di Michele Giorgio
Il Manifesto, 7 marzo 2021
Benyamin Netanyahu a inizio settimana aveva annunciato ogni sforzo diplomatico pur di bloccare l'indagine per crimini di guerra nei Territori palestinesi occupati aperta formalmente dalla Corte penale internazionale. Ed è stato di parola. L'Amministrazione Biden si è subito schierata dalla parte di Israele contro la procuratrice internazionale Fatou Bensouda, senza ripetere le minacce e le sanzioni di Donald Trump contro i giudici dell'Aia. Nella prima telefonata l'altra sera fra Kamala Harris e il primo ministro israeliano, la vice presidente oltre a ribadire "la partnership su questioni di sicurezza regionale, compreso il programma nucleare iraniano" e l'appoggio agli accordi di normalizzazione fra Israele e paesi arabi, ha espresso una netta opposizione al procedimento avviato dalla Cpi.
Il colloquio è servito a fugare i timori israeliani su relazioni più tiepide con la nuova Amministrazione dopo la luna di miele durata quattro anni con Trump e il suo entourage. Il mese scorso Joe Biden ha avuto una lunga conversazione telefonica con Netanyahu, primo leader in Medio Oriente sentito dal presidente Usa ma il 12esimo del mondo nonostante gli strettissimi rapporti fra i due paesi. Kamala Harris, sostenitrice entusiasta di Israele, con la sua telefonata ha confermato che è tutto ok tra i due alleati. Anche il segretario di Stato Tony Blinken ha fatto la sua parte. Deplorando l'indagine della Cpi, Blinken ha sostenuto che la Corte dell'Aia "non ha giurisdizione in materia perché non ne fa parte Israele, inoltre i palestinesi non hanno uno Stato sovrano e non possono essere un membro della Cpi". Gli Stati Uniti, aveva twittato in precedenza, "si oppongono fermamente a un'indagine @IntlCrimCourt sulla situazione palestinese. Continueremo a sostenere il nostro forte impegno nei confronti di Israele e della sua sicurezza anche opponendoci ad azioni che cercano di prenderlo di mira ingiustamente". Oltre agli Usa, Netanyahu conta di ottenere al più presto il sostegno di altri paesi, non solo occidentali.
La procuratrice Bensouda indagherà su possibili crimini di guerra commessi da Israele, e anche dal movimento islamico palestinese Hamas, dal 13 giugno 2014 in poi. Con un focus particolare sull'offensiva israeliana Margine Protettivo contro Gaza costata la vita a oltre duemila palestinesi (in buona parte civili secondo i dati delle organizzazioni internazionali) e la distruzione totale o parziale di decine di migliaia di abitazioni. Israele non coopererà in alcun modo con l'indagine e, secondo indiscrezioni riportate da media locali, avrebbe rivolto pesanti ammonimenti all'Autorità nazionale palestinese minacciando sanzioni, anche contro il suo presidente Abu Mazen, se collaborerà con Fatou Bensouda.
Nella prima fase delle indagini verranno raccolte le testimonianze delle vittime dei crimini. Successivamente la procuratrice chiederà pareri sulle regole di ingaggio e su come vengono attuate a organizzazioni per i diritti umani, esperti e forse anche a ex militari israeliani. Le indagini potrebbero richiedere anni prima che siano emessi eventuali mandati di arresto. In un'intervista il ministro della difesa Benny Gantz ha stimato in centinaia gli israeliani che potrebbero finire sotto inchiesta ma, ha aggiunto, "ci prenderemo cura di tutti", anche con comunicazioni tempestive sui rischi relativi ai loro viaggi all'estero. Lo stesso Gantz è indicato come uno degli indagati poiché era capo di stato maggiore durante Margine Protettivo. Due anni fa il ministro israeliano mise in rete un filmato che, mostrando le macerie di Gaza, accreditava il suo pugno di ferro contro i palestinesi.
di Sebastiano Diamante
La Repubblica, 7 marzo 2021
I giudici di Catania hanno detto di no all'estradizione di Maxim Bakhtin accusato di truffa: "Mai preso quei soldi". "Sono una vittima del sistema politico, in Russia marcirei in cella senza aver commesso alcun reato". I giudici della corte d'Appello di Catania hanno negato la richiesta di estradizione di Mosca nei confronti di Maxim Bakhtin, 46 anni, che potrà così rimanere in Italia grazie a una protezione sussidiaria internazionale e a un permesso di soggiorno di cinque anni.
Ci sono elementi da spy story in ciò che è accaduto al docente universitario russo, arrestato in Sicilia nel 2020: su di lui pendeva un mandato di cattura internazionale, con le accuse di truffa e appropriazione indebita, per fatti che risalivano a sette anni prima. Ma la verità, stando al docente russo, è nascosta nella sua candidatura nel 2016 alla Duma di Mosca, il Parlamento della città, col partito "Russia giusta", in contrapposizione a "Russia unita", partito di maggioranza nel governo del Cremlino.
Ma andiamo con ordine. Nel 2013 Bakhtin insegnava Storia e Filosofia nella sede distaccata di una università privata di Mosca. Assieme ad altri docenti avrebbe dovuto tenere un corso per il quale gli studenti avevano pagato le quote d'iscrizione (in tutto 15mila euro) "direttamente all'università - sostiene - non a me". Ma il corso non si tenne. "Io non percepii denaro - racconta Bakhtin - né nessuno me ne chiese conto". La sede dell'ateneo, dopo qualche mese, chiuse e finì anche il suo rapporto di lavoro.
Nel 2016 Maxim Bakhtin, da sempre appassionato di politica, decise di candidarsi alla Duma di Mosca nelle file del partito anti-Putin. E lì cominciarono i guai. "Un mese prima delle elezioni - sostiene - ricevetti minacce telefoniche perché ritirassi la mia candidatura. Una settimana prima del voto, la polizia venne a casa mia con il pretesto di effettuare controlli". Bakhtin non fu eletto, piazzandosi terzo nella sua lista, ma capì che era meglio "cambiare aria": "Temevo il carcere, così andai via dalla Russia nel settembre 2017".
Ha lasciato tre figli e l'ex moglie, rimasti a Mosca, e ha girato per un po' l'Europa: Francia, Spagna, Germania. Poi è andato in Tunisia e successivamente è approdato in Italia. "Ero affascinato dalla Sicilia - dice - e ho scelto Siracusa, città in cui mi sono trasferito nel 2020". Ha partecipato a seminari di studio su storia e filosofia, collaborando con docenti italiani. A febbraio del 2020 il tribunale distrettuale di Kuzhminsk, a Mosca, ha emesso un mandato di arresto e la richiesta di estradizione nei suoi confronti. Il docente, che rischia sei anni di carcere, è stato arrestato dalla polizia ferroviaria nel maggio 2020, mentre andava da Siracusa a Taormina, e condotto in carcere a Catania. "Il nostro assistito - spiegano i suoi legali, Salvatore Di Fede e Paolo Occhipinti - è ancora in attesa di un processo. È stata chiesta una misura cautelare a sette anni di distanza dai fatti per i quali è accusato, eppure ha girato liberamente in Russia fino al 2017".
Dopo essere stato scarcerato, ha avuto l'obbligo di firma e si è spostato nel Ragusano: Donnalucata, Modica, Scicli e ora è a Ragusa Ibla. Ha il permesso di soggiorno ma ha chiesto asilo politico. "Cercavano una scusa - dice Bakhtin - per sbattermi in galera. I soldi non c'entravano nulla: sono perseguitato per motivi politici". Nel suo futuro c'è l'Italia. "Mi piacerebbe lavorare in una università - conclude - e continuare e dedicarmi ai miei studi".
di Mario Mancini (Mlal) e Nicola Morganti (Acra)
Corriere della Sera, 7 marzo 2021
Le ong dopo l'uccisione dell'ambasciatore italiano, La questione della sicurezza, l'incolumità fisica e la salvaguardia dei progetti e delle comunità. Necessari un lavoro di analisi, preparazione, pianificazione e monitoraggio. Di fronte a tragici fatti come la morte dell'ambasciatore Luca Attanasio in Nord Kivu, torna l'attenzione sul tema della sicurezza di operatori umanitari, cooperanti e volontari all'estero. Spesso il dibattito si focalizza sull'evento decontestualizzato, generando semplificazioni e strumentalizzazioni.
Le ong sono impegnate nelle aree di conflitto armato, più o meno dichiarato, dove ogni tipo di violenza, rischi e morte sono fattori costanti: rapimenti, potenziale coinvolgimento in azioni di protesta e blocchi, incidenti in strade dissestate e malattie. La "sicurezza" nelle ong non è solo questione d' incolumità fisica dei cooperanti, riguarda la salvaguardia dei progetti e delle comunità nei Paesi. È una preoccupazione costante, un lavoro di analisi, preparazione, pianificazione e monitoraggio, contestuale alla gestione dei programmi. Essenziale è la collaborazione tra soggetti della cooperazione non governativa per definire strategie condivise, costruire competenze e definire meccanismi di risposta più efficaci.
L'Aoi da tempo sta realizzando un lavoro di rete, accelerato ulteriormente con la pandemia iniziata lo scorso anno. Infatti, nel marzo 2020 Aoi ha rapidamente messo in piedi una task force per offrire supporto al rientro di volontari, cooperanti e loro familiari presenti in decine di Paesi che dovevano rientrare in Italia. Questo, segnalando alla Farnesina i casi che necessitavano un intervento delle rappresentanze diplomatiche. Il lavoro sta continuando su vari livelli, dalla formazione degli operatori al supporto agli associati sul tema Safety & Security. Pur nella consapevolezza di non poter risolvere qualsiasi situazione, abbiamo la certezza che servono un percorso di "sistema" tra organizzazioni, una preparazione adeguata e uno scambio attivo di informazioni per affrontare con autorevolezza la gestione dei rischi e realizzare.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 7 marzo 2021
Fatta trapelare alla stampa una controversa bozza di riforma del diritto di famiglia. Servirà il permesso di un uomo per sposarsi, decidere sulla salute dei figli e viaggiare. Le organizzazioni femministe: si torna indietro di 200 anni.
Il regime egiziano mette le mani sul diritto di famiglia e le donne si mobilitano. In un paese in cui la povertà avanza a passo spedito colpendo soprattutto le categorie economicamente più fragili, tra cui le donne, in cui l'Onu stima che il 99% di loro ha subito almeno una volta nella vita una forma di violenza, in cui si calcolano centinaia di prigioniere politiche sottoposte ad abusi quotidiani (tre di loro condannate alla pena capitale), ora Il Cairo sta lavorando a un arretramento dei diritti delle donne.
Sul tavolo ci sono una serie di emendamenti al diritto di famiglia che riducono le donne a soggetti meno capaci degli uomini nella gestione della propria vita e di quella dei figli. Nella bozza della riforma fatta trapelare alla stampa è infatti prevista la figura del guardiano, un uomo che dovrà dare il proprio consenso alla donna - che sia la figlia, la moglie o la sorella - che intende viaggiare, sposarsi o prendere decisioni sulla salute dei figli. Quarantacinque pagine che hanno provocato la sollevazione delle organizzazioni per i diritti umani e le associazioni femministe che descrivono la bozza una riforma "arcaica" che riporta il paese indietro di 200 anni. Tra gli articoli più controversi, c'è quello che riconosce al guardiano il diritto di annullare il matrimonio della figlia, della sorella o della nipote entro un anno se ritiene che il coniuge non sia di pari livello sociale o di suo gradimento, o se l'unione è avvenuta senza il suo consenso.
Una forma legale di oppressione, l'hanno definita sulla stampa araba svariati analisti, "che ribadisce la cultura patriarcale dominante della classe dirigente". A nulla serve avere otto ministre nel governo o quote rosa in parlamento se la stragrande maggioranza delle donne egiziane è legalmente considerata incapace di decidere per sé.
Lo mette nero su bianco un altro articolo della riforma che toglie potestà alla madre in merito alla salute e l'educazione dei figli, fino alla registrazione dei nuovi nati, possibile solo in presenza del padre. C'è poi il capitolo poligamia: l'uomo potrà sposare un'altra donna limitandosi a informare la moglie, pena l'arresto. Alla moglie viene tolto il diritto di rigettare il secondo matrimonio e di divorziare, le condizioni previste dall'islam. Unica nota positiva è l'"assicurazione" a favore della donna in caso di divorzio non consensuale, una previsione apprezzata soprattutto dalle classi più basse, dove un divorzio può costare alla donna che non lavora l'unica fonte di sopravvivenza economica.
Ma se la legge non è stata ancora approvata, 50 organizzazioni di donne egiziane si sono già mobilitate con una dichiarazione congiunta che chiede il rispetto dei diritti umani fondamentali e della stessa Costituzione: alla base sta la richiesta, basilare, di riconoscere l'uguaglianza legale di donne e uomini, nella società come in famiglia. "Rigettiamo totalmente questa legge - il commento dell'Egyptian Centre for Women's Rights - Abbiamo donne ministre che firmano contratti milionari in nome dello Stato, ma che con questa riforma non potrebbero nemmeno sposarsi liberamente o viaggiare, nemmeno per lavoro, senza il permesso del guardiano".
di Carla Chiappini*
Ristretti Orizzonti, 6 marzo 2021
Quali dovrebbero essere le caratteristiche e i comportamenti di un'organizzazione a cui per dettato costituzionale viene assegnato il compito di "rieducare"?
In questi giorni compio vent'anni di impegno in carcere; un impegno in larghissima parte volontario e in qualche rara - ma molto piacevole - occasione anche retribuito.
Compio vent'anni, dunque, ed esco proprio dal primo istituto, da quello in cui ho cominciato nella primavera del 2001; tanti ricordi e tanti pensieri nella mia mente, pensieri anche molto intimi con qualche domanda su cui vorrei soffermarmi a partire da quell'art.27 di cui cito il punto che tanto mi è caro: ... Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
di Maria Brucale
Il Domani, 6 marzo 2021
La protezione della segretezza del rapporto difensivo è parte del volto costituzionale della pena e l'avvocato ne è espressione. Gli agenti del Gom non consentono all'avvocato di portare con sé i propri appunti, i propri oggetti personali, le penne, se non sono trasparenti, perché potrebbero occultare "pizzini", controllano gli orologi che potrebbero nascondere strumenti di video ripresa o di registrazione. È inaccettabile che il difensore che si rechi in un istituto detentivo dai propri assistiti in 41bis sia investito con violenza dal sospetto che possa fare del colloquio uno strumento per trasmettere messaggi di contenuto criminale.
fuoriluogo.it, 6 marzo 2021
Giovedì prossimo si torna a parlare di carcere presentazione on line del XVII Rapporto sulle condizioni di detenzione di Antigone. "Oltre il virus" è il titolo del XVII Rapporto sulle condizioni di detenzione di Antigone che sarà presentato giovedì 11 marzo, alle ore 11.00, in diretta sulla pagina Facebook e il canale YouTube dell'associazione.
di Angela Stella
Il Riformista, 6 marzo 2021
"Stupisce che sia stato chiesto conto al Dap della Circolare che mirava a segnalare i detenuti più a rischio per il Covid e non del silenzio su quelle morti. La galera non si governa con il pugno duro, se ci fosse stato più dialogo forse si sarebbero evitati dei drammi".
Ad un anno dalle rivolte nelle carceri che tra il 7 e il 9 marzo 2020 hanno sconvolto il nostro Paese, ci confrontiamo con il dottor Riccardo De Vito, magistrato di sorveglianza e presidente di Magistratura Democratica, la cui sensibilità culturale e costituzionale nei confronti della questione penitenziaria è nota a tutti. Dal Riformista lancia una proposta provocatoria sui vertici del Dap: "È impensabile che quel posto venga occupato da un "non magistrato"?
di Attilio Bolzoni*
Il Domani, 6 marzo 2021
"I ragazzini di San Cristoforo ammanettati e incarcerati, i boss mafiosi che fanno affari coi soldi della droga e i figli della Catania bene indaffarati a cercare un altro posto dove comprare l'erba e la coca, prima di andare a una festa, prima di farsi uno spinello sotto la luna, davanti al mare".
È una mattina fredda di gennaio. Le sirene spiegate e il frastuono degli elicotteri incombono sulla via Stella Polare e i mezzi della polizia calano in forze fino al confine col vecchio quartiere San Cristoforo. Entrano nelle dimore che ospitano la miseria, quella vera, dove "improbabili giacigli sono calunniati come letti" e si portano via uomini e ragazzi impiegati nello spaccio della droga. Giovani disgraziati, vissuti nel disagio, hanno creduto che fosse più facile vendere fumo e bustine di coca anziché lavorare. Con due notti di spaccio riesci a comprarti un iPhone, mentre lavorando un mese in nero al mercato riesci a mala pena a sopravvivere. La mattina le foto degli arrestati sono esibite nella consueta conferenza stampa. In città i benpensanti si sentono rassicurati, come sempre. Ma se si riflette un attimo c'è poco da stare sereni.
di Errico Novi
Il Dubbio, 6 marzo 2021
Marta Cartabia chiede di cambiare la prescrizione senza strappi. Martedì nuovo vertice di maggioranza. Lunedì 15 marzo l'intervento nelle commissioni Giustizia di Camera e Senato. Poi la ministra chiederà ai partiti una sintesi, che superi la norma Bonafede. Altrimenti a fine mese sarà lei a prendere l'iniziativa.
È l'ora. Certo, detto così sembra il finale di una tragedia. Non lo sarà. Né per il Movimento 5 Stelle né per chi, come Marta Cartabia e alcuni leader di maggioranza, dovrà dirigere il lungo addio alla legge Bonafede. Ma intanto si può parlare di un piccolo drammatico passaggio destinato a consumarsi nella coalizione di governo. Sulla giustizia penale, of course.
Cambierà la prescrizione. Nel giro di qualche settimana sapremo come. E lo sapremo in parte martedì prossimo, giorno in cui la guardasigilli ha fissato un vertice di maggioranza a via Arenula (da svolgersi almeno in parte "in presenza"). Se ne saprà di più e meglio la settimana ancora successiva, a un'ora e un giorno esatti, cioè lunedì 15 marzo alle 15: in quella occasione Cartabia esporrà le linee programmatiche in commissione Giustizia alla Camera, e poco dopo lo farà in Senato.
Si capirà (quasi) tutto il 29 marzo, quando scade il termine degli emendamenti alla riforma del processo penale. In quel ddl è incistato il lodo Conte bis, ed è lì che in un modo o nell'altro si cercherà di rimettere a posto la prescrizione soppressa da Bonafede.
I protagonisti del vertice (e della trattativa) - Primo step martedì prossimo dunque. Due giorni fa la ministra della Giustizia ha fatto partire gli inviti per il vertice. Ci saranno i presidenti delle due commissioni Giustizia: Mario Perantoni, deputato 5 stelle, e Andrea Ostellari, senatore leghista. Con loro i sottosegretari alla Giustizia, pure connotati con bilanciata giustapposizione: la pentastellata Anna Macina e l'azzurro Francesco Paolo Sisto. In più, il folto numero dei capigruppo di maggioranza nelle due commissioni. Certamente presenti dunque i protagonisti del dibattito sul ddl penale alla Camera, da Enrico Costa di Azione a Giovanni Bazoli del Pd, da Pierantonio Zanettin di Forza Italia e Carla Giuliano dei 5 stelle fino a Federico Conte di Leu e Lucia Annibali di Italia viva. Il primo autore dell'omonimo lodo, la seconda titolare dell'emendamento anti Bonafede.
Non ci sarà un dibattito serrato. Ma una intesa sul metodo sì: si discute, si avanzano proposte, non si scatenano guerre. Dai colloqui che la guardasigilli ha avuto con diversi esponenti dei partiti di maggioranza è emersa fra l'altro una sua precisa intenzione: nessuno deve essere mai messo nelle condizioni di sentirsi isolato ed escluso dal dialogo. Vale anche per il Movimento 5 Stelle in materia penale e in particolare per la prescrizione di Bonafede. Cosa esattamente ne potrà conseguire, non è scontato. Ma una cosa è certa: gli emendamenti che modificano la legge cara ai 5 stelle non saranno affatto proibiti. E soprattutto, non si può escludere che sia proprio la ministra a proporre non una piccola azione di microingegneria legislativa, ma un complesso di interventi che rimodellino il ddl penale del suo predecessore su alcuni aspetti. Prescrizione compresa.
Il ruolo di Enrico Costa - È possibile che finisca proprio così. Non è scontato. Ma c'è un aspetto da cui dipende molto. E riguarda Enrico Costa, il parlamentare che più di tutti, in assoluto, si è battuto contro la norma di Bonafede. Cartabia gli ha espresso sincero apprezzamento per la scelta di annunciare prima di altri il ritiro degli emendamenti anti Bonafede dal decreto Milleproroghe. Alla mossa del deputato di Azione (ed ex viceministro alla Giustizia con FI) è seguita l'adesione al disarmo da parte di Forza Italia, Lega e Italia viva. E ancora, la prima riunione con Cartabia a Montecitorio subito dopo il voto di fiducia a Mario Draghi, poi il no con sfumature variate all'emendamento trappola lanciato da Fratelli d'Italia in Aula.
Costa è considerato interlocutore non eludibile anche dal Pd, che aveva suggerito per lui un incarico da relatore sul ddl penale, ora ricoperto dal dem Franco Vazio e dalla 5 stelle Giulia Sarti. Non si può escludere il sorprendente avvicendamento fra uno dei due deputati dell'ex maggioranza giallorossa e Costa, che prenderebbe il timone di un ddl scritto dal suo grande avversario, l'ex guardasigilli. In tal caso, la ministra Cartabia potrebbe affidare proprio al deputato di Azione uno sforzo di sintesi sulla riforma del processo, che comprenda anche la modifica della prescrizione.
Cambia la prescrizione, ma non solo - È un'ipotesi realistica anche perché il deputato di Azione avrebbe già messo a punto un pacchetto integrato di modifiche, che vanno dal recupero di una vecchia proposta sua e di Gaetano Pecorella con cui diventa necessario far precedere l'interrogatorio all'eventuale misura cautelare detentiva, fino alle diverse modifiche che includerebbero anche la prescrizione per fasi. L'articolato disegno riformatore prevede la decadenza dell'azione penale come sanzione per il mancato rispetto di tempi limite massimi (anche nella fase delle indagini) e modellati in base alla complessità. Nel caso dei maxi processi di mafia, per intenderci, i tempi limite resterebbero molto lunghi.
Costa potrebbe dunque tentare un dialogo anche con i 5 Stelle su tale impostazione, che peraltro riprende molte proposte della "vecchia" commissione ministeriale Fiorella, riferimento cruciale per ogni ipotesi seria di revisione sul processo. E se l'ex viceministro si mostrasse disponibile a superare la prescrizione di Bonafede senza rinunciare alla mediazione, l'iniziativa resterebbe sua. Se invece il dialogo non funzionasse, Cartabia prenderebbe l'iniziativa e probabilmente avanzerebbe lei, come ministra, una proposta di revisione del ddl che intervenga su diversi aspetti. Prescrizione inclusa, comunque.
Ma l'intento della guardasigilli sembra orientato a promuovere, da martedì in poi, il più possibile una soluzione concertata fra le forze di maggioranza. Graduale ma efficace. Preferirebbe che il Movimento 5 Stelle non finisse all'angolo. Né che succeda ad altri con provvedimenti altrettanto controversi, come la riforma del Csm, di cui pure si parlerà martedì. La guardasigilli esporrà l'ipotesi, essenziale per il Recovery plan, di un decreto che anticipi alcuni aspetti della nuova giustizia civile, in particolare sulla crisi d'impresa. Ma soprattutto, chiederà di avere uno sguardo costituzionale, il meno ideologico possibile. A tutti. A Costa come ai pentastellati. Risolvere, senza mortificare nessuno. Ma senza nemmeno eludere le scadenze.
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