di Liana Milella
La Repubblica, 8 marzo 2021
Alla vigilia della Festa della Donna la ministra della Giustizia invita ad agire "dalle prime, apparentemente piccole, manifestazioni". Per salvare le donne dalla morte, anziché constatare, a cose fatte, che un uomo violento alla fine di un percorso di minacce e provocazioni le ha uccise, è necessario agire subito, agendo "dalle prime, apparentemente piccole, manifestazioni per prevenirne tempestivamente le conseguenze più gravi".
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 8 marzo 2021
Il reato di abuso in atti di ufficio ha una storia lunga, tormentata e - come dire - vagamente isterica. Nella sua originaria formulazione, la norma era pressoché "in bianco": il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio che, al fine di acquisire un vantaggio per sé o per altri, o arrecare ad altri un danno, "abusa del suo ufficio, è punito" eccetera. Le norme penali in bianco sono una sciagura, perché sia il Pubblico Ministero che il giudice possono assegnare loro un significato ignoto al cittadino accusato di aver violato la norma medesima.
"Abusa del suo ufficio", come è ovvio, può significare tutto e il suo contrario. Nel 1990 la norma subì una prima modifica, ma non relativa a quella sua micidiale genericità. La riforma fece solo sì che quel reato inglobasse l'abrogato interesse privato in atti di ufficio, prevedendo un aggravamento di pena se l'interesse ed il danno perseguiti dalla (sempre indeterminata) condotta abusiva fossero di natura patrimoniale. Nel 1997 la norma subì finalmente una prima, importante modifica. La esigenza di specificare, cioè di tipizzare una norma di fatto "in bianco", ne impose finalmente la riscrittura. L'abuso deve essere caratterizzato dalla violazione di legge e di regolamenti; e la condotta di avvantaggiare indebitamente sé stessi od altri, o di danneggiare terzi, deve essere intenzionale.
I nostalgici dell'abuso d'antan (puntualmente in prima linea Piercamillo Davigo dalle colonne dell'amato Fatto Quotidiano) omettono puntualmente di ricordare perché si arrivò a quella prima riforma. Ve lo ricordo io. Quella norma in bianco fu usata dalla magistratura italiana, a partire dai primissimi anni novanta, come una clava.
Le indagini per abuso in atti di ufficio impazzarono in tutto il Paese, perché attraverso di esso le Procure di tutta Italia poterono esercitare un potere di controllo pressoché assoluto sulla Pubblica Amministrazione, sulle sue stesse scelte discrezionali, sulle sue dinamiche politiche. Che poi, anni dopo, quelle indagini ed i relativi processi finissero sistematicamente (come le statistiche confermano in modo eclatante) nel nulla, essendo in larga misura il nulla, poco importa. Intanto, le sorti politiche e professionali di sindaci, assessori, giunte regionali, amministratori di aziende pubbliche in genere, le decidono le Procure.
Senonché la riforma del 1997 vide vanificati i suoi salutari intenti nel breve spazio di un mattino, perché da subito la giurisprudenza si occupò di annacquarne il senso, pur inequivocabile. Per dirne una: nella nozione di "violazione di legge" va inclusa - stabiliscono i magistrati- anche la violazione del principio costituzionale del buon andamento della Pubblica Amministrazione (art. 97). Dunque non prendiamoci la pena di dover individuare per forza una violazione di legge specifica, come pure la legge imporrebbe: qualunque atto amministrativo che possa essere qualificabile come atto di cattiva amministrazione, torni ad essere penalmente sindacabile.
La giurisdizione penale rinunzia ben difficilmente ad un potere così formidabile quale è quello di controllare e sindacare, con la forza devastante della azione penale, la Pubblica Amministrazione. Sia ben chiaro, qui nessuno pretende, come si vorrebbe far intendere, l'impunità per i cattivi amministratori: stiamo discutendo di altro. Corruzione, concussione, peculato, induzione indebita, malversazione, fino ad arrivare all'impalpabile "traffico di influenze", sono tutte condotte che presuppongono che il pubblico ufficiale abusi del proprio ufficio, cioè dei poteri che da esso derivano; e sono, come è giusto che sia, di già severamente punite. Non c'è nessun bisogno di prevedere una specie di norma di chiusura delle condotte di abuso, utile solo a mantenere sotto il giogo delle Procure ogni atto, ogni intenzione, ogni scelta discrezionale della Pubblica Amministrazione.
La ribellione della giurisdizione alla chiara volontà che il Parlamento sovrano espresse con la riforma del 1997 ha finito di fatto per ricostituire le condizioni preesistenti del reato di abuso di ufficio come norma penale in bianco.
Al punto che perfino il Governo Conte due, dunque in pieno populismo penale, nel 2020 ha ritenuto indispensabile intervenire di nuovo, ribadendo che il reato di abuso non può mai riguardare un atto discrezionale della Pubblica Amministrazione, salvo che ovviamente quell'atto non integri condotte abusive più severamente punite (corruzione, concussione, peculato eccetera).
Il dott. Davigo se ne duole, dice che questa storia della paura di firmare che hanno i pubblici amministratori è inspiegabile, male non fare paura non avere, ed amenità simili. Ora forse capirete un po' meglio perché il dott. Davigo se ne duole.
Io intanto, faccio il facile profeta: diamoci un po' di tempo, e cominceremo a leggere le prime ordinanze di custodia cautelare che ci diranno: un momento, ma cosa significa in realtà "atto discrezionale"? Cosa dobbiamo davvero intendere per "specifiche norme di legge", come pretende la nuova, ennesima riforma? e saremo - come si suole dire - da capo a dodici. Accetto scommesse.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 8 marzo 2021
Omicidio di Faenza, la polizia filma il momento dell'arresto e il Resto del Carlino pubblica il video. Ma l'Unione Camere Penali non ci sta: "Se è vero che la cronaca è un diritto, non lo sono né lo possono diventare la curiosità o la sete di vendetta".
Se negli Stati Uniti sono abituati alla walk of shame delle persone tratte in arresto costrette dalla polizia a fare la passerella dinanzi alla folla di giornalisti, qui in Italia abbiamo i video delle forze dell'ordine a celebrare la camminata della vergogna, come se la vicenda di Enzo Tortora non ci avesse insegnato nulla.
Il caso in questione di oggi riguarda il video della Polizia di Stato pubblicato sul sito del Resto del Carlino: 90 secondi di auto-esaltazione che riprendono prima il convoglio di macchine degli agenti in autostrada e poi l'esecuzione dell'ordine di custodia cautelare nei confronti dei due indiziati - Claudio Nanni e Pierluigi Barbieri - rispettivamente presunti mandante e esecutore materiale dell'omicidio di Ilenia Fabbri, meglio noto alle cronache come l'omicidio di Faenza.
Tale episodio viene ora fortemente stigmatizzato dall'Osservatorio sull'informazione giudiziaria dell'Unione delle Camere Penali Italiane con un documento di cui vi proponiamo ampi stralci: "Questa volta le telecamere sono addirittura entrate nelle abitazioni degli indagati, riprendendo tutte le fasi in cui costoro venivano privati della loro libertà, mentre indossavano le manette, in attesa di ogni giudizio, attraverso una profanazione non certamente mitigata dall'oscurazione postuma del loro viso". Il fatto su cui si indaga è sicuramente grave, "ma il diritto di cronaca - scrivono i penalisti - non può spingersi fino alla divulgazione al pubblico delle immagini integrali dell'arresto dei due indagati, coperti per altro dal presidio della presunzione di innocenza".
Ma cosa prevede la legge in merito? L'Osservatorio lo spiega chiaramente: "La legge vieta la pubblicazione dell'immagine di una persona privata della libertà personale ripresa mentre la stessa si trova con le manette ai polsi ovvero soggetta ad altro mezzo di coercizione fisica, salvo che la persona vi consenta e punisce chiunque contravvenga a tale divieto con sanzioni di carattere penale e disciplinare.
Salve le sanzioni previste dalla legge penale, la violazione del divieto di pubblicazione previsto dagli artt. 114 e 329 comma 3 lettera b) costituisce infatti illecito disciplinare a carico di esercenti una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato e di ogni violazione del divieto di pubblicazione commessa dalle persone indicate nel comma 1 il pubblico ministero informa l'organo titolare del potere disciplinare".
Pertanto è evidente che "tutelare con maggior cura possibile la dignità delle persone sottoposte ad indagini, o comunque coinvolte in un procedimento penale, è dunque un preciso dovere dello Stato, tanto più qualora la persona versi in condizioni di particolare vulnerabilità; eppure questo principio, sancito dalle direttive europee, oltre che dalla legge italiana, viene continuamente vituperato".
Come sappiamo molte persone sono state sbattute sulle prime pagine dei giornali e la loro immagine è stata distrutta, "eppure, ad oggi, non risultano segnalazioni degli Uffici di Procura e tantomeno iniziative disciplinari a fronte della non infrequente pubblicazione di foto e riprese di arrestati in manette, magari con l'ipocrita accorgimento delle manette "pixelate" e dunque, paradossalmente, ancor più sottolineate".
La conclusione è che "se è vero che la cronaca è un diritto, non lo sono né lo possono diventare la curiosità o la sete di vendetta. Gli strumenti per contenere queste distorsioni sono sempre stati in un cassetto che purtroppo nessuno vuole aprire. Sarà impegno dei penalisti italiani ricercare quella chiave a tutela delle garanzie costituzionali che si è scelto di difendere".
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 8 marzo 2021
La vicepresidente di Montecitorio Maria Edera Spadoni spiega il nuovo servizio, già attivo al Parlamento europeo, che entrerà in funzione a breve. Inoltre le commissioni parlamentari che esamineranno il Recovery plan inseriranno nei loro pareri una parte specifica relativa alla parità di genere.
"La scommessa è quella di avere norme che aiutino le donne". Maria Edera Spadoni, grillina, vice presidente della Camera, l'ha spuntata: le commissioni parlamentari che esamineranno il Piano Nazionale di ripresa e resilienza dei fondi europei inseriranno nei loro pareri, ognuno per la sua competenza, una parte specifica relativa alla parità di genere. Non solo. Dalla prossima settimana il servizio studi della Camera dei Deputati predisporrà, all'interno di ogni dossier di approfondimento, una parte specifica relativa alla valutazione dell'impatto di genere della legge in esame. Sembra una questione tecnica, lo è assai poco: significa infatti indicare una rotta e colmare le disparità.
Spadoni, un suo ordine del giorno e il pressing sui capigruppo di una settantina di deputate di ogni partito su donne e parità, cosa ha ottenuto alla fine?
"Spesso si fanno tante parole e pochi fatti sulla parità di genere. Alla Camera abbiamo messo in cantiere alcuni progetti. Sul Piano di ripresa e resilienza, ad esempio. Verrà vagliato dalle commissioni parlamentari, i cui rilievi andranno poi inviati alla commissione Bilancio, a cui spetta di dare il parere al governo. Ebbene l'intergruppo donne, diritti e pari opportunità, composto da circa 70 deputate di diversi gruppi politici, ha spinto affinché all'intento dei rilievi di ogni commissione ci sia una parte specifica relativa alla parità di genere. Ciascuna commissione dovrà avere una attenzione particolare a questo".
Cosa cambia?
"Innanzitutto che la parità di genere non deve essere relegata ad alcuni settori, come il sociale o la giustizia. Per raggiungere una vera parità di genere, tutti i settori economici e sociali devono essere coinvolti".
Riguarda solo il Piano di resilienza?
"No. Io ho lanciato una proposta affinché nei report del servizio studi della Camera dei Deputati che accompagnano tutti i progetti di legge, ci sia un paragrafo dedicato alla valutazione dell'impatto di genere. Già esiste questo metodo nell'Europarlamento e in alcuni Paesi come il Portogallo".
In concreto?
"Se il legislatore decide di fare norme per migliorare il trasporto pubblico e i dati Istat ci dicono che sono le donne ad usarlo di più, è chiaro che la valutazione d'impatto di genere sarebbe dirimente. Il potenziamento agevolerà le donne".
Altri esempi?
"Nel piano Colao, sul welfare si raccomandava la copertura di asili nido al 60% dei bambini. Quindi teniamone conto. Per le donne il problema è la gestione della cura dei figli, degli anziani, delle persone con disabilità. Le donne se ne fanno carico. Quindi se fai politiche che incrementino i servizi, allora agevoli le donne che non si dovranno licenziare quando hanno un figlio. 37000 neo-mamme nel 2019 si sono licenziate. Questo trend deve finire. Aggiungo che nei nidi il personale è soprattutto femminile, quindi si incrementerebbero anche posti di lavoro".
Il Parlamento Ue ha già introdotto questo sistema?
"Sì, ora noi ci adeguiamo".
L'aspetto negativo in fatto parità di genere nel Piano di rilancio e resilienza quale è?
"Un dato elaborato da Linda Laura Sabbadini dell'Istat dice che il 57% del Pnrr andrà a settori prevalentemente maschili. E non perché i progetti siano stati fatti per non agevolare le donne, ma perché hanno un impatto, una incisività profonda in settori in cui ci sono poche donne. L'Italia ha un problema culturale profondo, per cui le donne non si sentono adeguate per fare determinati mestieri. Solo una rivoluzione culturale può abbattere gli stereotipi".
Ma quale è la priorità delle priorità?
"L'occupazione femminile. È fondamentale. Non puoi lasciare a casa il 50% della popolazione italiana. La presenza delle donne lavoratrici fa crescere l'economia. E se sei indipendente a livello economico riesci anche più facilmente a uscire da una spirale di violenza".
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 8 marzo 2021
Silenzio, signori. L'ordine di scuderia è quello lì: silenzio assoluto, si fa finta che non sia successo niente. "Non rispondete alle provocazioni, compagni": mi ricordo che una volta si diceva così. La scuderia di cui parliamo è quella della premiata ditta Pm & Giornali.
Che più che una scuderia è un robusto partito politico e qui da noi in Italia fa il bello e il cattivo tempo. Dispone di armi di offesa molto affilate e di armi di difesa efficientissime. Le armi di difesa consistono nel seppellire qualunque magagna. C'è qualcuno che dice che sia un sistema sostanzialmente molto simile alla vecchia "omertà".
Un po' più di un mese fa l'ex Pm Luca Palamara (che per anni è stato il capo del partito dei Pm) ha pubblicato un libro nel quale ha raccontato decine di episodi dai quali si deduce che i vertici della magistratura italiana non sono liberi ma vengono scelti e costruiti sulla base di puri e semplici giochi di potere, sono scelti dalle correnti al di fuori di ogni criterio di indipendenza, e si è scoperto che questi giochi di potere producono clamorose deviazioni nella giurisdizione, condizionano indagini, sentenze, uso del carcere. Uno scandalo che non ha precedenti, direi dai tempi del delitto Matteotti. È quella l'ultima volta che il potere ha dichiarato formalmente la sua intoccabilità: "Se il fascismo è una associazione a delinquere - disse Mussolini - io ne sono il capo".
Nei giorni scorsi questo giornale ha denunciato altri due episodi clamorosi delle vicende di magistratopoli. Uno è stato raccontato anche in Tv, e riguarda il più importante giornalista giudiziario italiano (Bianconi, del Corriere della Sera) che - senza neppure scriverlo sul giornale - avvisò riservatamente Luca Palamara che a Perugia era in corso una inchiesta giudiziaria su di lui. Palamara non ne sapeva niente. Fuga di notizie. Reato. Colpevoli presunti i Pm di Perugia dell'epoca. Indagini? A noi non risulta. Risalto sui giornali? Zero. Proprio zero virgola zero.
Il secondo episodio l'abbiamo denunciato due giorni fa con un articolo di Paolo Comi. Ci era stato detto che per un errore (o forse per una maliziosa intenzionalità) il trojan di Palamara si era spento proprio la sera del suo incontro a cena con Giuseppe Pignatone, nel quale si parlò della nomina del nuovo procuratore di Roma e di altre scelte di potere. Era una cosa molto grave. Ma abbiamo scoperto una cosa più grave ancora: non è vero che si era spento. Il trojan ha funzionato. Il file con l'intercettazione esiste, però è sparito. Chi l'ha fatto sparire? Dove è finito? Perché ci hanno mentito e su ordine di chi?
Queste denunce sono cadute nel nulla. Sono fatti clamorosi ma i giornali non ne hanno neanche parlato. Perché? Ordini superiori? Del partito dei Pm, evidentemente, al quale i giornali aderiscono. Le cose, nel campo dell'informazione giudiziaria, da noi funzionano più o meno come a Cuba. Forse però la censura è anche più efficiente, da quando è morto Castro. L'unico che non è scappato via di fronte alla notizia, lo dico con stupore, è stato Massimo Giletti.
E le procure? Le Procure tacciono. E i politici? Si sono nascosti sotto i tavolini dei loro banchi alla Camera, credo. Non se ne trova nessuno che abbia voglia di occuparsi del Palamaragate. Scotta. Per quel che ne so l'unica parlamentare che si è esposta e ha denunciato lo scandalo del trojan sparito è una parlamentare europea che si chiama Sabrina Pignedoli.
Di che partito è? Dei 5 Stelle. E qui il mio stupore ha superato lo stupore per Giletti. È proprio così, spesso in politica succede quello che mai prevedresti. Grazie, onorevole Pignedoli, ci fai sentire un po' meno soli. Noi comunque non ci adeguiamo all'ordine del silenzio. Continueremo a bussare alla porta delle Procure e a quella dell'opinione pubblica: C'è nessuno? Chissà, prima o poi magari qualcuno ci risponderà.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 8 marzo 2021
Il reato viene derubricato da volontario a preterintenzionale e l'uomo, accusato di aver ucciso la moglie, viene messo agli arresti domiciliari dopo due anni trascorsi in un carcere. La storia diventa quindi un caso per la stampa cittadina e per l'opinione pubblica.
Ci sono proteste e un sit-in davanti al tribunale. Si grida al mostro scarcerato senza fermarsi a riflettere su norme, diritti, garantismo. Certo, il reato è grave, la storia molto triste e il femminicidio è un fenomeno odioso e preoccupante, ma ogni caso merita di essere valutato singolarmente e la giustizia non deve mirare alla vendetta. Ma la situazione in città diventa tale da far intervenire una parte della magistratura che pubblicamente chiede di evitare pressioni mediatiche sui giudici.
Cosa succede? Viene da chiederselo ricordando gli anni delle inchieste mediatiche, delle sentenze emesse su giornali e tv prima ancora di arrivare davanti ai giudici, di indagini che si sono concluse con un nulla di fatto dopo essere state inizialmente sbandierate come se contenessero verità assolute e ignorando le conseguenze, spesso devastanti, sulle vite di chi ne veniva travolto.
Cosa succede? L'interrogativo ritorna. Forse ci si sta rendendo conto che è il garantismo il principio da seguire, che gridare subito al mostro o al colpevole è sbagliato, che magistratura e stampa dovrebbero rimanere ciascuna nei propri ambiti senza cercare l'una la complicità dell'altra, che i giudici dovrebbero essere liberi e autonomi tanto rispetto a logiche di corrente e di potere quanto a pressioni mediatiche.
Dopo la notizia di Repubblica sulla scarcerazione dell'uomo accusato di omicidio e l'onda mediatica che ne è scaturita, i magistrati di AreaDg, la corrente di sinistra della magistratura, hanno preso posizione: "Fuori alle porte del Tribunale di Napoli è in atto un sit-in di protesta per una decisione cautelare, assunta nel processo per l'omicidio di Fortuna Bellisario, che ha fatto discutere. Crediamo che, in un momento come questo, siano necessari tutto il rispetto e la considerazione possibili per le ragioni delle persone che manifestano ma anche una ferma richiesta di rispetto per le decisioni dei giudici, sia di chi si è già pronunciato, sia di coloro che saranno chiamati a esprimersi nelle successive fasi del giudizio cautelare e di merito".
"Ogni spiegazione istituzionale del senso e del significato dei provvedimenti giudiziari - prosegue la nota - va incoraggiata, per garantire trasparenza e comprensibilità dell'azione giudiziaria ma, come anche il Capo dello Stato ha avuto modo di precisare nella comunicazione al Csm del 25 settembre 2018, ciò non significa che le decisioni giudiziarie debbano orientarsi secondo le pressioni mediatiche né che si debba intervenire per difendere pubblicamente le decisioni assunte. Mentre è opportuna una adeguata comunicazione istituzionale, scevra da commenti e valutazioni. La "serenità" delle decisioni è e deve restare un valore nell'ambito di un sistema garantito da più fasi e gradi di giudizio. Siamo certi che tutti, anche i titolari del diritto di cronaca e di informazione, concorderanno su questo".
Ma qual è il caso che ha ispirato questa presa di posizione? Vincenzo Lo Presto ha 43 anni, nessun precedente penale ma una gravissima accusa per la quale è stato di recente condannato in primo grado, con rito abbreviato, a dieci anni di reclusione: è accusato di aver aggredito la moglie con la stampella con cui si aiutava a camminare avendo seri problemi di deambulazione e di averne causato la morte. La donna, Fortuna Bellisario, morì il 7 marzo 2019. Lo Presto ha ammesso di averla picchiata in passato ma sulla responsabilità per la morte della moglie il processo, secondo il suo difensore (avvocato Sergio Simpatico), è tutt'altro che chiuso.
Confrontando i risultati della perizia autoptica sul corpo della donna e dati di studi scientifici di livello internazionale, la difesa è pronta a sostenere il processo in appello. Intanto la scarcerazione di Lo Presto ha sollevato un caso mediatico al punto che la Procura si è attivata per chiedere che l'uomo torni in cella, nonostante sia costretto su una sedia a rotelle e per il giudice che lo ha condannato non sia da considerarsi un soggetto pericoloso né in grado di fuggire o reiterare il reato.
Il Sole 24 Ore, 8 marzo 2021
Il Presidente Koen Lenaerts, "i piani di crisi hanno consentito di garantire il funzionamento degli organi giurisdizionali e la continuità dell'attività". Nel 2020 la Corte di giustizia dell'Unione europea è riuscita a mantenere un livello di attività elevato in un contesto caratterizzato dal lavoro a domicilio e dai limiti agli spostamenti che hanno comportato l'impossibilità di tenere udienze tra il 16 marzo e il 25 maggio 2020.
E quanto si legge in una nota ufficiale. Come sottolinea il Presidente della Corte, Koen Lenaerts, "i piani di crisi predisposti dall'inizio del confinamento, in stretta collaborazione con i gabinetti e gli uffici dell'istituzione, hanno consentito di garantire il funzionamento più normale possibile degli organi giurisdizionali e la continuità dell'attività al servizio della giustizia europea". L'Istituzione ha concepito un sistema specifico di videoconferenza che consente l'interpretazione simultanea da e verso le 24 lingue ufficiali. Nel 2020, 40 udienze sono state quindi organizzate in videoconferenza dinanzi alla Corte di giustizia e 37 dinanzi al Tribunale.
Le misure di confinamento e le restrizioni hanno tuttavia avuto un impatto in termini di minor numero di cause promosse: 1.582 sono state le cause in totale erano, 1.905 l'anno precedente, ma soltanto 1.683 nel 2018 e 1.656 nel 2017. Sono diminuite dell'11% anche le cause definite: 1.540, erano 1.739 nel 2019, ma il livello di attività è rimasto simile a quello del 2017 (1.594) e addirittura superiore a quello del 2016 (1.459). La durata dei procedimenti raggiunge invece un minimo storico con una media di 15,4 mesi.
Corte di giustizia - Dal punto di vista delle cause promosse (735), come per i due anni precedenti, sono sostanzialmente le domande di pronuncia pregiudiziale a costituire la parte più importante delle nuove cause, dato che queste sono 556 (contro le 641 del 2019). La Germania rimane lo Stato membro che invia il maggior numero di rinvii pregiudiziali (139 cause) davanti all'Austria (50), all'Italia (44) e alla Polonia (41). Dal punto di vista delle cause definite, il loro numero, pari a 792, è eccezionale pur essendo inferiore alla cifra record del 2019 (865), dal momento che, nonostante i limiti connessi alla pandemia, è nettamente superiore a quello del 2018 (760) e del 2017 (699). Il numero di cause pendenti è peraltro molto diminuito, essendo pari a 1.045 alla fine del 2020 contro 1.102 alla fine del 2019.
Tribunale - Si è registrata una diminuzione del numero di cause promosse nel 2020, essendo queste pari a 847 contro le 939 del 2019. Il numero di cause relative ai diritti di proprietà intellettuale resta il più elevato (282) e la maggior parte delle rimanenti cause rientra nell'ambito dell'applicazione dello Statuto dei funzionari (120), del diritto istituzionale (65) e degli aiuti di Stato (42). In termini di cause definite (748), 237 riguardano la proprietà intellettuale, 127 cause riguardano il diritto istituzionale e 79 la funzione pubblica europea.
Da sottolineare che il numero di cause giudicate da sezioni a cinque giudici è quasi raddoppiato tra il 2019 e il 2020 (59 contro 111), circostanza che contribuisce a una giustizia di qualità e a una maggiore autorevolezza delle sentenze pronunciate da tale organo giurisdizionale. La durata media del grado di giudizio ha continuato a ridursi per raggiungere una durata record di 15,4 mesi per tutte le categorie di cause. Il numero di cause discusse nel 2020 ha raggiunto il numero di 335 (di cui 275 tra maggio e dicembre 2020) contro le 315 del 2019, nonostante diverse settimane di sospensione delle udienze.
affaritaliani.it, 8 marzo 2021
Il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà Mauro Palma esprime sconcerto per quanto avvenuto a Padova, dove nel segreto dell'urna un consigliere comunale ha espresso un voto per il boss Matteo Messina Denaro, durante l'elezione dei Garante dei detenuti a livello cittadino. Un atto condannato subito in modo bipartisan dall'assemblea municipale, e che potrebbe portare ad una segnalazione in Procura.
"Indipendentemente dall'esito della votazione su cui, come è ovvio, non spetta al Garante nazionale esprimersi - si legge in una nota - l'indicazione da parte di un consigliere del nome di un noto boss mafioso costituisce una grave offesa non soltanto al Consiglio, ma anche al lavoro di tutti i Garanti che operano per la tutela dei diritti di ogni persona nel fermo vincolo della lotta a ogni forma di criminalità e del sostegno a chi nel nostro Paese opera per estirpare la dura realtà delle organizzazioni criminali". "Una indicazione di un nome - aggiunge - che rappresenta un'inaccettabile offesa a tutte le Istituzioni della nostra democrazia.
Il discredito che l'autore del gesto, nel segreto del voto, ha voluto gettare su un organismo di tutela dei diritti dovrà rafforzare l'impegno alla rigorosa azione per una esecuzione penale pienamente in linea con il dettato costituzionale a cui contribuirà, auspicabilmente a breve, il Garante dei diritti delle persone private o limitate della libertà di cui la città di Padova si doterà". Messina Denaro, condannato a più ergastoli, è ricercato dai primi anni 90. Il voto che, nel segreto dell'urna, è stato dato in favore del boss ha peraltro impedito l'elezione del Garante dei detenuti di Padova, saltata proprio per mancanza di una sola preferenza.
pisatoday.it, 8 marzo 2021
La casa di reclusione è una struttura di tipo "aperto", da qui la decisione di fermare l'attività didattica in presenza per ricostruire i contatti dei positivi e bloccare il più possibile i contagi.
Un cluster individuato all'interno del carcere di Volterra con 15 nuovi casi di persone positive al Covid-19 che sono state messe in isolamento.
"Insieme alla ASL e alla dirigente della casa di reclusione abbiamo concordato e deciso di attuare una serie di operazioni per mettere in sicurezza gli ospiti della stessa casa di reclusione, il personale di Polizia penitenziaria in modo da limitare il contagio - afferma il sindaco volterrano Giacomo Santi - per questo motivo, ho disposto un'ordinanza per la didattica a distanza per tutte le scuole di ogni ordine e grado per la settimana dall'8 al 13 marzo compresi per prevenire ulteriori possibilità di contagio".
Uno stop alla scuola in presenza che sarà necessario per il completo tracciamento di possibili contatti. "Visti la particolarità della struttura di tipo 'aperto' e la frequentazione esterna ed interna del personale di Polizia penitenziaria, del corpo docente e di tutto il personale preposto alle attività che nella struttura sono svolte - prosegue il primo cittadino - è stata presa una misura cautelativa più stringente per evitare il più possibile eventuali contagi esterni e dare tempo al Dipartimento di igiene di attuare una campagna massiva di tracciamento e prevenzione". Una persona si è già negativizzata, mentre al momento in tutto le persone positive al Coronavirus nel Comune di Volterra sono 29.
di Riccardo Tripepi
lacnews24.it, 8 marzo 2021
Mentre l'ordinanza di Spirlì sulla chiusura scuole viene contestata dai sindaci e rischia di finire impugnata davanti al Tar, Siviglia sottolinea come nulla sia stato fatto per mettere in sicurezza la salute dei detenuti e degli operatori dei 12 istituti penitenziari calabresi. Continua a procedere a rilento e con un grande livello di confusione la campagna vaccinale in Calabria con il presidente della giunta facente funzioni Nino Spirlì che appare sempre più in difficoltà. La sua ordinanza di chiusura delle scuole, con tanto di refuso poi corretto per gli asili, è finita al centro delle polemiche.
I sindaci della provincia di Reggio hanno scritto una lettera al presidente per fare notare la contraddizione della misura rispetto all'indice di contagio che mantiene la Calabria in zona gialla e sarebbero pronti a fioccare i ricorsi al Tar contro la decisione assunta dal governo regionale. Ma i ritardi si registrano anche sul delicato fronte della vaccinazione all'interno degli istituti penitenziari. Il garante regionale dei diritti dei detenuti Agostino Siviglia ha più volte invocato pronti interventi per mettere in sicurezza le carceri, ma fin qui la Regione ha fatto finta di non sentire.
"Mi rendo conto che in Calabria ci sono tante priorità per quanto riguarda il piano vaccini, penso ai disabili o agli insegnanti, ma tra queste rientrano anche le persone detenute nei 12 istituti penitenziari calabresi. La messa in sicurezza delle carceri non solo era prevista nel piano vaccini nazionale - spiega il Garante - ma anche da ultimo la nuova ministra della Giustizia Marta Cartabia si è recata dal Garante nazionale e dal Capo del Dipartimento Petralia per sollecitare e monitorare il piano vaccini negli istituti penitenziari perché bisogna immunizzare quel mondo chiuso rispetto a una possibile diffusione del contagio.
Come garante regionale ho già scritto alla fine del mese di febbraio al presidente Nino Spirlì e al Commissario Longo, ma la cosa più disarmante è che c'è una totale sordità parte di chi di dovere. Spiace davvero che non ci sia l'attenzione dovuta per le categorie più deboli. Una condizione politico istituzionale che vive la Calabria ultima se non penultima per quanto riguarda la somministrazione dei vaccini. Non c'è nessun tavolo di concertazione e non esiste nessuna risposta a questo problema".
All'interno delle carceri calabresi, però, fino al momento la situazione di diffusione del contagio da Coronavirus è sempre rimasta sotto controllo. "Per fortuna la Calabria è stata una delle poche Regioni dove c'è stata una minima diffusione di contagio - dice ancora Siviglia - ci sono state alcune situazioni di positività a Vibo, Cosenza e Reggio e anche per questo bisogna agire subito per evitare che adesso la terza ondata possa provocare situazioni a rischio".











