di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 6 marzo 2021
"Restituire credibilità ed efficienza alla giustizia costituisce oggi più che mai una necessità: nella crisi sociale ed economica, aggravata dalla pandemia, dobbiamo fare in modo che la giustizia non diventi un problema ma sia parte della soluzione dei problemi, contribuendo a restituire al Paese coesione sociale e competitività. Le condizioni ci sono tutte, il punto è saper cogliere le opportunità che la crisi ci ha dato e mettere a frutto la lezione che ci ha lasciato", afferma la dottoressa Cristina Ornano, giudice a Cagliari e presidente nazionale di Areadg, il raggruppamento della magistratura progressista.
Presidente, il governo è cambiato, il guardasigilli anche. Da dove partire?
Urga cambiare metodo e approccio, abbandonando steccati e conflitti. Serve confronto e condivisione per trovare soluzioni strutturali e di ampio respiro che rispondano realmente all'interesse generale.
Cosa non andava nel metodo precedente?
La condivisione presuppone il confronto nel momento in cui si elaborano le proposte. Chiedere un parere quando una proposta di riforma è ormai bella e fatta è una cosa completamente diversa.
Ha fiducia nella ministra Marta Cartabia?
Sì, perché ha già dato prove positive in tal senso e perché è una donna che esprime insieme alla sua sensibilità competenze e valori molto alti: un mix che può fare la differenza.
Parliamo invece di opportunità...
Abbiamo un'occasione unica e imperdibile offerta dai fondi europei del Next Generation Eu, che ci danno la possibilità di progettare riforme strutturali e di medio e lungo periodo in modo da guardare, più che al processo, all'organizzazione giudiziaria, alla digitalizzazione, all'innovazione tecnologica, all'intelligenza artificiale. Tenendo sempre presente che il personale giudiziario dovrà essere il motore dell'innovazione organizzativa. E a tal proposito, l'unico settore nel quale negli ultimi dieci anni abbiamo avuto un recupero di efficienza, ossia il civile, è quello nel quale vi è stato un serio investimento in termini di innovazione tecnologica con il Pct.
Un commento sulla riforma dell'ex ministro?
Premesso che non ci servono più leggi manifesto, per dire che si è fatto qualcosa ma senza risolvere nulla o addirittura aggravando le cose, la riforma Bonafede era molto articolata e, quindi, lo è anche il giudizio su di essa. Alcune parti, penso all'organizzazione delle Procure, sono certamente apprezzabili; altre, come quelle che pretendono di assicurare tempi ragionevoli alla durata del processo imponendo ai magistrati di rispettare termini che non sono nella loro disponibilità e sanzionandone l'inosservanza con il disciplinare, sono totalmente irricevibili. Non servono ad assicurare una giustizia efficiente e giusta e si traducono in misure punitive contro i magistrati, veicolando il messaggio falso per cui le lentezze della giustizia sarebbero causate dalla nostra scarsa laboriosità. Cosa che anche l'ultimo rapporto Cepej smentisce. Anche il blocco della prescrizione, se non verrà controbilanciato da misure, come la prescrizione processuale, rischia di affossare definitivamente il processo penale e di tradursi in un capestro inaccettabile per le persone coinvolte nel processo. Su questo terreno è necessario un intervento di seria e coraggiosa depenalizzazione che alleggerisca il carico penale ormai insostenibile. In Italia ci sono troppi reati e troppi imputati e questo nuoce ad una azione di serio contrasto alla vera criminalità.
Una riforma che andava fatta e che vorrebbe veder recuperata?
Penso in particolare a quella sull'Ordinamento penitenziario. So bene che intorno al tema del carcere muovono molti pregiudizi, ma credo che la conoscenza dei problemi del carcere e dei detenuti aiuterebbe anche la politica a superare i pregiudizi. Il sistema italiano è carcerocentrico, e ci sono troppi detenuti. Occorre riprendere al più presto gli esiti degli Stati generali e dare avvio alla riforma che vada nel segno di una umanizzazione delle condizioni dei detenuti, apra alle pene alternative e alla giustizia riparativa.
La prossima settimana Areadg organizzerà un convegno sulla giustizia tributaria. Può anticipare qualcosa?
Da tempo stiamo dedicando particolare attenzione al tema della giustizia tributaria, perché lo riteniamo un settore strategico per il Paese e ingiustamente trascurato. Qualche mese fa abbiamo organizzato un seminario in cui sono emersi due dati: il primo è che esiste una generale condivisione sulla necessità di una riforma della giustizia tributaria, il secondo è che non vi è una idea condivisa sul come la riforma debba essere fatta. Il rischio è che in un sistema come questo, non riformato da troppo tempo, nelle pieghe dei problemi si possano insinuare posizioni di potere, rendite, interessi partigiani che potrebbero rendere difficile il cammino verso una riforma capace di restituire efficienza e trasparenza. Punti cardini dovranno essere la professionalizzazione del giudice tributario, la formazione, la sua autonomia e indipendenza effettiva.
In Cassazione metà del contenzioso civile è presso la Sezione tributaria...
È uno dei nodi della crisi della giustizia tributaria, ma insieme è una delle chiavi di soluzione del problema. Nel tributario, specie in Cassazione, si affrontano questioni giuridiche tecnicamente complesse e occorre fare i conti con una normativa in rapido mutamento: quello della nomofilachia è un tema delicatissimo. I tempi "irragionevoli' del processo e un arretrato, oltre 52mila cause, ormai non più gestibile con le misure ordinarie, rendono il compito complicato da realizzare. Restituire efficienza alla giustizia tributaria specie in Cassazione è un obiettivo ineludibile per i contribuenti che attendo risposte, ma anche per l'intera organizzazione della Corte, penalizzata da questo esorbitante arretrato. Affronteremo il tema dell'abbattimento dell'arretrato nel convegno della prossima settimana in cui abbiamo chiesto agli attori ed esperti del processo tributario di confrontarsi su quali misure mettere in campo con i fondi europei per incidere su quel grave carico giudiziario. La riforma del processo tributario sarà oggetto, invece, di un prossimo convegno.
Si sente di dire qualcosa sulla vicenda "Palamara"?
Dopo i fatti dell'hotel Champagne e le chat di Palamara, la magistratura appare divisa al suo interno e fatica a superare il momento di crisi. È così. La crisi ha attinto tutti e ha creato un senso di sfiducia soprattutto in chi, e sono la stragrande maggioranza dei magistrati, a quella caduta etica era ed è estraneo. Il rischio è che la reazione sia un ripiegamento in un'autoreferenzialità corporativa, che porterebbe la magistratura ancora più lontana dai cittadini. La magistratura deve invece saper riformare se stessa per difendere i valori dell'autonomia e dell'indipendenza quali precondizioni per assolvere all'alta funzione che la Costituzione le assegna.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 marzo 2021
"È entrato in carcere con le sue gambe e ora è in carrozzina. Aveva tutti i suoi denti e ora ha perso il conto di quelli che non ha più, tra l'altro spariti dalla sua cella dopo una perquisizione". A segnalare il caso all'associazione Yairaiha Onlus è la compagna di un detenuto malato oncologico. Ultimamente gli fuoriesce il sangue dal naso e dalla bocca con il sospetto che sia dovuto dalla terapia che sta facendo. Non solo. A ciò si aggiunge che è un detenuto in attesa di giudizio, ma è recluso in una sezione dove ci sono tutti condannati definitivi. Si professa innocente, dice di non appartenere al clan della 'ndrangheta e si sente minacciato. Il risultato è che vive, volontariamente, come se fosse a un 41bis: 24 ore su 24 non esce dalla propria cella.
Parliamo di Carmine Multari, un caso seguito da Yairaiha Onlus e che del quale si è già occupato Il Dubbio quando, una volta dismesso dall'ospedale perché ricoverato per aver contratto il Covid 19, è ritornato nel carcere di Opera nonostante il suo complesso quadro clinico. La compagna ha denunciato che Multari non è mai stato seguito adeguatamente né dal centro clinico dove era prima di contrarre il Covid né ora dove si trova nel primo reparto del carcere milanese. "La notte passata ha perso sangue dalla bocca e dal naso ma nessuno sembra ascoltarlo quando dice che i farmaci non sono adeguati a quella che dovrebbe essere la sua terapia. Gli stanno distruggendo il corpo", racconta con preoccupazione la compagna. Il processo in corso si celebra presso il tribunale di Vicenza. Per questo ha chiesto di essere trasferito nel carcere vicino, ma anche perché c'è l'ospedale che lo aveva in cura e operato. Ma sta avendo difficoltà nonostante il parere positivo del Gup.
La preoccupazione si fa più concreta quando il detenuto ha appreso che tra i medicinali che gli vengono somministrati vi sarebbe un farmaco "salvavita". Ma ad oggi non è stata comunicata alcuna patologia tale da mettere a rischio imminente la sua vita. Il suo legale, l'avvocato Lorenzo Manfro, anche alla luce dei fenomeni di sanguinamento tanto dal naso quanto dalla bocca, ha chiesto con urgenza di avere una copia della cartella clinica aggiornata per poterla girare al medico di fiducia esterno alla struttura e capire effettivamente le sue condizioni di salute.
Ma, com'è detto, a questo si aggiunge un altro grande problema. Lo stesso Multari ha inviato alle autorità competenti, dal Dap ai giudici dell'udienza preliminare, una missiva che ha come oggetto la dichiarazione del divieto di incontro con la popolazione detenuta. Premette che si reputa estraneo alle accuse contestategli, ossia di essere membro delle cosche "ndranghetiste".
Denuncia che nella struttura del carcere di Opera sono presenti detenuti definitivi, condannati perché appartenenti / affiliati a cosche della 'ndrangheta. Multari sottolinea che ai sensi dell'articolo 14 dell'ordinamento penitenziario, la sua ubicazione non è quello dove è ubicato, poiché la legge prevede una separazione dai detenuti definitivi da quelli giudicabili. "Oggi - si legge nella lettera di Multari - sto vivendo nell'ansia e nella paura di ripercussioni da parte della popolazione detenuta".
Per questo chiede espressamente il divieto di incontro con l'intera popolazione detenuta poiché teme per la sua vita. Contestualmente chiede di essere trasferito per motivi di ordine e sicurezza in altro istituto penitenziario. "Nel caso che non diate corso alla mia richiesta e nel caso in cui mi succeda qualche aggressione tutte le A. G. destinatarie della presente sarete chiamati a risponderne penalmente nelle dovute sedi giudiziarie", conclude la missiva indirizzata alle autorità competenti.
L'associazione Yairaiha Onlus ha segnalato il caso alla ministra della Giustizia Marta Cartabia, al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e al garante nazionale delle persone private della libertà. Segnala che, appunto, le condizioni attuali sono "assolutamente peggiorate non solo sotto il profilo della salute per mancanza di cure adeguate ma sembra che anche le condizioni di detenzione abbiano superato quel limite imposto dall'articolo 27 della nostra Costituzione". Per questo invita le autorità a voler intervenire affinché la dignità e la tutela dei diritti della persona vengano garantiti anche in condizioni di detenzione.
di Antonio Maria Mira
Avvenire, 6 marzo 2021
La norma venne approvata il 7 marzo 1996. Nel dossier di Libera le storie di 867 buone prassi in 17 regioni. Ma ancora il 50% resta inutilizzato. C'è una bella Italia che combatte le mafie con concrete esperienze di riscatto e rinascita. Sono le 867 realtà, associazioni, cooperative, diocesi, parrocchie, che gestiscono beni confiscati alle mafie. Sono il più bel risultato della legge 109 del 1996 che domenica 7 marzo compie 25 anni.
Una legge nata dopo la stagione delle stragi mafiose del 1992-93, presentata nel 1994 da Giuseppe Di Lello, ex componente del pool antimafia di Falcone e Borsellino, e fortemente sostenuta dall'associazione Libera che raccolse e inviò al Parlamento ben un milione di firme a sostegno di una legge che introduceva l'uso a fini sociali dei beni tolti alle mafie, un fondamentale passo in avanti dopo la legge Rognoni-La Torre del 1982 che prevedeva la confisca di tali beni. Da allora sono più di 36mila i beni immobili confiscati, il 48% sono stati destinati dall'Agenzia nazionale (Anbsc) per le finalità istituzionali e sociali, ma ben 5 beni su 10 rimangono ancora da destinare. Il maggior numero di beni immobili confiscati e destinati sono in Sicilia (6.906), segue la Calabria (2.908), la Campania (2.747), la Puglia (1.535) e la Lombardia (1.242). Sono invece 4.384 le aziende confiscate e di queste il 34% è stato già destinato alla vendita o alla liquidazione, all'affitto o alla gestione da parte di cooperative formate dai lavoratori delle stesse; il 66% è ancora in gestione presso l'Anbsc. Anche qui la Sicilia è prima con 533 aziende destinate, segue la Campania (283), la Calabria (204) e il Lazio (160).
Sono i dati del dossier Fattiperbene realizzato la Libera in occasione dei 25 anni della legge. Nel dossier Libera ha mappato le esperienze di riutilizzo dei beni confiscati per finalità sociali "per raccontare una nuova Italia, che si è trasformata nel segno evidente di una comunità alternativa a quelle mafiose, che immagina e realizza un nuovo modello di sviluppo territoriale".
Gli 867 soggetti del terzo settore impegnati nella gestione di beni immobili confiscati alla criminalità organizzata, ottenuti in concessione dagli enti locali, si trovano in ben 17 regioni su 20, a conferma della pervasività delle mafie. Più della metà delle realtà sociali è costituito da associazioni di diversa tipologia (468) mentre le cooperative sociali sono 189. Tra gli altri soggetti gestori del terzo settore, ci sono 11 associazioni sportive dilettantistiche, 23 soggetti del terzo settore che gestiscono servizi di welfare sussidiario in convenzione con enti pubblici (tra cui aziende sanitarie, enti parco e consorzi di Comuni), 36 associazioni temporanee di scopo o reti di associazioni, 70 realtà del mondo religioso (diocesi, parrocchie e Caritas), 26 fondazioni, 14 gruppi scout e 6 istituti scolastici di diversi ordini e gradi.
La regione con il maggior numero di realtà sociali che gestiscono beni confiscati alle mafie è la Sicilia con 218 soggetti gestori, segue la Calabria con 147, la Campania con 135 e la Lombardia con 133. Storie non facili. Mediamente nel campione del censimento di Libera tra il sequestro e l'effettivo riutilizzo sociale trascorrono ben 10 anni. E questo provoca degrado e altre conseguenze negative dei beni.
Una legge che, comunque, funziona ma che ha bisogno di alcuni interventi per migliorarne l'efficacia. Per questo Libera chiede l'effettiva estensione ai corrotti delle norme su sequestri e confische previste per gli appartenenti alle mafie, con la loro equiparazione e l'attuazione della riforma del codice antimafia nelle sue positive innovazioni. Era già previsto nella proposta di legge di 25 anni fa, ma poi il Parlamento la escluse. Libera chiede, inoltre, l'assegnazione di adeguati strumenti e risorse agli uffici giudiziari competenti e all'Agenzia nazionale in tutto il procedimento di amministrazione dei beni, prevedendo il raccordo fra la fase del sequestro e della confisca fino alla destinazione finale del bene e assicurando il necessario supporto agli enti locali.
E ancora la piena accessibilità delle informazioni sui beni sequestrati e confiscati e la promozione di percorsi di progettazione partecipata del terzo settore e di monitoraggio civico dei cittadini. Inoltre la destinazione di una quota del Fondo Unico Giustizia, delle liquidità e dei capitali confiscati ai mafiosi e ai corrotti, per rendere fruibili i beni mobili e immobili e sostenere la continuità delle attività aziendali, tutelandone i lavoratori, nonché per dare supporto a progetti di imprenditorialità giovanile, di economia e inclusione sociale. Infine l'utilizzo delle risorse previste per la valorizzazione sociale dei beni confiscati nella proposta di Piano nazionale di ripresa e resilienza Next Generation Eu, assicurando un percorso di trasparenza e di partecipazione civica nella progettazione e nel monitoraggio.
di Giulia Merlo
Il Domani, 6 marzo 2021
È partito un appello per la liberazione di Dana Lauriola condannata a due anni per violenza privata. Aveva partecipato al blocco di un casello autostradale durato venti minuti. Sta prendendo corpo la mobilitazione per chiedere di liberare l'attivista no Tav Dana Lauriola, in carcere da quasi sei mesi in esecuzione di una condanna a due anni per il reato di violenza privata. L'appello lanciato il 4 marzo e indirizzato alla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, al garante nazionale dei detenuti Mauro Palma e a quello di Torino Bruno Mellano, ha già raccolto oltre 200 firme di intellettuali, politici, professori, avvocati e anche magistrati.
La trentottenne Dana Lauriola, storica attivista No Tav, è stata arrestata la notte del 17 settembre 2020 dalla sua casa di Bussoleno, in Val di Susa e sta scontando nel carcere di Torino Le Vallette una condanna di due anni per violenza privata e interruzione aggravata di servizio di pubblica necessità, confermata dalla Cassazione.
I fatti risalgono al 2012, quando Lauriola partecipò a una protesta contro la Torino-Lione durante la quale 300 persone bloccarono per circa venti minuti il casello autostradale di Avigliana, sulla Torino-Bardonecchia, alzando le sbarre del pedaggio e facendo passare gli automobilisti senza pagare, bloccando con il nastro adesivo l'accesso ai tornelli del casello. Il danno quantificato è stato di 777 euro di pedaggi non pagati, già rimborsati dagli attivisti. L'avvocato di Lauriola, Claudio Novaro, aveva commentato l'arresto e la decisione del tribunale di Torino di non accogliere la richiesta di misure alternative definendola "incomprensibile" e "del tutto stonata rispetto alle relazioni dei servizi sociali che hanno perorato la messa in prova, invece il tribunale la ha mandata in carcere". Oltre al rifiuto delle misure alternative, nel gennaio scorso la direttrice del carcere ha fatto richiesta al tribunale di sorveglianza di censurare la posta di Lauriola, con la motivazione di un tentativo di fare propaganda dentro la struttura detentiva. Il magistrato, però, ha rigettato la domanda per "mancanza di fatti aderenti a tale richiesta".
L'appello indirizzato alla ministra Cartabia si fonda proprio sul rigetto dell'istanza di misure alternative: "Denunciamo, da un lato, l'evidente sproporzione tra i fatti (commessi senza violenza alle persone e con un danno patrimoniale di assoluta modestia) e la pena e, dall'altro, la sorprendete anomalia della mancata concessione di una misura alternativa al carcere (pur consentita dalla legge e coerente con le condizioni soggettive di Dana). Il nostro stupore e la nostra preoccupazione, poi, aumentano guardando alle motivazioni con cui l'istanza di misura alternativa è stata respinta: Dana non può beneficiare della pena alternativa e, quindi, merita il carcere per aver tenuto fermi i propri "ideali politici" e la propria opposizione al Tav e perché abita nella valle".
Tra i firmatari, che sono oltre duecento, ci sono l'ex deputato Luigi Manconi e Luciana Castellina, la scrittrice Michela Murgia e la saggista Lea Melandri, le registe Sabina Guzzanti e Emma Dante, il vignettista Sergio Staino ma anche il pm del processo sulla trattativa stato-mafia Vittorio Teresi, l'ex magistrato e membro del Csm Giovanni Palombarini e la magistrata e relatrice speciale dell'Onu sulla tratta degli esseri umani, Maria Grazia Sammarinaro.
di Riccardo Riccardi
Il Tempo, 6 marzo 2021
Il giustizialista non può essere democratico. Per definizione. Il suono che ama è il tintinnar di manette. Lo esaltano la gogna mediatici, lo sbattere il mostro in prima pagina. È un acceso sostenitore di leggi punitive che, se non più di moda il rogo, devono prevedere pene rigorose nella convinzione che tutti siamo colpevoli anche se ignari del misfatto compiuto.
Da passare per le armi. Le leggi, abbattuto il dispotismo, hanno una funzione di indirizzo a tutela dei cittadini. Chi commette dei reati è giusto che paghi e che sconti la privazione della libertà che, secondo Frà Savonarola, "è più preziosa che l'oro e l'argento". Per Montesquieu, però, "la pena che non derivi dalla assoluta necessità è tirannica".
Tanto che per Victor Hugo "essere buono è facile il difficile è d'esser giusto". Sono anni che sentiamo ripetere come l'Italia soffra di una asfissiante burocrazia che, per normative sovrapposte e contraddittorie, toglie il fiato a tante iniziative economiche. La conseguenza è la deficienza di produttività che impedisce la modernizzazione del Paese sostenuto a debito e provvidenze. Micce pericolosamente accese sempre più vicine al barile di polvere. La funzione dello Stato è quella di regolatore altrimenti diventa oppressivo e secondo Tacito "non c'è mai da fidarsi di un potere eccessivo"
Negli anni tanti hanno auspicato le riforme in particolare quella della giustizia sia civile che penale. La prima per dare certezza al mondo degli affari, grandi o piccoli che siano, la seconda per ridare al Paese, una volta Maestro, la civiltà giuridica. Che, non va dimenticato, è la base per ridurre la povertà, creare posti di lavoro e ridare al nostro Paese la dignità che merita.
di Simona Musco
Il Dubbio, 6 marzo 2021
Redditi giù, futuro sempre più incerto e giovani e donne penalizzati, specie al Sud. Sono alcuni dei dati emersi dal V Rapporto Censis sull'avvocatura. Il reddito che cala. Il futuro sempre più incerto. E giovani e donne, specie nel Sud del Paese, in difficoltà. Sono alcuni dei dati emersi dal V Rapporto Censis sull'avvocatura italiana e dal terzo Bilancio sociale di Cassa Forense. Un rapporto, ha sottolineato Nunzio Luciano, presidente dell'ente previdenziale dell'avvocatura, "che segnala il clima di incertezza professionale nel quale vivono gli avvocati, per le difficoltà causate dalla pandemia e per i noti problemi che affliggono il nostro Paese. Cassa Forense sta facendo la sua parte per dare sostegno all'avvocatura con le misure assistenziali straordinarie, la temporanea abrogazione del contributo minimo integrativo per gli anni 2018-2022 e con il progetto di riforma del sistema previdenziale forense, al quale stiamo lavorando".
Il rapporto mette in evidenza dati interessanti. Come l'urgenza, avvertita dal 35 per cento degli italiani, di riformare la giustizia, la crescente sfiducia nella magistratura, l'insofferenza per la lentezza dei processi. Ma anche una valutazione positiva della figura dell'avvocato, che per oltre la metà del campione è "essenziale" nel sistema di tutela dei diritti. Dati che si mescolano a quelli che, invece, certificano il periodo di forte crisi vissuto dalla professione.
Redditi in calo - I numeri parlano chiaro: prima del Covid, il reddito professionale medio era di 40.180 euro. Ma con l'avvento della pandemia, più della metà degli avvocati intervistati (in totale sono oltre 14mila) si è spostata nella fascia di reddito uguale o inferiore a 30mila euro, mentre a supera la soglia dei 50mila euro è il 22,6% degli intervistati. Il calo ha interessato principalmente chi già stava sotto i 15mila euro, ovvero circa il 60%. Si tratta in particolare di donne (61,2%) - che quest'anno superano numericamente gli uomini tra gli iscritti -, di giovani (38,8% fino a 40 anni), di coloro che hanno una minore anzianità professionale (38,8%) e coloro che lavorano nel Mezzogiorno (50,9%). Dati che spingono sette avvocati su dieci a definire critica la situazione lavorativa, dopo la ripresa registrata tra il 2018 e il 2019, quando la crescita del fatturato aveva interessato circa un terzo dei professionisti. E ciò provoca non poca preoccupazione per il futuro: solo il 29,9% ha dimostrato di nutrire speranze per un miglioramento nei prossimi anni.
Le misure di sostegno - Il crollo dei redditi ha obbligato molti professionisti ad usufruire degli aiuti forniti dallo Stato, come il Reddito di ultima istanza, al quale ha fatto ricorso il 61,5% degli avvocati. Che però non sono molto soddisfatti: il 54,7% ha definito inadeguata la somma percepita, il 30,8% del tutto inadeguata, mentre solo il 14,5% si è espresso favorevolmente. Ma ad aiutare gli avvocati ci ha pensato anche Cassa Forense, che ha messo a disposizione diverse iniziative, attraverso 13 bandi, tra i quali il "preferito" è risultato essere quello per l'erogazione di contributi riguardanti i canoni di locazione degli studi professionali (7,6% nel caso di persone fisiche, 2,6% nel caso di studi associati o società tra avvocati).
Lavoro e lockdown - Il lockdown non ha colpito solo i redditi, ma anche e soprattutto il modo di lavorare. "Costringendo" ad una smaterializzazione della professione, un lavoro a distanza che alla maggior parte non piace. Per ragioni d'età e la conseguente scarsa dimestichezza con i mezzi tecnologici, in alcuni casi, ma soprattutto perché il rapporto personale col cliente rappresenta un elemento imprescindibile quasi per tutti. Così come lo è il Tribunale, nella sua fisicità. Il 29,6% ha scelto di lavorare esclusivamente da remoto, mentre circa quattro avvocati su dieci hanno tentato di bilanciare il lavoro da casa con quello in studio. Il 15.9%, invece, ha deciso di continuare a lavorare alla vecchia maniera. Ma c'è anche chi si è visto costretto a interrompere completamente la propria attività per problemi organizzativi. In ogni caso l'elemento critico è chiaro: "La difficoltà di contatto con la clientela o con gli altri colleghi, considerando fondamentale per la professione l'aspetto relazionale".
I favorevoli sono pochi: solo il 14,8% del campione, prevalentemente tra i giovani. Mentre circa un quinto degli intervistati, soprattutto sopra i 50 anni, giudica negativamente l'esperienza. Ma a pesare più di ogni cosa è stato il rallentamento delle attività dei Tribunali e la sospensione dell'attività giudiziaria (34,6%). A fianco a questo, problematico è stato anche l'accesso atti giudiziari, soprattutto a causa di un'incompleta digitalizzazione (4,7%), nonché la paura di poter essere contagiati (4%).
Giustizia e diritti - Otto cittadini su 10 non hanno chiesto aiuto agli avvocati. Prevalentemente perché rinunciare al contatto diretto, sfruttando solo i mezzi tecnologici, è stato visto come un ostacolo, sebbene per circa il 44% le tecnologie siano state d'aiuto. Le criticità maggiori avvertite dai cittadini sono quelle che riguardano i ritardi nelle procedure e nella tenuta delle udienze, insopportabili per il 39,3% degli intervistati. Mentre poco più di un quinto ha deciso di rinunciare alla richiesta di tutela, anche a causa delle restrizioni e per i costi legati all'avvio delle procedure. Lo scontento riguarda però i tempi lunghi per arrivare a un giudizio definitivo (15,8%), ma anche la sfiducia nei confronti della magistratura e nel funzionamento della Giustizia (14%). Da qui l'esigenza, da parte del quasi quattro italiani su dieci, di arrivare in tempi brevi ad una riforma per riavviare la crescita del Paese. Ma emerge anche l'esigenza "di rinnovamento di un sistema chiamato a tutelare i diritti dei cittadini e che attualmente non è più in grado di fare", sistema al cui interno gli avvocati giocano un ruolo essenziale per garantire tale tutela, secondo il 50,7% degli intervistati. Una buona fetta (40,8%) li considera utili, riconoscendo loro le difficoltà legate all'eccesso di norme e alla bassa qualità delle stesse. A pensarlo sono quasi tre italiani su dieci.
"L'aspetto positivo - ha spiegato il segretario generale del Censis, Giorgio De Rita - è la forte accelerazione delle riforme e degli investimenti pubblici. Ed è il momento di fare quelle riforme che aspettavamo da tempo, prima fra tutti quella della Giustizia. E poi c'è una domanda di tutela per nuovi diritti, pensiamo alla tutela ambientale, alle nuove tecnologie, alla privacy. Ciò apre non soltanto un panorama nuovo per poter esercitare la professione, ma anche un ambito nuovo per l'applicazione dei principi giuridici e della professione".
Si sta male ma si sopravvive, dicono molti degli avvocati intervistati. Ed è per questo che, secondo Maria Masi, presidente del Consiglio nazionale forense, è necessario sfruttare il momento "per trimodulare, ripensare e progettare in una visione più ampia" la professione. Il dato del "sorpasso" ad opera delle donne sugli uomini, ha aggiunto, è positivo. Ma sarà necessario che tali numeri vengano confermati negli anni. Ovvero che le donne, per motivi non strettamente legati a scelte libere, si ritrovino a dover cancellare la propria iscrizione all'albo. Senza dimenticare l'esigenza di colmare il gap salariale, "condizione generale, ma molto forte nell'avvocatura. Gran parte delle cause è ascrivibile alla difficoltà di conciliare i tempi di vita e di lavoro, perché gli oneri di cura sono ancora appannaggio delle donne in maniera preponderante. Questa emergenza sanitaria l'ha reso ancora più evidente - ha aggiunto.
Per quanto ci riguarda molto dipende dalla possibilità di trovare nuovi spazi. Il Cnf ha messo a disposizione delle istituzioni una proposta di riforma che comprende anche questo, in termini di sussidiarietà, di individuazione di nuovi percorsi, della possibilità che l'avvocatura diventi protagonista anche di altri strumenti, quelli alternativi alla giurisdizione". Masi ha anche evidenziato la necessità di offrire altri campi di qualificazione professionale, sempre nella direzione di un rafforzamento delle competenze, partendo da lontano, con una riforma dell'accesso alla professione. La cui necessità è risultata particolarmente evidente in relazione alla pandemia: proprio per questo il Cnf ha proposto un doppio orale, con una prima prova selettiva che sostituisca lo scritto e una seconda che rappresenti l'orale vero e proprio.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 6 marzo 2021
Il piano vaccinale per il mondo penitenziario finalmente c'è. Il provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria Antonio Fullone ha confermato che sono stati fissati i criteri di priorità e concordate le modalità organizzative per la somministrazione dei vaccini al personale che lavora all'interno delle strutture campane e ai detenuti.
C'è anche una previsione sui tempi che saranno necessari per avviare le vaccinazioni, ma la data è l'unico dettaglio su cui è difficile essere sicuri e su cui resta per il momento un velo di incertezza perché bisogna fare i conti con fattori esterni che riguardano tempistiche ed entità delle forniture. La riserva sulla data, quindi, dovrà scioglierla la Regione non appena saranno disponibili i vaccini e si sarà effettivamente pronti per partire con la somministrazione all'interno delle quindici carceri campane. La speranza e il progetto, tuttavia, sono orientati affinché la data di inizio sia molto vicina, questione anche di giorni se non ci saranno intoppi. "Tutto sta nella disponibilità dei vaccini - spiega il provveditore Fullone -L'intenzione è quella di compattare il più possibile l'intervento".
Si partirà, oltre che dalle categorie più fragili come già accade anche fuori dal carcere, con la vaccinazione degli agenti della polizia penitenziaria e del personale che lavora negli istituti di pena della Campania, perché spostandosi tra fuori e dentro il carcere sono potenzialmente più esposti al rischio di diventare vettori di contagi. In una fase immediatamente successiva - "ma l'idea sarebbe riuscire a partire in maniera contestuale", chiarisce Fullone - si procederà alla vaccinazione dei detenuti. Per motivi di sicurezza e di organizzazione, i detenuti saranno vaccinati all'interno delle strutture penitenziarie e, laddove non vi siano presidi interni attrezzati per interventi di pronto soccorso sanitario, si procederà con il supporto di unità mobili. Per il personale, invece, le vaccinazioni saranno eseguite in strutture al di fuori di quelle penitenziarie. Nel complesso, si tratta di attuare un piano vaccinale su una popolazione di 11mila persone, ammesso che tutti ne facciano richiesta.
La decisione sul piano è arrivata ieri al termine di una riunione tecnica dell'Osservatorio regionale per la sanità penitenziaria a cui hanno partecipato il provveditore regionale, i dirigenti e i responsabili sanitari penitenziari, il garante campano dei detenuti e i rappresentanti del Dipartimento di giustizia minorile della Campania. Dunque, a un anno esatto dall'esplosione della pandemia, dal primo lockdown e dai primi casi di positività all'interno delle carceri si parla finalmente di vaccini anche per il mondo dietro le sbarre. Il bilancio di questo anno appena trascorso è stato drammatico come in tutto il Paese e in tutto il mondo.
Il Covid è entrato nelle carceri creando nuovi drammi e nuove tensioni. Non sempre, nei mesi scorsi, è stato facile gestire le emergenze, i casi di positività, gli isolamenti necessari perché, si sa, in carcere gli spazi sono minimi e il sovraffollamento è stato più che mai un problema. Oggi i dati sui contagi nelle strutture penitenziarie campane parlano di 22 detenuti positivi al Covid, di cui 8 a Poggioreale, 7 a Secondigliano, 6 a Carinola e 1 ad Avellino (si tratta di un cosiddetto nuovo giunto), e di 53 contagiati tra gli agenti di polizia penitenziaria, di cui sei in terapia intensiva e 22 provenienti dal carcere di Carinola dove si è registrato uno dei focolai più violenti, con tre agenti morti nelle scorse settimane.
Negli ultimi mesi i contagiati in Campania sono stati 1.644: 862 agenti, 724 detenuti, 58 operatori penitenziari. E dieci sono state le vittime della pandemia: cinque agenti, quattro detenuti e un dirigente medico. "Anche nella nostra Regione, realisticamente per la metà di marzo, partirà la campagna vaccinale per istituti penitenziari e luoghi di comunità - afferma il garante dei detenuti Samuele Ciambriello - La particolare condizione delle persone ristrette richiede una valutazione equa della vulnerabilità a cui sono esposte. E, dopo il vaccino contro il virus, servirà il vaccino contro l'indifferenza verso quelle misure alternative alla detenzione che alleggerirebbero notevolmente il pianeta carcere da ulteriori vittime di questa pandemia".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 marzo 2021
Mercoledì scorso, il Provveditore regionale della Campania Antonio Fullone e la Presidente dell'Associazione "Carcere Possibile Onlus", l'avvocata Anna Maria Ziccardi, presso la sede del PRAP in Via Nuova Poggioreale a Napoli, hanno sottoscritto un protocollo di intesa che intende valorizzare la condivisione di esperienze, professionalità, risorse e opportunità da convogliare in un modello integrato di buone prassi e sviluppo di azioni finalizzate alla risocializzazione dei soggetti reclusi, avvalendosi della particolare esperienza organizzativa e delle competenze giuridiche dell'Associazione. Il Protocollo è il frutto della collaborazione tra Prap e Associazione che ha già prodotto negli anni numerose e apprezzabili iniziative nelle carceri campane: laboratori di teatro con spettacoli rappresentati anche all'esterno del carcere, come la cornice del maschio Angioino e prestigiosi teatri cittadini, corsi di cucina con chef stellati, laboratori di lettura e artistici, pubblicazione di volumi come "Il carcere dimenticato - Riflessioni sulla detenzione con uno sguardo agli Istituti della Campania".
L'Associazione nasce come evoluzione del progetto della camera Penale di Napoli "Il Carcere Possibile" del 2003 su iniziativa dell'Avvocato Riccardo Polidoro, all'epoca componente della Giunta dell'Associazione, presieduta dall' avvocato Antonio Briganti. Il 6 novembre 2006 il "progetto" si trasforma in un'Organizzazione non Lucrativa di utilità sociale dando vita a "Il Carcere Possibile Onlus", in quanto l'attività svolta, per essere ulteriormente incrementata, richiedeva una forma associativa indipendente ed inoltre si avvertiva la necessità di una partecipazione non limitata ai soli Avvocati.
"Il Carcere Possibile Onlus" persegue il fine della solidarietà sociale, civile e culturale nei confronti della popolazione detenuta, nel rispetto dei principi sanciti dall'art. 27, secondo e terzo comma della Costituzione della Repubblica Italiana. Tra gli scopi dell'Associazione vi è anche quello specifico di tutelare in ogni sede, anche giudiziaria, i diritti dei detenuti e di promuovere azioni, anche legali, in difesa di tali diritti, per pretenderne il rispetto ed eventuali danni causati alla comunità detenuta.
"La collaborazione con "Il Carcere Possibile Onlus" - ha dichiarato Antonio Fullone -, è un esempio virtuoso di "rete" tra l'Amministrazione penitenziaria regionale e il Terzo settore per potenziare gli interventi trattamentali e di sostegno a favore delle persone ristrette. Credo fermamente, ha continuato il Provveditore, nella necessità della cooperazione tra "dentro e fuori" per creare sicurezza e reinserimento sociale". Commenta la presidente Anna Maria Ziccardi: "L'Associazione "Il Carcere Possibile Onlus" mette a disposizione competenze e impegno per promuovere e coadiuvare la realizzazione dei percorsi e delle iniziative nelle carceri campane impegnandosi a promuovere campagne di sensibilizzazione e attivazione della rete territoriale".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 6 marzo 2021
Collaborare per tutelare i diritti dei detenuti, migliorare la qualità di vita e rispettare la legalità negli istituti penitenziari della Toscana, sono gli intenti principali del protocollo d'intesa biennale siglato fra il provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria per la Toscana e l'Umbria, Carmelo Cantone, il garante dei detenuti per la Toscana, Giuseppe Fanfani, e i garanti comunali. L'accordo è stato firmato ieri e presentato alla stampa nell'aula consiliare del Consiglio regionale alla presenza del presidente Antonio Mazzeo. La convenzione, sulla base della disciplina generale delle visite nelle carceri, contenuta negli articoli 67 dell'Ordinamento penitenziario e 117 del DPR 230/2000, definisce più nel dettaglio le regole relative all'accesso dei garanti negli istituti e agli impegni delle parti in attività, azioni e collaborazioni.
"Il senso del protocollo - ha dichiarato il provveditore Carmelo Cantone - è di lavorare insieme all'abbattimento del 'colesterolo burocratico', come lo definiva Mino Martinazzoli, ministro della Giustizia negli anni Ottanta. Dobbiamo rendere tutto più semplice e trasparente, metterci in gioco e condividere progetti e criticità".
Di rilievo l'impegno dei garanti a promuovere azioni congiunte con l'Amministrazione Penitenziaria per "sollecitare, suggerire e valutare l'attività degli organismi regionali, provinciali e comunali competenti in materia di diritti dei detenuti". Amministrazione penitenziaria e garanti hanno, del resto, già sollecitato in più occasioni Regioni e ASL a organizzare, con urgenza, somministrazioni vaccinali nelle carceri. Il presidente Antonio Mazzeo - che nel suo intervento ha ribadito l'intenzione di rendere il consiglio regionale "sempre più il luogo per dare voce a chi ha meno voce" -, ha in proposito sottolineato l'impegno a collaborare per mettere al più presto in sicurezza personale penitenziario e detenuti.
All'incontro erano presenti i garanti comunali di Livorno Marco Solimano, Lucca, Alessandra Severi, Pisa, Alberto Marchesi, Porto Azzurro, Tommaso Vezzosi, e San Gimignano, Sofia Ciuffoletti. Il garante per la Toscana, Giuseppe Fanfani, ha sottolineato come l'accordo realizzi quella leale collaborazione che è tra "i principi fondamentali dei rapporti interistituzionali nelle democrazie avanzate".
modenatoday.it, 6 marzo 2021
I volontari che operano nell'istituto modenese, ad un anno dalla tragedia, ricordano i nomi dei ragazzi morti e chiedono una "più sollecita ricerca della verità".
"Hafedh Chouchane, Slim Agrebi, Alis Bakili, Ben Mesmia Lofti, Ahamadi Erial, Artur Iuzu, Abdellah Rouan, Hadidi Ghazi, Salvatore Cuono Piscitelli". Questi i nomi delle 9 persone decedute a seguito della drammatica rivolta del carcere di Modena dell'8 marzo 2020. Questi i nomi che in prossimità dell'anniversario della strage il gruppo modenese Carcere-città ha voluto ricordare: "In quella giornata la ragione si è smarrita e la violenza non ha trovato argine. Il tributo di vittime è stato terribile. Nella storia della nostra Repubblica, lunga ormai 75 anni, non c'è niente di paragonabile a quel fatto".
Il gruppo modenese è formato dai volontari di diverse associazioni che da ormai molti anni portano il proprio contributo ai detenuti del Sant'Anna (ma anche a Castelfranco), in particolare in termini di attività sportive, culturali e di avviamento al lavoro. In questa triste ricorrenza Emanuela Carta (CSI Modena Volontariato), Giulio Marini (Porta aperta al carcere), Francesco Pagano (Giorni Nuovi Società Cooperativa Sociale) e Andrea Abate (Uisp) hanno commentato: "Da allora, dopo che la rivolta è stata domata, è passato un anno intero e le ferite sono ancora aperte. I locali semidistrutti sono ormai in gran parte recuperati, non così gli animi e il funzionamento delle istituzioni, ancora turbati, anche a causa della malattia che continua a tormentare la nostra società e impone limiti gravosi. Ritrovare la strada della ragione e della responsabilità personale e istituzionale è molto faticoso, perché allora qualcosa è sfuggito e ha messo a nudo il peggio di noi e delle nostre istituzioni. Però lo dobbiamo ai ragazzi che sono morti in questo buio e che non abbiamo saputo proteggere".
"Perché possiamo riuscirci è necessaria una più sollecita ricerca della verità, anche giudiziaria, su quelle giornate. Solo se la giustizia si mostrerà credibile sarà possibile recuperare un rapporto costruttivo con la città e le istituzioni. Per questo chiediamo di pervenire al più presto alla conclusione delle indagini. Noi siamo ancora qui, in attesa, consapevoli che in questa vicenda siamo coinvolti tutti, dalla politica alla magistratura, dal territorio alla sanità, dagli operatori agli agenti, alla scuola, fino a noi volontari".
- Vasto (Ch). Internato si toglie la vita in carcere
- Modena. In piazza contro la richiesta di archiviazione per le morti di detenuti
- Padova. "Il carcere Due Palazzi è sotto organico". Il caso in Parlamento
- Padova. Voto a Messina Denaro come Garante, anche la giunta si rivolgerà alla Procura
- Palermo. Femminicidi, "attivare anche dentro le carceri progetti specifici"











