di Lanfranco Caminiti
Il Dubbio, 10 marzo 2021
Lula è pulito. Immacolato come un foglio di carta bianca. Il giudice del Tribunale supremo federale Edson Fachin ha invalidato tutte le condanne penali a carico dell'ex presidente Lula da Silva, ripristinando i suoi diritti politici e rendendo di nuovo possibile la sua corsa contro Jair Bolsonaro alle presidenziali 2022.
Il motivo è di procedura: il giudice Fachin si è limitato a segnalare che la corte federale della città di Curitiba, nel sud del Paese, che condannò Lula per corruzione, non aveva competenza territoriale per perseguire l'ex presidente. Deltan Dallagnol, a capo della task force di "Lava Jato", l'inchiesta su Petrobras, la potente compagnia petrolifera, che ha travolto la politica brasiliana, e che tanto sembrò somigliare alla "nostra" Mani Pulite, ha commentato che la sentenza potrebbe chiudere l'intero caso contro l'ex presidente perché ormai prescritto. Per quelle condanne, Lula ha trascorso 580 giorni in carcere.
L'inchiesta Petrobras comincia nel marzo del 2014, e coinvolge i dirigenti della compagnia petrolifera di stato Petrobras e le principali aziende brasiliane per le costruzioni e i lavori pubblici (Btp). Alcune di queste sono multinazionali che hanno delle filiali in tutto il mondo. Odebrecht, per dire, ha ottenuto degli appalti a Cuba, in Venezuela e in Africa grazie alla mediazione di Lula. Queste società si occupavano della costruzione delle infrastrutture per l'estrazione del petrolio al largo delle coste brasiliane. La Btp gonfiava i contratti e in cambio i partiti che facevano parte della coalizione di governo hanno ricevuto tangenti e finanziamenti illeciti. Tra questi, il Partito dei lavoratori di Lula, che governava il paese dal 2003. La procura definì l'inchiesta "il più grande scandalo di corruzione della storia del Brasile": una novantina di politici, deputati e senatori, ne vengono travolti. La presidente, Dilma Roussef, rieletta per il secondo mandato il 26 ottobre 2014, dato che Lula che aveva guidato il paese dal 2003 al 2010 non poteva ripresentarsi, non era coinvolta direttamente nell'inchiesta. Tuttavia una parte dell'opinione pubblica brasiliana sembrò convinta che Rousseff fosse al corrente del sistema di tangenti e corruzione.
Nel 2016, il Parlamento brasiliano vota a favore dell'impeachment per la Rousseff, accusata di aver manipolato i dati sulla situazione economica del Brasile. Dopo il lungo periodo di boom economico, che aveva permesso a Lula di varare imponenti riforme a favore delle fasce sociali più deboli, erano arrivati negli ultimi anni i segnali di una crisi che aveva portato il Brasile in recessione. Negli ultimi mesi poi, gli scandali legati alla corruzione. Rousseff aveva cercato di proteggere Lula, nominandolo a un incarico di governo, ma il decreto di nomina era stato bloccato da un giudice. Il paese è letteralmente spaccato a metà. Roussef accusa i sostenitori dell'impeachment di un vero e proprio colpo di stato. Lula era stato condannato la prima volta nel luglio 2017 per corruzione prima a dieci e poi a diciassette anni di reclusione. Soprattutto, era stato privato dei suoi diritti politici, e così costretto a rinunciare a candidarsi alle presidenziali del 2018, eppure tutti i sondaggi lo davano vincente, lasciando campo libero alla destra di Bolsonaro. L'accusa ruotava attorno alla proprietà di un appartamento di 216 mq a Guarujà, una delle località più esclusive del litorale di San Paolo, che sarebbe stato donato dal gigante delle costruzioni Oas in cambio di importanti commesse con la compagnia petrolifera statale Petrobras. Il giudice Sergio Moro, suo principale accusatore, divenne poi ministro della Giustizia nel governo di Bolsonaro, salvo rinunciare nell'aprile dello scorso anno per "divergenze con il presidente". Dopo la condanna a dodici anni e un mese per corruzione e riciclaggio di denaro, nell'aprile 2018 Lula si consegna. Aveva partecipato a una messa in ricordo della moglie, Marisa Leticia Rocco, morta nel 2017, e in un comizio improvvisato aveva promesso che si sarebbe consegnato, ribadendo però la sua innocenza: "Mi sottoporrò al mandato" di arresto, aveva detto parlando davanti alla folla che si era radunata di fronte la sede del sindacato dei metalmeccanici di San Paolo. Sul palco, insieme a Lula, c'era anche l'ex presidente Dilma Rousseff.
A giugno Lula presenta ricorso, chiedendo che si sospendesse la condanna e gli si concedesse la libertà condizionale, ma la Corte Suprema brasiliana lo respinge. Cadono così le speranze del Partito dei Lavoratori che Lula potesse essere liberato in modo da avviare la campagna per le presidenziali di ottobre. Lula non si arrende: Il Partito dei Lavoratori registra formalmente la candidatura di Lula alle elezioni presidenziali. Ma Raquel Dodge, procuratrice generale elettorale, presenta al Tribunale elettorale una richiesta di impugnazione in base alla cosiddetta "legge della scheda pulita", che dispone che una persona condannata in seconda istanza da un tribunale collegiale non possa candidarsi a un'elezione. Poi, nel 2019, il sito d'inchiesta "Intercept Brasil" pubblica il contenuto di parte dei messaggi audio scambiati tra il giudice Moro, chiamato a giudicare le prove portate dalla pubblica accusa nel processo contro Lula, e il coordinatore della pubblica accusa Deltan Dallagnol. La legge vieta ovviamente al giudice di interferire nella acquisizione delle prove che poi sarà chiamato a giudicare. I due - si deduce con evidenza dal contenuto dei messaggi - si scambiano invece infinite informazioni. Moro spiega ai pm cosa devono raccogliere e cosa no. Suggerisce mosse, indica errori, detta i passi dell'indagine. Il materiale è stato acquisito illegalmente - da alcuni hacker - e quindi non può essere portato in tribunale. Lula intanto deve far fronte a un altro processo, per un'altra casa, stavolta non sulla costa, ma in campagna, i cui lavori di ristrutturazione sarebbe stati pagati dalla Odebrecht. Lula dice che la casa non è sua, i giudici dicono che lo è "di fatto".
Ma qualcosa del castello di accuse comincia a vacillare. Il Tribunale supremo ribalta la sentenza del 2016 secondo la quale era prevista la detenzione obbligatoria in carcere per imputati condannati in secondo grado. Lula può uscire. La norma che prevedeva la carcerazione dopo il secondo grado di giudizio era stata introdotta per "facilitare" il lavoro dei pubblici ministeri nelle inchieste per corruzione: attraverso la carcerazione, infatti, si sperava di poter esercitare pressione sugli imputati per convincerli a dare informazioni, in cambio di accordi premiali. In questi anni, però, la legislazione era stata criticata duramente dai giuristi, i quali ritenevano che violasse la Costituzione.
Poi è la stessa polizia federale - nel tentativo di scovare gli hacker che avevano passato il materiale a "Intercept" - a entrare in possesso del contenuto completo, chat che sarebbe durata per anni, tra il 2015 e il 2017. È a questo punto che va in discussione l'intero processo: i colloqui tra magistrato giudicante e il pm violano infatti l'articolo 254 del codice del processo penale brasiliano, consentendo alla difesa dei condannati in quei processi di considerare il giudice "sospetto di non essere imparziale". E di chiedere quindi l'annullamento del giudizio. In questi ultimi mesi Lula non ha smesso di attaccare Bolsonaro, soprattutto per la conduzione della pandemia. I sondaggi lo danno ancora fortissimo nel gradimento dei brasiliani. Bolsonaro è nervosissimo e attacca i giudici che hanno liberato Lula. Sarà una campagna elettorale molto dura.
di Bernardo Parrella
Il Manifesto, 10 marzo 2021
L'amministrazione Biden non potrà ignorare ulteriormente la questione cannabis. Nel percorso di ritorno verso la "normalizzazione" politica, l'amministrazione Biden non potrà ignorare ulteriormente la questione cannabis perché forme di regolamentazione sono già vigenti in oltre due terzi dei 50 Stati, per l'ambito terapeutico, e in circa un terzo per quello ricreativo. Sono in vista analoghi traguardi in alcuni Stati chiave quali New Jersey e New York, oltre a Virginia, New Mexico, Maryland, Hawaii, Minnesota, North Dakota.
La novità della maggioranza in Senato, seppure di appena un seggio, è stata subito accompagnata dallo storico comunicato stampa dei senatori democratici Cory Booker, Ron Wyden e Chuck Schumer per annunciare la formale presentazione di una proposta di riforma sulla marijuana a livello federale.
Un passo atteso e accolto con entusiasmo da altri colleghi, a partire da Earl Blumenauer, responsabile del relativo caucus alla Camera. Immediato anche il pubblico sostegno del variegato fronte degli attivisti, con la storica organizzazione pro-riforma Norml pronta a ribadire: "È rincuorante vedere la nuova leadership del Senato impegnarsi per eliminare questo crudele e insensato proibizionismo. Dobbiamo impegnarci con una intensa collaborazione per trarre vantaggio dalla finestra apertasi ora per attuare riforme urgenti, popolari e razionali".
Un quadro positivo completato dall'approvazione, lo scorso autunno, del MORE Act alla Camera bassa, mentre la versione in quella Alta, rimasta nel cassetto perché allora ancora in mano repubblicana, vedeva come prima firmataria l'attuale Vice-Presidente Kamala Harris. Sempre al Senato è stata presentata un'indagine curata dal Caucus on international narcotics control: le vendite di cannabis legale nel 2020 hanno raggiunto il record di 17,5 miliardi di dollari, con un aumento del 46% rispetto al 2019 - grazie soprattutto al traino del settore terapeutico, particolarmente nei mercati più maturi come Colorado (+26%) e Oregon (+29%).
A tre settimane dallo storico annuncio dei tre senatori democratici, altri 37 parlamentari hanno firmato una lettera aperta per chiedere all'attuale Presidente di promulgare un ordine esecutivo per l'amnistia a favore di persone condannate o incarcerate solo per reati non violenti legati alla marijuana. In attesa di avviare l'iter per la attesa normativa federale di regolamentazione, spiegano i primi firmatari Earl Blumenauer e Barbara Lee (D-California), "Lei ha la capacità unica di promuovere la riforma della giustizia penale e di offrire immediato sollievo a migliaia di cittadini".
La lettera non manca di sottolineare l'impegno, preso dallo stesso Biden in campagna elettorale, per l'automatico azzeramento della fedina penale per precedenti condanne in materia e per la rimozione della cannabis dalla Tabella I delle sostanze proibite, pur se è noto che Biden rimane contrario alla legalizzazione per l'uso ricreativo.
Analogo il tono di un appello diffuso pochi giorni da svariati attivisti e imprenditori, tra cui la Norml, la Minority Cannabis Business Association e la National Cannabis Industry Association: "La criminalizzazione della cannabis, con le opportunità occupazionali, sociali e umane andate perse per le relative condanne, provoca danni di gran lunga superiori a quelle dell'uso responsabile della sostanza stessa".
E secondo un rapporto dell'azienda leader Leafly, nonostante la crisi del Covid lo scorso anno l'imprenditoria della cannabis ha aggiunto oltre 77.000 posti di lavoro: un incremento del 32% che lo rende il settore di maggior crescita in assoluto. Sono circa 321.000 i lavoratori a tempo pieno oggi impiegati nei 37 Stati che prevedono varie forme di regolamentazione. Inevitabile quindi una normativa federale capace di riparare ai disastri causati da quasi un secolo di proibizionismo e di dare impeto a un'industria assai promettente.
di Marco Cinque
Il Manifesto, 10 marzo 2021
Libertà per Mumia Abu-Jamal e Leonard Peltier, condannati ingiustamente negli Usa al carcere a vita. Entrambi affetti da gravi patologie, Mumia è anche risultato positivo al Covid-19.
C'è un tragico destino che accomuna le due voci più emblematiche delle minoranze e del dissenso negli Stati uniti: quella del giornalista radiofonico afroamericano Mumia Abu-Jamal - definito "Voce dei senza voce" - e quella del nativo americano di ascendenza Lakota/Anishnabe, Leonard Peltier, entrambi gravemente malati e condannati a marcire in prigione, dopo processi farsa caratterizzati da razzismo e discriminazione.
Non è stato un caso che Peltier fosse un attivista dell'American Indian Movement, mentre Abu-Jamal fosse membro delle Black Panthers, due organizzazioni politiche finite entrambe sul libro nero dall'FBI e perseguite nelle aule di tribunale di un Paese che è l'incontrastato campione mondiale in fatto di arresti e incarcerazioni. Dagli ultimi dati del Dipartimento di Giustizia risulta infatti che dentro le celle delle 4.575 carceri americane, locali, statali, federali e private, sono rinchiusi più di 2.200.000 detenuti, con un tasso di detenzione di 666 detenuti ogni 100mila abitanti o, se si preferisce, con un cittadino ogni 130 dietro le sbarre. Insomma, con meno del 5% della popolazione mondiale, gli Usa contano circa un quarto della popolazione carceraria dell'intero pianeta.
Ai primi posti tra i condannati a morte o al carcere, risultano percentualmente proprio nativi americani e afroamericani. Lo stesso Mumia, in una sua lettera, scrisse che "La composizione etnica delle galere statunitensi è il frutto di una precisa volontà di imprigionare afroamericani. Lo scopo è alleviare le ansie dei ricchi e mantenere la subordinazione nera". Ai numeri impressionanti sulle incarcerazioni, bisogna aggiungere anche la quantità di leggi inique, inumane e persino razziali che vengono inflitte a poveri, minoranze, malati mentali e minorenni, senza contare le torture più o meno istituzionalizzate che sono regolarmente utilizzate all'interno dei circuiti penitenziari.
Tornando al caso del 66enne Mumia Abu-Jamal, che ha passato oltre metà della sua vita in prigione, nei giorni scorsi uno dei suoi avvocati, Robert Boyle, in una conferenza stampa convocata d'urgenza presso il Mahanoy Correctional Facility, in Pennsylvania, ha annunciato che il suo assistito è risultato positivo al Covid-19, ricordando che le stesse condizioni carcerarie determinano un alto rischio di contagio, come dimostra pure l'alto numero dei morti e dei contagi tra i detenuti, con quasi duecentomila casi di positivi al virus e più di millecinquecento morti; ma la salute di Mumia purtroppo era stata già pesantemente minata dalla lunga detenzione e dall'Epatite C contratta in carcere, per la quale gli vennero negati, per ben due anni, i farmaci necessari alle cure, compromettendo gravemente il suo quadro clinico.
Condannato a morte nel 1982, con l'accusa d'aver ucciso l'agente di polizia Daniel Faulkner, la sentenza prevista per Mumia venne successivamente commutata in ergastolo, a seguito di un'imponente mobilitazione internazionale. Quello di Mumia è infatti considerato uno dei più controversi casi giudiziari della storia contemporanea statunitense. Forse l'ostinazione nel negargli le cure necessarie potrebbe essere, in qualche modo, un tentativo di dar seguito a quella sentenza di morte che non è stato possibile applicare giuridicamente. Nei lunghi anni della sua detenzione, nonostante la censura sistematica cui è stato sottoposto, Mumia ha continuato a far sentire la sua voce dal cosiddetto "Ventre della Bestia".
In questi giorni, molti sostenitori del prigioniero politico afroamericano stanno manifestando davanti alla sede del governo della Pennsylvania. Tra i manifestanti anche il nipote di Mumia, che ha detto: "Vogliono seppellire il nome di mio nonno e la lotta per la liberazione nera. Vogliono sotterrare tutto questo. Non lasceremo che l'ottengano". Per salvargli la vita e garantirgli le cure necessarie, gli attivisti ora ne chiedono l'immediata scarcerazione, che rientrerebbe nelle facoltà del governatore democratico Thomas Westerman Wolf.
Riguardo a Peltier, fu condannato nel 1976 a due ergastoli per l'omicidio dei due agenti dell'FBI, Ronald Williams e Jack Coler, nonostante un accurato rapporto balistico della stessa FBI rivelasse che i proiettili non potevano essere stati sparati dall'arma del leader dell'AIM. Nel 2003 i giudici del 10° Circuito dichiararono: "Gran parte del comportamento del governo su quanto è accaduto a proposito del Signor Peltier, è da condannare. Il governo ha trattenuto delle prove. Ha intimidito testimoni. Questi fatti sono incontestabili".
Le clamorose vicende giudiziarie di Abu-Jamal e Peltier sono già apparse in molte occasioni sulle pagine de il manifesto. Loro rappresentano i simboli viventi di due popoli vittime, da una parte, del più grande genocidio della storia umana, dall'altra dell'immane deportazione schiavista protrattasi tra il XVI e il XIX secolo, sono quindi diventati bersagli perfetti per l'immarcescibile razzismo che ancor oggi inquina gli Stati uniti; le cronache quotidiane che non smettono di dimostrarlo nei fatti ne sono inconfutabile testimonianza.
Adesso però ci si augura che il presidente Biden mantenga, in primo luogo, le promesse abolizioniste fatte durante le presidenziali, poi che non dimostri la stessa sordità pilatesca dei suoi predecessori e che restituisca finalmente al mondo dei liberi i due prigionieri politici.
di Pierfrancesco Curzi
Il Fatto Quotidiano, 10 marzo 2021
Così al-Sisi vuole degradare i diritti delle donne. La proposta di legge - che tocca matrimonio, divorzio e tutela dei figli - si trova al vaglio della Camera dei Rappresentanti in vista di una imminente adozione. Colpisce, in particolare, la creazione della figura del tutor in grado, sempre e solo per la parte femminile, di poter dichiarare nullo il matrimonio entro un anno di tempo qualora ritenga la coppia incompatibile o, addirittura, la dote.
Vivere in Egitto, non sostenere politicamente il governo ed essere donna può avere conseguenze devastanti nel periodo storico che copre gli ultimi sette anni. Un Paese con una forte impronta patriarcale dove i diritti umani sono raramente stati tutelati, specie dal 2013 in avanti. Il regime del presidente Abdel Fattah al-Sisi, al potere dopo il colpo di Stato, nel tempo ha introdotto alcune leggi e modifiche della Costituzione che hanno fatto discutere. Oltre a concedere mandati illimitati allo stesso presidente, gridano vendetta i disegni di legge che hanno prodotto un giro di vite sull'informazione, con circa 600 tra testate cartacee e siti online oscurati, e quello diretto contro le ong sul fronte sociale ed economico.
Adesso arriva la discussione su una proposta di legge che intende mettere mano ai diritti acquisiti dalle donne: "Se la proposta avanzata dal governo dovesse essere convertita in legge sarebbe come tornare indietro di 200 anni - attacca Nehad Aboul Kmosan, avvocatessa che fa parte dell'Ecrw, Egyptian centre for women's rights. Respingiamo con forza questo progetto legislativo scioccante. In Egitto abbiamo donne in tutti i campi, addirittura ministre, donne che possono firmare contratti per conto dello Stato, ma in base a questa legge, non avrebbero nemmeno il diritto garantito di contrarre un matrimonio qualora fossero state precedentemente sposate".
La proposta di legge è stata annunciata l'autunno scorso e adesso, dopo alcuni mesi di silenzio, il testo si trova al vaglio della Camera dei Rappresentanti in vista di una imminente adozione. Un gruppo di oltre 50 organizzazioni che si occupano di diritti delle donne ha firmato un documento congiunto in cui si chiede alle autorità egiziane di ritirare la proposta di legge. All'appello lanciato si sono uniti centinaia di personaggi pubblici che hanno aderito alla campagna: "L'attuale governo si vanta di avere molte donne all'interno dell'Esecutivo e di altre cariche dello Stato, ma con questa legge devasterà per sempre i diritti femminili" attaccano le organizzazioni in un documento.
Entrando nel merito, la proposta di legge del governo va ad incidere su tre temi centrali: il matrimonio, il divorzio e la tutela dei figli. Colpisce, in particolare, la creazione della figura del 'tutor' in grado, sempre e solo per la parte femminile, di poter dichiarare nullo il matrimonio entro un anno di tempo qualora ritenga la coppia incompatibile o, addirittura, la dote insoddisfacente. Non siamo al Medioevo, ma poco ci manca.
Alle organizzazioni in tutela delle donne non va giù neppure l'idea che una madre single debba chiedere il permesso scritto dall'ex marito per viaggiare e su decisioni legali. Su questo punto la legge non prevede simili restrizioni anche per gli uomini: "Piuttosto - replicano le organizzazioni - chiediamo la modifica del regolamento per consentire ad una donna che decide di risposarsi, dopo aver divorziato, di mantenere la custodia dei figli da altro matrimonio: al momento la stessa passa al padre o alla nonna, non alla madre".
Modifiche sarebbero previste anche sotto l'aspetto religioso, ad esempio le discriminazioni verso le donne cristiane che potrebbero perdere la custodia dei figli qualora il marito si converta all'Islam. Dalle proposte alla realtà dei fatti purtroppo il passo è breve in Egitto. È nella vita e nei drammi di tutti i giorni che si perpetua una subalternità latente della donna all'interno della società egiziana. È sufficiente analizzare quanto accaduto negli ultimi mesi a proposito di concetti che dovrebbero essere considerati astratti come la "pubblica decenza delle donne".
Nonostante i social network vengano frequentati da ambo i sessi, il caso Tik Tok, esploso nel 2020, ha visto la giustizia del Paese assumere provvedimenti restrittivi solo ed esclusivamente nei confronti della parte femminile: 9 le donne arrestate e richiesta di condanne tra 2 e 6 anni; i processi sono tuttora in corso. Cosa dire poi del caso dell'anno in Egitto, lo scandalo dello stupro all'interno di uno degli hotel più lussuosi del Cairo avvenuto alcuni anni fa, anche se la notizia è emersa soltanto nel 2020 e l'inchiesta è subito partita. Una ragazza fu violentata per tutta la notte da un gruppo di rampolli dell'alta società egiziana. Al momento ad avere la peggio è stata una testimone di quanto accaduto: la sua denuncia le è costata il carcere per circa sei mesi, un'esperienza che l'ha scioccata al punto di tentare il suicidio.
Infine il dramma delle attiviste antiregime arrestate e detenute nella prigione femminile di Qanater. Alcune di loro, tra cui le giornaliste Solafa Magdy e Esraa Abdel Fattah, oltre all'avvocato Mahinour al-Massry, hanno denunciato maltrattamenti e violenze e lo hanno fatto pochi giorni fa durante l'ultima udienza per il rinnovo delle loro detenzioni: "Solafa, Esraa e Mahinour hanno raccontato di essere state vittime di vari episodi di abusi ed intimidazioni da parte di funzionari della National Security - afferma l'avvocato Nabil al-Genady -. Sono stati loro tolti gli effetti personali, compresi coperte e vestiti caldi, sono sottoposte a ripetuti episodi di bullismo e di forte disagio psicologico". Le tre donne si trovano in carcere in attesa di giudizio dal 2019.
di Arianna Poletti
Il Manifesto, 10 marzo 2021
Nel Paese nordafricano si moltiplicano gli arresti e le condanne al termine di processi celebrati con rito rapido e senza garanzie. Nel Paese nordafricano si moltiplicano gli abusi e le condanne al termine di processi celebrati con rito rapido e senza garanzie. Secondo la Lega tunisina per i diritti umani le persone arrestate sono ormai più di 1700.
A dieci anni dalla caduta del regime di Zine el-Abidine Ben Ali, la Tunisia torna a fare i conti con la repressione poliziesca e giudiziaria. Il paese è attraversato da un'ondata di arresti senza precedenti dai tempi della rivoluzione, tanto che le principali organizzazioni della società civile mettono in guardia contro un possibile ritorno allo stato di polizia. Mentre l'alternarsi di ministri e governi altera da più di un anno il regolare funzionamento delle istituzioni in piena crisi economica e sociale, i sindacati delle forze dell'ordine, sempre più autonomi, continuano a rafforzarsi.
Da metà gennaio, le pagine Facebook e gruppi Whatsapp dei sindacati di polizia pubblicano le foto di alcuni manifestanti, spesso scattate tramite il drone che sorvola le proteste, incitando ad un generale "ritorno all'ordine". Così nella capitale è in corso un vero e proprio braccio di ferro tra polizia e attivisti politici. Sono sempre meno i giovani che si ritrovano nelle strade dei quartieri di periferia - i primi a scendere in piazza a gennaio 2021 - o in Avenue Bourguiba per manifestare: chi protesta è cosciente di rischiare l'arresto.
Dopo l'ultima manifestazione di sabato 6 marzo, tre noti militanti della sinistra tunisina - Mondher Souidi, Mahdi Barhoumi e Sami Hmayed - sono stati arrestati dopo un'incursione domenica notte della polizia nell'abitazione di uno di loro, poi rilasciati dopo due giorni di detenzione in attesa del processo. Secondo l'ultimo rapporto dell'Associazione Tunisina per la Prevenzione contro la Tortura (Atpt), basta un post su Facebook per finire in manette. È accaduto ad Ahmed, a cui la polizia ha confiscato cellulare portatile e computer senza autorizzazione giudiziaria, come a Houssem, arrestato a Ben Arous per aver pubblicato un post a sostegno dei movimenti di protesta, spiega l'Atpt, che sta esaminando i dossier di decine di manifestanti che avrebbero subito violenze in commissariato.
Alle polemiche sul caso di Ahmed Gam, 21 anni, prelevato sul posto di lavoro e picchiato fino alla perdita di un testicolo, il portavoce del sindacato nazionale della polizia Jamel Jarboui ha risposto che "si tratta di errori individuali" e le forze dell'ordine hanno saputo "mantenere l'autocontrollo nonostante le provocazioni". Secondo l'avvocato Charfeddine Kellil, citato dai media locali, numerosi giovani si sono però ritrovati in detenzione arbitraria "senza che alcuna procedura venisse rispettata", in assenza di un avvocato, spesso ancora minorenni. Gli arresti sono ormai più di 1700 secondo la Lega tunisina per i diritti umani.
Tra i giovani condannati al carcere con un processo rapido, c'è Rania Amdouni, volto delle recenti proteste nella capitale, arrestata il 27 febbraio dopo essersi presentata spontaneamente in commissariato per denunciare una campagna denigratoria nei suoi confronti in quanto attivista femminista queer. Dal commissariato, però, la militante tunisina non è più uscita: il 4 marzo è stata condannata a sei mesi di carcere in nome dell'articolo 226 bis del codice penale, con l'accusa di "attentato al pudore".
La repressione di polizia, infatti, va a braccetto con quella giudiziaria: "anche i giudici sono in prima linea e, senza che il governo intervenga, stanno partecipando a un ritorno al passato", commenta sulla stampa tunisina Nadia Chaabane, ex deputata ai tempi della Costituente. Il codice penale del paese nordafricano - risalente ai tempi del protettorato francese, apertamente liberticida ma ancora in vigore - giustifica le misure repressive adottate nei confronti di chi viene fermato dopo le proteste, spesso davanti a casa o in un luogo pubblico come è accaduto in pieno centro, nei caffè della capitale. Di conseguenza, da inizio gennaio ad oggi, anche le priorità della piazza sono cambiate: gli striscioni su pane e giustizia sociale vengono rimpiazzati dalle foto dei manifestanti arrestati, per cui la piazza continua a chiedere la liberazione.
Il caso di Abdessalem Zayen, ventinovenne diabetico, morto in carcere perché privato dell'insulina dopo esser stato arrestato a inizio marzo a Sfax e accusato di aver aggredito verbalmente un poliziotto, ha contribuito a ravvivare il dibattito su pesanti condanne ingiustificate, che vanno da sei mesi a un massimo di quattro anni di prigione. Mentre si moltiplicano gli appelli per lo scioglimento dei sindacati di polizia, un collettivo a sostegno dei movimenti sociali in Tunisia si è rivolto al presidente Kais Saied chiedendo di concedere la grazia presidenziale ai giovani detenuti. Per l'associazione Al-Bawsala, invece, è necessario che sia il parlamento a sottoporre ad audizione il primo ministro Hichem Mechichi, perché risponda delle violazioni delle forze dell'ordine. Ieri pomeriggio, i sindacati di polizia si sono riuniti proprio di fronte alla Kasbah per chiedere un aumento del proprio stipendio e migliori condizioni di lavoro.
di Dario Paladini
Redattore Sociale, 9 marzo 2021
Il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma: "Un fatto senza precedenti". Occorre interrogarsi sulle tensioni e sulla pervasività della droga nelle carceri. E sui procedimenti penali in corso: "Abbiamo nominato avvocati e periti per vigilare che non si arrivi a conclusioni affrettate".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 marzo 2021
Le agenti di Polizia penitenziaria sono adibite in Istituto solo all'interno delle sezioni femminili. In altri Paesi europei ammesse nei reparti maschili. L'ingresso, fondamentale, di figure femminili nel personale, anche con ruoli di direzione e di comando della Polizia penitenziaria, ha avuto un impatto importante nel percorso verso una nuova e migliore attenzione al tema delle donne recluse affrontato nell'articolo precedente, anche per i suoi riflessi sulla detenzione in generale. Ma nel mondo della polizia penitenziaria c'è ancora tanta strada da fare per garantire e allargare i diritti delle donne che vi lavorano.
di Rossella Grasso
Il Riformista, 9 marzo 2021
Essere donna e detenuta è davvero dura. Non basta la lontananza dai figli e dalla famiglia, che per una donna è più sentita, ma a volte sono anche le condizioni a rendere tutto peggiore. Ma di carceri femminili si parla poco anche se i problemi non sono da poco. Carmela (nome di fantasia) ha scontato 20 anni in carcere, ora è libera ma nella sua testa rimbombano ancora le grida di quell'inferno che è il carcere femminile.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 marzo 2021
Le donne sono circa il 4% della popolazione carceraria. In Italia solo 4 istituti sono per le recluse: Pozzuoli, Trani, Rebibbia, Venezia Giudecca. Le detenute in Italia si trovano nella stragrande maggioranza in sezioni ricavate all'interno degli istituti maschili in una condizione di minoranza numerica che ne compromette l'equità nell'acceso alle opportunità trattamentali.
di Giuseppe Belcastro
Il Dubbio, 9 marzo 2021
I media cannibali e l'omicidio di Ilenia Fabbri. La ministra Cartabia intervenga per fermare lo scempio. Signore e signori va ora in onda la vergogna a reti unificate. Per l'ennesima volta, calpestando in un sol colpo la norma e i diritti che si dovrebbero tutelare, due procedure di arresto vengono recitate a favore di telecamera.
Claudio Nanni e Pierluigi Barbieri, accusati dell'omicidio di Ilenia Fabbri, tratti in arresto dalla Polizia di Stato nella mattinata del 4 marzo, subiscono quella che gli anglosassoni definiscono la perp walk o anche, appunto, walk of shame, passeggiata della vergogna.
Con una sapiente regia, fatta di tagli perfetti, cambi inquadratura, montaggi professionali, insomma una post-produzione degna delle sale cinematografiche, tutta l'operazione di arresto viene immortalata dalle telecamere della Polizia di Stato: dal momento in cui le volanti lasciano la caserma col favore delle tenebre, fino al momento del ritorno all'ovile, con le prede in ceppi; prede passate con la dovuta lentezza sotto le luci della ribalta, appunto in manette, affinché sia chiaro che essi sono i cattivi e, al contempo, quanto sia bravo lo Stato che li acciuffa.
Che poi il codice di procedura penale, all'art. 114, vieti espressamente "la pubblicazione dell'immagine di persona privata della libertà personale ripresa mentre la stessa si trova sottoposta all'uso di manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica"; che i due siano al momento solo accusati dell'atroce delitto (ancorché, dopo gli arresti, uno di essi abbia confessato) sebbene neanche la condanna legittimerebbe questo sopruso; che addirittura la diffusione di questa gogna sia potenzialmente deleteria per il futuro esercizio della giurisdizione avendo la vocazione ad inquinarla col preconcetto, come l'Unione delle Camere Penali italiane va dicendo da tempo, tutto ciò, a quanto pare, non importa.
Eppure sono passati quasi 30 anni da quando, il 5 luglio del 1992, l'Unità dava spazio a una circolare di Claudio Martelli, allora Ministro della Giustizia (e anche un pò della Grazia) che li censurava come "comportamenti che rivelano la mancanza di un elementare senso di rispetto per la dignità della persona". Viene da dire che sono passati invano se, non più tardi di qualche mese fa, un altro ministro, Bonafede, il petto gonfio di orgoglio, sebbene quella volta senza la giubba blu della Polizia Penitenziaria, sorrideva a favore di obiettivo per l'arrivo sul suolo patrio di un pericoloso criminale estradato, coi ferri ai polsi e circondato da una ricca scorta, casomai avesse in animo di fuggire sulla pista dell'aeroporto. E se l'ha fatto il Ministro, insomma, perché non dovrebbe farlo la Polizia?
Se non ci inganniamo però, il tempo del clamore mediatico che corrompe animi e processi, il tempo della violazione sprezzante delle norme di legge e del rispetto per l'essere umano - che è poi ciò che distingue lo stato dal delinquente - è passato, o sta passando. Se non ci inganniamo, lo spettacolo indecente di queste ore non dovrebbe piacere stavolta nemmeno dalle parti di via Arenula. Intervenga, ministra Cartabia, e ponga fine a questo scempio; ché il paese di Beccaria non lo merita.
- Primo round sulla prescrizione fra Cartabia e i partiti di governo
- Nodi della giustizia, Cartabia prova a mediare
- Quei collaboratori di giustizia diventati "consulenti a vita" delle procure
- "Niente tabulati in procura senza l'ok del giudice: ora l'Italia si adegui all'Ue"
- I senatori Pd a Cartabia: "Basta con le intercettazioni agli avvocati"











