scritto da un giovane detenuto. Nasce, grazie al progetto Per Aspera ad Astra, Rumore d'ali teatro, una nuova compagnia teatrale all'interno della Casa di Reclusione di Vigevano, nell'anno in cui il Teatro e i teatranti son stati silenziati.
Rumore d'ali teatro prende vita dopo 5 anni consecutivi di laboratorio teatrale, a cura di ForMattArt insieme alla regista Alessia Gennari, dentro la Casa di reclusione di Vigevano. Dall'estate 2020 il progetto Per Aspera ad Astra ha permesso di indirizzare definitivamente l'orientamento del lavoro verso la produzione artistica e la formazione tecnica professionalizzante dei detenuti attori.
La Compagnia nasce nel 2021, 10mo anno di attività di ForMattArt, per mettere un punto - che sia anche d'inizio - ad un 2020 così complesso, a distanza fisica, traballante, incerto, di legami sospesi, di chiusure e di prossimità mediate da computer, in cui, però, non ha mai smesso di esserci, in Dad, su Zoom, dal vivo, dentro, fuori, ma sempre insieme. Insieme al Direttore Davide Pisapia ed educatori, insieme all'Amministrazione Penitenziaria, insieme ai vecchi e nuovi detenuti attori, insieme alla regista, alla responsabile organizzativa Iris Caffelli, alla drammaturga Federica Di Rosa, al coreografo Flavio D'Andrea, grazie a chi non ha mai smesso di credere che è possibile "riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza": al progetto Per aspera ad astra - nato dalla Compagnia della Fortezza di Volterra guidata da Armando Punzo).
Un progetto che ha come obiettivo principale quello di promuovere il confronto delle migliori esperienze e pratiche di teatro in carcere presenti in diversi Istituti italiani, avviando un dialogo e uno scambio di competenze a beneficio della professionalità di tutti i soggetti coinvolti.
Il nuovo progetto della neonata compagnia affonda le sue radici nel percorso di questi anni. In occasione di un'improvvisazione il gruppo si era trovato a lavorare sul tema dell'attesa. All'incontro successivo uno degli attori detenuti, un ragazzo che prima di iniziare il laboratorio a stento parlava l'italiano, si era presentato con un monologo scritto di suo pugno. Il monologo descriveva un hotel "piccolo e tranquillo", ironicamente diventato per il suo autore la metafora di un carcere. Questo testo, così ben scritto, così ironico e così spontaneo, è rimasto nel nostro cassetto a lungo, fino a che i recenti eventi non ne hanno evidenziato ancora di più la potenza e l'universalità: l'hotel è metafora del carcere e diventa anche metafora di un luogo chiuso entro cui si volge l'intera vita dell'uomo e si manifesta l'intera gamma dei sentimenti: amore, amicizia, solitudine, frustrazione, entusiasmo, depressione, dipendenza.
Su questo testo e su queste riflessioni pone le basi il nuovo progetto di spettacolo cui stiamo lavorando insieme al gruppo di attori detenuti, impegnati in questa prima fase in un processo di scrittura creativa. Il progetto nasce già con una vocazione duplice, che considera il momento storico e le difficoltà connesse alla messinscena dello spettacolo dal vivo, in particolare all'interno di un istituto penitenziario. La prima fase del lavoro infatti prevede la realizzazione di una versione digitale del progetto, con la creazione di un percorso virtuale che ci porterà a scoprire in anteprima contenuti video e audio che andranno in un secondo momento a far parte dello spettacolo dal vivo: un viaggio (prima virtuale, poi reale) dello spettatore attraverso le stanze che abitano l'hotel, il carcere, la nostra vita.
Nell'autunno del 2019 stavamo provando l'ultima produzione del gruppo, un adattamento di Aspettando Godot di Beckett. Nello spettacolo c'è una canzone - del cantautore Canis - il cui titolo riprende Beckett, che ha dato il titolo allo spettacolo: Fanno rumore d'ali. Con il gruppo di attori detenuti stavamo cantando la canzone in prova e proprio mentre cantavamo di ali, nel teatro del carcere è entrata una farfalla molto colorata e molto grande, che è venuta a posarsi esattamente al centro del cerchio in cui ci trovavamo per cantare. Ha sbattuto le ali un po', ha fatto un giretto del cerchio, poi se ne è andata. È stata una specie di epifania. Un segno che ci ha emozionato. Cosa ci faceva una farfalla dentro al teatro del carcere, e proprio in quel momento? Che interpretazione dare a questo segno? Quando si è trattato di trovare il nome per il nostro gruppo - già di fatto attivo dal 2016, ma che fino ad ora "anonimo" - è stato abbastanza immediato tornare a quel momento. Le ali di una farfalla, quando sbattono, non le sente nessuno, figurarsi se vola dentro le mura di un carcere.
ForMattArt è una Associazione Promozione Sociale, che dal 2011 si propone di progettare, promuovere e realizzare attività finalizzate alla trasformazione dei contesti di fragilità sociale attraverso attività artistiche, ArtEducative, culturali, formative, favorendo la costruzione di reti aperte di soggetti pubblici e privati. ForMattArt ha avviato principalmente percorsi artistici in ambiti caratterizzati da forte criticità (persone detenute, minori ad alto rischio - anche in carico ai servizi penali - quartieri periferici, profughi e migranti...). Attualmente l'associazione è impegnata in particolare nella realizzazione di alcuni grandi progetti artistici ed educativi pluriennali in diversi contesti: carcere, infanzia e adolescenza, migrazione.
Ristretti Orizzonti, 12 marzo 2021
Il Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria Emilia-Romagna e Marche ha adottato un provvedimento orientato a sospendere i nuovi ingressi (i nuovi arresti verranno dirottati a Modena) in ragione della saturazione degli spazi detentivi, anche dovuta alla contemporanea chiusura in via precauzionale di diverse sezioni detentive, essendosi riscontrati casi di positività all'interno.
Il numero delle persone detenute positive è al momento limitato (5). Già durante il mese di dicembre scorso, il Prap aveva adottato un provvedimento analogo, ma in quella occasione fondato sull'alto numero dei contagi all'interno. Risulta costante la condizione di sovraffollamento, il cui trend nel recente periodo è anche in crescita, potendo incidere sull'aggravamento del rischio sanitario in quanto la mancanza di distanziamento fisico può evidentemente fungere da acceleratore della diffusione del contagio.
Al 29 febbraio 2020, prima che l'emergenza sanitaria esplodesse in tutta la sua virulenza, erano presenti nel carcere di Bologna 891 persone a fronte di una capienza regolamentare di 500. Alla data del 30 giugno 2020 risultavano presenti 674 persone. Sul calo numerico incisero la concessione di misure all'esterno del carcere, anche per l'attualità e gravità del rischio sanitario a fronte di serie e pregresse patologie, e anche i trasferimenti verso altri istituti penitenziari e il decremento dei reati durante la fase del lockdown, con conseguenti minori arresti e ingressi in istituto.
Oggi sono presenti circa 750 persone. La buona notizia dei giorni scorsi aveva riguardato l'inizio della campagna di vaccinazione degli operatori penitenziari (e anche di parte dei volontari) e si spera che a breve possa anche iniziare quella destinata alle persone detenute così che la comunità penitenziaria possa essere messa in sicurezza sanitaria.
Antonio Ianniello
Garante per i Diritti delle persone private della Libertà personale del Comune di Bologna
di Francesca Basso
Corriere della Sera, 12 marzo 2021
Voto a larga maggioranza del Parlamento per il rispetto dello stato di diritto. Un messaggio forte contro le discriminazioni in Polonia e Ungheria. Da ieri l'Unione europea è "zona di libertà Lgbtiq". Almeno così l'ha dichiarata il Parlamento Ue a larga maggioranza. Una dichiarazione simbolica che vuole essere una risposta politica forte a quanto sta accadendo in Polonia e Ungheria, dove le persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, non binarie, intersessuali e queer (Lgbtiq) vengono discriminate e le pressioni di Bruxelles per il rispetto dello Stato di diritto non stanno dando risultati.
Sono infatti passati due anni dalla creazione della prima "Lgbt Free Zone" in Polonia e ad oggi sono oltre 100 le regioni, contee e comuni che hanno adottato risoluzioni simili. In Ungheria la situazione non va meglio. In novembre la città di Nagykáta ha adottato una risoluzione che vieta la "diffusione e la promozione della propaganda Lgbtiq" e il Parlamento ungherese ha anche emendato la costituzione limitando i diritti delle persone Lgbtiq.
Gli eurodeputati hanno chiesto alla Commissione di usare tutti gli strumenti a sua disposizione per far rispettare lo Stato di diritto, incluse le procedure di infrazione, l'attivazione dell'articolo 7 del trattato Ue e la nuova clausola che protegge il bilancio dell'Ue (ma la cui applicazione è stata rimandata a più avanti). Il punto è che finora non ci sono stati progressi, ci sono due Paesi che si stanno allontanando volontariamente dai valori fondanti l'Ue: non solo nel mancato riconoscimento dei diritti delle persone Lgbtiq, ma anche di quelli delle donne (la Polonia ha vietato l'aborto), della libertà d'informazione, dell'indipendenza della magistratura. Non riuscire a far rispettare lo Stato di diritto restando impantanati nei meandri delle regole vuol dire accettare che esistono cittadini europei di serie A e di serie B. A maggio si apre la Conferenza sul futuro dell'Europa. Non inizia sotto i migliori auspici, ma sarà l'occasione per la società civile per obbligare istituzioni e Stati membri ad ascoltare la propria agenda e a chiedere cambiamenti sostanziali.
di Porzia Addabbo
Il Riformista, 12 marzo 2021
Un sistema giudiziario e penitenziario eccessivamente duro non solo non funziona, ma è anche dannoso. Lo dimostra il confronto tra Usa e Italia. L'eccesso di durezza di un sistema giudiziario e penitenziario non solo non funziona, nel senso che non rende la società più sicura, ma è anche controproducente, nel senso che contribuisce a mantenere un livello di violenza diffusa che è molto superiore a quello dei sistemi meno giustizialisti".
Invitata per conto di Nessuno tocchi Caino a un convegno a Cascina il 2 marzo scorso, ho presentato una scheda comparativa tra Usa e Italia che evidenzia il "paradosso" di un sistema di giustizia penale che invece di ridurre il crimine lo alimenta. Il convegno dal titolo "La storia di Greg" era dedicato a Gregory Summers, un detenuto che è stato giustiziato in Texas il 25 ottobre 2006 ma aveva chiesto di essere sepolto in Toscana, il primo Stato (come Granducato) che ne11786, per la prima volta in Europa, ha abolito tortura e pena di morte.
Il confronto tra Stati Uniti e Italia mostra delle differenze molto significative: gli USA hanno 330 milioni di abitanti, l'Italia 60 (loro sono 5 volte e mezza più popolosi di noi); gli USA hanno 2.100.000 persone in carcere, l'Italia 53.000 (se noi fossimo quanti gli statunitensi, avremmo 291.000 persone in carcere, ne abbiamo invece 7,2 volte di meno); negli USA si verificano ogni anno una media di 16.500 omicidi, in Italia 315 (è come se l'Italia, in proporzione, avesse 3.000 omicidi, invece ne abbiamo 9,5 volte di meno); negli USA oltre 203.000 persone stanno scontando l'ergastolo, in Italia L784 (è come se l'Italia, a parità di popolazione, avesse 36.900 ergastolani, invece ne abbiamo più di 20 volte di meno).
Negli Stati Uniti la polizia uccide in media, ogni anno, circa L800 cittadini, e in media altri 400 omicidi, compiuti da cittadini, non vengono perseguiti perché considerati "giustificati" ai sensi delle leggi sulla legittima difesa. Sebbene in Italia manchi trasparenza su questa categoria di uccisioni, è probabile però che si tratti comunque di cifre basse, che non dovrebbero superare, di media, i 20 casi l'anno. Seguendo la proporzione statunitense, la polizia dovrebbe uccidere in media 330 persone l'anno, e 70 dovrebbero essere i casi di legittima difesa.
Se diamo per buona la cifra complessiva desunta di 20, in Italia le "uccisioni giustificate" sono in proporzione 16,5 volte di meno che negli Stati Uniti. Negli Stati Uniti in media il 40% degli omicidi rimane irrisolto. Alcune contee Iconiche", in stati mantenitori, hanno statistiche particolari. La Miami-Dade, quella dove sono ambientati i telefilm "CSI Miami", con "Orazio" e i suoi elegantissimi colleghi che risolvono brillantemente tutti i casi, ha avuto nel 2019 il 51% degli omicidi irrisolti.
In Italia, nel 2019, sono rimasti irrisolti Il 24% degli omicidi. Quindi la polizia statunitense, più numerosa, più armata, meglio pagata, e con potere di vita e di morte quasi illimitato sui cittadini non è affatto più efficiente di quella europea, continente in cui, in alcune nazioni, la polizia gira disarmata, e per poter estrarre un'arma conservata in un vano corazzato nel portabagagli dell'auto di servizio deve prima chiedere via radio il permesso, e ottenere dalla centrale un codice numerico di sblocco.
Gli Stati Uniti uccidono in media 20 persone l'armo attraverso esecuzioni "legali", ossia dopo una serie di processi, mentre in Italia l'ultima esecuzione risale all'immediato dopoguerra, al 1947. Anche il fatto che in 28 dei 50 stati sia in vigore la pena di morte non sembra dare agli USA nessun vantaggio rispetto all'Europa, dove la pena di morte è in vigore nella sola Bielorussia, nazione dell'ex blocco sovietico che appartiene "geograficamente" all'Europa, ma "politicamente- non fa parte né dell'Unione Europea né del Consiglio d'Europa.
Per quanto sia considerata in ambito internazionale una dittatura "de facto", la Bielorussia fa un uso "moderato" della pena di morte, con una inedia di 2 esecuzioni l'anno negli ultimi 10 anni. C'è da dire che il tasso di criminalità violenta di USA e Bielorussia sono molto simili, in media oltre il quadruplo rispetto alla "Vecchia Europa".
Detto tutto questo, ossia che l'Italia tiene in carcere, in proporzione, 7 volte meno cittadini degli USA, che ne condanna all'ergastolo 20 volte di meno, che le nostre forze dell'ordine uccidono "senza processo" almeno 20 volte meno di quelle USA, che noi non giustiziamo nessuno da 74 anni, detto tutto questo, noi abbiamo un tasso di omicidi che è 10 volte più basso di quello statunitense.
Cifre in media con quelle italiane le hanno gli altri grandi paesi europei che per popolazione possono essere paragonati all'Italia: la Gran Bretagna, la Plancia, la Germania, e la Spagna. Alla luce di questi semplici dati, si può dire che la tradizione europea di "garantismo" e di un uso complessivamente "moderato" della repressione e della punizione sembra funzionare nel tenere basso il livello di violenza e/o criminalità, mentre il modello statunitense law and order non sembra avere nessun effetto migliorativo sulla società su cui insiste.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 12 marzo 2021
Confermata la sentenza per l'attivista per i diritti delle donne. Cinque anni e otto mesi di cui tre anni di sorveglianza permanente L'hanno arrestata per "attività terroristiche" dopo un processo-farsa. Appena pochi giorni fa, all'inizio di marzo, il neo presidente americano Joe Biden si era detto "incoraggiato" dal fatto che la monarchia saudita avesse compiuto dei passi avanti in tema di diritti umani. Alcuni attivisti, imprigionati da anni, erano stati rilasciati (a gennaio, una corte d'appello aveva quasi dimezzato una condanna a 6 anni di carcere per un medico saudita- statunitense e aveva sospeso il resto anticipando l'uscita di prigione insieme ad altri 2 cittadini accusati di terrorismo) e Washington invitava dunque a percorrere ancora questa strada.
Le autorità saudite a febbraio inoltre avevano liberato Loujain al- Hathloul, in carcere per aver difeso il diritto delle donne a guidare l'automobile incrinando il sistema di tutela maschile dell'Arabia Saudita. Ora però il tribunale d'appello di Ryad ha confermato di nuovo la condanna ai danni della donna ribaltando la precedente decisione. Eppure, mercoledì mattina, prima dell'udienza, al- Hathloul si era detta fiduciosa sull'esito finale confidando in un verdetto a suo favore. Il tribunale però, anche se ha sospeso 2 anni e 10 mesi della sua pena che era di quasi 6, la maggior parte dei quali già scontata, ha ribadito che l'attivista dovrà sottostare ad una condizione di sorveglianza continua insieme ad un divieto di viaggio che durerà 5 anni.
L'arresto di al-Hathloul risale al 2018, quando rimase vittima delle ampie leggi sulla criminalità informatica e contro il terrorismo, alla fine del 2020 iniziò un lungo processo che le spalancò le porte del carcere con la prospettiva di rimanere prigioniera per molto tempo. Il verdetto fu accolto da una pioggia di critiche internazionali al massimo livello, a cominciare da quella espressa dall" ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani con sede a Ginevra che definì la condanna di al- Hathloul come "profondamente preoccupante".
L'Onu dichiarò tuttavia di confidare che "il rilascio anticipato sarebbe stato possibile possibile" incoraggiandolo fortemente come "questione di urgenza". Il ministero degli Esteri francese così come quello tedesco (a cui si unì anche Biden non ancora presidente) affermarono di aver ribadito la richiesta per una "liberazione rapida".
Ma a non credere alla giustizia del Regno fu la famiglia dell'attivista 31enne che bollò il processo come "finzione" e "politicamente motivato" annunciando proprio l'appello che ha avuto però esito negativo. al- Hathloul fu arrestata già nel 2014 mentre tentava di attraversare il confine dagli Emirati Arabi Uniti, dove aveva una patente di guida valida, per entrare in Arabia Saudita. Trascorse 73 giorni in una struttura di detenzione femminile, un'esperienza che rafforzò le sue convinzioni nel combattere le leggi patriarcali saudite.
Il caso al-Hathloul inoltre è già finito sotto la lente d'ingrandimento delle organizzazioni per i diritti umani per le accuse di molestie e maltrattamenti che la donna ha subito in carcere. Le violenze sono state documentate, vere e proprie torture che secondo i familiari sarebbero avvenute in presenza dello stretto collaboratore del principe ereditario Mohammed bin Salman, Saud al- Qahtani. A questo proposito esiste un altro imbarazzante episodio risalente al 2019 quando al- Hathloul avrebbe rifiutato un patto con le autorità. L'accordo prevedeva il rilascio in cambio del silenzio sulle torture subite. Dubbi concreti permangono anche sulla regolarità dei processi, l'organizzazione Al Qst ha segnalato diverse "anomalie" comprese supposte prove dell'accusa in cui si dice che abbia confessato azioni violente legate al suo attivismo per i diritti umani. Sulla nuova condanna inflitta alla donna è possibile avanzare alcune ipotesi che probabilmente attengono allo specifico della vicenda solo lateralmente. Nonostante i passi in avanti in tema di garanzie, la monarchia saudita è al centro della bufera, il coinvolgimento del principe bin Salman nella feroce esecuzione del giornalista dissidente Kashoggi è sempre più evidente, proprio vecchi alleati come gli Stati Uniti hanno assunto un ruolo cruciale nelle accuse al monarca, l'accanimento sulla pelle di al- Hathloul dunque potrebbe rappresentare una triste rappresaglia.
di Pierluigi Bussi
La Repubblica, 12 marzo 2021
Parla Mohammad Naeem, portavoce dei talebani: "È ragionevole e persino necessario porre fine a questa guerra, e penso che la politica americana lo abbia capito. Noi vogliamo mantenere buoni rapporti con tutti i governi stranieri e con Washington".
"Noi siamo fermi agli accordi di un anno fa. Il ritiro di tutte le forze straniere dall'Afghanistan è la condizione per il dialogo". Mohammad Naeem, il portavoce dei talebani nelle trattative di Doha, discute con Repubblica della situazione nel Paese dopo l'insediamento dell'amministrazione Biden. Finora la Casa Bianca non ha rivisto le decisioni di Donald Trump che hanno portato gran parte delle truppe statunitensi a lasciare Kabul. E questo nonostante le pressioni degli alleati, soprattutto europei, nell'ultimo vertice dei ministri Nato.
La situazione sul campo continua a peggiorare, con attacchi e omicidi mirati contro funzionari governativi, ufficiali dell'esercito e attivisti: nel mirino specialmente le donne. Alcuni sono opera dei talebani, altri vengono rivendicati dall'Isis. Si teme che con la primavera tutto possa degenerare. Anche il quadro politico si sta frammentando, con il ritorno sulla scena di figure molto discusse. Come il signore della guerra Gulbduddin Hekmatyar, ultimo combattente dei mujahideen anti-sovietici e oggi leader di Hizb-i-Islami, un partito integralista islamico contrario alla politica dei talebani: minaccia di assediare il palazzo presidenziale se il governo non mantiene la promessa di scarcerare migliaia di suoi seguaci detenuti. E dichiara di volerli armare per fermare l'attesa offensiva talebana.
Al momento i colloqui a Doha sono in una fase di stallo. Perché?
"Come è noto, il 29 febbraio 2020 è stato raggiunto un accordo tra l'Emirato islamico e gli Stati Uniti. Sulla base di questo intesa, tutte le forze straniere avrebbero dovuto lasciare il nostro Paese, e gli Stati Uniti non interferire nei nostri affari interni fino alla definizione di un nuovo governo islamico afgano. Queste sono le condizioni per portare avanti il dialogo".
Negli accordi con gli Stati Uniti, ai talebani era stato chiesto di fermare gli attacchi e proseguire i colloqui di pace con il governo di Kabul. Il presidente Biden ritiene che questi impegni non siano stati mantenuti...
"Dall'inizio dei colloqui intra-afgani vi erano alcuni obblighi fondamentali da rispettare. Per poter accettare le condizioni, tutti i nostri prigionieri devono essere rilasciati entro tre mesi e i nomi dei leader e membri dell'Emirato islamico devono essere rimossi dalle blacklist. Dopodiché un cessate il fuoco globale sarà un argomento all'ordine del giorno e sarà certamente discusso. La posizione dell'Emirato Islamico è stata dall'inizio molto chiara. La migliore soluzione ai problemi è attraverso i negoziati e seduti attorno a un tavolo".
Il senatore repubblicano statunitense Lindsey Graham ha dichiarato che le truppe statunitensi non completeranno il ritiro entro maggio, perché le condizioni di sicurezza non lo permettono. Pensate che ciò possa deteriorare i colloqui con Washington?
"Per quanto riguarda il mancato rispetto dei propri obblighi e dell'accordo finora nessuna dichiarazione ufficiale è stata rilasciata dal governo americano. L'importanza di questo accordo è dovuta al fatto che si tratta di un'intesa per porre fine alla guerra più lunga nella storia degli Usa, che è stata imposta al nostro Paese e al nostro popolo. Sulla base di ciò, è ragionevole e persino necessario porre fine a questa guerra, e penso che la politica americana lo abbia capito. Noi vogliamo mantenere buoni rapporti con tutti i governi stranieri e con Washington".
Il portavoce del Pentagono John Kirby ha chiesto ai talebani di tagliare i legami con Al Qaeda, come presupposto imprescindibile per una collaborazione. L'organizzazione terroristica è ancora presente in Afghanistan?
"L'Emirato islamico non consente a nessuno di utilizzare la terra dell'Afghanistan contro la sicurezza dell'America e dei suoi nemici. La presenza di Al Qaeda è solo uno strumento di propaganda del governo afgano".
Cosa pensa del nuovo presidente americano Biden, preferiva che Trump fosse rimasto alla Casa Bianca?
"Non voglio lasciare dichiarazioni in merito".
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 11 marzo 2021
Gentile Ministra della Giustizia, le scrivo in qualità di presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e direttrice di Ristretti Orizzonti, una rivista realizzata da una redazione di persone detenute e volontari in carcere.
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