di Carmen Autuori
La Città di Salerno, 8 marzo 2021
L'omaggio alle detenute della Casa circondariale impegnate nel progetto per la realizzazione di mascherine anti-Covid. "Ciò che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla": è questo il senso della manifestazione di ieri nella casa circondariale di Fuorni in occasione della giornata della Donna anticipata, per esigenze legate all'emergenza sanitaria. In un luogo di violenza, spesso alla ribalta della cronaca, caratterizzato da criticità notevoli, emerge un'altra realtà, quella dello stop alla violenza sulle donne portato avanti grazie alla produzione dei dispositivi anti covid realizzati all'interno del carcere.
"Da donna a donna. Ricuciamo i legami": questo il tema dell'evento organizzato dal Ministero della Giustizia, dalla Fondazione della Comunità Salernitana Onlus e dal Comitato femminile plurale di Confindustria Salerno, presieduto da Alessandra Puglisi, il cui scopo è quello di valorizzare la figura imprenditoriale femminile. "La produzione di mascherine all'interno del carcere ha portato le detenute ad entrare in una nuova dimensione, quella imprenditoriale - spiega Puglisi - ed è nostro dovere supportare questa attività attraverso la distribuzione del prodotto alle nostre associate".
Della raccolta fondi per finanziare, in parte, il progetto se ne occupa la Fondazione Comunità Salernitana Onlus, la cui socia fondatrice Antonia Autuori è da tempo attiva in molte iniziative all'interno della struttura penitenziaria attraverso il crowdfounding, il reperimento di materia prima quali scampoli di stoffe, ma anche di sarte che periodicamente offrono la loro esperienza alle detenute.
"Mai come in questo momento in cui è sospeso ogni legame con la famiglia, a parte le videochiamate, a causa dell'emergenza sanitaria, è importante che le detenute diano un senso concreto alle loro giornate, impegnandosi con la produzione delle mascherine- racconta Livia Bonfrisco educatrice della sezione femminile - in quanto il carcere assume una valenza ancora più punitiva, per le donne. Questo luogo è l'ultimo stadio di una violenza che le ha accompagnate per tutta la vita, soprattutto fuori da qui. Ma quando si vive in certi contesti, soprattutto metropolitani, è molto più difficile cambiare vita per una donna che per un uomo. Per fare ciò bisognerebbe innanzitutto allontanarsi materialmente dal contesto che ha portato a delinquere, e questo per una donna è quasi impossibile, soprattutto quando è madre".
Il momento artistico è stato affidato ai "Picarielli", band di musica popolare, il cui ritmo delle tammorre ha oltrepassato le mura e le sbarre. "Ricucire - spiega la direttrice del carcere, Rita Romano- è la parola chiave. Ricucire i legami con sé stessi e con l'esterno. Solo così si può tentare di sanare la piaga della recidiva. E grazie a questo gruppo di donne non solo imprenditrici ma anche vicine agli ultimi, l'iniziativa assume una valenza profonda: è un "filo" da donna a donna che lascia ben sperare per il futuro".
novaratoday.it, 8 marzo 2021
Il Garante dei detenuti Bruno Mellano a Novara per conoscere la neo direttrice Maria Vittoria Menenti, che ha sostituito la precedente direttrice Rosalia Marino, diventata direttrice del Carcere di Torino. Mellano, accompagnato dal Garante comunale di Novara, Dino Campiotti, ha dato il benvenuto alla dottoressa Menenti, che manterrà contemporaneamente la vice direzione del Carcere di San Vittore di Milano. Direttrice di grande esperienza, precedentemente direttrice a Pordenone e vicedirettrice a Venezia, trova una struttura con particolari esigenze dovuta alla presenza di 67 ristretti in regime di carcere duro "41 bis" che si aggiungono agli altri 101 detenuti comuni.
Dopo un approfondimento delle varie situazioni individuali di esecuzione penale, con un'attenzione particolare nei confronti dei progetti di reinserimento lavorativo, Mellano ha visitato la prima e la seconda sezione della parte detentiva comune, accompagnato dalla direttrice e del comandante Rocco Macrì e analizzando le situazioni più difficili con la capoarea educativa Patrizia Borgia.
I garanti, offrendo la massima collaborazione alla dottoressa Menenti hanno ricordato le problematiche già denunciate in precedenza, tra cui la necessità di urgente recupero e rifunzionalizzazione della palazzina interna alla cinta muraria un tempo destinata alla sezione femminile, struttura che risulta chiusa da oltre 10 anni: la collocazione nella suddetta palazzina di tutti i locali adibiti ai servizi medico-infermieristici valorizzerebbe il presidio sanitario regionale interno al carcere, consoliderebbe e razionalizzerebbe (accesso delle ambulanze) un servizio della Regione Piemonte erogato dall'Asl di Novara e potrebbe rispondere, con sempre maggior efficacia ed efficienza, ad una responsabilità propria del servizio sanitario, cogliendo anche la particolare esigenza della particolare popolazione carceraria del carcere novarese.
di Teresa Scarcella
La Nazione, 8 marzo 2021
Parla la garante dei detenuti di Ranza, Sofia Ciuffoletti. "Decisivo il protocollo firmato in Regione. È l'ora di stabilire davvero diritti e doveri". È stato firmato giovedì in consiglio regionale il protocollo tra il provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria Carmelo Cantone, il garante regionale Giuseppe Fanfani e i garanti comunali. La firma pone il sigillo su un impegno delle parti al fine di tutelare i diritti dei detenuti e regolamentare l'attività dei garanti stessi. Un accordo standard, ma necessario per evitare una serie di problematiche.
"È capitato, in passato, che ci venisse fatto ostruzionismo all'ingresso - racconta Sofia Ciuffoletti, presidentessa dell'Altro diritto, garante di San Gimignano - questo perché una ex direttrice non riconosceva la possibilità di un'associazione non governativa, come la nostra, di svolgere la funzione di garante". Il protocollo, quindi, regola diritti e doveri reciproci. Tra i doveri ci sono: il miglioramento della qualità della vita nelle carceri e il potenziamento dei percorsi di reinserimento sociale dei detenuti. Due concetti che si fondano sul presupposto sottolineato da Fanfani: "Chi finisce in carcere è figlio di questa società".
"Parliamo giustamente di reinserimento e non di rieducazione, perché l'obiettivo è aiutare la persona a reinserirsi dandogli la possibilità di farlo - continua Ciuffoletti - nel rispetto del principio di autodeterminazione che deve valere anche in carcere". Possibilità che, a quanto pare, viene minata da un sistema ancora troppo lacunoso.
"Alla base c'è un deficit strutturale e noi dobbiamo lavorare per superarlo. Ad oggi ci sono ipoteche enormi sulla possibilità di accedere a un trattamento che dia una possibilità concreta di reinserimento alle persone detenute. Parlo di una formazione culturale, lavorativa, attività che non si limitino allo 'stare buttati' nelle celle o nelle sezioni. Oggi c'è l'ostacolo del Covid che però ha solo aggravato una situazione già compromessa. Per questo è molto importante che i detenuti vengano inseriti rapidamente nel piano regionale di vaccinazioni: è fondamentale che il carcere torni ad aprirsi".
Lo stesso presidente del consiglio regionale Antonio Mazzeo, su questo tema, si è speso molto sull'impegno della Toscana e infatti pare che le vaccinazioni per i detenuti partiranno da metà mese. Il reinserimento non è altro che la difesa della dignità. La stessa che rischia di essere minata dai luoghi comuni, come quello con cui il leader della Lega, Matteo Salvini - secondo chi lo accusa - in visita a Ranza pochi giorni fa, ha parlato del procedimento in atto ponendolo sul piano semplicistico di contrapposizione tra buoni e cattivi.
"La realtà è molto più complessa di quanto il luogo comune voglia farci credere - conclude Ciuffoletti - la nostra Costituzione ci dice che la dignità non si perde per demerito e non si acquista per merito, ma è riconosciuta a tutti. Questo dovrebbe essere un concetto banale. Fossi negli agenti coinvolti nel procedimento, mi sentirei più tutelata dal nostro patrimonio di garanzie penali e penitenziari, che dall'intervento politico di Salvini".
di Roberta Rampini
Il Giorno, 8 marzo 2021
Giorgio Leggieri, neodirettore del carcere modello di Bollate: qui c'è molto da imparare e sperimentare. È arrivato nel "carcere modello" d'Italia ai tempi del Covid-19 Giorgio Leggieri, 54 anni, nuovo direttore della casa di reclusione di Milano-Bollate.
Lo scorso 12 gennaio ha preso il posto di Cosima Buccoliero, direttrice reggente dal 2019, trasferita al carcere di Opera. Di origini pugliesi, come chi lo ha preceduto, con molte reggenze in istituti di pena del Nord, negli ultimi due anni è stato direttore del carcere di Cuneo. "Qui a Bollate ho trovato grande energia: nonostante la situazione di emergenza sanitaria abbia modificato ritmi e abitudini, qui le relazioni non sono state frantumate.
Malgrado le limitazioni imposte, ho colto in tutti la consapevolezza che si debba andare avanti e non perdere mai di vista la prospettiva - dichiara Leggieri. Lo scopo riabilitativo della pena sancito dalla Costituzione italiana qui è declinato nel modo più innovativo possibile". Da giorni sta "misurando il passo dell'istituto", un'espressione che racchiude gli incontri con gli operatori, educatori, volontari, agenti della polizia penitenziaria e detenuti. Ma anche passi concreti: dalle eccellenze dell'area industriale al reparto degenza Covid, aperto a novembre, che attualmente ospita 82 detenuti risultati positivi al coronavirus provenienti dagli istituti penitenziari della Lombardia, di cui solo due di Bollate.
"Sicuramente sono rimasto colpito dalla professionalità del laboratorio dove si producono le mascherine chirurgiche distribuite ai Provveditorati regionali dell'amministrazione penitenziaria in tutta Italia, attualmente sono impiegati 22 detenuti ma è un impianto in espansione - racconta. Quando sono entrato nell'area industriale mi sembrava di essere al Lingotto di Torino per l'organizzazione, la capacità produttiva e lo spirito imprenditoriale.
E il mio non è buonismo, ma il riconoscimento di un lavoro rieducativo con detenuti che a Bollate è diventato cultura e si respira ovunque". Conoscenza e graduale ripresa della normalità scandiscono le giornate del nuovo direttore, con un grande sforzo per garantire a tutti i detenuti le videochiamate con i familiari e in attesa della ripresa dei colloqui in presenza.
"Mi hanno colpito anche l'inclusione sociale, la capacità di osmosi tra dentro e fuori - aggiunge il direttore -: credo che qui ci sia molto da imparare e sperimentare, chi c'è stato prima di me ha sicuramente fatto un ottimo lavoro". Direttore ha un po' di ansia da prestazione? "Sicuramente si, le aspettative sono alte. Ma io sono molto pragmatico, rappresento lo Stato, non sono qui per dimostrare qualcosa, entro in un sistema di relazioni dove le persone sanno quello che rappresento".
di Francesca Di Tommaso
Gazzetta del Mezzogiorno, 8 marzo 2021
Il prezioso lavoro delle donne alla guida del carcere. Il vertice del carcere barese è donna. Si chiamano Valeria Piré e Francesca De Musso e sono, rispettivamente, direttore della Casa circondariale e Comandante capo della polizia penitenziaria. Equilibrio, determinazione, forza e il valore aggiunto dell'essere donne in un mondo per anni indiscusso "regno" maschile. Nella giornata della festa della donna, in un momento di stereotipi dilaganti sui media, le due dirigenti si raccontano alla Gazzetta.
"Nel mio concorso, 24 anni fa, gli uomini erano in numero assolutamente residuale: oggi i direttori donna e i dirigenti generali donna sono una realtà consolidata, non necessariamente digerita, ma inesorabile" commenta caustica Pirè.
"L'essere un comandante, così come un direttore donna, desta curiosità e talvolta sorpresa - le fa eco il comandante De Musso - Il carcere di Bari, poi, istituto penitenziario di particolare complessità gestionale, non aveva mai avuto un comandante donna prima di me, ma questo non mi impedito di assicurare il mio mandato istituzionale con la necessaria passione, serenità d'animo e consapevolezza del ruolo. Anzi, capacità empatica e comunicativa tipica delle donne mi hanno spesso agevolata nell'attività di garanzia della sicurezza, mediante la parola, supportando me e il nostro staff nel compito ambiziosissimo di custodire per rieducare, per far sì che l'uomo di azione a noi affidato diventi uomo di riflessione".
"Niente ostruzionismo, ad onore del vero - sottolinea il direttore Pirè Il nostro è un ruolo in cui il potere è dato da un'investitura formale. La differenza la fa la dimostrazione di "esserci" nella sostanza e non solo nella forma". Per entrambe, entra da sempre in gioco la parola "passione" a muovere ogni scelta. Valeria Pirè è entrata nell'amministrazione penitenziaria 1'8 settembre 1997. "Primo concorso dopo la laurea in Giurisprudenza e una passione che non mi ha mai abbandonata. E che, con l'età, comincio a considerare un limite".
Francesca De Musso ha cominciato ad occuparsi di carcere dopo l'abilitazione alla professione forense, quando, "da aspirante giurista innamorata della legalità, con il sogno di lavorare per la giustizia, incontrando le persone. L'idea nel mio immaginario era, all'epoca, quella del carcere quale luogo di espiazione ma, soprattutto, di rieducazione e reinserimento. Vinto il concorso da funzionario di polizia penitenziaria, nel 2010, ho potuto cominciare, non più e non soltanto a preoccuparmi ma ad occuparmi di carcere, un mondo spesso avvertito dalla società civile come un muro di cinta da additare e da cui tenersi lontani fisicamente, con il pensiero e con le emozioni.
Il carcere può sospendere unicamente il diritto alla libertà, mai annullare gli altri diritti fondamentali, come quello alla salute e alla risocializzazione. Si sconta una pena che non deve mortificare la dignità umana. Sono stata designata comandante del carcere di Bari nell'aprile del 2013. Il carcere è una istituzione totale, impossibile da conoscere alla maggior parte delle persone, impenetrabile a chi non abbia motivi personali per entrarvi.
Eppure di una realtà così sconosciuta la gente parla, come se la conoscesse. Il senso sociale si è creato convinzioni, dettagli, una rappresentazione fisica dei luoghi e dei tempi: ma questa è la rappresentazione dell'immaginario sociale, non della realtà del tempo e del luogo del detenuto, né, tantomeno, degli operatori penitenziari". Quella degli operatori, invece, è una vita ad "occuparsi di persone - come ribadisce Valeria Pirè - un universo variegato e complesso di visi, problemi, emozioni che attendono risposte, risposte che talvolta non sei in grado di dare".
Ma alle quali consenti di attraversarti. "E la giornata che ti prefiguri non corrisponde MAI alla giornata effettiva - continua - perché emergenze e urgenze sono determinate da questioni giuridiche, sanitarie, scadenze sopraggiunte, problemi improvvisi". Come la rivolta dell'8 marzo 2020: la protesta dei detenuti nacque dalla sospensione dei colloqui "a vista" con i familiari, introdotta con il decreto anti-contagio varato dal governo per fare pronte al diffondersi del Coronavirus.
"Un 8 marzo indimenticabile. E gli ultimi dodici mesi intensissimi, unici e terribili: nella mia carriera ho affrontato molte criticità, ma mai rivolte - ricorda il direttore Pirè. Ci hanno mosso spirito di squadra, disponibilità del personale, compattezza assoluta tra direzione e comando. E poi capacità di mediazione unita a fermezza e conoscenza profonda dei nostri interlocutori. I due mesi successivi sono stati tremendi: in istituto ininterrottamente dalle 7 del mattino alle 22, talvolta ben oltre e talvolta di notte, sempre accompagnata da questa sensazione di assoluta incertezza sul domani prossimo".
De Musso conferma: "Comandante e direttore restano sempre reperibili e raggiungibili. La vita privata? Tanta pazienza e comprensione dai nostri familiari". E il Covid? "Ha richiesto una capacità continua, incessante di flessibilità e rideterminazione e ricalendarizzazione dei processi e delle procedure, in un clima di indeterminatezza e precarietà - continua Pirè.
Grazie a dialogo e confronto serrato con la direzione sanitaria dell'Unità Operativa Complessa di assistenza sanitaria penitenziaria, alla collaborazione e interazione del nostro personale con il personale sanitario abbiamo attuato dei protocolli che fino ad oggi ci hanno consentito di avere un solo caso di Covid tra i detenuti presenti (a parte alcuni casi di detenuti appena arrestati).
I detenuti oscillano tra i 420 e i 435. Qui ci sono 5 reparti detentivi, suddivisi tra media e alta Sicurezza e Centro clinico. La sezione femminile è chiusa per ristrutturazione. La Casa circondariale di Bari ospita uno dei centri clinici dell'amministrazione penitenziaria, gestito dalla Asl, perché dal 2008 la medicina penitenziaria è passata al ministero della Salute. È presente un numero elevato di detenuti con patologie psichiatriche o borderline". Nei prossimi giorni partirà la vaccinazione di tutti i detenuti e di tutto il personale.
8 marzo, cosa dire da donne a donne? - "La capacità di reagire e di combattere per quello in cui si crede possono abbattere muri e produrre risultati inizialmente impensabili - dice Valeria Pirè -. Siamo creature complesse e quindi la complessità non ci deve spaventare".
"Alle donne voglio dire di avere sempre fiducia in se stesse e consapevolezza delle proprie potenzialità, passioni e risorse - commenta Francesca De Musso. E di essere "ala di riserva" per quelle donne che ne abbiano bisogno, nel loro processo di emancipazione totale e di libertà.
Voglio loro dire, con Clarissa Pinkola Estes: "andate e lasciate che le storie, ovvero la vita vi accadano, e lavorate queste storie dalla vostra vita, riversateci sopra il vostro sangue e le vostre lacrime e il vostro riso, finché non fioriranno, finché non fiorirete".
di Antonietta Nembri
vita.it, 8 marzo 2021
Grazie alla cooperativa sociale Bee.4 Altre Menti nel carcere di Bollate la connettività non è più un tabù, complice la pandemia da Covid-19. "Un'autentica rivoluzione per quelli che sono i canoni dell'universo penitenziario oltre ad essere una nuova chiave interpretativa per l'approccio al tema del lavoro in carcere", dice Pino Cantatore direttore della cooperativa
Per Marco Girardello, che si occupa della comunicazione per la cooperativa sociale bee.4 Altre Menti quella in corso è una vera "rivoluzione. Stiamo titillando un tabù del mondo carcerario".
Il tabù è la connettività, internet in cella. Ma per un'impresa sociale ("concepita dentro la galera" chiosa Girardello) fondata nel 2013 per avvicinare il percorso di detenzione alla finalità rieducativa della pena prevista dalla Costituzione e che lavora offrendo servizi alle imprese di Business process outsourcing (quali assistenza clienti, back office ecc.) dover fare a meno di 10 operatori su 50 in un colpo solo perché messi in isolamento a causa della pandemia significa "rischiare di perdere il cliente e di conseguenza buttare i posti di lavoro" scandisce Girardello. La soluzione in casi come questi è lo smartworking o l'home working che ci sta accompagnando da un anno.
Ma come fare smartworking considerando che la bee.4 però lavora all'interno della Casa di Reclusione di Milano Bollate? I dieci lavoratori sono persone detenute che, appunto, per un focolaio epidemico da Covid-19 si sono ritrovate in isolamento e nell'impossibilità di recarsi nella sede di lavoro che si trova nell'area industriale dello stesso carcere.
"I nostri clienti si attendono da noi continuità nell'operatività. La pandemia ci ha messi di fronte a diverse dinamiche, ma quest'ultimo avvenimento ci ha fatto fare un passo in più" continua Girardello. "Rinunciare voleva dire perdere di colpo tutti i posti di lavoro legati alla commessa. Per cui abbiamo "remotizzato" le postazioni di lavoro". La soluzione, non scontata, è stata quella di portare la connessione wifi direttamente nelle celle dei dieci lavoratori della cooperativa per permettere loro di continuare a operare per il call center.
Grazie alla lungimiranza della direzione dell'Istituto, infatti, è stato possibile elaborare un protocollo straordinario di intervento che sta consentendo in questi giorni di sperimentare questa nuova modalità di lavoro "a domicilio" fondato sull'accesso a forme di connettività alla rete internet, ovviamente, nel rispetto dei limiti di sicurezza previsti dall'Amministrazione Penitenziaria. A rendere possibile questa sperimentazione - precisano dalla cooperativa sociale - anche e soprattutto il supporto fornito da Fondazione Vismara nell'ambito del progetto "Lavorare ne vale la pena"
Osserva il direttore della cooperativa sociale bee.4, Pino Cantatore "la remotizzazione delle postazioni di lavoro in cella rappresenta un'autentica rivoluzione per quelli che sono i canoni dell'universo penitenziario oltre ad essere una nuova chiave interpretativa per l'approccio al tema del lavoro in carcere".
Dopo alcuni giorni (lo smartworking è partito il 17 febbraio) "possiamo dire che questa cosa funziona", osserva Girardello per il quale l'aspetto più importante è l'opportunità che questa sperimentazione offre in termini di lavoro e crescita personale. "Il carcere è il luogo della chiusura, del contenimento, ma è anche un contesto che deresponsabilizza. Con il lavoro invece rimettiamo tutto in gioco, la rieducazione è anche responsabilizzare le persone. La responsabilità è terapeutica e stiamo dimostrando che è praticabile" spiega. "Noi abbiamo portato i computer in cella, affidato strumenti che sono importanti non solo dal lato lavorativo, ma anche personale perché con la connettività cambia tutto. Anche se si tratta di una connettività protetta, filtrata e protocollata".
La scommessa dell'impresa sociale bee.4 è quella di sfruttare la tecnologia, "devi avere il know how giusto per vendere servizi di terziario avanzato e se spingi tutto questo le persone che lavorano con te a fine pena possono ancora giocarsi questa opportunità: a casa o in una sede esterna" precisa Girardello sottolineando come il lavoro in team, la presenza di team leader e l'attenzione alla formazione siano gli ingredienti fondamentali. "Concretamente metti le persone in un'ottica di possibilità che riesce a far immaginare una modalità di pena diversa che è rieducazione", conclude.
di Viviana De Vita
Il Mattino, 8 marzo 2021
La scritta rossa sulla stoffa nera: "Stop alla violenza sulle donne". È stato questo lo slogan scelto per decorare decine e decine di mascherine cucite a mano dalle detenute del carcere di Fuorni e presentate nel corso dell'iniziativa "Da donna a donna. Ricuciamo i legami".
La direttrice del carcere, Rita Romano, in occasione della festa della donna che sarà celebrata domani, ha infatti deciso di dare risalto al lavoro delle detenute attraverso un momento di svago, un flash mob organizzato dalla Fondazione della Comunità Salernitana presieduta da Antonia Autuori, insieme all'associazione musicale I Picarielli e all'associazione Campania Danza. L'evento, svoltosi ieri pomeriggio, nel cortile della casa circondariale, ha dato avvio a una raccolta fondi per potenziare il laboratorio di cucito presente all'interno del carcere. La manifestazione, che si è svolta nel pieno rispetto delle norme anticovid, è stata patrocinata dal Comune di Salerno, dal CIF - Comitato Imprenditoria Femminile della Cciaa di Salerno, dal Comitato Femminile Plurale di Confindustria e da FG - Industria Grafica.
ilpiacenza.it, 8 marzo 2021
Una delegazione regionale del sindacato di polizia penitenziaria Uspp ha incontrato il parlamentare piacentino Tommaso Foti (FdI) per fare il punto della situazione sul carcere piacentino. Il parlamentare piacentino Tommaso Foti (FdI) ha incontrato di recente una delegazione del sindacato Uspp Polizia Penitenziaria per fare il punto della situazione sulle criticità che il personale di polizia penitenziaria sta affrontando in questo difficile momento di Pandemia anche a Piacenza. Presenti all'incontro il coordinatore interregionale dell'Emilia-Romagna e Marche Gennaro Narducci, e il segretario provinciale Nicola Lucino. Presente anche il responsabile regionale enti locali Fabio Callori.
Nel suo intervento, il sindacato degli agenti ha sottolineato come quanto accaduto nella prima decade di marzo "abbia messo a nudo le criticità del sistema penitenziario che la nostra organizzazione sindacale ha sempre denunciato, ossia la carenza di organico del personale di polizia penitenziaria, il sovraffollamento dei detenuti e l'inadeguatezza delle strutture e delle strumentazioni in dotazione. Per questo motivo - hanno detto - c'è necessità di investire risorse, e i provvedimenti in discussione in Parlamento auspichiamo trovino finalmente il parere favorevole di tutte le forze politiche. Soprattutto riguardo all'invio urgente presso la struttura piacentina di almeno 30 nuovi agenti, anche se da ultimi dati sembrerebbe che il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria sia intenzionato ad inviare solamente 10 neo-agenti. Il carcere delle Novate è carente di ben 40 unità nei vari ruoli".
Successivamente, durante l'incontro, si è discusso sull'acquisto di nuove strumentazioni "per potenziare l'esecuzione penale esterna, unico modo concreto per contrastare il fenomeno del sovraffollamento dei detenuti. Esistono, inoltre, priorità che si possono affrontare a costo zero e, tra queste, c'è senza dubbio la necessità di rivedere l'attuale organizzazione del lavoro della Polizia Penitenziaria, non solo con la finalità di prevenire il contagio da covid-19, ma anche per contrastare il continuo incremento delle aggressioni subite dal personale".
Foti ha chiesto anche quale fosse la situazione del contagio da Covid-19 all'interno della struttura penitenziaria di Piacenza, ed è stato risposto che "la direzione del carcere ha fatto una buona campagna di prevenzione verso gli agenti di polizia penitenziaria e verso l'utenza detenuta".
Il segretario provinciale Nicola Lucino ha ribadito la proposta inviata ai vertici del Dipartimento tramite la segreteria nazionale, proponendo "una nuova organizzazione del lavoro per affrontare l'emergenza dell'attuale sistema di vigilanza dinamica, che ha visto un'apertura indiscriminata delle celle senza prevedere criteri di premialità".
Foti ha concordato e ha assicurato che la porterà all'attenzione del parlamento. Narducci ha invece evidenziato il problema dello stress correlato al lavoro in un Corpo che effettua un servizio difficile e stressante già nell'ordinario e che, con l'emergenza epidemiologica, ha affrontato momenti drammatici. Al termine dell'incontro il parlamentare piacentino si è impegnato a visitare insieme alla delegazione sindacale il carcere delle Novate e di organizzare un incontro con il personale di polizia penitenziaria alla presenza del leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni.
Ristretti Orizzonti, 8 marzo 2021
Torna in presenza, anche se limitata a soltanto due rappresentanti dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", l'edizione 2021 di "Un sorriso oltre le sbarre" nel carcere di Cagliari-Uta. La manifestazione di solidarietà, promossa da Sdr in collaborazione con la sezione di Cagliari della Fidapa, è dedicata alle donne private della libertà nella Giornata Internazionale della Donna. L'appuntamento, organizzato grazie alla collaborazione dell'Area Educativa dell'Istituto e della Direzione della Casa Circondariale "Ettore Scalas", consente annualmente alle detenute di trascorrere una mattinata con iniziative che permettono di riflettere sulla realtà femminile dietro le sbarre. Non solo detenute, ma anche Agenti di Polizia Penitenziaria e Funzionarie Giuridico-Pedagogiche che quotidianamente svolgono l'attività di recupero e risocializzazione.
"Con l'auspicio che presto possa terminare questo momento di grande difficoltà e la partecipazione all'iniziativa possa essere una vera occasione di scambio di esperienze, l'appuntamento per noi - affermano Elisa Montanari (Sdr) e Silvia Trois (Fidapa Cagliari) - è molto importante. Appena possibile infatti organizzeremo una giornata speciale con le donne detenute. Desideriamo però rivolgere a loro e a tutte le operatrici dell'Istituto un particolare augurio in una Giornata che celebra l'impegno femminile in ogni settore".
Anche nella Giornata di lunedì, grazie alla generosità di Paola Melis e della stilista Emma Ibba nonché alla disponibilità del Direttore Marco Porcu, ciascuna detenuta riceverà una busta contenente dei prodotti per la cura della persona. Oltre a spazzolino, dentifricio, shampoo e crema nel sacchetto ci sarà anche una mascherina realizzata dalla stilista.
A consegnare i prodotti con la presidente Elisa Montanari ci sarà Katia Rivano. L'appuntamento di domani segna anche la ripresa della presenza delle volontarie in carcere. "Speriamo - ha sottolineato Maria Grazia Caligaris, già presidente di Sdr - di poter riattivare al più presto la Parruccheria, il Coro, il corso di ricamo e le attività di danza-terapia nonché i colloqui a tu per tu. La volontà e l'impegno dell'associazione non sono mai venuti meno".
di Nadia Cossu
La Nuova Sardegna, 8 marzo 2021
Alle detenute donate anche due macchine da cucire per realizzare una tenda Le commissarie pari opportunità: "Determinante la generosità della gente". Quella che inizialmente era solo una richiesta piena di speranza rivolta dalle detenute di Bancali alle commissarie regionali delle Pari opportunità (che erano andate in visita nel carcere sassarese ai primi di gennaio), oggi è diventato un progetto vero e proprio che presto entrerà anche in altri istituti penitenziari dell'isola che ospitano detenute.
Venerdì mattina davanti a quelle donne commosse e con lo sguardo colmo di gioia le commissarie del Nord Sardegna Martina Pinna, Paoletta Zolo, Anna Cherchi e Zoraida Dolores De La Rosa, accompagnate dalla presidente Francesca Ruggiu e dal garante dei detenuti Antonello Unida hanno incontrato il direttore Graziano Pujia e il vicecomandante della polizia penitenziaria e hanno quindi consegnato i doni di Sassari alla sezione femminile del carcere di Bancali. Perché di questo si è trattato: del frutto della sensibilità mostrata da commercianti e artigiani della città.
Ai primi di gennaio, infatti, le detenute avevano espresso il desiderio di avere a disposizione dodici metri di stoffa per poter cucire una tenda e usarla per coprire le grate all'interno della cappella del carcere. Un piccolo sogno che da subito aveva svelato la grande dignità di queste donne: vivere la preghiera dimenticando almeno durante la celebrazione della messa di essere dentro un carcere.
E la risposta di Sassari è arrivata subito dopo: il negozio di tessuti "Diana" di via Brigata Sassari ha donato la stoffa, "Chicca Pe" (Costanza Pedoni) conosciuta a Sassari per i suoi bellissimi lavori di cucito ha voluto regalare dei pizzi e le macchine da cucire per realizzare la tenda. E, ancora, la sarta Silvia Franca si era proposta per insegnare alle detenute come si lavorano le stoffe. Un corso di cucito che deve ancora essere autorizzato. Anche un negozio di Ottica si era reso disponibile a donare alcune paia di occhiali alle detenute. Ora si è aggiunta anche una lavatrice che è stata messa a disposizione dalla famiglia Mura, titolare dei supermercati Crai ed Eurospin e che ieri è stata consegnata alle detenute insieme agli altri oggetti.
Un'iniziativa molto importante che, con l'approvazione della commissione, è partita da Sassari ma presto approderà anche in altri istituti penitenziari sardi. Un progetto portato avanti "in un periodo in cui l'epidemia sta allontanando le persone l'una dall'altra - avevano spiegato le commissarie del Nord Sardegna - privandole della motivazione primaria alla socialità". Per questo avevano voluto dimostrare la loro vicinanza "a chi è costretto ancora di più all'isolamento sociale, sia per via della misura detentiva che per ragioni di lavoro".
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