Il Fatto Quotidiano, 9 marzo 2021
Il sindaco: "Fatto gravissimo". Il caso in procura. L'episodio è avvenuto mercoledì scorso, durante la votazione a scrutinio segreto indetta per nominare il nuovo garante. Il sindaco Giordani: "La Giunta intende mettere in campo tutte le azioni presso tutte le sedi competenti per andare a fondo di questa ignobile vicenda".
È finita tra lo sconcerto generale la seduta del consiglio comunale di Padova indetta mercoledì scorso per nominare il nuovo garante dei detenuti della città. Su 22 preferenze necessarie per l'elezione, il principale candidato ne ha incassate 21. Quella decisiva, e che ha fatto saltare la votazione, è andata invece a Matteo Messina Denaro, il boss di Cosa nostra condannato a più ergastoli e ricercato dagli anni Novanta. L'identità del consigliere comunale che ha indicato il nome del superlatitante non è nota, visto che la votazione è avvenuta a scrutinio segreto, ma il caso è stato duramente condannato in modo bipartisan dall'assemblea. E ora rischia di finire direttamente in procura. "La Giunta intende mettere in campo tutte le azioni presso tutte le sedi competenti per andare a fondo di questa ignobile vicenda", ha attaccato il sindaco di Padova Sergio Giordani, che parla di "fatto gravissimo" non derubricabile a "goliardata".
"Quanto accaduto in Consiglio Comunale mi ha profondamente scosso", ha aggiunto il primo cittadino. "Padova è una città che si batte contro tutte le mafie, lo abbiamo testimoniato più volte e continueremo a farlo con tutta la forza necessaria. Non capisco come sia possibile che a un consigliere comunale, un rappresentante dei cittadini, passi per la mente di scrivere sulla scheda di un voto a scrutinio segreto il nome di un mafioso superlatitante". Giordani lancia quindi un appello: "Chiunque sia stato, abbia un sussulto di dignità e non si consegni a quell'omertà, elemento triste e cardine su cui si basano proprio il comportamento mafioso e la prevaricazione - conclude - si autodenunci, chieda scusa e contestualmente dia le dimissioni immediate".
Il caso tra l'altro è scoppiato nella stessa città che per anni ha ospitato in una comunità il figlio del capo dei capi di Cosa Nostra, Totò Riina. Presto la vicenda potrebbe essere discussa anche in commissione parlamentare Antimafia. "Presenterò un'interrogazione ai ministri dell'Interno e della Giustizia per chiedere di fare piena luce sull'episodio e l'allontanamento dal Consiglio Comunale di Padova del responsabile di questo gesto", ha annunciato il deputato Pd Nicola Pellicani, membro della commissione. Nelle scorse ore è intervenuto anche il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà Mauro Palma: "Indipendentemente dall'esito della votazione su cui, come è ovvio, non spetta al Garante nazionale esprimersi - si legge in una nota - l'indicazione da parte di un consigliere del nome di un noto boss mafioso costituisce una grave offesa non soltanto al Consiglio, ma anche al lavoro di tutti i Garanti che operano per la tutela dei diritti di ogni persona nel fermo vincolo della lotta a ogni forma di criminalità e del sostegno a chi nel nostro Paese opera per estirpare la dura realtà delle organizzazioni criminali". L'indicazione di Messina Denaro, conclude, rappresenta "un'inaccettabile offesa a tutte le Istituzioni della nostra democrazia".
informazioneonline.it, 9 marzo 2021
Il progetto con la chef Sonia Vellere andrà a sostenere i percorsi di consapevolezza negli istituti penali di Livorno e Gorgona, ma c'è anche un filo che passa da Busto. C'è un cibo che fa rinascere, un cibo che libera. In una cucina speciale confluiscono tante vite, progetti, la fiducia di poter costruire un futuro diverso oltre il carcere. Così una masterclass online di cucina olistica naturale diventa il punto di incontro di diverse esperienze e zone d'Italia, Busto compresa. Perché tra le persone coinvolte c'è Luca Cirigliano, che da diversi anni si è appassionato a progetti in grado di poter dare una speranza ai detenuti.
Questa volta "Il cibo della rinascita", lezione della chef Sonia Vellere con Daniel Lumera e Karima, servirà a sostenere un percorso di educazione alla consapevolezza negli istituti penali di Livorno e Gorgona. Si terrà sabato 20 marzo alle ore 10, proprio alla vigilia della primavera. L'evento, patrocinato dal Comune di Livorno, mira sostenere l'associazione di volontariato My Life Design onlus per tracciare il percorso previsto con il metodo My Life Design® ideato da Daniel Lumera, docente e autore di bestseller, riferimento internazionale nell'area delle scienze del benessere.
L'intero ricavato dell'evento andrà a supportare l'avvio del percorso Liberi Dentro nel carcere di Livorno e nella sezione distaccata dell'isola di Gorgona. Ma che cos'è Liberi Dentro? Un progetto dell'Associazione My Life Design onlus già attivo in diverse realtà carcerarie italiane, che intende promuovere una giustizia consapevole. Detto in altri modi, alimenta una presa di consapevolezza delle proprie responsabilità, fattore indispensabile per attivare processi di cambiamento. Una tappa fondamentale per consentire il reintegro in società al termine della pena e per contrastare la recidiva, che in Italia si attesta attorno al 70%.
Nella masterclass la chef Sonia Vellere sarà accompagnata da un aiuto chef d'eccezione: Saverio, un ragazzo detenuto del carcere di Livorno, formatosi a Cucina Consapevole. Spiega la chef: "Il mio contributo a Liberi Dentro è mostrare il potere benefico che la cucina dona alla rinascita".
"Una delle esperienze formative più significative della mia vita - afferma Daniel Lumera - è stato il progetto "Liberi Dentro". È un percorso che si basa su processi inclusivi e di comprensione di quelle che sono le radici del dolore dell'essere umano per una riabilitazione che parta dal nostro ambiente interiore. Lì possiamo agire ed è lì che gli strumenti di perdono, consapevolezza e meditazione hanno un impatto molto grande sulla qualità della vita di ognuno, e portano a generare un reale benessere collettivo che parte dal concetto di "noi".
piacenzasera.it, 9 marzo 2021
"L'istituto di Piacenza sembra aver retto all'emergenza sanitaria pur essendo collocato in uno dei territori inizialmente maggiormente colpiti. Dall'inizio della pandemia sino a dicembre 2020 - data in cui abbiamo effettuato la visita - si sono registrati unicamente 5 casi di positività".
È quanto riferisce l'associazione Antigone, realtà nata negli anni Ottanta "per i diritti e le garanzie nel sistema penale", nel report dedicato alla pandemia e al suo effetto nelle carceri. "Un lungo anno è trascorso dall'ondata di proteste e rivolte che ha sottoposto a estrema tensione il comparto penitenziario nazionale, dopo decenni di pace apparente rispetto alle forme di conflittualità più appariscenti - si legge nel report -. In attesa che vengano definite le conseguenze giudiziarie relative alla gestione di questi conflitti e alle eventuali responsabilità istituzionali sui decessi occorsi, riteniamo opportuno proporre una sintetica lettura di fase sugli istituti emiliano-romagnoli. Mentre la conflittualità ha registrato un anno fa picchi significativi nelle case circondariali di Modena e Bologna, tutte le prigioni della regione sono state interessate dalle conseguenze in termini di misure disciplinari e trasferimenti della popolazione detenuta, con particolare riferimento ai presunti protagonisti delle rivolte".
Per quanto riguarda Piacenza, "sin dal mese di febbraio 2020 erano state messe in atto tutte le misure volte a scongiurare l'ingresso del virus - scrive l'associazione -. Tra queste, da subito è stata ripristinata la custodia chiusa e sospesa la sorveglianza dinamica. Tale scelta si è rivelata, a detta della Direzione, fondamentale per gestire meglio l'emergenza sanitaria ma anche particolarmente adatta a garantire "ordine e pulizia" e un generale migliore clima tra le persone ristrette. Ad ogni modo, anche prima dello scoppio della pandemia, la sorveglianza dinamica era assicurata unicamente all'interno di solo uno dei due padiglioni (il nuovo) di cui si compone questo istituto. Le attività, sospese nella prima fase, sono riprese successivamente. Fino a che la stagione lo ha concesso molte attività si sono svolte all'esterno. Il carcere di Piacenza, collocato alla periferia della regione, ha da sempre subito numerosi trasferimenti da altre carceri e da ultimo ha visto l'arrivo di molti detenuti provenienti da istituti della regione teatro delle rivolte della scorsa primavera".
di Ilenia Pistolesi
La Nazione, 9 marzo 2021
Altri 28 positivi fra i detenuti, agenti ospitati in isolamento in foresteria in attesa dell'esito dei tamponi. Esami a tappeto in tutta la struttura. I numeri sono magma esplosivo e inchiodano una fotografia che diventa ogni ora sempre più allarmante: 50 detenuti del Maschio positivi al Covid, 28 tamponi positivi in più che hanno dato verdetto nefasto fra domenica scorsa e ieri.
Deflagra pericolosamente la pandemia di cella in cella e la situazione al momento è un quadro turbolento e in continuo divenire, con la pesante minaccia di una crescita della curva dei contagi in attesa che venga ricostruita l'intera filiera di infezione. Insomma, l'ora è cruciale per capire quanto il focolaio carcerario possa allargarsi a macchia d'olio non solo nella struttura penitenziaria, mentre si assiste ad una spasmodica corsa contro il tempo per sottoporre a tampone il maggior numero di persone possibile, ossia oltre 270 soggetti.
Parliamo di un'indagine epidemiologica massiccia in corso in queste ore condotta attraverso tamponi a tappeto, e che sta riguardando anche quaranta insegnanti che gravitano non solo nelle scuole carcerarie ma anche nelle galassie scolastiche esterne (i primi quindici tamponi risultano negativi) e il personale della polizia penitenziaria, una settantina di agenti in tutto, alcuni dei quali già allontanati dai propri contatti stretti (i familiari) e ospitati temporaneamente alla Foresteria in attesa dell'esito dei tamponi.
Stando i numeri del Dap (dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) la popolazione carceraria al 31 gennaio 2021 era di 176 detenuti, ma attualmente i numeri scendono fino a 150 galeotti ospiti fra le mura possenti del Maschio. Le misure adottate fino ad ora riguardano lo stop alle uscite dei galeotti in semi libertà, l'isolamento nelle celle e, come detto, la campagna di screening che riguarda tutto il mondo professionale che orbita attorno al Maschio.
Una struttura carceraria in cui, per un anno esatto, il virus non aveva fatto il suo sporco gioco: i tamponi effettuati a cadenza mensile avevano sempre dato esito negativo, inclusi gli ultimi accertamenti risalenti a meno di un mese fa. Come il virus sia riuscito a farsi strada in carcere è affare lapalissiano, perché il Covid si è insinuato dall'esterno e si è poi propagato minacciosamente infettando una cinquantina di detenuti.
Da quanto appreso, parliamo di persone che sono asintomatiche o che stanno manifestando sintomi lievi al coronavirus. Per inciso, i detenuti non sono più andati in permesso per quasi un anno, sono stati sospesi i colloqui con i familiari dall'esplosione della pandemia ed i pochi galeotti che hanno familiari in Toscana al loro rientro in carcere hanno effettuato un periodo di isolamento di due settimane e poi sono stati sottoposti a tampone.
di Davide Dionisi
vaticannews.va, 9 marzo 2021
La religiosa volontaria nella Casa di reclusione femminile di Venezia racconta agli alunni delle scuole la sua esperienza e invia un augurio speciale a tutte le donne. "Il modo per fare riflettere i miei studenti sull'8 marzo, quest'anno, parte da un incontro con una donna straordinaria, una suora dal sorriso emozionante, una persona gracile e fortissima".
La religiosa a cui si riferisce la testimonianza di Alessandra Fiori, docente di Lettere nella scuola Secondaria di Primo grado "Virgilio" di Cremona, è Suor Franca Busnelli, delle Suore di Carità (di Maria Bambina ndr) che presta servizio da sette anni nella Casa di reclusione femminile di Venezia-Giudecca.
Storie di emarginazione - È lei la protagonista scelta per la Festa della Donna per raccontare le storie delle "sue" ragazze "inchiodando al video" tanti studenti, oltre l'orario scolastico. "Sono storie ruvide di emarginazione sociale, di tossicodipendenza e di dolore, di bisogno d'amore e di strazianti separazioni, di dieci minuti di telefonate alla settimana ai famigliari lontani, di quei minuti che sono pochi e così si deve scegliere se parlare con i figli grandi o scherzare con quelli piccoli.
Poi ci sono quelli piccolissimi da crescere in carcere e a cui nascondere le divise delle guardie carcerarie. Una sorta di pena del contrappasso: costrette alla reclusione in una delle città più belle al mondo, la possono solo immaginare" spiega la professoressa del Virgilio, aggiungendo che "Suor Franca trasmette ai miei alunni e a quelli di altre due classi della scuola un messaggio straordinario nella sua semplicità: si può sbagliare e si deve pagare, ma il carcere deve rieducare, deve offrire la possibilità di un riscatto".
Un'onda potente - Secondo la professoressa Fiori, la testimonianza della religiosa arriva agli studenti "come un'onda potente" perché "si può inciampare anche più volte, ma ciò non impedisce di essere accettati, accolti, amati". La docente è convinta che "In un periodo così complicato della loro esistenza, la preadolescenza, la narrazione asciutta e profonda giunge come una carezza inaspettata. È un'onda che bagna ma non travolge, perché è necessario conoscere e comprendere che dalle storie di quelle donne dannate si impara a fare i conti con le fragilità e con la verità.
I volontari seminano amore - Persone come suor Franca e i volontari nel carcere" continua "seminano amore e propongono concrete opportunità, prospettano la possibilità di credere ancora in se stesse, di vedersi come donne a cui scelte sbagliate hanno portato via affetti e sicurezze, ma a cui è possibile restituire dignità e comprensione".
Un modo diverso per raccontare l'8marzo e le donne che "attraversa il sorriso dolce e accogliente di suor Franca, una donna che è madre, perché l'esserlo è una condizione che appartiene a qualunque donna decida di amare e dedicarsi agli altri, una donna che insegna a me, alle mie colleghe e ai nostri ragazzi che le donne vanno amate e basta, di qualunque colore sia la loro pelle, qualsiasi sia la loro religione, qualunque sia la loro colpa".
La generosità che non ti aspetti - Suor Busnelli, con il gruppo delle ospiti della Giudecca, si era già distinta durante la fase più acuta della pandemia per un gesto molto significativo di solidarietà: era riuscita a raccogliere 110 euro (cifra enorme per chi è detenuto) donati al Reparto di Terapia Intensiva dell'Ospedale dell'Angelo di Mestre. Nell'occasione le ragazze vollero così testimoniare la loro vicinanza agli ammalati, ai loro familiari, ai medici e agli infermieri. Nel contempo inviarono una lettera al Presidente della Repubblica alla quale lo stesso Mattarella rispose elogiando l'iniziativa delle ospiti.
italiachecambia.org, 9 marzo 2021
Vi proponiamo la quarta testimonianza del progetto "Chi ha Varcato la soglia" di Cascina Macondo, che svela il carcere attraverso la raccolta di storie personali. La parola oggi è affidata a Bruna Chiotti, che ha ricoperto per diverso tempo il ruolo di garante dei detenuti. Attraverso le sue riflessioni ci trasmette tutta l'umanità che si trova all'interno delle prigioni, unita alla necessità di riscatto di chi è "ospitato" qui.
Ho varcato la soglia di un carcere alcuni anni fa come volontaria di un'associazione per gestire uno sportello sociale per pratiche pensioni, disoccupazioni e altro e poi come Garante Comunale per i diritti dei detenuti, ruolo che ho ricoperto per cinque anni. Ho incontrato una umanità dolente, rassegnata, arrabbiata, fiduciosa, incattivita, altruista, impaurita, silenziosa, allegra, speranzosa, creativa, in altre parole ho incontrato "l'uomo" in tutte le sue debolezze, ma con una grande volontà di riscatto.
Ho visto piangere un anziano detenuto al quale veniva negata ogni possibilità di far valere i propri diritti. Ho incontrato persone con 20-30 anni di carcere sulle spalle - fine pena: "mai" -, ma ancora con la speranza di vedere la propria casa e di tornare liberi.
Mi è rimasto impressa la storia, tra le tante, di un detenuto condannato all'ergastolo ed entrato in carcere a vent'anni. Mi raccontava che conosceva solo il quartiere dove era nato e cresciuto e che tra bande rivali sopravviveva chi sparava per primo. Mi disse che il carcere l'aveva salvato ed era riconoscente alla scuola interna che gli aveva permesso di studiare.
Ho incontrato un capo mafia già anziano e con oltre trent'anni di pena scontata che si è laureato in carcere in Sociologia e che, nei giorni di permesso, svolgeva volontariato in una struttura per anziani. Ho conosciuto un detenuto che negli anni ottanta faceva parte delle "Brigate Rosse" a tempo pieno e prima ancora fu rapinatore e gangster: non ha mai rinnegato le sue scelte sbagliate, anche se era molto critico verso sé stesso al punto di scrivere un libro sulla sua cattiva strada. Ora lavora in una cooperativa sociale come volontario e continua a scrivere le sue memorie.
Nessuno rivendicava il proprio passato, anzi c'è quasi una rimozione, accompagnata però da una ferma volontà di guardare avanti senza voltarsi indietro. Ho incontrato persone con grande dignità e voglia di riscatto chiedendo di lavorare perché "il lavoro dà dignità".
Mi hanno detto che gli anni passano, ma la giornata è lunga e il senso di solitudine e la nostalgia della famiglia sono devastanti. Per sopravvivere è indispensabile mantenere il rispetto di sé e la propria dignità di uomo, anche se dentro pesa una fragilità nascosta, mascherata da atteggiamenti anche aggressivi o da un'ostentata sicurezza di sé.
Ma quello che pesa per un detenuto è l'indifferenza di chiunque varca la soglia del carcere, perché un saluto, una stretta di mano, un colloquio possono dare senso alla giornata, a quel tempo infinito che isola fisicamente e socialmente e che distrugge psicologicamente una persona, anche colpevole di reato, ma pur sempre una persona.
di Michele Bocci
La Repubblica, 9 marzo 2021
Dal primo decesso di Vo' all'ultimo di Campomarino, un maresciallo di 55 anni. La catena senza fine dei lutti che in Italia ha colpito una famiglia ogni 250. Un lancio di agenzia nella notte: "Coronavirus: un contagiato in Lombardia". Si torna sempre lì, a quel 21 febbraio 2020, quando tutto ciò che ancora non sembra destinato a finire ha avuto inizio. Si può soltanto riannodare il filo perché purtroppo il punto di partenza è l'unica cosa certa. La conclusione non è ancora nota e probabilmente solo la vaccinazione di massa permetterà di scriverla.
Ancora a gennaio dell'anno scorso il coronavirus era un problema distante, pareva uno dei tanti virus che spuntano in luoghi lontani come l'Asia o l'Africa e lì restano. Oggi ha invaso il mondo ed è responsabile di una malattia che da ieri ha provocato più di 100 mila morti nel nostro Paese. Tutti conoscono qualcuno che ha perso la vita per causa sua. Un parente stretto, un amico, l'amico di un amico. In Italia ha ucciso più della Campagna di Russia (95 mila vittime). È come se ci fosse stato un morto in una famiglia italiana ogni 250. O peggio: è come se fosse scomparsa una città grande quanto Ancona.
È passato poco più di un anno, il paziente uno di Cologno, Mattia Maestri, ormai è un personaggio da interviste rievocative, mentre il primo morto, Adriano Trevisan, viene ricordato come un pensionato tranquillo di Vo' Euganeo che ha avuto la sfortuna di incontrare il suo destino, forse, durante una partita di carte al bar. Aveva 77 anni, cioè 4 in meno dell'età media dei morti nel nostro Paese. Abbiamo perso decine di migliaia di nonni, genitori, zii, fratelli, sorelle. E ne abbiamo persi di più rispetto a tanti altri Paesi, se si guarda al numero dei morti in rapporto alla popolazione. Nella prima ondata, fino a maggio, se ne sono andati in 34.314.
Sembrava finita, l'estate aveva portato via le preoccupazioni e svuotato gli ospedali. E invece anche prima dell'arrivo del freddo il Covid è tornato. La curva dei contagi ha ricominciato a salire in fretta, da ottobre la malattia ha ucciso altre 64 mila persone. Come una guerra ma con gli anziani a fare i soldati. Non solo, dopo aver colpito soprattutto al Nord, con il tragico caso della Lombardia, il coronavirus dopo l'estate si è sparso in modo omogeneo in tutto il Paese. A nessuna regione ha risparmiato lutti, angoscia e dolore. Non è un caso che l'ultimo morto di ieri, il maresciallo dei carabinieri Arturo D'Amico, fosse il comandante della stazione di Campomarino, in provincia di Campobasso, cioè in Molise, una Regione praticamente non raggiunta dalla prima ondata e che oggi si trova in zona rossa. Non era anziano, aveva 55 anni.
Se l'età media dei deceduti supera gli 81 anni, infatti, sono oltre 3mila i cinquantenni che hanno perso la vita per la malattia e oltre 9mila i sessantenni. Non avremmo mai pensato una cosa del genere, poco più di un anno fa. Lo ha detto anche il presidente del consiglio Mario Draghi, commentando i centomila morti. "Dobbiamo al rispetto della memoria dei tanti cittadini che hanno perso la vita il dovere del nostro impegno".
di Fiorenza Elisabetta Aini
gnewsonline.it, 9 marzo 2021
Riflessioni dei detenuti nella Giornata della donna. Hanno scelto la stoffa, come quella che un tempo si utilizzava per le tute dei detenuti, a righe, perché si potessero distinguere dai liberi, qualora fossero riusciti ad evadere. Sopra hanno impresso le loro riflessioni e le hanno dedicate alle donne, in particolare, a tutte quelle che sono state vittime di violenza. Gli autori sono sei uomini, detenuti nel carcere di Reggio Emilia, che hanno voluto in questo modo invitare tutte le donne a non subire più alcun gesto violento, a denunciare ogni sopruso, ogni atto che loro stessi, nonostante il passato complicato, hanno definito "vile".
Le cinque riflessioni, che hanno intitolato "Testamento dell'amore del detenuto", iniziano tutte così: "Imparate a riconoscere l'amore perché" e, ciascuno di loro ha offerto una spiegazione. C'è chi ha proposto, "in amore si gioca alla pari", chi ha suggerito che "l'amore è sano e non fa male", oppure "siamo nati con l'amore", "l'amore non è prepotente" e infine, il più semplice e complicato, la regola aurea, "l'amore è rispetto". Cinque 'perché', semplici pensieri, in apparenza, che volendo potrebbero trasformarsi in 'comandamenti' ai quali sottoporre un rapporto d'amore, aiutando ogni donna a capire meglio cosa e chi si ha di fronte.
Imparate a riconoscere l'amore - "Siamo uomini, siamo padri e figli di una famiglia" hanno motivato unanimemente i sei "nella vita abbiamo commesso errori, ma ci dissociamo da questi vili atti che urtano anche la nostra sensibilità e diciamo: no alla violenza sulle donne".
Sulle pergamene - realizzate in tessuto - assieme alle riflessioni hanno impresso, al posto della matricola, il 1522, numero gratuito antiviolenza, e una scarpa rossa, simbolo delle donne vittime di femminicidio, con un otto disegnato, a ricordare l'8 marzo, il giorno dedicato alla donna.
Il progetto, ideato dalla referente regionale di Gens Nova, Anna Protopapa, volontaria del penitenziario, è stato promosso grazie anche alla collaborazione del comandante commissario capo, Rosa Cucca, della Direzione dell'Area educativa dell'istituto penale. Una delle pergamene è stata donata alla ministra della Giustizia, Marta Cartabia.
di Maria Berlinguer
La Stampa, 9 marzo 2021
Il primo videomessaggio del premier: "Con il Recovery interventi concreti: congedi parentali e asili nido". È ancora lunga la strada che le donne italiane hanno davanti per raggiungere i livelli europei. E passa non solo per un cambio totale di mentalità ma anche dagli investimenti che verranno fatti per combattere la disparità di genere e dalla possibilità di accedere a servizi come gli asili nido e strumenti come i congedi parentali.
È Mario Draghi, nel suo primo videomessaggio da capo del governo, inviato alla Conferenza per la parità di genere promossa dalla ministra per le Pari Opportunità Elena Bonetti, ad ammettere il gap che ancora divide le italiane dalle più fortunate europee. Soprattutto ora che i numeri della crisi dovuta alla pandemia hanno certificato che sono state le donne (con i giovani) a pagare il prezzo più alto con la perdita del lavoro e con l'aumento esponenziale delle violenze domestiche. Un dramma che lo stesso Draghi ha affrontato ieri incontrando la Commissione d'inchiesta sui femminicidi e promettendo il suo sostegno totale.
"A fronte dell'esempio di molte italiane eccezionali in tutti i campi, anche nella normalità familiare, abbiamo molto, moltissimo da fare per portare il livello e la qualità della parità di genere alle medie europee. La mobilitazione delle energie femminili, un non solo simbolico riconoscimento della funzione e del talento delle donne sono essenziali per la costruzione del futuro della nostra nazione" dice Draghi.
"Dobbiamo prima di tutto cambiare noi stessi nella quotidianità della vita familiare", avverte il premier. "Gli strumenti che dobbiamo impiegare in questa direzione sono vari, penso tra gli altri ai congedi parentali, penso al numero dei posti negli asili nido che ci vede inferiori agli obbiettivi europei, e alla loro distribuzione territoriale che va resa ben più equa di quanto non sia oggi". Interventi necessari e urgenti se si considera che le donne ai posti di comando in Italia sono davvero pochissime se i dati certificano che nelle società quotate solo il 2% delle donne ricopre il ruolo di amministratore delegato.
E, come ricorda Silvio Berlusconi, "ancora oggi l'80% di imprenditori sono uomini". "Oggi, per le vittime dei troppi femminicidi e anche come reazione prodotta dalla pandemia, sembra formarsi una nuova consapevolezza che trova un'opportunità straordinaria nel programma Next Generation EU per diventare realtà nell'azione di governo, del mio governo.
Tra i vari criteri che verranno usati per valutare i progetti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ci sarà anche il loro contributo alla parità di genere", ha promesso l'ex presidente della Bce. La ministra Bonetti ha confermato la partenza del "Piano strategico per la parità di genere" che riguarda il lavoro delle donne, welfare, educazione e promozione della leadership femminile. I fondi sono quelli della Next generation Eu.
Un otto marzo con poche manifestazioni, molti appuntamenti in streaming e diversi flash mob. Molti colorati di fucsia, come a Milano dove "Non un di meno" ha colorato piazza Duomo. A Brindisi la questura ha inaugurato la stanza delle Parole non dette uno spazio riservato alle donne e ai bambini vittime di violenze e abusi.
di Aldo Cazzullo
Corriere della Sera, 9 marzo 2021
Il lavoro e il sacrificio di migliaia di medici e infermieri è stato troppo spesso vanificato dall'inadeguatezza delle classi dirigenti. A noi non resta che piangere i personaggi pubblici e l'esercito degli sconosciuti. Forse servirà per loro un luogo del ricordo.
Si è partiti con le buone intenzioni: la vita continua, Milano non si ferma. Qualcuno ha proseguito senza sprezzo della verità e del ridicolo, per poi essere costretto dalla realtà a fare marcia indietro. Altri si ostinano tuttora a fare come se nulla fosse, ad esempio a riunirsi fuori dagli stadi per sostenere la propria squadra che gioca a porte chiuse: tutti hanno visto le immagini di San Siro e di Bergamo, ma la pratica si diffonde pure in provincia. È una reazione umana, tentare di mantenere le antiche abitudini; ma alla lunga c'è qualcosa di diabolico in questo perseverare, che è pure una mancanza di rispetto per le vittime e le loro famiglie. Troppe volte abbiamo sentito mormorare che "tanto avevano quasi tutti più di ottant'anni"; come se le vite degli anziani valessero meno, come se il dolore di chi resta non fosse altrettanto straziante. L'altro giorno poi è arrivata la sentenza dell'Istat: l'Italia non ha mai avuto tanti morti - 700 mila - in un anno di pace; dall'inizio della pandemia, si contano 108 mila morti in più rispetto alla media; la drammatica contabilità, purtroppo, coincide con i dati Covid.
Ma in questi mesi è emersa anche un'altra tendenza. La potremmo chiamare del bollettino di guerra. Anziché lavorare seriamente su mascherine e vaccini, ci si è inoltrati in metafore belliche e confronti con i numeri dei conflitti del secolo scorso; e in effetti centomila morti sono più delle vittime dei bombardamenti, più dei caduti della ritirata di Caporetto, più degli alpini dispersi in Russia. Ma neppure questo approccio è giusto. La guerra quella vera, con le scelte disastrose del potere politico, con i ventenni mandati al fronte senza equipaggiamento adeguato, con i civili esposti ai raid terroristici del nemico, con la fame e i razionamenti, è un'altra cosa.
Ogni generazione, però, ha la sua guerra da combattere, la sua prova della vita. Che richiede sia un imponente lavoro logistico e organizzativo, sia una dimostrazione di forza morale. Perché la prova della vita deve essere il punto alto, non il punto basso del nostro ciclo. Centomila morti rappresentano un bilancio spaventoso. La conferma che purtroppo non è andato tutto bene, come ci dicevamo l'un l'altro all'inizio. Il lavoro e il sacrificio di migliaia di medici e infermieri (e un prezzo particolarmente alto lo hanno pagato le donne) è stato troppo spesso vanificato dall'inadeguatezza delle classi dirigenti. E, come sempre con le inchieste giudiziarie, c'è il rischio che le responsabilità non vengano accertate e sanzionate come sarebbe doveroso.
A noi non resta che piangere i morti. Personaggi pubblici: Vittorio Gregotti, l'architetto che ha cambiato il nostro modo di pensare le città; Germano Celant, il critico che ha inventato l'arte povera, fatta con i materiali della natura e dell'industria; Lea Vergine, la critica, che se ne è andata poche ore dopo il marito Enzo Mari, il designer; Giulio Giorello, il filosofo che vivrà ancora a lungo nei suoi libri; Franco Marini, il sindacalista che commemorò le vittime della strage di Bologna (e il politico abbandonato dai suoi quando aveva già ritirato il vestito per giurare da presidente della Repubblica); Carlo Tognoli, il sindaco più amato dai milanesi. E poi l'esercito degli sconosciuti, il cui nome dice poco a ognuno di noi, ma rappresenta tutto per coloro che li hanno amati.
È necessario ricordare almeno il primo: Adriano Trevisan, 77 anni, agricoltore di Vo' Euganeo. Ed è necessario ricordare le parole con cui sua figlia Vanessa l'ha salutato: "Adriano Trevisan non è un numero, non è la prima vittima italiana del coronavirus, non è un nome e un cognome sul giornale. Adriano Trevisan è il mio papà. È il papà dei miei fratelli Vladimiro e Angelo. È il marito di mia madre Linda. È il nonno di Nicole e di Leonardo".
Poi sono venuti giorni terribili, in cui i morti arrivavano quasi a mille, ed era difficile contarli, figurarsi raccontarli. Giorni duri che non sono ancora finiti. Non sapremo mai con esattezza quanti malati sono morti di Covid, e quanti con il Covid. È probabile che qualcuno di loro non ce l'avrebbe fatta comunque. È probabile che molti siano stati spenti dal coronavirus e non risultino nella statistica, perché il male non è stato loro diagnosticato. Lasciamo queste distinzioni ai riduzionisti e agli apocalittici, che ne trarranno ulteriori argomenti per le loro tesi. E proviamo a chiederci cosa ci lascia questa esperienza.
oronavirus, perché in Italia si muore più che altrove - La morte noi non l'avevamo vinta; l'avevamo rimossa. Un tempo si moriva in casa, circondati dagli affetti. C'erano morti sin troppo affollate, come quella che si vede nel film di Giuseppe Tornatore "Baarìa", con i compaesani che affidano al morente i messaggi per i loro antenati nell'Aldilà. Oggi non soltanto le vittime del Covid se ne sono andate da sole, senza il sostegno dei familiari, spesso senza i conforti religiosi, una benedizione, una parola dolce.
Non soltanto ci sono stati figli che hanno saputo della scomparsa dei genitori dopo giorni, hanno scoperto che erano stati cremati a centinaia di chilometri da casa, hanno ricevuto la notizia poche ore dopo essere stati rassicurati: "Suo padre sta meglio". Più in generale, siamo talmente avvezzi a negare la morte, a occultarla, a esorcizzarla relegandola nelle immagini terrificanti o grottesche o consolatorie delle fiction, che ritrovarcela così in faccia, minacciosa, spietata, ci ha inevitabilmente cambiati. Il tempo ci dirà come. Se la pandemia ci ha resi solo più guardinghi o anche più profondi. Se ci ha ulteriormente chiusi ai rapporti con gli altri, o ci ha insegnato a misurarne il valore, a selezionarli, a tenerli da conto. Se ci ha solo spaventati, o ci ha aiutati a riflettere su quel che abbiamo fatto sinora e su quel che ci attende, qui e oltre.
Questo nel frattempo possiamo, anzi dobbiamo fare: ricordare. Sottrarre all'oblio Roberto Stella, il presidente dell'Ordine dei medici di Varese, e Claudio Polzoni, il carabiniere che rispondeva al 112 di Bergamo. Angelo Rottoli, l'ex pugile detto Alì come il campione mondiale dei massimi, e la signora Terry mamma dei gemelli Filippini, i calciatori bresciani. Don Fausto Resmini, il prete degli ultimi, che assisteva i poveri e visitava le carceri, uno degli oltre trenta sacerdoti bergamaschi morti di Covid, e Manuela Andreoli, l'insegnante di Padova che il virus l'ha contratto in classe. Giuseppe Manfri, il poliziotto morto in servizio a 41 anni ad Avellino, e Michelina Petretta, l'infermiera del Cardarelli di Napoli. Forse servirà per loro un luogo del ricordo. Non un monumento; una semplice lastra con i loro nomi, come quella che a Washington commemora i caduti in Vietnam, o come quella - proposta da Mario Calabresi e mai realizzata - che dovrebbe onorare le vittime del terrorismo.
Un nome non è mai casuale. Un nome è tutto. Un nome è anche un conforto, per chi ha perso il proprio caro senza poterlo vedere e salutare. Quei centomila morti sono altrettanti dolori privati; ma tutti insieme sono un grande dolore pubblico, un grande lutto nazionale. Ed è dal dolore e dal ricordo, più che dalla gloria e dalle vittorie, che una nazione culturale e sentimentale (più che politica) come l'Italia è unita.











