di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 10 marzo 2021
Primo vertice della nuova maggioranza in via Arenula. Cartabia non butta a mare i disegni di legge delega Bonafede ma su processo penale, civile e Csm avoca ai suoi tecnici la preparazione degli emendamenti correttivi. Ansia dei partiti: non sia un lavoro calato dall'alto. Intanto la ministra dà la priorità alle misure da inserire nel Recovery plan e parla anche di carcere.
Il "metodo Cartabia" regge anche alla seconda prova. Dopo il primo incontro con i delegatiti dei partiti nelle commissioni giustizia che servì a sminare l'ostacolo prescrizione, la ministra Guardasigilli ha riunito nuovamente i rappresentanti della vasta maggioranza ieri mattina, questa volta in via Arenula. Tavolo largo, anche con i sottosegretari e i presidenti delle commissioni, esito positivo anche perché del merito delle questioni si è parlato pochissimo. Avanti il metodo, appunto: dialogo, confronto e rispetto del parlamento. Le promesse sono state benaugurati. Ma sul tema più delicato, quello della riforma del processo penale, che comprende anche la prescrizione, Marta Cartabia ha chiesto tempo. Molto tempo, visto che ha annunciato la presentazione di emendamenti del governo per la fine di aprile. Nel frattempo la camera, e il senato dov'è in discussione la riforma del processo civile, si fermano e aspettano.
La ex maggioranza giallo-rossa, renziani ovviamente esclusi, ha incassato il fatto che i disegni di legge Bonafede - ce n'è un terzo, di riforma del Csm - non saranno buttati a mare. Anzi la ministra ha espresso l'auspicio che possano essere approvati entro l'estate. Anche perché si tratta di disegni di legge delega e dunque la maggioranza delle riforme avrà bisogno poi di essere portata a compimento con i decreti legislativi. Forza Italia, la Lega, Italia viva e Azione +Europa (che con la sponda esterna di Fratelli d'Italia potrebbero su molti temi della giustizia costituire una maggioranza alternativa) hanno portato a casa l'impegno per cambiamenti profondi. "Sui testi di Bonafede noi conserviamo tutte le perplessità", dice al termine Lucia Annibali, responsabile giustizia del partito di Renzi. E dietro le generali lodi alle doti di ascolto della ministra si nasconde la preoccupazione dei partiti per la decisione di Cartabia di costituire tre "gruppi di lavoro" - "non chiamiamole commissioni" - che studieranno gli emendamenti che dovranno segnare la discontinuità tra il Conte 2 e il governo Draghi in tema di giustizia. Gruppi tecnici, composti dai consiglieri della ministra, "sarà una squadra ristretta ma saranno ascoltati tutte le parti in causa", spiegano in via Arenula. Quindi certamente saranno interpellati magistrati e avvocati. Un lavoro non breve che alla fine "non deve essere calato dall'alto", aggiunge Annibali. "È bene che i tecnici si interfaccino con i relatori dei disegni di legge e con i gruppi parlamentari altrimenti si rischia di innescare un'attività emendativa fuori controllo", dice il capogruppo del Pd in commissione alla camera, Alfredo Bazoli.
Sulla prescrizione, ad esempio, c'è chi spinge per conservare il compromesso raggiunto dai giallo-rossi un anno fa (semplificando: prescrizione cancellata dopo la sentenza di primo grado, ma rispristinata in caso di assoluzione in secondo), e sono Pd, M5S e Leu. E c'è chi punta ad abolire per intero la "riforma Bonafede", come fanno Iv e il centrodestra. Ma tutti temono di vedersi sottratta la gestione della mediazione a vantaggio dei "tecnici" di via Arenula. E più di tutti lo teme il Pd che nel giro dei sottosegretari è rimasto completamente escluso dalla giustizia: sacrificato Giorgis, ora con Cartabia ci sono solo Fi (Sisto) e M5S (Macina).
"Serve una camera di compensazione preventiva per evitare uno scontro tra il lavoro dei gruppi parlamentari e quello di questi tavoli tecnici", avverte anche Federico Conte di Leu. Le caselle con i nomi dei componenti di questi gruppi - che saranno tre, processo penale, processo civile e Csm, possibile anche un quarto sulla giustizia tributaria - si stanno sistemando in queste ore. Intanto la ministra ha dichiarato che darà priorità agli interventi per la giustizia nel Recovery plan. Soprattutto due, in attesa delle riforme: la digitalizzazione, Cartabia ha detto che sta lavorando con il ministro Colao, e il finanziamento per far partire il più volte citato "ufficio per il processo" che dovrebbe abbreviare i tempi della giustizia. Nel vecchio piano si parlava dell'assunzione di 16mila addetti per questi uffici, con contratti a termine.
Cartabia non ha dimenticato il tema carcere, facendo un accenno alla necessità di lavorare sull'esecuzione penale esterna e sulle misure alternative. E intanto ha annunciato la ripartenza della Commissione per l'edilizia penitenziaria, varata a gennaio ma mai veramente partita (la presiede l'architetto Luca Zevi). L'obiettivo è riuscire a inserire nel Recovery plan anche qualche progetto per rendere meno invivibili le carceri italiane.
di Giulia Merlo
Il Domani, 10 marzo 2021
Dei 180 responsabili degli uffici di Via Arenula, 90 appartengono all'ordine giudiziario e ricoprono incarichi di vertice. La scorsa settimana la ministra Cartabia ha nominato un magistrato, un professore e un avvocato. Il ministero della Giustizia conta 180 tra dirigenti e responsabili degli uffici dell'amministrazione centrale e decentrata. Di questi, esattamente la metà sono magistrati fuori ruolo, secondo le delibere del Consiglio superiore della magistratura.
Magistrati sono i vertici degli uffici principali e in particolare dell'ufficio legislativo del ministero, ma anche del gabinetto ministeriale, dell'ispettorato generale, e soprattutto di tutti e quattro i dipartimenti: l'amministrazione penitenziaria, gli affari di giustizia, l'organizzazione giudiziaria e la giustizia minorile e di comunità, per citare solo i principali e non anche i sotto-uffici.
Vista da fuori, appare come una sorta di silenziosa occupazione da parte del potere giudiziario della sede più contigua all'interno del potere esecutivo. Vista da dentro, invece, viene letta come un riconoscimento dell'altissima competenza di singoli magistrati non solo nel garantire giustizia quotidiana, ma anche nella gestione della macchina giurisdizionale.
Nelle nomine interne che le sono spettate, la neo-ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ha scelto la strada del bilanciamento tra passato e presente. Da un lato ha portato al ministero qualche volto nuovo (anche tra non togati), dall'altro ha mantenuto, in una logica di continuità, alcuni nomi scelti dai suoi predecessori.
Cominciando dall'ufficio legislativo, che è uno dei posti chiave al ministero nella predisposizione dei progetti di riforma perché si occupa di redigere gli schemi dei disegni di legge e degli emendamenti del governo, di dare pareri sui testi, analizza le leggi e fornisce consigli al ministero sulla loro interpretazione: al vertice lascia il magistrato Mauro Vitiello, ma per fare posto sempre a una collega togata, Franca Mangano, che lascia la presidenza della sezione famiglia della Corte d'Appello di Roma e appartiene alla corrente di Magistratura democratica.
Rimane al suo posto, invece, la vice capo e magistrata milanese Concetta Locurto, nominata dall'ex ministro Alfonso Bonafede. A lei però Cartabia ha affiancato un altro vice capo, proveniente dall'accademia e in particolare dallo stesso ateneo dove la ministra ha insegnato: Filippo Danovi, avvocato e professore di diritto processuale civile all'università Bicocca di Milano.
Capo di gabinetto invece resta Raffaele Piccirillo, magistrato che è al ministero della Giustizia dal 2014, nominato da Andrea Orlando prima alla giustizia penale e poi al vertice del dipartimento per gli affari di giustizia. Dovrebbero rimanere al loro posto anche i due vice, i magistrati Leonardo Pucci e Gianluca Massaro. Nell'ufficio di gabinetto, però, la ministra ha inserito anche Nicola Selvaggi, docente di diritto penale.
In mano a magistrati rimane anche il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, i cui vertici sono stati recentemente rinominati da Bonafede in seguito al cosiddetto scandalo scarcerazioni: il direttore Dino Petralia e il vice Roberto Tartaglia. All'ispettorato generale invece il vertice non è ancora stato rinominato, mentre dovrebbe rimanere al suo posto il vice capo, il magistrato Liborio Fazzi. Per ora, dunque, le tre nomine fatte dalla ministra si ripartiscono equamente: un professore, una magistrata e un avvocato. Tuttavia, l'unica nomina di vertice è quella della togata.
Chi sono, però - e quanti - i magistrati che svolgono funzioni alternative a quelle nei tribunali e nelle corti? In Italia, vengono considerati "fuori ruolo" i magistrati che chiedono e ottengono dal Csm l'autorizzazione a svolgere un incarico non giudiziario. Secondo una legge del 2008, il numero massimo è di 200 magistrati e attualmente, secondo un elenco aggiornato a febbraio 2021, sono 162. Uno dei vincoli al via libera dell'incarico fuori ruolo è che l'ufficio che si lascia non abbia una scopertura di organico superiore al 20 per cento.
Proprio questa clausola, tuttavia, si è dimostrata "interpretabile" in molte situazioni, (anche per Piccirillo, attualmente al gabinetto della Giustizia). L'ultima, che ha fatto sorgere un caso al Csm, ha riguardato l'assegnazione fuori ruolo della magistrata Elisabetta Cesqui, stimata sostituto procuratore presso la procura generale di Cassazione ed esponente di Magistratura democratica.
Cesqui era stata capo di gabinetto al ministero della Giustizia con Andrea Orlando, che la scorsa settimana l'ha scelta per lo stesso ruolo fiduciario al ministero del Lavoro. La sua assegnazione fuori ruolo, pur approvata dal Consiglio - con 12 voti a favore, 7 contro e 3 astenuti - è stata però al centro di un acceso dibattito (tra i più contrari c'era il consigliere togato Nino Di Matteo), perché nell'ufficio da cui proviene l'organico è scoperto è scoperto oltre il 20 per cento.
Ai fuori ruolo secondo la legge del 2008, tuttavia, si aggiungono i 42 magistrati di fatto fuori dalla giurisdizione perché svolgono incarichi presso gli organi di rilevanza costituzionale: Csm, presidenza della Repubblica e Corte costituzionale e i 19 eletti al Csm. In tutto, dunque, non esercitano funzioni giudiziarie 223 magistrati: numeri non altissimi, ma pur sempre significativi se si considera la carenza di organico della magistratura ordinaria, che sta lentamente iniziando a venire colmata con le nuove assunzioni promosse dal precedente governo: il dato più aggiornato è di dicembre 2018 e, rispetto ad un organico che prevede 10.413 magistrati, risultano vacanti 1.383 posti, pari al 13 per cento.
di Errico Novi
Il Dubbio, 10 marzo 2021
Intervista a Alfredo Bazoli, capogruppo del Pd in commissione Giustizia alla Camera: "Nessun processo potrà durare all'infinito". "È una finestra di opportunità che non si può lasciar andare. Tutti i partiti sembrano aver capito che, tra le condizioni indicate da Cartabia e l'urgenza del Recovery, persino la prescrizione è un nodo superabile".
Alfredo Bazoli è capogruppo del Pd in commissione Giustizia alla Camera. È appena reduce primo vertice di maggioranza tenuto da Marta Cartabia a via Arenula. Ed è convinto che una giornata come quella di ieri abbia cambiato tutto: "Il metodo, che prevede condivisione ma anche la necessità della sintesi. L'approccio dei partiti, che sembra costruttivo. E la possibilità di riformare la giustizia senza farne più un vessillo da sventolare".
Potenza della Costituzione e di una ministra che ne afferma il primato, onorevole?
C'è un combinato disposto irripetibile. Innanzitutto l'autorevolezza della ministra, che le deriva dal ruolo ricoperto in passato. Le condizioni poste sul Recovery dalla Ue, che nel caso della giustizia pretende riforme capaci di accelerare i processi. Infine, per il Csm, la scadenza della primavera 2022: per quell'epoca il ddl dovrà essere approvato, altrimenti il nuovo Consiglio superiore sarà eletto con le vecchie norme. E a chiedere di scongiurare una simile eventualità è stato il presidente della Repubblica.
La necessità di far presto scoraggerà anche le resistenze del 5 stelle sulla prescrizione?
Sinceramente tra i segnali incoraggianti offerti dalla riunione ci sono le parole del ministro ai Rapporti col Parlamento Federico d'Incà, del Movimento 5 Stelle, che ha testualmente invitato tutti a "lavorare nell'interesse comune", a "superare le divisioni" e "trovare un terreno condiviso anche sulla giustizia". Se le premesse sono queste, si può ben sperare.
Intanto il metodo: la ministra ha proposto gruppi di lavoro sulle riforme del processo. Saranno
formate da parlamentari?
No. Probabilmente ne faranno parte figure esterne al Parlamento ma anche al ministero: dovrebbero provenire dall'accademia, dalla magistratura e dall'avvocatura. Non si tratterà di commissioni ministeriali ma di gruppi agili, composti da poche persone. Insieme con il collega del Senato Franco Mirabelli ho chiesto che vi sia un costante rapporto fra questi gruppi, i relatori dei ddl (Bazoli lo è per la riforma del Csm, nda) e in generale le commissioni Giustizia del Parlamento. Altrimenti le soluzioni trovate a tavolino rischierebbero di infrangersi sul dissenso politico. È un'accortezza tanto più necessaria se, di fronte a margini di disaccordo, l'ultima parola dovrà spettare alla ministra.
Ottimo, ma allora vuol dire che secondo lei sarà difficile trovare un accordo su tutto, prescrizione inclusa?
Potrebbero restare dissensi formali, dalle conseguenze non nefaste, su alcune specifiche soluzioni tecniche. Non credo ci saranno divergenze sulla sostanza dell'approccio. La riforma penale già all'esame della commissione Giustizia sarà emendata, non riscritta da capo. Se restassero margini di divergenza su come emendarla, è giusto che la ministra metta il punto.
A fine aprile gli emendamenti dovranno essere pronti. I 5 stelle potrebbero uscire dalla maggioranza, secondo lei, se la ministra indicasse una soluzione a loro sgradita sulla prescrizione?
Ma no, direi proprio di no. La norma Bonafede, che elimina la possibilità di veder estinto il reato dopo il primo grado, potrebbe anche essere mantenuta. Ma andranno previsti dei tempi limite per tutte le fasi del procedimento.
La "prescrizione per fasi" ipotizzata proprio da Walter Verini, giusto?
Sì, ma in un caso simile il dissenso potrebbe esserci sulle conseguenze del mancato rispetto di quei tempi limite. Non credo che potrà trattarsi di un dissenso dagli effetti irreparabili, da rottura della coalizione da parte dei 5 Stelle. Anche perché si potrebbe comunque prevedere, solo per fare un esempio, una sanzione endoprocessuale diversa per i processi conclusi in primo grado con una condanna rispetto quelli in cui c'è stata assoluzione. La conseguenza sul processo potrebbe cambiare anche in base alla gravità del reato.
D'accordo: ma lei ritiene si debba arrivare o no a evitare, per qualsiasi processo, una durata potenzialmente infinita, fatti salvi i reati che già prima della norma Bonafede erano imprescrivibili?
Assolutamente, per qualsiasi processo, andrà evitata una durata potenzialmente infinita. Sono convinto che da tale obiettivo non si possa prescindere. Dico di più: nei processi per reati come l'omicidio, che non si prescrivono mai, l'assenza della prescrizione va intesa nel senso che anche se il delitto viene scoperto dopo trent'anni, la persona va processata lo stesso. Questo però non significa che quel processo, una volta iniziato, possa prolungarsi vita natural durante. Anche in quel caso si dovrà arrivare a sentenza definitiva entro un termine ragionevole.
E la ministra Cartabia la pensa come lei?
Non ne ho il benché minimo dubbio. Innanzitutto perché una prospettiva del genere corrisponde perfettamente ai principi incardinati nella nostra Costituzione, dei quali la ministra è stata interprete come giudice e presidente della Consulta.
L'avvocatura, il Cnf in particolare, chiede di smaltire l'arretrato con la giustizia alternativa e complementare, più che con i giudici ausiliari a tempo: ne avete parlato?
Non siamo entrati nel dettaglio degli aspetti organizzativi, che sono determinanti innanzitutto per la giustizia civile. Ma posso dire di aver registrato piena sintonia fra l'ottica del Pd e le idee di Cartabia anche sull'idea di privilegiare, nel civile, l'organizzazione rispetto alla procedura.
Quindi anche il ddl civile sarà rivisto?
Andranno cambiate poche norme mirate: siamo d'accordo sulla priorità da riservare all'organizzazione della giustizia. Cartabia si è specificamente soffermata sulle best practices, sul fatto che in alcuni tribunali, magari con un organico meno completo di altri, si raggiunge un'efficienza superiore grazie a un metodo di lavoro efficace. Aveva provato a introdurre un'impostazione simile già Andrea Orlando, quando propose di estendere a tutti gli uffici la logica seguita dall'ex presidente del Tribunale di Torino Mario Barbuto. Credo che quel discorso sarà ripreso.
Davvero l'efficienza avrà la meglio sulla propaganda?
Ripeto, è una finestra di opportunità irripetibile. Va colta. E forse anche in Italia smetteremo di considerare la giustizia come una perenne ordalia.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 10 marzo 2021
Magistrati e personale amministrativo del comparto giustizia. Nel piano vaccinale stabilito dalla regione Campania i prossimi a essere vaccinati contro il Covid saranno loro. La notizia è stata data dal presidente della Corte d'Appello Giuseppe De Carolis e dal procuratore generale Luigi Riello, d'intesa con l'avvocato generale Antonio Gialanella. La decisione di procedere alla somministrazione del vaccino alle categorie del comparto giustizia è stata presa dopo un confronto tra i vertici degli uffici giudiziari napoletani e il governatore Vincenzo De Luca. Che sia un modo per accelerare un po' i ritmi della giustizia? Se lo augurano in tanti, soprattutto gli avvocati che in quanto liberi professionisti non sono contemplati in queste direttive che sono invece rivolte al personale della magistratura, quindi giudici e pm, e al personale amministrativo, quindi cancellieri, funzionari, assistenti.
Anche l'Ordine degli avvocati ha chiesto di avere una priorità nel piano vaccinale in considerazione del fatto che i legali sono parte integrante della giustizia intesa come servizio essenziale. Si vedrà. Intanto il prossimo step riguarderà magistrati e dipendenti della cittadella giudiziaria. Napoli come Milano, quindi. Circa un mese fa le organizzazioni sindacali del personale amministrativo avevano scritto ai vertici degli uffici giudiziari di essere ammessi tra le categorie da vaccinare con una certa priorità in questa fase 2 del piano vaccinale proprio portando l'esempio della Corte d'Appello di Milano che in questo senso si era già pronunciata ottenendo il via libera dalla Regione Lombardia. Ora c'è la decisione anche su Napoli.
Per i tempi bisognerà attendere la disponibilità delle dosi. Quindi, dopo le forze dell'ordine, si procederà a vaccinare gli altri operatori dei servizi pubblici essenziali, tra i quali quelli del comparto giustizia. "L'accoglimento della richiesta è motivo di soddisfazione tenuto conto della importante ed essenziale funzione che tutti noi svolgiamo", si legge nella nota di De Carolis e Riello. In attesa della data per cominciare, è stato nominato un referente distrettuale che provvederà a raccogliere i dati di tutti i magistrati e il personale amministrativo che intendevano vaccinarsi contro il Covid. E c'è da sperare che presto toccherà anche agli avvocati visto che il presidente dell'Ordine Antonio Tafuri aveva già avanzato la richiesta di inserire la categoria nel piano vaccinale della Regione e dalla Regione era arrivato, se non ancora un formale provvedimento, comunque una promessa che aveva acceso le speranze.
Il vaccino, quindi, è la chiave non solo per contestare la pandemia, ma anche per riportare la giustizia ai suoi ritmi ordinari. Da ieri la Campania è in zona rossa, la curva dei contagi indica che il Covid è ancora una minaccia, gli spostamenti sono limitati, le misure di sicurezza devono essere al massimo. E tutto questo ha delle inevitabili ripercussioni, per il momento, sui tempi della giustizia, sul numero di udienze che è possibile fissare ogni giorno, sul numero di magistrati, cancellieri, avvocati e utenti che possono frequentare le aule.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 10 marzo 2021
Michele Vietti, avvocato e giurista, in politica prima nel Ccd e poi nell'Udc, ha assunto la carica di vicepresidente del Csm dall'agosto 2010 al 2014, dopo esserne stato componente laico sin dal mandato 1998-2001. Il suo nome ricorre in diverse pagine del libro Il Sistema, in cui Alessandro Sallusti raccoglie le confessioni di Luca Palamara.
Il sistema Palamara che cos'era?
Una degenerazione delle correnti della magistratura che, messa in secondo piano la loro vocazione ad essere luoghi di elaborazione e confronto di idee e proposte di politica giudiziaria, si sono concentrate sulla spartizione di incarichi.
Sì, ma possiamo parlarne al passato?
Credo che la tentazione dell'autoreferenzialità sia forte, nella magistratura come in tutte le corporazioni e che non ci si possa affidare solo a predicozzi moralistici per invertire una tendenza che si è rivelata molto radicata e dagli effetti dirompenti. Solo una riforma che sia frutto finalmente dell'assunzione di responsabilità da parte della politica, può porre rimedio alle distorsioni che il "caso Palamara" ha portato alla luce e che non ci si può illudere di superare, come è successo in passato, affidandosi a patetiche "autoriforme" del CSM.
E questo in concreto come si traduce?
Certo se ci si continua a scandalizzare per quello che è successo senza fare assolutamente nulla, tra qualche tempo non dovrà stupire lo scoppio di una nuova puntata. Sono quasi due anni che si parla di Palamara ma non ho visto un solo intervento riformatore messo in campo da chi ne aveva la titolarità.
Nel libro di Palamara lei viene citato più volte. Quali furono i rapporti tra voi?
Non esito a dire che gli sono stato amico e l'ho frequentato a lungo nei vari ruoli istituzionali che ho ricoperto. Ne ho apprezzato la passione per il suo lavoro associativo e la capacità di rappresentare le istanze dei suoi colleghi. Avevamo sensibilità e stili diversi, ma questo non ci ha impedito di collaborare. Comunque il giudizio di onestà che mi rivolge in quella sede lo considero un complimento.
Anche lei fu parte di un sistema, era possibile andarvi contro?
Continuo a pensare che le correnti possano essere governate e non necessariamente subite: certo ci vuole autorevolezza, senso istituzionale e dignità del ruolo. E ci vogliono riforme incisive.
Una cosa che lei avrebbe dovuto fare e invece non ha fatto, all'epoca?
Avrei voluto convincere i miei consiglieri ad essere più rigorosi nelle valutazioni periodiche, nelle progressioni in carriera e nel giudizio disciplinare: la legittimazione dei magistrati non viene dal consenso, come per gli esponenti degli altri due poteri, ma dalla selezione, dalla professionalità, dall'equilibrio, in una parola dalla credibilità, che l'organo di governo autonomo deve preservare come il bene più prezioso.
Una riforma complessiva del Csm è possibile? Quale?
Riforma della legge elettorale, incompatibilità tra ruolo amministrativo e disciplinare del consigliere, snellimento dei pareri, norma primaria sintetica per la nomina degli uffici direttivi che consenta di scegliere i migliori in forza di un atto politico e non di uno slalom tra requisiti contraddittori che giustificano forzature in nome di un ossequio formale, attribuendo al giudice amministrativo il ruolo di ultima istanza rispetto alle decisioni di chi la magistratura ordinaria dovrebbe governare. Queste e tante altre proposte sono sul tavolo. Non vedo però la volontà politica di attuarle.
Questo suo impegno di oggi in Finlombarda segna un taglio col passato?
Per la verità di diritto dell'economia mi sono occupato all'epoca della riforma del diritto societario e di quello fallimentare. Essere alla guida della prima finanziaria regionale italiana nonché dell'Associazione di tutte le finanziarie regionali mi onora e mi stimola per il grande ruolo che questi istituti potranno avere per la ripresa economica del Paese, anche veicolando le ingenti risorse del Recovery fund.
La Lombardia rappresenta ancora un esempio di innovazione?
La Lombardia è una tra le prime regioni d'Europa per produttività, innovazione, movimentazioni finanziarie, investimenti, ricerca e sviluppo.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 10 marzo 2021
Il presidente di Aivm, l'associazione che si occupa dei casi di malagiustizia: "Ho provato sulla mia pelle quanto sia difficile risollevarsi dopo essere stati colpiti in modo ingiusto".
L'anno prossimo l'Associazione italiana vittime di malagiustizia (Aivm) compirà dieci anni. Un traguardo che ha stupito Mario Caizzone, il commercialista siciliano, da anni trapiantato a Milano, che nel 2012 al termine di una tormentatissima vicenda giudiziaria, decise di dar vita ad una associazione che si occupasse dei casi di "malagiustizia". L'Aivm, che non riceve finanziamenti pubblici, ha sede nel capoluogo lombardo e si avvale della collaborazione di laureandi o laureati in materie giuridiche, oltre a quella di avvocati ed esperti psicologi.
Il sito dell'associazione ha registrato nell'ultimo mese circa 30 mila accessi. "La malagiustizia è ovunque: nel penale, nel civile, nel tributario e nell'amministrativo", afferma Caizzone. "Ho provato sulla mia pelle - prosegue il commercialista - quanto sia difficile risollevarsi dopo essere stati colpiti ingiustamente da un procedimento giudiziario", ricordando "le pesanti conseguenze economiche e familiari" che quasi sempre accompagnano queste vicende nel disinteresse generale.
"Sono tantissimi i casi di coloro che dopo essere incappati nelle maglie della giustizia hanno perso tutto, sono loro i 'nuovi' poveri", ricorda Caizzone. Ad oggi l'Aivm ha fornito assistenza ad oltre 9.000 persone. "La delusione nel sistema giustizia è il collante che lega quasi tutte le persone che si rivolgono alla nostra associazione", specifica Caizzone: "Non diamo assistenza legale, anche se molti di coloro che si rivolgono a noi ci chiedono il nome di un avvocato perché hanno difficoltà a trovare un difensore disposto ad assumere un incarico per un'azione di responsabilità nei confronti di chi ha causato loro tante sofferenze, soprattutto se si tratta di un magistrato".
Dopo quasi diecimila casi affrontati, Caizzone ha stilato una graduatoria delle principali criticità del sistema giustizia: "Sottovalutazione dei problemi da parte dei giudici, mancanza di fondi e strutture adeguate, professionalità non sempre all'altezza da parte di consulenti, periti, amministratori giudiziari ed operatori del diritto". Tanti magistrati hanno, poi, carichi di lavoro eccessivi e questo è un "danno" per la giustizia. "L'associazione svolge una attività di sostegno e consiglio e non intende, come ho ricordato, in alcun modo sostituirsi all'attività forense: le persone che ci contattano sentono l'esigenza di parlare e di sfogarsi. Il nostro obiettivo è quello di diventare 'intermediari' tra le vittime e le istituzioni, stimolando quest'ultime affinché si facciano carico dei loro problemi".
"Ultimamente sono in aumento gli imprenditori che si rivolgono all'associazione. Le criticità della giustizia civile, soprattutto l'eccessiva durata delle cause, penalizzano moltissimo coloro i quali devono, ad esempio, riscuotere un credito". Il tutto è stato aggravato dalla pandemia.
"Colgo l'occasione per un appello al neo ministro della Giustizia, Marta Cartabia, donna di grandissima esperienza e professionalità, affinché provveda quanto prima ad una riforma complessiva del sistema. In questi anni sono stati fatti solo provvedimenti spot. Ci sarà un motivo perché la fiducia nella giustizia è ai minimi termini in questo Paese?", conclude amaro il dottor Caizzone, augurandosi che si torni a parlare seriamente di separazione delle carriere in magistratura e responsabilità civile per le toghe che sbagliano.
bolognatoday.it, 10 marzo 2021
250 detenuti in più rispetto alla capienza dell'istituto di pena: "Costante rischio di contagio". Sarebbe stato sospeso anche il "triage per il controllo dei nuovi giunti". 750 presenze, a fronte di una capienza regolamentare di 492 ospiti, un vero e proprio "tutto esaurito" al carcere della Dozza che, da quanto si apprende, ha anche vietato l'ingresso nei reparti a insegnanti, volontari e cappellani, a causa dell'emergenza sanitaria, con sospensione di tutte le attività.
Anche se "risulta sotto controllo, con numeri molto contenuti di positivi tra i detenuti ed il personale, anche per tutti gli sforzi messi in campo dalla direzione", e anche se "in questi giorni è anche partito anche il piano di vaccinazione del personale", fa sapere Fp-Cgil di Bologna che lancia un nuovo sos sul sovraffollamento nell'istituto bolognese e chiede azioni per "ridurre il numero di detenuti e considerare l'idea di bloccare i nuovi ingressi".
Infatti - scrive il sindacalista Salvatore Bianco in una lettera al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria "nonostante in una precedente nota avessimo lamentato il consistente numero di detenuti presenti e le problematiche connesse all'interno dei vari reparti detentivi, il loro numero risulta ulteriormente cresciuto nelle ultime settimane, raggiungendo circa 750 presenze, a fronte di una capienza regolamentare di 492 ospiti".
Questa situazione, segnala Bianco, rischia di diventare pericolosa, dato il "costante rischio di contagio da Covid", e, nonostante al momento i numeri siano buoni, per la Cgil serve "mantenere alto il livello di attenzione" dato che il numero dei detenuti "cresce costantemente e di conseguenza anche il livello di rischio di contagio risulta piuttosto alto". Con "sempre più probabili ingressi di detenuti nuovi giunti già positivi al Covid" dal momento che Bologna e provincia zona rossa.
Da quanto si apprende dal sindacato di Polizia penitenziaria, Sinappe, sarebbe stato sospeso il "triage per il controllo dei detenuti nuovi giunti per motivazioni che al momento si sconoscono. Considerato che il quadro pandemico è in costante peggioramento nel territorio felsineo, tanto che, ancora oggi, la metà circa dei nuovi contagi riscontrati in regione è riconducibile al comune di Bologna, l'eventuale conferma di tale sospensione non potrebbe non allarmarci, anche in relazione ai focolai che hanno già interessato l'Istituto della Dozza".
di Michela Salzillo
corrierece.it, 10 marzo 2021
Aveva quarantotto anni ed era originario della città di Castel Volturno, l'uomo che ieri si è tolto la vita nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. La vittima stava scontando la pena detentiva perché implicato in un'inchiesta di rapine ed estorsioni legate al Clan Fraglioli - Pagliuca.
Cinque anni ancora da scontare e poi avrebbe saldato il suo debito con la giustizia, ma non c'è lieto fine in questa storia. Quando gli agenti e i detenuti si sono accorti di quello che stava accadendo, purtroppo, era già troppo tardi e non c'è stato nulla da fare.
di Massimiliano Cassano
Il Riformista, 10 marzo 2021
"Mamma, perdonami. Non è colpa tua, ma te lo avevo detto che in comunità non ci volevo stare". Poche parole, scritte a penna con tratto incerto su un foglio di carta, trovato a terra in un bagno della Comunità per minori "Cento Passi" di Villa di Briano, vicino Caserta. Sopra il biglietto, il corpo sospeso a mezz'aria di Vincenzo Arborea, il ragazzo di 16 anni che ieri mattina si è tolto la vita dopo che dal 27 novembre scorso era sottoposto al provvedimento di misura cautelare per il furto di un iPhone avvenuto qualche mese prima a Scafati.
Il tribunale dei minori aveva disposto l'accoglienza in comunità, visto il rischio di fuga e reiterazione del reato: una soluzione meno dura di quelle che spesso toccano ad altri suoi coetanei che, per reati simili, finiscono nelle carceri minorili. Ma Vincenzo ha sempre mostrato frustrazione verso la sua condizione: domenica, giorno prima della tragedia, era scappato e tornato a casa, a Boscoreale, per gridare la sua sofferenza: "Non ci torno in comunità", avrebbe detto alla madre, che però ha insistito per riaccompagnarlo a Villa di Briano.
Gli operatori della casa di recupero avevano perso le sue tracce, dopo che gli era stato negato il permesso per uscire e partecipare alla commemorazione per il trigesimo della morte di sua sorella. Sua madre lo ha riportato lì, provando a convincerlo che per lui quel periodo avrebbe potuto significare una seconda chance per lui. Dopo meno di 24 ore Vincenzo ha scelto di impiccarsi con la cintura di un accappatoio.
La responsabile della comunità è venuta a sapere del gesto mentre si era recata dai carabinieri di Frignano per riferire in merito alla fuga del giorno prima. La Procura di Napoli Nord, retta dal procuratore facente funzioni Carmine Renzulli, ha predisposto gli accertamenti di rito, che hanno confermato si sia trattato di suicidio. In Campania ogni anno sono in media 5mila i giovanissimi, tra i 12 e i 18 anni, che vengono identificati e riaffidati ai genitori o condotti in comunità di recupero per episodi di disagio e devianza, atti di bullismo, risse.
"Sono ragazzi attraversati da una profonda sofferenza psichica, solcati da storie tremende", ha scritto in un post su Facebook Maria Luisa Iavarone, mamma di Arturo, il ragazzo accoltellato da una baby gang nel dicembre del 2017 a via Foria a Napoli. "Chiediamo per questi ragazzi - ha proseguito la donna - una profonda attenzione alla loro salute psichica e mentale: c'è bisogno per loro di protocolli di accompagnamento educativo-terapeutico con accordi interistituzionali tra Ministero della Giustizia e Ministero della Salute".
di Piero Rossano
Corriere del Mezzogiorno, 10 marzo 2021
"Te l'avevo detto mamma che sarebbe finita così". Villa di Briano, era ospite della casa alloggio da ottobre. Domenica era fuggito per andare dalla madre. Il tribunale gli aveva negato di partecipare a una messa per la sorella defunta. "Te l'avevo detto mamma che sarebbe finita così...".
Quelle poche righe scritte a penna su un fogliettino di carta ritrovato a poca distanza dal suo corpo sono tutto quel che resta di un giovane di nemmeno 16 anni che ieri ha deciso di togliersi la vita, lasciandosi morire dopo essersi sistemato al collo la cintura di un accappatoio.
Il dramma si è consumato in mattinata all'interno di una comunità di recupero di Villa di Briano, nell'Agro Aversano, senza che nessuno potesse intervenire in suo soccorso in quei frangenti e sull'episodio è stato aperto un fascicolo dalla Procura della Repubblica del tribunale di Napoli Nord che ha disposto anche il sequestro della salma e l'autopsia sul corpo.
L'esame necroscopico dovrebbe essere condotto oggi stesso all'ospedale di Giugliano in Campania ma intorno alle cause del decesso non dovrebbero esserci dubbi: il medico legale intervenuto ieri ha potuto già verificare che la morte sarebbe sopravvenuta per asfissia.
Quel che resta da accertare, invece, sono le motivazioni che hanno spinto il minore a compiere un gesto così grave. Una ipotesi è stata formulata già ieri da fonti investigative (ad indagare in prima battuta sono i carabinieri della stazione di Frignano): il ragazzo sembrava turbato da alcuni giorni, da quando a metà della passata settimana il Tribunale dei minorenni di Napoli aveva risposto in maniera negativa alla sua richiesta di permesso per seguire una funzione religiosa in memoria della sorella morta di recente.
Il ragazzo era ospite della casa alloggio "I cento passi" da alcuni mesi e condivideva spazi ed attività con altri minori. Lui ci era arrivato per espiare una rapina compiuta il 24 settembre dello scorso anno a Scafati in concorso con altri minori. Nella cittadina del Salernitano c'era arrivato dalla sua Boscoreale, dove viveva con i genitori (entrambi, si è appreso ieri sempre da fonti investigative, con precedenti di polizia).
E con gli altri aveva preso di mira un ragazzino, al quale dietro minacce era stato alla fine strappato il suo cellulare. I giudici minorili gli avevano per questo inflitto un periodo in comunità e la casa alloggio prescelta era stata quella di Villa di Briano. Dove il minore, tra alti e bassi, aveva accettato di stare. Partecipando anche alle diverse attività che si svolgevano in comunità, secondo il racconto dei responsabili della struttura ai carabinieri. Poi qualcosa dentro di lui si è rotta fino ad arrivare all'irreparabile.
Domenica scorsa il ragazzo si è allontanato dalla casa alloggio senza alcuna autorizzazione. Alle 17 del pomeriggio, quando la fuga è stata scoperta, è stato dato l'allarme e sono cominciate le ricerche. Tre ore più tardi, intorno alle 20, il giovane ha fatto ritorno in via Ugo La Malfa, dove ha sede la cooperativa sociale, accompagnato dalla madre. Pare che sentisse il bisogno, la necessità di tornare a casa in un momento particolare di dolore per sé e per la sua famiglia. Pur essendo rientrata la fuga, nella mattinata di ieri la responsabile della struttura si è però recata presso la stazione dei carabinieri di Frignano per denunciare ugualmente l'episodio: una prassi a cui non poteva sottrarsi per termini di legge.
Ed è stato in questo preciso istante - quando le lancette dell'orologio segnavano le 11 - che la donna ha ricevuto una chiamata sul suo cellulare: il corpo senza vita del ragazzo era stato scoperto con un cappio rudimentale al collo ricavato da una cintura d'accappatoio fissata all'altra estremità alla ringhiera del balcone di un bagno. Poco più in là, come detto, la scoperta di un foglio di carta su cui aveva lasciato un messaggio ai familiari. Alla madre, in particolare, alla quale forse aveva già rivelato le sue intenzioni. "Te l'avevo detto mamma che finiva così...". Sul posto sono subito accorsi i carabinieri e in contemporanea un equipaggio del 118 che ha solo potuto constatare l'avvenuto decesso del minore.
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