di Lorenza Pleuteri
giustiziami.it, 10 marzo 2021
Un anno dopo, dopo le rivolte che hanno incendiato decine di galere e la morte di tredici detenuti, dalla richiesta di archiviazione per otto decessi "modenesi" emergono altri passaggi destinati a far discutere. La sicurezza della casa di reclusione di Modena, anche a sommossa cessata e ad allarme rosso rientrato, è stata la priorità. E se il numero di croci è salito a nove, quando l'istituto non era più fuori controllo, la colpa non può essere addebitata a nessuno, se non ai reclusi stessi. Hanno rubato o distribuito metadone e psicofarmaci, ingerendone in quantità. Li hanno nascosti nelle mutande o nelle tasche. Non se ne sono liberati.
Il carcere veniva prima, prima di ciascun uomo. Questa almeno sembra essere la tesi della procura, un pugno allo stomaco. Testualmente, a fronte della perdita di nove vite, le pm titolari delle indagini scrivono: "È evidente che l'esecuzione di perquisizioni personali a carico dei detenuti al momento del loro ingresso in cella non sia finalizzata a tutelare colui che fa ingresso ed evitare che porti con sé beni che possano nuocere alla sua stessa salute (nello specifico metadone) ma sia al contrario giustificata da motivi di sicurezza, ossia dalla necessità di evitare situazioni di pericolo capaci di mettere a repentaglio l'ordine e la sicurezza dell'istituto".
Alì Bakili probabilmente viene visitato una prima volta l'8 marzo, a sommossa in corso, e poi il 9 marzo. La dottoressa di turno la prima sera non si ricorda di lui, il collega del giorno dopo sì. Degli accertamenti sanitari e delle cure c'è traccia su due schede, redatte non si sa esattamente da chi (in un punto della richiesta di archiviazione si parla di personale 118 e in un altro punto di volontari) e con non meglio specificate imprecisioni. L'uomo resta fuori dagli sfollamenti e dai trasferimenti, fatali per quattro persone. La mattina del 10 marzo l'uomo è trovato senza vita nella cella numero 21, divisa con un compagno. È morto da ore. Anche lui ha ingerito metadone e farmaci, certifica l'autopsia, affidata alle sole consulenti della procura. Questo e non altro, è la loro delle anatomopatologhe, ha causato l'epilogo tragico.
Le ecchimosi che ha sul corpo vengono spiegate nel solito modo, come per le altre vittime: se le sarebbe procurate da solo "presumibilmente" durante la rivolta, forse abbattendo un cancello o magari scalando un muro come un ragno (paragone scritto negli atti). Ma come è stato possibile che avesse sostanze letali a disposizione? Perché non gli sono state tolte, se le aveva addosso lui? Oppure, se le ha rimediate, come ha fatto? Dove le ha trovate?
Le risposte date dai "custodi" e dalla procura lasciano senza fiato, perché parlano di una persona che era nelle mani dello Stato. "Nessuna responsabilità può ravvisarsi in capo a soggetti terzi in relazione al decesso di Bakili Alì: egli ha consapevolmente assunto metadone e altri farmaci, ad di fuori di qualunque controllo medico, assumendo il rischio di complicanze come quelle che effettivamente si sono verificate.
Nessuna responsabilità può essere attribuita ai sanitari che hanno visitato il paziente in data 8 e 9 marzo 2020, né al personale della casa circondariale che ha organizzato e diretto le fasi del rientro dei detenuti nelle celle, posto che l'exitus è stato determinato da una condotta consapevole e intenzionale del detenuto (ritenuto evidentemente in grado di conoscere gli effetti della poliassunzione di oppioidi e medicinali e di poter far libere scelte in una istituzione totale), non controllabile da parte di soggetti terzi che, comunque, non avevano alcun obbligo giuridico (e qui ci sarà da discutere) di prevedere e impedire tale condotta".
I detenuti riportati in cella (i pochi rimasti, dopo i trasferimenti in massa) non sono stati perquisiti, non nelle fasi più convulse e drammatiche. La procura giustifica anche questo, "assolvendo" pure la polizia penitenziaria. "Occorre evidenziare - scrivono le pm a capo delle indagini - come la scelta di non effettuare perquisizioni sia stata determinata dalla necessità di convincere gli ultimi rivoltosi, che ancora non avevano acconsentito a rientrare nelle proprie celle, a consegnarsi alle forze di polizia, evitando così un'irruzione del personale di polizia penitenziaria, a cui sicuramente (e chissà da che cosa viene dedotto) sarebbe seguito un vero e proprio scontro con i detenuti, pronti ad opporre resistenza attiva pur di mantenere il controllo della posizione conquistata". Alì Bakili muore. Non è l'ultimo.
Il pomeriggio del 10 marzo viene constatato il decesso di Lofti Ben Mesmia, spirato da ore o forse da minuti (i pareri raccolti divergono e il medico del 118 che ha accertato la morte viene sentito "dopo molti mesi"). Non si muove. Dalla bocca gli esce bava marrone, come il compagno di cella dice a un assistente di passaggio, richiamando l'attenzione. Le carte evidenziano che durante la rivolta si era accaparrato sostanze letali, tenute nei boxer.
Spiegano che il decesso è avvenuto dopo il rientro in cella, la sera prima, a sommossa rientrata. Confermano la presenza di piccole ecchimosi non letali. Per Lofti manca il racconto di quando, dove e da chi sia stato visitato (perlomeno nella richiesta di archiviazione, una sintesi degli atti prodotti dalla procura). La certezza dichiarata è che sia morto per overdose e che, anche per lui, "nessuna responsabilità possa ravvisarsi in capo a soggetti terzi".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 10 marzo 2021
La violazione del divieto incide "negativamente" sulla capacità del magistrato onorario di essere componente del collegio. Dalla riforma del 2017 sulla magistratura onoraria è previsto che il giudice di pace possa essere assegnato al tribunale con conseguente legittimazione alla trattazione di cause civili e penali. Ma lo stesso Dlgs 116/2017, che ha recato la novità pone, poi, al suo articolo 12, dei divieti espliciti alla partecipazione ai collegi del tribunale da parte del giudice di pace:
- le cause affidate alle sezioni specializzate;
- la sezione civile fallimentare;
- il riesame delle misure cautelari nel processo penale.
L'eventuale partecipazione del giudice di pace al collegio del tribunale - in una delle ipotesi vietate - determina nullità assoluta del procedimento e del provvedimento giurisdizionale che ne deriva.
Così la Corte di cassazione penale, con la sentenza n. 9383/2021, ha ribadito che il divieto posto in maniera dettagliata dall'articolo 12, proprio per la sua formulazione, non è passibile di letture alternative che consentano eccezioni o rimedi meno drastici della nullità assoluta.
La Cassazione ribadisce che la norma è secca e precisa e in caso di violazione la conseguenza più adeguata a ribadire l'efficacia delle sue disposizioni non può che essere l'azzeramento di quanto compiuto illegittimamente. La soluzione si giustifica secondo la Cassazione perché l'esplicita esclusione dei magistrati onorari da talune competenze giurisdizionali incide direttamente sulla capacità giuridica propria del giudice.
di Cesare Giuzzi
Corriere della Sera, 10 marzo 2021
Tunisino intercettato in cella: cercava detenuti da mandare in Siria e Libia con l'Isis. Un anno fa, mentre la pandemia iniziava a flagellare la Lombardia e le immagini con i mezzi dell'Esercito carichi di bare a Bergamo facevano il giro del mondo, Saber Hmidi, tunisino di 37 anni, gioiva dal carcere di Opera durante le telefonate al padre Monji e al fratello Achraf perché "il Covid era una punizione di Allah agli italiani per i torti inflitti ai musulmani".
Hmidi era rinchiuso per scontare una condanna a 4 anni e 6 mesi per proselitismo dopo che nel 2014, a Roma, gli investigatori gli avevano trovato una bandiera del gruppo terroristico tunisino "Ansar al-Shari'a", legato a Isis e al Qaeda, immagini di guerra, opuscoli sul funzionamento del mitra Ak 47 e su come creare e potenziare ordigni esplosivi. Sapeva di essere "osservato speciale". E nei colloqui con la moglie (italiana) lo ripeteva di continuo. Eppure non aveva mai smesso di cercare nuovi adepti. Come un giovane detenuto per reati comuni, tunisino, e dalla personalità "debole e manipolabile", come ricostruisce il gip Anna Magelli nelle dodici pagine della misura cautelare per proselitismo, danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale per aver tentato una rivolta in carcere e aver aggredito due agenti della polizia penitenziaria.
Il 37enne lo aggancia durante l'ora d'aria e lo invita a pregare "cinque volte al giorno", gli dice di uccidere gli infedeli (i cristiani), gli racconta di aver combattuto con i terroristi ("io comando 4 mila uomini") e gli chiede, una volta scarcerato, di andare a combattere in Siria e Libia al fianco dello Stato islamico e poi di tornate in Italia "per fare un attentato in una spiaggia affollata della Sicilia, a Palermo, o in un parco a Firenze". Messaggi che gli investigatori del Corpo di polizia penitenziaria del carcere di Opera hanno ricostruito in modo dettagliato nelle indagini coordinate dal pm Enrico Pavone e dal capo del pool Antiterrorismo, Alberto Nobili, nel periodo in cui Hmidi è rinchiuso nel penitenziario milanese prima di essere trasferito ad Asti e poi a Siracusa dove gli è stata notificata la misura cautelare. La presenza a Opera di Hmidi è turbolenta. Il 30 marzo scorso distrugge la cella nella quale è rinchiuso: "Piega le ante delle finestre, sfonda il vetro, rompe gli armadietti e stacca il wc e un pezzo di muro".
Il 17 aprile la mancata concessione di una videochiamata dopo aver usufruito dell'ora d'aria lo porta a innescare un tentativo di rivolta. Il 37enne anziché tornare in cella corre verso il cancello della sezione e si arrampica. Quando arriva la Penitenziaria in forze lui corre verso un'altra cancellata del reparto, cerca di coinvolgere nel suo tentativo gli altri detenuti, poi aggredisce due agenti: "Siete tutti dei cattolici di m..., io vi taglio la testa, avete finito di vivere". È grande, grosso e furioso, Hmidi, gli investigatori devono lottare per bloccarlo: "In un momento di "follia pura" opponeva un'eccezionale resistenza con calci e pugni, fino a quando veniva riportato nella camera di detenzione".
La sua ossessione, secondo quanto ricostruito dall'Antiterrorismo, era il jihad. Come già evidente dai suoi profili social. Nell'ora d'aria convocava gli altri detenuti tunisini nella sua cella per farli pregare, "spesso costringendoli sebbene non fossero particolarmente avvezzi". Al suo adepto parlava di combattenti (uno realmente morto in battaglia), di Bin Laden, di tagliare "gambe e braccia agli infedeli". Gli confida di puntare all'espulsione per tornare in Libia con la figlia e "fare jihad fino alla fine". Gli chiede anche di contattare in un colloquio telefonico il padre per avvisare due presunti terroristi ("Hawaif e Bagdedi") che avrebbero dovuto "iniziare a fare la guerra". In cella indossava una tuta della Roma calcio: "Perché l'Isis vuole fare la guerra a Roma".
frosinonetoday.it, 10 marzo 2021
"Attraverso la cultura e l'arte quali strumenti di integrazione, questo progetto aiuta i detenuti a recuperare le loro abilità, a sviluppare nuove competenze e a sentirsi parte utile e attiva sia della realtà in cui sono inseriti che della società".
Lunedì 8 marzo, presso la Casa di Reclusione di Paliano, il Sindaco Domenico Alfieri e il Vicesindaco e Assessore alla Cultura Valentina Adiutori, su invito del direttore, dott.ssa Anna Angeletti, hanno partecipato all'evento finale del percorso-progetto "Ri-Costituzione" seguito dai detenuti. Presenti il provveditore regionale dott. Carmelo Cantone e il Garante Regionale dott. Stefano Anastasìa.
Il progetto ha portato alla presentazione di un video multimediale sui 12 principi fondamentali della Costituzione Italiana spiegati dagli stessi detenuti e corredata dalla realizzazione di altrettante targhe artigianali in ceramica.
"Il progetto - ha dichiarato il Sindaco Alfieri - è stato sicuramente un mezzo per impegnare il presente di queste persone e, approfondendo i 12 principi fondamentali della nostra Costituzione, un monito e un argomento di riflessione per il loro futuro. Complimenti a tutti i partecipanti per il lavoro svolto, agli operatori che hanno collaborato e alla dott.ssa Angelini che ha fortemente voluto questo importante lavoro di promozione e conoscenza dei valori sulla legalità".
"Attraverso la cultura e l'arte quali strumenti di integrazione, questo progetto aiuta i detenuti a recuperare le loro abilità, a sviluppare nuove competenze e a sentirsi parte utile e attiva sia della realtà in cui sono inseriti che della società. Encomiabile anche la scelta di presentare il progetto nella giornata dell'8 marzo, a ricordo delle tante donne che sono state importanti per la Costituzione italiana, si sono battute perché i principi normativi difendessero la parità tra uomini e donne, hanno favorito la nascita di leggi fondamentali per la famiglia e la società". Questo il commento del Vicesindaco Adiutori.
Il Tirreno, 10 marzo 2021
Vaccinazioni anti-Covid per detenuti e personale che lavora in carcere. Lo chiedono a gran voce il regista della Compagnia della Fortezza Armando Punzo e la parlamentare del Pd ed ex sindaca di Calcinaia Lucia Ciampi. "I detenuti non sono più andati in permesso per quasi un anno - spiega Punzo -. I pochissimi che hanno la famiglia in Toscana, al loro rientro, stanno più di due settimane in quarantena, vengono sottoposti a tampone, isolati e chiusi nella propria stanza.
Non fanno più colloqui con i familiari da un anno. È evidente che il virus è venuto da fuori, lo hanno portato gli operatori che tutti i giorni entrano per lavorare. Bisognerebbe interrogarsi sul perché, in una situazione chiusa e potenzialmente esplosiva come il carcere, non siano stati subito tutti vaccinati, a partire dagli operatori. E questo non solo a Volterra. Ma queste sono scelte nazionali e non locali e molti avrebbero gridato allo scandalo".
Il regista aggiunge che "gli insegnanti sono gli stessi delle scuole esterne, è evidente che c'è un rischio enorme, essendo partito un focolaio in ascesa che potrebbe, se non arginato, espandersi a macchia d'olio. Cerchiamo di non peggiorare la nostra condizione, già messa a dura prova, con rabbia e conflitti inutili".
Secondo Ciampi, "la vaccinazione di detenuti e personale delle carceri va accelerata. Il caso di Volterra è emblematico e rischia di creare una situazione incontrollabile. È necessario che le autorità cittadine, in particolare il sindaco Giacomo Santi e l'Asl competente, vengano immediatamente supportate dalla Regione, e dallo Stato per cercare di circoscrivere il contagio e intervenire tempestivamente con azioni efficaci di tracciamento e prevenzione. Mi attiverò subito in questa direzione".
di Luca Preziusi
Il Mattino di Padova, 10 marzo 2021
Interrogazione del deputato dem Pellicani: "Intervengano governo e Procura". L'ex vicesindaco Lorenzoni: "Un'azione premeditata, va fatta chiarezza". Il caso Matteo Messina Denaro finisce sulla scrivania dei ministri della Giustizia e degli Interno, dopo il voto segreto attribuito al boss mafioso durante l'ultima seduta del consiglio comunale chiamato a eleggere il garante dei detenuti. E il movimento Padova Bene Comune sfida i 32 consiglieri comunali: "Si sottopongano volontariamente a perizia calligrafica. Nascondersi ora è da vigliacchi".
A portare il caso in Parlamento è stato il deputato dem Nicola Pellicani, componente della commissione antimafia, che in un'interrogazione parlamentare rivolta ai ministri Marta Cartabia e Luciana Lamorgese, chiede di fare chiarezza sul caso: "Quanto accaduto è una forma intollerabile di esaltazione della mafia, in una regione come il Veneto dove le inchieste di questi ultimi due anni hanno dimostra un forte radicamento della criminalità organizzata.
Quali iniziative intendono assumere i ministri per avviare ogni accertamento necessario, procedendo una volta identificato alla rimozione dal consigliere comunale responsabile del gesto?", chiede Pellicani. Un brutto episodio accaduto mercoledì scorso, quando durante la seduta del consiglio convocata per votare segretamente il garante dei detenuti per il Due Palazzi, un consigliere tuttora "ignoto" ha scritto sulla scheda il nome di Matteo Messina Denaro (ricercato dal 1993), anziché quello di uno dei 7 candidati a ricoprire l'incarico.
Quasi tutti i consiglieri nei giorni successivi hanno condannato il gesto, chiedendo in alcuni casi l'intervento della Procura. Il sindaco Sergio Giordani aveva invitato il colpevole a farsi avanti e dimettersi, prima di essere costretto a rivolgersi al tribunale. Ieri poi è intervenuto anche l'ex sindaco Arturo Lorenzoni, oggi portavoce dell'opposizione in consiglio regionale: "Un fatto gravissimo avvenuto nel luogo sacro della democrazia. Non si tratta di una bravata, commessa nella certezza di essere all'oscuro, ma di un'azione che potrebbe addirittura essere stata premeditata".
"Padova è una città antimafia. Quanto avvenuto è un fatto su cui esprimiamo una netta condanna", aggiunge invece il segretario generale della Cgil, Aldo Marturano. Davanti a un esposto in Procura si apre l'ipotesi della richiesta di una perizia calligrafica, ma non è affatto scontata la concessione. Alla luce di questa possibilità, i due esponenti di Padova Bene Comune Antonino Pipitone e Rosa De Pietra, hanno inviato una nota ai capigruppo per chiedere che tutti i consiglieri si sottopongano volontariamente alla perizia calligrafica: "Riteniamo sia da vigliacchi nascondersi dietro il voto segreto, e che la trasparenza sia dovere di ogni consigliere eletto democraticamente" sostengono i due. Per il consigliere responsabile della "malefatta" si potrebbe prefigurare l'accusa di vilipendio delle istituzioni.
"Chiunque abbia votato un mafioso mina alla credibilità dell'istituzione stessa, svilendola in maniera inaccettabile - sottolinea il capogruppo della lista Giordani Carlo Pasqualetto - chi rappresenta le istituzioni ha il dovere di essere serio, per questo ritengo senza alcun dubbio che sia necessario capire chi si è macchiato di un gesto così grave e chiedere subito le sue dimissioni. Padova non merita un consigliere comunale del genere. Tutta la città è stata svergognata dalla sua stoltezza".
di Elena Marisol
Il Domani, 10 marzo 2021
Con 400 voti a favore, 248 contro e 45 astensioni il parlamento europeo ha revocato l'immunità parlamentare a Carles Puigdemont e, con numeri analoghi, a Toni Comín e Clara Ponsatí, come richiesto dalla giustizia spagnola per riattivare la procedura di estradizione nei confronti dei tre dirigenti indipendentisti, sospesa nel momento della loro elezione all'europarlamento nelle elezioni del 2019. Il 58 per cento di sì sul totale dei voti espressi, una percentuale inferiore a quanto previsto. Ma il voto segreto, emesso elettronicamente nel tardo pomeriggio dell'8 marzo, ha aperto una breccia di almeno una cinquantina di voti nei diversi gruppi favorevoli: il fronte contrario alla revoca dell'immunità è cresciuto fino al 42 per cento.
Si conclude così la procedura iniziata un anno fa nel parlamento europeo: con la raccomandazione agli eurodeputati di accedere alla richiesta del Tribunal supremo spagnolo, togliendo l'immunità ai tre parlamentari catalani, in esilio dalla fine dell'ottobre 2017, dopo la dichiarazione unilaterale d'indipendenza.
La perdita dell'immunità per Puigdemont, Comín e Ponsatí non fa venir meno la loro condizione di europarlamentari, perché con la riattivazione della richiesta di estradizione saranno la giustizia belga e quella scozzese (Ponsatì è residente in Scozia) a decidere sul loro futuro. E i tre leader indipendentisti possono contare su un precedente a loro favore: quello stabilito dalla giustizia belga che ha negato l'estradizione dell'ex consigliere in esilio Lluís Puig per non considerare il Tribunal supremo competente nella causa. La questione del giudice competente per legge, unitamente alla denuncia di essere oggetto di persecuzione politica, sono stati infatti gli elementi su cui si è fondata la difesa dei tre eurodeputati. Ma la situazione che si è determinata nel caso della giustizia belga può non valere in un altro paese europeo, limitando quindi la loro libertà di movimento in Europa.
La seconda via che si apre è quella del ricorso presso il Tribunale generale di giustizia della Ue per le irregolarità già denunciate nel corso del procedimento dai tre deputati e che Puigdemont ha confermato di volere intraprendere. Immediate le reazioni della politica, a cominciare dal governo spagnolo che pure è diviso al suo interno tra i socialisti che hanno votato a favore della revoca dell'immunità e Unidas Podemos che ha votato per il suo mantenimento. Poco dopo le 12 è il diretto interessato a pronunciarsi da Bruxelles sul voto che gli toglie l'immunità. Dopo avere sottolineato il sostegno maggiore del previsto ottenuto in suo favore, Puigdemont afferma che "è un giorno triste per il parlamento europeo. Noi abbiamo perso la nostra immunità. Ma il parlamento europeo ha perso molto di più e come conseguenza ha perso la democrazia europea". E in tarda mattinata arriva anche un'altra notizia, attesa da giorni in Catalogna: il Tribunal supremo ha revocato il terzo grado penitenziario, corrispondente alla semilibertà, ai leader indipendentisti in carcere.
Torneranno in prigione, in attesa di un qualche provvedimento che restituisca loro la libertà. Negli ultimi giorni la procura ha anche chiesto l'incriminazione dell'ex presidente del parlamento catalano Roger Torrent per disobbedienza, per avere permesso il voto in aula su mozioni contrarie alla monarchia. E tutto questo succede nel pieno delle trattative per il nuovo governo catalano dopo le elezioni dello scorso 14 febbraio, con la probabile riedizione di una coalizione indipendentista a guida repubblicana. Venerdì prossimo si insedia a Barcellona il nuovo parlamento eletto.
di Daniele Manca
Corriere della Sera, 10 marzo 2021
Bene l'accelerazione sul piano vaccini. Ma il probabile rinvio del Decreto Sostegni si tramuterà in ritardi per quegli aiuti a famiglie e aziende già alle prese con un drammatico riacutizzarsi della pandemia. Singolare la richiesta di agire rapidamente da parte delle forze politiche della maggioranza, pronte poi a dividersi un minuto dopo sulle misure da prendere. Forse non si ha contezza del fatto che un decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale alla fine della settimana prossima significherà far arrivare gli aiuti anche a maggio. Settimane e mesi che per molte imprese significherebbe soccombere, per le famiglie in difficoltà un'ulteriore punizione e nuove sofferenze.
Il governo ha il dovere di ascoltare i partiti che lo sostengono. Ma anche quello di decidere. Tanto più che si sta parlando di un provvedimento che ha le dimensioni di una Legge Finanziaria. È previsto che si tratti di una Manovra tra i 35 e i 40 miliardi. Una cifra molto rilevante. Adeguata a un Paese che si prepara a chiusure ancora più stringenti. Bene, come sembra, aver esteso all'intero 2020, invece che ai soli primi due mesi, il confronto sulla caduta di ricavi per definire gli aiuti alle imprese. Come pure concentrare in un decreto, e non in più provvedimenti, gli stanziamenti. Si attendono le misure che aiutino le famiglie con figli in età scolastica grazie a congedi parentali e supporto alle spese per baby sitter.
In ogni caso un livello di interventi così elevato in termini di investimenti, giustifica anche l'attesa di prime indicazioni sulla strada che si vuole percorrere per fare sì che si mettano le basi per il futuro del Paese. Come giustamente sottolineato dal presidente del Consiglio nel suo discorso alle Camere, "non esiste un prima e un dopo". Soprattutto in una situazione di emergenza.
Pietro Nenni coniò nel 1962 la celebre espressione "entrare nella stanza dei bottoni", pur sapendo che il mondo non era così semplice. Che non bastava andare al governo per cambiare tutto. Che quei bottoni, come gli fu ricordato da un altro socialista, Lelio Basso, di fatto non esistevano.
Ma è anche da piccole scelte e segnali che si possono indicare strade al Paese. Decidere che il cashback non è la strada migliore per aiutare gli italiani, è un'indicazione concreta. E che quei soldi possono essere usati per aiutare chi si è trovato senza casa, senza lavoro e magari ha solo un'automobile dove vivere. E non ci si dica che si batte l'evasione con una tassa (sul contante) o con i regali (a chi usa la carta di credito).
Bisognerà poi affrontare il tema scomodo della cassa integrazione. Dovrà continuare a essere gratuita per tutte le imprese? O andrà introdotta una seppur minima contribuzione per evitare gli abusi di quanti la stanno usando per problemi che con il Covid non hanno nulla a che fare? Il blocco dei licenziamenti sarà prorogato. Ma lo sarà per tutti i settori? O si inizieranno a introdurre delle distinzioni? E si comincerà a far capire che vanno difesi i lavoratori in carne e ossa con adeguati strumenti di welfare state, e non posti di lavoro destinati all'estinzione?
La capacità di aiutare i molti che si sono trovati in difficoltà tentando, per quanto possibile, di combinare il supporto al fatto che esso rappresenti anche la possibilità di ripartire, è essenziale. Superare cioè la logica dei bonus evitando di voler affidare tutte le speranze di ripresa al catartico Recovery plan.Ieri il ministro dell'Economia, Daniele Franco ha fatto un'operazione verità rammentando che le risorse dall'Europa arriveranno a fine estate. E che già prima del Covid il nostro Paese aveva bisogno di essere riavviato. È innegabile che improvvide misure e cattiva gestione in alcuni passaggi di questa crisi abbiano reso più pessimisti i cittadini.
Si pensi solo a quell'agenzia fantasma che è l'Anpal che si dovrebbe occupare di politiche attive del lavoro, quanto mai necessarie in momenti di crisi come questi e che invece risulta non pervenuta. O ancora quegli intoppi sui pagamenti della cassa integrazione dovuti all'intreccio perverso tra Inps e Regioni. È come se l'emergenza avesse evidenziato con maggiore forza le migliaia di piccole quanto insopportabili manchevolezze dello Stato nei confronti dei cittadini. Fare sì che famiglie e imprese sentano, senza ritardi, la vicinanza della collettività è decisivo. Ancor più che sia chiaro l'obiettivo: aiuti per superare il momento e per rialzarsi.
di Nicoletta Tempera
Il Resto del Carlino, 10 marzo 2021
Notificato il fine indagine, si attende l'udienza preliminare per i detenuti che accesero i disordini. Archiviato il fascicolo sul ventinovenne morto. Al piano terra del padiglione giudiziario della Dozza, i lavori sono ancora in corso. "I danni sono stati quasi tutti sistemati, manca soltanto di provvedere all'automatizzazione dei cancelli", spiega chi lavora all'interno della casa circondariale. È passato un anno esatto da quando la rivolta di un centinaio di detenuti, degli allora 891 che allora il carcere di via del Gomito ospitava, è sfociata in due giorni di devastazione e follia.
Era l'alba della pandemia italiana: per contenere l'avanzata dei contagi, alla Rocco d'Amato come negli altri istituti della penisola erano state annullate le visite in parlatorio. La rabbia tra la popolazione penitenziaria aveva cominciato a montare un po' ovunque. A Modena la miccia era stata accesa e in breve la situazione era degenerata.
Come un'onda, il giorno dopo la marea si è alzata a Bologna. La rivolta era partita dalla sezione più problematica: il secondo piano giudiziario. I disordini erano durati due giorni. Alla fine, si contavano un milione e mezzo di danni, ventidue feriti (venti detenuti e due agenti) e anche un morto, un ragazzo tunisino di 29 anni, Kedri Haitem, stroncato da un'overdose da farmaci, rubati negli ambulatori al piano, saccheggiati durante quel caos. All'esito dell'autopsia e dell'esame tossicologico, a luglio scorso, la Procura, con la pm Manuela Cavallo, aveva chiesto l'archiviazione del fascicolo relativo al decesso, accolta dal gip.
Un fascicolo distinto era invece stato aperto sulla rivolta, coordinato dalla pm Elena Caruso, con le indagini affidate a Penitenziaria e Squadra mobile: a novembre scorso, è stato notificato il fine indagine, atto che di prassi precede il rinvio a giudizio, a 49 detenuti. Tutti accusati, a vario titolo, di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, incendio e devastazione; due rispondono anche di tentata evasione. Otto di loro, secondo la Procura, avrebbero istigato i compagni alla rivolta. Per arrivare all'identificazione del corposo gruppo, gli inquirenti si erano avvalsi dei filmati della Digos, che aveva ripreso i rivoltosi sul tetto della Dozza; e pure dei video postati su Youtube girati dagli stessi detenuti. Tra i 49 indagati, compaiono anche David Santagata, pilastrino, fratello dei più noti William e Peter, e Sonic Halilovic, in carcere per l'omicidio del meccanico Quinto Orsi, avvenuto durante un tentativo di rapina.
A oggi, esclusi i due citati, la maggior parte dei detenuti indagati per i fatti del 9 e 10 marzo 2020 sono stati trasferiti. Alcuni immediatamente dopo la rivolta. E il processo non si è aperto: non è stata ancora fissata l'udienza preliminare, mentre i procedimenti disciplinari per i detenuti sono pendenti. Dopo i disordini, l'anno del Covid alla Rocco d'Amato è filato via abbastanza liscio, tra tentativi di contenimento del virus e lavori in corso.
"La popolazione penitenziaria - spiega il garante dei detenuti Antonio Iannello - escluso un gruppo limitato che è poi quello individuato nel corso delle indagini, si era opposta ai disordini, tentando anche di fermare i compagni facinorosi, autori delle devastazioni. Oggi la situazione alla Dozza è sotto controllo, anche dal punto di vista dell'epidemia. Dopo il focolaio di dicembre, che ha causato molta apprensione, si contano solo due casi, subito isolati".
Fuori dai cancelli della Rocco d'Amato c'è però chi tenta di rintuzzare i focolai di rivolta. Lo scorso 21 febbraio, un gruppo di anarchici si è ritrovato in via del Gomito, per una manifestazione in solidarietà con i detenuti in vista dell'anniversario della rivolta, con manifestazioni organizzate a livello nazionale nel corso della settimana appena trascorsa. Una manciata di giorni prima, gli stessi anarchici si erano ritrovati, in protesta, fuori dalla sede dell'amministrazione penitenziaria in viale Vicini.
di Caterina Castaldi
La Repubblica, 10 marzo 2021
Ormai è piena catastrofe umanitaria. La lotta per il potere tra TPLF tigrino e governo federale vede coinvolta anche l'Eritrea; nella regione si susseguono eccidi e stupri. L'indagine di Amnesty International. Migliaia di morti, decine di migliaia di profughi, quattro milioni e mezzo di persone che hanno bisogno di acqua, cibo, medicine. È il bilancio di quattro mesi di combattimenti tra forze armate etiopiche e partito al potere nel Tigray, che rischiano di destabilizzare l'intero Corno d'Africa e che hanno già coinvolto l'Eritrea (implicata nel conflitto con i suoi uomini) e il Sudan (paese verso il quale fuggono i rifugiati).
Uccisioni di massa, linciaggi, stupri, sequestri. Cina e Russia, membri permanenti del consiglio di sicurezza dell'ONU, hanno bloccato il 6 marzo scorso - esercitando il loro diritto di veto - l'adozione di una dichiarazione del Consiglio di sicurezza che chiedeva la fine delle violenze nel Tigray. La bozza, dopo due giorni di negoziati, è stata fatta decadere; Mosca e Pechino ritengono che si tratti di una "questione interna" dell'Etiopia, e ha votato come loro anche l'India. Michelle Bachelet, responsabile ONU per i diritti umani, ha esortato il governo di Addis Abeba a consentire una inchiesta indipendente, dopo la verifica di gravi violazioni dei diritti umani (uccisioni di massa, linciaggi, stupri, sequestri) ad Axum e nel Dengelat, nel Tigray centrale, ad opera delle forze armate eritree, sconfinate nella regione, responsabili secondo la Bachelet di crimini di guerra.
Governo e opposizione del Tigray si accusano a vicenda. Il primo ministro Abiy Ahmed - Premio Nobel per la pace nel 2019 - aveva scatenato l'offensiva in novembre, accusando il Fronte di liberazione popolare del Tigray (Tplf) di aver attaccato una base militare per impadronirsi di armamenti e artiglieria e promettendo una guerra lampo; il leader del fronte ed ex presidente della regione del Tigray, Debretsion Gebremichael, aveva subito dichiarato che il suo partito era pronto a "estendere la resistenza", ventilando la minaccia di una guerra senza quartiere. Secondo Gebremichael l'attacco dei militari costituiva una punizione contro il Parlamento del Tigray, reo di aver organizzato elezioni (vinte a stragrande maggioranza dal Tplf) sfidando la decisione del consiglio elettorale centrale di rinviare tutte le consultazioni.
Le misure restrittive del governo di Addis. Per Abiy il voto tigrino è "illegale"; e di pari passo con le critiche al suo operato si sono moltiplicati gli arresti di dissidenti e giornalisti e la chiusura di internet, tutte tecniche da vecchio regime. Jawar Mohammed, principale sfidante del premier, come lui appartenente all'etnia oromo, esule negli Stati Uniti e rientrato nel 2018, laureato all'università di Stanford, si trova al momento in carcere con l'accusa di terrorismo e tradimento, e pratica lo sciopero della fame. Amnesty International ha sollecitato un'indagine internazionale guidata dalle Nazioni Unite e il pieno accesso al Tigray per attivisti per i diritti umani, giornalisti e operatori umanitari.
La complicata geografia etnica dell'Etiopia. I rapporti fra governo federale e governo del Tigray erano tesi fin dall'elezione di Abiy, che aveva posto fine a tre decenni di dominio del Tplf; il premier, gradito all'Occidente, si diceva pronto a riunificare il Paese rafforzando i poteri dell'autorità centrale, ma il Tigray si è subito opposto, e altrettanto hanno fatto alcune delle diverse etnie che compongono l'Etiopia (il secondo più popoloso stato africano, con i suoi 110 milioni di abitanti e le sue 80 etnie). Abiy è il primo capo di governo nella storia etiope appartenente all'etnia Oromo (i gruppi etnici maggioritari sono gli Oromo, gli Amhara, i Somali e i Tigrini).
Le aperture e le promesse che segnano il passo. Il suo Partito della prosperità ha aperto all'allargamento del processo decisionale a diversi gruppi etnici che prima ne erano esclusi, ma ha sbarrato il passo al Tplf. Nuove elezioni nazionali sono in programma per il 5 giugno, ma sarà difficile che possano aver luogo, vista la grave situazione di tensione, aggravata dalla pandemia; il premier aveva promesso un ambizioso piano di riforme economiche , tra cui la Costituzione della prima borsa valori etiopica e la privatizzazione del settore delle telecomunicazioni, ma le riforme segnano il passo mentre il gigantesco debito del paese si aggrava, e anche esponenti della sua stessa etnia cominciano a dubitare dell'efficacia del suo operato.
Il coinvolgimento dell'Eritrea. Il governo minimizza la portata degli scontri e l'entità delle vittime, e parla di una semplice operazione di law enforcement, di ordine pubblico, dopo la conquista di Macallè, capoluogo del Tigray, il 28 novembre, ha dichiarato "completate e concluse le operazioni militari": ma gli uomini del Tplf si sono dati alla macchia rifugiandosi sulle montagne e nelle zone rurali e sporadici combattimenti si segnalano tuttora.
I dubbi di chi assegnò il Nobel ad Abiy. Alle forze governative etiopi si sono affiancati militari eritrei, accusati di essere quelli che hanno perpetrato i peggiori abusi. Eritrea ed Etiopia erano diventate nazioni separate negli anni novanta, dopo una guerra di indipendenza durata tre decenni, e sono nuovamente entrate in conflitto tra il '98 e il 2000; ma dall'ascesa di Abiy le relazioni si sono fatte più amichevoli, e proprio per il suo impegno nel ricercare e trovare un nuovo clima di distensione con l'Eritrea, il premier era stato insignito del Nobel per la pace. La situazione ora è talmente esplosiva che persino il Comitato di Oslo ha inviato un inusitato, sebbene circospetto, monito al primo ministro: "Il Comitato norvegese per il Nobel segue attentamente la situazione in Etiopia, ed è profondamente preoccupato". Dagmawi Yimer, regista e documentarista etiope, ha detto a Nigrizia che la speranza è che con Abiy Ahmed "crescano ed emergano figure che rappresentino una stagione nuova per il Paese".
"Crimini contro l'umanità" perpetrati da tutti. Secondo le informazioni raccolte da Nigrizia, rivista dei missionari comboniani, crimini contro l'umanità sono stati perpetrati "da più attori del conflitto", sia dalle forze armate etiopiche, che dal Tplf e dai militari eritrei, oltre che dalle milizie a loro associate. Il quotidiano Avvenire ha raccolto una drammatica testimonianza degli stupri perpetrati dagli eritrei: è quella di Sennait, "contadina e madre sequestrata in strada e violentata per giorni a Kerseber, un villaggio dove sorge un ponte costruito dagli italiani quasi novanta anni fa sulla strada per Asmara. "Sapevo che gli eritrei avevano passato il confine e occupato l'area da Zalambesa a Kerseber. Ma dovevo procurarmi il cibo per i miei figli di 6 e 11 anni. Mio marito è emigrato in Arabia Saudita tre anni fa. Hanno rapito me e altre otto donne, alcune giovanissime. Mi hanno violentata notte e giorno in quindici. Mi picchiavano e torturavano, quando chiedevo perché ci odiassero tanto dicevano che ora comandavano loro nel Tigray".











