vita.it, 4 marzo 2021
La ministra della Giustizia Marta Cartabia che, segnando così con un gesto tutta la distanza dal precedente ministro, incontra per la prima volta nella sala Minervini i vertici del Dap e annuncia che negli istituti penitenziari sono partite le vaccinazioni sia del personale, sia dei detenuti. Per i primi da un paio di settimane, per i secondi da qualche giorno.
Secondo l'ultimo bollettino del 2 marzo, gli agenti attualmente positivi al Covid 19 erano 562, di cui otto ricoverati in ospedale su quasi 37mila agenti, i detenuti positivi. sono, invece, 410 su una popolazione carceraria di 52.600. Numeri molto alti, che si sommano ai decessi che dall'inizio della pandemia sono stati otto, a cui si aggiungono le 13 morti avvenute in occasione delle rivolte nel carcere di Modena e su cui ancora si deve fare chiarezza. E sino a poche giorni fa di vaccini nelle carceri ancora non si parlava.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 4 marzo 2021
Non c'è una misura di contenimento del virus, non una, tra quelle elencate in questo ennesimo decreto, che abbia la possibilità di essere rispettata nel chiuso insalubre e sovraffollato delle nostre prigioni. L'infausto Dpcm con cui Mario Draghi continua la tradizione arbitraria del predecessore dedica sette righe alla situazione delle carceri: una noterella, affogata nel solito mare di comminazioni, che risolve il problema mediante "adeguati presidi" per i nuovi ingressi nelle galere e disponendo che i "casi sintomatici" siano posti in isolamento.
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 4 marzo 2021
Era il 1986. Il 10 febbraio a Palermo iniziava lo storico maxiprocesso a "cosa nostra". A fine anno venne inserito nell'ordinamento penitenziario l'articolo 41bis. Poche righe destinate ad arginare le rivolte nelle carceri, pensate soprattutto per tenere a bada soprattutto i terroristi più irriducibili. La norma prevedeva che "in casi eccezionali di rivolta" o in "altre gravi situazioni di emergenza", il Ministro della giustizia potesse sospendere l'applicazione delle regole di trattamento dei detenuti. Con una limitazione fondamentale, tuttavia: la sospensione doveva avere "la durata strettamente necessaria" al fine di "ripristinare l'ordine e la sicurezza". Insomma, si trattava di gestire in via eccezionale situazioni carcerarie fuori controllo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 marzo 2021
La proposta di legge per la giustizia riparativa, primo firmatario il deputato del M5s Devis Dori, è limitata nell'ambito del procedimento penale minorile.
Si fa sempre più vicina la possibilità che sul fronte carcere si possa varare una legge che inserisca la giustizia riparativa. L'accordo potrebbe essere bipartisan, anche perché da ormai quasi un anno giace la proposta di legge che ha come primo firmatario il deputato del M5s Devis Dori.
di Liana Milella
La Repubblica, 4 marzo 2021
"Continuità nella discontinuità" è il motto della Guardasigilli che conferma alcune pedine, ma ne aggiunge di nuove. Come primo impegno ufficiale incontrerà il Csm e poi andrà alla Camera. Una piccola rivoluzione ai vertici di via Arenula. All'insegna però delle parole d'ordine "continuità nella discontinuità" e "tenere insieme voci diverse ma senza cancellarne la specificità".
Non si azzera lo staff di Bonafede, ma lo si integra con figure che non arrivano, com'è tradizione del palazzo, solo e sempre dalla magistratura, ma anche dalle altre professioni, dagli avvocati - che sicuramente se ne faranno un vanto - o dalla dottrina giuridica.
La neo ministra della Giustizia Marta Cartabia, dopo quasi due settimane di analisi dei suoi dirigenti, e dei vertici, conferma alcune pedine, ma ne aggiunge di nuove, con l'obiettivo, visti i compiti del ministero della Giustizia, di ascoltare tutte le "voci" e non solo quelle dei giudici. Nessuno "schiaffo" al suo predecessore Bonafede, con la stessa logica che ispirerà anche i suoi interventi legislativi. Si parte dai decreti dell'ex Guardasigilli di M5S - processo penale, ordinamento giudiziario, riforma del Csm, processo civile - per adeguarli alla nuova maggioranza e alla realtà introdotta con il Recovery.
Ma partiamo dallo staff, cioè la notizia della giornata. Resta al suo posto il capo di gabinetto Raffaele Piccirillo, magistrato di lungo corso al ministero della Giustizia, dove dal 2014 al 2018 - quindi con Andrea Orlando ministro - è stato direttore della giustizia penale e poi capo del Dipartimento per gli affari di giustizia. Ma Piccirillo - di Santa Maria Capua Vetere e cognato del procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho - ha soprattutto una solida esperienza internazionale perché, per l'Italia, è stato il capo delegazione al Greco, il Gruppo di stati contro la corruzione del Consiglio d'Europa. In via Arenula con Bonafede è giunto dopo le dimissioni di Fulvio Baldi, toga di Unicost finita nelle chat di Palamara che raccomandava colleghi proprio per posti del ministero.
Ma nell'ufficio di gabinetto arriva anche un professore, Nicola Selvaggi, docente di diritto penale. Mentre la novità al femminile riguarda l'ufficio legislativo, dove lascia Mauro Vitiello, e s'insedia una donna, Franca Mangano, presidente della sezione famiglie e minori della Corte d'appello di Roma. Una toga rossa, a scorrere gli articoli che ha pubblicato di recente sulla rivista di Magistratura democratica 'Questione giustizia'. Ecco, a maggior 2018, un intervento sull'assegno divorzile, e nel 2020 due contributi sull'iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo e sui permessi umanitari.
All'ufficio legislativo però restano anche le nomine di Bonafede, come quella della vice capo Concetta Locurto, mentre anche qui, come al gabinetto, ecco un altro vice, Filippo Danovi, professore di diritto processuale civile all'università Bicocca di Milano. All'ufficio di gabinetto un'altra new entry dal mondo dell'Accademia, Nicola Selvaggi, docente di diritto penale. Con la ministra, dalla Consulta, dove la segue dal 2014, ecco il capo della sua segreteria Alessandro Baro, mentre dal Sole 24 Ore arriva la sua portavoce Raffaella Calandra. Non cambia nulla ai vertici del Dap dove rimangono il direttore Dino Petralia e il vice Roberto Tartaglia, mentre resta ancora vacante il posto di capo degli ispettori di via Arenula.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 4 marzo 2021
La prima mina da rimuovere è il clima da leggi speciali. Non è possibile che due magistrati "antimafia" dirigano le carceri. L'altra è l'occupazione manu militari dei fuori ruolo nel ministero, alla faccia della divisione dei poteri. Ci sono due campi che la ministra Marta Cartabia dovrà attraversare in tempi rapidi. Ma prima dovrà sminarli.
Il primo riguarda le carceri (che toccano la sua sensibilità) e citi le governa, cioè il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (Dap). L'altro è il luogo stesso in cui la Guardasigilli ora dimora, cioè il complesso di via Arenula a Roma dove è la sede del Ministero e che pare un Palazzo di giustizia più che il luogo del governo, tante sono le toghe che vi pullulano indisturbate e riverite.
Se Marta Carlabia non vorrà o non riuscirà a disinnescare le mine sepolte in profondità in questi due campi, sarà sempre un ministro dimezzato, se le va bene, oppure il solito non-ministro nelle mani delle toghe, cui siamo da troppo tempo abituati. Sarà colei che scriverà in bella copia quel che i magistrati del ministero le avranno passato (neanche troppo sottobanco).
E, per quel che riguarda il carcere, forse riuscirà a far vaccinare in tempi non troppo lunghi un po' di personale, di agenti penitenziari e di detenuti, ma i vertici del Dap la ridurranno a una specie di assistente sociale. Marta Cartabia ha una spina dorsale d'acciaio e la forza tranquilla di chi non solo ha studiato, ma ha saputo mettere a frutto le proprie competenze.
Lo ha dimostrato alla presidenza della Corte Costituzionale con alcune iniziative rivoluzionarie, come le visite nelle prigioni e la sentenza che ha spezzato le reni alla cultura del pentitismo come unica uscita di sicurezza dal carcere ostativo. Ha mostrato una certa capacità di navigazione politica quando è riuscita ad aggirare e rinviare il problema di riformare la legge di Bonafede sulla prescrizione, facendo votare all'unanimità un ordine del giorno che contiene due punti molto chiari: il processo non può essere eterno e la funzione del carcere deve essere di recupero e rieducazione del detenuto.
Due punti fermi della nostra Costituzione, gli articoli 27 e 111, quelli che non piacciono ai giacobini e a quelli del "buttare via la chiave" della cella. Un segnale dei suoi primi giorni di governo resta per noi garantisti un punto luminoso. Non è mai capitato di vedere un ministro di giustizia che dedica la sua prima visita non a qualche carceriere ma a colui che sta per definizione dalla parte dei diritti del soggetto debole, cioè il Garante dei detenuti.
Mauro Palma è stato il primo a riceverla, il 19 febbraio, e i due insieme avevano posto le basi per una continua collaborazione che possa dare una svolta alla politica sulle carceri. Ma ecco che si presenta adesso il campo minato. La ministra è andata al Dap solo il 2 marzo, due settimane dopo l'incontro con il Garante.
E li ha trovato il capo Dino Petralia e il suo vice Roberto Tartaglia, i due magistrati subentrati meno di un anno fa a Franco Basentini, fucilato per una insensata campagna di magistratura e di stampa contro le "scarcerazioni facili" di boss mafiosi in occasione della prima fase dell'epidemia. Ora, è impossibile che la ministra non abbia seguito, quanto meno sui giornali (e se non è così ci penserà la sua eccellente responsabile comunicazione Raffaella Calandra) l'imbroglio di quella campagna stampa. Prima di tutto non era stato scarcerato nessuno, ma alcuni giudici e tribunali di sorveglianza avevano applicato una serie di differimenti di pena.
Secondariamente, di detenuti al regime previsto dall'articolo 41bis dell'ordinamento penitenziario, solo tre erano andati in provvisoria detenzione domiciliare. Si trattava di persone gravemente malate, due delle quali vicine al fine pena. Infatti Pasquale Zagaria, quello su cui si erano particolarmente accaniti i laudatores del "fine pena mai', affetto da gravissima neoplasia, è già libero e Francesco Bonura, gravemente malato, sta per seguirne la sorte, avendo scontato la pena per intero.
Quanto al terzo, Vincenzino Iannazzo, ha subito un trapianto di reni e pare abbia gravi problemi cognitivi, come denunciato dalla sua famiglia e dall'associazione Yairaha. Ora è a Parma in regime di 41bis. Ci sembra un caso di cui la ministra, insieme al garante, potrebbe occuparsi da subito. Sono certa che ambedue lo faranno. Ma ci sono le mine. Il presidente del consiglio Mario Draghi ha saputo dissodare il terreno, con qualche cambiamento di vertice, trovando mani sicure cui affidare la nostra salute, in definitiva la nostra sorte.
Le mine disseminate nei campi di competenza del ministro Cartabia, e che impediscono di trattare la questione -carcere rendendo concreto ed effettivo il significato dell'articolo 27 della Costituzione, sono le toghe. Due magistrati al vertice del Dap, selezionati appositamente, secondo quanto scritto da tutti i quotidiani dopo le dimissioni di Basentini, per dare una risposta politica alle presunte "scarcerazioni dei boss". Che cosa di meglio quindi, di due toghe "antimafia", per dare del carcere e dei detenuti un'immagine di perenne emergenza?
Cioè il contrario di quanto previsto dalla Costituzione? È proprio questa la prima mina da rimuovere, il clima da leggi speciali che ci perseguita fin dai tempi del terrorismo, passando poi per i reati legati alla mafia per arrivare fino alla legge detta "spazza-corrotti" contro gli imputati dei reati contro la pubblica amministrazione, quella del ministro Bonafede e dei suoi ispiratori. Non è possibile che due magistrati "antimafia" dirigano le carceri.
Niente di personale (come si suole dire), ma la materia è delicata e delicate devono essere le impronte di chi la maneggia. E poi, perché sempre magistrati? Mi vengono in mente alcuni nomi (che non faccio per non mettere nessuno in imbarazzo) di bravissimi direttori (o ex) di istituti di pena o provveditori regionali che non solo sono esperti perché con i detenuti hanno a che fare tutti i giorni, ma che possiedono anche quella rara sensibilità che entrerebbe subito in sintonia con quella della ministra Cartabia, quella di chi sa che la pena non debba necessariamente sempre consistere nella perdita della libertà. Perché la detenzione dovrebbe essere proprio e solo l'ultima spiaggia, non solo per chi è in attesa di processo, ma anche dopo la condanna.
Cambiare i vertici del Dap sarebbe un bel segnale, tra l'altro in sintonia con l'impronta rinnovatrice già data dal presidente Draghi. Ma c'è un altro problema, quello dell'occupazione manu militari dei magistrati nel ministero di via Arenula. Il Csm sforna a getto continuo autorizzazioni alle toghe a mettersi fuori ruolo, alla faccia della divisione dei poteri, così ci sono alcuni che rivestono i tre ruoli: un po' giudicano, un po' legiferano e un po' governano.
Se qualcuno pensa che il fenomeno non produca conseguenze politiche, e quindi per la vita di tutti noi, si sbaglia. Basterebbe ricorda re, andando molto all'indietro (come ha fatto proprio ieri Francesco Damato sul Dubbio) che cosa successe nel 1988, un anno dopo il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, che li aveva castigati dopo il "caso Tortora".
Guardasigilli del governo Goria era un giurista di quelli di cui non c'è di meglio, Giuliano Vassalli. Il più garanti - sta di tutti fece una legge inutile e opposta a quel che aveva imposto la volontà popolare. Sempre senza fare nomi né attacchi personali, vedo però dal sito del Ministero che, per esempio, nell'ufficio legislativo sia il capo che la vice sono due magistrati. Non sarebbe ora di sminare un po' e di cambiare regime anche lì?
di Carmelo Caruso
Il Foglio, 4 marzo 2021
La Guardasigilli alle prese con l'eredità di Bonafede. Pronto un "ufficio del processo" Roma. Non vuole cancellare tutto ma risalire all'errore per correggerlo. È la filologa della giustizia. C'è un verbo caro alla ministra, Marta Cartabia. È il verbo "emendare".
Significa la riscrittura come metodo di lavoro. Ripartire dal buono che si ha per arrivare dove si vuole. Ha iniziato ad allargare la sua squadra ma ha chiesto ad alcune figure di rimanere. È pronta a chiedere al Csm il "fuori ruolo" per Franca Mangano, presidente della sezione Famiglia e Minori della Corte d'appello di Roma e indicarla come futuro capo dell'ufficio legislativo. Da ministra lavorerà cosi: discontinuità e conservazione.
Non promette risultati immediati, ma lavoro paziente e lento, ascolta piccoli gruppi di studio che si concentrano in maniera speciale sui temi assegnati e che la aiutano a fare sintesi. Da quando si è insediata a Via Arenula, l'ex presidente della Corte costituzionale, si è dovuta misurare con le emergenze e il calendario. Le vaccinazioni in carcere da accelerare sono un'urgenza ma non la sola urgenza. Sul suo tavolo ha trovato aperto il dossier sul concorso degli avvocati da sbloccare, il concorso per nuovi magistrati, a maggio, da preparare.
Si è pubblicamente impegnata "perché si possano svolgere le prove concorsuali per il personale dell'amministrazione penitenziaria". C'è una collaborazione che si sta intensificando con il ministro dell'Innovazione, Vittorio Colao. Serve a colmare un gap tecnologico che il sistema giudiziario si trascina. L'intenzione è quella di lavorare sul deposito telematico degli atti, favorire un nuovo corso per comunicazioni e notifiche. Ma al ministero della Giustizia si vigila con attenzione anche alle legittime richieste della magistratura onoraria. La ministra sa che "è un'emergenza destinata ad aggravarsi".
È per tutte queste ragioni che ai piccoli tavoli di lavoro, partecipano rappresentanti delle varie categorie coinvolte. Nella "casa della giustizia", che ha in mente la ministra, si dovrebbe introdurre un "ufficio del processo". Il giudice rimane ovviamente solo nel formulare il giudizio ma essere supportato da un piccolo gruppo di tirocinanti, studiosi. Lo affiancherebbero sia in una gestione quasi manageriale sia nel lavoro di preparazione della "decisione".
Sulle riforme, l'idea della Cartabia è invece questa: gli articolati di quelle già incardinate in Parlamento sono il punto di partenza per le successive modifiche. Non si smontano. Per aggiungere competenze ha reclutato Gian Luigi Gatta, professore di Diritto penale all'Università di Milano, Filippo Danovi, docente di Diritto processuale civile all'università Bicocca.
Questa è discontinuità. Restano Concetta Lo Curto e il capo di gabinetto di Alfonso Bonafede, Raffaele Piccirillo che sono invece la continuità. Come ha segnalato Draghi, per agganciare il treno del Recovery, si deve operare sul procedimento civile. La ministra ha individuato nelle pendenze tributarie arretrate (in Cassazione) il lato debole.
Agirà per andare incontro alle richieste dell'Europa. È chiaro che sulla riforma della prescrizione la sua visione è diversa rispetto a quella che ha diviso e generato tensioni politiche. Andrà inserita in un progetto complessivo di riforma del processo penale. C'è una dimensione internazionale di questa ministra che l'Italia ancora poco conosce. In questi giorni ha registrato un videomessaggio per il XIV Congresso della Nazione Unite sulla prevenzione del crimine previsto dal 7 al 9 marzo. Una cosa certa è che non seguiranno annunci. Non è più il ministero della "rivoluzione" ma della riflessione.
di Simona Musco
Il Dubbio, 4 marzo 2021
No del tribunale di Lecce al ricorso del Segretario del Partito Radicale Maurizio Turco. Per conoscere gli effetti della prescrizione così come voluta dall'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede toccherà attendere più o meno il 2025. Sarà quello, verosimilmente l'anno in cui sarà possibile, nel corso di un giudizio, sollevare la questione di legittimità costituzionale, sperando dunque di avere una risposta sull'effettiva aderenza della norma ai principi della Carta fondamentale, oggi da molti messa in dubbio.
Prima di quella data, spiega al Dubbio Vittorio Manes, professore ordinario di diritto penale all'Università di Bologna, appare difficile prospettare la questione, almeno stando alle cadenze del giudizio incidentale, che presuppone sempre la rilevanza della questione nel processo a quo. In mezzo ci saranno le decisioni del ministro della Giustizia Marta Cartabia, che ha già annunciato di voler adottare "le necessarie iniziative di modifica normativa e le opportune misure organizzative volte a migliorare l'efficacia e l'efficienza della giustizia penale, in modo da assicurare la capacità dello Stato di accertare fatti e responsabilità penali in tempi ragionevoli (articolo 111 della Costituzione), assicurando al procedimento penale una durata media in linea con quella europea, nel pieno rispetto della Costituzione, dei principi del giusto processo, dei diritti fondamentali della persona e della funzione rieducativa della pena".
Il tema, come noto, ha rappresentato il casus belli che ha portato alla caduta del governo Conte bis. E oggi che la maggioranza si è allargata e conta tra le proprie fila partiti dalla forte vocazione garantista, l'ambizione "è trovare intese sui valori costituzionali", come ha sottolineato il sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto.
Nel frattempo a rimandare a data da destinarsi la possibilità di sottoporre la questione al giudice delle leggi è il Tribunale di Lecce, che ha rigettato il ricorso presentato dal Segretario del Partito Radicale Maurizio Turco. Il politico aveva chiesto di mandare alla Corte Costituzionale "la legge sul "fine processo mai"", rivendicando il diritto di ogni cittadino ad un processo dalla ragionevole durata. Una sfida, dal momento che la richiesta è arrivata in assenza di un procedimento in corso. Turco avevo cercato una via alternativa: "È stata di recente la stessa Corte costituzionale sentenza 278/ 2020) a riconoscere che tutti i cittadini hanno diritto a conoscere preventivamente la "tabella" del tempo che manca a proscioglierli da una eventuale accusa", aveva sottolineato. Il giudice Katia Pinto, però, non è stato dello stesso avviso.
"L'azione di mero accertamento è proponibile soltanto quando esiste una situazione attuale di obiettiva incertezza di diritto che determina l'interesse ad agire per accertare la sussistenza di un diritto già sorto e che possa competere all'attore ed evitare, così, il pregiudizio concreto (e non meramente potenziale) che può derivargli dalla descritta incertezza", ha scritto nella sua ordinanza, citando una sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione civile del 1996. "In difetto di prospettazione e/ o allegazione dell'appartenenza al ricorrente del diritto che si assumerebbe leso dalla legge 3/ 2019 sospettata di incostituzionalità, il presente giudizio pare sottoporre a questo Tribunale una questione di legittimità costituzionale in via principale, sottratta al sindacato del giudice ordinario". Ricorso inammissibile, dunque, e spese di lite a carico di Turco.
Che assistito dagli avvocati Giuseppe Talò e Felice Besostri aveva denunciato la violazione degli articoli 3, 24, 25, 27, 111 e 117 primo comma della Costituzione, rivendicando l'esigenza di accertare "il diritto ad una ragionevole durata del processo, così come attribuito e garantito nel suo esercizio dalla Costituzione italiana, dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e dai vigenti Trattati sull'Unione Europea e il suo funzionamento e dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell'unione, e di difendersi in ogni stato e grado del giudizio mediante proposizione di ricorso efficace anche nei confronti degli organi dello Stato e della pubblica amministrazione". In quanto istituto sostanziale, avevano evidenziato gli avvocati, il legislatore non può intervenire sulla norma della prescrizione "in contrasto con i principi costituzionali, convenzionali ed unionali europei che tutelano le parti processuali da un'ottusa applicazione del principio tempus regit actum".
Nulla da fare, per ora. Bisognerà attendere un reato che, sulla base delle vecchie regole, si sarebbe già dovuto dichiarare estinto per prescrizione, cosa che con la nuova norma non sarà più possibile, sottolinea ancora Manes. E il più breve tempo di prescrizione previsto dalle vecchie regole è quello previsto per le contravvenzioni, ovvero quattro anni. "È necessario attendere che la questione sia rilevante nel giudizio a quo conclude - ma deve essere applicabile la riforma Bonafede, in vigore dal primo gennaio 2020".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 4 marzo 2021
Nei prossimi giorni i responsabili giustizia della Camera incontreranno la ministra Cartabia. Ecco la proposta di Federico Conte, deputato di Leu. Per l'onorevole Federico Conte di Leu, colui che ha dato il nome al famoso lodo-Conte bis, in questo momento la parola d'ordine è "sintesi" ma "nel significato hegeliano di unione e elevazione delle posizioni precedenti, tra il lodo Conte dell'ex premier, che prevedeva il blocco della prescrizione con la sentenza di primo grado, e il lodo Conte bis, che distingue tra assolti e condannati".
Nei prossimi giorni i responsabili giustizia della Camera incontreranno il Ministro Cartabia ma nell'attesa il parlamentare e avvocato lancia una proposta: "Se nel caso di condanna in primo grado lo Stato non riesce a concludere l'appello nel termine di fase, che la riforma individua in due anni, deve essere sanzionato per il ritardo: la sanzione potrebbe essere quella che esiste nell'ordinamento tedesco, e cioè una riduzione della pena, ad esempio di un quarto. Nel caso di assoluzione, invece, trascorso il termine di fase senza che sia celebrato il processo di appello, la conseguenza può essere anche la estinzione del processo. È un'ipotesi a cui credo si possa lavorare: abbiamo così mantenuto il doppio binario - assoluzione e condanna - ma garantito il precetto costituzionale di cui all'art.111 con il termine di fase e le relative sanzioni processuali".
Onorevole, Lei ritiene che il lodo che porta il suo nome è destinato ad essere superato?
Auspico che venga superato per essere migliorato. Nei prossimi giorni, insieme agli altri responsabili giustizia dei gruppi parlamentari, incontreremo la Ministra Cartabia. In quell'occasione affronteremo il tema delle riforme: credo che si ripartirà dal disegno di legge delega, credo sia ragionevole partire da lì, sarebbe poco sensato sacrificare il lavoro di istruttoria fin qui fatto in Commissione Giustizia. Detto questo, ritengo che sarebbe un bel risultato per la giustizia trovare una sintesi, nel significato hegeliano di unione e elevazione delle posizioni precedenti, tra il lodo Conte dell'ex premier - blocco della prescrizione con la sentenza di primo grado - e il lodo Conte bis - distinzione tra assolti e condannati -. È l'auspicio che ho espresso alla Ministra nel nostro primo incontro.
L'ex Ministro Bonafede al Fatto Quotidiano aveva detto: "Per noi deve restare il punto di caduta citato nel post che ha lanciato il voto su Rousseau, ossia il cosiddetto lodo Conte-bis, che introduce una distinzione tra condannati e assolti. Siamo disposti a muoverci esclusivamente nel perimetro del lodo"...
Penso che il perimetro del Lodo Conte Bis possa essere salvaguardato, così come prospettato da Bonafede. Il merito di quella norma fu di mettere d'accordo tutte le forze, con le uniche perplessità di Italia Viva. Il fatto che il Lodo abbia rappresentato il punto di equilibrio più avanzato tra le forze che reggevano il precedente Governo non significa che bisogna difenderlo acriticamente: non è un totem. Ora occorre trovare una nuova mediazione con l'attuale maggioranza. Per fare questo è importante che il metodo del Governo sia quello del confronto aperto e dialettico che abbia come obiettivo non l'affermazione di una tesi a discapito dell'altra ma della migliore sintesi possibile.
Questa nuova mediazione può stare all'interno del lodo Conte-bis come dice Bonafede?
Secondo me sì, perché ne mantiene il perimetro - distinzione tra assoluzione e condanna - e inserisce presidi di legalità ispirati al giusto processo e alla sua ragionevole durata.
Come? Una obiezione è che in appello si è affidati comunque all'incertezza dei tempi, vanificando il diritto alla ragionevole durata del processo...
C'è un dato nuovo molto rilevante nel disegno di legge delega che non è stato valorizzato abbastanza: per la prima volta vengono stabiliti i cosiddetti termini di fase: massimo due anni per il primo grado, due anni per l'appello, un anno per la Cassazione. Il tema vero che bisogna affrontare è cosa succede quando la tempistica non viene rispettata.
Qual è la vostra soluzione?
Fissare degli ancoraggi processuali. Nel caso di sentenza di assoluzione in primo grado si può stabilire che se il processo di appello non si celebra in un determinato tempo interviene la prescrizione processuale, con l'estinzione pura del processo. Nel caso di condanna in primo grado sarebbe poco accettabile che si estinguesse l'azione. Ma se lo Stato non riesce a concludere l'appello in due anni, deve essere sanzionato per il ritardo: la sanzione potrebbe essere quella che esiste nell'ordinamento tedesco, e cioè una riduzione della pena, ad esempio di un quarto. È un'ipotesi a cui credo si possa lavorare: abbiamo così mantenuto il doppio binario dell'assoluzione e della condanna, ma rafforzando l'appello con il termine di fase.
Mi scusi, ma invece di fare tutti questi aggiustamenti, che possono sembrare anche complicati, non si può tornare al pre-Conte, rischiando anche di portare i Cinque Stelle fuori dalla maggioranza?
Non credo sia una prospettiva né realistica né rispondente allo spirito con cui la Ministra Cartabia ha inaugurato il suo corso: un lavoro di confronto e mediazione per migliorare il sistema.
L'onorevole Lucia Annibali di Italia Viva ritiene che sia discriminatorio distinguere tra sentenza di assoluzione e sentenza di condanna...
È una distinzione che risponde a una logica di sistema, che può essere resa immune dai rischi denunciati inserendo i presidi processuali delle fasi e delle collegate sanzioni processuali prima ipotizzati. Ciò detto, resto aperto a valutare ogni altra soluzione che tenga in equilibrio le diverse esigenze di certezza dell'accertamento della responsabilità penale e ragionevole durata del processo.
Ma se, ad esempio Italia Viva, davanti alla Cartabia dicesse che bisogna superare la distinzione tra assolto e condannato voi come vi comportereste?
In ossequio al metodo che ci siamo dati, valuteremo il merito della proposta.
Voi comunque presenterete degli emendamenti?
All'interno del disegno di legge delega ci sono una serie norme su cui ho già manifestato delle perplessità, come pure hanno fatto alcuni degli auditi. Per cui io stesso mi accingo a fare delle proposte emendative, ad esempio al patteggiamento allargato che, così com'è, non raggiunge le finalità deflattive, all'ipotesi, che non condivido, di generalizzare il meccanismo dell'art. 190 bis cpp, e all'appello monocratico. Inoltre sto scrivendo anche un emendamento significativo per introdurre meccanismi di estinzione del reato mediante giustizia riparativa, immaginando che questo possa riguardare anche alcuni delitti - e non solo le contravvenzioni - quando questi offendono ad esempio il patrimonio, per cui la riparazione possa passare attraverso una attività risarcitoria diretta.
Il Dubbio, 4 marzo 2021
Il Csm ha deliberato affinché intervenga davanti alla Corte di Giustizia europea la legittimità del trattamento riservato alle toghe onorarie. "Con atto del 24 febbraio, trasmesso all'Avvocatura Generale dello Stato, il Csm ha deliberato affinché il Governo italiano intervenga nella causa pregiudiziale, proposta dal Tar per l'Emilia Romagna, per sostenere davanti alla Corte di Giustizia europea la legittimità del trattamento che lo Stato italiano riserva da oltre due decenni - confermato con la riforma Orlando - a 5mila magistrati onorari, stabili precari senza diritti". Lo denuncia la Consulta della magistratura onoraria, evidenziando che "l'Organo di autogoverno della Magistratura, anche onoraria, invita così l'Italia a persistere nello sfruttamento di migliaia di lavoratori che quadriennalmente esamina, riconosciuti prima lavoratori e poi magistrati europei dalla sentenza della Corte di giustizia europea dello scorso16 luglio".
"Invocheremo l'intervento del Presidente della Repubblica, a tutela della funzione giurisdizionale e di chi la esercita in un clima di palpabile disprezzo che non è più accettabile in quanto intacca l'onore ed il prestigio della funzione attribuitaci dalla Costituzione" annuncia la Consulta. E aggiunge: "La serenità invocata recentemente dal Presidente della Corte costituzionale Coraggio nell'esercizio della delicatissima funzione magistratuale è fortemente minata non solo dall'assenza di tutele, ma anche dall'immagine che viene fornita dallo stesso organo di autogoverno al cittadino della magistratura onoraria, descritta come un coacervo di volontari senza diritti, immeritevoli di rispetto, di quelle tutele sociali che un giudice ordinario mai si sognerebbe di negare ad altro lavoratore e attribuitaci dalla Costituzione".
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