di Valeria Valente
Il Dubbio, 9 marzo 2021
Mentre gli omicidi diminuiscono, i femminicidi non si arrestano, con un'impennata di casi durante il lockdown. L'intervento di Valeria Valente, senatrice Pd e presidente della Commissione di inchiesta del Senato sul femminicidio e la violenza di genere.
Quest'anno celebreremo l'8 marzo in una condizione particolare, a un anno dall'inizio della pandemia e nell'anniversario esatto del lockdown nazionale che se ha segnato, ora possiamo dirlo, un prima e un dopo per tutti, lo ha fatto soprattutto e in modo drammatico per le donne. Gli ultimi dati della Polizia di Stato confermano purtroppo l'indagine che abbiamo effettuato nel 2020 come Commissione d'Inchiesta del Senato sul Femminicidio e la violenza di genere.
In linea con un trend che va avanti da 15 anni, mentre gli omicidi diminuiscono, insieme con gli altri reati violenti, i femminicidi persistono, così come le altre forme di violenza sulle donne ma, in termini relativi, il Covid ha peggiorato di molto la condizione femminile: l'incidenza dei casi di violenza contro le donne rispetto al totale ha infatti subìto un'impennata durante l'emergenza. Come ha rilevato la Commissione, se nel mese di marzo 2019 si erano registrate 38 uccisioni di persone, di cui 12 erano donne, il 30 per cento del totale, nel mese di marzo 2020 ci sono state 11 uccisioni e di esse ben 7 erano di donne, il 60 per cento del totale. Questo andamento si è poi confermato ad aprile 2020 rispetto allo stesso periodo 2019. A gennaio e febbraio di quest'anno sono state 15 le persone di sesso femminile uccise in quanto tali: la più grande, Clara Ceccarelli, aveva 69 anni, la più piccola, Sharon Barni, un anno e 8 mesi. In media, ogni 3-4 giorni una donna (o una bambina) muore per mano di uomo per il solo fatto di essere una femmina.
Secondo il report della Polizia di Stato di fine di gennaio, nel 2020 si è registrato un incremento dei cosiddetti "reati spia": i maltrattamenti in famiglia, lo stalking e le altre viole Visto che il femminicidio e la violenza di genere sono un fenomeno strutturale, riconducibile alla cultura patriarcale, le restrizioni alla mobilità e il lockdown hanno esposto di più le donne al pericolo della violenza domestica. Cosa stiamo facendo e cosa si può fare di più?
Diciamo subito che molto è stato fatto, soprattutto sul piano normativo: ormai siamo in possesso di un patrimonio legislativo robusto di repressione, sanzione e anche di prevenzione. Tutto si può migliorare, ma le leggi esistenti ci danno concretamente la possibilità di fermare e di punire i colpevoli e anche di allontanarli dalla famiglia e infatti le donne denunciano di più. Dobbiamo però fare molto di più per cambiare la cultura di questo Paese, che purtroppo fotografa ancora l'esistenza di tanti stereotipi e pregiudizi e al contempo esprime modelli sociali e culturali con una forte disparità nella relazione tra uomini e donne.
Il divario di genere oggi è uno dei principali ostacoli allo sviluppo del Paese. L'8 marzo di quest'anno, a mio avviso, può e deve dunque rappresentare uno spartiacque, anche in positivo. La pandemia da Covid ha infatti scoperchiato il vaso di Pandora, definitivamente, mettendo in rilievo quanto le donne paghino, in Italia, il fatto di essere donne.
E contemporaneamente, anche grazie al Recovery Plan, ci dà la possibilità di invertire la rotta e di provare a far nascere, davvero, un paese per donne e per uomini. La violenza contro le donne si combatte con l'empowerment femminile, e la prima misura è l'occupazione, perché significa offrire a tutte le donne, nei fatti, percorsi e spazi di autonomia e libertà. Come Pd abbiamo lavorato affinché il Piano nazionale di ripresa e resilienza abbia come pilastro il lavoro delle donne, in modo trasversale rispetto ai diversi settori e dappertutto, ma soprattutto al Sud.
Le donne che lavorano sono una risorsa per il Paese e riescono ad emanciparsi anche dalla violenza. La frontiera del contrasto, invece è costituita dal maggiore sostegno ai centri antiviolenza e su un più adeguato e cospicuo investimento nella formazione e specializzazione di tutti gli operatori e le operatrici coinvolti e coinvolte, anche al fine di debellare i tanti stereotipi e pregiudizi ancora esistenti e per cogliere in tempo utile segnali che lasciano presagire il peggio attraverso un'attenta e puntuale valutazione del rischio.
Come Commissione di inchiesta ci stiamo ora concentrando su questo: stiamo analizzando i fascicoli relativi ai processi per femminicidio del 2018 e del 2019, in un'indagine che si concluderà in estate, per capire se e come viene registrata la violenza, fin dai suoi primi segnali. Dobbiamo aiutare tutto il sistema ad accogliere e capire le donne che si vogliono liberare dalla violenza, prima che diventi troppo tardi.
di Paolo Lambruschi
Avvenire, 9 marzo 2021
Le forze speciali di Tripoli entrano nella "città dei fantasmi" a Bani Walid e arrestano il
famigerato Hassan, sadico aguzzino dei lager. Un fermo anche a Isola di Capo Rizzuto. E secondo colpo in 30 giorni alle milizie che gestiscono con trafficanti subsahariani il mercato di esseri umani in Libia nei centri informali'
Il 5 marzo scorso all'alba, unità della brigata da combattimento 444 della Rada, le forze anticrimine, hanno fatto irruzione in sei capannoni riconvertiti a prigioni non ufficiali a Bani Walid, arrestando torturatori libici e africani e liberando 70 migranti somali ed etiopi. Tra gli arrestati, confermano esponenti dell'opposizione eritrea in Italia, il famigerato Hassan, che i profughi sopravvissuti alla durissima prigionia a Bani Walid hanno descritto come crudele e sadico aguzzini di questi lager.
Un video sui social mostra l'irruzione degli agenti e gli arresti. Il ministro dell'Interno Fathi Bashaga, secondo gli osservatori in piena campagna elettorale, pare intenzionato a presentarsi agli europei come interlocutore affidabile sullo scottante tema del controllo dei flussi. Il 16 febbraio scorso, infatti, le forze di sicurezza libiche avevano arrestato sei trafficanti che tenevano in una casa prigione a Kufra, primo approdo nel deserto dal Sudan, 156 migranti, tra cui 15 donne e cinque bambini provenienti da Somalia, Eritrea e Sudan. Dopo tanti anni ieri è crollato il mito dell'impunità della 'città dei fantasmi', così detta per i tanti subsahariani che vi hanno perso la vita. Bani Walid, 150 chilometri a sudest di Tripoli, è considerato un hub dei migranti gestito direttamente dai trafficanti. Punto di arrivo delle carovane di migranti provenienti dal deserto sia dalla rotta dell'Africa occidentale dal Ciad che da quella orientale dal Sudan e dirette verso la costa, diventava l'inferno per chi non aveva il denaro per proseguire.
I migranti venivano divisi nei capannoni-lager in base alla nazionalità e detenuti in condizioni disumane. Le torture, spesso in diretta telefonica con i parenti per estorcere riscatti, erano abituali come le violenze sessuali. Nessuno fino a venerdì era intervenuto nella città franca dei trafficanti per stroncare orrori noti e documentati. Un video pubblicato ieri dal ministero dell'Interno libico mostra infatti una donna picchiata a sangue dai carcerieri. Ma Avvenire aveva pubblicato foto di prigioniere e prigionieri di questo inferno appesi al muro o minacciati con una pistola alla testa già nel 2018 e nel 2019, mentre in Italia per propaganda politica si sproloquiava sui "centri benessere" libici offendendo la memoria delle vittime di atrocità indicibili.
Ad esempio, nemmeno tre settimane fa è evaso, durante il processo ad Addis Abeba, Kidane Zekarias Habtemariam, super-trafficante eritreo forse fuggito in Sudan e attivo dal 2013 fino a tutto il 2019 anche a Bani Walid. Dove, secondo i testimoni sopravvissuti stuprava le detenute e organizzava tornei di calcio tra squadre di prigionieri macilenti che non potevano saldare i riscatti dove i perdenti venivano uccisi.
A Bani Walid torturava, stuprava e uccideva anche il somalo Osman Matammud, detto Ismail, primo condannato all'ergastolo con pena confermata in Cassazione lo scorso ottobre per crimini commessi nei lager libici. Lo avevano fatto arrestare a Milano nel 2016 le sue vittime. Decisive anche per l'arresto nel Cara di Isola Capo Rizzuto ordinato dalla procura della Dda di Catania di un altro noto aguzzino sbarcato in Italia, ad Augusta, dopo essere stato salvato da una Ong a febbraio in mare. Sabir Abdallah Ahmed, sudanese, 26 anni, è accusato di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Sarebbe uno dei complici dei trafficanti che usavano la violenza per tenere l'ordine prima delle partenze.
di Paolo Di Stefano
Corriere della Sera, 9 marzo 2021
Guardando agli attuali rapporti italo-egiziani - tra durezza esibita degli uni, cupa indifferenza degli altri e reciproci affari sotterranei - viene da sfogliare un bel libro di Dora Marchese, "Nella terra di Iside" (Carocci). Di fronte all'omicidio di Giulio Regeni e alle truci disavventure di Patrick Zaki, lo studente egiziano dell'università di Bologna tenuto in carcere al Cairo, è difficile ignorare il passato. Guardando agli attuali rapporti italo-egiziani - tra durezza esibita degli uni, cupa indifferenza degli altri e reciproci affari sotterranei --viene da sfogliare un bel libro di Dora Marchese, "Nella terra di Iside" (Carocci). Che ricostruisce la rappresentazione dell'Egitto nell'immaginario letterario italiano tra Otto e Novecento, suggerendoci tacitamente un confronto (disastroso) tra l'Eden (fantasticato ma anche reale) di allora e l'oggi decisamente truculento, anche se non privo di fruttuosi scambi economici. Da quando, esattamente centocinquant'anni fa, nel 1871, l'Aida di Verdi fu messa in scena per la prima volta all'Opera del Cairo, ne sono successe di cose nelle relazioni culturali tra i due Paesi. Basti fare un paio di esempi.
Quello del sovversivo viareggino Enrico Pea che, arrivato nel 1902 ad Alessandria come mozzo, fondò nella sua soffitta la "Baracca Rossa", destinata a diventare un mitico luogo d'incontro tra esuli, anarchici, rivoluzionari, idealisti, frequentato anche dal suo giovanissimo amico Giuseppe Ungaretti, che proprio ad Alessandria era nato. E spiccano figure femminili tutt'altro che conformiste (ormai pressoché cancellate dalla memoria), come Leda Rafanelli, avventurosa attivista della pace, anarchica e femminista oltre che musulmana convinta, editrice e romanziera autobiografica in chiave anticolonialista e filoaraba. Per non dire di una delle scrittrici italiane più sorprendenti (e meno ricordate), la sarda Fausta Cialente, la cui storia letteraria prese avvio ad Alessandria, dove si trasferì nel 1921. Suo marito, Enrico Terni, musicista e agente di cambio, animò un circolo intellettuale e artistico vivace, molto più di quelli che offriva l'Italia fascista. E a proposito di regime, sempre Cialente in quegli anni poteva esprimere la sua opposizione a Mussolini attraverso Radio Cairo dallo stesso Paese che oggi reprime con brutalità ogni dissidenza interna. Se Dora Marchese dovesse aggiornare il suo libro, si troverebbe a dar conto di un mondo capovolto e irriconoscibile. In cui, nel giro di un secolo, l'Eden è diventato un mattatoio.
di Laszlo Arato
linkiesta.it, 9 marzo 2021
Molti detenuti sono stati rilasciati per prevenire la diffusione del Covid-19, e nel frattempo anche il tasso di criminalità è diminuito. Il calo più consistente è stato registrato in Turchia. Tuttavia, in alcuni paesi la popolazione incarcerata è aumentata. Il Consiglio d'Europa ha incaricato l'Università di Losanna di condurre uno studio sulla correlazione tra la prima ondata della pandemia Covid-19 e le popolazioni carcerarie in Europa. I dati forniti dalle amministrazioni penitenziarie di 35 paesi sono stati esaminati utilizzando come riferimento quattro fasi temporali nel 2020:
1) Prima della pandemia (31 gennaio)
2) Dopo il primo mese di lockdown e chiusure primaverili (15 aprile)
3) Al termine dei lockdown e delle chiusure primaverili (15 giugno)
4) La fine dell'estate (15 settembre).
I dati cumulativi indicano che tra gennaio e settembre 2020 la popolazione carceraria in Europa è diminuita in media del 4,6 per cento, passando da 121,4 a 115,8 detenuti ogni 100.000 abitanti. I numeri variano da quelli dei dati ufficiali degli Stati membri perché alcuni paesi hanno più amministrazioni carcerarie.
Cambiamenti nella popolazione carceraria dopo lo scoppio della pandemia - Proprio come il Covid-19 ha cambiato la vita delle persone comuni dall'oggi al domani, lo stesso è accaduto nei mondi chiusi delle prigioni. La popolazione incarcerata è diminuita di oltre il 4% tra il 15 marzo e il 15 aprile in 29 amministrazioni carcerarie. È rimasta praticamente invariata (cioè una variazione inferiore al 4%) nel 17% delle amministrazioni penitenziarie e solo un paese ha segnalato un aumento del numero di detenuti. Questo paese è la Svezia, dove (a differenza di altri paesi europei) non c'è stato un lockdown serio, la popolazione poteva muoversi molto più liberamente e la vita è rimasta in qualche modo invariata.
Alla fine dei vari lockdown il 15 giugno, il numero di stati con popolazione carceraria in calo è ulteriormente aumentato, ma la tendenza si è invertita verso la fine dell'estate. In 12 paesi ci sono stati aumenti: Monaco (30%), Andorra (22%), Norvegia (16,8%), Lussemburgo (12,1%), Slovenia (10,9%), Finlandia (8,3%), Scozia (7,7%), Cipro (7,2%), Danimarca (6,7%), Belgio (4,8%), Romania (4,7%) e Irlanda del Nord (4,5%). In 22 paesi il numero si è stabilizzato, mentre la Bulgaria e il Montenegro sono state le uniche due amministrazioni carcerarie con una popolazione di detenuti inferiore a settembre rispetto a giugno.
Osservando l'intero periodo gennaio-settembre emergono tendenze generali. In 20 paesi la popolazione carceraria è diminuita: Montenegro (-21,1%), Francia (-13,4%), Bulgaria (-12,7%), Albania (-12,5%), Portogallo (-12,5%), Italia (-10,8%), Lituania (-10%), Paesi Bassi (-8,8%), Scozia (-8,7%), Lussemburgo (-8,4%), Finlandia (-7,6%), Lettonia (-7,1%), Polonia (-6,8%), Spagna (Catalogna) (-6,3%), Cipro (-6%), Repubblica Ceca (-5,6%), Spagna (-5,1%), Inghilterra e Galles (-4,4%), Slovenia (-4,3%), Serbia (-4%). In 11 paesi la popolazione carceraria è rimasta stabile (né è aumentata né è diminuita di oltre il 4%): Azerbaigian, Belgio, Estonia, Ungheria, Liechtenstein, Repubblica Moldova, Monaco, Norvegia, Romania, Slovacchia e Irlanda del Nord. Infine, in quattro paesi si è registrato un aumento di oltre il 4% dopo la prima ondata di lockdown: Andorra (24,5%), Svezia (5,8%), Danimarca (5,4%) e Grecia (5,2%).
5 paesi hanno riferito di aver rilasciato detenuti come misura preventiva contro COVID-19: Albania, Andorra, Armenia, Austria, Azerbaigian, Belgio, Cipro, Danimarca, Francia, Islanda, Irlanda, Italia, Lichtenstein, Lussemburgo, Monaco, Norvegia, Portogallo, Serbia, Slovenia, Spagna, Turchia, Inghilterra e Galles, Irlanda del Nord e Scozia. Insieme hanno rilasciato143.000 prigionieri tra marzo e settembre. La Turchia si distingue come il paese che ha rilasciato il maggior numero di prigionieri dopo la Russia. Ha rilasciato 114.460 detenuti, quasi il 40% della sua popolazione carceraria. Altre cifre degne di nota includono il 23% dei detenuti in Catalogna (Spagna) e Cipro, il 17% in Francia e Portogallo, il 16% in Slovenia e il 15% in Norvegia.
Va notato che ai prigionieri generalmente non sono state concesse amnistie, ma piuttosto sono stati richiamati in seguito o dovrebbero esserlo. Ciò ha riguardato anche i detenuti in custodia cautelare, ammissibili al rilascio su cauzione.
La pandemia ha amplificato le tendenze esistenti - Secondo il professor Marcelo Aebi, direttore dello studio, la tendenza al calo della popolazione carceraria europea è spiegata non solo dal rilascio dei prigionieri. Anche il sistema di giustizia penale è cambiato nella maggior parte dell'Europa: le autorità cercano sempre più spesso di trovare metodi di punizione alternativi in sostituzione della detenzione. Ci sono motivi finanziari - le carceri sono costose da gestire - ma è anche noto che la punizione può essere raggiunta senza incarcerazione. Per questo motivo troviamo un aumento delle multe, degli arresti domiciliari e dei servizi alla comunità. La pandemia ha avuto un effetto generalmente positivo sui tassi di criminalità.
A seguito delle serrate molte forme di criminalità sono diventate impossibili: non solo i taccheggi sono diminuiti, ma è diminuita anche la criminalità stradale. Con meno persone trovate all'esterno, il crimine di strada è stato reso più difficile. Locali notturni chiusi; i comportamenti criminali tradizionali dovevano essere adattati.
Il mercato della droga illegale ha subito un temporaneo rallentamento. Va ricordato che in Svezia, dove non ci sono stati lockdown, la popolazione carceraria è aumentata all'inizio delle restrizioni. Lo studio rileva inoltre che almeno 3.300 detenuti e 5.100 membri del personale penitenziario sono stati infettati dal Covid-19 in tutta Europa al 15 settembre 2020 nelle 38 amministrazioni penitenziarie che hanno fornito dati al riguardo.
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 9 marzo 2021
Due grandi punti interrogativi chiedono risposte urgenti della Casa Bianca: il ritiro o meno dall'Afghanistan entro maggio, e l'auspicato salvataggio dell'accordo nucleare firmato nel 2015 con l'Iran. L'impressione è che Biden vada bene e di corsa. Ma nella politica estera statunitense restano due grandi punti interrogativi che chiedono risposte urgenti della Casa Bianca: il ritiro o meno dall'Afghanistan entro maggio, e l'auspicato salvataggio dell'accordo nucleare firmato nel 2015 con l'Iran.
Sul ritiro dall'Afghanistan, che coinvolgerebbe anche i contingenti alleati tra cui 800 militari italiani, Biden e il suo Segretario di Stato Blinken hanno spiegato l'orientamento USA senza tuttavia renderlo definitivo. In Afghanistan la violenza non solo non è diminuita ma è aumentata, dunque il patto concluso da Trump con i Talebani per il ritiro a maggio 2021 non regge più. Si resta, ma come? Un compromesso con i Talebani oppure contro i Talebani che guadagnano terreno ogni giorno? Nella seconda ipotesi, basterebbero gli attuali 2500 soldati USA schierati in Afghanistan? Il tempo stringe, occorre chiarire una situazione che coinvolge anche gli alleati.
Non meno complesso è l'avvio di un dialogo con l'Iran. Segnali di buona volontà sono stati appena scambiati: l'Iran ha accettato di discutere a livello tecnico le tracce di uranio rilevate dove non dovevano essere, la produzione di uranio metallo a Ispahan è stata (forse) sospesa, la decisione di vietare le ispezioni dell'Agenzia Atomica è stata parzialmente rimandata; in cambio gli europei, d'accordo con gli americani, hanno sospeso la presentazione di una risoluzione davanti all'AIEA che avrebbe fatalmente condannato l'Iran. Gesti, ma i problemi restano. Gli iraniani non possono concedere troppo prima delle presidenziali del prossimo giugno. E Biden non può tornare al tavolo negoziale senza una garanzia di accettazione da parte iraniana di qualche nuova clausola, su durata o coinvolgimento dei missili balistici e del comportamento regionale. Il mondo aspetta, sapendo che dopo le decisioni di Biden molti equilibri potrebbero cambiare in aree cruciali.
di Pietro Del Re
La Repubblica, 9 marzo 2021
In questi giorni si tiene l'udienza all'eroe del film Hotel Rwanda, accusato di approfittare della guerra per estorcere denaro in cambio di protezione. Radio e tv trasmettono il processo per ore. La spasmodica attenzione che prestano i ruandesi al processo contro l'uomo che nel 2005, assieme ad Aretha Franklin e Mohamed Ali, fu insignito dal presidente George W. Bush del massimo riconoscimento americano, la Freedom Medal, è sintomatica di quanto il genocidio del 1994 sia ancora una piaga aperta.
Per ore, le radio della città trasmettono in diretta ogni udienza del dibattimento contro Paul Rusesabagina, 66 anni, feroce oppositore del presidente Paul Kagamé ed eroe del film Hotel Rwanda, oggi giudicato per tredici reati di terrorismo in un tribunale di Kigali, con indosso pantaloni e camicia rosa confetto, l'uniforme dei galeotti locali. Nel piccolo Paese africano sono in molti ad augurargli l'ergastolo, non tanto per aver creato una milizia armata che secondo l'accusa nel 2017 avrebbe rapinato e ucciso al confine con il Burundi, quanto per il ruolo che ebbe durante i massacri di 27 anni fa, quand'era direttore dell'Hotel Mille Collines.
"Raccontò a tutti di aver salvato più di milletrecento tutsi dai machete dei genocidari, ma in realtà le cose sono andate diversamente", dice l'attivista Jean-Pierre Sagahutu, che allora sopravvisse miracolosamente alle stragi nascondendosi in una fossa biologica dove per settimane si nutrì soltanto di vermi e scarafaggi. Secondo Sagahutu, da chi voleva varcare il portone dell'albergo e usufruire della protezione del contingente Onu che vi alloggiava, Rusesabagina esigeva più di 1500 dollari. Molti furono da lui respinti perché non avevano di che pagarlo. "Non ha mai agito per altruismo ma solo per soldi. Con le sue tante bugie è riuscito a convincere Hollywood di un essere stato un uomo eccezionalmente generoso e grazie al successo del film che gli fu dedicato, negli Stati Uniti c'è ancora chi gli crede", aggiunge Sagahutu, la cui madre fu impalata viva e il padre segato in due dai genocidari.
È del resto comprensibile che il genocidio non sia ancora stato né metabolizzato né i suoi tanti lutti elaborati, perché si è trattato di uno spaventoso trauma collettivo, in cui le milizie Interahamwe e contadini hutu si sono accaniti con una frenesia omicida e devastatrice su tutta la popolazione tutsi. Nonostante l'organizzazione sommaria e i mezzi piuttosto arcaici per compierlo, quali machete e bastoni, ottocentomila tutsi sono stati uccisi in dodici settimane, rendendo il genocidio in Ruanda di un'efficacia mai raggiunta prima.
Dalla notte del 6 aprile 1994, subito dopo l'abbattimento nei cieli di Kigali dell'aereo sul quale viaggiava il presidente ruandese Juvénal Habyarimana, e il presidente del Burundi Cyprien Ntaryamira, il Paese si tramutò improvvisamente in un luogo di estremo sadismo, dove le donne e i bambini divennero le prime vittime dei genocidari affinché non rinascesse nessuna generazione di tutsi, con le madri costrette a uccidere i propri figli per essere poi sistematicamente violentate, subire mutilazioni sessuali e infine essere uccise. Secondo un'inchiesta realizzata dall'Unicef, l'80% dei bambini ha avuto un morto in famiglia in quei tragici tre mesi del 1994, il 70% ha visto uccidere qualcuno e il 90% ha avuto paura di morire.
Secondo Sagahutu fu tuttavia indispensabile avviare nel 2003 il piano di riconciliazione nazionale con i tribunali popolari, quelle corti Gazaca, che dovevano anzitutto svuotare le carceri di un Paese dove si contavano 120mila detenuti accusati di genocidio. "In quasi dieci anni, dodicimila Gazaca hanno risolto quasi due milioni di casi. È stato il programma più esauriente al mondo di una giustizia restauratrice in un periodo post-bellico, perché ha permesso a noi sopravvissuti di sapere che fine avevano fatto i nostri parenti, di ritrovare i loro corpi e di dar loro degna sepoltura. I tribunali speciali hanno anche posto le basi per una pace duratura nel momento in cui bisognava ricostruire il tessuto sociale del Paese. Ma non mi chiedano di perdonare gli assassini, perché dovrei farlo in nome di chi non c'è più".
Nel 2014, il museo del genocidio di Kigali è stato riconcepito, ed è stata aggiunta un'ultima sala dedicata ai bambini trucidati dai genocidari, con le gigantografie di una dozzina di piccoli scelti a caso su decine di migliaia. Raccontano le storie di Ariane Umutomi, 4 anni, che amava cantare e ballare, uccisa con colpi di pugnale sferrati negli occhi, o di David Mugiraneza, 10 anni, che amava giovare a calcio e che voleva diventare medico, torturato a morte. Andare a visitare il museo è ancora una sorta di dovere civico per ogni ruandese.
Lo scorso maggio, l'arresto in Francia dell'ottantottenne Félicien Kabuga, dopo 23 anni di latitanza, suscitò a Kigali grande gioia ma anche molta rabbia. L'ex "banchiere del genocidio" che nel 1994 aveva fatto arrivare in Ruanda 500mila machete e che aveva creato e diretto Radio Mille Collines da cui diffondeva odio e invitava a snidare e mutilare "gli scarafaggi tutsi", aveva fino al giorno del suo fermo ad Asnières-sur-Seine, vicino Parigi, trascorso la vita comoda e serena di un qualsiasi pensionato molto benestante. Dice ancora Sagahutu: "Chi l'ha protetto, tutti questi anni? Non lo sapremo mai, come non sapremo la soddisfazione che deve provare quell'assassino seriale, ormai vecchio e malato, all'idea che probabilmente non sarà mai condannato per tutto il male che ha fatto perché morirà prima che il Tribunale dell'Aja riesca a giudicarlo".
agi.it, 8 marzo 2021
La Corte costituzionale dovrà sciogliere il nodo ovvero se è legittimo escludere i detenuti sottoposti al 41 bis, dai colloqui via Skype con i figli minori. Il 41 bis è il regime speciale a cui sono sottoposte alcune categorie di detenuti, a partire da boss di mafia e terroristi. Ed ora la Corte costituzionale si appresta a decidere sulla possibilità che questo tipo di detenuti possa colloquiare tramite Skype con i figli minori. Il 9 marzo il tema sarà trattato in udienza pubblica.
di Sergio Lorusso*
Il Sole 24 Ore, 8 marzo 2021
Le aspettative che il Governo guidato da Mario Draghi ha ingenerato in tema di giustizia sono elevate. L'individuazione di un Guardasigilli di alto profilo, come Marta Cartabia, docente universitaria e Presidente emerito della Corte costituzionale, induce in tale direzione, senza per questo ispirare un facile ottimismo.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 8 marzo 2021
Il carcere può funzionare come luogo di responsabilizzazione e non di sola privazione, di rieducazione e non punizione, di opportunità e non di vendetta. E la prova che tutto questo è possibile arriva da una piccola realtà dell'Avellinese.
di Lorenza Pleuteri
giustiziami.it, 8 marzo 2021
Modena, carcere Sant'Anna, piazzale esterno, 8 e 9 marzo 2020. Lo scenario è da "medicina da campo di guerra", senza precedenti in tempo di pace. Una dottoressa dichiarerà a verbale di aver visitato in un paio d'ore una quarantina di detenuti reduci dalla sommossa e dai roghi, il che fa tre minuti a testa e sempre che non si siano state pause anche brevissime tra un paziente e l'altro.
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