di Niccolò Zancan
La Stampa, 5 marzo 2021
Da Torino a Vicenza, i timori dei volontari e delle associazioni: "Rischiamo una guerra". E ancora: "Padri di famiglia e uomini sui 45 anni vogliono da mangiare e ci chiedono di aiutarli con un lavoro"
Chi c'è, oggi, a ritirare il sacchetto con dentro un piatto di pasta al sugo? C'è un avvocato penalista con le scarpe inglesi comprate nove anni fa, quando tutti gli pronosticavano una carriera brillante. C'è un ingegnere marittimo di 54 anni che si è rotto un ginocchio, così da tempo non può più imbarcarsi per fare ispezioni.
C'è una badante polacca, si chiama Eva: "Ho lavorato 25 anni per voi. Sempre in nero. Quando è scoppiato la pandemia ho spedito 9 mila euro a casa. E adesso guardami qui". C'è un'estetista con un mutuo insormontabile: "Le donne fanno la ceretta a casa. Ho dovuto chiudere". Poi un ex bancario, che si trascina dietro un trolley rosso: "Dopo 22 anni da impiegato alla Bnl, mi sono bruciato la vita facendo trading on line". Ecco una pensionata da 490 euro al mese, e dietro di lei un padre di famiglia che non può più contare sulla pensione dei suoi genitori perché sono entrambi morti di Covid: "Senza quel sostegno non stiamo in piedi". Un decoratore con la partita Iva. Un migrante della Costa d'Avorio. Un padre separato. Una donna che parla da sola e maledice qualcuno.
Davanti alla mensa cittadina di Genova, quella gestita dalla Caritas con la Comunità di Sant'Egidio in piazza Santa Sabina, oggi ci sono anche due fidanzati di vent'anni. Lei tira per la mano lui, e lui ogni volta che si avvicina a tutta quella gente in coda, la strattona via: "Andiamocene! Non voglio stare qui". Invece, un altro ragazzo di nome Luis aspetta paziente il suo turno. Ha origini peruviane, ma è in Italia da quando era bambino. Adesso ha 26 anni, è iscritto al terzo anno della Facoltà di Lingue e porta sulle spalle lo zaino di Deliveroo.
"Studiando riesco a fare poche consegne. Divido i soldi con mia madre e prendo il pranzo qui". Il pranzo, per la verità, è anche la cena. Un solo pacco al giorno: pasta, carne, pane, un'arancia. Consegna dalle 16 alle 19. "Erano in media 450 sacchetti al giorno, adesso siamo a 900", dice il condirettore della Caritas di Genova Franco Catani.
"C'è un aumento esponenziale della povertà. Rispetto alla crisi del 2008, questa sembra avere punte più alte. Perché incrociamo storie che un tempo sarebbero state impensabili. Ristoratori che hanno investito tutto prima della pandemia, baristi che non riescono a pagare le rate. Molte persone sono andate sotto perché non hanno ricevuto la cassa integrazione o l'hanno ricevuta troppo tardi".
La metà di questi poveri non si era mai rivolta prima alla Caritas. Al centro d'ascolto c'è la signora Lucia Foglino: "Sono lavoratori fra 40 e 50 anni. Sentiamo spesso dire questa frase: "Ero in prova". Hanno contratti a termine, subappalti. Impieghi a chiamata. Molti ce la facevano perché arrotondavano con altri lavoretti. E così è emerso il peso del lavoro nero nella nostra economia". In coda ci sono anche altri studenti universitari.
Il Nord sta soffrendo. In Piemonte il 6,1% delle famiglie ha dovuto chiedere il reddito di cittadinanza, il dato più alto del settentrione. Secondo i dati di Eurostat, il 4,2% dei piemontesi vive in condizioni di "grave deprivazione materiale". Anche a Torino i pacchi di sostegno alimentare distribuiti dal Comune sono passati da 17 mila a 28 mila in questi primi mesi del 2021. E tutti hanno visto la coda infinita di persone in attesa di prendere del cibo davanti alla sede di "Pane Quotidiano" a Milano. Una coda che fa il giro dell'isolato.
"Le persone stanno aumentando. Temiamo quello che potrebbe succedere nei prossimi mesi, quando verrà tolto il blocco dei licenziamenti". Luigi Rossi è il vicepresidente di questa associazione che da più di cent'anni distribuisce cibo a chi ha fame: "Negli ultimi mesi arrivano più italiani. Segno che i risparmi stanno finendo. Uomini di mezza età che ormai, purtroppo, sono andati oltre alla rabbia e al risentimento. Uomini rassegnati, vinti dallo sconforto. L'impatto psicologico di questi mesi è devastante, dalle conseguenze ancora incalcolabili. Vediamo persone che non hanno più la forza di reagire. È molto difficile tornare in sella quando si arriva a questo tipo disperazione".
Persino a Como, una delle città più ricche d'Italia, ci sono delle avvisaglie. "In coda per del cibo ora si trovano persone con problemi estremamente diversi", spiega Alessio Cantalupi della Caritas. "Migranti usciti dal percorso di protezione, accanto agli alcolisti, ai senza tetto, a persone che non avevano mai visto prima. Italiani di mezza età, che hanno perso il lavoro quando non erano lontani dalla pensione. È questa differenza di bisogni a preoccuparmi. C'è tensione. Dobbiamo evitare che scoppi una guerra fra poveri".
Anche a Vicenza, nel profondo Veneto, sono in aumento le richieste d'aiuto. "Padri di famiglia, uomini sui 45 anni che vogliono da mangiare ma ancora di più ci chiedono di aiutarli a trovare un lavoro", dice don Enrico Pagliarin. I dati della Confindustria della città: "Reggono e tirano le imprese che hanno saputo puntare sulle esportazioni, soffrono le poche altre. In particolare il settore orafo e quello dell'abbigliamento di lusso". Così tutti guardano al caso del marchio "Pal Zileri", una storica azienda tessile con 400 operai acquistata sette anni fa da un fondo del Qatar. Il Covid è stata l'ultima mazzata. "La produzione non è più sostenibile", hanno già fatto sapere i proprietari. Cosa succederà appena verrà revocato il blocco dei licenziamenti?
Chi sta fuori capisce bene l'aria che tira. Per esempio, il direttore della filiale del Carrefour di corso Lodi a Milano. Quando si è trovato davanti un uomo anziano e spaventato che aveva rubato del pane, ha pagato di tasca sua e l'ha lasciato andare: "Se hai fame, la prossima volta vieni da me".
di Roberto Ciccarelli
Il Manifesto, 5 marzo 2021
Istat: Ci sono 335 mila famiglie in più in grave disagio. Mai così male da quindici anni. Crollo record della spesa per consumi, siamo tornati ai livelli del Duemila. La povertà assoluta torna a crescere e tocca il record dal 2005, mentre i consumi sono crollati a un livello mai visto da ventuno anni a questa parte. È la stima preliminare fatta ieri dall'Istat del primo anno della pandemia del Covid: il 2020. Sono i numeri crudi che offrono un'idea di cosa è accaduto, davvero, in questo paese.
Eccoli: le famiglie in povertà assoluta sono oltre 2 milioni, 335 mila in più. In totale gli individui censiti in questa condizione sono 5,6 milioni, oltre un milione in più rispetto al 2019. Gli effetti economici e sociali innescati dalle quarantene intermittenti decise per contenere la diffusione del virus hanno cancellato gli effetti modesti prodotti da un anno di "reddito di cittadinanza" introdotto in Italia nel 2019. Allora in povertà assoluta erano 4,6 milioni di persone, all'incirca mezzo milione in meno rispetto al 2018. Le famiglie più colpite in misura più rilevante sono quelle con un maggior numero di componenti, con un solo genitore, le coppie con un figlio o con due. La presenza di anziani in famiglia - per lo più titolari di almeno una pensione che garantisce entrate regolari - ha ridotto il rischio di rientrare in povertà.
Il contraccolpo colossale prodotto da questo evento su una società già gravemente impoverita e precarizzata ha fatto precipitare tutti gli indicatori a un livello mai visto anche dopo la crisi del 2008, quando la povertà è esplosa. Da allora non ha mai smesso di crescere, tranne per il breve periodo seguito all'introduzione del "reddito". Un simile aumento dimostra come la misura introdotta sia stata parziale e utile solo in minima parte per contenere l'ondata che continuerà a crescere anche nei prossimi anni. Questo dramma ha colpito più il nord del paese dove la crisi economica sta diventando sempre più forte. Qui l'incremento della povertà assoluta riguarda 218 mila famiglie per un totale di 720 mila persone. I più colpiti in assoluto sono i nuclei che vivono con il salario di un operaio, o lavoratori cosiddetti "assimilati". L'incidenza passa dal 10,2 al 13,3%). E tra le partite Iva è un dramma: la crisi ha colpito i lavoratori autonomi (dal 5,2% al 7,6%).
Questa situazione va inquadrata nel contesto di un calo impressionante della spesa per consumi delle famiglie (su cui si basa l'indicatore della "povertà assoluta"). Secondo l'Istat la spesa media mensile è ai livelli del 2000, 2.328 euro, con un calo del 9,1% rispetto al 2019.
di Antonio Sanfrancesco
Famiglia Cristiana, 5 marzo 2021
Il progetto dell'associazione culturale Electra Teatro rallentato dal Covid. "Abbiamo concluso le riprese a dicembre e ora siamo nella fase della post-produzione", spiega il regista Giuseppe Tesi, "per questo abbiamo lanciato una campagna di raccolta fondi per poter concludere il nostro progetto. I tempi sono difficili e abbiamo bisogno di aiuto".
Dare voce al dolore della Vergine Maria attraverso i detenuti del carcere di Santa Caterina di Pistoia. È il progetto dell'associazione culturale Electra Teatro impegnata in un progetto approvato dal ministero della Giustizia che prevede la realizzazione di un cortometraggio i cui attori-protagonisti sono i detenuti del penitenziario toscano, affiancati da attori professionisti, tra i quali Melania Giglio e Giuseppe Sartori, con la regia di Giuseppe Tesi.
L'iniziativa prevede la messa in scena dello Stabat Mater, dramma poetico tratto dall'opera Madri (Oèdipus ed.) di Grazia Frisina dove Maria è rappresentata nella sua più terrena e struggente maternità; una madre dunque che avrebbe ben volentieri rinunciato ad essere beata di fronte alla morte violenta e ingiusta del Cristo, suo figlio. "Il lavoro e le riprese, che hanno avuto inizio a gennaio 2020, sono stati interrotti a inizio marzo dell'anno scorso a causa del lockdown", spiega Tesi, "sono stati nuovamente ripristinati, nel mese di settembre e conclusi a dicembre.
Ora siamo nella fase della post-produzione e abbiamo lanciato una campagna di raccolta fondi per poter concludere il nostro progetto. I tempi sono difficili e abbiamo bisogno di un aiuto economico".
Come Frisina ha dato voce a Maria, donna del silenzio, così, spiegano dall'associazione, "il lavoro teatrale e cinematografico che Electra sta realizzando con i detenuti della Casa circondariale di Pistoia, ha tra i suoi obiettivi quello di dar parola a chi è impossibilitato a far udire la propria voce".
L'obiettivo cardine è unire la valorizzazione della persona allo sviluppo della sua autonomia, coerentemente con la vocazione dell'articolo 27 della Costituzione, andando nella direzione di un re- inserimento sociale che superi una logica strettamente assistenziale.
"Il testo di Grazia Frisina", spiega il regista Tesi, "ben si presta a compiere un articolato percorso altamente formativo, sotto il profilo culturale, artistico, pedagogico e disciplinare: una crescita linguistica anche utile ai detenuti di lingua straniera, essenziale per la loro integrazione sociale. Partendo dal presupposto che, per garantire maggiore sicurezza e prevenire la recidività a delinquere, sono necessari percorsi formativi ed educativi atti a promuovere l'autostima, il linguaggio cinematografico, ancora una volta, ha lo slancio affettivo e professionale atto a svolgere un efficace percorso di "educazione alla legalità̀". Il progetto si prefigge di poter sviluppare le personali potenzialità creative e culturali, ristrutturando l'identità sociale e rispondendo al necessario reinserimento della persona nella cittadinanza attiva".
Perché la scelta è caduta proprio sullo Stabat Mater? "Si tratta di un testo di grande impatto spirituale ed emotivo", prosegue il regista, "consente uno sviluppo e una trasposizione in chiave contemporanea. Il pianto della Madre di Cristo è il pianto di tutte le madri di fronte al sacrificio e all'abbandono, ai troppi e recenti fatti di cronaca cui, ancora oggi, purtroppo assistiamo. Il Coro e la Corifea suggeriti dal testo quale controcanto all'azione, permettono di accogliere un numero multiplo di "attori" ai quali è stato proposto il lavoro, anche considerando l'attuale presenza in carcere di ottanta detenuti.
Nell'ambito dello sviluppo drammaturgico e analitico dello scritto, ognuno ha avuto l'opportunità di manifestare il proprio grido, il proprio disagio, la propria essenza, realizzando la concreta opportunità di ascolto e di rinascita. Il momento apice della rappresentazione del lavoro all'esterno costituisce infine la sintesi e la conferma dei risultati, ottenuti attraverso un duro percorso disciplinare, grazie al riconoscimento e all'apprezzamento del pubblico". Il progetto è sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia, Fondazione "Un Raggio di Luce", Ordine degli avvocati, Società della Salute Pistoiese e numerosi benefattori privati con donazioni. Per info:
primadituttoverona.it, 5 marzo 2021
Il rinnovo della convenzione prolungherà di altri tre anni la collaborazione già avviata. Dal servizio di guardiania nei palazzi comunali, alla manutenzione del verde o delle strade. Prosegue la collaborazione tra il Comune e la Casa circondariale di Montorio per l'inserimento lavorativo delle persone ex detenute o soggette a misure alternative alla detenzione.
Un progetto nato anni fa dall'impegno della Garante dei diritti delle persone private della libertà personale Margherita Forestan e portato avanti assieme a Udepe-Ufficio Distrettuale Esecuzione Penale Esterna, Ufficio di Sorveglianza, Fondazione Esodo della Caritas Diocesana e Consorzio Sol.Co.
Rinnovo della convenzione - Il rinnovo della convenzione, che rientra nel Progetto Esodo, è stato firmato in Municipio e prolungherà di altri tre anni la collaborazione già avviata. L'accordo prevede l'attivazione di tirocini retribuiti, di attività di pubblica utilità o di lavori gratuiti e volontari da prestare in favore della comunità. Tra questi, ad esempio, la guardiania di Palazzo Barbieri. L'inserimento di nuove persone è preceduto da interventi formativi e di accompagnamento sulle modalità di svolgimento delle attività richieste, al fine di garantire la piena autonomia nelle mansioni affidate.
È la direzione del Carcere, insieme all'Udepe, sulla base delle esigenze comunali, ad individuare le persone idonee e la collocazione più opportuna per valorizzarne le risorse, previa autorizzazione dell'Autorità Giudiziaria.
Inclusione - L'accordo è stato illustrato, in diretta streaming, dall'assessore ai Servizi sociali Maria Daniela Maellare, insieme alla Garante Margherita Forestan, alla direttrice della Casa circondariale di Montorio Maria Grazia Bregoli, alla responsabile Area Servizio Sociale Uepe di Verona Adele Lonardi, ad Alessandro Ongaro di Caritas e a Matteo Peruzzi di Sol.Co. Maellare ha spiegato: "Un progetto che ha come obiettivo principale l'inclusione nel tessuto sociale delle persone che sono state in esecuzione esterna e interna. E, allo stesso tempo, un modo per garantire servizi utili e preziosi per la comunità. Un collegamento fortissimo con il mondo del terzo settore che ci dà una visione a 360 gradi sulle diverse problematiche che affrontano coloro che escono dal carcere. Ringrazio la Garante Forestan per il grande lavoro fatto negli ultimi anni, così come per l'impegno e la passione messa a servizio della città e della realtà carceraria. Il suo mandato sta per concludersi, ma speriamo di averla sempre al nostro fianco".
Bregoli ha spiegato: "Anche da parte nostra e della popolazione detenuta il ringraziamento alla dottoressa Forestan, è merito suo se esiste tutto questo. Lei ha saputo dare una svolta decisiva e importante sull'esecuzione della pena, trasformandola in una occasione di reinserimento e riscatto sociale. Come questo accordo che rinnoviamo oggi".
Forestan ha aggiunto: "Insieme, facendo rete, questi progetti sono possibili e funzionano. Progetto Esodo, divenuto poi Fondazione, è un modello a livello regionale che ci rende davvero orgogliosi. La stessa Regione ha preso da esempio questa iniziativa per le attività da promuovere su tutto il territorio. Una soddisfazione per la città e il Comune".
Lonardi ha sottolineato: "Queste persone si sentono riconosciute e orgogliose di quello che fanno. Siamo tutti esseri umani e questo servizio non è solo un modo per dare un'occupazione ma anche un motivo di grande gratificazione".
Ongaro ha aggiunto: "All'interno dei territori sui quali operiamo, ben 5 province venete, quello di Verona è l'unico Comune che ha attivato una convenzione, prendendo un impegno specifico e oneroso. Questa sinergia assume un valore concreto per la vita di tante persone". Peruzzi ha concluso: "La rete deve continuare ad operare, un quarto delle persone seguite in questo progetto hanno trovato uno sbocco lavorativo".
ansa.it, 5 marzo 2021
Lavevaz, importante stabilizzare direzione casa circondariale. Un confronto sul nuovo Protocollo d'intesa tra il Ministero della Giustizia e la Regione Valle d'Aosta relativo alla gestione della casa circondariale di Brissogne: alla riunione hanno partecipato, tra gli altri, il Presidente della Regione Erik Lavevaz, l'Assessore alle Politiche sociali Roberto Barmasse e il Provveditore regionale del Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, Pierpaolo D'Andria.
Il nuovo Protocollo - come spiegato in una nota - "andrà a prendere il posto di quello sottoscritto nel 2007 e ridefinisce il quadro dell'azione su alcuni dei temi centrali della vita dell'istituto carcerario valdostano: tra questi figurano la gestione della sanità carceraria, che è in capo alla Regione, il lavoro sul reinserimento sociale e lavorativo (formazione, alfabetizzazione linguistica e informatica), il benessere delle persone detenute e di tutto il personale coinvolto nella gestione della struttura".
"Il nuovo Protocollo - commenta Lavevaz - pone le basi per un rilancio della collaborazione tra il Ministero e gli enti del territorio, a partire dalla Regione, consentendo di costruire un dialogo costante che possa essere fruttuoso per tutti i soggetti coinvolti. Lavoriamo per fare in modo che la complessità del sistema della Casa circondariale possa armonizzarsi con il contesto valdostano".
"Credo sia importante lavorare - aggiunge - al fine di ottenere una stabilizzazione della direzione della casa circondariale e un organico dell'istituto adeguato alle esigenze di rieducazione e di sicurezza del medesimo. Una certa stabilità e omogeneità della popolazione carceraria potrà costituire un'importante garanzia per la buona riuscita delle iniziative di istruzione, formazione e avvio di attività economiche e lavorative sostenute dalla Regione. Sarà centrale, in questo senso, il ruolo del Garante dei detenuti, così come l'azione fondamentale del volontariato carcerario".
di Luca Kocci
Il Manifesto, 5 marzo 2021
I messaggi di Papa Francesco, in arrivo oggi in Iraq, dove incontrerà la comunità cristiana caldea ma anche l'ayatollah al-Sistani. L'obiettivo finale è un documento comune con la massima autorità sciita come fu nel 2019 con i sunniti. "Fratellanza" e "pace" sono le parole chiave del viaggio apostolico di papa Francesco in Iraq che comincia oggi (arrivo a Baghdad previsto alle 14) e si concluderà lunedì 8 marzo: la prima volta di un pontefice in Iraq, il primo viaggio da quando è esplosa la pandemia, oltre un anno fa.
I cristiani sono una minoranza: meno di 400mila, su una popolazione di quasi 40 milioni di abitanti (vent'anni fa erano il triplo). Il papa va in Iraq sì a incontrare i cristiani, a cominciare dai caldei guidati dal patriarca Louis Sako, che ha spiegato all'agenzia Fides: "Il papa non viene a difendere e proteggere i cristiani, non è il capo di un esercito".
Ma soprattutto va a gettare ponti verso il mondo islamico, a maggioranza sciita: sabato a Najaf, dove è sepolto Alì - secondo la tradizione, genero del profeta Maometto, quarto califfo e primo imam degli sciiti - ci sarà l'incontro con il grande ayatollah Sayyid Al-Sistani, la più alta autorità dell'islam sciita.
Una "visita di cortesia", precisa il programma ufficiale diffuso dalla sala stampa della Santa sede. L'intento però - ma per questo ci vorrà ancora del tempo - è quello di arrivare alla firma di un documento comune, come quello sulla "fratellanza umana" sottoscritto ad Abu Dhabi nel febbraio 2019 con l'egiziano Ahmed Al-Tayyeb, grande imam di Al-Azhar e massima autorità dell'islam sunnita: un'alleanza fra i capi dei più grandi monoteismi per mettere al bando ogni legittimazione religiosa di violenze e conflitti.
La pace è l'altro tema forte del viaggio del papa. L'Iraq è la terra delle due guerre del Golfo volute dagli Usa, la prima terminata esattamente trent'anni fa (il 28 febbraio 1991), la seconda nel 2003 che il cardinale Fernando Filoni - nunzio apostolico a Baghdad fra il 2001 e il 2006 e che ora accompagna Francesco in Iraq - definisce "fondata sulle bugie delle armi chimiche e batteriologiche" in possesso di Saddam Hussein; ma anche dell'Isis, della distruzione di Mosul (dove il papa andrà domenica, attraversando il Kurdistan iracheno), dei missili e delle bombe che piovono ed esplodono anche in queste settimane.
Il viaggio di papa Francesco, in dubbio fino all'ultimo minuto causa Covid ma anche per la situazione "calda", "riporta all'attenzione del mondo la lunga lista di violenze e guerre che hanno colpito le comunità in Iraq, provocando morti e migliaia di profughi - spiega una nota di Pax Christi International - Inoltre le sanzioni economiche che alla lunga hanno finito col danneggiare soprattutto le persone comuni, le bombe all'uranio impoverito e il fosforo bianco, la devastazione ambientale, la distruzione delle infrastrutture, le tante uccisioni e i tanti rapimenti da parte dell'Isis che hanno reso e rendono ancora oggi le donne vittime di schiavitù e violenze sessuali. Ci auguriamo che il viaggio di papa Francesco rappresenti una vera svolta nell'impegno per la pace così come una decisa denuncia della guerra".
La sintesi del viaggio ci sarà domani, con l'incontro interreligioso presso la Piana dell'antica città sumera di Ur da dove, secondo la tradizione, Abramo, il "patriarca di tutti i credenti" - a lui si rifanno ebraismo, cristianesimo e islam - iniziò la sua lunga marcia verso la terra promessa. "Vengo come pellegrino di pace in cerca di fraternità - ha detto il papa in un videomessaggio inviato ieri al "popolo dell'Iraq" -, animato dal desiderio di pregare insieme e di camminare insieme, anche con i fratelli e le sorelle di altre tradizioni religiose, nel segno del padre Abramo, che riunisce in un'unica famiglia musulmani, ebrei e cristiani".
di Ilaria Sesana
Avvenire, 5 marzo 2021
I dati emersi dal rapporto di "Ero straniero" ci spingono a dire che provvedimenti straordinari come le sanatorie sono importanti, ma non sufficienti. E sempre più urgente e improcrastinabile una riforma organica della legge sull'immigrazione che superi la Bossi-Fini. Non possiamo continuare a negare dei diritti fondamentali a centinaia di migliaia di persone che vivono e lavorano nel nostro Paese". È il commento di don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità, una delle associazioni che fa parte della campagna "Ero straniero", alla pubblicazione del dossier in cui si fotografa la situazione di grave ritardo in cui versa la campagna di regolarizzazione degli immigrati irregolari lanciata dal Governo a maggio 2020.
Di situazione "inaccettabile" di fronte ai ritardi con cui sta procedendo l'iter di regolarizzazione dei cittadini stranieri che hanno presentato domanda di emersione parlano anche Massimiliano Iervolino e Giulia Crivellini, rispettivamente segretario e tesoriera di Radicali Italiani. "La situazione appare grave anche per altri aspetti - aggiungono.
C'è un tema sanitario: per la campagna vaccinale anti-Covid in corso nel nostro Paese è fondamentale che il maggior numero di persone esca il prima possibile dall'invisibilità in modo da poter garantire l'accesso alle cure e una quanto più ampia copertura della popolazione". Di fronte a questa situazione, "Ero straniero" rilancia la sua legge di iniziativa popolare depositata in Parlamento il 27 ottobre 2017, con oltre 90mila firme e ora all'esame della Commissione affari costituzionali della Camera.
Cardine della proposta di legge è la possibilità di prevedere una regolarizzazione su base individuale degli stranieri "radicati" sui territori. E cioè una procedura sempre accessibile che dia possibilità a chi è senza documenti di mettersi in regola a fronte della disponibilità di un contratto di lavoro o della presenza stabile sul territorio. Inoltre, la proposta di legge prevede l'introduzione di canali legali di ingresso per lavoro, che facilitino l'incontro tra i datori di lavoro italiani e i potenziali lavoratori dei Paesi terzi. Senza costringere chi migra ad affidarsi a trafficanti e a percorrere rotte irregolari sempre più pericolose.
di Carmine Di Niro
Il Riformista, 5 marzo 2021
La sua storia sta spaccando in due la Grecia, tra manifestazioni di solidarietà e chi invece non molla sulla linea dura. Parliamo di Dimitris Koufodinas, ex terrorista greco e leader del gruppo armato di estrema sinistra "17 Novembre", in sciopero della fame da 56 giorni come forma di protesta per il trasferimento in un carcere di massima sicurezza a Domokos. Koufodinas, come rivelato del suo avvocato Ioanna Kourtovik, è "tra la vita e la morte" nel reparto di terapia intensiva dell'ospedale di Lamia.
L'ex terrorista 63enne in caso di decesso sarebbe il primo detenuto politico europeo a morire di fame mentre è sotto la custodia dello Stato dal 1981: all'epoca morì in cella Bobby Sands, militante dell'IRA irlandese, come forma di protesta contro il governo inglese ultraconservatore di Margaret Thatcher.
La storia di Koufodinas è quella di un terrorista mai pentito e per questo in Grecia è folta la pattuglia di chi, a destra, non vuole fare 'sconti' all'ex leader di "17 Novembre". L'organizzazione terroristica si è macchiata della morte di 23 persone tra il 1975 e il 2000: il nome del gruppo faceva riferimento alla notte del 17 novembre del 1973, quando il regime "dei Colonnelli" greco mandò i carri armati al Politecnico di Atene contro la protesta degli studenti, provocando oltre venti morti e centinaia di feriti.
I terroristi di "17 Novembre" agivano sotto la 'bandiera' del marxismo e dell'anticapitalismo, contro la Nato, gli Stati Uniti e le loro basi militari sul suolo greco: non a caso la prima vittima del gruppo fu nel 1975 Richard Welch, ai tempi il capo della sezione greca della CIA. Koufodinas, che nel 2002 si consegnò spontaneamente alla polizia mettendo di fatto la parola 'fine' all'esperienza del gruppo terroristico, è stato condannato a undici ergastoli per altrettanti omicidi.
Uno di questi omicidi, secondo i sostenitori di Koufodinas che da giorni scendono in piazza per protesta, sarebbe la causa del suo trasferimento nel re di massima sicurezza di Domokos, nella Grecia centrale. Tra le vittime di Dimitris Koufodinas c'è stato infatti Pavlos Bakoyannis, deputato di Nuova Democrazia, il partito del centrodestra ancora oggi al governo della Grecia: Bakoyannis era però anche il cognato dell'attuale primo ministro Kyriakos Mitsotakis, mentre il figlio Costas Bakoyannis è sindaco di Atene. Insomma, il sospetto è che la scelta di trasferire Koufodinas dalla struttura agricola nelle campagne di Volos, dove stava scontando la sua pena, al carcere di Korydallos, sia di fatto una "vendetta" della destra.
A non reggere è anche l'accusa da parte dei partiti e degli ambienti di centrodestra di una scelta per ribaltare un "rilassamento" dei vecchi governi di sinistra nei suoi confronti: effettivamente nel 2018, quando al governo della Grecia c'era la sinistra di Alexis Tsipras, Koufodinas venne trasferito per "buona condotta" dal carcere di massima sicurezza alla struttura agricola di Volos, ma come lui anche diversi altri ergastolani erano detenuti in questo tipo di carceri, che non comportavano comunque alcuna possibilità di riduzione della pena.
Contro il "rilassamento" di Syriza quindi il governo di centrodestra nel 2020 approvò una legge che negava ai condannati per terrorismo alcuni diritti riconosciuti ai detenuti per altri reati, come appunto la possibilità di scontare la pena nelle carceri agricole. A causa della legge quindi Koufodinas venne trasferito a Domokos, noto per "sovraffollamento e pessime condizioni di detenzione", come raccontato su Il Manifesto dal giornalista di origine greca Dimitri Deliolanes, e difficilmente raggiungibile da moglie e figlio dell'ex leader di "17 Novembre".
Di fronte alla protesta di Koufodinas, che aveva iniziato l'8 gennaio scorso lo sciopero della fame, e successivamente quello della fame, il governo di centrodestra si è dimostrato fermo sulle sue posizioni. Per la portavoce dell'esecutivo ellenico, Aristotelia Peloni, "Koufodinas chiede un trattamento privilegiato ma lo Stato non negozia con i detenuti e non rinuncerà al proprio diritto sovrano di decidere come trattenerli. Ha la capacità di porre fine allo sciopero della fame ed esercitare le opzioni legali a sua disposizione". Non la pensano così movimenti di sinistra, avvocati, intellettuali e organizzazioni per i diritti umani che hanno scritto e firmato petizioni per chiedere di rispettare i diritti di Koufodinas. In favore dell'ex terrorista si è speso anche Alexis Tsipras: "In uno stato di diritto, la vita umana è un bene supremo, anche se è quella di un condannato".
di Pier Giorgio Ruggeri
Il Giorno, 5 marzo 2021
Il viaggio improvviso del manager Alessandro Fiori e il cadavere col cranio sfondato nel Bosforo. L'amarezza di papà Eligio: lo so già, i magistrati non faranno più nulla. Tre anni sono passati senza Alessandro Fiori e senza che i suoi carnefici siano stati assicurati alla giustizia. La scomparsa del manager di Soncino, avvenuta il 12 marzo 2018 a Istanbul, è destinata a restare ancora a lungo un mistero. Il professionista, 33 anni, aveva preso un volo per la grande città turca all'improvviso, senza avvertire nessuno. Le sue tracce si erano perse già il giorno successivo al suo arrivo: il tempo di passare per un hotel e salire su un taxi. Il padre Eligio, non riuscendo a mettersi in contatto con lui, era volato in Turchia con il fratello Sergio e avevano avviato le ricerche, chiedendo l'aiuto anche a un programma televisivo locale e ricevendo alcune segnalazioni, sempre disattese, fino al 28 marzo, quando il cadavere di Alessandro era stato trovato nelle acque del Bosforo.
Era apparso subito chiaro che il giovane non era morto annegato e che difficilmente si sarebbe potuto trattare di un incidente. Solo dopo molti ritardi, un'autopsia era stata eseguita e il medico legale aveva trovato una profonda lesione in testa, provocata da una sbarra di metallo. Omicidio, dunque. E per motivi non chiariti. Le indagini in Turchia, nonostante le pressioni esercitate dall'ambasciata italiana, non sono mai approdate a nulla e neppure in Italia la Farnesina è stata in grado di imprimere la giusta accelerazione per trovare i colpevoli. A Istanbul, poi, aveva peggiorato la situazione un paradossale continuo cambio di magistrati incaricati dell'inchiesta. E poi tanto, troppo silenzio
Eligio Fiori, padre di Alessandro, il manager 33enne scomparso in Turchia e trovato morto il 28 marzo 2018, vorrebbe conoscere la verità sulla morte del figlio e vedere assicurati alla giustizia i suoi assassini. Perché di omicidio si tratta, confermato anche dall'autopsia eseguita in Italia e ammesso dalle stesse autorità turche che però, in pratica, non hanno mai fatto partire seriamente le indagini. "Troppo tardi - dice Fiori. Tutto troppo tardi. Le indagini avrebbero dovuto partire subito. Invece...".
Invece un tourbillon di procuratori, ben quattro cambiati in pochi mesi, non hanno portato risultati. Cosa si sa finora?
"Mio figlio ha incontrato qualcuno che lo ha derubato. Abbiamo trovato il suo cellulare nel bidone della spazzatura davanti al suo albergo. Ci è stato riferito che un tassista è salito in camera sua e gli ha preso il portafoglio. Ci sono i prelievi fatti dal ladro con la sua carta di credito e poi ci sono le segnalazioni che vedono Alessandro vagare in città. Fino alla sua scomparsa".
Ma consolato e Farnesina si sono mossi...
"Per la verità, senza troppa convinzione. Solo qualche gentile lettera di sollecito. Forse la situazione politica in Turchia non era facile. Fatto è che tutto è stato fatto in modo poco convincente".
Le indagini proseguono?
"Il mio avvocato turco mi ha appena riferito che è stato convocato dalla procura che gli ha comunicato il solito nulla di fatto. Le indagini non sono chiuse, ma a differenza di quanto accaduto in Italia, secondo la legge turca, il delitto andrà in prescrizione allo scadere del quindicesimo anno. Ma francamente è impensabile che nel frattempo avvenga qualcosa".
Lei spera ancora di arrivare a una soluzione?
"No, ho capito subito che in quella situazione non si sarebbe arrivati a nulla. Eppure è stato subito chiaro che da una parte Alessandro era stato ucciso e dall'altra non si volevano trovare i suoi assassini. Forse per una questione di immagine era meglio lasciare tutto nel dubbio. A nulla, in Italia, sono valsi gli interventi della politica. L'europarlamentare Angelo Ciocca è andato a Istanbul, Lega e Movimento 5 Stelle hanno presentato interrogazioni in Parlamento. Ma il risultato è stato nullo".
di Alessandro Domenico De Rossi
Il Dubbio, 4 marzo 2021
La nomina della ministra Cartabia e le minori polemiche ideologiche dei partiti. Nonostante le obiettive difficoltà lascia bene sperare la nomina di Marta Cartabia al ministero della Giustizia che necessita di urgenti riforme di grande importanza. Vedremo.
Non va dimenticato peraltro che in più occasioni la Guardasigilli ha rivelato una spiccata sensibilità verso temi poco popolari ma comunque molto delicati. Non a caso tra i primi atti anche simbolici, è particolarmente significativo l'incontro col Garante nazionale dei Diritti delle persone private della libertà personale, Mauro Palma.
- Cartabia: "Il carcere è un luogo di comunità che va protetto anche con le vaccinazioni"
- Le carceri dimenticate nel primo Dpcm firmato Draghi
- Perché il 41bis oggi non è più legittimo
- Giustizia riparativa, forse è la volta buona che diventi una legge
- Giustizia, ecco lo staff di Cartabia: avvocati e professori accanto agli ex di Bonafede











