ilgiunco.net, 6 marzo 2021
Ancora maggiore attenzione per la salute delle persone detenute nella casa circondariale di Massa Marittima con l'avvio del servizio di Odontoiatria messo a disposizione dalla Asl Toscana sud est che, a partire da domani, sabato 6 marzo, sarà effettuato all'interno della struttura.
Le cure odontoiatriche di base sono previste dall'attuale normativa sulla salute in carcere che dal 2008 è diventato ambito di responsabilità e gestione in carico alle sole Aziende sanitarie locali, le quali sono chiamate a garantire la copertura di tutti i servizi sanitari previsti dai Lea (Livelli Essenziali di Assistenza). Finora erano erogate, sempre dalla Asl, ma all'esterno della struttura carceraria, condizione che presentava maggiore complessità nell'organizzazione logistica in tema di sicurezza e risorse necessarie.
Il progetto in partenza, realizzato grazie alla collaborazione della direzione del carcere, prevede un ambulatorio dotato di un "riunito odontoiatrico" (poltrona e strumenti) all'interno del carcere, dove il dottor Marco Pezzuoli, medico odontoiatra dell'UOC Odontoiatria della Sud Est, diretta dalla dottoressa Alessandra Romagnoli, sarà a disposizione ogni 15 giorni, per fornire un primo livello assistenziale agli ospiti della casa. Oltre alla visita di valutazione e di controllo, sarà possibile eseguire estrazioni, protesi masticatorie, cura di denti e bocca e interventi per urgenze.
"Il periodo di pandemia da Covid ha cambiato molte cose e ha influenzato i modelli di assistenza che, in un contesto particolare come il carcere, prevedono già procedure puntuali e predeterminate. A tale riguardo, poter offrire il servizio direttamente in loco e quindi non dover far uscire i detenuti porta numerosi vantaggi in termini di tutela dalle possibilità di contagio da Covid, di tempi di cura che si accorciano, specialmente in caso di urgenze e di dispendio di risorse. In questo modo offriamo un servizio migliore, perché strutturato sulle necessità di queste persone, e indispensabile dal momento che la salute orale è indissolubilmente legata alla salute generale" - spiega la dottoressa Romagnoli.
"La presenza frequente di patologie tra i detenuti, riguardanti anche denti e bocca, necessita di particolare attenzione da parte del servizio sanitario, impegnato nell'individuazione di modelli assistenziali adeguati alla realtà carceraria - spiega il dottor Mateo Ameglio, direttore UOC Salute in carcere della Asl Toscana sud est e coordinatore del settore di tutti penitenziari nel territorio aziendale - Il servizio interno di Odontoiatria che viene avviato è la dimostrazione di come dall'unione d'intenti di più soggetti ed enti si riesca a concretizzare un'offerta di cure mirata e pensata sulle esigenze di salute dei pazienti e del sistema che gestisce la struttura. Ritengo che sia stato raggiunto un traguardo importante per l'intera comunità".
"Circa un anno e mezzo fa ho preso servizio presso la casa circondariale di Massa Marittima e fin da subito ho notato una difficoltà nel fornire cure odontoiatriche ai pazienti detenuti dovendo fare riferimento a strutture sul territorio - dichiara la dottoressa Federica Mandarini, responsabile sanitaria casa circondariale Massa Marittima - Il trasporto del detenuto in un luogo esterno di cura richiede infatti uno sforzo di energie e di mezzi anche da parte del personale di polizia penitenziaria, sempre alle prese con carenza di organico. L'utopistica idea di creare un ambulatorio odontoiatrico è stata accolta con entusiasmo dalla direzione del carcere; l'idea ha quindi preso forma in un progetto che che si è poi tramutato in realtà grazie all'appoggio del dottore Ameglio, responsabile della Salute in carcere e della dottoressa Romagnoli responsabile dell'Odontoiatria. Vorrei ringraziare la dottoressa Leonilda Cappelli, mia guida, e i miei collaboratori che con me portano avanti l'assistenza sanitaria all'interno del carcere, sperando che questa iniziativa sia un piccolo punto di partenza nel percorso di innovazione della medicina penitenziaria".
Soddisfatta anche la dottoressa Cristina Morrone, direttrice casa circondariale: "Un grazie speciale e di cuore a tutti coloro che hanno collaborato al progetto di installazione del riunito odontoiatrico all'interno del carcere - In particolar modo voglio ringraziare la dottoressa Romagnoli, il dottor Ameglio, il dottor Pezzuoli, la dottoressa Mandarini e la dottoressa Lucia Gemignani. È stato un risultato corale per cui Asl, che ha fornito la strumentazione, direzione del carcere e provveditorato regionale, che ha finanziato in parte l'operazione, si sono attivati insieme, con entusiasmo e grande sinergia, senza arrendersi davanti a momenti a volte di difficoltà. Spesso il carcere viene concepito come una realtà separata dal resto del territorio, invece in questa occasione ho toccato con mano la volontà di farsi carico delle problematiche della salute in carcere e la costante partecipazione dei protagonisti coinvolti. L'attivazione del servizio è una grande conquista, soprattutto per i detenuti e il personale penitenziario che non dovendosi spostare fuori dal carcere, sono più tutelati in considerazione anche del periodo di emergenza sanitaria che stiamo vivendo".
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 6 marzo 2021
Indagava sulla morte di Luca Attanasio. La versione ufficiale: l'uccisione rientra nelle rivalità fra reggimenti di soldati. L'inchiesta sulla morte del diplomatico italiano e del carabiniere Iacovacci trova un muro di gomma nel paese dove le reti criminali sono colluse con il potere.
Si spara come se niente fosse. Si spara su chiunque abbia un'auto ufficiale. Si spara su chi dovrebbe riportate la legge. Soprattutto, si spara su chi sta cercando una difficile verità. Sulle alture del Kivu, la regione del genocidio infinito, poco lontano dal luogo in cui sono stati uccisi il 22 febbraio Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e il loro autista, Mustafa Milambo, proprio lì è stato assassinato martedì sera uno dei magistrati che indagano sull'agguato all'ambasciatore italiano. Il maggiore William Mwilanya Asani, revisore dei conti alla Procura militare di Rutshuru, è morto mentre tornava da una settimana trascorsa a Goma, al termine d'una serie d'incontri con altri investigatori congolesi. Il suo convoglio, scortato dal colonnello Polydor Lumbu del 3409° Reggimento delle Fardc, le forze armate, stava percorrendo al buio la strada verso Kaunga ed era arrivato all'altezza del villaggio di Katale, qualche decina di chilometri dalla località in cui è stato ammazzato Attanasio.
Asani è morto all'istante, il colonnello Lumbu è ricoverato per ferite gravi. Secondo la versione ufficiale - e questo è a prima vista singolare, anche per la rapidità con cui sono state condotte le indagini - a sparare non sarebbero stati i "soliti" miliziani ruandesi delle Fdlr, in genere accusati dal governo di qualsiasi delitto (compreso quello dell'ambasciatore). No, stavolta l'agguato sarebbe stato teso dai militari in abiti civili d'un altro reggimento congolese, il 3416°: "Avevano messo un posto di blocco sulla Rn2 e si stavano accanendo sulla popolazione locale - riferisce un portavoce della polizia -, quando hanno visto le jeep militari e hanno iniziato a sparare".
La prova verrebbe dai documenti trovati su uno degli assalitori, ucciso nello scambio di colpi: il sergente Okito Longonga, che appunto appartiene al 3416° Reggimento. L'uccisione di Asani rientrerebbe dunque nelle rivalità fra soldati con la stessa divisa, piuttosto frequenti in questa parte di Congo: un anno fa, sette militari furono uccisi da commilitoni mentre trasportavano 100mila dollari, destinati agli stipendi. Non è chiaro che ruolo avesse il maggiore, nell'inchiesta Attanasio. La procura militare di Rutshuru è uno degli uffici incaricati d'investigare. E dai vertici che si sono tenuti a Goma, poco è trapelato: la task-force inviata nel Kivu dal governo centrale, per ora, ha deciso soltanto che ogni spostamento d'organizzazioni internazionali sulla Rn2 e nella regione dev'essere prima comunicato alle autorità. Una misura evidentemente insufficiente, su un territorio dove s'è quasi perso il controllo: stando ai rapporti del Kivu Security Tracker, un servizio gestito da varie ong, fra le 122 milizie che si muovono in zona spiccano gli abusi, gli affari, la corruzione, le violenze dello stesso esercito.
A parole, la solidarietà e la collaborazione sono garantite: nelle ore dell'agguato al maggiore Asani, a Kinshasa si celebrava in cattedrale una messa in suffragio d'Attanasio e Iacovacci, alla presenza del presidente Felix Antoine Tshisekedi Tshilombo e del cardinale Fridolin Ambongo, con la lettura d'un messaggio speciale del Papa affidato al nunzio apostolico Ettore Balestrero.
Nella sostanza, però, sono pochi gli elementi forniti ai Ros dei Carabinieri, inviati sul luogo. Tanto che martedì in commissione Esteri, alla Camera, s'è ipotizzato di classificare il caso Attanasio come crimine di guerra: in questo modo, ha spiegato il segretario della rete Pga (Parliamentarians for Global Action), David Donat Cattin, "l'Italia avrebbe i mezzi giuridici per incriminare coloro che finanziano, armano e dirigono il gruppo armato che ha attaccato il convoglio Onu, a prescindere dall'esistenza di ordini specifici a subordinati che sarebbe imprudente ridurre al rango di meri banditi".
L'agguato ad Asani è collegabile alle indagini che stava conducendo? "In Nord Kivu sono attive varie reti criminali e mafiose, alcune anche legate ai militari", denunciava qualche giorno fa un attivista per i diritti umani nel Nord Kivu, Jimmy Kamate Kighoma: difficile entrare nelle strategie legate agli attacchi, alle minacce. Lo stesso Kighoma, consigliere municipale, s'è trovato l'auto danneggiata, la casa devastata e il cane avvelenato solo per aver parlato dei fondi all'esercito che si volatilizzano nelle corruttele. Non sempre il confine fra terroristi e rappresentanti dello Stato è chiaro. Ed è anche per questo che le indagini sulla morte di Attanasio e Iacovacci, in Congo, stanno trovando un muro di gomma. "Se hanno avuto il coraggio d'uccidere un ambasciatore - dice Kighoma -, riuscite a immaginare che cosa fanno a noi cittadini?".
di Carlo Verdelli
Corriere della Sera, 6 marzo 2021
È indispensabile trovare il modo di dare coraggio alle persone in grave difficoltà, magari spiegando loro in quale modo sarà possibile riuscire a portarle in salvo. I numeri sono importanti, come e più delle parole. Ma scappano via. Capita di leggerli e poi dimenticarli, scaricando la mente, e qualche volta la coscienza, da quello che provano a dirci. Per esempio, un numero come questo: 5 milioni 600 mila. È la stima dell'Istat sui poveri assoluti in Italia, un milione in più di quanti fossero nel marzo scorso, quando il Covid era ancora una minaccia. Vuole dire che oggi quasi un italiano su dieci (il 9,4 % della popolazione) fatica moltissimo a fare fronte ai bisogni essenziali: mangiare, curarsi, coprirsi se è freddo.
Li vedi, gli ultimi arrivati nel girone dei retrocessi, cominciare a mettersi in fila nei posti dove ti danno un sacchetto di cibo gratis, tipo i centri organizzati dalla Caritas, o dei vestiti, delle medicine che ormai sono fuori dalla loro portata economica. Forse, o anzi certamente, provano anche vergogna a ritrovarsi lì, con la mano tesa, obbligati a chiedere, incapaci di procurarsi il minimo, scivolati quasi senza accorgersene sotto la soglia che li divide da quelli che arrancano ma ancora resistono: gli italiani del gradino appena sopra, classificati nella categoria della "povertà relativa". Una fascia in allargamento, tra i 7 e i 9 milioni di persone, dove la battaglia per una vita dignitosa è quotidiana e non sempre la si vince.
In trincea con loro, sia con i poveri "assoluti" sia con i "relativi", convivono anche 1 milione 346 mila tra bambini e ragazzi (209 mila in più dell'anno scorso), un altro numero che se lo vedi scritto magari non impressiona ma che trasformato in un'immagine corrisponde a 17 grandi stadi di calcio completamente esauriti, pieni fino all'orlo di minori che, tra l'altro, rischiano di non finire le scuole, nemmeno quelle dell'obbligo, candidati a un futuro senza futuro.
La pandemia ha accelerato brutalmente il processo di sganciamento dei vagoni di coda del treno Italia. Redditi decurtati, o già scomparsi, o in via di estinzione (quando a luglio terminerà il blocco dei licenziamenti). Salto in basso dal precariato alla disoccupazione. Gente che non riesce nemmeno a pagare le spese per seppellire i propri morti. Sempre più indigenti che si presentano ai servizi sociali per chiedere un aiuto: lavoratori irregolari, lavoratori in nero che non hanno percepito cassa integrazione né ristori, rider in fila per ritirare la busta con i viveri per sé, indossando lo zaino che da lì a poche ore conterrà il buon cibo da consegnare a chi può ordinarlo.
Vecchi e nuovi poveri che affollano le ultime carrozze, per i quali il governo Draghi ha appena stanziato un miliardo di euro. Ma non basteranno questi soldi per impedire che il convoglio si spezzi in due. E non basterà l'impegno forsennato delle associazioni non profit, cioè l'arcipelago delle buone azioni, che a vario titolo stanno facendo l'impossibile per alleviare il confinamento ai margini. Come non basterà sommare redditi di cittadinanza e di emergenza, per quanto finora salvifici ma inevitabilmente a tempo.
C'è una frase di Ermanno Olmi, regista degli umili e degli ultimi, più facile da ricordare di una cifra: "Bisognerebbe andare a scuola di povertà per contenere il disastro che la ricchezza sta producendo". Sommare alla ricchezza, intesa come bulimia di guadagno sterile, che cioè non produce né valore né frutti, i guasti profondi che sta scavando la pandemia, dà un'idea dell'emergenza che le stime dell'Istat hanno appena radiografato. Un'infezione sociale che sta interessando e affollando troppa Italia e troppi italiani. L'agenda delle priorità, in vista dei fondi sperabilmente in arrivo dall'Europa, dovrebbe includere un capitolo che ancora non c'è: "Progetto dignità: per non abbandonare una parte del Paese alla deriva". Il Sud certamente, ma ormai non solo. Anche la pandemia dell'indigenza ha rotto gli argini geografici, e non esistono più zone bianche.
Finché è una statistica, per quanto allarmante, la povertà indigna ma non impegna. Ma quando prende corpo e rischia di esondare, allora il problema non è più soltanto umanitario. Diventa (o non diventa) l'orizzonte delle scelte di un governo. Tenere insieme il treno Italia whatever it takes, a ogni costo, oppure accettare la perdita dei vagoni di coda, attutendo il distacco con misure tampone: tra un'opzione e l'altra, passa il confine dell'Italia che verrà.
Se prima o poi il capo del governo concedesse uno strappo alla sua regola del silenzio e decidesse di dire qualcosa in pubblico, guardando negli occhi questo Paese smarrito e spiegando la rotta che dovrebbe portarlo in salvo, i primi a essergliene grati sarebbero proprio quelli che la rotta temono di averla già persa, che si sentono abbandonati, che hanno smesso di crederci.
Sono un numero, 5 milioni 600 mila. Un numero enorme, composto di singoli addendi, e ogni addendo è un cittadino, con gambe, testa e cuore. La disperazione di questi tanti è, per ora, muta e invisibile. La terza ondata del coronavirus peggiorerà ulteriormente le aspettative che ancora nutrono dalla vita. Dare loro coraggio, farli sentire parte del piano, non è una buona azione. Non essere ignorati sarebbe un diritto.
di Diego David
riviera24.it, 6 marzo 2021
Progetto che coinvolge ministero della Giustizia, Fondazione Carige, Regione Liguria, Arci Provinciale e Circolo Parasio. "Dipinti contro la violenza sulle donne", è il titolo di un calendario realizzato dai detenuti del carcere di Imperia grazie a un progetto che ha coinvolto ministero della Giustizia, Fondazione Carige, Regione Liguria, Arci Provinciale e Circolo Parasio.
"Il calendario - spiega la presidente del Circolo Parasio Simona Gazzano - è il prodotto finale di un progetto che è molto lungo che dura da anni. Si tratta di un calendario che viene realizzato tramite un progetto educativo e di assistenza alle ai detenuti, sia chi si è macchiato di questo tipo di reati, sia chi semplicemente è stato coinvolto. Il tema è quello della violenza di genere, ci vedo anche la vicinanza con la ricorrenza molto vicina che è quella dell'8 marzo che ricorda, il ruolo delle donne nella società.
I realizzatori di queste opere sono stati spinti a riflettere ad instaurare un dialogo interiore con sé stessi. Di fronte alla violenza sempre più dilagante, mette tutti, informazione compresa, davanti alla responsabilità in quanto vengono spesso fatti passare di messaggi come se la violenza fosse un qualcosa di momentaneo, di non connaturato, invece, purtroppo, è qualcosa di molto radicato".
"Il laboratorio di pittura e attività creativa "Siamo"è presente, già da diversi anni, nella Casa Circondariale di Imperia. è tenuto dall'insegnante di arte Annalisa Fontanin, nell'ambito del progetto "La Rete che unisce - Progetto Ponte" coordinato dall'Arci con fondi della Regione Liguria. Il corso, in coerenza con quanto avvenuto in passato, è stato caratterizzato da un "titolo" attraverso il quale avviare un progetto che oltre ad essere di apprendimento tecnico è voluto essere espressione di tematiche personali, sociali e di vita con finalità anche di trattamento per l'anno 2019, su proposta dei funzionari, la scelta è ricaduta sulla violenza di genere accolta con entusiasmo dalla docente. L'argomento ha trovato apprezzamento nei partecipanti in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Quanto è stato prodotto, frutto di sentita e metabolizzata resipiscenza anche da parte di chi si è reso responsabile di violenza sulle donne", dice il direttore del carcere del capoluogo Francesco Frontirrè.
"Ho appoggiato e promosso questo progetto, consapevole della bellezza e dell'importanza delle azioni creative - sottolinea il vicepresidente di Fondazione Carige Giacomo Raineri - ha come strumento di riflessione sia personale che collettiva e di liberazione dalla gabbia mentale del pregiudizio. In una realtà complessa come quella carceraria, dove i vissuti spesso tragici e difficilissimi sono lo spunto di riflessione è quello di non dimenticare che la violenza di genere è una responsabilità collettiva, tanto nelle sue cause che nelle sue risposte. Dove il linguaggio delle parole è spesso insufficiente per esprimere un dialogo interiore demotivante, l'espressione artistica dà voce al rifiuto di un crimine tanta orrendo".
di Domenico Agasso
La Stampa, 6 marzo 2021
Una capitale super-blindata ha accolto Francesco. Dopo la tappa al palazzo presidenziale, la visita alla cattedrale. Oggi l'incontro con Al-Sistani. Sui tetti dell'Hotel Babylon, lungo Karada Street, dove alloggiano i giornalisti di tutto il mondo a seguito del Papa, alcuni cecchini tengono lo sguardo puntato in basso verso l'ingresso, mentre altri passeggiano armati scrutando l'orizzonte di questa surreale giornata irachena. Francesco, il primo Pontefice a camminare in Mesopotamia sulla terra di Abramo, giunge in una Baghdad blindatissima e in lockdown. Militarizzata e spettrale.
Attorno al Pontefice appena atterrato volteggia un drone, mentre la banda suona la "Sinfonia n. 9" di Beethoven. Bergoglio si sposta dall'aeroporto al palazzo presidenziale con una vettura anti-proiettile, "una Bmw 750, auto di sicurezza speciale", riferiscono fonti dell'intelligence locale. È la prima volta che in una visita internazionale Francesco la accetta, rinunciando all'abituale utilitaria. La dice lunga sul livello di allerta, che però non preoccupa più di tanto l'84enne Vescovo di Roma: "Questo è un viaggio emblematico, un dovere" verso una regione "martoriata da molti anni".
Il primo carro armato pronto all'azione lungo il tragitto papale sembra un'eccezione dimostrativa, invece è la regola: un chilometro, massimo due, ed eccone un altro, e un altro ancora. Si alternano i modelli dei veicoli da fuoco come le divise: esercito e polizia, polizia e militari. Posti di blocco. Mitra sempre rigorosamente spianati. Ovunque. E chi si sofferma per qualche secondo in spazi troppo aperti, dove si può diventare facili bersagli, ecco il "caloroso" invito a circolare. Gli agenti in borghese sono riconoscibili, anche perché la "folla" non c'è e non può esserci. Ci sono solo alcuni capannelli festanti di persone, con bandierine irachene e vaticane e cartelli di "Benvenuto", ma non si può stare troppo assembrati. Il resto è deserto, quasi tutti i negozi sono chiusi, gli unici colori sono il verde delle palme e il bianco e giallo del Vaticano sui cartelloni di accoglienza. In lontananza tre ragazzini giocano e si rincorrono, indifferenti al convoglio e alle restrizioni anti-contagio.
La prima meta di Bergoglio è il palazzo presidenziale, già luogo preferito da Saddam Hussein per incontrare i capi di Stato. Nel corso degli anni è stato anche residenza di Saddam, sede dell'amministrazione provvisoria a guida americana, Ambasciata statunitense. Ieri ha sentito risuonare il primo discorso del Papa. Davanti ai politici Francesco dice di "venire come penitente che chiede perdono al Cielo e ai fratelli per tante distruzioni e crudeltà". Grida al mondo: "Tacciano le armi! Se ne limiti la diffusione, qui e ovunque!". E poi, la stilettata contro "gli interessi di parte", in particolare "quegli interessi esterni", di attori evidentemente non iracheni, "che si disinteressano della popolazione locale". Già ai tempi di Buenos Aires Bergoglio aveva organizzato preghiere per la pace in Iraq, perplesso di fronte all'invasione americana. Al contrario si deve "dare voce ai costruttori, agli artigiani della pace! Basta violenze, estremismi, fazioni, intolleranze!".
Il Pontefice ha nel cuore un piccolo popolo perseguitato da sempre: "Tra i tanti che hanno sofferto, gli yazidi, vittime innocenti di insensata e disumana barbarie, perseguitati e uccisi a motivo della loro appartenenza religiosa, e la cui stessa identità e sopravvivenza è stata messa a rischio". Il Papa lancia anche un appello "alla comunità internazionale" perché svolga un ruolo di pacificazione nel Medio Oriente, ma "senza imporre interessi politici o ideologici".
Il rumore degli elicotteri militari che sorvolano Baghdad è la "colonna sonora" della giornata. La Cattedrale di Sayidat al-Nejat (Nostra Signora della Salvezza) il 31 ottobre 2010 fu attaccata dall'Isis durante la messa. I miliziani uccisero 48 persone, tra loro due preti, oggi sepolti nella cripta. Restarono a terra anche 70 feriti. Il Papa percorre il tappeto rosso simbolo del sangue del martirio, e poi parla a vescovi e preti. Ricorda i "nostri fratelli e sorelle morti nell'attentato terroristico. La loro morte ci ricorda con forza che l'incitamento alla guerra, gli atteggiamenti di odio, la violenza e lo spargimento di sangue sono incompatibili con gli insegnamenti religiosi". E rammenta "tutte le vittime di violenze e persecuzioni, appartenenti a qualsiasi comunità religiosa".
Monsignor Paul Richard Gallagher, "ministro degli Esteri" vaticano, quasi mai rilascia dichiarazioni. Eppure, non esita a definire i giorni iracheni "tra i più importanti del pontificato, che sarà ricordato anche per questo viaggio".
di Luigi Ciotti
La Stampa, 6 marzo 2021
"Sanpa, madre amorosa e crudele", di abio Cantelli Anibaldi (Editore Giunti). Nel tunnel della tossicodipendenza. Dall'adolescenza inquieta all'incontro con Muccioli, il diario di un ragazzo uscito dalla droga in anni epici Un libro sulla dimensione avventurosa di una comunità, il suo essere laboratorio di relazioni e pratiche. Ricordo bene il giorno in cui Fabio mi portò il suo libro, quando uscì la prima volta 25 anni fa. Me lo porse con aria emozionata, imbarazzata, quasi volesse chiedere scusa. Temeva che i riferimenti alle vicende di San Patrignano potessero creare fastidi a me o al Gruppo Abele, dove lavorava ormai da qualche mese.
Il testo mi riservò molte sorprese, come credo che ne regalerà ai nuovi lettori. Perché è un libro che parla di droga, certo, e di un percorso umano appassionante quanto travagliato. Ma è soprattutto un piccolo, ragionato e ragionevole trattato sull'arte di mettersi nei guai. Fabio in quest'arte è stato maestro, e lo stesso direbbe probabilmente di me. È forse in questa comune propensione ai guai che ci siamo anzi riconosciuti simili, costruendo un legame stretto e duraturo.
Lui i primi se li è andati a cercare nell'adolescenza, come capita a tanti, non però con la tipica leggerezza dell'età, bensì con un livello di consapevolezza incredibile, frutto della capacità fin da giovanissimo di ascoltarsi, interpretarsi e infine abbandonarsi con spericolata fiducia agli impulsi della vita. Emerge del resto dal libro che si è anche sempre assunto la responsabilità dei guai che combinava, incluso il disastroso rapporto con le droghe. Non si è mai nascosto né vittimizzato. Perciò, credo, ha vissuto con particolare amarezza il venir meno di questo atteggiamento di responsabilità e trasparenza proprio da parte di chi lo aveva accompagnato fuori dagli anni bui della dipendenza: la comunità.
L'avvento delle comunità terapeutiche per persone tossicodipendenti fu un'esperienza pionieristica e avventurosa, a cui, insieme al Gruppo Abele, ebbi la fortuna di partecipare. In quel momento aiutare chi era nei guai con la droga significava mettersi a propria volta nei guai. E non solo perché non esistevano "metodi" né terapie riconosciute, ma perché accogliere un tossicodipendente senza denunciarlo voleva dire, per la legge di allora, diventare complici di un reato. Affrontammo il problema quando nel 1973 fondammo a Torino il primo centro droga in Italia, con la collaborazione di giovani medici e farmacisti, e l'anno dopo una fra le primissime comunità, a Murisengo nell'alessandrino. Nel 1975 la nostra mobilitazione "morire di fame, non di droga", con dibattiti pubblici e uno sciopero della fame, catalizzò attenzione in tutto il Paese, contribuendo in modo decisivo all'approvazione di una nuova legge, non più punitiva ma centrata sui percorsi di prevenzione e cura.
Non è vero che in quegli anni l'unica alternativa alla solitudine delle famiglie era San Patrignano. C'erano tanti soggetti del pubblico e del privato sociale che si mettevano in gioco, segmenti di Chiesa, percorsi animati da idee spesso diverse, ma che avevano appunto in comune la disponibilità a "mettersi nei guai", esponendosi all'incontro con questi ragazzi visti da molti come "lo scarto" della società, accogliendoli senza giudizi e senza promesse, se non quella di tenerli legati alla vita finché non fossero tornati capaci di vivere in maniera autonoma e autentica.
Fabio ce lo spiega con profondità e con grazia, confutando i luoghi comuni: chi usa droga non cerca la morte, ma la vita. Vuole vivere al di sopra delle miserie dell'esistenza umana, e si illude di trovare nelle sostanze la scorciatoia per la felicità. Neppure è vero che la droga sia sempre legata a situazioni di marginalità sociale: quanti figli della borghesia abbiamo accolto, che prima di ritrovarsi per strada a sbattersi per una dose, avevano incontrato la strada come fatica esistenziale, povertà affettiva e smarrimento.
Io non ho condiviso tante scelte di San Patrignano, a cominciare da certe forme di costrizione e violenza, e ho contestato con fermezza le norme repressive ispirate a quel modello di comunità. Tuttavia di fronte alle pagine di Fabio, e di fronte a lui come amico e collaboratore prezioso, non posso che constatare l'impotenza dei dogmi davanti all'irriducibile varietà di situazioni in cui si manifesta la vita. Non posso che dire: per fortuna c'era anche San Patrignano, per fortuna anche Vincenzo Muccioli si è accollato la sua quota di storie da accompagnare... e la sua non piccola quota di guai.
Il libro piacerà ai lettori giovani, perché racconta bene l'epica di quegli anni: la dimensione avventurosa della comunità, il suo essere laboratorio di relazioni e pratiche che, nell'incertezza del momento, sembravano giustificare azzardi dei quali solo col tempo si è colta la natura ambigua.
Oggi quell'epica si è persa, anche se il consumo di droghe non è certo scomparso. Le mafie hanno colto i cambiamenti di contesto e adeguato il mercato: gli stupefacenti si trovano ovunque a prezzi irrisori. Il consumo si è così normalizzato, burocratizzato, è diventato una declinazione fra le tante del consumismo, mentre vediamo crescere altre forme di dipendenza, come quelle dal gioco o dal web. Meno morti, meno crimini violenti, meno allarme sociale. La stessa sofferenza ma non la stessa urgenza ahimè, per tanti, di tirarsi fuori dai guai...
A burocratizzarsi è stato anche il mondo dell'impegno e della cura. Anche noi abbiamo in parte perso quella capacità di "metterci nei guai" che è stata la nostra ricchezza, la nostra forza profetica. Anche noi siamo sommersi dai protocolli, dalla coazione a ripetere "buone pratiche" che quando va bene tamponano il male dei singoli, raramente sono capaci di graffiare la realtà e promuovere il cambiamento sociale. E se non sempre riusciamo a dare risposte al disagio che ci viene incontro, è perché non sappiamo più farci le domande giuste, quelle scomode, quelle che ti obbligano a sperimentare perché la risposta te la insegna soltanto la strada.
Spero di avere ancora tanta strada da fare insieme a Fabio, e a chi come lui non ha mai smesso di rischiare, di lasciarsi provocare e sorprendere dalla vita. La seconda vita offerta a questo libro ne è un esempio. Oggi come allora, vorrei dirgli: non preoccuparti, non sarà un bel libro a procurarci grane! O forse sì, perché i libri migliori sono quelli che mettono nei guai chi li legge, e chi li scrive.
di Riccardo Polidoro
Il Riformista, 5 marzo 2021
In Sicilia, in Abruzzo e in Friuli, le Regioni stanno eseguendo i vaccini negli istituti di pena, sia per il personale che per i detenuti. In Campania, allo stato, non si hanno notizie nemmeno di un'organizzazione finalizzata a tale iniziativa. Eppure, nel solo carcere di Carinola, vi sono stati, in pochi giorni, ben tre decessi per Covid tra gli agenti della polizia penitenziaria.
di Errico Novi
Il Dubbio, 5 marzo 2021
Esami da avvocato, vaccini ai detenuti, toghe onorarie: priorità con cui la ministra vuol ricordare che la Giustizia non è vendetta. È una piccola rivoluzione culturale. Piccola perché dovrà passare in modo quasi impercettibile nella coscienza diffusa. La giustizia di Marta Cartabia è servizio, risposta alle urgenze, soluzione di problemi concreti. Sembra ordinaria amministrazione. Ma è un messaggio politico. Ed è la strada che la nuova guardasigilli ha scelto per lasciarsi il giustizialismo alle spalle.
di Fausto Malucchi
Il Riformista, 5 marzo 2021
Moreno ha 70 anni, un tumore alla prostata. Ha bisogno di assistenza costante. Eppure gli è stata negata la detenzione domiciliare. È rimasto in cella finché il virus non si è impossessato di lui. Ora è in un letto d'ospedale a lottare contro la morte.
di Lorenza Pleuteri
La Repubblica, 5 marzo 2021
La procura ha chiesto l'archiviazione del procedimento: "Morti di overdose, chi è intervenuto ha lavorato in situazioni di estrema precarietà". I parenti delle vittime e le associazioni pronti a presentare opposizione al gip. Richiesta di archiviazione per reato commesso da persone ignote (omicidio colposo e morte come conseguenza di altro delitto).
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